Il CSM espelle all’unanimità Nicola Russo dai giudici di pace

di ANTONELLO DE GENNARO

Era il 28 giugno 2012 quando tutt’ Italia scopri l’esistenza di tal Nicola Russo, che all’epoca dei fatti si presentava e dissertava sui socialnetwork come il presidente del Codacons (carica che da sempre è ricoperta dall’ avv. Carlo Rienzi). Sui siti di tutt’ Italia apparve la notizia (falsa) che grazie al Tar del Lazio, il Taranto Calcio avrebbe giocato l’anno successivo in serie B. 

Nicola Russo ed il suo intervistatore “preferito”….. Luigi Abbate

Ma in realtà era solo una “bufala, che adesso verrebbe definita un fake news messo in circolazione dal sito di un’emittente locale e ripresa dal Corriere del Mezzogiorno , edizione pugliese del Corriere della Sera, che per qualche ora aveva fatto sognare i tifosi rossoblù.

il falso comunicato

Secondo la falsa notizia, il Tar aveva accolto il ricorso presentato dall’avvocato tarantino Nicola Russo dell’associazione “Taranto futura” e dall’associazione “Taranto Vola” e restituito ai pugliesi i sei punti di penalizzazione inflitti per i ritardi nei pagamenti degli stipendi.

Sulle pagine del sito blunote.it, parlò uno dei protagonisti, della figuraccia che cioprì di ridicolo l’interca comunità dei tifosi jonici: l’avvocato Nicola Russo: “Mi dispiace – diceva Russo – non volevo finisse in questa maniera. Ci ho sperato, mi sono illuso e adesso, chiaramente, sono molto amareggiato. Ma rifarei tutto, perchè Taranto è una città martoriata e bistrattata che va difesa da tutto e tutti. Rifarei ogni passo, non mi pento di nulla. Le critiche? A me, sinceramente, interessava solo il risultato, il resto è cattiveria pura…”.

Ma la Lega Pro aveva subito smentito, per voce del direttore generale Francesco Ghirelli: “E’ una cosa che non esiste, chi ha seguito la vicenda mi dice che non è stata emessa nessuna sentenza del Tar. Qualche mente fantasiosa ha messo in giro questa notizia, forse inventata, di sicuro frutto della fantasia di qualcuno“.

A distanza di qualche anno, Russo, torna a far parlare di sè, nel frattempo diventato giudice di pace a Taranto, a seguito della sua espulsione decretata all’unanimità dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, sia dal ruolo che dalle funzioni di giudice di pace presso il Tribunale di Taranto, con delle valutazioni sul suo operato che definire imbarazzanti è a dir poco imbarazzante !

Adesso Nicola Russo dopo il fallito tentativo di salire agli onori delle cronache con le sue attività, fortemente criticate dal Csm, che ha definito i suoi “provvedimenti abnormi, con gravi violazioni di Legge, tanto da denotare un’ inidoneità all’esercizio delle funzioni giudiziarie e comunque da compromettere il prestigio delle funzioni attribuitegli”

Russo nei suoi recenti ultimi atti da pseudo-giudice di pace…definiva i decreti Legge 9/2020, 11/2020, 18/2020, 23/2020 e 30/2020, “promulgati e resi operativi dl Presidente della Repubblica Prof. Dott. Sergio Mattarella, Organo incompetente e privo di poteri, eletto da Parlamentari nominati illegittimamente e privi di capacità giuridica nell’esercizio di tale funzioni

Nicola Russo, ex giudice di pace espulso dal CSM

Incredibilmente Russo nella sua memoria difensiva dinnanzi al Consiglio Giudiziario di Lecce, sosteneva che aveva “sindacato il provvedimento del Presidente del Tribunale di Taranto (dr.ssa Anna De Simone, facente funzione n.d.a) ritenendolo viziato da numerose violazioni di Legge e rappresentava anche di aver presentato denuncia alle Procure di Roma e Catanzaro“.

Secondo il Csm anche il contenuto dei messaggi pubblicati sulla pagina Facebook del Russoappare meramente confermativo della carenza di equilibrio del magistrato onorario” aggiungendo che i “provvedimenti adottati (dal Russon.d.a.) sono abnormi e comunque fondati su gravi violazioni di legge determinate da ignoranza o negligenza. Al riguardo , va evidenziato che i provvedimenti in questione recano lunghe ed abbondanti motivazioni in parte scarsamente comprensibili, fondate su argomentazioni giuridiche di assoluta superficialità

E per tutto ciò e molto altro ancora , il Csm ha deliberato che è conseguita “la revoca dell’interessato dall’incarico ricoperto“. E quindi da oggi Nicola Russo non è più un giudice di pace. Per fortuna della giustizia, che a volte è giusta e trionfa anche su chi si reso spesso protagoniste di ripicche ed ingiustizie, utilizzando il proprio precedente incarico per ripicche e vendette “personali”.




Sequestrati 4 milioni di euro all’imprenditore Massimo Giove presidente del Taranto Calcio

Beni per 4 milioni sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza a Taranto all’imprenditore Massimo Giove, presidente del Taranto Calcio e della sua consorte Anna Albano, quali rappresentanti legali dell”azienda ENETEC s.r.l. società dal capitale sociale di 119.000 euro, operante nel settore della meccanica generale, avente sede legale in via di Porta Taranto 11 a Leporano (TA) , nello stesso comune ove la coppia risiedeva.

Il provvedimento è stato emesso dalla Dr.ssa Rita Romano G.I.P. del Tribunale di Taranto, che ha accolto la richiesta del pm Dr. Remo Epifani, al termine di una complessa ed articolata attività di verifica fiscale condotta da militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Taranto guidati dal T. Col. Antonio Marco Antonucci nei confronti della società ENETEC srl. che sponsorizzava anche il Taranto Calcio di cui Giove è presidente.

il T.Col.Antonucci, comandante del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Taranto 

A Massimo Giove e la sua consorte sono stati contestati reati tributari che vanno dall’infedele dichiarazione all’omesso versamento dell’IVA, dell’IRES e delle ritenute contributive dovute in relazione ai lavoratori dipendenti, e il falso in bilancio. A Giuseppe Neglia, titolare di una stazione di servizio Q8 a Brindisi, è stato contestato il reato di riciclaggio di parte dei proventi delle condotte contestate.

In particolare, nel corso dell’attività ispettiva è stato accertato che la società ENETEC s.r.l., negli anni d’imposta dal 2015 al 2018, aveva utilizzato false fatture per oltre 1 milione di euro emesse da due società non operative, una delle quali, con sede nella limitrofa provincia brindisina, fallita nell’anno 2018. Le società, solo formalmente operanti nell’analogo settore delle lavorazioni meccaniche, erano amministrate da soggetti disposti ad emettere fatture per operazioni inesistenti al fine di soddisfare le esigenze di bilancio di chi ne facesse richiesta.

Massimo Giove alla ricerca della benedizione dal vescovo di Taranto

Nel caso in esame, è stato rilevato dalla Fiamme Gialle che la remunerazione per tale servizio era pari a circa il 12% dell’importo indicato sul documento fiscale. Tale aspetto è emerso chiaramente dall’esame della documentazione di natura extracontabile rinvenuta nel corso dell’accesso effettuato presso la sede della società ispezionata. Si tratta di documentazione memorizzata sui p.c., di appunti e manoscritti. L’analisi di tali contenuti, confrontata con gli accertamenti bancari eseguiti nei confronti della società e dei suoi amministratori, non ha fatto altro che rafforzare quanto emerso dalla documentazione non ufficiale.

Difatti i pagamenti delle fatture false spesso non venivano effettuati a favore delle società emittenti ma dirottati verso conti correnti personali degli amministratori della società verificata e in alcuni casi anche su conti correnti esteri, accesi presso istituti di credito bulgari a loro riconducibili. Parte dei proventi poi, venivano falsamente destinati all’acquisto di carburanti. Il compiacente gestore di una stazione di servizio di Brindisi della compagnia petrolifera Q8 (estranea all’indagine) non erogava il prodotto restituendo la somma in contanti così integrando il reato di riciclaggio.

Il quadro probatorio così delineato, in relazione ai reati ipotizzati ed alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ha permesso al G.I.P. dr.ssa Romano, anche in considerazione delle valutazioni espresse del Pm dr. Epifani della Procura jonica, di emettere un decreto di sequestro preventivo fino alla concorrenza di circa 4 milioni di euro.

Le attività eseguite testimoniano ancora una volta l’attenzione operativa che il corpo della Guardia di Finanza riserva costantemente al presidio della tutela delle entrate, anche con il ricorso sistematico alle misure ablatorie.

Nel novembre 2019 la ENETEC aveva presentato per prima, fra le aziende dell’indotto appalto siderurgico di Taranto per la crisi ArcelorMittal, una richiesta di cassa integrazione. Enetec, che dichiarava di avanzare oltre un milione di euro da ArcelorMittal, in una lettera inviata ai sindacati metalmeccanici e a Confindustria Taranto, sosteneva di “ritenere improcrastinabile l’avvio di una procedura di cassa integrazione ordinaria per 50 unita’ lavorative, 46 operai e 4 impiegati, su un organico complessivo di 56 unita’, 50 operai e 6 impiegati, da sospendere per un massimo di zero ore a decorrere dall’11 novembre per 13 settimane complessive”.

Massimo Giove, titolare della Enetec, al presidio dinnanzi allo stabilimento ILVA

E come al solito a rimetterci erano i dipendenti ed i contribuenti . E nel frattempo Giove partecipava al presidio delle imprese e dei lavoratori dell’indotto dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto, ora gestito da Arcelor Mittal Italia

il sindaco Rinaldo Melucci e Massimo Giove

Negli ultimi giorni circolava voce che l’imprenditore volesse far candidare alle prossime Elezioni Regionali di settembre sua figlia Alessandra, titolare del 100% delle quote della società ALMAT s.r.l. società con 13 dipendenti riconducibile a Massimo Giove , e che negli ultimi giorni stesse cercando delle “sponde” ed un posto nelle liste elettorali del centrodestra per la “rampolla” di famiglia, riscontrando trovato delle forti ritrosie e dinieghi, in quanto erano ben noti in città i ritrovati buoni rapporti intercorrenti con il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, con il quale era in corso un negoziato per ottenere la gestione dell’impianto sportivo dello Stadio Jacovone di Taranto.

l’ex presidente del Brindisi Calcio Antonio Giannelli

Nelle 26 pagine firmate dal GIP di Taranto compare anche un’azienda con sede a Brindisi, la Maw, che opera anche lei nel settore dei lavori di meccanica, società fallita controllata dall’ex presidente del Brindisi Calcio Antonio Giannelli, 40 anni, finito in carcere a dicembre del 2019 per i reati di “bancarotta fraudolenta”, “emissione di fatture false” ed “evasione delle imposte” raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, su richiesta del pm Giampiero Nascimbeni, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza.

Da quanto appurato dai finanzieri brindisini Giannelli fra il 2016 e il 2017, avrebbe omesso di dichiarare a fisco ricavi per circa 500mila euro, oltre a non versare l’Iva per circa 750mila euro. I finanzieri hanno inoltre ricostruito un giro di fatture false pari a circa 3 milioni di euro, finalizzato a consentire ad altre aziende con sede nel Salento e in Romagna l’evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto.

La MAW e la società PUGLIA COSTRUZIONI di Brindisi erano delle società di Giannelli, prive di sedi legali reali, uffici, che emettevano delle fatture false utilizzate dalla società Enetec di Taranto, per le quali vengono oggi accusato Massimo Giove ed Anna Albano quali rappresentanti legali, ma anche dalla società ALMAT srl di cui la la figlia, Alessandra Giove è rappresentante legale.




ArcelorMittal deposita la memoria nella causa dinnanzi al Tribunale di Milano

ROMA – I legali di ArcelorMittal, gli avvocati Romano Vaccarella e Ferdinando Emanuele, dopo una lunga giornata di incontri e riflessioni hanno deciso di depositare ieri in cancelleria nel Tribunale di Milano la memoria per contrastare il ricorso cautelare d’urgenza dei commissari dell’ ILVA , assistiti dagli avvocati Giorgio De Nova ed Enrico Castellani, nella causa in corso a Milano. La memoria di fatto, però, sarà a disposizione delle parti nella causa solo a partire da domani, e bisognerà capire se l’iniziativa del gruppo franco-indiano lascerà ancora aperto lo spazio necessario per una prosecuzione delle trattative.

Il giudice del Tribunale di Milano  aveva rinviato il procedimento a venerdì prossimo per agevolare la “trattativa” da “svolgersi sulla base delle intese e degli impegni assunti“. Trattativa che però con  la presentazione nei giorni scorsi del nuovo piano di Mittal, conseguente alla disposizione del Tribunale di Taranto di chiusura dell’altoforno AFO2 , aveva cambiato lo stato delle trattative, e le affermazioni del gruppo franco-indiano sugli esuberi erano state ritenute inaccettabili dai commissari dell’ ILVA.

