Caserta, un medico lega il suo cane alla macchina e lo trascina: denunciato !

ROMA – Un  medico di 51 anni residente a Minturno (Latina) non voleva far salire il proprio cane sulla macchina appena lavata, e così ha pensato (male) di legare il guinzaglio alla vettura trascinando l’animale sull’asfalto. L’uomo è stato fermato e denunciato dai Carabinieri a Villa Literno, nel Casertano, mentre procedeva a velocità sostenuta in Via Vittorio Emanuele, con il cane attaccato all’auto e trascinato.

Chiunque si trovasse in quel momento in via Vittorio Emanuele di Villa Literno ha potuto assistere alla scena terribile: l’auto procedeva a velocità sostenuta, trascinandosi dietro il povero animale, costretto a subire quella tortura ingiustificata, impotente. Come si legge sui media locali, la cagnolina ha provato a fatica a non perdere contatto dall’auto, rischiando la vita.

Ai Carabinieri della stazione locale l’uomo, ha cercato di giustificarsi sostenendo di non aver fatto salire il cane perché il figlio 18enne, che era in auto, ne aveva timore. Il medico 51enne  ha riferito anche che l’auto era stata da poco lavata e quindi il cane, salendo a bordo, l’avrebbe sporcata. Il cane, un meticcio di 10 anni, ha riportato ferite ad una zampa,  non letali e, dopo le cure veterinarie, è stato affidato a un canile, e si spera che ora troverà una nuova casa, in cui essere coccolato come meriterebbe e  dove verrà trattato sicuramente meglio . La vera “bestia” lasciatecelo dire non è lui.

Se l’accusa di maltrattamento di animali verrà confermata, come noi auspichiamo, il medico rischia una condanna da 3 a 18 mesi di detenzione o una multa da cinquemila a 30mila euro.




3mila "furbetti" del reddito di cittadinanza scoperti dalle Fiamme Gialle. La macchina dei controlli INPS è ferma....

ROMA – Dall’Inps trapela, ma rigorosamente non ufficialmente che la Guardia di Finanza ha scoperto dall’inizio dell’anno 3mila “furbetti” che hanno ottenuto il reddito di cittadinanza, e nonostante questo incentivo lavoravano in nero.  I controlli effettuati ad oggi, sarebbero infatti qualcosa  meno di 4.500 a fronte di 922.487 redditi di cittadinanza già erogati. Peraltro le Fiamme gialle avrebbero ricevuto dall’ INPS non più di 600mila nominativi dei beneficiari ! E gli altri 322.487 ? Sarebbe interessante chiederlo al ministro Luigi Di Maio se non fosse occupato ad amoreggiare in piscina con la sua ultima “fiamma-fidanzata

Dal punto di vista statistico si tratta di numeri ancora troppo parziali per mettere a fuoco il fenomeno, ma che in ogni caso finiscono per dare ragione all’allarme lanciato dal viceministro dell’Economia, Massimo Garavaglia (Lega): “Sul reddito di cittadinanza le prime verifiche della Gdf stando dando risultati interessanti: gran parte di coloro ai quali è stato erogato il reddito di cittadinanza risulta non titolare e quindi i numeri i risparmi non possono che aumentare“.

 

Parole che hanno spinto il presidente dell’Inps Pasquale Tridico,”tutore” del reddito di cittadinanza, e non a caso nominato in “quota M5S“,  a giustificarsi: “Al momento non ci sono dati su eventuali irregolarità. I controlli incrociati dell’Inps con le banche dati collegate sono stati massivi e preventivi, la loro efficacia è dimostrata dal fatto che più di un quarto delle domande è stato respinto“. A dargli man forte è arrivata il viceministro “grillino”, Laura Castelli: “I numeri comunicati da Garavaglia, secondo il quale il 70 per cento di chi riceve il reddito di cittadinanza non ne avrebbe diritto, non corrispondono al vero. A me non risulta che la Guardia di Finanza abbia fornito dati in tal senso“.

Attualmente risulta difficile fare luce sulla questione al centro delle polemiche tra Garavaglia e Tridico: cioè sulla qualità e sulla quantità dei controlli successivi alla concessione dell’assegno per scoprire i furbetti, anche perché la Guardia di Finanza mantiene il massimo riserbo sul numero delle verifiche, probabilmente sotto “pressione” del M5S . Guarda caso proprio ieri l’Inps ha comunicato ufficialmente soltanto di aver girato alla Finanza – come prevede il “Decretone” cioè  la legge istitutiva del reddito – 600mila nominativi di altrettanti beneficiari del reddito di cittadinanza per le attività di controllo e che finora circa “32mila nuclei sono decaduti dal beneficio” per decesso, variazione reddituale e uscita dalla disoccupazione oppure perché dopo un controllo è stato scoperto che non avevano diritto. resta da capire, ma dall’ INPS nessuno parla, come mai i controlli siano a posteriori e non precedenti all’erogazione del sussidio.

 

L’istituto è stato invece più preciso, sui numeri generali della misura: al 31 luglio  le domande presentate sono state 1.491.935, delle quali 922.487 accettate, circa 400mila quelle rigettate ed al momento circa 170mila sono sotto ulteriore verifica istruttoria. Quindi secondo l’ INPS  “la percentuale di domande respinte è attualmente al 26,8 per cento“, ma in realtà si tratta di controlli al momento di natura preventiva.

Sulla base di  notizie “ufficiose” che trapelano dall’Inps, le verifiche dalla Gdf effettuate sarebbero poco meno di 4.500, spesso all’interno di controlli più generali contro il sommerso ed il mancato pagamento di contributi pensionistici. Anche se i finanzieri hanno portato alla luce vicende molto allarmanti:  ad esempio la Guardia di Finanza ha scoperto a Carini, in provincia di Palermo, in un ristorante 7 addetti in nero su 11 totali. che percepivano anche il reddito di cittadinanza. A Castrovillari in Calabria per lo stesso reato sono state denunciate 8 persone .

Incredibile il caso di un fruttivendolo che, nonostante fosse titolare di una regolare licenza per la sua bottega di frutta a Crotone, è stato “beccato” dai finanzieri perchè non dichiarava un euro al fisco e non contento…percepiva anche il reddito di cittadinanza . Non molto lontano, a Montegiordano nel Cosentino, due uomini di giorno intascavano il reddito  mentre di notte lavoravano – rigorosamente in nero e senza contratto – come guardiani in un supermercato e in un lido balneare.

Il grande buco nero del reddito di cittadinanza dopo quasi cinque mesi dal suo avvio, resta di fatto il sistema dei controlli. La tanto annunciata  macchina di controlli che avrebbe dovuto coinvolgere l’Inail, la Guardia di Finanza,  l’Inps, le motorizzazioni e i Comuni, non è ancora entrata in funzione . E non poteva essere diversamente: l’istituto di previdenza ha stilato un primo accordo con le Fiamme Gialle sullo scambio dei dati soltanto a giugno , mentre si è dovuto aspettare fine luglio per definire le modalità delle attività di verifica, alle quali si devono attenere l’Ispettorato nazionale del lavoro.

Il presidente dell’ INPS Tridico ha emanato un’apposita circolare annunciando che “per i controlli il personale ispettivo potrà utilizzare le banche dati dell’Inps, attraverso una nuova piattaforma informatica predisposta dall’istituto che accoglie i dati di tutti i percettori di Rdc”. In realtà però la banca dati non è ancora stata implementata. L’ennesima “bufala” a 5 stelle.




Il Tribunale del Riesame scarcera il sindaco leghista di Apricena: non ci sono i gravi indizi di colpevolezza

BARI – I giudici del Tribunale del Riesame di Bari hanno annullato l’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari emessa dal Gip del Tribunale di Foggia il 17 luglio scorso a carico di Antonio Potenza, sindaco (sospeso) di Apricena, in provincia di Foggia, per assenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari.  Il primo cittadino di Apricena era coinvolto nel blitz dell’ operazione “Madrepietra” effettuata lo scorso 23 luglio, dalla Guardia di Finanza. I giudici ne hanno quindi disposto l’immediata scarcerazione.

Potenza, ex di Forza Italia, passato alla Lega di Matteo Salvini, venne arrestato e posto ai domiciliari con l’accusa di peculato, abuso d’ufficio e concussione. La Procura di Foggia sostiene che il sindaco abbia costretto una collaboratrice, vincitrice di un concorso pubblico, a cedere il posto in graduatoria a un suo conoscente, risultato vincitore della selezione. A Potenza veniva contestato anche l’utilizzo dell’auto del Comune per svolgere commissioni private.

Antonio Potenza e l’ eurodeputato Andrea Caroppo, quando aderì alla Lega di Matteo Salvini

Infine avrebbe affidato verbalmente, senza passare da gara pubblica – secondo l’accusa –  a un imprenditore a lui vicino la fornitura e l’installazione delle telecamere di sorveglianza alla sede comunale. Imprenditore che, tra le altre cose, avrebbe bonificato l’ufficio del sindaco scovando due microspie. “Con il massimo rispetto per ogni interlocutore, qualche volta la giustizia penale cautelare corre il rischio di apparire un ‘fuor d’opera’ – affermano i legali del primo cittadino -. Il Tribunale del Riesame ha neutralizzato, per il sindaco di Apricena Antonio Potenza, questa eventualità, annullando radicalmente l’ordinanza che lo aveva posto ai domiciliari“.

“Con immensa gioia e amore vi comunico che il collegio di giudici (3 giudici) ha annullato in toto l’ordinanza del gip di Foggia. Non esistono indizi di colpevolezza, ordinando l’immediata scarcerazione di Antonio Potenza“, è stato il commento pubblicato sui social sul profilo gestito dalla famiglia del sindaco. “Antonio è libero perché non ha mai commesso nessun reato e voi lo sapete perché lo conoscete benissimo. Ringraziamo il Signore per averci liberato da questo incubo. Antonio non può ancora comunicare con nessuno perché fino a quando non gli viene notificato il provvedimento non può parlare. Grazie a tutti per le preghiere”.

