Aumentano i tamponi (ed i casi “positivi”) in Puglia

di REDAZIONE CRONACHE

Continuano ad aumentare  i casi “positivi” che nelle ultime 24ore sono stati 645 a fronte di 4.147 tamponi registrati che sono così suddivisi : a Bari e provincia 219 positivi , a Brindisi e provincia 30, nella BAT e provincia 18 , a Foggia e provincia 269, a Lecce e provincia 86 , a Taranto e provincia 16 . Sono 4 i casi di residenti fuori regione, 3 casi di provincia di residenza non nota.

Sono stati registrati 47 decessi così suddivisi : a Bari e provincia 16 , nella BAT e provincia 1 , a Brindisi e provincia 4 , a Foggia e provincia 18, a Lecce e provincia 3 , a Taranto e provincia 5.

Dall’inizio dell’emergenza Covid sono stati effettuati 1.012.689 test. Su oltre 5 milioni di abitanti. Questi dati generali:

53.157 sono i casi attualmente “positivi” al Covid-19.

E’ di 87.084 il totale dei casi positivi Covid in Puglia, così suddivisi:

33.560 a Bari e provincia;

9.960 nella BAT e provincia;

6.281 a Brindisi e provincia;

19.381 a Foggia e provincia;

6.781 a Lecce e provincia;

10.536 a Taranto e provincia;

501  attribuiti a residenti fuori regione;

84  provincia di residenza non nota.

Il Consigliere regionale Renato Perrini (Fratelli d’ Italia) è molto critico sulla mala-gestione in Puglia di Emiliano e Lopalco dell’emergenza Covid19, sollecitando i tamponi nelle farmacie e dai medici di famiglia per ripartire in sicurezza dal 7 gennaio: “Nonostante la Regione Puglia sia ad oggi tra quelle con la più alta percentuale di positivi e ricoveri Covid, è ancora l’ultima per numero di tamponi effettuati, e per bocca del presidente Michele Emiliano con il tracciamento saltato. La mancanza di tracciamento impedisce di isolare gli asintomatici, e di evitare la diffusione del contagio. Nonostante questo la Regione Puglia non ha ancora provveduto all’assunzione dei tracciatori messi a disposizione dalla Protezione Civile nazionale, come rilevato da una interrogazione dell’on. Marcello Gemmato di Fratelli d’Italia. Inoltre, cosa gravissima, non ha ancora distribuito i tamponi antigenici, forniti dal commissario Domenico Arcuri, per i test da effettuare dai medici di famiglia ai loro assistiti. Migliaia di tamponi che si sarebbero potuti fare in questi mesi evitando altrettante migliaia di contagi, e che volontariamente la Regione Puglia ha deciso di tenere chiusi nel cassetto“.

“Allo stesso tempo tutte le altre Regioni italiane hanno coinvolto nel tracciamento anche le farmacie – aggiunge PerriniSia privatamente, al pari dei laboratori, che per lo screening di massa che tutte le Regioni ormai stanno facendo a tappeto, tranne la Puglia. Propongo dunque che, con l’obiettivo di riaprire le attività essenziali il 7 gennaio, a partire dalle scuole, vengano immediatamente siglati protocolli con le farmacie di modo che, da quella data, anche questi presidi integranti del Servizio Sanitario possano rendersi utili per il contenimento dell’epidemia£.

Perrini conclude chiedendo cheAllo stesso modo vengano immediatamente consegnati gli antigenici ai medici di famiglia per partire, anche se con tre mesi di ritardo, con i test gratuiti per la diagnosi presso i laboratori. Infine chiedo che la Regione Puglia organizzi screening a tappeto su tutta la popolazione, e screening costante presso tutto il mondo scolastico, come tutte le altre Regioni fanno regolarmente (e non una tantum) ad insegnanti, personale, alunni e loro familiari. Si concentrino su questo tutte le risorse di cui disponiamo. Solo aumentando il tracciamento potremo ripartire in sicurezza”.




Sarà l’ Esercito Italiano a distribuire il vaccino anti-Covid

di REDAZIONE POLITICA

Il generale Luciano Portolano, rivolgendosi al Presidente della Repubblica durante l’incontro al Coi ha detto che “su richiesta del commissario Domenico Arcuri abbiamo dovuto pianificare con urgenza la distribuzione del vaccino Pfizer che giungerà in Italia il 24, sarà custodito in una prima fase nell’hub centrale dello Spallanzani e, a cura della Difesa, sarà distribuito e somministrato su 21 siti nazionali”. Dai 21 siti nazionali “si prevederà un’ulteriore distribuzione capillare e se necessaria anche la somministrazione. Questo avverrà il giorno 26 per una somministrazione, analogamente a quanto avviene a livello europeo, il giorno 27”.

Nel frattempo la Direzione dell’Istituto Nazionale di Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani ha reso noto che “nella giornata di domenica 27 dicembre, giornata del V-Day, saranno somministrati i primi cinque vaccini anti-COVID a altrettanti dipendenti dell’Istituto e precisamente: una infermiera, un operatore socio sanitario (OSS), una ricercatrice e due medici

Dopo il semaforo verde dell’Ema, l’Agenzia del farmaco europeo “da Pfizer arriveranno 10 mila dosi il 26 dicembre allo Spallanzani che poi saranno trasferite ai vari centri regionali per il Vaccination day del 27 dicembre” ha spiegato Franco Locatelli (Css) precisando che “tra il 30 dicembre e il 4 gennaio dovremmo avere in arrivo nei circa 300 siti regionali altre 3,4 milioni di dosi per 1,7 milioni di persone tra operatori sanitari e ospiti di Rsa”. L’obiettivo è quello di “avere a fine estate, inizio autunno 2021, almeno 42 milioni di vaccinati in Italia, il 70% della popolazione”.




Otto anni dopo, Ilva può attendere

di GIUSEPPE COLOMBO*

C’è un 25 luglio che Taranto ricorda benissimo. Quello di otto anni fa, quando un’ordinanza del gip mise sotto sequestro l’area a caldo dell’allora Ilva, la più grande acciaieria d’Europa. Il senso di quella decisione in due righe: “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Si apriva la travagliata stagione degli arresti dei Riva, la confisca dell’impianto, il lungo commissariamento.

Nemmeno la gestione affidata al colosso Mittal nel 2017 ha garantito stabilità. Otto anni dopo il futuro dello stabilimento è ancora incerto. Dieci giorni fa Giuseppe Conte ha scritto su Facebook: “Stiamo per chiudere il dossier”. E invece per capire come andrà a finire bisognerà aspettare almeno fine settembre. Dopo le elezioni in Puglia.

Un nuovo rinvio. L’elemento chiave del risultato dei 5 stelle in Puglia e le affinità con Emiliano 

Il lavoro del Governo procede seppure sotto traccia, ma c’è un’altra incognita piombata sul percorso che dovrà chiarire chi avrà in mano l’impianto. Ma anche come si produrrà e quanto. E con quanti lavoratori, che significa anche decidere se e quanti esuberi ci saranno. Eccola l’incognita: il voto in Puglia del 20-21 settembre. Una fonte dell’esecutivo che è in prima fila nella gestione del dossier lo spiega così: ”È tutto fermo per le elezioni, fino a fine settembre le cose non si muoveranno”. Quindi si rinvia ancora. Anche gli umori sondati in casa Mittal e quelli che circolano tra i sindacati dicono la stessa cosa.

Il senso del ragionamento: gli equilibri tra le forze politiche che usciranno dalle urne sono un elemento ineludibile. Non nel senso che una vittoria di Michele Emiliano piuttosto che di Raffaele Fitto o degli altri candidati determinerà il futuro dell’Ilva. Il ragionamento prescinde dal nome del futuro governatore, bensì affonda le sue radici nei partiti che sostengono la corsa dei candidati.

Gli elementi chiave sono due. Il primo: il risultato che conseguiranno i 5 stelle. Più positivo sarà e più forte sarà la spinta che tradizionalmente arriva dal territorio verso una soluzione che punta all’idrogeno, sulla linea della soluzione a cui sta lavorando il ministro dello Sviluppo economico in quota M5s Stefano Patuanelli. Il secondo: la possibile convergenza tra i 5 stelle e il Pd sull’ex Ilva. Emiliano, infatti, vuole una decarbonizzazione dell’impianto, che è cosa simile anche se non uguale alla soluzione dell’idrogeno. La differenza, tuttavia, è sottile di fronte all’idea di base e cioè di cambiare il volto dell’area a caldo, il cuore pulsante dello stabilimento

Il nodo esuberi ancora irrisolto 

Il pre-accordo firmato tra il Governo e Mittal a marzo prevedeva una serie di passaggi che il Covid ha stravolto. Ma che restano in piedi perché l’accordo, siglato in tribunale, è in vigore. È entrando dentro questi passaggi che si capisce come la strada verso il futuro dell’ex Ilva è rallentata da numerosi ostacoli. Innanzitutto a inizio giugno Mittal ha messo le mani avanti su uno dei punti più delicati che il pre-accordo aveva lasciato aperto: gli esuberi. Proprio il virus e la crisi del mercato dell’acciaio hanno portato la multinazionale a presentare un piano durissimo, con cinquemila esuberi totali tra dipendenti Mittal e lavoratori in capo all’amministrazione straordinaria.

Il primo passaggio che salterà tra una settimana è quello del 31 luglio, data entro la quale bisognava chiudere un accordo con i sindacati proprio sul perimetro occupazionale. L’ultimo incontro tra il Governo e le organizzazioni sindacali è stato il 9 giugno, poi nessuno si è fatto più sentire. Ad oggi non è arrivata nessuna convocazione. I sindacati sono sul piede di guerra.

Ecco cosa dice Rocco Palombella, il segretario generale della Uilm,Huffpost: “Sono passati 47 giorni e nonostante i nostri solleciti non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione. In queste settimane abbiamo letto e ascoltato dichiarazioni del presidente Conte e del ministro Patuanelli sulla volontà del Governo di voler chiudere l’area a caldo e riconvertirla con una produzione ad idrogeno. Non si era mai verificato un atteggiamento così ambiguo e irresponsabile da parte dei Governi che si sono avvicendati. La situazione è esplosiva da un punto di vista sociale, non c’è tempo da perdere”.