Scadeva ieri il termine per ArcelorMittal per il deposito di una memoria per contrastare il ricorso cautelare d’urgenza presentato dall’ ILVA in Amministrazione Straordinaria e dopo  una lunga giornata contraddistinta da continue riunioni tra avvocati, quella memoria, che rischia di costituire la fine del negoziato, e quindi anche in queste ultime ore ci sono state delle nuove riflessioni.

La mossa dei legali infatti va nella direzione opposta alla prevista richiesta congiunta di rinvio dell’udienza del 20 dicembre per favorire le trattative in corso. Quindi adesso sarà necessario capire, se l’iniziativa del gruppo ArcelorMittal di contrastare con una memoria scritta il ricorso dei commissari, contro l’addio dall’ex ILVA, sia propedeutica ad una rottura del negoziato o se, invece secondo a quanto trapelato, costituisca soltanto un passo procedurale e e quindi ci siano ancora degli spazi per le trattative.

 

 




Il giudice firma lo stop dell’Altoforno AFO2 dell’ ex-ILVa di Taranto: oggi ultimo giorno di attività prima dello spegnimento

di Giovanna Ferrari

il Tribunale di Taranto

ROMA –  A partire da  domani sabato 14 dicembre, essendo scaduti  infatti i tre mesi precedentemente concessi dal Tribunale del Riesame di Taranto per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata, l’Altoforno AFO2 dello stabilimento siderurgico di Taranto non potrà più essere usato: il giudice Francesco Maccagnano facendo seguito alla decisione di tre giorni fa di rigettare la proroga della facoltà d’uso chiesta dai commissari di ILVA in Amministrazione Straordinaria ha firmato l’ordine di esecuzione di spegnimento.

Quindi domani riprenderà lo spegnimento interrotto in settembre. Il giudice Maccagnano ha richiesto al custode giudiziario Barbara Valenzano di implementare “ogni più utile modalità di custodia tale da assicurare che a partire dal 14 dicembre 2019 l’Altoforno 2 non sia utilizzato“. L’impianto era stato più volte sequestrato e dissequestrato a seguito dell’ inchiesta della Procura di Taranto sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella, investito mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’altoforno da una fiammata mista a ghisa incandescente nel giugno del 2015. Circostanza questa che sarà tutta da provare in giudizio,  in presenza di un video che sembra confutare la dinamica dei fatti

il governatore pugliese Emiliano, e la sua dirigente regionale Barbara Valenzano

I legali incaricati dai commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria in queste ore sono al lavoro per predisporre un nuovo ricorso al Tribunale del Riesame il cui deposito è previsto entro venerdì della settimana prossima, per essere poi discusso il 30 dicembre, data della prima udienza utile, ma è possibile anche che secondo le date già calendarizzate dal Tribunale di Taranto,  venga rinviata a quella fissata per il “caso AFO2“, o al più tardi il 7 gennaio 2020.

Il giudice Francesco Maccagnano ha richiesto all’ing. Barbara Valenzano attuale dirigente della Regione Puglia (e considerata molto vicina al governatore Michele Emiliano) custode giudiziario dell’area a caldo dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, una serie di chiarimenti sulle procedure di spegnimento, nella comunicazione inviata ieri sera in viene ordinato di agire per “assicurare che, a partire dal 14 dicembre 2019, l’Altoforno 2 non sia utilizzato“.

In particolare è stato disposto che il custode giudiziario fornisca informazioni entro il 17 dicembre   in relazione “alle modalità di custodia dell’Altoforno in sequestro; alle tempistiche residue del cronoprogramma di spegnimento già avviato prima del 17 settembre 2019 ed agli effetti che detta operazione può avere su tale impianto; alle tempistiche entro le quali, ad Altoforno 2 ‘spento’, Ilva in As potrebbe adempiere alle prescrizioni di cui al decreto di restituzione emesso dalla Procura della Repubblica in data 7 settembre 2015, allo stato non ancora adempiute”, cioè le prescrizioni previste sull’automazione del campo di colata, e sinora disattese da tutti i commissari dell’ ILVA in A.S. che si sono succeduti, a seguito di relazioni tecniche che confutavano le indicazione della Valenzano, che però non hanno convinto il giudice, evidente fermo su una radicata posizione ideologica che emerge dalla sua decisione.

Inoltre, il giudice ha richiesto alla custode Valenzano di curarel’esecuzione del decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso in data 18 giugno 2015 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto (convalidato con ordinanza emanata in data 26 giugno 2015 dal Giudice per le indagini preliminari)“, in ottemperanza alle disposizioni dell’ordinanza del Tribunale del Riesame emessa il 17 settembre scorso. In parole più chiare per il lettore, di applicare il sequestro dell’AFO2 disposto subito dopo l’incidente in cui perse la vita l’operaio Morricella.

ArcelorMittal, a seguito al rigetto tre giorni fa della proroga d’uso dell’AFO2 presentata da ILVA in A.S., ha comunicato ai sindacati il ricorso alla cassa integrazione per 3.500 lavoratori , che comprendono i precedenti 1.273 per i quali era stata annunciata nei giorni scorsi la proroga a partire dal 30 dicembre per altre 13 settimane.




Ex Ilva: lo Stato di diritto vacilla quando la magistratura impera sugli altri poteri

di Giuliano Cazzolla*

A noi ragazzi della scuola media quella storia veniva raccontata così: il valoroso Francesco Ferrucci giaceva a terra agonizzante per le ferite ricevute in combattimento. A lui si accostava Maramaldo che lo finiva a coltellate. Ma l’eroe, prima di spirare, infamava il suo assassino con parole destinate a sopravvivergli per secoli: “Vile, tu uccidi un uomo morto”.

Ignoro quali pensieri abbiamo attraversato la mente dei lavoratori dell’ex ILVA (ora anche ex Arcelor Mittal) quando hanno saputo che il Tribunale di Taranto aveva respinto la richiesta di proroga, avanzata (sic!) dalla procura, della chiusura dell’altoforno n.2 (che una precedente ordinanza aveva fissato per il 13 dicembre se nel frattempo non fosse stato automatizzato). “Il termine richiesto – ha stabilito il giudice – risulta troppo ampio, in palese contrasto con tutte le indicazioni giurisprudenziali e normative, e dunque tale da comprimere eccessivamente l’interesse alla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dei lavoratori”.

L’ordinanza si è abbattuta come un violento starnuto su di un precario castello di carte, proprio nel momento in cui è in corso il tentativo di cercare una soluzione – sempre più difficile – per mantenere in vita lo stabilimento. La società franco-indiana aveva motivato la sua intenzione di ritirarsi dall’operazione-acciaio ritenendo impossibile realizzare gli obiettivi produttivi e di risanamento ambientale a cui era impegnata, se costretta a chiudere l’altoforno come imposto dalla magistratura tarantina. La vertenza era poi finita nella morsa di un paradosso giudiziario, dopo l’intervento della Procura di Milano, la “madre” di tutte le procure d’Italia.

Alla società era stato ordinato di spegnere e contemporaneamente di lasciare in funzione l’altoforno più importante dello stabilimento. In sostanza, con la minaccia di rispondere penalmente (ecco dove sta la necessità di un usbergo contro l’accanimento giudiziario) sia della continuità del funzionamento che della chiusura degli impianti. Questa contraddizione era apparsa talmente evidente a tutti che si era riaperto un negoziato avente per oggetto le dure condizioni dettate da Arcelor Mittal per rimanere.

A prescindere da come si pronuncerà il Tribunale del Riesame non si può negare la persistenza di un clima di ostilità da parte della magistratura ionica nei confronti di quello stabilimento. L’ex ILVA vive da sette anni sotto assedio, senza una guida e priva di una visione per il futuro. Sostanzialmente in apnea, in una condizione cioè in cui è quasi impossibile gestire un’unità produttiva. Ma il caso dello stabilimento tarantino pone problemi più seri e inquietanti che riguardano la tenuta dello Stato di diritto.

A questo proposito è interessante leggere il saggioIl diritto penale totale: punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi” (Il Mulino) un lepidus libellus di Filippo Sgubbi, già professore di Diritto penale in importanti Atenei italiani. Sgubbi non si limita a sottolineare il predominio assunto dalla magistratura sulle altre funzioni dello Stato, ma denuncia una vera e propria trasformazione sia del giudizio che dello stesso diritto penale, coinvolto in un’inquietante prospettiva in cui la giurisprudenza non diventa, soltanto e impropriamente, fonte del diritto, ma persino creatrice della norma, al posto e in sostituzione del potere legislativo.

“L’apparato penale  costruito per definire l’area dell’illecito e per legittimare l’applicazione delle sanzioni – spiega Sgubbadiventa il supporto per l’adozione di scelte decisionali di governo economico-sociali”. La “distorsione istituzionale” viene così spiegata: “la decisione giurisprudenziale diventa – secondo l’autore – una decisione non soltanto di natura legislativa, quale regola di comportamento, ma anche di governo economico-sociale imperniato sull’opportunità contingente”.

Ma la critica (“le norme penali così assumono un ruolo inedito. Sono fattori non di punizione, ma di governo”) non si ferma qui. “Il sequestro di aree, di immobili, di un’azienda o di un suo ramo, il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi. Con tali provvedimenti cautelari reali – prosegue Sgubbala magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari.

Filippo Sgubbi non cita degli esempi concreti. Ma le sue considerazioni, ad avviso di chi scrive, non si discostano dal profilo del caso ex ILVA.

*giuslavorista



ILVA. Il Tribunale di Taranto nonostante il parere favorevole della Procura rigetta l’ istanza di proroga per AFO2

ROMA – Questa mattina si era svolto un incontro durato circa due ore fra la delegazione governativa dei tecnici del Mise e del Mef,  guidata da Francesco Caio, per illustrare  ai rappresentanti di ArcelorMittal il piano industriale del Governo per l’ Ilva di Taranto, quando è arrivata la notizia da Taranto che il giudice del dibattimento del Tribunale jonico Francesco Maccagnano, ignorando la richiesta della Procura, ha rigettato l’istanza avanzata dai commissari governativi dell ‘ ILVA in Amministrazione Straordinaria con la quale si chiedeva una proroga di  12 mesi per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata dell’ altoforno AFO2.

Il parere della Procura era favorevole ma con le prescrizioni  che riguardavano l’adozione, da parte di ArcelorMittal, affittuario dello stabilimento siderurgico di Taranto, delle nuove procedure operative individuate da ILVA in Amministrazione Straordinaria. Nella relazione del custode giudiziario Valenzano  è stato evidenziato proprio questo punto, a seguito del quale il custode ha dato atto a ILVA di aver depositato entro il 13 novembre scorso (termine previsto, ), l’analisi di rischio ma ha altresì evidenziato che ArcelorMittal non aveva applicato le modificate procedure operative e finalizzate ad ottenere più sicurezza sull’impianto.

La decisione del giudice Maccagnano comporterebbe l’ inizio delle operazioni di spegnimento degli impianti a partire dal 13 dicembre data in cui scadono i tre mesi precedentemente concessi dal Tribunale del Riesame per ottemperare alle prescrizioni. Ma anche in questo caso sarà nuovamente il Riesame di Taranto a dire l’ultima parola in merito, ancor prima ci si si rivolga alla Suprema Corte

nella foto lo stabilimento siderurgico dell’ ILVA di Taranto

La pm Antonella De Luca della Procura della repubblica di Taranto aveva concesso parere favorevole, indicando nuove prescrizioni, alla richiesta di proroga avanzata dai commissari di ILVA in Amministrazione Straordinaria  dopo aver esaminato la relazione depositata dal custode giudiziario del siderurgico, Barbara Valenzano.  dirigente della Regione Puglia, considerata molto “vicina” ed allineata alle posizioni del Governatore Michele Emiliano. La decisione del giudice Maccagnano, dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte dell’ operaio Alessandro Morricella, si esprimerà tra domani ed il prossimo 12 dicembre.

I legali dei Commissari governativi sono già al lavoro per fare ricorso al Tribunale del Riesame. Secondo il giudice l’altoforno AFO2 al momento non sarebbe sicuro per gli operai e quindi concedere il tempo richiesti per procedere all’ultimazione della messa in sicurezza secondo il teorema a dir poco discutibile del Tribunale, significherebbe far prevalere il diritto al lavoro sul diritto alla salute, mettendo così a rischio l’economia e l’occupazione di un’intera provincia, quella di Taranto, il cui 70% dell’economa è di fatto “Ilva-dipendente“.