Nel procedimento sono coinvolti anche l’assessore comunale al verde pubblico e ai servizi cimiteriali, Ivan Augelli, e l’imprenditore Matteo Bianchi. Il Tribunale della Libertà si pronuncerà per Augelli il prossimo 22 agosto ma come fanno sapere i suoi legali , già da venerdì  sarà depositata istanza di scarcerazione, mentre Bianchi è ritornato in libertà da alcuni giorni.

Il sindaco di Apricena, Antonio Potenza dopo essere tornato in libertà in seguito all’annullamento dell’ordinanza da parte del Tribunale di Bari, ha deciso di prendere la parola ed ha annunciato un comizio pubblico : “Qualche ora fa mi è stata notificata l’ordinanza del Tribunale della Libertà di Bari che annulla quella del gip di Foggia, perché non ci sono indizi di colpevolezza. Abbiamo sofferto tutti, ma come sempre con la coscienza a posto continuiamo ad andare avanti. Questa sera alla ore 21.30 in Piazzale Andrea Costa farò un pubblico comizio, per parlare come sempre a tutti voi, con trasparenza, onestà e legalità. Noi non ci nascondiamo, anzi ci mettiamo sempre la faccia perché la legalità è uno stile di vita e non uno slogan. Ho molte cose da dirvi. Riappropriamoci della nostra serenità e continuiamo ad amare insieme Apricena. Vi aspetto numerosi. Facciamo girare l’invito. nL’invito è rivolto anche a tutti gli organi di informazione, soprattutto alle testate giornalistiche e televisive nazionali che nelle scorse settimane hanno dato molto risalto a questa vicenda. Anche a loro ho un po di carte da far visionare“.

Questo il suo comizio in diretta trasmesso sul social network Facebook 

1a parte

2a parte




Nessuna violazione per Lido San Michele. Il Gip rigetta le accuse della Capitaneria e della Procura di Taranto

TARANTO – Come ben noto a tutti ormai, gli stabilimenti balneari hanno l’obbligo di realizzare percorsi per garantire l’accesso al mare di persone diversamente abili, e sarebbe interessante verificare quanti stabilimenti sono realmente attrezzati per il rispetto delle norme.

Lo scorso 6 agosto militari della Capitaneria di Porto di Taranto  durante un controllo ( di routine ?) avevano proceduto al sequestro preventivo di alcune strutture dello stabilimento Lido San Michele, ubicato in località viale del Tramonto a  San Vito (Taranto) .

LA RICHIESTA DI SEQUESTRO

DELLA PROCURA DI TARANTO

Lido San Michele PM 1-unito

Piccolo particolare … è che quelle strutture non andavano e tantomeno potevano essere assolutamente  sequestrate ! Non a caso questa mattina il Gip dr.ssa Rita Romano del Tribunale di Taranto, non ha convalidato e conseguentemente rigettato il sequestro preventivo richiesto dal provvedimento emesso dalla pm dr.ssa Rosalba Lopalco,   i cui provvedimenti spesso e volentieri  non vengono condivisi da Gip, Tribunale del Riesame e persino in Cassazione. E quando qualcuno (il nostro Direttore n.dr.) glielo fa notare correttamente e con continenza nei suoi articoli, arriva persino a minacciare querele peraltro mai pervenute. Il Tribunale di Taranto ha disposto ieri anche  l’immediata restituzione delle aree.

LA DECISIONE DI DISSEQUESTRO

DEL GIP DEL TRIBUNALE DI TARANTO

Lido San Michele GIP unito

Nel suo provvedimento il giudice Romano  spiega molto bene che “nel caso di specie, trattandosi di opere precarie non infisse al suolo (pedane e passerelle per camminamento e stazionamento anche di invalidi), non appare configurabile il reato di cui all’art. 44 lett. c) dpr 309/90”. Così come anche gli altri reati contestati dalla pm Lopalco secondo il Gip non sono ipotizzabili  “atteso che con l’ordinanza balneare 2019, approvata con determinazione n. 251 del dirigente della sezione Demanio e Patrimonio della Regione Puglia in data 5.4.2019, sulle aree in concessione per strutture balneari, anche ove non riportati sul titolo di concessione, vi è l’obbligo di realizzare idonei percorsi perpendicolari alla battigia e fino al raggiungimento della stessa, al fine di garantire l’accesso al mare da parte di soggetti diversamente abili, nonchè la facoltà di disporre al fine di consentire la loro mobilità all’interno dell’area in concessione, altri percorsi da posizionare sulla spiaggia”.

Oggi pomeriggio la Capitaneria di Porto di Taranto ha quindi dovuto provvedere immediatamente a rimuovere i sigilli ed a restituire le aree all’Associazione San Michele Arcangelo titolare della concessione demaniale, rappresentata dal suo presidente avv. Angelo Ippolito.

Adesso tutte le aree del Lido  sono di nuovo fruibili, compreso quelle per i disabili che erano state oggetto dell’incredibile incomprensibile sequestro. Un provvedimento fortemente criticato e non condiviso da parte delle associazioni impegnate a tutelare i diritti delle persone diversamente abili.

Forse sarebbe il caso che il vertice della Procura di Taranto invitasse alcuni pubblici ministeri a documentarsi meglio e cercare di evitare disagi ai cittadini ed in questo caso persino ai disabili. Troppo “sensazionalismo” e la ricerca dei titoloni sui soliti organi di (dis)informazione specializzati…nel giustizialismo alla fine dei conti fanno solo male e danni alla “vera” Giustizia. Quella con la “G” maiuscola.

 




Ndrangheta: operazione della Polizia di Stato contro le cosche di Siderno.

ROMA – È in corso dalle prime ore di questa mattina una vasta operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 28 ordinanze di custodia cautelare (23 in carcere e 5 agli arresti domiciliari) nei confronti di elementi di vertice, affiliati e prestanomi delle ‘ndrine MUIÀ e FIGLIOMENI e della potente cosca COMMISSO di Siderno (RC), ritenuti responsabili, a vario titolo, dei delitti di associazione mafiosa transnazionale ed armata, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo del credito, usura e favoreggiamento personale, commessi con l’aggravante del ricorso al metodo mafioso, ovvero al fine di agevolare la ‘ndrangheta.

Ndrangheta: operazione della Polizia contro le cosche di Siderno

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Giuseppe Macrì

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Francesco Filippone

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Domenico Cerisano

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Giuseppe Gregoraci

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Cosimo Futia

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Armando Muià

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L’operazione è la prosecuzione dell’inchiesta Canadian Ndrangheta Connection nell’ambito della quale, il 18 luglio scorso, gli agenti dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno sottoposto a fermo di indiziato di delitto 12 soggetti affiliati alla ‘ndrina MUIA’. Gli investigatori stanno eseguendo anche perquisizioni in Calabria e Liguria. Impiegati 150 uomini e donne della Polizia di Stato.

L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia  di Reggio Calabria – sviluppata nel biennio 2018-2019 – con un’articolata indagine condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato – ha consentito di delineare gli assetti e l’operatività delle ‘ndrine MUIÀ e FIGLIOMENI, collegate alla più affermata e risalente cosca COMMISSO, tradizionalmente operante a Siderno (RC) e in Canada e di allargare le conoscenze sull’articolata struttura della ‘ndrangheta in ambito sovranazionale, dal momento che è stato possibile documentare, per la prima volta, che l’articolazione territoriale operante nel grande Stato nordamericano, riferibile alla locale di Siderno, è attualmente governata da un organismo abilitato a riunirsi in territorio estero e ad assumere decisioni anche con riferimento alle dinamiche criminali attualmente esistenti nel territorio calabrese.




Scommesse online. Società maltese in rapporti con la 'ndrangheta nasconde al fisco italiano 4 miliardi di ricavi

ROMA – La Guardia di Finanza di Reggio Calabria, insieme al Nucleo speciale entrate ed al Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche ha concluso una verifica fiscale nei confronti di una società maltese con organizzazione in Italia, operante nel settore del gioco online, relativamente agli anni d’imposta 2015 e 2016, dalla quale è emersa l’omessa dichiarazione di ricavi per quasi 4 miliardi di euro ed una base imponibile ai fini della Imposta unica sulle scommesse pari ad oltre 1 miliardo di euro.

In tale sede era stata accertata l’esistenza di un’associazione per delinquere di tipo mafioso con proiezione transnazionale, costituita da soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, che, avvalendosi di società estere – tra le quali la società verificata – ha esercitato abusivamente l’attività di gioco in Italia, riciclando ingenti proventi illeciti. La raccolta di scommesse, in effetti, attuata dagli allibratori anche al di fuori del proprio Paese di stabilimento, ha conosciuto un notevole sviluppo con la diffusione della tecnologia informatica che permette il rapido scambio di dati attraverso le reti telematiche.

L’azione di vigilanza e controllo a tutela del monopolio statale sui giochi, sulle scommesse e sui concorsi pronostici – orientata a prevenire e reprimere tutti gli illeciti legati al gioco irregolare e clandestino – ha evidenziato che in Italia, negli ultimi anni, si è registrata una proliferazione di agenzie che effettuano la raccolta di scommesse via internet, affiliate a bookmaker esteri il più delle volte privi delle previste concessioni rilasciate dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

I Finanzieri hanno quindi accertato una maxi evasione d’imposta anche con riferimento all’Irap per oltre 6 milioni di euro, all’Ires per oltre 47 milioni ed alla Ius per oltre 71 milioni.

La verifica fiscale è scaturita dalle risultanze emerse nell’Operazione “GALASSIA, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Reggio Calabria in collaborazione con lo SCICO e conclusa nel novembre del 2018 con l’esecuzione a 18 fermi e al sequestro di società nazionali ed estere, siti di scommesse on line e altri beni per un valore pari ad oltre 723 milioni, disposti dalla Dda diretta da Giovanni Bombardieri.

Dall’indagine era emersa l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso con proiezione transnazionale, costituita da soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, che, avvalendosi di società estere – tra le quali la società al centro delle verifiche, che poi ha cambiato compagine sociale e adesso non ha alcun legame con fatti di ‘ndrangheta – ha esercitato abusivamente l’attività di gioco in Italia, riciclando ingenti proventi illeciti.

