"Toghe Sporche" a Trani. Fra i cento testimoni anche il premier Conte e l'ex ministro Lotti

Michele Nardi

ROMA – Per provare a difendersi dalle accuse che potrebbero costargli vent’anni di carcere, l’ex gip di Trani Michele Nardi successivamente pm a Roma, attraverso il suo difensore ha richiesto al Tribunale di Lecce di poter ascoltare 104 testimoni tra cui compaiono numerosi nomi eccellenti a partire dal premier Giuseppe Conte ma anche oltre numerosi magistrati, Luca Lotti, Luca Palamara e Cosimo Ferri,  i protagonisti dello scandalo sulle nomine del Csm,  per finire con i parenti dei suoi principali accusatori.

Spetterà quindi al Tribunale di Lecce stabilire nel processo a carico delle toghe sporche degli uffici giudiziari di Trani che riprende domani davanti alla Seconda sezione,  chi dovrà rispondere nei prossimi mesi alle domande del difensore del magistrato sospeso dalle sue funzioni, che da gennaio è rinchiuso in carcere a Matera e che finora non ha mai voluto parlare o collaborare con gli inquirenti.

Ma anche l’accusa della Procura di Lecce, rappresentata dai pm Roberta Licci, Giovanni Gallone e Alessandro Prontera,  vuole ascoltare le testimonianze degli ex vertici della Procura di Trani. Per questo ha deciso di citare come testi il procuratore capo a Taranto Carlo Capristo ed il procuratore aggiunto a Bari Francesco Giannella, a suo tempo procuratore capo ed aggiunto a Trani. L’accusa intende chiedere al procuratore Capristo  chiarimenti in merito ai rapporti tra Nardi ed un altro degli imputati l’avvocato Giacomo Ragno (che ha optato per il rito abbreviato), mentre vuole sapere da Giannella  dei controlli fatti nel periodo di reggenza della Procura di Trani sui fascicoli dell’ex pm Antonio Savasta che dopo aver collaborato, anche lui, ha scelto il giudizio abbreviato.
Dopodichè saranno degli imprenditori a salire sul banco dei testimoni . I magistrati dell’accusa  ascolteranno due dei fratelli Ferri, Filippo e Francesco gli ex re dei grandi magazzini , ed il re degli outlet Francesco Casillo i quali dopo che lo scandalo è esploso, hanno confessato di aver pagato mazzette per evitare l’arresto, fatti però ormai troppo risalenti nel tempo e quindi prescritti.

Michele Nardi è ritenuto dall’accusa di essere al centro del giro di “mazzette” e corrutele,  emerso a seguito delle accuse a verbale rese dall’imprenditore coratino Flavio D’Introno, che ha detto di aver pagato 2 milioni di euro (oltre a gioielli,  la ristrutturazione degli immobili dell’ex gip e viaggi) per cercare inutilmente di sfuggire una condanna per usura, per la quale sta sconta una pena in carcere a Trani.

L’obiettivo di Nardi è smontare queste accuse. E quindi  l’ex gip vorrebbe chiedere riscontro a Ferri, Lotti e Palamara, sulle cene che ci sarebbero state a Roma con l’imprenditore coratino. Al gran maestro del Gran Oriente, Nicola Tucci, ed Antonio Binni, della Gran Loggia d’Italia, vorrebbe chiedere di confermare la sua estraneità agli ambienti massonici, così come vorrebbe chiedere a Conte se risultino suoi rapporti con i servizi segreti. Infatti  D’Introno ha raccontato di essere stato minacciato da Nardi che, gli avrebbe prospettato per convincerlo a pagare, gli interventi della massoneria, dei servizi segreti e di Gladio , motivo per cui la difesa di Nardi ha chiesto di ascoltare anche l’ex generale Paolo Inzerillo.

Ma l’ex gip del Tribunale di Trani vorrebbe portare sul banco dei testimoni anche suoi molti ex colleghi. Non soltanto Capristo e Giannella, ma persino l’attuale procuratore di Trani, Antonino Di Maio, e tutti i sostituti che negli ultimi anni prestato servizio presso la Procura di Trani . Nell’elenco dei testi di Nardi, compaiono  anche l’ex capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller, il procuratore generale di Bari, Annamaria Tosto, il presidente della Corte d’appello di Bari Franco Cassano, il presidente del Tribunale di Trani  Antonio De Luce. Ma anche l’ex rettore del’Università di Bari, Antonio Uricchio, ritenuto “amico di vecchia data del dottor Nardi”, l’ex sindaco di Bisceglie, Francesco Spina e l’attuale Angelantonio Angarano, decine di avvocati del foro di Trani, due psichiatri, due medici ed i famigliari di D’Introno , il padre Vincenzo, il fratello Domenico, la sorella Lorenza Lara e quelli dell’ex pm Savasta  a partire dalla la sorella Emilia.

Nardi vuole imbastire una sorta di contro-processo per cercare di dimostrare la falsità dei racconti fatti da D’Introno durante le oltre 100 ore di incidente probatorio, confutandoli. Oggi il collegio del Tribunale di Lecce dovrà sciogliere anche la riserva sulle costituzioni di parte civile: fra i quali compaiono due giudici, Loredana Colella e Ornella Gozzo, componenti del collegio della Corte di Appello che si è occupato di D’Introno e per il quale secondo l’accusa, millantando,   l’ex gip Nardi chiese un Rolex e due diamanti. A processo ci sono anche l’ex ispettore Vincenzo Di Chiaro (anch’egli in carcere a Matera), l’avvocato barese Simona Cuomo, il falso testimone Gianluigi Patruno e Savino Zagaria, l’ex cognato di Savasta.