 

Si è di fronte ad una situazione paradossale: da un lato, infatti, ci sono i giudici del tribunale milanesi che hanno invitato Arcelor Mittal a non spegnere gli altoforni e a continuare la produzione; dall’altro un giudice tarantino tarantina che impone lo spegnimento. L’ennesimo scontro istituzionale all’interno dello Stato. Senza l’ altoforno AFO2 rimangono in funzione solo gli altri due altoforni, Afo1 e AFO4: ognuno dei due altoforni  infatti può produrre al massimo due milioni di tonnellate di acciaio l’anno, e soli  quattro milioni di tonnellate sono pochi legittimando di fatto i 4.700 esuberi dichiarati dall’azienda . Per rimettere in esercizio l’  AFO5, il più grande altoforno d’Europa, attualmente spento per opere di in ristrutturazione, occorre non poco tempo ed ingenti investimenti. Al momento infatti, gli altoforni elettrici restano ancora solo un’idea contenuta in un progetto.

“Nonostante tutte le proroghe della facoltà d’uso di cui ha beneficiato Ilva Spa, concesse espressamente oppure implicitamente, si impone a questo giudice rilevare che il termine richiesto per l’adempimento delle residue prescrizioni (pari, nella sua estensione massima, a 14 mesi) appare poco più del triplo del termine originariamente concesso dalla Procura” scrive Maccagnano nel provvedimento di 29 pagine “il termine richiesto risulta troppo ampio, in palese contrasto con tutte le indicazioni giurisprudenziali e normative, e dunque tale da comprimere eccessivamente l’interesse alla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dei lavoratori“. Per il giudice Maccagnano i tempi di proroga complessivi chiesti da ILVA (14 mesi totali con due step intermedi a 9 e 10 mesi), nonché quello “di poco meno di tre mesi già riconosciuto dal Tribunale della Libertà comporti in sacrificio eccessivo delle esigenze cautelari sussistenti nel caso in specie, e dunque de bene dell’integrità psicofisica dei lavoratori”.

Il contropiano presentato dal Governo è sicuramente lontano dagli intenti di ArcelorMittal, elencati nelle slide del nuovo piano industriale illustrato da Lucia Morselli, Ad di Arcelor Mittal Italia,  lo scorso  4 dicembre scorso al Mise . Dopo un mese di trattative la richiesta iniziale di 5 mila esuberi presentata lo scorso  4 novembre da Lakshmi Mittal  al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è scesa di ben poco, fermandosi a 4.700 tagli, di cui 2.900 a partire dal 2020. Nel dettaglio,

La proposta di ArcelorMittal prevede la riduzione degli attuali 10.789 dipendenti , cioè quelli “garantiti” del piano originario presente nel contratto firmato il 6 settembre 2018 ,  a 6.098 nel 2023, con 2.891 esuberi a partire dal 2020 ed altri 1.800 previsti nei successivi tre anni , cioè dopo che ArcelorMittal prevedeva lo spegnimento dell’ altoforno Afo2 sostituendolo con un forno elettrico ad arco che assorbirebbe minor mano d’opera, con un aumento della produzione fino a 6 milioni dal 2021, in risalita quindi dei 4,5 milioni di tonnellate attuali .

Ma adesso è arrivato da Taranto il nuovo problema giudiziario “ad orologeria” su Afo2, che è bene ricordare era una delle due giustificazioni ( o pretesti come sosteneva il premier Conte)  insieme alla scomparsa dello “scudo penale” per iniziativa del M5S a firma di Luigi Di Maio, che aveva spinto ArcelorMittal a comunicare lo scorso 4 novembre il proprio recesso  contrattuale. Da allora, nessuno dei due punti è stato rimosso.

Il salvataggio dell’ex ILVA di Taranto a questo punto si complica sempre di più. “I lavoratori dell’Ilva, dopo 32 ore di sciopero e una grande manifestazione a Roma, non sono nemmeno riusciti a tornare a casa  — ha dichiarato ieri sera Rocco Palombella segretario generale della Uilm  —  e trasmettere alle proprie famiglie un po’ di fiducia, che è arrivata la doccia gelata della decisione del Giudice di rigettare l’istanza dei commissari sulla continuità di marcia dell’altoforno 2“. ” Non voglio giudicare la decisione del Giudice – aggiunge il leader Uilmma ritengo che questa situazione sia l’ultimo tassello di una trattativa sempre più in salita, che vede allontanarsi una soluzione che vada nella direzione della tutela della salute, della salvaguardia dell’ambiente, della garanzia dei livelli occupazionale e della continuità produttiva“.

Rocco Palombella segretario generale della Uilm

” Anche in questa situazione drammatica – concluda Palombella –  mi sento di trasmettere un messaggio di speranza nei confronti dei lavoratori e del lavoro che porteranno avanti le istituzioni. Con la fermata dell’altoforno 2 si prefigurano scenari preoccupanti che potrebbero portare fino alla chiusura dello stabilimento di Taranto e alla fermata degli altri siti italiani del gruppo. Questa decisione, inoltre, potrà inasprire il contenzioso tra Arcelor Mittal e lo Stato italiano”.

La decisione del giudice del Tribunale di Taranto complica senza alcun dubbio l’esito della trattativa in corso fra il Governo ed i Mittal, che non può prescindere dall’uso dell’ altoforno AFO2, senza del quale gli impianti dello stabilimento siderurgico di Taranto sarebbero produttivamente inutilizzabili. Per dovere di cronaca occorre segnalare che il giudice Maccagnano fa parte della stessa sezione penale del Tribunale di Taranto presieduta dall’ ex Gip  Patrizia Todisco, da sempre “acerrima” nemica dello stabilimento siderurgico di Taranto. Solo una coincidenza ?

La parola adesso passa al Tribunale del Riesame di Taranto che ha molto spesso dato prova di assoluto equilibrio, annullando delle discutibili decisioni di qualche giudice a caccia di eccessivo protagonismo derivante da posizioni ideologiche e politiche che i magistrati dovrebbero rigorosamente evitare.

 

 




Lo Stato vuole partecipare con il 18% nel nuovo “progetto Ilva”

ROMA – Il Governo è sempre più determinato a convincere Arcelor Mittal ad azzerare i 4.700 esuberi previsti nello stabilimento ex-Ilva di Taranto. Secondo il Mise al massimo si può arrivare a 1.000 unità. Nel “piano di emergenza” preparato dai consulenti del Governo, con in testa Francesco Caio vi è una doppia strategia che potrebbe rivelarsi determinante per convincere Mittal a fare marcia indietro. Innanzitutto  il ripristino dello scudo penale per gli amministratori strettamente connesso al piano ambientale, e l’ingresso dello Stato con il 18,2%  del capitale sociale di Am InvestCo, attraverso società come Invitalia o Cdp nonostante l’ostilità delle fondazioni, con un investimento da 400 milioni e la sottoscrizione di un prevedibile aumento di capitale.

Una proposta alla quale si affiancherebbe anche una partecipazione per metà degli investimenti previsti per l’installazione dei forni elettrici , stimati fra i 200/ 250 milioni di euro. Senza contare la “presenza” dello Stato, tra incentivi all’uscita, cassa integrazione,  ed un “piano sociale pubblico” che possa consentire anche il riassorbimento di una parte degli esuberi a carico di altre società controllate dal Ministero dell’ Economia. Importante anche la soluzione proposta per i costi delle bonifiche: Invitalia potrebbe essere della partita con un piano di sviluppo da 70 milioni previsto in un quinquennio.

Nelle 8 pagine della proposta di accordo preparata dal Governo che verrà messa sul tavolo della trattativa tra il Mise e i vertici di ArcelorMittal , che il CORRIERE DEL GIORNO ha potuto consultare, vi sono tutti i presupposti di un accordo che, almeno sulla carta, possa garantire un futuro all’ILVA, attraverso una produzione di acciaio di 6 milioni di tonnellate all’anno, e che posa ridurre al massimo gli esuberi grazie ad una spinta verso l’utilizzo di tecnologie sostenibili, ma sopratutto grazie ad un sostanzioso intervento economico dello Stato.

Una bozza di accordo già esiste, risultato di una videoconferenza avvenuta qualche giorno fa, fra il noto manager Francesco Caio  super consulente (a titolo gratuito)  del Mise, con  gli studi legali Bonelli Erede Lombardi e Freshfield per ILVA in Amministrazione Straordinaria, e lo studio legale Cleary Gottlieb per Arcelor Mittal. La bozza predisposta dovrà essere rivista dopo le osservazioni dei Mittal, ma a dettare i tempi ristretti sugli impegni da assumere è la scadenza del 20 dicembre, quando il Tribunale di Milano sarà chiamato a decidere sul ricorso cautelare e d’urgenza presentato dai commissari straordinari dell’ ILVA in A.S., contro il recesso dalla gestione del siderurgico che era stato richiesto dal gruppo ArcelorMittal, e successivamente sospeso in attesa dell’esito della trattativa.

Francesco Caio è salito agli onori delle cronache quando nei mesi precedenti il governo di Enrico Letta l’ha nominato commissario con il compito di premere l’acceleratore sul raggiungimento degli obiettivi di digitalizzazione, che l’Europa impone al nostro e agli altri paesi dell’Unione. Napoletano, classe 1957, dalla laurea in Ingegneria elettronica al Politecnico di Milano (corredata da due Master), di strada ne ha percorsa prima del diventare un esperto di digitale: ritenuto un McKinsey boy per aver trascorso sei anni a fine anni ’80 nella società leader di consulenza mondiale, inizia alla Olivetti e Carlo De Benedetti nel 1994 lo incarica di guidare Omnitel.

Il 4 luglio 1996 torna come amministratore delegato di Olivetti , dopo è la volta di una società esterna alle telecomunicazioni, la Merloni dove venne chiamato come amministratore delegato: per la prima volta un manager esterno. Poi è alla guida di Netscalibur, nuova società Internet costituita da Morgan Stanley. Il 4 aprile 2003 lo chiama Cable & Wireless, il secondo gruppo di telecomunicazioni britannico, che riporta in utile dopo un triennio. Nel suo curriculum figura anche l’incarico di consulente del governo inglese sempre per la rete telefonica. Dal 2011 È a.d. di Avio, leader mondiale nella propulsione aerospaziale e aeronautica . quello che si può definire un vero top manager a 360°.

Adesso la trattativa potrebbe concordare anche un altro rinvio del quale già si è parlato fra le parti. L’ accordo prevede oltre all’impegno tra il Governo, Am InvestCo e l’ILVA in amministrazione straordinaria  a modificare gli accordi raggiunti nel giugno 2017, con la contestuale chiusura del contenzioso dinnanzi al Tribunale di Milano, subordinato però a quattro punti di un accordo definitivo: la conversione in legge del nuovo dl Salva-Ilva che sarebbe a carico chiaramente del Governo; una modifica del Dpcm del 2017 in modo da recepire il nuovo piano industriale e ambientale;  il ripristino dello scudo penale e la conferma da parte del Tribunale di Taranto, della sospensione dello spegnimento dell’Altoforno 2 fino al 30 giugno 2021. Tutto ciò a condizione che sia il semaforo verde  dei sindacati confederali  di categoria.

La strategia industriale del nuovo piano prevede una riduzione della produzione a carbone con la progressiva avanzata delle tecnologie verdi. L’obiettivo è quello di garantire una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, affiancata l’installazione del forno elettrico entro 3 anni,  che contribuirebbe alla produzione per 1,2 tonnellate,  Il forno elettrico viene considerato il “cuore” del piano ambientale e prevede un investimento diviso tra Am InvestCo e lo Stato, che potrebbe attingere a dei fondi disponibili del’ Unione Europea. Chiaramente a condizione che arrivino misure strettamente connesse che possano permettere  la qualificazione dei rottami come sottoprodotti o l’utilizzo degli stessi pur se qualificati come “rifiuti”.

Sugli esuberi al momento i numeri sono ancora da definire, anche se sembra garantito un percorso frazionato di riduzione dei costi del personale a carico di Am InvestCo, attraverso i ricorso a vari strumenti di intervento statale, e conseguentemente verrebbe poi annullato l’impegno contrattuale precedente che Am InvestCo controllata da ArcelorMittal,  si faccia carico nel 2023 dei dipendenti dell’ILVA in amministrazione straordinaria . Viene valutata anche l’ ipotesi di attuazione di un “meccanismo da definire” per tutelare la multinazionale franco-indiana da iniziative dei sindacati per il mancato rispetto degli accordi.

Concludendo, cambierebbe anche l’attuale canone di locazione degli stabilimenti. Il nuovo accordo non prevederebbe alcun pagamento, sostituito dall’emissione di nuove azioni del capitale sociale riscattabili a favore dell’ILVA in amministrazione straordinaria.

Insomma la partita è ancora tutta aperta e come sempre si gioca sulla pelle dei dipendenti, e delle società dell’ indotto, che si vedono sempre più schiacciate dalla pretese, spesso arroganti,  del gruppo Arcelor Mittal. Sarebbe il caso di ricordare a tutti che se lo stabilimento è ancora in piedi e funzionante è proprio grazie alle aziende locali dell’indotto ed i dipendenti che hanno continuato a lavorare in una precarietà che non ha uguali al mondo.