Il Governo al lavoro sul ruolo dello Stato. Questione di soldi. E di strategia industriale

La pre-intesa prevedeva l’ingresso dello Stato a fianco di Mittal. Anche questo punto è tutto da definire. L’amministratore delegato di Invitalia Domenico Arcuri e il super consulente del Governo Francesco Caio stanno coordinando i lavori della squadra chiamata a fissare il prezzo di questo ingresso. E non è ancora chiaro se lo Stato, attraverso Invitalia, alla fine sarà maggioranza o minoranza nella nuova Ilva. Bisogna poi capire la modalità di produzione dentro lo stabilimento. Impianto con un forno elettrico e a gas, a idrogeno e decarbonizzazione non sono la stessa cosa. 

L’incognita dell’addio di Mittal 

Nelle scorse settimane Lucia Morselli, l’amministratore delegato di Mittal Italia, ha annunciato la volontà della multinazionale di restare a Taranto. C’è però una data – il 30 novembre – che è ancora in vigore. Entro quella data, i franco-indiani possono lasciare l’impianto pagando una penale di 500 milioni. Ecco perché la corda non può essere tirata oltre novembre: o entro quella data si dà forma alla pre-intesa oppure il rischio è che il banco possa saltare. Anche perché più di una fonte industriale rivela che i Mittal non hanno del tutto escluso la possibilità di fare le valigie.

L’ex Ilva oggi. Il peso della cassa integrazione e il ritorno della magistratura

Quello che è sicuro ora è che a Taranto regna l’incertezza. Su 8.200 lavoratori che conta Mittal, 3mila sono in cassa integrazione Covid. E dal 3 agosto ripartirà la cassa ordinaria per 13 settimane. I 1.700 dipendenti dell’amministrazione straordinaria sono in cassa straordinaria dal 2018. La produzione viaggia a livelli minimi, intorno alle 4,5 milioni di tonnellate all’anno.

Ed è ritornata anche la magistratura. La Procura indaga per truffa ai danni dello Stato: nel mirino c’è l’utilizzo della cassa integrazione durante il lockdown. Un uso che chi ha sollevato il caso ritiene illegittimo perché l’azienda aveva ottenuto anche la deroga per continuare a lavorare durante i mesi di blocco. Otto anni dopo il cerchio non si è chiuso. 

*editorialista dell’ HuffPost




“Covid19, Stato di emergenza esteso fino a fine anno”. Nuove speculazioni in arrivo ?

Sono ancora troppi i contagi e i focolai, secondo il quotidiano la Stampa, il premier Giuseppe Conte ed il ministro della salute Roberto Speranza avrebbero deciso per di prorogare lo stato di emergenza varato il 31 gennaio e in scadenza in 31 luglio, fino al 31 dicembre 2020. La valutazione di questa decisione potrebbe comportare, tra le altre cose, anche la proroga del ricorso allo smartworking.

Qualora il virus dovesse tornare a circolare ipotesi che ovviamente nessuno si augura il Governo italiano vuole farsi trovare pronto dopo i disastri, ritardi e problemi causati nell’emergenza Covid19 a febbraio . Un messaggio ribadito dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in un’intervista al canale spagnolo Nius: “Alcuni esperti ragionano di una seconda ondata – ha detto il Premier italiano -. Io non so se arriverà anche perché non sono uno scienziato e mi pare di capire che le previsioni siano difficili. Dico solamente che se ci dovesse essere una nuova ondata l’Italia è attrezzata per mantenerla sotto controllo”.



Delle dichiarazioni che ricordano quando Conte all’inizio della pandemia sosteneva che “il Paese è pronto e super attrezzato“. I fatti e le morti hanno invece dimostrato l’inadeguatezza del Governo Conte bis,

Lo scopo della proroga dell’emergenza sarebbe necessaria per consentire al Governo di varare misure urgenti come i Dpcm senza passare per il Parlamento, calpestando la democrazia, e consentire alla Protezione civile acquistare mascherine e forniture sanitarie evitando procedure di gara o ricerche di offerte sul mercato.

Soltanto ieri il neo “super” commissario Domenico Arcuri ha annunciato che per aprire le scuole servirà acquistare dieci milioni di mascherine al giorno.

I faccendieri e gli sciacalli del business delle forniture sanitarie ringraziano. Tanto pagano i contribuenti, mica il “trio dei disastri” e cioè Conte-Speranza-Arcuri




Morselli (ArcelorMittal): “Il Governo era a conoscenza da marzo degli esuberi Ilva”

ROMA – Nella puntata di ieri sera del programma “Porta a Porta” condotto dal giornalista Bruno Vespa, l’ a.d. di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli ha detto: “Ilva si salverà di sicuro, Ilva è già salva. Credo che dobbiamo essere tutti orgogliosi dell’impianto di Taranto, il più bell’impianto d’Europa, il più moderno, il più potente, tutti ce lo invidiano. E credo che sia un privilegio essere a lavorare lì”.

Nella giornata di ieri si era svolto un incontro a cui hanno partecipato Francesco Caio, consulente del Governo Conte bis per il dossier ArcelorMittal; Domenico Arcuri, amministratore delegato della società pubblica Invitalia; e Ondra Otravec, dirigente Fusione acquisizioni della multinazionale franco-indiana.



Il clima era buono” ha detto la Morselli commentando la riunione in maniera laconica e lapidaria, come nel suo consueto stile algido, affermando che “è impegno della multinazionale rispettare gli accordi di marzo” e sostenendo che sugli esuberi il Governo era a conoscenza sin da marzo quale fosse la situazione: “negli accordi di marzo, siccome il Governo ha preferito non coinvolgere il sindacato, i numeri degli esuberi non sono stati esplicitati, ma è stato invece esplicitato molto chiaramente il concetto: l’azienda doveva restare in equilibrio economico. E considerato che per la legge ambientale l’acciaieria non può superare i 6 mln di tonnellate è evidente che se gli impianti non possono produrre 8 mln di tonnellate il personale presente risulti leggermente in eccesso. Questo è un dato di fatto”

Dal Governo arriva una smentita via tweet del vice ministro all’Economia, Antonio Misiani: “La dottoressa Morselli dichiara che il Governo saprebbe da marzo di eventuali esuberi all’Ilva, ma in quell’accordo non era previsto alcun esubero. Il Governo – prosegue – vuole portare avanti l’intesa del 4 marzo senza arretrare sul fronte della tutela dell’occupazione”.

La Morselli ha poi aggiunto chel’impegno assunto nell’accordo di marzo prevede che ArcelorMittal rimanga con una partecipazione anche pubblica, che in questo momento è stata indicata dal governo in Invitalia. Posso confermare che l’accordo di marzo prevede che se questo accordo di investimento verrà perfezionato, ArcelorMittal compri l’acciaieria, così come nei termini che erano stati definiti e concordati nel contratto originale ribadito, per questo aspetto di valutazione del prezzo, negli accordi di marzo”. sostenendo che “l’ingresso di Invitalia, che a marzo era semplicemente un investitore istituzionale, è assolutamente compatibile con la permanenza di ArcelorMittal in Italia. Anzi, è di sostegno a questa presenza. E noi, nell’accordo di marzo, lo abbiamo sostenuto”.

La manager ha sostenuto davanti ad un “morbido” Bruno Vespa che in quell’accordo tutti gli investimenti ambientali sono stati confermati nella loro forma originaria. Ricordo a tutti che sono una legge dello Stato, quindi è molto difficile non confermarli. E anche tutti gli altri investimenti industriali che erano previsti vengono confermati”.

Sulla possibilità che il colosso franco-indiano accetti una posizione minoritaria, la Morselli ha risposto che è “da valutare e decidere. È una cosa che viene decisa, non è stata ancora definita. In altri stabilimenti in giro per il mondo ArcelorMittal è presente con una posizione minoritaria. Qualche volta può succedere”.  Sull’ipotesi nazionalizzazione, la Morselli ha detto che “non la fa l’azionista privato, può esserci solo su disponibilità della politica. Tutti abbiamo letto le dichiarazioni del premier Conte e degli altri ministri. Non devo commentare io”.

Non una sola parola, spiegazione, sugli esuberi e tantomeno sul pagamento di quanto dovuto alle imprese dell’appalto ed indotto, che avanzano sempre soldi da Arcelor Mittal. E tutto ciò nel silenzio complice della Regione Puglia e del Comune di Taranto. Mentre il premier è troppo occupato nelle sue passerelle mediatiche agli Stati Generali per prepararsi al dopo Palazzo Chigi.

L’amministratore delegato di ArcelorMittal, Lucia Morselli, ha scelto il palcoscenico di Porta a Porta per non dire nulla che già non si sapesse sullo stato della trattativa con il Governo e sulle prospettive del gruppo siderurgico nel nostro Paese. In realtà ha fatto intendere che il Governo sarebbe responsabile di non aver coinvolto il sindacato nelle trattative che hanno portato all’accordo del 4 marzo, mentre ArcelorMittal non avrebbe esplicitato il numero degli esuberi, di cui comunque il Governo sarebbe stato al corrente, per rispetto del sindacato” dichiara Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile siderurgia.

E’ una versione a dir poco stravagante dell’idea di rispetto e anche dell’idea di sindacato. Sempre per rispetto poteva esserci risparmiata questa ricostruzione che tra l’altro, al momento, non trova smentita alcuna da parte del Governo, né tantomeno si hanno notizie di prossimi incontri.
Un Governo che non può limitarsi a definire inaccettabile il piano industriale. Deve scoprire le carte, deve sciogliere il nodo della partecipazione negli assetti proprietari, deve invertire le priorità del piano industriale, deve garantire il rispetto degli impegni e dei vincoli assunti con gli impegni di settembre 2018. Inoltre il Ministro Patuanelli deve dare corso ad impegni assunti in Parlamento, definire rapidamente un piano nazionale della siderurgia, delle filiere collegate, del ruolo che lo Stato intende svolgere per assicurare una prospettiva all’insieme della manifattura italiana. Si apra immediatamente il tavolo di settore con le parti sociali”
conclude Venturi.




Arcuri: “In arrivo 660 milioni di mascherine a 0,38 euro”

ROMA – Sono stati intanto siglati i contratti con tra il commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri e cinque aziende italiane – la ‘Fab‘, la ‘Marobe‘, la ‘Mediberg‘, la ‘Parmon‘ e la ‘Veneta Distribuzione‘ grazie ai quali nelle prossime settimane 660 milioni di mascherine chirurgiche saranno disponibili sul mercato italiano ad un prezzo medio di 38 centesimi di euro al pezzo.