Strage di Nassiriya. Il presidente Mattarella: "I nostri caduti vincolo morale per l'impegno dell'Italia"

ROMA – A Nassiriya, in Iraq, l’orologio si ferma alle 10:40 di sedici anni fa. La più grave tragedia per i militari italiani all’estero dalla seconda guerra mondiale causata da nn camion cisterna pieno di esplosivo mandato ad esplodere all’ingresso della base del Reggimento MSU, uccidendo 12 Carabinieri, 5 militari dell’Esercito Italiano e 11 civili tra italiani e iracheni.

Oggi, 12 novembre, ricorre l’11a “Giornata del Ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali di pace”. Ogni anno, commemora tutte le persone che, impegnate al servizio della pace e della sicurezza in diversi Paesi del mondo, hanno perso la propria vita nell’adempimento del proprio dovere. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha deposto una corona d’alloro all’Altare della Patria dopo la quale è stata celebrata una messa in ricordo dei caduti nella basilica di Santa Maria in Ara Coeli.

L’esempio dei nostri caduti rappresenta un vincolo moraleper la continuità del contributo del nostro Paese nei diversi ambiti: le donne e gli uomini presenti nelle diverse aree di conflitto sanno di poter contare sul concorde sostegno del popolo italiano“. ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella in un messaggio al Ministro della Difesa.  “In occasione della Giornata dedicata dalla Repubblica al ricordo dei caduti militari e civili nelle missioni internazionali rivolgo – prosegue il Capo dello Stato nel suo messaggio – un deferente pensiero a tutti coloro che hanno perso la vita, impegnati nella pacificazione delle aree di crisi, per sconfiggere il terrorismo e consentire alle popolazioni oppresse un orizzonte di speranza. I conflitti e le tensioni, spesso provocati e sostenuti da forme di terrorismo transnazionale rivolte a sovvertire i principi di convivenza, rispetto dei diritti umani, libertà, vedono impegnata l’intera comunità internazionale per affrontare sfide insidiose contro l’umanità. L’esempio dei nostri caduti rappresenta un vincolo morale per la continuità del contributo del nostro Paese nei diversi ambiti: le donne e gli uomini presenti nelle diverse aree di conflitto sanno di poter contare sul concorde sostegno del popolo italiano“.

“Lo slancio e l’altruismo di quanti hanno donato la propria vita per il bene comune  – aggiunge ancora il presidente Mattarella –  è fonte di riflessione per tutti i cittadini, che nel loro agire quotidiano sono chiamati ad un contributo egualmente prezioso per la civile convivenza e il progresso della comunità nazionale e internazionale. Ai familiari dei caduti esprimo la sentita riconoscenza della Repubblica e i sentimenti della mia affettuosa vicinanza“.

Ai caduti, alle loro famiglie rivolgiamo il nostro pensiero. La nostra silenziosa, eterna gratitudine




"Se fa male non chiamarlo amore. Luci ed ombre del Codice Rosso e della rete"

 

L’AMI-Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, ha organizzato nei giorni scorsi a Napoli, un convegno dal titolo “Se fa male non chiamarlo amore: Luci ed ombre del Codice Rosso e della rete” che si è tenuto nella Sala De Stefano, in collaborazione con la Camera Penale di Napoli, dalle ore 9,00 alle ore 18,00. L’evento, che ha goduto del patrocinio dell’assessorato alla cultura del Comune di Napoli e del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, ha posto l’accento sul fenomeno della violenza di genere e dell’utilizzo dei social network oltre che del fenomeno, ormai di grande allarme, dei reati intrafamiliari e di quelli in rete. Tali situazioni ha forti ripercussioni sulle famiglie, sul matrimonio, oltre ad essere manifestazione di diverse condotte penalmente rilevanti, anche gravi.

Gli argomenti, trattati da illustri relatori, si sono riferiti , in una contestualizzazione di multidisciplinarietà,  agli Istituti giuridici che maggiormente, interessano la materia del Diritto di Famiglia, Diritto penale, aspetti sociologici e psicologici, e attualità, in ragione delle esperienze giuridiche e delle rispettive specializzazioni delle figure professionali che sono intervenute.

Anche il mondo del giornalismo è stato determinante nel divulgare e veicolare in modo opportuno e socialmente necessario le notizie attinenti al fenomeno della violenza e dell’uso indiscriminato ed improprio della rete ed è per questo che sono stati coinvolti anche insigni rappresentanti del settore. Tra i relatori l’avv. Gian Ettore Gassani, il dott. Valerio De Gioia (autori del “Codice Rosso”), e lo scrittore Maurizio de Giovanni, che ha curato la prefazione del testo. All’evento, hanno partecipato anche Maria Teresa Giglio madre di Tiziana Cantone , Anna Copertino giornalista per Giustina Copertino e Adriana Esposito madre di Stefania Formicola.




Processo contratti Expo. Confermata anche in appello la condanna di 1 anno a Maroni

MILANO – L’ex Governatore della Regione Lombardia Roberto Maroni è stato condannato a un anno in appello (stessa condanna in primo grado) a Milano nel processo con al centro presunte pressioni per favorire, quando guidava il Pirellone, due sue ex collaboratrici che lavoravano con lui quando era ministro dell’Interno.

L’ex presidente della Lombardia che figura tra i 4 imputati, era stato condannato precedentemente in primo grado a 1 anno (pena sospesa) e solo per uno dei due capi di imputazione contestati. La corte, presieduta da Piero Gamacchio, ha solamente riqualificato il reato di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente in turbata libertà degli incanti, in relazione all’accusa che riguardava l’incarico affidato in Eupolis, ente della Regione, a Mara Carluccio.