Ancora una volta la giustizia trionfa: Luigi Romandini (e la sua “cricca”) mi hanno solo diffamato

di Antonello de Gennaro

Cari amici lasciatemi condividere con voi la soddisfazione nel vedere trionfare ancora una volta la giustizia, seppure lenta e distratta. Nei giorni scorsi infatti, dopo solo…21 mesi di attesa ed una camera di consiglio,  finalmente il Gip dr. Giuseppe Tommasino del Tribunale di Taranto lo scorso 16 settembre ha definitivamente archiviato il procedimento nei miei confronti basato sulle farneticanti volgari accuse rivoltemi da Luigi Romandini . Accuse ignobili e completamente false che sono state letteralmente smontate documentalmente (ed anche ridicolizzate aggiungo io) dal mio avvocato Giuseppe Campanelli del Foro di Roma, che colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente ancora una volta .

Le accuse del Romandini nei miei confronti erano già state ritenute insussistenti dal pm dr. Enrico Bruschi in data 19 gennaio 2018 aveva depositato una richiesta di archiviazione, affermando che “non ravvisa il delitto di diffamazione a mezzo stampa(per il quale sin dall’origine non si è proceduto ad iscrizione)atteso che tutti gli articoli pubblicati online sia quelli a firma del DE GENNARO, sia quelli a firma dei suoi collaboratori, risultano continenti, riportanti notizie veridiche e di interesse pubblico“.

Cosa avevamo scritto ? Semplicemente che Luigi Romandini era stato condannato dal Tribunale di Taranto in 1° grado e che la sua condanna non è mai stata riformata in alcun grado di giudizio come invece lui e la sua cara consorte Lina Ambrogi Melle sostenevano sfacciatamente diffamandomi (e di cui risponderanno).

Romandini sentenza penale A-ilovepdf-compressed

Alcune delle menzogne e diffamazioni di Luigi Romandini “sbugiardato” dalla Procura e dal Tribunale di Taranto 

Romandini sentenza penale SMALL

 

Il pm Bruschi nella sua richiesta di archiviazione in relazione “al delitto di estorsione” (fantomatica, inesistente ed inventata dal Romandini per metterci a tacere) “non offrono un quadro indiziario tale da poter sostenere efficacemente l’accusa in giudizio. Neppure le rivelazioni del Romandini ad uno stretto collaboratore del denunziante (il ROSSI) ed alla persona offesa di altro reato (MAZZA)  supportano sufficientemente l’ipotesi accusatoria atteso che provengono dallo stesso denunziante”

La circostanza più emblematica è che le accuse del Romandini e le testimonianze da egli portate, si sono dissolte come ghiaccio sotto al sole, e persino due dei testimoni citati, appartenenti Guardia di Finanza hanno smentito completamente il mio accusatore.

Singolare la circostanza che fra gli altri due testi era stato citato, tanto per non smentirsi , il mio “persecutore” giudiziario: il giornalista Cosimo (Mimmo) Mazza, il quale una volta tanto davanti al magistrato ha dovuto dire la verità: non sapeva niente, e non aveva assistito a nulla. L’ altro teste, un portaborse di Luigi Romandini ex-dipendente della Provincia di Taranto  che ha concluso la sua carriera condannato ed interdetto dai pubblici uffici,  tale Ettore Rossi, il quale pensate un pò fu proprio colui che venne a raccontarmi che in passato Mimmo Mazza era stato condannato in 1° grado per una vicenda di brogli elettorali.

Il candidato (“trombato” dagli elettori) Romandini, non poteva sostenere le proprie menzogne e sopratutto non può accusare chi come noi fa giornalismo investigativo e d’inchiesta, documentando sempre quanto scriviamo. Noi non abbiamo diffamato nessuno. Abbiamo solo pubblicato  la sentenza della Suprema Corte di Cassazione, dello scorso 31 marzo 2017 che stabiliva che Luigi Romandini doveva tornare a processo per diffamazione !

Sentenza Cassazione_Romandini

Adesso Romandini dovrà rispondere in sede civile dei danni cagionati alla mia persona ed al giornale che dirigo, con la sua mendace, volgare e strumentale denuncia nei miei confronti, oltre a dover rispondere alla magistratura penale dei reati da egli compiuti di diffamazione aggravata, calunnia e falsa testimonianza. Il divertimento inizia adesso ! Chissà se il suo vignettista “pensionato” gli dedicherà la vignetta che merita.

Mi auguro che il Rotary Cub di Taranto a questo punto adotterà dei provvedimenti nei confronti del suo iscritto Luigi Romandini, che con il suo comportamento ha calpestato ogni principio di correttezza e dovere morale del suo iscritto. Ammesso che abbia una moralità…Vedremo quindi se questa associazione a Taranto riesce a far rispettare l’etica previsto dal proprio Codice Deontologico, o invece vale quanto le regole del Club di Topolino !




ArcelorMittal: “Lo stabilimento ex Ilva di Taranto resta aperta grazie al decreto”

ROMA – Grazie alla pubblicazione in Gazzetta di un Decreto Legge che modifica il cosiddetto “Decreto Crescitavoluto dall’ex-ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio che imprudentemente aveva eliminato la tutela legale in attesa dell’attuazione del piano ambientale per lo stabilimento di Taranto, ora di proprietà di ArcelorMittal, è stata evitata la chiusura dello stabilimento dell’ex Ilva. Dopo la sua pubblicazione, il Decreto Legge entra in vigore immediatamente, anche se la sua permanenza nell’ordinamento è soggetta a ratifica da parte del Parlamento entro 60 giorni.

Il decreto “per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali, con le norme per l’ex Ilva di Taranto, adesso porta la firma anche del Presidente della Repubblica . Approvato salvo intese lo scorso 6 agosto era stato bloccato dalla crisi di governo, risolta negli stessi minuti della firma di Mattarella, il testo composto da 16 articoli era stato inviato giovedì scorso dal Ministero dello Sviluppo alla Presidenza del Consiglio che a sua volta l’ha girato agli altri ministeri per il necessario concerto con la richiesta di “comunicare con ogni possibile celerità eventuali osservazioni, comunque non oltre le ore 13 di lunedì 2”. I ministeri destinatari del provvedimento, non hanno rilevato criticità e quindi il testo è andato alla firma al Quirinale.

Nel nuovo decreto è prevista la reintroduzione per il siderurgico di Taranto delle tutele  di immunità penale “a scadenza”  che erano state eliminate del tutto nel decreto Crescita e avrebbero avuto effetti da domani venerdì 6 settembre, lasciando “scoperta” ArcelorMittal, aveva comunicato l’intenzione, di conseguenza  di disimpegnarsi nel caso in cui la situazione non fosse stata risolta e quindi il Governo era tornato sui propri passi, smentendo l’ennesima decisione-farsa di Di Maio, collegando lo ‘scudo’ penale all’attuazione del piano ambientale.

In pratica ArcelorMittal sarà coperta fino alla data prevista per completare l’ammodernamento impianto per impianto, restando senza tutela esclusivamente per eventuali incidenti sul lavoro e per danni alla salute.

Matthieu Jehl

Il Gruppo ArcelorMittal ha accolto favorevolmente il nuovo decreto del governo sull’immunità penale e rende che lo stabilimento di Taranto continuerà ad essere funzionante anche dopo il 6 settembre. Per Matthieu Jehl,  Ceo di di ArcelorMittal Italia,  “il nuovo decreto legge significa che, almeno per il momento, siamo in grado di continuare a gestire lo stabilimento di Taranto oltre il 6 settembre, pur continuando a valutarne l’impatto potenziale. Ora dobbiamo affrontare la questione dello spegnimento che è stato ingiunto per l’altoforno numero due. I commissari straordinari dell’ Ilva AS, hanno presentato al Tribunale di Taranto una nuova istanza. Mi auguro che si trovi una soluzione per continuare a far funzionare i tre altiforni indispensabili per la sostenibilità a lungo termine dello stabilimento di Taranto“.

“Colgo l’occasione per ringraziare – conclude Jehl –  tutti i nostri dipendenti che continuano a gestire l’impianto e a produrre l’acciaio presente in molti aspetti delle nostre vite quotidiane e nelle infrastrutture italiane“.




Nessuna violazione per Lido San Michele. Il Gip rigetta le accuse della Capitaneria e della Procura di Taranto

TARANTO – Come ben noto a tutti ormai, gli stabilimenti balneari hanno l’obbligo di realizzare percorsi per garantire l’accesso al mare di persone diversamente abili, e sarebbe interessante verificare quanti stabilimenti sono realmente attrezzati per il rispetto delle norme.

Lo scorso 6 agosto militari della Capitaneria di Porto di Taranto  durante un controllo ( di routine ?) avevano proceduto al sequestro preventivo di alcune strutture dello stabilimento Lido San Michele, ubicato in località viale del Tramonto a  San Vito (Taranto) .

LA RICHIESTA DI SEQUESTRO

DELLA PROCURA DI TARANTO

Lido San Michele PM 1-unito

Piccolo particolare … è che quelle strutture non andavano e tantomeno potevano essere assolutamente  sequestrate ! Non a caso questa mattina il Gip dr.ssa Rita Romano del Tribunale di Taranto, non ha convalidato e conseguentemente rigettato il sequestro preventivo richiesto dal provvedimento emesso dalla pm dr.ssa Rosalba Lopalco,   i cui provvedimenti spesso e volentieri  non vengono condivisi da Gip, Tribunale del Riesame e persino in Cassazione. E quando qualcuno (il nostro Direttore n.dr.) glielo fa notare correttamente e con continenza nei suoi articoli, arriva persino a minacciare querele peraltro mai pervenute. Il Tribunale di Taranto ha disposto ieri anche  l’immediata restituzione delle aree.

LA DECISIONE DI DISSEQUESTRO

DEL GIP DEL TRIBUNALE DI TARANTO

Lido San Michele GIP unito

Nel suo provvedimento il giudice Romano  spiega molto bene che “nel caso di specie, trattandosi di opere precarie non infisse al suolo (pedane e passerelle per camminamento e stazionamento anche di invalidi), non appare configurabile il reato di cui all’art. 44 lett. c) dpr 309/90”. Così come anche gli altri reati contestati dalla pm Lopalco secondo il Gip non sono ipotizzabili  “atteso che con l’ordinanza balneare 2019, approvata con determinazione n. 251 del dirigente della sezione Demanio e Patrimonio della Regione Puglia in data 5.4.2019, sulle aree in concessione per strutture balneari, anche ove non riportati sul titolo di concessione, vi è l’obbligo di realizzare idonei percorsi perpendicolari alla battigia e fino al raggiungimento della stessa, al fine di garantire l’accesso al mare da parte di soggetti diversamente abili, nonchè la facoltà di disporre al fine di consentire la loro mobilità all’interno dell’area in concessione, altri percorsi da posizionare sulla spiaggia”.

Oggi pomeriggio la Capitaneria di Porto di Taranto ha quindi dovuto provvedere immediatamente a rimuovere i sigilli ed a restituire le aree all’Associazione San Michele Arcangelo titolare della concessione demaniale, rappresentata dal suo presidente avv. Angelo Ippolito.

Adesso tutte le aree del Lido  sono di nuovo fruibili, compreso quelle per i disabili che erano state oggetto dell’incredibile incomprensibile sequestro. Un provvedimento fortemente criticato e non condiviso da parte delle associazioni impegnate a tutelare i diritti delle persone diversamente abili.

Forse sarebbe il caso che il vertice della Procura di Taranto invitasse alcuni pubblici ministeri a documentarsi meglio e cercare di evitare disagi ai cittadini ed in questo caso persino ai disabili. Troppo “sensazionalismo” e la ricerca dei titoloni sui soliti organi di (dis)informazione specializzati…nel giustizialismo alla fine dei conti fanno solo male e danni alla “vera” Giustizia. Quella con la “G” maiuscola.

 




Il Tribunale di Taranto rigetta la concessione della facoltà di uso di AFO2 che ora va spento. Lo spettro della chiusura è sempre più vicino

ROMA – Il giudice monocratico del Tribunale di Taranto, Francesco Maccagnano ha rigettato l’istanza avanzata da Ilva spa in amministrazione straordinaria con la quale, l’azienda stessa, aveva chiesto l’utilizzo dell’impianto nonostante l’applicazione del provvedimento giudiziario. Di conseguenza l’Altoforno AFO2 che era stato sottoposto a sequestro il 26 giugno del 2015 adesso dovrà essere definitivamente spento dando esecuzione, come riportato nell’ordinanza, a quanto già indicato nel cronoprogramma predisposto dal custode giudiziario ing. Barbara Valenzano, notoriamente molto “vicina” al governatore della Regione Puglia Michele Emiliano.