“Voglio ringraziare queste eccellenze italiane – dice Arcuriche hanno mostrato una straordinaria disponibilità e un forte senso di responsabilità. Nessuno vende ad un prezzo superiore ai 50 centesimi“.

Domenico Arcuri

Inoltre Arcuri ha raggiunto un accordo con l’Ordine dei farmacisti, e le associazioni di categoria Federfarma e Assofarm, affinchè in tutte le farmacie e parafarmacie italiane siano disponibili in vendita le mascherine chirurgiche al massimo di 0,50 euro, al netto dell’IVA, che è il prezzo fissato ieri con una ordinanza del commissario straordinario per l’emergenza.

Ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19 limitatamente alla durata dell’emergenza sanitaria, gli individui presenti sull’intero territorio nazionale devono usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi confinati aperti al pubblico inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento del distanziamento fisico. Non sono soggetti all’obbligo i bambini al di sotto dei sei anni, nonché i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l’uso continuativo della mascherina ovvero i soggetti che interagiscono con i predetti.

Mascherine utilizzate sui manichini in un negozio

Per la popolazione generale potranno essere utilizzate, in alternativa alle mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso.

Per il commissario si tratta di un”primo importante passo, infatti si stanno “contattando lealtre 108 aziende italiane, incentivate grazie al decreto ‘CuraItalia’, e a tutte loro sta giungendo la rassicurazione dagli uffici del Commissario che acquisteranno le loro mascherine via via che saranno collocate sul mercato“.

Il prezzo fisso chiaramente non significa che qualcuno dovrà produrre in perdita. “Nessuno dovrà rimetterci, a partire dalle imprese produttrici, dalle farmacie e dalle parafarmacie”, commenta Arcuri, ma in questa maniera “stiamo sconfiggendo i vergognosi episodi registrati negli ultimi mesi. Sulla salute non si specula“.




L’ipotesi del governo per incentivare l’uso dell’ App “Immuni”. Spostamenti limitati per chi non scarica?

ROMA – Resterà volontario l’utilizzo di Immuni, l’applicazione scelta dal Governo per il tracciamento dei contagi da CoronaVirus, ma chi deciderà di non scaricarla potrebbe avere delle limitazioni negli spostamenti. Un incentivo questo voluto per raggiungere quel 60% di adesioni che viene considerato la soglia minima per garantire l’efficacia del sistema. È quanto riporta il Corriere della Sera.

Nel frattempo l’ app Immuni, intanto, è finita sotto i riflettori del Copasir. Non è passato inosservato il fatto che nella compagine societaria di Bending Spoons compaia una holding di investimenti, la Nuo Capital delle famiglie Pao e Cheng di Hong Kong. Il sospetto è legato al timore di subire intrusioni informatiche da parte di apparati esteri. Poichè si tratta di una materia di “sicurezza nazionale” il Comitato – come ha reso noto il presidente Raffaele Volpi – si appresta a convocare in audizione il commissario straordinario Domenico Arcuri per avere maggiori informazioni sull’“architettura societaria” dell’azienda titolare del progetto rilasciato gratuitamente allo Stato, ma anche sulle “forme scelte” per l’affidamento e “la conseguente gestione dell’applicazione”.

Il team che ha realizzato Immuni

L’ app Immuni, creata dalla Bending Spoons di Milano, è stata selezionata e prescelta tra le oltre 300 proposte sul ‘contact tracing’ arrivate dal Gruppo di lavoro nominato dalla ministra per l’Innovazione, Paola Pisano. Il commissario Arcuri giovedì scorso ha firmato l’ordinanza che ricorda come la società abbia “manifestato la volontà” di concedere al Commissario ed alla Presidenza del Consiglio “in licenza d’uso aperta, gratuita e perpetua” il codice sorgente e tutte le componenti applicative del sistema.

L’applicazione italiana sta adottando il primo modello. Che ha però come primi avversari proprio Google ed Apple i due colossi americani, che stanno sviluppando insieme anche una propria applicazione, i quali lasciano trapelare che ritengono la strada scelta dall’Italia troppo pericolosa. Infatti non a caso ad oggi l’ app Immuni rischia di non girare e quindi funzionare sui loro sistemi operativi, circostanza che in queste ore gli sviluppatori di Immuni stanno cercando di evitare. Fornendo rassicurazioni sul trattamento dei dati trasmessi al server che, assicurano, sarà sotto il controllo “pubblico” e si troverà in Italia. Nel frattempo la società che dovrà ospitare e gestire sui propri server il maxi archivio è ancora da scegliere

Nei giorni precedenti numerosi esperti avevano auspicato per esigenze di trasparenza la messa in chiaro del codice . Durante weekend, in una non usuale comunanza d’intenti, i componenti del Copasir Antonio Zennaro (M5S) ed Enrico Borghi (Pd), avevano chiesto che il Comitato si occupasse della app, “sotto il profilo del suo impatto sul sistema complessivo delle libertà, delle garanzie e della certezza che non vi possano essere soggetti ostili all’interesse nazionale nello sviluppo della applicazione”. Per lo sviluppo di iniziative analoghe, avevano ricordato i due, altri Paesi Ue “sono stati molto prudenti”.

Sono necessarie adeguate assicurazioni – è questo il motivo della richiesta – anche sul piano normativo, che su dati sensibili come quelli che l’app può incamerare non ci mettano le mani altri. L’appello è stato raccolto ieri da Volpi e quindi il Comitato, che si riunirà domani per fare un approfondimento sul tema con la possibile decisione di chiamare in audizione lo stesso Arcuri, che si è già dichiarato disponibile a riferire quanto di sua competenza.

L’approfondimento punta a chiarire “l’architettura societaria” della software house Bending Spoons, che ha una sede anche in Danimarca: i soci sarebbero 48 . Tra loro, con una piccola quota, anche Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi, figli dell’ex premier. Chiarimenti vengono richiesti anche sulle modalità che hanno portato il Gruppo di lavoro dell’Innovazione a scegliere il progetto e sulla gestione che verrà fatta dei dati immagazzinati. Federico Mollicone (Fdi) annuncia un’interrogazione al Governo. “Non sono state rese note le valutazioni della ‘task force dati’, sull’efficacia della soluzione tecnologica adottata, le sue effettive finalità, sulla sicurezza dei dati che verranno stoccati in un unico cloud ministeriale” evidenzia il deputato.

Il vero problema è che ormai il tempo si va esaurendo e se tutto fila nel verso giusto l’ App Immuni dovrebbe diventare operativa a fine maggio. Mentre se qualcosa andasse storto gli italiani, dopo aver fatto a meno nella fase 1 dell’emergenza CoronaVirus di mascherine, e tamponi , nella 2a fase si vedranno costretti a fare a meno anche dell’ app di tracciamento. Legittimo chiedersi a questo punto: cosa accadrà nella fase 3 per la lotta al virus Covid19 ?




La “Task force” di Colao bloccata dalla manleva legale (Ilva docet)

ROMA – La prima riunione della task force di esperti guidata da Vittorio Colao, doveva essere veramente operativa ma ben presto la discussione si è inchiodata per ore su un tema: la manleva. A porre il problema sono stati proprio alcuni degli avvocati presenti nel Team, che hanno posto il problema su come tutelarsi dalla responsabilità penale delle decisioni assunte e da conseguenze patrimoniali negative. Il timore dei legali, anche se si tratta di un organo prettamente consultivo – che si sente spesso ripetere la frase “voi proponete, noi decidiamo” – è conseguente a possibili avvisi di garanzia e procedimenti legali derivanti dall’attività da svolgere all’interno della task force. Non sono bastate due ore di discussione per trovare una soluzione: la questione infatti è in mano agli stessi avvocati, che stanno studiando come risolvere questo problema. 

Due documenti sono stati sottoposti e contro firmati dagli esperti. Il primo è quello sul “non-disclosure agreement”, l’accordo di riservatezza e di non divulgazione molto stringente, che è stato siglato da tutti i componenti, compreso il presidente Vittorio Colao. Infatti alcuni dei membri della “task force” governativa nei giorni scorsi sono già usciti con alcune dichiarazioni pubbliche che hanno sollevato le lamentele di esponenti del Governo. Di qui la consegna del silenzio. Il secondo documento firmato è stato invece quello relativo a eventuali conflitti di interessi.

La task force ha chiesto nella seconda parte della riunione, di poter ricevere tutti i dati disponibili sull’andamento dell’epidemia, sullo stato attuale delle forniture, sul lavoro in corso per gli screening, sulle ipotesi già allo studio per il rientro al lavoro. Il materiale è moltissimo , considerato che molte Regioni a loro volta si stanno affidando a organismi che stanno producendo protocolli per la cosiddetta “Fase 2“: il rientro .

Un esempio su tutti viene dal Politecnico di Torino, che ha già predisposto un vademecum per la Regione Piemonte per consentire alle imprese di ripartire in sicurezza dopo il “lockdown“: istruzioni su come gestire ingressi, turni e spazi, sul rispetto dalla distanza interpersonale, sull’adozione di dispositivi di monitoraggio non invasivo, sulla suddivisione dei lavoratori in squadre, sull’uso dei mezzi di trasporto, sul supporto psicologico per il rientro al lavoro. Ci sono molti altri studi che si stanno producendo e che stanno girando via mail al vaglio degli esperti. A questi documenti si aggiungono i modelli disposti e in alcuni casi già discussi con i sindacati da alcune grandi aziende, che devono essere anche loro analizzati alla ricerca della migliore soluzione possibile per pianificare e disciplinare una “Fase 2” basata sulla prudenza.

Un’enorme massa di documenti che adesso gli esperti guidati da Colao dovranno studiare in vista della videoconferenza che è stata convocata per giovedì sera. Sarà in quella l’occasione che si terrà una prima analisi sui dati a disposizione della “task force” voluta da Palazzo Chigi .

All’interno della “task force” (i componenti sono 17) non è ancora stata decisa una distribuzione dei ruoli del team, né una divisione in squadre. Al momento sono soprattutto manager e tecnici ad essere concentrati sulla fase più immediata e urgente: cosa fare nelle prossime settimane. 