Ha confermato per l’ex governatore lombardo l’assoluzione, emessa in primo grado, per l’accusa di induzione indebita relativa al tentativo di far inserire, secondo l’accusa, a spese di Expo, Maria Grazia Paturzo che sarebbe stata a lui legata da una “relazione affettiva“, nella delegazione per un viaggio a Tokyo nel 2014. Il pg Vincenzo Calia aveva chiesto la sua condanna per entrambi e reati a due anni e sei mesi.

Confermate in secondo grado anche le condanne ad un anno per Giacomo Ciriello, ex capo della segreteria del governatore, a 10 mesi e 20 giorni per Andrea Gibelli, ex segretario generale del Pirellone e presidente di Fnm spa e a 6 mesi per Mara Carluccio.




Cambio al vertice del Comando Regionale Puglia della Guardia di Finanza

BARI – Nella mattinata odierna, presso la caserma “M.A.V.M. Giovanni Macchi”, storica sede del Comando Regionale “Puglia” della Guardia di Finanza, ha avuto luogo la cerimonia ufficiale di avvicendamento nella carica di Comandante Regionale tra il Generale di Divisione Vito Augelli ed il Generale di Brigata Salvatore Refolo.

Il Generale Augelli, nel rivolgere il proprio saluto di commiato al personale del Comando Regionale Puglia, ha espresso parole di apprezzamento per i brillanti risultati conseguiti dai Reparti pugliesi nel proprio periodo di comando ed ha formulato, al Generale di Brigata Refolo, un caloroso augurio di buon lavoro. Il nuovo Comandante Regionale Puglia, già Capo di Stato Maggiore presso lo stesso Reparto, ha assicurato il massimo impegno nello svolgimento del delicato compito assegnatogli ed ha espresso al Generale Augelli le proprie congratulazioni per il nuovo importante incarico di Comandante della Scuola di Polizia Economico Finanziaria alla sede di Roma – Lido di Ostia.

Al Generale Augelli va un sincero ringraziamento della Direzione e redazione del CORRIERE DEL GIORNO, per la sua puntuale attenzione e disponibilità nei confronti del nostro giornale ed auguri per il nuovo importante incarico, e contestualmente rivolgiamo un sincero augurio di buon lavoro al suo successore Generale Refolo




"Monnezzopoli". Al via il processo a Tamburrano e la "cricca" dello smaltimento

TARANTO – E’ partito dinnanzi al Tribunale Penale di Taranto il processo  collegato all’inchiesta della Guardia di Finanza di Taranto sulle autorizzazioni ambientali “allegre” rilasciate dalla Provincia di Taranto, all’epoca della presidenza del “forzista” Martino Tamburrano. Puntuali ed attese le richiesta di costituzione di parte civile e  relativa istanza di risarcimento presentate dal Comune di Grottaglie rappresentato in udienza dall’ avv. Giuseppe Losappio, che ha presentato una richiesta di risarcimento per 10 milioni di euro, mentre il Comune di Sava assisto dall’ avvocato Francesco Nevoli si è limitata ad un milione di euro. L’ Amministrazione Provinciale di Taranto, difesa dall’ avv. Andrea Starace, non ha quantificato il danno ma ha avanzato una richiesta di provvisionale di 250mila euro .

I difensori degli imputati  a loro volta si sono opposti alle costituzioni avanzate ed  il collegio giudicante del Tribunale guidato dal giudice Patrizia Todisco , si è riservato per una decisione che verrà sciolta nella prossima udienza che si svolgerà l’ 11 novembre, giorno in cui per ironia della sorte, è anche l’onomastico del principale imputato Martino Tamburrano . Il giudizio immediato in corso dinnanzi al Tribunale di Taranto, riguarda  tutti gli imputati destinatari dell’ordinanza di misura cautelare disposta dal Gip dr.ssa Vilma Gilli, e quindi oltre a Tamburrano, l’imprenditore di San Marzano di San Giuseppe (Ta) Pasquale Lonoce, quale amministratore di fatto della società  2Lecologica s.r.l. società attiva nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti,  il procuratore speciale della società Linea Ambiente SrlRoberto Natalino Venuti,  e l’ ex dirigente del quarto settore Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto,  che sono tuttora sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari.

l’ ex presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano

Tamburrano  viene accusato di aver preteso ed ottenuto, come emerge dalle intercettazioni delle Fiamme Gialle  una tangente di 5mila euro al mese, un Suv Mercedes del valore di oltre 50mila euro e un contributo di 250mila euro per finanziare la campagna elettorale di sua moglie, Maria Francavilla, candidatasi per Forza Italia  senza riuscire ad essere eletta al Senato in occasione delle Elezioni Politiche del 2018,  in cambio del rilascio dell’autorizzazione in favore della società Linea Ambiente Srl, all’ampliamento della discarica Torre Caprarica di Grottaglie,  e pilotare la gara d’appalto gestita da Cangelosi e Natuzzi per la gestione dei rifiuti solidi urbani a Sava.

La discarica di Grottaglie (TA) in località La Torre Caprarica, denominata “III lotto”,

Le imputazioni a loro carico sono le stesse : due per  il reato di “corruzione” , una delle quale viene contestata ai quattro imputati  in concorso con i due figli del Lonoce ed un suo nipote; la seconda invece soltanto a carico a Martino Tamburrano e Pasquale Lonoce, una per  il reato di “turbativa d’asta” sempre a carico del Tamburrano e Lonoce, in concorso con Federico Cangialosi  ex -presidente dell’ AMIU TarantoCosimo (per tutti) Mimmo Natuzzi  direttore tecnico dell’AMIU Taranto,  per il loro operato congiunto quali presidente e membro della Commissione di gara per la Raccolta di Rifiuti Solidi Urbani nominata dal Comune di Sava

Con la richiesta di applicazione del rito immediato cautelare, la Procura di Taranto guidata dal procuratore capo Carlo Maria Capristo aveva così “blindato”  le prove acquisite e raccolte dalla Guardia di Finanza, a fondamento  delle accuse di concorso in corruzione per l’autorizzazione concessa, nell’area di Grottaglie, al sopralzo della discarica di Torre Caprarica, e per l’affidamento del servizio di igiene urbana e ambientale del Comune di Sava, successivato revocato in autotutela dall’ente comunale.