Naturali e prevedibili i conseguenti riflessi occupazionali della prossima chiusura dell’altoforno Afo2, che alimenta da solo un terzo della produzione dello stabilimento siderurgico di Taranto, il cui attuale gestore in locazione  ArcelorMittal, “eredita” dall’ ILVA in Amministrazione Straordinaria questa decisione del Tribunale di Taranto .

Ecco il testo integrale dell’ ordinanza:

RIGETTO TER FACOLTA' D'USO ILVA SPA

ArcelorMittal in una nota prende atto della decisione del Tribunale di Taranto, di rigettare la revoca del sequestro dell’altoforno Afo2 notificata ad ILVA in Amministrazione straordinaria, e ricorda di non essere “parte” nel procedimento legale, e sta quindi valutando le ripercussioni che possono conseguire per l’operatività dello stabilimento di Taranto a seguito di questa decisione giudiziaria .

Il gruppo franco-indiano ha preparato un calendario per la chiusura dell’altoforno 2 come disposto,  continua ancora il comunicato emesso ieri sera.   In ogni caso ArcelorMittal auspica che venga trovata una soluzione alternativa poichè il funzionamento dell’altoforno 2 è parte integrante della sostenibilità del sito di Taranto.

Immediate le redazioni dei sindacati che prevedono circa un migliaio di nuovi possibili cassintegrati.  “Da tempo segnaliamo i ritardi proprio su Afo2 e tutta l’area altoforni relativi ad alcune prescrizioni vigenti –  dichiara Marco Bentivogli segretario generale della Fim Cisl –  Questa ulteriore tegola si aggiunge ai 1400 lavoratori in cassa integrazione dal 2 luglio a cui potrebbero aggiungersi altri 1000 proprio a causa del sequestro di Afo2“.

“Da qui al 6 settembre, data di cessazione dello scudo penale, la tensione in stabilimento aumenta ogni ora . Se aggiungiamo a questi 2400 i 1700 in cassa integrazione comprendiamo come la lentezza con cui si cerca di disinnescare i problemi ambientali si somma ad un’incertezza del Governo che innesca una bomba sociale inaccettabile” aggiunge  Bentivogli, ricordando che “ancora oggi in audizione al Senato un rappresentante del M5S ha ribadito la necessità di riconvertire l’area ex Ilva ad altra attività economica. I lavoratori non vogliono sussidi ma rientrare al lavoro, in un’ambiente salubre. Il benaltrismo non aiuta né il lavoro né l’ambiente. Il ministro Di Maio chiarisca definitivamente se rispetto all’accordo del 6 settembre 2018 ha cambiato idea  – conclude Bentivogli – e dia risposte chiare a lavoratori di tutto il Gruppo e ai cittadini di Taranto“.

Gianni Venturi

Ieri si è riunita la Commissione Industria e Attività Produttive del Senato con i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm per un confronto sulle prospettive industriali, ambientali ed occupazionali del sito di Taranto e del gruppo ArcelorMittal. Gianni Venturi,  segretario nazionale Fiom-Cgil, che ha partecipato all’audizione ha chiesto con una nota che “il Governo ed il Parlamento si assumano la responsabilità di scegliere e di garantire le prospettive del sito ex Ilva di Taranto e del gruppo ArcelorMittal a cominciare dal rispetto degli impegni che sono stati sottoscritti con l’accordo di settembre del 2018 dal punto di vista del piano industriale, ambientale e occupazionale“.

“Le vicende di questi mesi con il superamento delle esimenti penali, – continua Venturigià previsto dal decreto Salva Ilva del 2015, hanno introdotto invece elementi di incertezza che insieme alla insicurezza prodotta tra i lavoratori per gli incidenti ricorrenti, purtroppo anche mortali, hanno riportato le prospettive dell’ex Ilva ad un tornante particolarmente drammatico. Abbiamo quindi chiesto alla Commissione – conclude  il segretario nazionale della  Fiom-Cgil  – di farsi carico di rappresentare e di audire il Governo in merito all’urgenza di trovare una soluzione equilibrata in vista della scadenza del 6 di settembre, data fissata per il definitivo superamento delle esimenti penali. A conclusione dell’audizione il Presidente della Commissione si è assunto l’impegno di dare seguito alle richieste delle organizzazioni sindacali nell’ambito di un’iniziativa più generale tesa alla salvaguardia di un settore strategico per l’economia complessiva del Paese“.

“ Abbiamo chiesto e ottenuto questo incontro per informare e aggiornare la Commissione Industria, commercio e turismo del Senato e il Parlamento tutto sulla situazione drammatica dell’ex Ilva di Taranto e sulle preoccupanti prospettive occupazionali per i lavoratori” ha dichiarato a sua volta Rocco Palombella, Segretario Generale della Uilm, durante l’audizione da parte della Commissione Industria, commercio e turismo del Senato della Repubblica sulla situazione dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

A circa un anno dall’accordo del 6 settembre 2018 e a 9 mesi dall’inizio della gestione di Arcelor Mittal la situazione rischia di precipitare con tutte le conseguenze nefaste per i lavoratori e per tutta la comunità di Taranto e della Puglia . La gestione di questa multinazionale  – continua il leader della Uilmsi è dimostrata fin da subito complicata per i gravi problemi ereditati ma la situazione nell’ultimo mese è diventata allarmante. La grave crisi del mercato dell’acciaio ha fatto assumere la decisione ad AM di ridurre la produzione negli stabilimenti euopei e in Italia ha fatto ricorso alla cigo per 1.400 lavoratori nel sito di Taranto”.

“Accanto a questa decisione unilaterale da parte della multinazionale – aggiunge Palombella c’è la decisione del Ministro dello sviluppo economico di eliminare l’immunità legale con il Decreto Crescita del 26 giugno 2019 che ha visto la reazione di ArcelorMittal con il conseguente annuncio da parte del Ceo Geert Van Poolverde della chiusura dello stabilimento dal 6 settembre 2019.Il nuovo sequestro dell’Altoforno Afo2 da parte della Magistratura e, soprattutto, la tragica morte del giovane operaio Cosimo Massaro – prosegue – hanno fatto precipitare la situazione dal punto di vista della sicurezza e del clima all’interno e all’esterno del sito di Taranto”.

“Ora nella fabbrica  si è creata una situazione di punto di non ritorno. – continua il Segretario Generale della Uilm – All’insicurezza si è aggiunta una prospettiva occupazionale e industriale drammatica, nonostante l’accordo del 15 luglio al Mise. Sono diminuiti notevolemente i livelli di produzione arrivando ad un dimezzamento dalle sei milioni di tonnellate previste dal piano industriale alle tre che si potranno produrre con gli attuali impianti in esercizio entro la fine dell’anno” e conclude “La situazione rischia di arrivare a una condizione ingovernabile e per questo vogliamo sapere cosa intende fare il Parlamento e questa Commissione ma soprattutto quali sono i provvedimenti che il governo metterà in campo per salvaguardare la sicurezza e i livelli occupazionali dello stabilimento di Taranto e la salute dei cittadini all’esterno dell’acciaieria”.

 

 

 

 




Operazione “Dirty Money” la Polizia di Stato esegue otto ordinanze per usura, estorsione e rapina

TARANTO – La Polizia di Stato in esecuzione di un provvedimento emesso dal Dr. Benedetto Ruberto Giudice delle indagini Preliminari del Tribunale di Taranto, su richiesta del Dr. Remo Epifani Sostituto Procuratore della Repubblica di Taranto, alle prime luci dell’alba  ha dato esecuzione a otto ordinanze di custodia cautelare (di cui tre in carcere e cinque ai domiciliari), emesse a carico di altrettanti soggetti, tutti di Grottaglie, i quali, al termine di una complessa e lunga attività d’indagine, denominata “Dirty Money” condotta dal Commissariato P.S. di Grottaglie, sono stati ritenuti indiziati, a vario titolo, dei reati di usura, estorsione e rapina commessi, in concorso tra loro, dal 2015 ad oggi, ai danni di un imprenditore agricolo della città delle ceramiche in provincia di Taranto.

La misura della custodia cautelare in carcere è stata applicata nei confronti degli indagati Francesco Vitale e due suoi figli, Alessio e Riccardo. Altri due figli del  Vitale, Marco e Ciro, sono invece ai domiciliari, come anche Ciro D’Angello, Francesco Marinelli e Diego Vestita. “La forza intimidatoria del gruppo – scrive il giudice Benedetto Ruberto nella sua ordinanza di perquisizione e custodia cautelare – derivava anche dalla disponibilità, in capo ai membri della famiglia Vitale, di armi da fuoco che alcuni di essi, in particolare Vitale Riccardo e Vitale Alessio, non avevano avuto remore a mostrare alla vittima, per soggiogarne la volontà“.

Alle operazioni di esecuzione hanno partecipato oltre 40 agenti, con il supporto del personale della Questura di Taranto, di Unità Cinofile della Polizia Frontiera di Brindisi e del Commissariato di Anzio Nettuno, in provincia di Roma dove si trova uno degli arrestati. Nel corso delle attività sono state eseguite anche numerose perquisizioni nei luoghi   utilizzati dagli indagati.

Al dell’indagine un  grottagliese di 57 anni Francesco Vitale,  noto alle forze dell’ordine e conosciuto in paese con il soprannome di “Tiaulicchio” nei cui confronti è arrivata la denuncia di quell’imprenditore agricolo che stanco dei soprusi, vessazioni ed emorragie continue di denaro che hanno ulteriormente complicato la crisi di liquidità che lo aveva convinto a rivolgersi al mondo dell’usura per reperire dei finanziamenti più veloci,  si è deciso a chiedere aiuto alla Polizia dopo aver vissuto mesi di angosce e minacce,

La vittima degli usurai chiese e ottenne dal Vitale un prestito di 14.000 euro , impegnandosi a restituirne 20.000 dopo solo sei mesi . Un accordo usuraio con il quale sperava di riuscire a risalire la propria crisi economica, ma che invece lo ha fatto sprofondare nel girone dell’usura con interessi esagerati che hanno fatto da moltiplicatore al prestito ricevuto, non soltanto per il denaro da restituire, ma sopratutto  per i guai conseguenti .

La vittima infatti sarebbe stata aggredita in due occasioni in cui gli venne sottratta anche un auto, peraltro non sua, che gli era  stata prestata da una coppia di amici. Nel tempo, a nulla sono serviti gli sforzi fatti per soddisfare le richieste del’usuraio, in quanto dopo l’arresto Francesco Vitale , per un’altra vicenda, le minacce ed attività usuraie di intimidazione vennero intraprese dai suoi  figli.

 

Da qui la saggia decisione di denunciare il tutto, da cui sono partite le indagini della Polizia di Stato culminate negli arresti di ieri mattina.  Durante l’operazione gli agenti hanno sequestrato 22.000 euro in contanti, diversi oggetti preziosi, alcuni Rolex e una rigogliosa pianta di marijuana, alta già due metri, che uno degli indagati aveva nella sua abitazione.  Il dr. Rosato dirigente del commissariato di P.S. Grottaglie ha spiegato  durante la conferenza stampa di ieri mattina in Questura che “ inizialmente è stato imposto alla vittima un tasso di interesse superiore all’80% annuo. che è gradualmente successivamente arrivato schizzato al 120% all’anno“.

Il questore di Taranto Giuseppe Bellassai ha aggiunto che “purtroppo indagini di questo genere rappresentano casi più unici che rari. L’usura è un fenomeno radicato fortemente nel territorio jonico e non solo. La lotta a questa piaga è particolarmente ardua perché le vittime non hanno la forza ed il coraggio di denunciare. Lo “strozzino” il più delle volte viene percepito come un salvatore e non come un delinquente, venendo ritenuto come chi che aiuta a superare un momento difficile, mentre in realtà altro non è  uno che specula sulle crisi finanziarie, inquinando il tessuto economico della comunità“.




Taranto. Detenuti al lavoro anche in Tribunale

ROMA – Sottoscritta  una convenzione a Taranto dalla presidente (facente funzione) del Tribunale, Anna De Simone, dal procuratore della Repubblica Carlo Maria Capristo e dalla direttrice della Casa Circondariale  Stefania Baldassari, che rientra nella visione delle attività di recupero dei detenuti che avranno la possibilità di venire impiegati in lavori utili in Tribunale ed in Procura.

Lo scopo che si vuole raggiungere  è quindi quello di far vivere ai detenuti una esperienza diversa rispetto alla detenzione carceraria, favorendo così il reinserimento nella società civile e nella legalità. Nasce da questo obbiettivo l’iniziativa concordata con la magistratura di sorveglianza, di stipulare una convenzione che consenta ai detenuti di prestare il proprio lavoro nell’ambito di interventi che riguardino anche gli uffici del Tribunale e della Procura jonica.