L’alto numero dei partecipanti alla task force complica già di per sé il lavoro da svolgere . Ma un altra altrettanta grossa difficolta che sta già venendo alla luce è l’incredibile dispersione su ruoli e competenze. Ad esempio, se servono dati o informazioni sull’andamento del contagio a chi si rivolgono ? Devono parlare con l’Istituto Superiore di Sanità e con la Protezione Civile. E se servono informazioni, chiarimenti o dati sugli approvvigionamenti di mascherine, guanti, gel disinfettanti a chi devono rivolgersi ? In tal caso dovranno chiedere al commissario Domenico Arcuri ed al suo staff.

A chi rivolgersi se servono dati o informazioni sugli screening, come i test sierologici o i tamponi? Il tal caso il numero di telefono necessario è quello del Comitato tecnico-scientifico. E se si valutano infine misure diverse da proporre e allora c’è un ministro competente a cui far riferimento. Nel frattempo le industrie boccheggiano, i commercianti rischiano di mettere a rischio le proprie attività. Ed il personale si sente sempre più precario.

Una catena di comando quindi estremamente lunga, a cui vanno aggiunte le Regioni che agiscono spesso in ordine sparso ed autonomo, e tutto questo che rende molto difficile e complicato il lavoro di analisi ancor prima di arrivare alla fase della proposta. Che Dio ce la mandi buona.




…e Pasqua con i “soliti noti”

di Marco Ginanneschi*

Siamo arrivati a Pasqua e i tanto agognati finanziamenti alle imprese non sono ancora arrivati o forse meglio dire che siamo ancora ad una fase preliminare in quanto gli art. 49 e 57 del cosiddetto “Decreto CURAITALIA” (che risale al 17 marzo) sono stati quasi completamente riformulati con gli art. 1 e 13 del “Decreto LIQUIDITÀ” del 9 aprile.

Cosa cambia tra i due decreti? Perché non sono mai entrati in funzione gli attuativi del decreto CURAITALIA? Il Presidente Conte che inverte l’ordine della conferenza stampa, per motivi di audience, rispetto all’uscita del decreto (che appare due giorni dopo), dice che i “tecnici lavorano giorno e notte” per fare presto. Cosa è successo nel frattempo? C’era bisogno del decreto LIQUIDITA’? Ha portato dei miglioramenti?

Per le PMI nel precedente decreto si prevedeva l’intervento del Fondo Centrale di Garanzia con istruttoria del Medio Credito Centrale (MCC), mentre nel nuovo decreto l’erogazione per la stragrande maggioranza delle PMI (il 98% dell’economia italiana) avviene attraverso la garanzia di SACE (che fino ad oggi si è occupata prevalentemente di sostenere le aziende italiane operanti all’estero).

Assai deludente assistere ad una sotterranea guerra fratricida tra le due forze maggioritarie di governo per spostare il controllo delle risorse da dal Medio Credito Centrale (il cui Amministratore Delegato Bernardo Mattarella è il nipote del Presidente Mattarella), controllata direttamente da Invitalia di cui AD e’ il “renziano” Domenico Arcuri (propiziamente nominato nel CdM del 16 marzo anche alla funzione di Commissario per l’emergenza Coronavirus) alla SACE, partecipata al 100% da Cassa Depositi e Prestiti che da Luglio 2018 e’ governata dall’Amministratore Delegato Fabrizio Palermo per volontà del M5S per il controllo dell’azienda economicamente più importante d’Italia.

il Ministro dell’ Economia Roberto Gualtieri

Mentre la politica continua su tutti i tavoli con il gioco degli equilibri, i veri equilibristi sono i lavoratori autonomi e le aziende che avranno una Pasqua con la tavola vuota, dopo proclami televisivi di promesse di credito ad oggi disattese (ad oltre un mese dal primo lockdown) e la mortificazione con misure offensive (come la concessione dei 600 euro) che non rispecchiano il valore della dignità della professione.

Sarebbe auspicabile che il peso ad oggi portato sulle spalle dei contribuenti, per effetto di un bilanciamento così misurato degli interessi verticistici, della partitocrazia consapevole “dell’incessante lavoro del Governo”, diventi presto l’unità di misura per future scelte nella guida che nostro Paese merita.

*Direttore Generale UNICOOP Lazio




Il Governo garantisce con i soldi degli italiani una liquidita’ di 750 miliardi alle imprese

ROMA – Il Consiglio dei ministri è terminato a Palazzo Chigi. “Trovata l’intesa sul pacchetto liquidità alle imprese, in grado di mobilitare risorse per oltre 750 miliardi di euro, oltre 400 in più rispetto ai 350 miliardi già previsti nel Dl cura Italia”, secondo fonti del Mef che spiegano che si liberano 200 miliardi per la liquidità delle imprese e 200 miliardi per il sostegno dell’export. Nel decreto sulla liquidità alle imprese, rendono noto fonti del ministero, “si mobilitano 200 miliardi di prestiti con garanzie fino al 90% per tutte le imprese, senza limiti di fatturato”.

L’intesa trovata dal governo sul pacchetto liquidità alle imprese è “in grado di mobilitare risorse per oltre 750 miliardi di euro”: con il decreto imprese arrivano “oltre 400 in più rispetto ai 350 miliardi già previsti nel dl cura Italia“. Rimane al 100% la garanzia sui prestiti per imprese piccole e medie.  Raggiunto  l’accordo sul pacchetto di garanzie alle Pmi. Questi i punti: 1) 100% fino a 25 mila euro senza alcuna valutazione del merito di credito; 2) 100% fino a 800.000 euro (di cui 90% Stato e 10% Confidi)  senza valutazione andamentale; 3) 90% fino a 5 milioni di euro senza valutazione andamentale.

Fonti del Ministero dell’Economia rendono noto  che con il decreto imprese viene  – “rafforzato il ruolo di Sace anche nel campo dell’export e del sostegno alla internazionalizzazione delle imprese”. Deliberata dal Consiglio dei ministri anche una deliberazione per l’assegnazione di risorse al commissario straordinario Domenico Arcuri, il cui ruolo è stato istituito dal decreto Cura Italia per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento a contrasto dell’emergenza CoronavirusIl commissario, a quanto si legge nel testo del “decreto Cura Italia”, è dotato di risorse per l’acquisto dei beni necessari a contrastare l’epidemia: le risorse sono “versate su apposita contabilità speciale intestata al commissario” che può aprire un “apposito conto corrente bancario” per regolare le transazioni in maniera più celere, nel caso richiedano pagamento immediato o anticipato delle forniture, anche senza garanzia.

Il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa a proposito del decreto legge destinato alle imprese ha informato che il Consiglio dei Ministri  ha “deliberato la sospensione di vari pagamenti fiscali e contributi e ritenute anche per i mesi di aprile e maggio” dopo quelli dello scorso mesi di marzo “Abbiamo potenziato lo strumento della golden power, potremo controllare operazioni societarie e le scalate ostili non solo nei settori tradizionali, ma in quelli assicurativo, creditizio, finanziario, acqua, salute, cybersicurezza“.

Conte ha sostenuto, mentendo, che non ha mai impedito ai governatori regionali di fare ordinanze più restrittive. Dovrebbe spiegare agli italiani chi ha fatto i ricorsi che ha fatto contro l’ ordinanza della Regione Marche, e quello contro la Regione Basilicata. E questo sarebbe l’ “avvocato degli italiani” ?




Coronavirus. Borrelli:”Oltre 80mila i contagi. Più vittime e guariti. Scordatevi Pasqua e Pasquetta”

ROMA – Sono complessivamente 80.572 i malati di coronavirus in Italia, con un incremento rispetto a ieri di 2.937. Martedì l’incremento era stato di 2.107. Il numero complessivo dei contagiati – comprese le vittime e i guariti – è di 110.574. Il dato è stato fornito dalla Protezione Civile. Sono 16.847 le persone guarite in Italia dopo aver contratto il CoronaVirus, 1.118 in più di ieri. Ieri l’aumento dei guariti era stato di 1.109.  Il dato è stato reso noto dalla Protezione Civile.

In base all’andamento della curva il capo della Protezione civile è stato netto: “Andare a fare Pasqua e Pasquetta” fuori? “Assolutamente no”.  “Dobbiamo stare a casa ancora – ha aggiunto – e rispettare il distanziamento sociale, che ci sta portando a risultati positivi“.

Dai dati della Protezione civile emerge che sono 25.765 i malati in Lombardia (641 in più rispetto a ieri), 11.489 in Emilia-Romagna (+536) 8.224 in Veneto (+374), 8.470 in Piemonte (+388), 3.456 nelle Marche (+104), 4.432 in Toscana (+206), 2.645 in Liguria (+137), 2.758 nel Lazio (+116), 1.976 in Campania (+105), 1.206 in Friuli Venezia Giulia (+46), 1.483 in Trentino (+94), 1.112 in provincia di Bolzano (-30), 1.756 in Puglia (+102), 1.544 in Sicilia (+52), 1.211 in Abruzzo (+20), 864 in Umbria (+13), 540 in Valle d’Aosta (-12), 675 in Sardegna (+18), 610 in Calabria (+4), 131 in Molise(+14), 225 in Basilicata (+9).

Il capo della Protezione civile Borrelli ha affrontato anche il caso delle mascherine sbagliate ai medici. “Le mascherine ai medici di base sono state distribuite per un errore logistico: erano state donate all’Italia dalla Cina, il carico era destinato alla collettività. Rimedieremo prontamente a rifornire i medici di base assieme al commissario Arcuri con le mascherine Ffp2“.Un nuovo stock di mascherine verrà consegnato alla Federazione degli ordini dei medicientro questa settimana. Lo assicura il commissario Domenico Arcuri in una lettera indirizzata al presidente Fnomceo Filippo Anelli in cui si dice “davvero amareggiato”. Arcuri nella propria lettera, resa nota dalla Fmnomceo, si scusa dopo l’errore nella consegna di dispositivi non idonei all’uso sanitario. Da oggi, afferma, “le forniture oggetto di ‘donazioni’ verranno sottoposte ad un controllo a campione” .

Affrontato anche il tema delle passeggiate. Il presidente della Società italiana di Pediatria e membro del Comitato Tecnico Scientifico Alberto Villan precisa che  “Se si esce di casa con un bambino rispettando le norme, per un motivo preciso e previsto dai decreti, si può fare”. Ma “non c’è alcun motivo per portare a spasso un bambino in carrozzina, non va fatto e può essere imprudente”. Così ha risposto a chi gli chiedeva quale fosse la corretta interpretazione della circolare del Viminale.“Esiste un Dpcm che dice che non è consentito uscire di casa se non per motivata ragione – ha aggiunto – e tutto resta esattamente come è”.