A questi ultimi appalti si erano interessati sia Venuti che Lonoce, che avevano esercitato delle pressioni su Tamburrano e sull’ex dirigente della Provincia Natile.  La difesa degli imputati  dinnanzi alla richiesta di rito immediato della Procura , aveva scelto la via del giudizio diretto davanti al tribunale, per potersi difendere attraverso il dibattimento.

Antonio Albanese, presidente della CISA spa

Attesi ulteriori sviluppi degli altri tronconi dell’indagine condotta dalla Guardia di Finanza che da tempo ha concluso le proprie indagini, depositando la propria relazione alla Procura di Taranto sulle evoluzioni degli affari “facili” e sporchi  che sarebbero stati intrapresi dai principali coinvolti in concorso con altri indagati eccellenti, indagine per la quale era stata ottenuta una proroga delle indagini. A breve verranno notificate le decisioni della Procura che riguarderebbero per il reato di “intralcio alla giustizia” anche un noto imprenditore massafrese, iscritto nel registro degli indagati, e cioè Tonino Albanese, proprietario del Gruppo CISA spa di Massafra, che sarebbe stato colui che tramite un colloquio con Roberto Natalino Venuti, avvisò la “cricca” che erano intercettati dalle Fiamme Gialle.




La DIA di Lecce confisca ben per 2milioni di euro ad un pregiudicato tarantino

LECCE – La Direzione Investigativa Antimafia di Lecce ha dato esecuzione ad un provvedimento di confisca definitiva di beni, nei confronti di Antonio Vitale, meglio noto come “Tonino o’ pescatore”, 67enne di Taranto, noto pregiudicato, condannato in via definitiva per rissa aggravata, porto e detenzione abusiva di pistola, furti plurimi aggravati, violenza privata, abusiva occupazione di spazio doganale, nel corso delle sue variate attività criminose ha avuto rapporti con i capi di tre diversi sodalizi criminali attivi nella provincia di Taranto.

I beni confiscati erano stati sottoposti a sequestro anticipato nel maggio 2012 con decreto del Tribunale di Taranto a seguito della proposta di misura patrimoniale avanzata dal Procuratore della Repubblica del capoluogo jonico, a conclusione di articolate indagini svolte dalla Sezione Operativa DIA di Lecce, che consentirono di accertare una notevole sproporzione tra gli esigui redditi dichiarati dal Vitale e il patrimonio a lui riconducibile.

lo stabilimento balneare “La Marea”

Con il provvedimento odierno emesso dalla Corte di Appello di Taranto e divenuto esecutivo a seguito di decisione della Suprema Corte di Cassazione sono stati confiscati definitivamente gran parte dei beni sottoposti a sequestro anticipato, quali 14 rapporti bancari e postali; 9 terreni agricoli; 1 locale commerciale; e lo stabilimento balneare “La Marea” sito a Castellaneta Marina(TA). Il valore complessivo dei patrimoni oggetto delle odierne confische ammonta a circa due milioni di euro.




Il Tar accoglie il ricorso: bloccata la revoca della protezione al Capitano Ultimo. Cosa aspetta il prefetto Pazzanese (UCIS) a dimettersi ?

ROMA –  Il Tar del Lazio ha sospeso in via cautelare il provvedimento con cui il Ministero dell’Interno il 3 settembre 2018 aveva annullato la protezione per il colonnello Sergio De Caprio, noto a tutti come ”Capitano Ultimo” , l’ufficiale dei Carabinieri che stanò ed arrestò Totò Riina. I giudici hanno accolto il ricorso presentato dall’ avvocato Galletti, difensore di De Caprio. “Ringrazio l’avvocato e il Tar del Lazio, che evidentemente ritengono la mafia ancora un pericolo per i cittadini e la vita e la sicurezza del capitano Ultimo preziosa e in pericolo a differenza del prefetto Alberto Pazzanese direttore dell’ Ucis e del generale dei Carabinieri Giovanni Nistri ha commentato lo stesso De Caprio, che qualche giorno fa a Cosenza, in una delle occasioni pubbliche che lo hanno visto comparire sempre con il volto seminascosto dal passamontagna, si era appellato proprio ai cittadini.

“Ancora una volta il Tar di Roma accoglie le nostre ragioni, addirittura in sede d’urgenza – commenta Antonino Galletti, che è presidente dell’ Ordine degli Avvocati di Romaulteriore testimonianza del fatto che il colonnello De Caprio tuttora vive in una condizione di pericolo concreto ed attuale. Non ci risulta che la mafia sia stata ancora sconfitta e chi si è battuto a lungo contro di essa sacrificando la propria libertà e mettendo a rischio la vita ha diritto di essere tutelato dallo Stato“.

Nel ricorso il legale del colonnello De Caprio  aveva sottolineato che “un’attenta istruttoria avrebbe condotto a ravvisare numerosi indicatori di rischio per l’incolumità di De Caprio e della sua famiglia, nonché un grave ed attuale pericolo di ritorsioni, laddove era onere dell’amministrazione fornire prove oggettive sull’assenza dei pericoli per il ricorrente, tali da legittimare l’adottato provvedimento”. Nel testo dell’istanza si legge anche: “L’amministrazione avrebbe dovuto motivare in maniera più esaustiva e approfondita le presunte circostanze anche fattuali che renderebbero non più concreto l’obiettivo di assicurare, in favore di De Caprio, la misura di protezione. Dopo i suoi brillanti successi contro le organizzazioni criminali e il lungo impegnato nella lotta contro la mafia, il rischio per l’incolumità e sicurezza si devono presumere per definizione”.