Invero, è stato rilevato che alcuni bookmaker transnazionali operano sul territorio italiano attraverso reti di agenzie perfettamente organizzate che rappresentano l’’interfaccia della “casa madre” e alle quali è riconosciuta dal bookmaker una provvigione commisurata alle giocate raccolte.

 

Nel corso delle operazioni complessivamente condotte dalla Fiamme Gialle è emerso che la società verificata, sebbene avesse aderito alla procedura di emersione prevista dalla Legge di Stabilità 2015 (cd. “Sanatoria”) e fosse munita di apposita autorizzazione a svolgere sul territorio nazionale attività di raccolta di scommesse, con vincita in denaro, attraverso una rete fisica (cd. “gaming a terra”), costituita da una pluralità di “Punti di Raccolta”, ha continuato abusivamente a proporre scommesse in parallelo rispetto alla autorizzazione ufficiale, nonché sottraendo rilevante materia imponibile all’Imposta Unica, all’IRES ed all’IRAP, conseguente al riciclaggio dei relativi proventi illeciti.

I Finanzieri hanno così proceduto alla dettagliata analisi della documentazione contabile acquisita, oltre che delle risultanze investigative emerse nell’ambito delle pregresse indagini, verificando, sulla base dei riscontri tecnici posti in essere dalla componente specialistica della Guardia Finanza, l’effettivo volume delle scommesse illegali complessivamente poste in essere sia in ambito sportivo via internet che sui Casinò virtuali ovvero nel Poker on-line.

Alla luce di quanto sopra, e al termine di dettagliati accertamenti tecnico-contabili, è stata così accertata una maxi evasione d’imposta anche con riferimento all’IRAP per oltre 6 milioni di euro, all’IRES per oltre 47 milioni di euro ed alla IUS per oltre 71 milioni di euro.

La maxi evasione fiscale  indicata in 4 miliardi di euro, importo che deve intendersi quale valore corrispondente ai complessivi maggiori ricavi constatati rispetto a quelli riportati nelle dichiarazioni annuali presentate dalla Società verificata. A seguito dello scomputo dei correlati costi, sono state quindi rideterminate le Imposte dovute e non versate con riferimento all’IRAP per oltre 6 milioni di euro e all’IRES per oltre 47 milioni di euro. Relativamente alla Imposta Unica sulle Scommesse, rideterminata in oltre 71 milioni di euro, si conferma che il predetto importo scaturisce dall’applicazione delle previste aliquote alla maggior base imponibile constatata, pari ad oltre 1 miliardo di euro.

La verifica appena conclusa dà prova della costante attenzione che la Guardia di Finanza rivolge al delicato settore della Tutela delle Entrate e, in particolar modo, dei complessi fenomeni di evasione fiscale transnazionale, anche a contrasto delle sue forme più subdole e difficilmente perseguibili, posti in essere attraverso le nuove frontiere dell’economia digitale.




Il Colonnello Bia nuovo comandante della Guardia di Finanza a Brindisi

BARILunedì scorso a Bari, presso la Caserma “Sottobrigadiere M.A.V.M. Saverio Garzone” della Guardia di Finanza, ha avuto luogo, l’avvicendamento nella carica di Comandante del I Gruppo Bari tra il Colonnello t.ST Nicola Bia ed il Colonnello t.ST Luca Gennaro Cioffi.

Il Colonnello Bia dopo tre anni di intensa attività in territorio barese caratterizzati da un forte impegno ad ogni forma di traffici illeciti, assumerà l’incarico di Comandante Provinciale della Guardia di Finanza a Brindisi.

Gli subentra il Colonnello Cioffi, di origini campane, plurilaureato con varie specializzazioni nel comparto fiscale ed economico nonché in organizzazione, gestione e sviluppo delle risorse umane. Arruolatosi nel Corpo nel 1995, proviene dal Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Caserta e precedentemente ha diretto il Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria.

Al colonnello Bia vanno i nostri auguri per il nuovo prestigioso incarico dalla Direzione e Redazione del nostro giornale, che ha sempre apprezzato la sua disponibilità e collaborazione, ed al colonnello Cioffi gli auguri di benvenuto e buon lavoro.




Blitz della Polizia di Stato a Taranto Vecchia

TARANTO – Controlli a tappeto, ieri mattina, sono stati effettuati dal personale della Squadra Mobile della Questura di Taranto, in collaborazione con la Polizia Locale, i tecnici dell’ Enel e l’Unità Cinofila della Polizia di Stato di Bari, nella Città Vecchia.

Posti di controllo sulle principali vie di accesso al Borgo antico sul Ponte di Pietra ed sul Ponte Girevole, più di 150 i veicoli controllati e 200 le persone identificate, 20 i veicoli tra vetture e scooter sequestrati per mancata assicurazione.

Effettuate anche numerose perquisizioni domiciliari a pregiudicati da parte del personale della Squadra Mobile.

Sono state rinvenute grazie alla presenza ed ausilio dell’Unità Cinofila della Polizia di Bari, diverse quantità di sostanza stupefacente del tipo cocaina o hashish abbandonate per strada o nelle auto dagli spacciatori sentitisi “braccati” da questa imponente operazione di polizia. Rinvenuto anche, all’interno di uno stabile abbandonato, il castello di una pistola.

il questore di Taranto Giuseppe Bellassai

“I servizi svolti questa mattina in Borgo antico – ha dichiarato il Questore di Taranto dr. Giuseppe Bellassai – si inseriscono nel più ampio Progetto di Controllo Integrato del Territorio, con il coinvolgimento dei diversi settori di intervento propri della Polizia di Stato: il contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti e/o alla detenzione illegale di armi e munizioni, il controllo ai detenuti domiciliari, la verifica sul possesso dei titoli di soggiorno“.

CdG Falchi Mobile Taranto

I Falchi della Squadra Mobile hanno tratto in arresto un 24enne “beccato” a vendere 4 dosi di cocaina suddivisa in involucri di cellophane ad un 36enne tarantino,  . All’interno del borsello in uso all’arrestato è stata ritrovata la somma di 252 euro suddivisa in banconote di piccolo taglio, quale provento dell’attività di spaccio effettuata. La perquisizione, è stata estesa anche al suo domicilio, dove la Polizia ha rinvenuto e sequestrato la somma di 780 euro, ritenuta anche questa provento dell’attività di spaccio.

Altro arresto, sempre per spaccio di sostanza stupefacente, da parte della Squadra Volante nei confronti di un pluripregiudicato sottoposto alla libertà vigilata, trovato in possesso di un involucro contenente cocaina per un peso complessivo di 26 grammi.

I Falchi hanno denunciato per spaccio anche un 20enne tarantino, trovato in possesso della somma di euro 110 suddivisa in banconote di piccolo taglio e le chiavi di un deposito situato nelle vie del borgo antico. La successiva perquisizione domiciliare ha consentito di rivenire una stecchetta di hashish del peso di circa 10 grammi.

Denunciato per oltraggio a pubblico ufficiale un pluripregiudicato tarantino trovato in possesso di una bottiglietta di metadone a lui in uso che, all’atto del controllo da parte dei Falchi, ha cominciato a beffeggiarli ed offenderli.

La Divisione Polizia Anticrimine ha tratto in arresto un tarantino, già detenuto agli arresti domiciliari, sulla base di un provvedimento della Procura di Taranto dovendo espiare la pena di 3 anni e 2 mesi per rapina in concorso e la violazione della legge sulle armi.

La Volante ha denunciato per furto di energia elettrica una 32enne tarantina, titolare della licenza di un minibar in piazza Democrate allacciato abusivamente al palo della rete elettrica pubblica.

I proprietari di due appartamenti sono stati denunciati per furto rispettivamente di energia elettrica e di gas, avendo creato un passante per consentire l’allaccio abusivo alla rete elettrica pubblica.

 

Il Commissariato Borgo ha tratto in arresto un cittadino russo, residente a Manduria su esecuzione dell’ordine di carcerazione emesso dalla Procura di Taranto. lo stesso, ricoverato presso l’Ospedale SS. Annunziata per una frattura al braccio provocata da una caduta accidentale, è risultato destinatario del provvedimento giudiziario per aver commesso diversi reati di minaccia aggravata e detenzione illegale di armi commessi a Manduria nel 2014.

Le violazioni al Codice della Strada, come il mancato uso del casco protettivo o delle cinture di sicurezza, – ha evidenziato il Questore Bellassaisono spesso il segnale di quel sentimento di illegalità e di assenza di senso civico che va avversato. I reati minori, molto diffusi, hanno ricadute notevoli sui cittadini onesti e corretti e sulla stragrande maggioranza dei cittadini di Taranto. Così, le strategie di contrasto al crimine potranno essere più efficaci ed incisive se preliminarmente si affermano la coscienza civile ed il rispetto dell’altro”.

La collaborazione con la Polizia Locale è fondamentale – ha concluso il Questore di Taranto – per aggredire su più fronti il fenomeno dell’illegalità, a volte legato anche a situazioni di degrado sociale: ognuno, per la propria parte, deve contribuire a migliorare le condizioni di vivibilità dei cittadini, per accrescere il loro senso di fiducia. Non a caso, questi servizi vengono svolti proprio in un Quartiere importante come Città Vecchia: è da qui che deve partire la rinascita di una città che ha tanto da raccontare, per restituire Taranto a quella parte di cittadini onesti e rispettosi, che amano la propria città e che si impegnano per la valorizzazione delle sue meraviglie”.




Cassazione: si prescrivono accuse di truffa per Bossi e Belsito. Confermata confisca 49 milioni alla Lege Lega

ROMA – E’ durata oltre quattro ore la camera di consiglio degli ermellini della Cassazione, per arrivare alla pronuncia sul processo della truffa per i rimborsi elettorali della Lega ai danni dello Stato, con cui hanno prescritto il reato di truffa per Umberto Bossi e Francesco Belsito il quale però rimane responsabile del reato di appropriazione indebita: per lui quindi vi sarà in questo caso la rideterminazione della pena in secondo grado.