Le vittime da CoronaVirus

Quanto alle vittime, se ne registrano 7.593 in Lombardia (+394), 1.732 in Emilia-Romagna (+88), 499 in Veneto (+22), 886 in Piemonte (+32), 477 nelle Marche (+25), 253 in Toscana (+9), 460 in Liguria (+32), 148 in Campania (+15), 169 nel Lazio (+7), 122 in Friuli Venezia Giulia (+9), 129 in Puglia (+19), 116 in provincia di Bolzano (+40), 88 in Sicilia (+7), 123 in Abruzzo (+8), 37 in Umbria (+0), 59 in Valle d’Aosta (+3), 173 in Trentino (+9), 38 in Calabria (+2), 34 in Sardegna (+3), 10 in Molise (+1), 9 in Basilicata (+2). I tamponi complessivi sono 541.423, dei quali oltre 292mila in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

Le vittime continuano a salire  sono 13.155 i morti dopo aver contratto il coronavirus, con un aumento rispetto a ieri di 727. Martedì l’aumento era stato di 837. Il dato è stato reso noto dalla Protezione Civile. Ancora nessun nuovo caso positivo a Codogno, dove si è sviluppato il primo “focolaio” di coronavirus in Italia.

La situazione in Lombardia – “Il dato dei deceduti lombardi” si mantiene costante lo ha detto Giulio Gallera assessore al Welfare della Regione Lombardia  in una diretta Facebook spiegando che oggi i morti sono stati 394 , mentre sono in frenata i ricoveri. Sono 44.773 i positivi, 1565 più di ieri; i ricoverati non in terapia intensiva sono 11927 (44 più di ieri) mentre 1342 in terapia intensiva (+18). In totale sono stati eseguiti 121.449 tamponi. 

Crescono i numeri dell’emergenza coronavirus nella provincia di Milano dove i positivi sono 9522, con un incremento di 611 nuovi casi, mentre ieri erano stati 235 e l’altro ieri 347. A Milano città i positivi sono 3815, con una crescita di 159, mentre ieri erano stati 96. Sono i dati resi noti dall’assessore al Welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera. “Abbiamo ormai evidenza – ha detto Galleraanche nella città di Milano, dove i dati sembrano essere in controtendenza, che c’è una diminuzione netta della pressione sui pronto soccorso e sui presidi ospedalieri“. Crescono rispetto a ieri i dati anche a Bergamo (9039 casi) con un aumento di 336, mentre ieri erano stati 139, e a Brescia (8568 casi) con un aumento di 231, mentre ieri erano stati 154.

Il bollettino del Veneto. Sono arrivati a 8.159 i casi di positività al Coronavirus in Veneto, 258 in più di ieri sera. Lo rileva il bollettino della Regione Veneto. I nuovi decessi sono stati 12, portando a 448 il numero totale. I pazienti in terapia intensiva sono 356 (+2), i dimessi 828, i pazienti in area non critica 1680 (+14). Le persone in isolamento domiciliare sono 19.945. Le province che registrano il maggior numero di nuovi positivi sono Padova e Vicenza (+54 rispettivamente), seguite da Treviso (+52), Verona (+49) e Venezia (+37).

Su più di 105mila contagiati, sono oltre 77mila italiani tuttora “positivi” e quasi 12mila e 500 morti, l’Italia raggiunge il picco del contagio per il coronavirus. Ma l’apice non è una vetta quanto piuttosto un “plateau” un altopiano di montagna che va attraversato prima che si possa cominciare ad intravedere la discesa.

La situazione nei territori del nord resta la più drammatica, ma il sud è ancora a rischio, e nessuno può e deve pensare di poter abbassare la guardia. Il capo della Protezione civile Angelo Borrelli intervistato dal Corriere della Sera, osserva che non si sa quando si uscirà dall’emergenza coronavirus, ma è certo che senza le misure messe in campo, ora si conterebbero molti più morti. E per Borrelli, quando sarà finita, sarà molto difficile ripercorrere quel metro che ora separa le persone: “Dovremo essere abili a riavvicinarci all’altro gradualmente, senza perderne la fiducia

TUTTI I DATI

Test rapidi a tutti e riavvio in 3 fasi – Un’indagine a larga scala sulla popolazione utilizzando test rapidi sierologici, che indichino cioè chi ha sviluppato anticorpi al nuovo coronavirus, per avere il polso reale della diffusione del contagio. A questo sta lavorando l’Istituto superiore di sanità (Iss),mentre già si pensa ai piani per la ‘riapertura’ del Paese e delle attività. Un riavvio che, dopo la proroga delle misure di contenimento almeno a dopo Pasqua, secondo gli esperti dovrà avvenire in modo scaglionato per tipologia di attività e per Regioni. In vista della ripartenza, però, fondamentale è riuscire ad avere un quadro reale dei casi di positività e anche di chi è certamente guarito avendo sviluppato anticorpi al virus SarsCov2.

Ma per fare indagini ampie di questo tipo sulla popolazione, ha spiegato il presidente Iss Silvio Brusaferro alla conferenza stampa all’Istituto per fare il punto epidemiologico sull’epidemia di Covid-19, “servono test più rapidi per la ricerca degli anticorpi”. I test con tamponi, infatti, richiederebbero tempi più lunghi ed un’organizzazione complessa. Dunque, ha annunciato, “stiamo pensando di fare questo tipo di indagine e stiamo mettendo a punto le tecnologie per poterlo fare. Stiamo cioè lavorando per poter fare a stretto giro un’indagine di prevalenza sierologica“. Infatti, “avere una stima in tempi rapidi su un campione significativo della popolazione è molto importante per avere una stima reale dei casi, mentre ad oggi dobbiamo accontentarci di modelli”.

Il punto del commissario Arcuri . L’Italia ha acquistato 300 milioni di mascherine e i dispositivi “arriveranno progressivamente nei magazzini della protezione civile e verranno distribuiti con il criterio che abbiamo concordato con la totalità delle regioni, anche per garantirci assoluta trasparenza ed evitare asimmetrie“. Lo ha detto il commissario Domenico Arcuri in conferenza stampa sottolineando che con questi numeri è stata “consolidata una sufficiente quantità di dispositivi“. Inoltre, ha aggiunto Arcuri, ieri è stata consegnata una “quantità sufficiente di mascherine all’ordine dei medici“. ” Pensiamo – ha concluso – che anche loro devono essere dotati di una sorta di ‘magazzino di scorta’, in modo da poter sopperire o aggiungere dotazioni che vanno direttamente a loro“.

“Abbiamo fatto molti passi avanti nella produzione nazionale di mascherine in una settimana. Le prime 25 aziende della filiera della moda da ieri producono 200 mila mascherine chirurgiche al giorno. Hanno un piano per andare a 500 mila al giorno la prossima settimana e a 700 mila quella successiva; le aziende del settore dell’igiene personale da ieri fanno 250 mila mascherine al giorno, arriveranno a 400 mila la prossima settimana, a 750 mila quella successiva“. “Stiamo inviando dispositivi soprattutto al centro-nord, ma pensiamo anche alle regioni del sud. Cerchiamo di mantenere queste due leve. Negli ultimi 3 giorni abbiamo distribuito 290 ventilatori alle Regioni, nei prossimi 3 giorni contiamo di distribuirne altri 599, il 40% di quanto distribuito finora. A ieri abbiamo distribuito 1.237 ventilatori polmonari. Con forniture così massicce andiamo anche verso sud, che dobbiamo assolutamente evitare si trovi in condizioni simili a quelle delle regioni del centro-nord più colpite dal coronavirus“. “Sono dotazioni massicce, ma ancora non riusciamo a raggiungere tutti i target: spero che la prossima settimana anche i farmacisti verranno riforniti di dispositivi di protezioneprecisa Arcuri

Aumentano i medici deceduti: salgono a 66 i camici bianchi uccisi dal Covid19

 La denuncia arriva da Francesco Rocca, presidente della Croce rossa italiana, I soccorritori di ritorno dalle zone rosse trattati come ‘untori’, minacciati di licenziamento o di ritorsioni dai vicini. che parla di “stigma intollerabile, assurdo e a dir poco autolesionista“. “Per fortuna – aggiunge Roccaè la netta minoranza quella dell’insulto e della paura rispetto a un’Italia migliore. E’ necessario, tuttavia, fare sentire doppiamente il nostro grazie a questi straordinari esempi di Umanità in azione“.




“Zona Rossa” giorno 1: 3° intervento in 5 giorni di una classe dirigente che naviga a vista

ROMA – Il decreto con cui il Governo ha operato finalmente una stretta decisa per battere il CoronaVirus in Italia,  e’ entrato in vigore oggi fino al 25 marzo , disponendo la chiusura di nuove attività e servizi ritenute non essenziali: quindi chiusura ai bar, pub e ristoranti. Restano attivi tra gli idraulici, meccanici, benzinai, tabaccai ed edicole.

DPCM 11-marzo-2020

I trasporti continueranno a funzionare. Le industrie e fabbriche potranno continuare lavorare ma dovranno garantire i richiesti requisiti di sicurezza. Restano chiusi invece i reparti aziendali non ritenuti indispensabili. Le aziende e le fabbriche quindi lavoreranno sulla base di precisi accordi delle Regioni con i sindacati, perché non si può rischiare di mettere a rischio le due filiere che per nessuna ragione devono entrare in sofferenza: quella agroalimentare e quella sanitaria.

Si potrà uscire di casa solo per motivi di lavoro, di salute o di necessità. Non c’è un esplicito divieto di passeggiate nel decreto, ma permane l’invito a non uscire se non esclusivamente per comprovati motivi di necessità.

Che cosa chiude?

Sono sospese  secondo quanto contenuto nell’ultimo decreto di ieri (leggi sopra)  del presidente del Consiglio – le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità.  Chiusi i mercati su strada.  Chiusi i bar, i pub, i ristoranti.
Chiusi anche i servizi di mensa che non garantiscono la distanza interpersonale di un metro. Si incentiva la regolazione di turni di lavoro, ferie anticipate, chiusura dei reparti non indispensabili nelle aziende e fabbriche. Come previsto dal precedente decreto  resteranno chiusi fino al 3 aprile  cinema, musei, teatri, scuole e università.