“Le risultanze della Commissione Centrale Consultiva per l’adozione delle misure di sicurezza personale del febbraio 2019, sia il verbale della riunione del 23.7.2019″ hanno “incredibilmente ignorato (infatti, non v’è traccia nell’istruttoria procedimentale e nella motivazione del provvedimento finale) le relazioni ultime dell’attività investigativa svolta dalla DIA circa l’attuale livello di pericolosità dell’associazione mafiosa denominata ‘Cosa Nostra’ anche in relazione alla possibilità concreta che alcuni esponenti dell’organizzazione criminale operanti nel territorio capitolino possano colpire uomini dello Stato (come il De Caprio) che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia“, viene rilevato nel ricorso.

“Con i provvedimenti impugnati, infatti, l’Amministrazione omette colpevolmente di considerare il valore e l’importanza nella cultura criminale di Cosa Nostra di perseguire e annientare i simboli dello Stato che hanno cercato di affermare giustizia e legalità in Sicilia”. La decisione di revocare il dispositivo di protezione finora goduto da De Caprionon tiene conto delle minacce pubbliche che alcuni boss di Cosa Nostra del calibro di Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino e altri esponenti, tutti sottoposti a regime di detenzione particolarmente restrittivo, hanno proferito nei confronti dell’ufficiale e che potrebbe essere il segnale per i sodali dell’organizzazione di colpire il ricorrente, come si suol dire in gergo mafioso, per finalità di vendetta”.

Nel ricorso si ricorda poi che,come più volte pubblicamente dichiarato dalle Autorità pubbliche palermitane, alcuni dei boss di Cosa Nostra potrebbero lasciare a breve le strutture penitenziarie a seguito dello sconto integrale della pena e ciò aumenta l’allarme per l’incolumità e la sicurezza personale del De Caprio” . In relazione poi “all’evento incendiario verificatosi nel marzo 2019 in una zona frequentata quotidianamente dal De Caprio, ricondotto sbrigativamente e senza approfondimenti ad un attentato contro la società pubblica Eni spa, è “doveroso rappresentare” che nel settembre 2018 ‘l’Espresso’ha rilevato come il colonnello De Caprio, durante la sua permanenza all’Aise, ha svolto un ruolo di primo piano nelle vicende che hanno riguardato l’approvvigionamento delle risorse energetiche in Libia da parte dell’Eni, oggetto della campagna di attentati incendiari rivendicati dagli anarchici“.

La “frettolosa riconduzione degli atti incendiari di autovetture del marzo 2019 nelle vicinanze della abitazione del ricorrente, alla sola matrice anarco-insurrezionalista ed in particolare ad una campagna anarchica contro la politica governativa italiana a tutela degli interessi dell’Eni in Libia”, rappresenta quindi “un pericolo concreto ed attuale alla incolumità dell’Ufficiale”. Nel ricorso si ricorda che “l’art. 8 del D.M. del 28 maggio 2003, impone l’opportunità di un immediato e più attento riesame della situazione, se è vero che, ai sensi dello stesso art. 8, il livello 4 di protezione, afferente al rischio meno elevato, ricorre in tutte le situazioni in cui elementi informativi attendibili abbiano consentito di acclarare un pericolo non ancora determinato ed attuale e non possa escludersi il compimento di azioni criminose nei confronti della persona da tutelare; compimento che, per quanto sopra sommariamente esposto e per quanto già acclarato in sede processuale nel precedente giudizio, non può logicamente escludersi per definizione nel caso di specie“.

Sull’incendio di diverse autovetture di fronte al condominio in cui vive De Caprio e nei pressi della casa famiglia promossa da ‘Ultimo‘ a Roma con finalità assistenziali, “non risulta essere stata operata una nuova approfondita valutazione, ad opera delle competenti autorità, rispetto alla situazione di potenziale pericolo alla quale potrebbe essere ancora esposto l’interessato“. “E’ stato già dedotto – prosegue il ricorso – come, anche l’interpretazione fornita dall’Amministrazione all’evento incendiario del 29.3.2019, ricondotto ad atto di matrice anarco-insurrezionalista posto in essere contro la società Eni spa, espone il ricorrente ad un pericolo attuale e concreto, stante il ruolo svolto dal De Caprio nell’operazione di acquisizione di risorse energetiche in Libia da parte della società pubblica. Esattamente, dunque, il contrario di quanto sostenuto dall’Amministrazione secondo la quale sarebbe venuto meno il profilo di rischio per avere l’Amministrazione addirittura ignorato l’attività svolta dall’ufficiale all’epoca in servizio all’Aise.

L’istruttoria dell’ UCIS, concludeva il ricorso dell’ Avv. Galletti  “è stata compiuta in maniera approssimativa e superficiale, né è convincente e credibile” la tesi secondo la quale “‘si tratterebbe di ‘azioni criminose chiaramente poste in essere contro l’Eni’, posto che se davvero il movimento anarco-insurrezionalista avesse voluto portare avanti azioni dimostrative contro la società pubblica non si sarebbe limitata ad azioni criminose contro una autovettura a noleggio parcheggiata nella lontana periferia romana”. De Caprioha documentato due episodi che ben lungi dall’essere risalenti, giova ribadire, si sono peraltro verificati addirittura in prossimità delle udienze di discussione della tutela cautelare e del c.d. merito della controversia“.