I giudici hanno anche confermato la confisca dei 49 milioni alla Lega, mentre decadono le confische personali. Il PgMarco Dall’Olio, nella sua requisitoria  aveva richiesto la conferma delle condanne per Belsito e Bossi, parlando di “indubbie spese per la famiglia Bossi.

Secondo l’avv. Angelo Alessandro Sammarco, difensore dell’ex tesoriere Belsito, la decisione dei giudici  “non è così tremenda rispetto all’orrore che inizialmente si profilava. Adesso aspettiamo di leggere le motivazioni“, ha commentato, ricordando che per Belsito è rimasta in piedi l’accusa di appropriazione indebita, per la quale la pena dovrà essere rideterminata dalla Corte d’Appello di Genova. ” Un’imputazione che noi contestiamo perché Belsito non ha commesso alcuna appropriazione indebita. Dopo aver letto le motivazioni, valuteremo se fare delle impugnazioni straordinarie sulla decisione”. ha concluso Sammarco.

 Il processo d’appello per l’ipotizzata truffa aggravata ai danni dello Stato da parte dei due esponenti dell’allora Lega Nord, si era concluso con la sostanziale conferma del verdetto di primo grado: i giudici avevano inflitto 1 anno e 10 mesi a Bossi e 3 anni e 9 mesiBelsito. Ben più basse le pene per i tre revisori . Diego Sanavio, ed Antonio Turci condannati a otto mesi e Stefano Aldovisi:  a quattro mesi, tutti accusati di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.

Secondo l’accusa il partito aveva ottenuto i rimborsi elettorali ai danni del Parlamento, tra il 2008 e il 2010, falsificando rendiconti e il bilancio. Durante l’udienza in CassazioneBelsito dopo che il suo avvocato aveva avanzato istanza di “rinvio per integrazione documentale“, rilevando che in cancelleria mancava il fascicolo relativo al dibattimento di primo grado e la “documentazione sui conti correnti del partito Lega“,  aveva richiesto la ricusazione dei giudici del collegio della sezione feriale chiamato a decidere sulle condanne .

Matteo Salvini, Umberto Bossi e Roberto Maroni

Nel 2014 la Lega, da alcuni mesi guidata da Matteo Salvini come segretario, incassò parte dei 49 milioni di rimborsi elettorali ai quali ora la procura di Genova sta dando la caccia perché oggetto di una truffa. Secondo la sentenza del tribunale che in primo grado aveva condannato Umberto Bossi e il tesoriere Francesco Belsito – oggi è arrivata la prescrizione – sono soldi che devono tornare nelle casse dello Stato.

Richiesta che è stata bocciata dai giudici del collegio deputato a decidere e che ha quindi dato semaforo verde alla Camera di consiglio che emetterà la sentenza, anche perchè l’istanza dell’ex tesoriere Belsito non avrebbe potuto comunque far scattare la prescrizione.

“Non è vero che i rendiconti erano solo generici. Erano anche falsi: si diceva ‘rimborso autisti’. – ha sottolineato Dall’Olio –  Ma in realtà si finanziava la famiglia Bossi, un aspetto secondario e “sotto questo profilo che si configura il reato di truffa”. Le condanne in Appello per truffa aggravata allo Stato e la confisca di oltre 49 milioni di euro erano arrivate a seguito delle inchieste della Procure di Milano e Genova da cui erano venute alla luce una serie di spese per la famiglia Bossi a carico del partito .

Queste ultime erano contenute in una cartella dalla scritta The Family che conteneva anche i pagamenti per i corsi della laurea in Albania di Renzo Bossi, figlio del senatur. Ad essere certificata è stata dunque la violazione delle leggi per l’erogazione di quelli che vengono chiamati rimborsi elettorali.

Resta aperta invece la questione della conferma della sentenza di secondo grado al processo gemello di Milano. Il prossimo 11 settembre la Suprema Corte di Cassazione sarà chiamata a decidere sul ricorso della procura generale di Milano, che chiede di estendere la querela presenta dal leader delle Lega Salvini nei confronti del solo Belsito, anche ai due Bossi.

Belsito ha ricusato il collegio anche in quel caso e quindi se la richiesta dovesse essere accolta si dovrebbe costituire un nuovo collegio giudicante. Mentre, invece, se fosse respinta, si avrebbe poi a sentenza.

Sulla decisione è intervenuto anche Matteo Salvini nel frattempo diventato ministro dell’Interno e vicepremier, ha sempre preso le distanze da quei denari sostenendo, senza fornire spiegazioni dettagliate, che lui non ne sa nulla se non che “sono stati spesi in dieci anni“, interpellato dai giornalisti a margine della festa della Lega di Arcore in Monza eBrianza, ha detto:  “Sono anni che vanno avanti con questi 49 milioni, a me non cambia niente. Non mi cambia la vita”.
Una presa di distanza condivisa almeno nella sostanza, se non nei toni , con Roberto Maroni suo predecessore alla guida della Lega.



Sottoscritta l'intesa interistituzionale del "Protocollo per la Legalità" presso la Questura di Taranto

TARANTO – Presentazione ufficiale questa mattina presso la Questura di Taranto del Protocollo d’intesa per la realizzazione di azioni comuni per la lotta al bullismo e cyberbullismo e per la promozione della cultura della legalità. Alla sottoscrizione dell’intesa interistituzionale erano presenti: il Questore di Taranto, Giuseppe Bellassai; il Prefetto di Taranto, Antonella Bellomo; il Dirigente del Compartimento Puglia della Polizia Postale , Ida Tammaccaro,  il Sindaco di Taranto ; il Presidente dell’A.N.M. – Sezione di Taranto, Fulvia Misserini; il Direttore del Dipartimento Jonico dell’Università degli Studi di Bari, Riccardo Pagano; il Sindaco di Taranto ed  il rappresentante dell’Ufficio VII – Ambito Territoriale per la Provincia.

Il Protocollo nasce con l’obiettivo di contrastare e prevenire fenomeni di bullismo, cyberbullismo o atteggiamenti che configurano reati, promuovendo in favore della popolazione jonica azioni volte a promuovere la cultura della legalità in genere ponendo l’accento sulla cultura di parità, sul contrasto alle discriminazioni e alle violenze di genere. “Con questa intesa – ha commentato il Questore Bellassaiabbiamo deciso di rafforzare tra le Istituzioni un percorso di cooperazione con un obiettivo comune: innalzare il senso di sicurezza percepita nei cittadini, partendo e coinvolgendo soprattutto i giovani, la linfa vitale della nostra società. La Polizia di Stato è da sempre in prima linea nell’attivare le giuste sinergie con tutti coloro che agiscono, a vario titolo, sul territorio ricercando sempre nuove strategie che possano veicolare la cultura della legalità tra i cittadini. Sottoscrivere questo protocollo da parte di tutte le Istituzioni della provincia di Taranto significa testimoniare concretamente che siamo pronti, ciascuno per il proprio campo d’azione, a fare la nostra parte, nel promuovere un modo nuovo di concepire l’impegno per Taranto incardinato sull’inderogabile valore del rispetto dell’altro

“Insieme, lo stiamo riscontrando nelle varie iniziative che la Questura di Taranto ha promosso nell’ultimo periodo – ha aggiunto il questore Bellassaisiamo più forti di coloro che delegano, che stanno a osservare isolandosi da ciò che li circonda, che puntano il dito verso ciò che non va. Taranto e la sua provincia sono invece un territorio creativo, dinamico, ricco di risorse umane, di valori, di impegno civico che va valorizzato e rafforzato attraverso un atteggiamento resiliente che promuova percorsi condivisi, come quello che abbiamo avviato oggi, che puntano al bene comune attraverso la valorizzazione di intese e intessendo rapporti tra pubblico e privato”.

Il Questore di Taranto ha poi evidenziato e ricordato che : “La legalità non è un concetto astratto. È la cifra distintiva del nostro agire come uomini delle Istituzioni, come poliziotti, come cittadini, come studenti. Per me la legalità è partecipazione ed è il coraggio di scegliere da che parte stare. Ed è quello che giorno dopo giorno cerchiamo di trasmettere ai nostri ragazzi, in particolare negli incontri che i tanti uomini e donne della Polizia di Stato tengono nelle scuole. Sono loro il futuro della terra jonica ed è per questo che il protocollo sottoscritto punta a programmare percorsi sperimentali di prevenzione mettendo a fattor comune conoscenze e professionalità che possano supportare questa progettualità. Ci confronteremo con loro sui temi che interessano la vita di tutti i giorni: bullismo e cyberbullismo, stalking, limiti della legittima difesa, l’età di perseguibilità dei reati, furti di identità, truffe on-line e off-line, violenza di genere, uso di sostanze stupefacenti, abuso di sostanze alcoliche, come guidare in sicurezza. Spiegazioni affiancate da efficaci materiali video che illustrano, con esempi concreti, come evitare di incorrere in situazioni a rischio e, nel caso si cada nelle trappole di chi on-line e nella vita reale compie reati, a chi rivolgersi e come potersi difendere. Consigli utili soprattutto a chi, come gli adolescenti, intrattiene un’intensa frequentazione sui social network.

Tra le azioni che saranno poste in essere per l’anno scolastico 2019-2020 vi sarà anche un concorso per la realizzazione di opere artistiche di vario genere, rivolto a tutti gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado della provincia tarantina. “La finalità del concorso è quella di agevolare la riflessione e la discussione degli studenti sul tema della legalità, sull’importanza della convivenza civile e sul rispetto reciproco delle regole della società affinché tutti gli studenti si facciano portatori di una nuova cultura della legalità” ha concluso il Questore  Bellassai.




La Polizia salva a Napoli un labrador chiuso in auto sotto il sole a 40°

ROMA – Un labrador adulto  che era stato chiuso in auto, sotto al sole, a 40° dai suoi proprietari è stato tratto in salvo dalla Polizia della Questura di Napoli, che ha legittimamente dovuto sfondare il finestrino dell’autovettura per poter accedere all’abitacolo per salvare il cane che che è stato reidratato e affidato alle cure della ASL Napoli e per fortuna sta bene.