 Ieri in Italia sono stati registrati oltre 2000 nuovi contagi. Il Governo ha stanziato fino a 25 miliardi per l’emergenza. Una decisione discutibile adottata del premier Conte quella di nominare Domenico Arcuri  un manager attuale amministratore delegato di Invitalia,  accanto al capo della protezione civile Angelo Borrelli nella gestione dell’emergenza coronavirus, pur di non nominare commissario straordinario Bertolaso che è un esperto consolidato di stati di emergenza, in quanto vicino al centrodestra che lo aveva proposto. Ma Conte non vuole cedere il palcoscenico “mediatico”.

Ogni regione deciderà caso per caso come organizzare il trasporto pubblico locale,  in base alle esigenze locali. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a sua volta potrà chiudere gli aeroporti (conseguenza anche della rinuncia di molte compagnie aeree a volare da e per l’ Italia !) e ridurre anche le corse interregionali di treni e autobus.

Occorre portare con sè il modulo di autocertificazione ogni volta che si esce da casa

Qualsiasi cittadino venga fermato dalle forze dell’ordine deve portare con sé il modulo di autocertificazione che trovate qui sotto, e che è scaricabile anche dal sito del Ministero dell’Interno, per  chi si muove con un mezzo pubblico o privato, ma anche chi va a piedi. Se hai difficoltà a visualizzare il contenuto nel box qui sotto, clicca su questo link per scaricare la versione pdf del documento completo

autodichiarazione Corona Virus

Non esiste alcun divieto di passeggiata. Al momento non è contenuto in alcuno dei decreti firmati dal ministero della Salute o dal Governo, compreso l’ultimo licenziato ieri sera a tarda ora e valido da questa mattina fino al 25 marzo.

Chi esce da casa per prendere aria e allentare la tensione, per raggiungere il tabaccaio e acquistare le sigarette, per consentire al cane di fare i bisogni, non è passibile di alcuna sanzione, contrariamente a quanto alcune forze dell’ ordine ed agenti di polizia municipale poco informati vanno sostenendo in giro per l’Italia

Lo confermano al CORRIERE DEL GIORNO fonti del Viminale che in queste ore stanno interpretando il Dpcm “11 marzo”. La stessa Protezione civile, interpellata, ha spiegato che non esiste alcun “divieto di passeggiata“, ma soltanto un forte invito a restare a casa.

(in aggiornamento)



Emiliano si autoinvita a Foggia dal premier Conte: “Governo di chiacchieroni”. Ma viene smentito dal premier: “L’avevo chiamato”

FOGGIA – Il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano si è presentato autoinvitandosi al vertice svoltosi in Prefettura a Foggia dove il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva programmato un incontro con le istituzioni locali e i rappresentanti delle associazioni di categoria per il Piano di sviluppo istituzionale per la Capitanata.  Mi sono autoinvitato, non abbiamo nessuna informazione su cosa stanno facendo – ha detto Emiliano –  stanno immaginando investimenti sul nostro territorio… A noi fa piacere, io non faccio polemiche ma organizzare una riunione senza seguire un minimo di regole sulle competenze è al di là del bene e del male“.

“Potrei fare l’offeso invece sono qua dove ho il diritto di essere – aveva detto intanto Emiliano davanti alla Prefettura – invito tutti quelli che vengono presi in giro da questi chiacchieroni, mi riferisco al governo, ad affermare il loro ruolo, non a borbottare. Sono qui per affermare che la Regione ha un ruolo di programmazione che il presidente del Consiglio deve rispettare”.

Il premier Conte era in Prefettura a Foggia con Domenico Arcuri  amministratore delegato di Invitalia e Barbara Lezzi la ministra “grillina” per il Sud. Emiliano assente. Ma è stato lo stesso Conte a replicare a stretto giro, al governatore pugliese: “Troverà sul suo cellulare tre, quattro chiamate di ieri. Quindi non è vero che non è stato chiamato o cercato dal suo presidente del Consiglio“. Di fronte alla risposta del presidente del Consiglio, il nervosismo di Emiliano è scomparso immediatamente. Il chiarimento fra i due è avvenuto proprio in apertura dell’incontro.  “Tutto è bene quel che finisce bene”,  ha aggiunto il governatore pugliese  intervenendo alla riunione sul Contratto di sviluppo della Capitanata.

“Sono felice e pronto a lavorare con il governo – ha detto Emilianopochi giorni fa ci siamo riuniti con la gran parte dei sindaci presenti proprio per sollecitare tutti gli interventi che sono in corso, che sono finanziati con fondi del Patto per il Sud integrati con i fondi europei. Stiamo intervenendo sulla difesa del suolo, sulle risorse idriche, sulla logistica, su strade, porti turistici, investimenti industriali, formazione per giovani e imprese, sanità, ospedali, poliambulatori – ne abbiamo inaugurato uno da pochissimi giorni – sviluppo urbano, asili nido, buoni servizio, sul reddito di cittadinanza che in Puglia si chiama Reddito di dignità e funziona benissimo da due anni e mezzo, su sviluppo rurale, aree interne e turismo“.

“Circa un miliardo di euro è già in via di investimento – ha poi aggiunto Emiliano rivolgendosi al premier ConteÈ chiaro che l’idea che lei ha avuto di fondi supplementari che si integrano con quelli già in corso è una manna, nel senso che si tratta di poter rafforzare le visioni del territorio e completarle. E noi abbiamo un entusiasmo che può facilmente immaginare: siamo la Regione numero uno nella spesa dei fondi, di tutti i tipi di fondi, quindi siamo di grande aiuto per dare una mano a spendere questo danaro. E quindi non c’è nulla che possa ostacolare. Mi fa molto piacere che questa giornata, peraltro sotto le feste di Natale, non solo ci abbia ha reso tutti più buoni, ma ci metta nelle migliori condizioni per lavorare al meglio. Io sono pronto, anzi noi siamo pronti”.

aeroporto Gino Lisa Foggia

Infine Emiliano rispondendo al presidente del Consiglio sulla questione dell’ Aeroporto Gino Lisa di Foggia, ha detto: “Le comunico che il 22 ottobre 2018 abbiamo approvato lo schema di convenzione per l’attribuzione allo svolgimento degli obblighi di servizio dell’aeroporto di Foggia. Il 6 novembre scorso la convenzione è stata trasmessa al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e siamo in attesa del nulla osta. È chiaro che lei ha perfettamente ragione, questo non basta e bisogna programmare attività economiche e logistiche connesse all’aeroporto, questo lo sanno tutti i presenti, però avere la pista allungata e la stazione riaggiustata ovviamente significa attrarre più facilmente gli investimenti. Quindi se il ministero ci darà il nulla osta, e se lei spendesse una parola per accelerare questo rilascio del nulla osta, noi saremo pronti a partire coi lavori“.

Domenico Arcuri amministratore delegato di Invitalia, è intervenuto all’incontro per illustrare il Contratto Istituzionale di Sviluppo del territorio della provincia di Foggia di cui Invitalia, l’Agenzia per lo sviluppo del Paese, è soggetto attuatore, dichiarando “In quattro settimane abbiamo immaginato la fattibilità di un progetto di sviluppo possibile che offre reali opportunità per il rilancio e la valorizzazione di questo territorio”. Per Arcurila strategia di sviluppo si basa anzitutto sulla valorizzazione delle eccellenze locali – culturali, naturalistiche, enogastronomiche, produttive – e  mira a dare concretezza al potenziale della zona, che vive un deficit strutturale che va colmato ma ha anche possibilità di sviluppo. Dal confronto col territorio sono emersi 78 progetti che muovono su due macro ambiti: potenziamento delle infrastrutture e rafforzamento della competitività. Oggi, alla casella sviluppofoggia@invitalia.it, abbiamo ricevuto altri due progetti e continueremo a riceverne. Per Invitalia – ha continuato Arcuri – esistono le condizioni perché il CIS Capitanata possa essere attuato. Invitalia ha gli strumenti e le competenze necessarie per accompagnare la crescita di quest’area ma nella consapevolezza che lo sviluppo non è casuale, ne’ avviene da un giorno all’altro, ma dipende da diversi elementi tra cui la pazienza, la tenacia, la lungimiranza e la modestia”.




“Resto al Sud”: dal 15 gennaio le domande sul sito di Invitalia, fondi per 1,25 miliardi

Claudio De Vincenti

ROMA – Tutto pronto per la partenza di Resto al Sud”, l’incentivo che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali da parte dei giovani under 36 residenti nelle 8 regioni del Mezzogiorno. A partire dalle 12.00 di lunedì 15 gennaio 2018, infatti, gli aspiranti imprenditori potranno presentare domanda sul sito di Invitalia per chiedere le agevolazioni. Resto al Sud è promosso dal Ministro per la Coesione territoriale ed il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, è gestito da Invitalia ed ha una dotazione finanziaria di 1.250 milioni di euro.

“Il Mezzogiorno ha ripreso a crescere, ma c’è bisogna ora di consolidare i risultati raggiunti negli ultimi tre anniCon Resto al Sud puntiamo a ribaltare la percezione del fare impresa nel Meridione, da chimera o prospettiva impossibile a volano per la crescita – ha detto Domenico Arcuri, Amministratore Delegato di Invitalia Per la prima volta il governo ha  messo in campo un incentivo che può coprire fino al 100% dell’investimento proposto dai neoimprenditori. Vorrei ricordare ai giovani che presenteranno le richieste che il 15 gennaio non ci sarà alcun click day, non sono previste né scadenze né graduatorie. Esamineremo tutte le proposte seguendo rigorosamente l’ordine cronologico e finanzieremo solo quelle in regola con i requisiti previsti dalla legge e che contengano un progetto di impresa valido e sostenibile. Il tutto in maniera trasparente e con procedure completamente digitalizzate. La dotazione finanziaria particolarmente ampia – ha concluso Arcuri –  ci consentirà di sostenere un numero molto elevato di nuove imprese”.

A chi si rivolge

Resto al Sud si rivolge ai giovani tra i 18 e i 35 anni residenti in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, che non abbiano un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, che non siano titolari di altre imprese attive, che non abbiano beneficiato di altre agevolazioni negli ultimi tre anni. Possono presentare la domanda singoli giovani o gruppi di giovani che, successivamente alla data del 21 giugno 2017, si sono costituiti o si costituiranno rispettivamente in ditte individuali o società, anche cooperative.