La revoca della scorta, disposta dal Viminale aveva suscitato polemiche nel mondo politico, a partire dallo stesso Capitano Ultimo che su Twitter aveva commentato: “I peggiori sono sempre quelli che rimangono alla finestra a guardare come andrà a finire. Sempre tutti uniti contro la #mafia di #Riina e #Bagarella. No #omertà“, definendo la decisione #mobbing di Stato. Per poi tornare a postare poche ore prima della revoca: “Senza scorta come piace a voi“.

Tra le prime voci contro la revoca si era alzata quella di Rita Dalla Chiesa che su Facebook scriveva: “La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?“. Negli ultimi giorni la petizione lanciata su Change.org da volontari perché venisse riassegnata la protezione al colonnello De Caprio ha superato le 89 mila firme. Ed abbiamo firmato anche noi ! Fatelo anche voi .

#iostoconcapitanoultimo




Cambiata l'ora: lancette indietro di un'ora. Torna l'ora solare

ROMA – E’ tornata l’ora solaredopo sette mesi di quella legale. Dalle ore 3.00 di questa mattina domenica 27 ottobre le lancette degli orologi sono tornate indietro di un’ora . A ricordarlo è la società Terna, precisando che l’ora legale sarà di nuovo in vigore dal prossimo 29 marzo 2020.

Secondo le stime preliminari registrate dalla società che gestisce la rete elettrica nazionale, dal 31 marzo 2019,  grazie proprio all’ora quotidiana di luce in più che ha portato a posticipare l’uso della luce artificiale, l’Italia ha risparmiato complessivamente 505 milioni di kilowattora (quanto il consumo medio annuo di elettricità di circa 190 mila famiglie), un valore corrispondente a minori emissioni di CO2 in atmosfera per 250 mila tonnellate.

Considerando che nel periodo di riferimento un kilowattora è costato in media al cliente domestico tipo (secondo i dati dell’Arera) circa 20 centesimi di euro al lordo delle imposte, il risparmio economico per il sistema relativo al minor consumo elettrico nel periodo di ora legale per il 2019 è pari a circa 100 milioni di euro.

Il cambiamento ci ha consentito di dormire 60 minuti in più, ma ridurrà le ore di luce del giorno. L’orologio biologico che regola il nostro organismo si sincronizza automaticamente con l’alba, sia in autunno sia in estate, ma l’ora solare interrompe questa regolazione naturale alterando il ritmo sonno/veglia. E le ricadute sulla salute sono quelle di un blando jet lag: difficoltà ad addormentarsi, senso di stanchezza, irritabilità, mal di testa. Ma tutto passa in pochi giorni



Omicidio Luca Sacchi, nello zaino della ragazza c'erano oltre 2mila euro. Arrestati i due responsabili

ROMA – “Volevo spaventarlo. Non volevo ucciderlo“. Si è giustificato con queste parole Valerio Del Grosso parlando con l’amico e con la fidanzata  mentre cercava di nascondersi. Si nascondeva, dopo avere premuto il grilletto della pistola P38 che ha ucciso Luca Sacchi con un colpo secco sparato alla nuca che ha trapassato il cranio del venticinquenne. Del Grosso lo ha confessato qualche ora più tardi anche agli agenti che lo hanno arrestato, mentre li accompagnava nei luoghi dove ha nascosto le prove dell’omicidio.

L’arma del delitto non è ancora stata rinvenuta ma nel provvedimento di fermo del pm si legge che lo stesso Del Grosso ha indicato ai poliziottiil “luogo impervio” dove è stata gettata la pistola. È stata invece rintracciata la mazza da baseball probabilmente utilizzata dai due aggressori nelle prime fasi della rapina per malmenare Anastasiya Kylemnyk, la fidanzata di origini ucraine (è in Italia dal 2003) di Luca Sacchi, che era stata buttata in un campo ai margini del Gra, sulla Fiumicino-Roma nei pressi della Centrale del Latte, dove è stato rinvenuto anche il tamburo della pistola che ha sparato.

E’ stato ritrovato anche lo zainetto di Anastasia Kylemnyk che conteneva oltre duemila euro divisi in mazzette da 20 e 50. Davanti al pm Nadia Plastina, però, sceglierà di avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma oggi in sede di convalida del fermo che lo ha spedito a Regina Coeli potrebbe raccontare perché la follia omicida lo abbia spinto a sparare. Intanto, cosa sia successo la sera del 23 ottobre lo hanno raccontato i testimoni ascoltati da Polizia e Carabinieri, che hanno condotto congiuntamente le indagini, con una ricostruzione dei fatti contenuta nel fermo a carico di Del Grosso e del suo complice Paolo Pirino.

Il testimone, una sorta di “mediatore” di Del Grosso, ha raccontato anche come, nelle fasi precedenti il delitto, si sia recato al parco della Caffarella con altre due persone “alle 21:30 del 23 ottobre incontrandone una terza, già a lui nota, al quale si presentava come inviato di Valerio“. Doveva verificare, per conto di Del Grosso “se persone in zona Tuscolana avessero il denaro per acquistare come convenuto merce”.

Dalle testimonianze è emerso che i due pusher avevano una “rete”, almeno tre emissari, ed erano organizzati ed emerge la possibilità che fossero stati “contattati” per l’acquisto di droga. Secondo la Procura emerge che i fermati avevano complici che potevano consentire loro una fuga. Motivo per cui è stato convalidato l’arresto.

La svolta alle indagini che ha portato al fermo dei due delinquenti, è arrivata grazie alla signora Giovanna Proietti madre di Del Grosso, che si è presentata in un commissariato della Capitale nella tarda serata di ieri in commissariato, accompagnata dal marito e dall’altro figlio maggiore Andrea Del Grosso per comunicare i suoi sospetti e denunciare suo figlio Valerio dicendo:  “Temo che mio figlio abbia fatto qualcosa, forse è coinvolto nell’omicidio di Luca Sacchi. Meglio saperlo in carcere che nelle mani di spacciatori, delinquenti e criminali“.