Gli uomini del Reparto Prevenzione Crimine Campania sono prontamente intervenuti e, di fronte all’evidente stato di malessere e sofferenza dell’animale, hanno infranto il finestrino dell’autovettura, al cui interno vi erano oltre 40 gradi, liberando il Labrador, facendolo bere e ricevendo in cambio affettuose attenzioni. I titolari dell’autovettura, due turisti stranieri, sono stati identificati e immediatamente denunciati per maltrattamento di animali, mentre il cane è stato affidato al presidio ospedaliero veterinario dell’ASL Napoli 1 Centro.




Bari, il generale Pennoni nuovo comandante provinciale GdF

ROMA – E’ avvenuto oggi presso la Caserma “M.A.V.M. Fin. Luigi Partipilo” alla presenza del Generale di divisione Vito Augelli Comandante regionale Puglia, l’avvicendamento al vertice del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Bari. Nuovo comandante provinciale è il Generale di brigata Roberto Pennoni, che sostituisce il Generale di brigata Nicola Altiero, il quale dopo tre anni trascorsi a Baricontrassegnati da un’efficace ed importante intensa attività in territorio pugliese caratterizzati da un forte impegno nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata ed a ogni forma di traffici illeciti,  , assumerà l’incarico di Comandante del Centro studi della Scuola di Polizia economico-finanziaria al Lido di Ostia (Roma).

Per il Generale Altiero motivare e coinvolgere le risorse umane, valorizzando il ruolo istituzionale fra gli attori preposti alla tutela della sicurezza economica e finanziaria, impreziositi sempre dai concetti di legalità, sono stati  i presupposti essenziali per consolidare il ruolo delle Fiamme Gialle al servizio della collettività.

Gli subentra il Generale Pennoni, plurilaureato, di origini umbre , che ha conseguito il Master di 2° livello in Diritto Tributario dell’Impresa presso l’Università Luigi Bocconi di Milano ed è, inoltre, specializzato in attività di verifica fiscale, in indagini bancarie e patrimoniali, in contabilità di bilancio, in organizzazione, gestione e sviluppo delle risorse umane. L’Ufficiale, arruolatosi nel Corpo nel 1988, proviene dal Comando Regionale Lazio e ancor prima ha diretto il Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia ed il I° Gruppo Roma.

Il Gen. Nicola Altiero ed il Questore di Bari dr. Giuseppe Bisogno

Stamane il Generale di Brigata Nicola Altiero, nel salutare le varie Autorità locali si è recato in Questura a Bari per un saluto al Questore di Bari Giuseppe Bisogno, ai Dirigenti e a tutti i funzionari, in vista del suo imminente trasferimento ad altro incarico. Nell’occasione il Questore di Bari ha rimarcato il proficuo lavoro svolto in collaborazione con la Guardia di Finanza che ha consentito il raggiungimento di ottimi risultati ed ha regalato al Generale una medaglia coniata quest’anno dalla Zecca dello Stato in occasione del centenario dell’Aquila, conferita alla Polizia di Stato nel 1919.




Sequestrati beni per 3 milioni alla "veggente" Sveva Cardinale

ROMA – Un sequestro conservativo di beni per quasi 3 milioni di euro è stato disposto dal Tribunale di Brindisi a carico di Paola (già Paolo)  Catanzaro, “veggente” nota come Sveva Cardinale, del marito Francesco Rizzo e di altri presunti complici in una truffa di cui sono accusati a vario titolo.

Il Tribunale brindisino in composizione collegiale ha così accolto le istanze di 8 presunte vittime che chiedevano il blocco dei beni, per un futuro risarcimento danni. Un imprenditore chiede la restituzione di circa 2 milioni di euro e altri sperano di riottenere ingenti somme. Sono stati sottoposti a sequestro la villa di Asiago (Vicenza) della Catanzaro, una casa a Cellino San Marco (Brindisi) intestata a una sua sorella, due immobili in via Giambattista a Brindisi di un’altra sorella, 4 immobili tra Adelfia e Conversano (Bari) intestati a un’altra imputata, Lucia Borrelli. Disposto anche il pignoramento di un quinto dello stipendio nei confronti dell’imputato Giuseppe Conte.

Sveva Cardinale dopo essere diventata donna cinque anni fa, è a processo per una presunta truffa milionaria in Veneto. Con lei sul banco degli imputati il marito e altre sette persone. L’accusa parla di associazione per delinquere finalizzata alle stangate.  Secondo gli inquirenti veneti, Paolo Catanzaro , diventato donna con un intervento che sarebbe stato finanziato dalle sue presunte vittime, e quindi la showgirl che aveva trasformato la propria identità in  Sveva Cardinale, voleva ritagliarsi uno spazio nel mondo del cinema.

Assieme al marito avrebbe approfittato del suo potere di seduzione per indurre il prossimo a spogliarsi del suo patrimonio. Per la Guardia di Finanza per 4 milioni di euro, beneficiando della donazione di otto immobili. Tra gli altri aveva stretto amicizia con un professionista della provincia di Padova che frequenta da decenni l’Altopiano, per farsi intestare una villetta ad Asiago del valore di quasi mezzo milione di euro. Inoltre, l’amico nel corso degli anni le aveva donato più di un milione.

Paolo, poi Paola Catanzaro, quindi Sveva Cardinale

Nel 2018  era già stato disposto un sequestro di beni del valore complessivo pari a circa 1,3 milioni di euro  a carico dell’ex veggente Paola, già Paolo Catanzaro, che utilizzava il nome d’arte  Sveva Cardinale, dopo che aveva trascorso quattro mesi in carcere, e di suo marito, Francesco Rizzo, attualmente in stato di libertà. Nei confronti dei due, considerati i personaggi di spicco dell’inchiesta “Reservoir dog”, sfociata il 29 gennaio 2018 nell’arresto degli stessi per il reato di “associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata“, i finanzieri del Nucleo di polizia Economico-Finanziaria di Brindisi dettero esecuzione ad un provvedimento del Tribunale di Lecce – Ufficio Misure di Prevenzione – emesso ai sensi del Decreto Legislativo nr. 159/2011 (cosiddetto codice Antimafia).

In particolare, gli accertamenti patrimoniali condotti dalle Fiamme Gialle, coordinate dalla Procura della Repubblica di Brindisi, avevano evidenziato una manifesta “sproporzione” tra i redditi dichiarati ed il patrimonio posseduto dai due soggetti che hanno consentito di avvalorare la richiesta di sequestro anticipato finalizzato alla successiva confisca. Sulla base degli accertamenti effettuati dai finanzieri, il Tribunale di Lecce ha ritenuto soddisfatti i requisiti necessari per l’applicazione del procedimento di prevenzione a carico dei due soggetti. “L’organo giudicante ha, infatti, constatato – come riporta una nota della Guardia di Finanzaalla luce delle evidenze documentali che i due coniugi sono risultati essere persone abitualmente dedite a traffici delittuosi e che, per la condotta ed il tenore di vita sproporzionato rispetto al reddito dichiarato, vivono con i proventi derivanti dalle predette attività illecite”.

 



Bellomo torna libero, ma niente insegnamento per un anno

BARIFrancesco Bellomo l’ex giudice espulso dal Consiglio di Stato e dalla magistratura, che si trovava ristretto ai domiciliari dallo scorso 9 luglio, ritorna a piede libero ma non potrà insegnare per un anno,  a seguito delle accuse per suoi presunti maltrattamenti su 4 donne, tre ex borsiste e una ricercatrice della sua Scuola di Formazione per la preparazione al concorso in magistratura “Diritto e Scienza“, e per una denunciata estorsione ad un’altra ex corsista per averla costretta a lasciare il lavoro in una emittente locale. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Bari, in parziale accoglimento in parte l’istanza dei difensori Beniamino Migliucci e Gianluca D’Oria , riqualificando i reati.

I giudici dell’ appello hanno sostituito la misura cautelare degli arresti domiciliari con l’interdizione per 12 mesi dalle “attività imprenditoriali o professionali di direzione scientifica e docenza“, riqualificando i reati contestatigli dalla Procura di Bari. I presunti maltrattamenti su quattro donne, tre ex borsiste e una ricercatrice della Scuola, sono stati riqualificati in “tentata violenza privata aggravata” e “stalking“, mentre la presunta estorsione ad un’altra ex corsista per averla costretta nel 2011 a lasciare il lavoro in una emittente locale, è stata ritenuta dal Riesame una condotta di “violenza privata”, che secondo la difesa “già sostanzialmente prescritta”. Peccato che Bellomo per dimostrare la sua millantata innocenza,  non abbia rifiutato la prescrizione scappatoia grazie alla quale molti avvocati “salvano” i loro assistiti.

Sulla base ed evidenze emerse delle indagini dell’ Arma dei Carabinieri, coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi e condotte dal pubblico ministero Daniela Chimienti, il Bellomo avrebbe vessato alcune corsiste della sua Scuola in cambio di borse di studio. Alle donne, con le quali aveva preteso ed avviato anche relazioni intime, avrebbe imposto dei codici di comportamento e dress code assurdi, arrivando a controllare i profili sui socialnetwork e persino le frequentazioni.

Per il procuratore aggiunto Roberto Rossi della Procura di Bari il Tribunale del Riesame ha riconosciuto i fatti così come descritti nell’ordinanza, ma ha ritenuto che siano un reato diverso, lo stalking, per ragioni giuridiche“, mentre “per le esigenze cautelari i giudici hanno ritenuto sufficiente che lui non tenga più le lezioni alla scuola di magistratura”. La Procura si ritiene per voce di Rossi  “più che soddisfatta, sarà poi il dibattimento  a decidere sulla colpevolezza dell’indagato” .