Cosa si può fare

E’ possibile avviare attività imprenditoriali in tutti i settori, ad eccezione delle libere professioni e del commercio. Il finanziamento massimo è di 50.000 euro per ogni richiedente, che può arrivare ad un massimo di 200.000 euro nel caso di più richiedenti (già costituiti in società o prossimi alla costituzione)

Cosa finanzia

I finanziamenti potranno servire per interventi su beni immobili, per l’acquisto di macchinari e attrezzature oppure di programmi e servizi informatici, per coprire le spese di avvio delle attività, ma non la progettazione, le consulenze o il costo del personale. Consulenza e assistenza saranno offerte gratuitamente da enti accreditati presso Invitalia.

Le agevolazioni

Le agevolazioni sono erogate in regime di de minimis e coprono il 100% delle spese. Consistono in un contributo a fondo perduto pari al 35% del programma di spesa e in un finanziamento bancario per il restante 65% concesso da un istituto di credito che aderisce alla convenzione tra InvitaliaABI. Il finanziamento bancario è garantito dal Fondo di Garanzia per le Pmi e dovrà essere restituito in 8 anni di cui due di preammortamento. E’ previsto inoltre un contributo che coprirà gli interessi.

Come si presenta la domanda

La domanda si presenta esclusivamente on line sul sito di Invitalia. Chi vuole chiedere gli incentivi deve quindi registrarsi ai servizi online di Invitalia e poi entrare nell’area riservata. Resto al Sud non è un bando: quindi non ci sono scadenze, né graduatorie. Le domande vengono valutate in base all’ordine cronologico di arrivo, fino ad esaurimento fondi. L’esito della valutazione viene comunicato normalmente entro 60 giorni dalla presentazione della domanda.




#Opentaranto: Invitalia ufficializza i vincitori

di Marco Ginanneschi

ROMA – Mate Società Cooperativa, Stefano Boeri Architetti Srl e S.B.Arch. Studio Bargone Architetti Associati: sono questi i capigruppo dei team vincitori di #OpenTaranto, il concorso internazionale di idee per la riqualificazione della Città Vecchia di Taranto, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Regione Puglia e Comune di Taranto e attuato da Invitalia, nell’ambito del contratto istituzionale di sviluppo per l’area di Taranto.

Una commissione di esperti con un elevato profilo tecnico-scientifico, nominati da Invitalia in collaborazione con le istituzioni coinvolte, il Ministero dei Beni e delle attività culturali e l’ Istituto nazionale di urbanistica, ha valutato gli elaborati proposti, decretando i 3 vincitori che si aggiudicano un montepremi di 105.000 euro: 60.000 al primo classificato, 30.000 al secondo e 15.000 al terzo.

Inoltre, la commissione ha attribuito due menzioni speciali, a cui vanno 5.000 euro ciascuna: Mario Cucinella Architects Srl, per il valore attribuito al coinvolgimento della cittadinanza nel processo di trasformazione e per la definizione di un solido impianto organizzativo per la sua implementazione; Ove Arup & Partners International Limited per la profondità dell’analisi della pianificazione urbanistica e della stratificazione storica della città.

Dei 20 raggruppamenti che avevano superato la fase di preselezione, 18 hanno poi presentato la loro proposta a Invitalia entro la data prevista del 16 novembre 2016. Tutte le idee proposte hanno tracciato alcuni scenari possibili per l’isola della Città Vecchia, pensandola come un sistema da vivere pienamente, integrato nella complessità dell’area comunale e tenendo conto dell’evoluzione urbanistica, sociale ed economica e della sua non comune dotazione storica e ambientale.

Le idee presentate hanno affrontato in generale il tema del recupero di un più elevato livello della qualità della vita di questo quartiere, summa di sistemi urbani tenuti insieme dalla specifiche caratteristiche geografiche. Il rapporto col mare, la mobilità, la fruizione degli spazi aperti, l’uso della residenzialità pubblica, l’ambiente e l’attrattività sono stati i temi imprescindibili affrontati da quasi tutte le proposte presentate.

I 18 raggruppamenti, all’interno dei quali sono presenti oltre 160 studi professionali o professionisti singoli, 250 consulenti e oltre 100 giovani professionisti, con un’elevata presenza di soggetti internazionali, sono rappresentati dai seguenti mandatari: Abdr – Alvisi Kirimoto+Partners – Architetto Cellini – Calogero Montalbano – Concorso Stabile Caire – Federico Oliva Associati Foa – Guendalina Salimei T Studio – Labics Srl – Mario Cucinella Architects Srl – Mate Società Cooperativa – Ove Arup&Partners International – Podrecca Zt Gmbh – Prof. Ing. Arch. Giovanni Maciocco – S.B. Arch-Studio Bargone Architetti Associati – Stefano Boeri Architetti Srl – Studio Paola Viganò – Studio Schiattarella E Associati Srl – Telos Srl.

#Opentaranto - Invitalia

Il ministro per la Coesione territoriale e Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, ha commentato: “Complimenti ai vincitori e grazie a quanti hanno partecipato. Tutti di altissimo livello i progetti presentati, a testimonianza del grande interesse, nazionale e internazionale, che il recupero e la rinascita della Città Vecchia di Taranto suscitano. La rigenerazione del quartiere si configura come un tassello importante tra i numerosi interventi previsti dal governo col contratto istituzionale di sviluppo, un mosaico di misure che punta al risanamento ambientale e al rilancio complessivo – urbanistico, produttivo, culturale e sociale – di Taranto e del suo territorio”.

“Il patrimonio di idee della città di Taranto è stato ora arricchito dal lavoro di tantissimi professionisti, architetti e economisti: al concorso di idee per la Città Vecchia hanno partecipato non solo esperti locali, ma moltissime organizzazioni di livello nazionale e internazionale”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri. “Sono state presentate idee e suggerimenti – ha ricordato – che non solo contengono un alto grado di innovatività, ma sono rispettose dell’ambiente, dell’equilibrio della città vecchia e della sua storia urbanistica. In conclusione, oggi Taranto ha finalmente a disposizione un patrimonio di proposte e suggerimenti dal quale attingere per costruire un piano di interventi che guardi finalmente al futuro della città”.

Il concorso è stato funzionale all’identificazione di un piano degli interventi da realizzare: il Comune di Taranto può cosi estrarre ampi suggerimenti, modelli generali e progetti specifici dalle tante idee presentate in vista della costruzione del piano degli interventi per il recupero. A tal fine, sarà avviata a breve una fase di presentazione e discussione di quanto emerso dalle proposte presentate, anche attraverso una mostra dei progetti e un primo convegno, in cui la Città potrà confrontarsi con queste idee.

DETTAGLIO SUI GRUPPI VINCITORI:

 

1°Classificato: Mate Società Cooperativa

Mandanti:

Arch. Francesco Nigro

SPSK – Studio Di Architettura E Ingegneria Arch. Emiliano Auriemma, Arch. Carola Clemente, Arch. Matteo Giannini, Associazione Professionale

Prof. Arch. Dott. Jose Maria Ezquiaga Domínguez

Prof.ssa Arch. Paola Eugenia Falini

Ing. Arch. Maria Cristina Petralla

Arch. Daniele Frediani

 

2°Classificato: Stefano Boeri Architetti Srl

Mandanti:

Consorzio Uning Soc. Cons. Arl

Giuseppe Gagliardi

Sergio Scarcia

Antonio Pompeo Pio De Santis

Carmine Chiarelli

Chiara Sasso

Fabio Fusco

Pietro Laureano

Antonio Monte

Alessandro Francesco Cariello

Luigi Falbo

Rossella Ferorelli

Andrea Paone

Antonella Berardi

 

3°Classificato: S.B.Arch.- Studio Bargone Architetti Associati

Mandanti:

Dott. Arch. Camillo Nucci

B5 Srl

Neostudio Architetti Associati

Sintagma Srl

3ti Progetti Italia – Ingegneria Integrata Spa

Dott. Arch. Fernando Russo

Dott. Arch. Ferdinando Mazza

Dott. Arch. Giuseppe Francone

Dott. Arch. Davide Scrofani

 

DETTAGLIO SU PROPOSTE MENZIONATE

 

Mario Cucinella Architects Srl (6° Classificato)

Mandanti

Luigi Oliva

Studio De Vita & Schulze Architetti

Tms Engineering Srl

Patrizia Di Monte

Land Milano Srl

 

Ove Arup & Partners International Limited (7° Classificato)

Mandanti

Arup Italia Srl

 




Approvato dal Cipe il contratto istituzionale per Taranto. Dopo la firma, in arrivo 864 milioni di euro

Schermata 2015-12-23 alle 23.10.22di Marco Ginanneschi

Il CIPE ha assegnato questa sera 38,7 milioni di euro, a valere sul Fondo sviluppo e coesione 2014-2020, per la realizzazione di un Piano di interventi per l’area di Taranto. In particolare interventi sull’Arsenale Militare, a titolarità del Ministero della Difesa, per 37,20 milioni di euro e azioni per l’accelerazione della progettazione degli interventi prioritari, a titolarità di INVITALIA spa, per 1,5 milioni di euro. Il Comitato ha inoltre salvaguardato gli interventi finanziati con le risorse FSC 2007-2013 e 2000-2006 (assegnazioni disposte con delibere nn. 62/2011, 87/2012 e 92/2012) che saranno ricompresi nel Contratto istituzionale di sviluppo (CIS) per l’Area di Taranto.

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 Gli 864 milioni di euro previsti del contratto istituzionale per Taranto ora non sono più una promessa, ma una solida realtà. Duecentocinquanta di questi milioni verranno erogati immediatamente, dopo l’approvazione del Cipe. Il CIS è lo strumento che individua, dettaglia e monitora gli interventi di riqualificazione e di sviluppo del territorio che comprende, oltre alla stessa città di Taranto, i Comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola.

Fra gli interventi più importanti: 391 milioni di euro destinati al sistema portuale, 105 per le bonifiche, 99 milioni per l’edilizia abitativa e per il quartiere Tamburi e la città vecchia, 207 per la costruzione dell’Ospedale San Cataldo, oltre ai 37 milioni per l’Arsenale, 24 milioni per altri interventi infrastrutturali fra cui finanziamenti anche per le aree dei comuni di Massafra, Crispiano, Montemesola e Statte.