Tutto succede nel primo pomeriggio di giovedì Valerio la notte prima non era rientrato, ma sapevo che l’indomani era andato a lavorare nella pasticceria dove fa l’aiuto cuoco da circa sette mesi e che è proprio di fronte casa. Ero tranquilla. Poi però lo chiamavo al telefono e non rispondeva“. Quando il figlio Andrea racconta alla madre cosa ha appreso dagli amici del fratello, la donna spalanca gli occhi: “Mi ha detto che Valerio aveva sparato a una persona e che quella persona è Luca Sacchi“. Il figlio maggiore Andrea è accanto a lei in commissariato e conferma tutto. Raccontando questa storia: nel pomeriggio un amico di Valerio, Cristian Bertoli, lo chiama chiedendogli di vedersi perché gli doveva dire una cosa urgente. Quando i due si incontrano, Bertoli confida ad Andrea che Valerio aveva sparato a una persona e che lo aveva saputo da un altro amico loro, Manuel Incani.  che rintracciato ed ascoltato dagli investogatori, ha confermato la versione aggiungendo di averlo confidato, inoltre, a un altro amico, Valerio Rispoli. “È troppo“, dice la mamma  “lo abbiamo aiutato tante volte e anche adesso lo stiamo facendo perché questa è la cosa più giusta“.

Successivamente è stata la fidanzata di Del Grosso a indicare ai Carabinieri il residence dove  si era rifugiato il compagno, come contenuto dal provvedimento di fermo del pm, che riporta mun chiaro riferimento alle sue dichiarazioni. “Valerio mi ha detto che era con Paolo Pirino e che non voleva uccidere. Dopo l’omicidio mi ha chiesto: ‘Stai con me in hotel?’. Sono stati i suoi amici a dirmi: ma sai cos’ha combinato?“. La ragazza spiega che durante la notte c’è stato anche un violento diverbio tra i due. E subito dopo Del Grosso le ha detto che “era successo un casino” aggiungendo a verbale “Mi riferiva che aveva sparato in testa a una persona non specificandone le motivazioni…tutti gli amici me compresa, consigliavamo a Valerio di andarsi a costituire“.

Nel cuore della notte quindi la “caccia all’uomo” ha subito una forte intensa accelerazione. Come hanno riferito il capo della Squadra Mobile di Roma, Luigi Silipo, ed il colonnello Mario Conio, comandante del Reparto Operativo dei Carabinieri di Roma, Del Grosso è stato rintracciato in un residence in zona Tor Cervara, mentre Pirino si era rifugiato sul terrazzo di una palazzina in zona Torpignattara nello stabile dell’ abitazione della fidanzata. L’auto con cui erano fuggiti – una Smart bianca a quattro posti – è stata sequestrata. I due hanno precedenti: Valerio Del Grosso per botte alla ex compagna, Paolo Pirino invece per droga. La Smart bianca con cui si  erano dati alla fuga, è stata posta sotto sequestro.

La traduzione in carcere di Valerio del Grosso

L’ indagine: le cause dell’omicidio

Secondo la ricostruzione degli investigatori, Luca Sacchi e la sua fidanzata Anastasiya Kylemnyk volevano acquistare della droga, probabilmente dell’hashish. Dovevano incontrare i pusher, poi le cose sono degenerate. Del Grosso e Pirino volevano impossessarsi del denaro senza consegnare alcuna droga, e si sarebbero presentati armati di pistola e mazza da baseball con l’intento di sottrarre lo zaino ad Anastasia. Quando però hanno colpito la ragazza con la mazza da baseball, il fidanzato, Luca ha reagito riuscendo a mettere a terra Paolo Pirino uno degli aggressori. A quel punto, l’altro, cioè Del Grosso, ha preso la pistola P38 sparando da distanza ravvicinata il colpo mortale alla nuca a Sacchi .

Luca Sacchi  è stato trasportato  in condizioni gravissime all’ospedale San Giovanni e sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Che però a causa delle condizioni conseguenti al proiettile che ha trapassato la testa , il suo decesso è avvenuto intorno alle 13 di giovedì. I genitori hanno autorizzato l’espianto degli organi. La fidanzata della vittima è stata visitata in ospedale per le contusioni riportate nell’aggressione.

La fidanzata di Luca: “La droga non c’entra”

Nel racconto fatto dalla fidanzata della vittima respinge decisamente le accuse.  “La droga? Non c’entra niente. Luca era lì per guardare il fratellino piccolo che si trovava nel pub – ha dichiarato Anastasiya Kylemnyk ai microfoni del Tg1. “Luca non ha mai incontrato gli spacciatori – ha detto -, non ho visto e sentito nulla. Ho sentito solo la voce di un ragazzo romano e giovane. Mi ha detto ‘dammi sto zaino‘. E Luca mi ha protetto come ha sempre fatto: l’ha messo a terra e forse per questo si sono spaventati“.