La convenzione punta a far vivere i due uffici non più come luoghi in cui viene unicamente amministrata la giustizia e comminata la pena, ma dove poter riparare al danno provocato alla collettività con la commissione di reati, attraverso lavori di pubblica utilità».  I firmatari, “in linea con la recente Riforma dell’Ordinamento penitenziario in materia di lavori di pubblica utilità hanno condiviso l’iniziativa, in sinergia con la magistratura di Sorveglianza e con gli enti territoriali, puntando a percorsi di riabilitazione e reinserimento che trovano nello svolgimento di attività lavorative a beneficio della collettività il loro punto cardine”  spiega in una nota proprio la dr.ssa Baldassari direttrice del carcere di Taranto .

 




Guardia di Finanza sequestra beni per oltre 27 milioni di euro al gruppo De Gennaro di Bari per reati fallimentari

TARANTO –  Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Taranto hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo di beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie ammontanti complessivamente a 27 milioni e 340 mila euro, nei confronti di 9 persone componenti un’associazione per delinquere e di 4 società operanti nel settore edilizio ed immobiliare facenti capo alla famiglia DE GENNARO di Bari (che nulla hanno a che vedere con la famiglia  nostro Direttore n.d.r.).

Il provvedimento, emesso dal G.I.P. dr.ssa Paola R. Incalza del Tribunale di Taranto su richiesta del pm dr.ssa Lucia Isceri della Procura della Repubblica di Taranto, scaturisce da indagini delegate dall’Autorità Giudiziaria per reati fallimentari posti in essere da una società con sede a Martina Franca (TA), già in procedura di liquidazione, esercente lavori nel settore delle costruzioni edili.

L’attività investigativa delle Fiamme Gialle ha consentito di accertare l’operatività della predetta associazione finalizzata alla commissione di reiterati illeciti in materia di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio, perpetrati da 5 persone tutte residenti a Bari e provincia, appartenenti allo stesso nucleo familiare De Gennaro, le quali di fatto gestivano con la complicità di vari prestanome, diverse società tra loro collegate.

Provvedimento BARI

Tutte le suindicate persone, in concorso tra loro, hanno effettuato più azioni contabili illecite finalizzate alla distrazione di disponibilità finanziarie, di quote di capitale sociale e di numerosi beni aziendali di proprietà della società martinese, i quali sono stati poi dirottati ad altre società a loro stesse riconducibili, che di fatto hanno proseguito l’attività lavorativa della società fallita. Quest’ultima, nonostante fosse ormai già priva di immobilizzazioni strutturali e tecniche, di personale dipendente e di qualsivoglia organizzazione economico – produttiva, continuava ad acquisire commesse di lavori per poi sub-appaltarle alle “consorelle” del gruppo impresario barese, garantendo così di fatto una cospicua movimentazione finanziaria a beneficio del sodalizio criminoso e in danno dei creditori anche attraverso società con sede in Lussemburgo.

E’ stato, inoltre accertato che gli indagati, al fine di salvaguardare i propri interessi, hanno fittiziamente ceduto le quote di una società a loro riconducibile ad un compiacente prestanome all’irrisorio prezzo di € 1.000 a fronte di un valore reale quantificato in € 20.000.000. All’esito dell’attività, i 14 partecipanti al sodalizio criminoso, sono stati denunziati all’Autorità Giudiziaria per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di plurimi delitti di bancarotta fraudolenta anche attraverso falso in bilancio e fittizia intestazione di valori (reato questo previsto dalla Legge Fallimentare).

Il sequestro di 27 milioni e 340 mila euro è corrispondente al valore complessivo delle distrazioni accertate nonché dei profitti illeciti connessi al reato di bancarotta fraudolenta.




Morgante: “Finalmente mi sono stati restituiti rispetto e dignità”

TARANTO – Con una nota il consigliere regionale Luigi Morgante esprime la sua soddisfazione, nell’aver visto prevalere in sede di giudizio le proprie ragioni: “Pur trascinato in una vicenda inquietante e di una gravità inaudita, e aver visto per anni il mio nome associato addirittura a un procedimento per mafia, con l’accusa di favoreggiamento per non aver denunciato il furto di un’automobile poi ritrovata dagli stessi Carabinieri (e piena assoluzione sia in sede penale che civile), ho sempre avuto e manifestato un profondo rispetto per gli inquirenti e la magistratura, con la certezza che, nonostante il fango e le strumentalizzazioni legate al mio ruolo politico e amministrativo e alla mia visibilità, la verità sarebbe alla fine emersa”

“E anche il mio impegno in politica non è mai venuto meno nonostante un incubo terribile, per rispetto nei confronti della mia comunità, di tutti quelli che hanno riposto la loro fiducia in me, e che non hanno mai dubitato della mia correttezza e della mia persona” aggiunge il consigliere regionale Adesso anche l’ultima, pesantissima richiesta presentata dal Ministero dell’Interno nei miei confronti – l’incandidabilità – è stata rigettata dai giudici del Tribunale di Taranto, e la mia vita può finalmente riprendere senza alcuna macchia e ombra. Un doveroso e sentito ringraziamento va agli avvocati Salvatore Maggio e Lorenzo Bullo che mi hanno assistito sul piano penale, e all’avvocato Luigi e Antonio Quinto che ha seguito invece quello civile ed infine uno speciale alla mia famiglia, alle persone che mi sono state accanto sempre e comunque in un momento così delicato e particolare.

Ringrazio l’avvocato Salvatore Maggio, il mio legale che ha fornito l’ennesima prova di grande professionalità e umanità, il pubblico ministero Milto De Nozza che ha chiesto l’assoluzione delle accuse a mio carico e il giudice Giovanni Gallo del Tribunale di Lecce, che ha disposto l’assoluzione con formula piena. – conclude MorganteMi auguro adesso che la conclusione di questa vicenda, per quanto mi riguarda, susciti negli organi di informazione la stessa attenzione che ha avuto nella sua parte iniziale, per correttezza e rispetto”.




La Masseria Galeota, e le “arrampicate” sugli specchi del Senatore Turco (M5S)

TARANTO – “Non ho più niente, mi hanno portato via la mia masseria, la mia vita. Mi incatenerò davanti al ministero della Giustizia, non ho più nulla da perdere”. Lo racconta con le lacrime agli occhi Enzo Papa, 52 anni, nel vedere i sigilli giudiziari apposti alla Masseria Galeota, che era anche la casa dove abitava con la sua compagna e la figlia , sulla litoranea jonico-salentina, a Leporano, ad appena  8 chilometri da Taranto, ubicata ai piedi del Parco archeologico di Saturo

Una vicenda  che coinvolge il commercialista Mario Turco, eletto senatore del MoVimento 5 Stelle a Taranto, prendendo in giro gli elettori promettendo la chiusura mai avvenuto dello stabilimento ex-Ilva di Taranto – senza aver mai fatto alcuna attività politica sino alla sua candidatura. Questi i fatti: Enzo Papa ha acquistato nel 2002, quello che era un rudere la Masseria Galeota per 300 mila euro, contando anche alla buonuscita del padre .

Papa si rivolge ad una banca accendendo un mutuo di 200 mila euro per trasformare il rudere in una masseria con bed & breakfast, un oleificio, ed un ristorante, con 850 mila euro di costo finale della ristrutturazione .

L’attività va molto bene, fino  all’arrivo della crisi economica, ed a causa delle le foto ed immagini dei camini dell’Ilva  che inquinavano e che hanno il giro del mondo, i turisti iniziano a diminuire ed Enzo Papa non ce la fa più a pagare le rate del mutuo. La banca erogatrice del mutuo, pignora la masseria nel 2012 che viene messa all’asta.

le promesse “tradite” del M5S a Taranto sulla chiusura dell’ ILVA

Le prime aste del tribunale fallimentare vanno deserte e quindi prezzo d’asta scende fino a 375mila euro. Enzo Papa raggiunge un accordo il 17 gennaio 2019 con la società Kanapa srl per presentarne una, versa 75mila euro (pari al 20% del prezzo minimo di acquisto) ma quando il Giudice di Taranto, Andrea Paiano, apre l’asta, sul portale delle aste fallimentari è presente una sola offerta: quella del senatore del M5S Mario Turco, ma incredibilmente se i bonifici sono due : uno di Turco ed uno della società Kanapa. Solo che però dell’offerta di Kanapa non si trova traccia. Quindi il sito “Aste telematiche” invia al delegato una comunicazione via email: l’offerta di Kanapa srl non era stata inviata dal Ministero di Giustizia al portale delle aste, perché  il file generato all’atto della registrazione era stato rinominato. E l’assurdo è che dal Ministero era arrivata via Pec la ricevuta dell’avvenuta ricezione e registrazione dell’offerta.

Ma quando la delegata del Giudice fallimentare apre l’asta, sul portale delle vendite giudiziarie risulta soltanto un’offerta, quella presentata dal senatore “grillino” Mario Turco  che si aggiudica la masseria per appena 375mila euro. nonostante i bonifici fossero due, uno della società Kanapa srl e l’altra del senatore Turco.

La dottoressa Macripò delegata del giudice Paiano, omette però qualcosa, cioè di indicare nel verbale di aggiudicazione l’esistenza di un secondo bonifico, cioè quello della Kanapa srl. Viene presentata un’istanza di revoca, alla quale il senatore Turco si oppone ed il giudice incredibilmente la respinge,  sostenendo che il bene non è detto che sarebbe stato aggiudicato ad un prezzo più alto anche se si fosse svolta. Una teoria astrusa che sarebbe interessante capirne la provenienza e sopratutto la legittimità.

La società Kanapa srl, attraverso il suo legale Avv. Stefania Maselli, deposita un reclamo formale al Tribunale di Taranto, attualmente retto pro-tempore proprio dal giudice dr.ssa De Simone, che peraltro presiede proprio  la sezione fallimentare. L’udienza è fissata per il 26 giugno prossimo. Ma ciò nonostante lo scorso 3 aprile il giudice Paiano firma il decreto di trasferimento a favore del senatore Turco, ed il 29 aprile (peraltro senza alcuna notifica al Papa) immette il bene nel possesso di Mario Turco.

Con una velocità a dir poco inusuale, lo stesso giorno dell’aggiudicazione, si presentano presso la Masseria Galeota il funzionario (senza delega !)  dell’Istituto Vendite Giudiziarie Paolo Annunziato, accompagnato da due Carabinieri,  e la signora Grazia Peluso, madre del senatore Turco, accompagnata dal legale di suo figlio. L’inventario dei beni esistenti dura otto ore, con tanto di paste e cappuccino  bene auguranti offerti dalla mamma del senatore, che provvede a cambiare le serrature consegnando le chiavi ad un incaricato di Turco.

La collega Sandra Amurri del Fatto Quotidiano ha telefonato al senatore del M5S Mario Turco il quale tiene ad avvisare la giornalista subito che sta registrando la telefonata: “Se non trascrive testualmente la querelo”.

AMURRI – Senatore una famiglia è finita in mezzo alla strada….

TURCO –  Io non ho fatto finire nessuna famiglia sulla strada, non conosco questo Enzo Papa, all’asta ha partecipato una società con scopo di lucro (come se questo fosse un reato –n.d.r. CdG) che svolge attività commerciale e che aveva una procedura esecutiva dal 2012. Inoltre ho partecipato ad un asta pubblica come Mario Turco , un comune cittadino. Acquistare una masseria era il mio sogno. Fin da bambino quando andavo da mio nonno a Cisternino, ma i prezzi sono sempre stati troppo alti. Quando ho visto che c’era un’opportunità ho presentato una normale domanda. E’ un reato ?

AMURRI – Non conosce la famiglia Papa? La sua villetta è proprio di fronte alla Masseria Galeota dei Papa, tant’è che ci sarebbe andato anche diverse volte a cena. Il Movimento ha sempre fatto battaglie a favore degli esecutati, fino a ricomperare all’asta una casa pignorata alla figlia del proprietario che si era dato fuoco. Non prova imbarazzo? 
TURCO –  È un caso diverso. Ripeto, all’asta ha partecipato una società e non una famiglia, che ha fatto debiti anche con altri soggetti oltre alla banca, ha creato diseconomia nel mondo reale. L’avvocato della controparte ha sbagliato a cambiare il file, lo ha detto il giudice, ed io sono risultato il solo partecipante. C’è una sentenza definitiva. (che in realtà non è assolutamente definitiva (n.d.r. CdG)

AMURRI – Non c’è ancora una sentenza definitiva, tant’è che pende un reclamo presso il Tribunale di Taranto con udienza fissata il 26 giugno. E il giudice non motiva il rigetto sulla modifica del nome del file con cui è stata registrata l’offerta. È vero che anche il suo avvocato le ha chiesto di concedere una proroga a Enzo Papa? 
TURCO – Sì, ma io che c’entro, decide il custode giudiziario che ha le chiavi.