Secondo i difensori di Bellomo, Migliucci e D’Oria  “premesso che occorre leggere le motivazioni dell’ordinanza, il quadro ci sembra notevolmente ridimensionato rispetto alle accuse originarie. Faremo comunque ricorso per Cassazione appena saranno depositate le motivazioni, perché non riteniamo sia condivisibile che rispetto ad una impostazione di questo tipo si inibisca per 12 mesi l’insegnamento. Riteniamo che non sussista un grave quadro indiziario con riferimento ai fatti contestati, neppure così come riqualificati”.




Inchiesta della Procura di Roma sulla foto "rubata"in caserma

ROMA – Il  Comando generale dei Carabinieri dopo aver appreso che, durante la giornata di indagini e di interrogatori, qualche carabiniere faceva circolare su whatspp delle foto  che non avrebbero mai dovuto essere scattate e sopratutto fatte circolare, ha aperto un’inchiesta interna con l’intento di fare chiarezza al più presto. Un particolare una delle foto circolanti fra i Carabinieri di Roma che ritrae Christian Gabriel Natale Hjorth, il giovane statunitense arrestato per concorso in omicidio, furto e tentata estorsione, mentre viene sottoposto a interrogatorio.

Nella fotografia che è stata scattata da un’angolazione particolare interna della caserma dei Carabinieri, l’indagato ha intorno dei militari ed è fermo in attesa che qualcuno gli faccia delle domande. Lo si vede con le mani legate dietro la schiena ed una benda che gli copre gli occhi. Una foto che ha mandato letteralmente in bestia i vertici dell’Arma, che hanno immediatamente avviato l’indagine per accertare da chi fosse partito l’ordine di bendare l’indagato americano.

Gli accertamenti hanno avuto chiaramente le primi riposte, perché si è accertato da chi sia partita la decisione, anche se ancora non è stato scoperto chi sia stato a diffondere l’immagine. Al Comando Generale dell’ Arma di viale Romania, vogliono arrivare sino in fondo ed hanno inviato un rapporto sulla vicenda al procuratore aggiunto Michele Prestipino (attuale Procuratore capo di Roma facente funzione) il quale ha aperto un fascicolo di inchiesta.

 

Il militare che ha preso la decisione di bendare l’indagato si è cosi giustificato con i suoi vertici “Abbiamo deciso di mettere la benda perché sui monitor che c’erano nella stanza, scorrevano delle immagini e dei dati importanti per altre inchieste, e l’indagato non doveva vederle. Le manette e le mani dietro la schiena, invece, le abbiamo dovute mettere perché temevamo che potesse darsi alla fuga“.

Una vicenda questa che non finisce qui  perché durante la giornata che è seguita all’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, qualche altro carabiniere ha mal pensato di generare confusione ed ha fatto circolare delle fotosegnaletiche di quattro presunti spacciatori, tre marocchini e un algerino che erano entrati e subito dopo usciti dalle indagini,  in quanto almeno fino a questo momento non avevano nulla a che vedere con l’omicidio, immagini che sono stati diffusi anche su un profilo social di Facebook di un carabiniere e  di un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower. A lato una delle schede segnaletiche apparse sul web (l’immagine originale non conteneva censura n.d.r.)

Anche il Comando Generale della Guardia di Finanza ha confermato al CORRIERE DEL GIORNO  di aver avviato immediatamente i dovuti “urgenti approfondimenti sulla vicenda” e che eventuali responsabilità saranno poi trasmesse e rese note all’Autorità Giudiziaria competente.

Com’è nata la “fake news”

Fin dalla mattinata di venerdì si inizia a parlare di “caccia a due nordafricani”, per via di un titolo infelice del quotidiano Il Messaggero – successivamente modificato senza però alcuna traccia di rettifica all’interno dell’articolo – che è stata immediatamente rilanciato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che nel suo post su Facebook auspica “lavori forzati” per gli autori del delitto. In un articolo successivo il Messaggero fornirà un identikit più preciso dei ricercati, descrivendo uno dei due come “alto 1.80 e con le meches”.

La pagina di “Puntato” è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, “fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali”, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio.

La notizia viene riportata da molti organi d’informazione, da Repubblica a SkyTg 24, ma all’ora di pranzo non arriva ancora alcuna conferma ufficiale. Alle 12.47, la svolta. La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, “tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine”, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una “fake news, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web.

Nel giro di pochissimo tempo, su Twitter spuntano le schede segnaletiche dei quattro presunti sospetti, documenti questi “riservati” e non oscurati – teoricamente nelle mani dell’Arma dei Carabinieri – che riportano nome, cognome, fotografia e persino informazioni relative a domicilio e genitori degli uomini. Uno degli utenti che per primo ha postato le immagini – per poi cancellarle – ha rivelato di averle trovate su Portale Difesa, un aggregatore di notizie sulle forze armate dotato di forum e gruppo chiuso su Facebook.

A dare la definitiva visibilità alla “fake news” ci ha però pensato una pagina Facebook chiamata “Soli non siamo nulla. UNITI Saremo TUTTO”, (attualmente oscurata e non raggiungibile) che ha ripubblicato la foto messa in giro da Puntato, accompagnandola con la didascalia “Ora lasciateli a noi colleghi ed al popolo, faremo noi giustizia”. Prima di essere cancellato, il post è rimasto online per sei ore, ottenendo quasi 5mila condivisioni. Unico amministratore della pagina – come tiene a rivendicare nella sezione informazioni del suo profilo – è V. G., da 27 anni agente della Guardia di Finanza e con un breve passato in politica, da candidato di una lista civica in lizza per le comunali di Monte Romano, in provincia di Viterbo. La sua pagina Facebook è costellata di riferimenti espliciti alla destra estrema e al fascismo, tra i quali spiccano una bandiera di Casapound accompagnata dallo slogan #NoIusSolidiverse immagini di Benito Mussolini.

Dal Comando generale di viale Romania non vogliono dare spazio ad equivoci e polemiche ed hanno diffuso ieri un comunicato: “Il Comando Generale dell’Arma prende fermamente le distanze dallo scatto e dalla divulgazione di foto di persone ristrette per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il Comando Provinciale di Roma sta svolgendo con la massima tempestività accertamenti diretti a individuare i responsabili“.

Una vera e propria controinformazione che ha fatto pensare che qualcuno remasse contro l’inchiesta, considerata in particolar modo il momento particolare che l’Arma dei Carabinieri sta passando in queste ore, a seguito dell’omicidio improvviso di un giovane carabiniere, servitore dello Stato. Adesso qualcuno per timore di conseguenze penali e disciplinari sostiene che, in realtà, le foto sono circolate solo per far capire quello che stava succedendo, mentre in realtà hanno soltanto rischiato di danneggiare gli accertamenti e probabilmente ci saranno delle pesanti conseguenze su chi le ha diffuse. Come è giusto che accada.

Nel frattempo l’ Arma dei Carabinieri ha reso noto attraverso il proprio Ufficio per l’Assistenza ed il Benessere del Personale  ai propri Comandi, Compagnie e Stazioni, come informare tutti i cittadini che chiedono di poter manifestare la propria solidarietà alla moglie del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. 




Arrestato Pramod Mittal, fratello minore del magnate dell'industria dell'acciaio Lakshmi Mittal

ROMA –  I membri del Ministero dell’Interno del Cantone di Tuzla in Bosnia Erzegovina  hanno arrestato il miliardario, Pramod Mittal, fratello minore del magnate dell’industria dell’acciaio Lakshmi Mittal, per le presunte attività criminali presso la compagnia di Lukavac, “GIKIL Global Ispat Industria di Cokeria Lukavac” fondata nel 2003 con 1.000 dipendenti, sulla base di sospetti di frode e abuso di potere. La società GIKIL è stata fondata nel 2003 ed è cogestita da Pramod Mittal Global Steel Holdings e dall’ente statale bosniaco .

 Secondo quanto spiegato ai giornalisti dal Procuratore cantonale Cazim Serhatlic, l’arresto è relativo alla gestione di un impianto nella città di Lukavac, nel nord est della Bosnia ha confermato che “La polizia bosniaca, che ha agito su ordine del procuratore, ha arrestato il presidente del consiglio di supervisione di Gikil, Pramod Mittal . Oltre a  Pramod Mittal che possiede diverse società nei Balcani, sono  stati arrestati anche altri due esponenti della società che opera in Bosnia: il membro della commissione di controllo, Razib Dash ed il direttore generale Paramesh Bhattacharyya.

Il procuratore Serhatlic ha affermato che se ritenuti colpevoli i sospettati potrebbero subire pene detentive fino a 45 anni. È stato emesso un mandato di arresto per un quarto uomo “considerato membro di questo gruppo criminale organizzato con al vertice Pramod Mittal. I quattro indagati appariranno davanti a un giudice mercoledì prossimo .

Lakshmi Mittal e suo fratello Pramod

Secondo lo Zurnal un sito web di informazioni che segue la criminalità organizzata, si ritiene che i sospetti abbiano appropriatamente sottratto “almeno cinque milioni di marchi” (pari 2,5 milioni di euro, 2,8 milioni di dollari). Lakshmi Mittal , CEO del gigante mondiale dell’ acciaio Arcelor Mittal, in passato ha salvato suo fratello Pramod da altre disavventure in india. E’ doveroso precisare che Pramod Mittal non ha alcun ruolo nella gestione di Arcelor Mittal Italia a Taranto, società che è stata appositamente costituita a seguito dell’acquisizione degli asset ereditati dalla gestione commissariale di ILVA in Amministrazione Straordinaria, attraverso un bando europeo, in cui non ricopre alcun ruolo nè tantomano detiene alcuna partecipazione.


 

 


 




Arrestato nel Foggiano il sindaco di Apricena, ex-Forza Italia, passato alla Lega

FOGGIA –  Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Foggia guidato dal Col. Andrea Di Cagno, all’esito di complesse e articolate attività di indagine coordinate e dirette dai pm Marco Gambardella ed Enrico Infante dalla locale Procura della Repubblica, dalle prime ore di questa mattina hanno dato esecuzione all’ordinanza cautelare del Tribunale di Foggia, del Giudice per le Indagini Preliminari dr.ssa Carmela Corvino , con la quale è stata disposta l’applicazione di misure cautelari personali nei confronti di 15 soggetti (tre dei quali agli arresti domiciliari ed i restanti sottoposti a misure di natura interdittiva) ritenuti responsabili, a vario titolo, di gravi reati contro la Pubblica Amministrazione, la “par condicio imprenditoriale”, la fede pubblica ed il patrimonio.