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L’incontro era stata preceduto da una riunione a Palazzo Chigi presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza  On. Claudio De Vincenti, affiancato dal Sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, che ha visto la partecipazione della Regione Puglia con l’Assessore allo Sviluppo Economico Loredana Capone (collegata in videoconferenza), del Sindaco di Taranto Ippazio Stefano,  del Sindaco di Crispiano Vito Ippolito e di esponenti delle altre amministrazioni comunali interessate. Hanno inoltre portato il loro contributo il Commissario Straordinario del porto di Taranto Sergio Prete, quello per gli interventi di bonifica e ambientalizzazione Vera Corbelli, il Presidente della Camera di Commercio di Taranto Luigi Sportelli ( anch’egli collegato in videoconferenza).

Le amministrazioni centrali sono state rappresentate dal Capo della Struttura di missione per Taranto Giampiero Marchesi, dal Capo del Dipartimento per la Coesione Vincenzo Donato, dal Direttore generale dell’Agenzia per la Coesione Territoriale Ludovica Agrò e da alti dirigenti dei Ministeri dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture, dei Beni Culturali e dell’Ambiente. Presente, infine, per il suo ruolo operativo, Invitalia, con l’Amministratore Delegato Domenico Arcuri.




Ilva, la prova del fuoco

di Massimo Mucchetti

Il Sole 24 Ore ha avuto il merito di riproporre per primo la questione meridionale come banco di prova del governo, con l’intervista al ministro Guidi e l’intervento (molto concreto) dell’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, e ieri, con il fondo di Luca Ricolfi, ha sostenuto l’appello (giustissimo) del premier, Matteo Renzi, contro la cultura del piagnisteo. A mio parere, va ora aggiunto che, proprio per non ricadere nel “genericismo”, questo banco di prova potrà funzionare nel tempo se superiamo, adesso, la prova del fuoco costituita dall’Ilva.

Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali. Diversamente, il fallimento dell’azienda avrebbe conseguenze sociali ed economiche tali da azzerare la credibilità di ogni altra politica per il Mezzogiorno se e’ vero che, come dice il governo, chiudere l’Ilva costerebbe 8 miliardi. Vengo al dunque.

L’Ilva, si sa, raggiunge il pareggio operativo con una produzione giornaliera di 21.500 tonnellate di acciaio. Naturalmente, a pieno regime, l’Ilva può produrre di più e guadagnare, anche parecchio. Ma questo e’ il traguardo del futuro, non il punto di partenza di oggi. L’azienda ha spento l’altoforno principale, l’AFO5, per fine campagna, tenendo in funzione due degli altri tre altoforni (AFO2, AFO4). Questa scelta riduce la produzione a 12.000 tonnellate al giorno, determinando, dati i costi fissi, perdite operative di un centinaio di milioni di euro.

Schermata 2015-08-17 alle 10.50.37Non crocifiggo nessuno per questo. Sarebbe errato e ingeneroso. Ogni congiuntura ha le sue ragioni. Ma non possiamo nemmeno dimenticare che, quando a metà 2014 si decise di “cambiare passo” lasciando cadere il piano industriale dell’allora commissario Bondi, l’Ilva perdeva 35 milioni al mese. Nella seconda metà dell’anno scorso, all’apparente recupero del conto economico anche grazie a introiti non operativi, corrispose l’aumento dei debiti fino al punto di rendere inevitabile il ricorso all’amministrazione straordinaria.

Ora, per fermare l’emorragia in attesa della ripartenza di AFO5, bisogna aumentare la produttività degli impianti attivi senza aggravare l’impatto ambientale. Un’operazione che può funzionare se si caricano con preridotto gli altri altiforni nella misura del 20% del potenziale. Il preridotto e’ il minerale di ferro lavorato non più con il carbone, altamente inquinante, ma con il gas, che lo è’ assai meno. Sento dire che l’azienda avrebbe fatto o avrebbe in animo di fare un ordine d’acquisto di 800 mila tonnellate di questo semilavorato. Sarebbe assai interessante.

Con l’utilizzo del 20% di preridotto in carica, il professor Mapelli, di nuovo consulente dell’Ilva, calcolò a suo tempo un incremento della produttività dell’11% e un decremento del 15% delle emissioni di CO 2, delle polveri sottili e degli idrocarburi aromatici. Quando a Taranto si potrà arrivare all’utilizzo del solo preridotto con soli forni elettrici, a parità di produttività gli idrocarburi aromatici spariranno del tutto dalle emissioni, le polveri sottili scenderanno al 5% dei livelli attuali e la CO 2 sarà un terzo di quella attuale.

Tutto questo è rimasto lettera morta perché a metà 2014 il piano industriale, centrato sull’innovazione del preridotto, e’ stato contrastato e congelato ex cathedra come non sostenibile sul piano economico. Non mi interessa, in questa sede, aprire processi al passato, per quanto prossimo. Basterà ricordare che, tre-quattro mesi dopo, il presidente di Federacciai ha proposto di produrre il preridotto a Piombino e oggi guardano al preridotto alcune delle maggiori acciaierie del Nord per contrastare, con l’innovazione, la scarsità e la crescente onerosità del rottame, la loro materia prima. Il fatto e’ che i costi del preridotto stanno scendendo sui mercati internazionali, come era previsto da Bondi.

L’Ilva dovrebbe guardare all’innovazione del preridotto non solo per obiettivi congiunturali, ma anche per avere un processo produttivo più snello e flessibile, non più basato solo sul carbone. L’Ilva del 2015 produce ancora gli acciai dell’Ilva pubblica (in venti anni è stata introdotto una sola vera novità di prodotto), mentre i concorrenti europei hanno sviluppato almeno 6 nuove categorie di acciaio (ciascuna categoria composta da 6 a 10 specialità) che hanno conquistato i mercati della meccanica, del settore automobilistico/veicoli commerciali e delle condutture.

Lo sviluppo di nuovi prodotti e l’incremento di produttività degli impianti possono realizzarsi solo se le imprese potranno operare senza emergenze di natura ecologica, da cui derivano pressioni ambientali che deconcentrano i gestori e compromettono la produttività. Siamo sicuri che, quando AFO5 tornerà a produrre, allora automaticamente ILVA supererà il break-even? Pongo la domanda perché, secondo i tecnici, esistono altri colli di bottiglia a valle degli altoforni.

CdG procura tarantoCome potrebbe migliorare il rapporto con la città e pure con la magistratura? La magistratura di Taranto ha commesso anche errori materiali e giuridici clamorosi come e’ emerso nei lavori della Commissione Industria del Senato, oltre che in Cassazione, ma resta  resta un interlocutore stimabile e utile alla società, in ogni caso decisivo. Ora, se l’azienda si impegnasse ad affrontare la sorgente di gran parte dei pericoli ambientali che ne frenano l’attività, il clima, e non mi riferisco a quello atmosferico, potrebbe migliorare. Questa sorgente di pericolo si chiama carbone: carbone e la sua trasformazione in coke. Ricordiamoci che l’Ilva deve gestire a ridosso della città 10 grandi cokerie. E’ prudente immaginare che non sorgano altri conflitti senza un progetto di graduale superamento del carbone?

Il costo del gas naturale, necessario a produrre il preridotto, negli ultimi mesi ha continuato la discesa. L’ultimo prezzo registrato prima di scrivere questa lettera era di 0.205 euro al metro cubo, ma c’era stato anche un minimo di 0.15 euro. L’amministrazione Obama promuove la ritirata dal carbone non tanto perché colpita dal Dio Sole sulla via della Green economy, ma perché la rimozione delle sanzioni all’Iran associata allo sfruttamento dello shale gas abbassa strutturalmente le quotazioni del gas.

L’Iran può diventare un fornitore di gas naturale liquefatto necessario a produrre preridotto sul territorio italiano, creando nuova occupazione. Nel frattempo, può essere un fornitore interessante anche di preridotto da caricare negli altoforni e nei forni elettrici italiani. Da qui può cominciare una metamorforsi che nel 2030 potrebbe portare l’Ilva a liberarsi dal carbon fossile con il duplice effetto di riportare la pace in città e di mettere in scacco i concorrenti europei.

Attenzione: svedesi e norvegesi hanno programmato la produzione di preridotto entro il 2018; un’ Ilva ancora basata sul solo carbon fossile entrerebbe in sofferenza. Si pensi invece a quale ruolo potrebbe assumere l’Italia in Europa ove si intestasse questa battaglia dell’innovazione per l’Ilva. A Bruxelles metterebbe all’angolo i siderurgici tedeschi e francesi che vorrebbero fosse fermato il salvataggio dellIlva in quanto aiuto di Stato. A Taranto si scriverebbe il futuro, altro che sussidi. E loro non vorrebbero per non dover investire, altro che tutela della concorrenza!

Ma a Taranto si potrebbe riprendere il rapporto con la Bei per finanziare questi investimenti, e ricorrere pure ai certificati bianchi, in altre circostanze assai discutibili, per reggere il gioco. L’Ilva, insomma, potrebbe offrire la migliore tra le best practices e diventare il punto di riferimento nella Ue. Per l’Italia il problema diventerebbe un’opportunità. Quale grande partita industriale potrebbe attendere il governo, anzi il premier stesso!

Certo, non mancherà chi potrà criticare Matteo Renzi per aver dato retta a quanti volevano la testa di Bondi illudendosi che l’Ilva, con le legacy da sempre note, fosse vendibile ad Arcelor Mittal o a improbabili cordate di siderurgici italiani senza disponibilità a investire denari veri. Ma che cosa saranno mai alcune critiche di fronte a una nuova storia di speranza e sviluppo?

In ogni caso, se non si fa ripartire l’Ilva con un processo produttivo semplificato e più compatibile con l’ambiente, l’intero Mezzogiorno resterà al palo. Con un effetto negativo sensibile pure sulla bilancia commerciale dell’intero Paese se e’ vero che le difficoltà produttive dell’Ilva hanno bruciato 4,45 miliardi euro di esportazioni (in particolare dal giugno 2014 e ancor più dallo scorso gennaio) allargando il varco da cui passa l’acciaio asiatico. Mi viene da dire: coraggio, Matteo.