AMURRI – Ma la chiave da verbale, è stata consegnata al suo delegato…

TURCO – Ripeto, io sono solo Mario Turco, un comune cittadino.

Un comportamento a dire poco,  anomalo quello del Senatore Turco, e molto ma molto  “diverso”… da quello “garantista” adottato da Luigi Di Maio, leader del M5S , in favore di Sergio Bramini, l’imprenditore brianzolo reso celebre un pò troppo “generosamente” (leggi QUI) dalla trasmissione televisiva “Le Iene” perché “fallito e sgomberato da casa”, il quale dopo la formazione del governo gialloverde, il vicepremier grillino Di Maio è stato “sistemato” come suo consulente al ministero a 46.800 l’anno per studiare norme a tutela degli imprenditori come lui !

“Mi chiami professore !”

Abbiamo quindi contattato telefonicamente questa sera il Sen. Mario Turco il quale si ostina anche con noi a pretendere di essere chiamato “professore” (dimenticandosi di essere solo “aggregato – leggi QUI ). senza cioè essere titolare di cattedra.  Infatti il Sen. Turco , in realtà altro non era ed è che un Ricercatore Universitario. Il titolo di “professore aggregato”, ai sensi dell’art. 1 comma 11 della legge 4/11/2005, n. 230, viene  attribuito a tutti coloro ai quali sono affidati, con il loro consenso, corsi e moduli curriculari, compiti di tutorato e di didattica integrativa se rientrano nelle sottoindicate categorie di personale:

  • ricercatori
  • assistenti del ruolo ad esaurimento
  • professori incaricati stabilizzati
  • tecnici laureati di cui all’art. 50 del D.P.R. 382/80, in servizio alla data di entrata in vigore del D.P.R. 382/80, che entro l’anno accademico 1979/80 abbiano svolto tre anni di attività didattica e scientifica, comprovata da pubblicazioni edite, documentate da atti della Facoltà risalenti al periodo di svolgimento delle attività medesime.

 

Il titolo di “professore aggregato” in realtà è temporaneo, e viene attribuito esclusivamente per tutto il periodo di svolgimento degli incarichi affidati  al quale “non corrisponde uno specifico status, in quanto non comporta mutamento dell’inquadramento e del trattamento giuridico ed economico, anche per quanto attiene la partecipazione agli organi collegiali.

L’entrata in vigore del regolamento per la formazione continua che prevede diverse ipotesi di esonero  nel caso di insegnamento, rende necessario puntualizzare che l’uso sistematico e durevole nel tempo del titolo accademico di “professore”, senza alcuna specificazione, da parte di chi, a vario titolo, – ricercatore, ricercatore confermato, docente “a contratto”, incaricato stabilizzato, assistente ad esaurimento…. – siano incaricati dalle Università di tenere corsi didattici, può ingenerare il rischio di incorrere in violazioni delle norme deontologiche sia per quanto attiene l’uso di titoli inesistenti (art. 21) sia per quanto attiene la corretta acquisizione di rapporti di clientela (art. 19).

Se, infatti,  il titolo di “Professore”, usato nello svolgimento del rapporto di servizio con l’Università, può anche non abbisognare di ulteriori specificazioni, data la connessione esistente tra quell’uso ed il rapporto nel cui ambito avviene, l’uso del titolo “anche nella vita privata” da parte dell’impiegato, come espressamente consentito dall’art. 31 del TU n. 3/1957, rende invece necessarie tali specificazioni, segnatamente nelle relazioni libero professionali, ove, tra l’altro, maggiore può essere la suggestione del titolo accademico nell’acquisizione dei rapporti di clientela.

In tale contesto è bene che qualcuno ricordi al Sen. Turco la sentenza  n. 870 del 29.9.1991, emanata dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione,  la precedente deliberazione 3 dicembre 1996, e la decisione n. 209 del  27.6.2003 del C.N.F., l’art. 1 comma 11 della L. 4.11.2005 n. 230 (“Nuove disposizioni concernenti i professori ed i ricercatori universitari”) richiama gli iscritti  che in virtù di rapporti vari “con la Università” si avvalgano nell’attività professionale del titolo accademico di “Professore” alla necessità di specificare – in totale aderenza alle modalità e alle caratteristiche individuate e disciplinate  dall’atto di nomina, o dalla legge – qualifica, materia di insegnamento, facoltà e, in caso di docenza sottoposta a termine, i limiti temporali dell’incarico. 

la Suprema Corte di Cassazione

Ciò vale anche per i ricercatori (come Turco) , gli assistenti di ruolo ad esaurimento con tre anni di insegnamento,  i professori incaricati stabilizzati, cui siano affidati corsi di docenza e moduli curriculari, compiti di tutorato e didattica integrativa, ai quali l’anzidetta legge n. 230/2005, prevede sia“attribuito il titolo di professore aggregato”, ma unicamente per il periodo di durata degli stessi corsi e moduli”.

Forse è quindi bene che Turco si faccia chiamare soltanto Senatore, che forse è già troppo per un commercialista che prendeva soldi da società pubbliche tarantine di fatto inattive o messe in liquidazione (vedi Agromed e Distripark) !

Sulla vicenda della Masseria Galeota e sulle incongruità e ridicole giustificazioni del Sen. Turco ne riparleremo nella diretta-streaming di lunedì prossimo in cui il nostro Direttore Antonello de Gennaro vi farà ascoltare in versione integrale la registrazione dell’intervista telefonica avuta questa sera con il Sen. Mario Turco.

Ed allora si che ci sarà da ridere…. !




Ctp Taranto. Condannati 5 imputati per gli affidamenti irregolari

ROMA – Dopo la decisione del giudice delle udienze preliminari  del tribunale di Taranto dr.ssa Paola Rosalia Incalza che  valutò le posizioni penali dei quattro dirigenti del Consorzio trasporti, concordando con la richiesta  della Procura della repubblica di Taranto di  mandare sotto processo il vertice e dirigenti della vecchia gestione di CTP Taranto, per degli stipendi che erano stati “gonfiati” per un periodo di 10 anni a partire dal 2005, in cui avevano percepito degli emolumenti indebiti, ieri la seconda Sezione Penale del Tribunale di Taranto ha unificato i fatti per continuazione, ed applicando le norme del codice ha applicato degli sconti sulla pena finale per effetto della concessione delle attenuanti generiche hanno ottenuto la sospensione condizionale della pena. Per il Consorzio CTP Taranto, che si è costituito parte civile, è intervenuto in udienza l’avvocato Caterina Campanelli, che ha chiesto la condanna degli imputati anche a risarcire il consorzio.

Gli imputati per effetto della sentenza di primo grado, adesso saranno chiamati a  risarcire il consorzio attraverso separato giudizio. Il collegio della seconda Sezione Penale del Tribunale di Taranto presieduto dal giudice dr.ssa Fulvia Misserini ha condannato ad un anno di reclusione l’ex amministratore unico Giovanni D’Auria, l’ex-direttore generale Cosimo Rochira (accanto nella foto con il consigliere comunale di Taranto Piero Bitetti) , e Mario De Felice, nella sua veste  responsabile dell’ufficio approvvigionamento e somministrazione. I dirigenti Michele Ciccimarra, in qualità di direttore di esercizio, e Luigi Pacucci, in qualità di responsabile dell’ufficio approvvigionamento sono stati condannati a dieci mesi di reclusione.

Sotto i riflettori mirino della procura di Taranto a seguito dell’esposto presentata da Vito Marinelli dirigente del CTP Taranto, attuale direttore d’azienda del CTP (nominato dal successivo amministratore unico dr. Roberto Falcone e riconfermato dall’attuale amministratore unico Avv. Egidio Albanese) ai sensi della Decreto 148,  è finita la precedente gestione del consorzio, cioè quella condannata, in relazione al pagamento delle riparazioni effettuate sui mezzi aziendali, dei pezzi di ricambio e dei  rifornimenti di carburante. I sospetti erano stati sollevati sulla procedura seguita per l’affidamento della serie di servizi, dopo una circostanziata denuncia presentata contro i vertici del consorzio trasporti.

L’esposto aveva attivato l’ apertura di un fascicolo in procura affidato all’attuale procuratore aggiunto Maurizio Carbone e la conseguente attività investigativa delegata alle forze dell’ordine mediante l’ acquisizione della documentazione relativa alle forniture, nelle quali gli investigatori hanno scoperto alcune anomalie, inserite poi nella relazione trasmessa alla Procura in cui si evidenziava il mancato ricorso alla gara di appalto per individuare il fornitore di alcuni servizi.

Secondo il procuratore Carbone  erano stati ravvisati profili di responsabilità penale nell’affidamento delle commesse sino al 2014, e sollevate forti perplessità su rifornimenti di carburante che avevano superato il milione di euro, appalto che era stato assegnato a una società diversa da quella detentrice di un contratto, per una commessa analoga.

 




Arcelor Mittal: l’ordinanza del Tribunale conferma l’avvenuto confronto sindacale

TARANTO – Con l’ordinanza emessa ieri dal Tribunale di Taranto,  il Giudice del Lavoro ha rigettato le censure  nei confronti di ArcelorMittal Italia per la contestata condotta antisindacale dall’ USB relative alla fase di informazione e consultazione sindacale ex articolo 47, legge 428/90, che ha preceduto la cessione dei complessi aziendali del Gruppo ILVA.

Con una nota stampa la nuova proprietà dello stabilimento siderurgico di Taranto, ricorda che “a tal riguardo, il Giudice del Lavoro ha dato atto che nell’accordo sindacale del 6 settembre 2018 la stessa USB aveva riconosciuto la correttezza della condotta aziendale in relazione all’esatto adempimento degli obblighi informativi prescritti dalla procedura ex art. 47, restando così esclusa la configurabilità di qualsivoglia condotta antisindacale al riguardo” inoltre  aggiunge ArcelorMittal Italiail Giudice del Lavoro ha rigettato le domande di USB anche in relazione a pretese omissioni informative relative alla perimetrazione delle attività e alla definizione dei nuovi assetti organizzativi, dando atto che, nel corso dei numerosi incontri sindacali svoltisi con la costante partecipazione di USB, ArcelorMittal Italia non soltanto ha illustrato i nuovi assetti organizzativi e produttivi aziendali, ma ha anche svolto un effettivo confronto con le organizzazioni sindacali, recependone talune proposte e rimodulando di conseguenza l’organizzazione di vari reparti“.

ArcelorMittal Italia ricorda ed evidenzia che “Il Giudice del Lavoro ha invece ritenuto che , a valle dell’intero processo di selezione del personale da assumere, avrebbe avuto obbligo di comunicare alle organizzazioni sindacali – limitatamente ai casi di eccedenza di personale fungibile rispetto a specifiche funzioni aziendali – il risultato dell’applicazione dei criteri convenuti nell’accordo sindacale del 6 settembre 2018, e ha pertanto ordinato alla società di effettuare tale comunicazione nel termine di sessanta giorni”  e concludendo ” prende atto del provvedimento del Tribunale, pur riservandosi ogni azione, e ribadisce di aver sempre agito con la massima collaborazione nei confronti di tutte le organizzazioni sindacali e di voler continuare a dialogare con assoluta trasparenza con tutti i soggetti coinvolti“.

 




La Guardia di Finanza sequestra beni e disponibilità finanziarie per oltre 7milioni e mezzo di euro

TARANTO – Finanzieri della Compagnia di Martina Franca guidata dal capitano Federica Iervoglini, hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo “per equivalente” di beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie per un totale di 7 milioni e 670 mila euro, nei confronti di Luca Ricci nato a Massafra nel 1980 residente a Monteiasi, titolare della ditta individuale L.G. Distribuzione , Oronzo Antonio Maria Amato classe 1958  residente a Molfetta (BA) rappresentante legale della società INGROSS LEVANTE s.p.a. a Molfetta (BA) , Michele Piccolo classe 1948  nato e residente in S. Anastasia (NA)  rappresentante legale della società SI.D.I Piccolo –Sistema Distributivo Innovativo s.r.l., aziende operanti nel settore della distribuzione nelle province di Taranto, Bari e Napoli .

L’operazione ha origine da una verifica fiscale alla ditta L.G. Distribuzione, che dichiarava di occuparsi di liquidi e saponi,  risultante priva di alcuna sede operativa, ma che dalle fatturazioni invece trattava bibite e bevande. A seguito dell’accesso delle Fiamme Gialle, presso l’ abitazione del titolare Luca Ricci a Monteiasi (Taranto)  i finanzieri non reperivano alcuna documentazione contabile e fiscale della ditta individuale, ma trovavano invece documentazioni palesamente false di una ditta LG Global D.O.O. con sede legale a Capodistria in Slovenia, riconducibile al Ricci, che in realtà veniva usata per fatturazioni false alla ditta italiana, ma anche alle altre società indagate per fatturazioni soggettivamente inesistenti. Fra le documentazioni scovate dai finanzieri persino delle fatture intestate a società riportanti la partita iva di altre società, e quindi palesamente false.