Le indagini prendevano le mosse dalla querela presentata da un privato cittadino, con la quale venivano segnalate gravi irregolarità nelle procedure di aggiudicazione di importanti commesse pubbliche da parte del Comune di Apricena. A beneficiare di tali irregolarità, secondo il querelante, un noto gruppo imprenditoriale del posto, ritenuto “vicino” al Sindaco del Comune, Antonio Potenza al suo secondo mandato, ex-esponente di Forza Italia in cui ha militato per 11 anni,  eletto nella lista civica “Uniti per Cambiare” e convinto a confluire nella Lega nel maggio 2018 da Andrea Caroppo (anch’egli ex Forza Italia) all’epoca dei fatti segretario regionale della Lega in Puglia, il quale risulta estraneo alle indagini in corso.

Antonio Potenza ed Andrea Caroppo

L’immediata escussione del querelante a cura del Pubblico Ministero titolare delle indagini, e le conseguenti investigazioni svolte dalla Compagnia di San Severo e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Foggia consentivano di verificare la fondatezza della querela e di riscontrare, in particolare, l’esistenza ed operatività in Apricena del segnalato connubio politico – imprenditoriale attivo nel condizionamento di gare per l’aggiudicazione di commesse pubbliche.

Seguivano, su delega della competente Autorità Giudiziaria incisive investigazioni di natura tecnica, le cui emergenze venivano puntualmente riscontrate e validate da servizi di appostamento e pedinamento e da acquisizioni documentali. L’attività di indagine si sviluppava per un lungo periodo di tempo, in quanto nel corso delle investigazioni emergevano costantemente nuove ipotesi di reato, con conseguente necessità per la Procura della Repubblica di aggiornare le iscrizioni nel registro delle notizie di reato.

All’esito delle indagini, nei confronti di Antonio Potenza  Sindaco del Comune di Apricena, interessato dalla misura cautelare degli arresti domiciliari, sono stati acquisiti gravi indizi in ordine alla commissione dei reati di concussione, peculato d’uso ed abuso di ufficio. Nell’ordine, è stato accertato come il primo cittadino del Comune di Apricena, nel febbraio 2018, abbia costretto un componente del proprio staff a rinunciare al posizionamento ottenuto nella graduatoria finale di un concorso pubblico cui aveva partecipato, in modo tale da consentire ad altro candidato di risultare vincitore della selezione. L’intera condotta era mossa da ragioni di natura politica, risultate prevalenti rispetto al rigoroso rispetto della legalità. Arrestato anche l’assessore Ivan Augelli (all’epoca dei fatti consigliere comunale eletto nelle liste dell’ Italia dei Valori di cui era stato commissario cittadino) ) e l’imprenditore edile Federico Bianchi.

Ivan Augelli

Augelli avrebbe guidato il “comitato d’affari” assieme a Potenza. Proprio l’ assessore, come si legge nell’ordinanza  “riferì espressamente all’imprenditore Pastucci che si sarebbe aggiudicato l’appalto non ancora bandito(fatto successivamente verificatasi) e gli mostrò dettagliatamente i marciapiedi oggetto di intervento di manutenzione, evidenziando peraltro di essersi speso per fare ridurre la portata complessiva dell’intervento. “Questi sono tutti quanti che stiamo levando a te, capì? Questi sono tutti quelli che io tolgo, hai capito? Te ne ho tolti parecchi”, comunicando l’importo complessivo dell’appalto pari a 70mila euro.

Le captazioni telefoniche e tra presenti e le correlate escussioni testimoniali hanno poi dimostrato come il Sindaco del Comune di Apricena, abbia impiegato nel gennaio del 2018, per disbrigare impegni di natura privata e connessi alla professione di ingegnere, autovettura in dotazione al Comune per l’esecuzione di attività istituzionali. Il sindaco Potenza, tra i vari reati di cui  è chiamato a rispondere, secondo gli inquirenti avrebbe violato il principio di rotazione degli affidamenti pubblici, conferendo incarico ad una ditta “amica” di fornire e installare l’impianto di sorveglianza presso il Palazzo Comunale “Lombardi” , chiedendo inoltre anche un’ operazione “di bonifica” del suo ufficio che hanno consentito il rinvenimento di due microspie. Incarichi questi affidati verbalmente ed in totale assenza dei necessari atti amministrativi. Con formale “regolarizzazione” avvenuta successivamente mediante l’emissione di atti falsi retrodatati.

Al novembre 2017 risale invece, l’affidamento illecito, da parte del Sindaco di Apricena, dei lavori di realizzazione dell’impianto di videosorveglianza dell’immobile sede del Comune in favore di imprenditore compiacente. In particolare, nel corso delle attività di indagine, emergeva come il Sindaco utilizzasse personalmente una scheda telefonica intestata alla madre di tale imprenditore.

Contestualmente, a carico dell’ Assessore Augelli, componente del Consiglio Comunale di Apricena all’epoca dei fatti, interessato dalla misura cautelare degli arresti domiciliari, e di imprenditori edili collusi, uno dei quali sottoposto alla misura interdittiva del divieto temporaneo dell’esercizio dell’attività imprenditoriale per ciò che concerne i rapporti con la pubblica amministrazione, sono stati acquisiti gravi indizi dei reati di “turbata libertà degli incanti” e di “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, con riferimento alla procedura pubblica di gara per l’appalto di servizi concernente “azioni di supporto alle politiche occupazionali mediante l’attivazione di borse lavoro per la manutenzione del patrimonio”, nonché di “induzione indebita a dare o promettere utilità”, avendo l’amministratore pubblico, abusando della propria qualità, indotto un imprenditore a consegnare una partita di legname a persona di sua fiducia. In particolare, sono stati ricostruiti i passaggi con i quali sono state inquinate gare pubbliche, al fine di favorire imprenditori del luogo ritenuti vicini all’Amministrazione Comunale.

nella foto, il Comune di Apricena (Foggia)

Tra gli  episodi più significativi emersi nel corso delle indagini inerenti al condizionamento della gara pubblica emerge quello relativo alla realizzazione della rotatoria  lungo la Strada Statale 89, lavori per un ammontare complesso di 120 mila  euro per i quali gli inquirenti hanno accertato che attraverso la presentazione di “offerte di comodo” quattro imprenditori avevano turbato la gara per pilotare l’assegnazione al vincitore.

Nei confronti, invece, dell’imprenditore edile di Apricena Federico Bianchi sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari e di alcuni professionisti compiacenti, sottoposti invece alla misure interdittiva della sospensione temporanea dall’esercizio dell’attività professionale, sono stati acquisiti gravi indizi in ordine alla commissione dei reati di “falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, di “attività di gestione rifiuti non autorizzata” e di truffa ai danni di compagnia assicurativa.

Oggetto delle indagini anche il condizionamento della gara pubblica per la realizzazione della rotatoria lungo la S.S. 89 nel territorio di Apricena. Secondo gli elementi di prova raccolti, quattro imprenditori di Apricena costituivano un “cartello di imprese”, turbavano attraverso la presentazione di “offerte di comodo” la predetta procedura e consentivano quindi ad una delle imprese partecipanti di aggiudicarsi illecitamente la gara.

In tale contesto il funzionario della Centrale Unica di Committenza dei Comuni di Apricena, Isole Tremiti e Poggio Imperiale ed il Responsabile del Settore III – Lavori Pubblici e Patrimonio del Comune di Apricena formavano attestazioni ideologicamente false. I funzionari pubblici e gli imprenditori coinvolti sono stati sottoposti alle misure interdittive della sospensione temporanea dai pubblici uffici e dal divieto temporaneo dell’esercizio dell’attività imprenditoriale per ciò che concerne i rapporti con la Pubblica Amministrazione.

Inficiati da responsabilità di natura penale anche i lavori di miglioramento sismico della Caserma dei Carabinieri di Apricena, finanziati dalla Regione Puglia e dal Comune di Apricena, oggetto di procedura negoziata di gara pubblica. Gli elementi di prova raccolti hanno infatti consentito di accertare che il Direttore dei lavori del Comune di Apricena, il responsabile del Settore III – Lavori Pubblici e Patrimonio dell’Ente ed il rappresentante legale della società aggiudicataria dei predetti lavori pubblici formavano atti ideologicamente falsi relativi alla data di inizio dei lavori, inducendo in tal modo in errore la Regione Puglia e procurando alla società aggiudicataria un ingiusto profitto patrimoniale. I tre pubblici ufficiali coinvolti sono stati sottoposti a misure interdittive.

L’intera attività di indagine si è avvalsa anche della collaborazione di privati cittadini che, escussi a sommarie informazioni dagli inquirenti, hanno reso dichiarazioni tali da confermare pienamente il quadro cautelare emerso dalle attività di intercettazione, dai servizi di osservazione e dalla analisi dei documenti. In tutto sono 25 i soggetti coinvolti, ai quali è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

23 le persone coinvolte agli arresti domiciliari Potenza, l’assessore al verde pubblico Ivan Augelli e il noto imprenditore Matteo Bianchi. Misure interdittive a Federico Bianchi, classe ’89, Claudio Cardone del ’73, Giuseppe Angelo Colletta del ’69, i gemelli Giuseppe e Angelo D’Anello dell’ ’87, Michele Del Fine dell’ ’81, Daniela Del Fine dell’ ’85,   Francesco Delli Muti del ’66, Alessandro Di Nauta del ’74, Michele Ferrara del ’74, Vincenzo Antonio Ferullo del ’62, Roberto Gentile del ’65, Martino Girolamodibari dell’ ’83, Nicola Palma del ’79, Massimo Emiliano Pastucci del ’76,  Biagio La Piscopia del ’52,  Giovanni Rosario Ricciardi del ’69, Mario Raviele del ’70, Luigi Raviele del ’68, Anito Domenico Zicchino del ’60.  