 

La società INGROSS LEVANTE s.p.a era gia stata coinvolta nel maxi processo dinanzi ai giudici di Trani su un inchiesta sui reati fiscali legati alla gestione della società  più nota come Migro Cash & Carry.  che utilizzando fatture inesistenti e a società fantasma con tanto di partita Iva, costituite in diversi paesi dell’Unione europea da prestanome e pregiudicati, riuscendo a evitare il pagamento dell’Iva e a piazzare in nero la merce, poi rivenduta a prezzi più bassi in molti supermercati della Puglia e della Campania per un valore superiore a 230 milioni di euro.  Quella della Ingross Levante è la storia della Famiglia Amato. Da un piccolo Emporio a conduzione familiare, sorto a Molfetta nel 1938, al primo Cash & Carry Amato aperto a Terlizzi nel 1985, fino a una rete che oggi conta 17 punti vendita e 3 piattaforme CediCash.

 

Il provvedimento, emesso dal G.I.P.  dott.ssa Rita Romano del Tribunale di Taranto,  consegue ad una attività ispettiva della Compagnia di Martina Franca della Guardia di Finanza , originariamente avviata nei confronti di un’azienda di Massafra e successivamente estesa alle altre due aziende, all’esito della quale è stata accertata una frode fiscale di oltre 13 milioni di euro, nonché la constatazione di ricavi sottratti a tassazione per 15 milioni di euro ed un’I.V.A. evasa per 3 milioni e 260 mila euro. Il sequestro è stato così suddiviso: 5.500.000 a carico della L.G. Distribuzione di Luca Ricci, 1.937.000 nei confronti della INGROSS LEVANTE s.p.a. e 67.400 euro alla SI.D.I L’ammontare complessivo del sequestro odierno è pari al totale delle imposte evase in materia di imposte dirette ed I.V.A.

L’attività s’inquadra nel più ampio contesto di contrasto all’illecito fenomeno delle frodi fiscali ed in particolare di quegli operatori che con la loro condotta illecita e ingannevole non soltanto frodano il Fisco, ma alimentano la concorrenza sleale a danno di chi opera quotidianamente e con grande difficoltà nel rispetto delle norme fiscali e contributive.

 




Operazione antimafia dei Carabinieri contro la Sacra Corona Unita. 31 arrestati

TARANTO – All’alba di questa mattina i Carabinieri della Stazione di Lizzano e della Compagnia di Manduria, a seguito di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce,  avvalendosi della collaborazione esecutiva di militari del Comando Provinciale di Taranto, Brindisi e Lecce, del 6° Nucleo Elicotteri di Bari Palese, di unità antidroga del Nucleo Cinofili di Modugno, dell’11° Reggimento “Puglia” e dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Puglia”, hanno dato esecuzione a 31 misure cautelari effettuate nei Comuni di Lizzano, Faggiano, Torricella, Sava, Maruggio in provincia, Prato, Rimini, Caltagirone e Milano. 22 ordinanze di custodia in carcere, 4 agli arresti domiciliari e 5 misure di sottoposizione all’obbligo di dimora nel Comune di residenza e di presentazione alla Polizia Giudiziaria.  Le ordinanze sono state tutte eseguite a carico dei responsabili che sono stati assicurati alla giustizia.

Le ordinanze emesse dal G.I.P. dr. Edoardo D’ Ambrosio del Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia del medesimo capoluogo salentino relative all’ indagine denominata “Mercurio” inizialmente erano 27,   diventate in seguito 26 poiché un provvedimento era stato spiccato nei confronti di un soggetto in seguito deceduto.

Le altre 5 ordinanze sono state emesse per l’indagine denominata “Satellite dal Gip dr.ssa  Paola Rosaria Incalza del Tribunale di Taranto su richiesta su richiesta del pubblico ministero Remo Epifani della locale Procura della Repubblica. Le persone colpite dalle ordinanze sono ritenute responsabili a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico di stupefacenti, all’utilizzo di banconote false nonché alla commissione di estorsioni con metodi mafiosi fra cui atti incendiari ai danni di stabilimenti balneari e di altre attività commerciali di Lizzano (Taranto), nonchè per detenzione e porto di armi comuni da sparo e armi clandestine, rapina e lesioni personali. “La presente vicenda – scrive nella sua ordinanza del gip Incalzaaveva preso le mosse da un esposto anonimo pervenuto alla stazione dei carabinieri di Lizzano il 14 dicembre del 2015. Con quella denuncia  era stata segnalata una fiorente attività di cessione a terzi di sostanze stupefacenti. L’attività investigativa seguita a tale segnalazione si era articolata in servizi di osservazione e controllo che sin da subito avevano dimostrato la possibile fondatezza della segnalazione anonima“.

L’attività d’indagine leccese, è stata denominata “Mercurio”  dal nome del “dio” Mercurio, figlio di Zeus, messaggero degli dei, nonchè “dio” protettore dei viaggi, dei viaggiatori e della comunicazione, da qui l’analogia con gli odierni indagati, che si rendevano sul territorio “messaggeri del boss” recluso in carcere  è stata avviata nel Gennaio 2016 mediante indagini tecniche nei confronti di alcuni soggetti tratti in arresto per spaccio di eroina, cocaina e hashish, all’interno di un noto bar di Lizzano, ha consentito di certificare l’esistenza di un sodalizio criminoso organizzato, inquadrato nella più nota associazione mafiosa denominata Sacra Corona Unita e, in particolare, l’operatività di una compagine malavitosa già facente capo ai “boss” Francesco Locorotondo , Giovanni Giuliano Cagnazzo e  Cataldo Cagnazzo, della quale gli indagati hanno proseguito l’azione criminale applicando metodi, scopi e attività, avvalendosi della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento ed omertà.

L’organizzazione prevalentemente dedita al traffico di stupefacenti e all’imposizione del “pizzo” in danno di esercizi commerciali di Lizzano con metodi tipicamente mafiosi, fra cui atti incendiari commessi con bottiglie molotov – era capeggiata da Giovanni Giuliano Cagnazzo attualmente detenuto nella Casa Circondariale di Prato, il quale sovrintendeva alle attività delittuose del gruppo impartendo ordini e direttive ai sodali in libertà con la tecnica dei “pizzini” che faceva recapitare all’esterno della struttura carceraria attraverso Maria Schinai, anche lei arrestata oggi , compagna di Angelo Scorrano , ritenuto fra gli elementi chiave del gruppo criminale.

Il “boss” Cagnazzo (a lato nella foto)  in tal modo si relazionava con Alessandro Scorrano e Pasquale Scurrano  ritenuti entrambi organizzatori, promotori e figure di spicco della compagine malavitosa, attraverso i quali vigilava sugli equilibri interni ed esterni al gruppo dando il proprio consenso all’affiliazione di nuovi affiliati, e nello stesso tempo percepiva e amministrava regolarmente i guadagni derivanti dallo svolgimento delle attività criminose del suo “gruppo”.

Degna di particolare attenzione per gli investigatori è l’affiliazione al gruppo criminale del pregiudicato Antonello Zecca , già appartenente ad altro sodalizio operante sul territorio, cui era stata demandata, su espressa indicazione del “boss”  Giovanni Giuliano Cagnazzo , la gestione operativa del racket delle estorsioni ai danni dei titolari degli stabilimenti balneari della litoranea jonica-salentina. A carico del predetto emergevano gravi indizi di colpevolezza circa gli incendi appiccati nell’estate 2016 in danno degli stabilimenti balneari “La Spiaggetta”, “Bahia del Sol” e “Onda Blu”, e in relazione a un  tentativo di estorsione perpetrato nei confronti del gestore dello stabilimento denominato “L’Ultima Spiaggia”.

 

 

Altrettanta particolare attenzione, per spessore criminale e responsabilità operative in seno alla struttura delinquenziale, è stata riservata dagli inquirenti al ruolo ed operato di altri arrestati come Costantino Bianchini, che ricopriva il ruolo di “gestore” del traffico delle banconote false, individuate in diverse migliaia di Euro, il cui profitto andava a sostenere economicamente il mantenimento in vita del gruppo criminale stesso; di Alessandro Scorrano, promotore, organizzatore e coordinatore di tutte le squadre di “pushers” operanti sui territori di Lizzano, Faggiano, Torricella, Sava e Maruggio. Ogni squadra aveva un “referente” e si occupava dello spaccio al minuto di cocaina, eroina, metadone ed hashish; e di  Francesco (detto Franco) Gualuano, noto pregiudicato lizzanese, responsabile dell’approvvigionamento all’ingrosso dello stupefacente.

Il ricavato delle varie attività illecite  veniva in parte destinato alle spese di giustizia sostenute dagli affiliati ristretti, in parte destinato al mantenimento delle loro famiglie e in parte per retribuire i pushers, alcuni dei quali letteralmente assunti “a libro paga” con un contributo mensile pari a circa sei o settecento Euro. Nel corso dell’intera manovra investigativa, infine sono stati complessivamente sequestrati circa 700 grammi di stupefacente di vario genere (hashish, cocaina, eroina), banconote false e munizioni per armi comuni da sparo; sono emersi responsabilità penali a carico di alcune persone estranee al gruppo criminale (indagine “Satellite” – GIP di Taranto dr.ssa Incalza).

In particolare di due soggetti, oggi rispettivamente sottoposti alla misura della custodia in carcere e agli arresti domiciliari, tutti incensurati, perché ritenuti responsabili di attività di spaccio di stupefacenti in concorso sulla piazza di Torricella; e di altri tre, oggi rispettivamente sottoposti, in due alla misura della custodia in carcere e uno agli arresti domiciliari, ritenuti invece responsabili in concorso tra loro di rapina aggravata, lesioni personali ed estorsione in danno di un giovane di Lizzano.

I complimenti per l’ operazione dei Carabinieri

Il plauso del ministro dell’ Interno Matteo Salvini. “Trenta arresti per mafia a Taranto, in un’operazione in cui sono stati impiegati circa 150 carabinieri e con l’ausilio di un elicottero. Siamo riconoscenti alle Forze dell’ Ordine ed agli inquirenti: ogni giorno facciamo un passo in avanti nella lotta alla criminalità“. Al plauso di Salvini si è aggiunto il ringraziamento del sottosegretario alla difesa Angelo Tofalo: “Un altro duro colpo alla criminalità messo a segno dai nostri carabinieri del comando provinciale di Taranto con il supporto dello squadrone “Cacciatori Puglia” e dei militari del sesto Elinucleo Carabinieri Bari. Ragazzi vi siamo grati per il costante impegno a tutela della legalità

ELENCO NOMINATIVI – INDAGINE “ MERCURIO

In carcere:

  1. BERNARDI Graziano, ventiseienne di Torricella;
  2. BIANCHINI Costantino, trentanovenne di Lizzano;
  3. BIANCO Gregorio, trentunenne di Lizzano;
  4. CAGNAZZO Giovanni Giuliano, sessantacinquenne di Lizzano;
  5. CAVALLO Angelo Antonio, quarantaquattrenne di Maruggio;
  6. CONVERTINI Alfonso, quarantaduenne di Lizzano;
  7. DI PUNZIO Alessandro, ventiduenne di Lizzano;
  8. DI PUNZIO Vito, venticinquenne di Lizzano;
  9. FIORINO Gianfranco, trentaduenne di Lizzano;
  10. GUALANO Francesco, cinquantaseienne di Lizzano;
  11. PETRAROLI Ubaldo, trentaquattrenne di Lizzano;
  12. PETRONELLI Andrea, trentaduenne di Lizzano;
  13. PULIERI Francesco, trentacinquenne di Faggiano;
  14. RIZZO Giuseppe, ventottenne di Lizzano;
  15. RUSSO Pietro Fortunato, ventitreenne di Sava;
  16. SCORRANO Alessandro, trentunenne di Lizzano;
  17. SCURRANO Pasquale, cinquantaduenne di Lizzano;
  18. SUMMA Alessandro, trentatreenne di Maruggio;
  19. ZECCA Antonello, quarantenne di Lizzano

Agli arresti domiciliari:

  1. SCHINAI Maria, quarantatreenne di Lizzano;
  2. ARMENTI Giuseppe, quarantasettenne di Lizzano

ELENCO NOMINATIVI INDAGINE “ SATELLITE

In carcere:

  1. ANTONUCCI Salvatore, trentacinquenne di Torricella;
  2. CALASSO Giuseppe Valentino, ventottenne di Lizzano;
  3. MOTOLESE Giuseppe, trentenne di Lizzano

 

Agli arresti domiciliari:

  1. CARRIERI Antonio, trentanovenne di Lizzano;
  2. VOCALE Emanuele, ventisettenne di Lizzano.