Nei confronti del dirigente comunale Franco Delli Muti, è stata disposta la misura della sospensione temporanea dai pubblici uffici e servizi inerenti l’attività per la durata massima prevista dalla legge. Analoga disposizione ha colpito anche Claudio Cardone e Anito Zicchino (per i quali è stata disposta la sospensione temporanea dai pubblici uffici). Coinvolti Nicola Palma, i fratelli Giuseppe D’Anello e Angelo D’Anello, Massimo Pastucci e Giovanni Rosario Ricciardi, nei cui confronti è stato disposto il divieto temporaneo dell’esercizio dell’attività imprenditoriale per ciò che concerne i rapporti con la pubblica amministrazione, per la durata massima prevista dalla legge. Disposta la sospensione temporanea dall’esercizio dell’attività forense nei confronti dell’avvocato Roberto Gentile.

 

 




Operazione Lux della Polizia Postale: identificati ed indagati a Roma 9 dipendenti infedeli di ACEA spa

ROMA – Nell’ambito di una lunga e articolata attività di indagine condotta dagli investigatori della  Polizia Postale e delle Comunicazioni, in forza al  CNAIPIC il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche , è stata data esecuzione, con l’ausilio di personale del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma, alle perquisizioni locali e personali eseguite nei confronti di 9 persone, che, in concorso tra loro, avevano messo i piedi una complessa ed articolata attività criminale.

Al vertice del sistema 2 dipendenti infedeli di ACEA spa, oltre ad alcuni tecnici della municipalizzata ed elettricisti specializzati. Contestati agli indagati, a vario titolo, i reati di corruzione e frode.

Nel corso delle attività, svolte grazie alla collaborazione di ACEA e l’importante apporto della Protezione Aziendale e dei tecnici verificatori dell’azienda capitolina, è stato dato seguito inoltre a 10 provvedimenti di sequestro, con i quali sono stati assicurati altrettanti contatori manomessi dal sodalizio criminale, nell’ambito dei servizi offerti ai “clienti”, nella quasi totalità dei casi esercizi commerciali (bar, ristoranti, supermercati) i cui titolari sono stati denunciati per corruzione e frode.

I provvedimenti, emessi dalla Procura della Repubblica di Roma, che ha coordinato la complessa attività investigativa, sono stati eseguiti all’interno delle abitazioni ove gli autori del reato risiedono, nei luoghi ove questi prestano le loro opere professionali e nei siti ove sono stati manomessi i contatori.

Come riscontrato dagli investigatori diversi indagati a loro volta fruivano dei sistemi alterati, lucrando, in danno della società energetica municipalizzata della Capitale, fino al 75 % dell’effettivo consumo ovvero, addirittura, fruendo di allacci totalmente abusivi alla rete di distribuzione elettrica. Oltre ai contatori oggetto di provvedimento di sequestro, sono stati repertati decine di rilevatori in uso agli indagati già manomessi o pronti per la manomissione. Sequestrati ai tecnici del sodalizio punzonatrici provento di furto o con matricole abrase, utilizzate al momento dell’ alterazione dei contatori.




Madre di 35 anni muore in clinica a Bari dopo un' intervento per dimagrire

Annalisa Zizza e Luciano Saponaro (foto tratta da Facebook)

BARI –  Annalisa Zizza 35 anni, di Ostuni,  sposata con Luciano Saponaro e madre di un bimbo di sei anni, è morta nella clinica “Mater Dei” di Bari dopo essersi sottoposta ad un intervento per un bendaggio gastrico.  La donna si era recata in clinica giovedì scorso per sottoporsi all’intervento chirurgico che riduce le dimensioni dello stomaco e consente così di perdere peso.

Il bendaggio gastrico è un’operazione di chirurgia bariatrica che consiste nella riduzione della capienza dello stomaco attraverso l’applicazione di un anello di silicone. L’obiettivo è quello di innescare nel paziente l’anticipazione del senso di sazietà e di riempimento gastrico e quindi favorire il dimagrimento.

A quanto si è appreso, è morta in sala operatoria. Entrata alle 9 non ne è più uscita.  Alle 19 hanno dato al marito la tragica notizia: sua moglie Annalisa non c’era più, deceduta intorno alle 18.30.  Il marito, impiegato nell’azienda Telcom di Ostuni e molto conosciuto nella cittadina del brindisino, è ancora scioccato per quanto accaduto nella giornata del 18 luglio presso la clinica convenzionata “Mater Dei” di Bari.

Il dolore, la rabbia e lo sconforto e la rabbia hanno soprafatto la famiglia Saponaro che ha sporto immediatamente denuncia ai Carabinieri di Bari. Sono molteplici gli interrogativi che hanno come unico fine, quello di avere la verità su quanto accaduto nelle 10 ore trascorse da Annalisa Zizza  nella sala operatoria. Bisognerà innanzitutto capire se la donna è arrivata all’intervento chirurgico in condizioni fisiche compatibili con i margini di sicurezza o se qualcosa di imprevedibile si verificato in sala operatoria e quindi in tal caso si dovranno accertare le eventuali responsabilità mediche.

Il Pubblico Ministero dr.ssa Grazia Errede, della Procura di Bari titolare del fascicolo d’indagine ipotizza il reato di omicidio colposo a carico dei tre medici Alessandro Besozzi, Maria Grazia Sederino e Fabio Porcelli che hanno operato la povera donna morta, ed ha disposto il suo esame autoptico che verrà effettuato lunedì mattina,  per cercare di fare luce e chiarezza sulla reale causa del decesso della giovane donna. Lunedì mattina sarà conferito incarico per l’autopsia al medico legale Antonio De Donno, all’anestesista Enrico Lauta e al chirurgo Antonio Margari.

I Carabinieri della Stazione Bari Carrassi intervenuti giovedì sul luogo del decesso hanno provveduto a sequestrare immediatamente  il diario clinico che sarà analizzato dal consulente della procura barese per analizzare e individuare eventuali responsabilità mediche. Adesso si attende l’esame autoptico e, dopo l’accertamento necroscopico, il corpo della giovane mamma verrà restituito ai familiari per la celebrazione del suo funerale.

 




La Polizia Postale arresta un gestore del "pezzotto" con cui rivendeva abusivamente i programmi di Sky

ROMA– La Polizia di Stato di Palermo, al termine di un´articolata attività d’ indagine ad elevato contenuto tecnologico, ha disarticolato l’infrastruttura informatica, gestita dalla nota IPTV pirata “ZSAT“, che permetteva la riproduzione abusiva, attraverso internet, dell´intero palinsesto Sky.

Gli investigatori della Sezione Financial Cybercrime della Polizia Postale ,coordinati dalla Procura di Palermo, hanno così segnato un punto importante nel contrasto ad un fenomeno, quello della messa in commercio e riproduzione illecita del segnale delle pay-tv attraverso il web, troppo spesso sottovalutato, ma che tuttavia è in grado di generare un giro elevatissimo di profitti illeciti, spesso appannaggio delle più importanti organizzazioni criminali del Paese.

Le IPTV “pirata” rendono possibile tecnicamente, la visione, attraverso internet, dei canali delle pay-tv normalmente trasmessi via satellite, attraverso la stipula di abbonamenti illeciti i quali, a fronte di costi irrisori per il cliente finale e dietro l’istallazione di un semplice dispositivo domestico (il cosidetto “Pezzotto“), offrono la possibilità di accedere all´intero palinsesto, nazionale ed internazionale, delle più note emittenti satellitari a pagamento.

Organizzazioni criminali ben strutturate gestiscono una complessa infrastruttura tecnologica, basata sull´acquisto di abbonamenti genuini (le cosidette “Sorgenti“), da cui, attraverso un intricato sistema di decoder/encoder, il segnale viene trasformato in segnale-dati, scambiabile via internet per rendere possibile la trasmissione . A questo punto, attraverso il ricorso a servizi tecnologici disponibili in commercio sul web, il segnale informatico viene assemblato in pacchetti, ed offerto al pubblico attraverso un sistema di “rivenditori” che giunge fino al cliente finale.

Un fenomeno questo capace di generare un business milionario (si stima che fino allo scorso anno i profitti illeciti ammontassero ad oltre 700 milioni di euro all´anno), che da un lato si traduce in mancati incassi per gli operatori e dall’ altro costituisce una fonte di approvvigionamento per pericolosi settori criminali, che non infrequentemente risultano contigui con la criminalità organizzata, nostrana ed internazionale.

Al termine delle articolate indagini poste in essere dalla Polizia Postale e delle comunicazioni di Palermo e dalla Procura del capoluogo siciliano, il cerchio si è stretto intorno ad un cittadino palermitano di 35 anni, la cui abitazione è stata individuata e sottoposta ad attenta perquisizione.  Nella stanza da letto dell’ indagato, è stata puntualmente rinvenuta la “Sorgente” dell´IPTV pirata ZSAT, composta da 57 decoder di Sky Italia, collegati ad apparati per la ritrasmissione sulla rete internet, per un giro di clienti finali stimato in circa 11.000 persone in tutta Italia.

Proprio a riprova dell´entità del giro di affari illecito, gli agenti della Sezione Financial Cybercrime della Polizia Postale hanno rinvenuto e sequestrato, presso la sola abitazione dell’ indagato , nascosti negli scarichi dei bagni e nella spazzatura, ben 186.900 euro in contanti ed una macchina professionale conta-banconote, lingotti d´oro, e due “wallet” hardware (portafogli virtuali) contenenti cryptomoneta in diverse valute, il cui valore complessivo, certamente elevato, verrà meglio stimato a seguito degli ulteriori accertamenti tecnici.

L’uomo al momento è indagato per aver violato la Legge sul diritto d’ autore, in attesa che dal prosieguo delle indagini, gli ulteriori approfondimenti investigativi possano svelare un quadro probatorio ancor più articolato.