L’avvocato di Del Grosso: “Mio assistito pronto a parlare“. Ma non parla…

Gli investigatori e i magistrati sostengono di avere indizi molto evidenti a carico dei due fermati e sperano che collaborino per chiudere quella che definiscono “un’indagine lampo”: “Il mio assistito – ha dichiarato l’avvocato Alessandro Marcucci, difensore di Valerio Del Grosso – , si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma intende chiarire, appena possibile, la sua posizione. È molto provato da una tragedia che colpisce più persone, in primis quella di Luca Sacchi. Non riusciamo a immaginare il dolore che stanno provando. Ho avuto modo di parlare con lui per pochi minuti questa notte – spiega il difensore -. Questa è una tragedia che colpisce anche la famiglia di Valerio composta da persone oneste. Anche il mio cliente, da quanto so, non ha precedenti penali gravi. Lavorava come pasticciere. Questa vicenda rappresenta un fulmine a ciel sereno“. Evidentemente picchiare la sua compagna che ha messo al mondo un bambino di appena 6 mesi, per questo avvocato non è grave…

I precedenti di Del Grosso provengono dalle botte che aveva dato all’ex compagna, dalla quale ha avuto un figlio, e che lo ha denunciato per percosse dopo una lite, per la quale i sanitari del pronto soccorso,  l’avevano refertata con 40 giorni di prognosi.

Valerio Del Grosso da ieri è rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, insieme a Paolo Pirino. Pur avvalendosi della facoltà di non rispondere negli uffici della Squadra Mobile di Roma di fronte a Polizia e Carabinieri, ha condotto gli agenti che lo hanno rintracciato ed arrestato ,  in quattro posti diversi tra cui quello dove si era disfatto dello zainetto rubato ad Anastasia Kylemnyk e nel luogo dove aveva gettato il tamburo della pistola che ha ucciso Sacchi e la mazza utilizzata per colpire la fidanzata.

Il capo della polizia, Gabrielli: “Non è storia di poveri ragazzi scippati”

La ricostruzione degli investigatori è stata confermata indirettamente dal prefetto Franco Gabrielli, il capo della polizia: “Gli accertamenti che l’autorità giudiziaria disvelerà quando riterrà opportuno non ci raccontano la storia di due poveri ragazzi scippati. Lo dico tenendo sempre ben presente, non vorrei essere equivocato su questo, che stiamo parlando della morte di un ragazzo di 24 anni. Parliamo di una vicenda gravissima  – ha sottolineato Gabrielli –  È morto un ragazzo di 24 anni. Questo dovrebbe imporre ad ognuno di noi un atteggiamento di grande riflessione e rispetto. Sono soddisfatto  della risposta delle forze di polizia, – ha proseguito – che hanno agito in maniera sinergica, senza gelosie. E non posso non notare, con un certo sollievo  che questa vicenda, sotto il profilo dell’accertamento della verità, ha visto coinvolta la stessa famiglia di uno degli autori dell’efferato gesto” ha concluso il capo della Polizia di Stato.

l’albergo Cervara Hotel Park dove si era rifugiato Valerio Del Grosso

La ragazza di Valerio agli agenti: “Lo trovate nella camera 103”

Conosco Valerio Del Grosso da moltissimi anni, l’amicizia negli ultimi tre giorni si è trasformata in una relazione. Nella giornata del 23 novembre Valerio mi ha messaggiato chiedendomi di voler uscire insieme per una passeggiata. Alle 23.15 circa ho ricevuto uno squillo da parte sua che mi avvisava che era arrivato sotto la mia abitazione. Appena scesa ho visto Valerio che scendeva dall’autovettura Smart di colore bianca condotta e di proprietà di un nostro comune conoscente di nome Paolo Pirino, che abita nella zona di Casalmonastero. Una volta salutato Paolo, Valerio mi chiedeva se potevamo utilizzare per uscire la mia autovettura Fiat 500 come difatti facevamo. Durante l’uscita insieme Valerio per diverse volte mi faceva fermare con la vettura per scendere a parlare con diversi nostri conoscenti. Non ho mai capito il contenuto dei loro dialoghi ma mi sono insospettita pensando comunque che fosse accaduto qualcosa di importante. Dopo ripetute richieste di spiegazioni, Valerio mi ha riferito che mentre era in compagnia di Paolo Pirino lo stesso aveva dato una bastonata ad una persona, non specificandomi il motivo e il soggetto vittima. Intorno alle ore 3.00 circa chiedevo a Valerio di essere accompagnata a casa, ma lo stesso mi chiedeva di andare a passare fa notte con lui in un Hotel perché era meglio non tornarci. Difatti subito dopo provavamo a prendere una stanza all’hotel Urban sito in Via di Rebibbia. Questo tentativo non andava a buon fine vista l’indisponibilità di una stanza, quindi ne prendevamo una all’Hotel Domus Urbis di Via della Bufalotta. Durante la nottata a seguito delle continue discussioni, Valerio aggiungeva a quanto mi aveva riferito in precedenza, che era successo un casino e che lui nella circostanza aveva esagerato nel comportarsi. Alle ore 7.30 circa abbiamo lasciato l’hotel perché Valerio doveva andare a lavorare. Alle 12.00 circa dopo ripetute chiamate che lo stesso mi faceva e alle quelli io non ho mai risposto, lo stesso si portava sotto la mia abitazione. Nella circostanza notavo che Valerio era vestito con abiti che utilizza per la sua attività di pasticcere, mentre ricordo che nella serata passata indossava una tuta del tipo da ginnastica marca Fila di colore bianco con delle strisce di colore verde e lilla, con scarpe di colore bianco dello stesso marchio. Valerio mi chiedeva se potevamo mangiare insieme, infatti ci siamo recati in zona Trastevere in un ristorante di un suo conoscente dove abbiamo mangiato fino alle 16.30 circa. Successivamente siamo tornati in zona Casal Monastero e ci siamo divisi. Alle 20.30 circa ci siamo nuovamente incontrati insieme anche ai nostri amici Manuel, Cristian ed un altro ragazzo di cui non conosco il nome. Mentre eravamo intenti a parlare tra di noi, Manuel mi ha chiesto se ero a conoscenza di cosa fosse successo e cosa avesse combinato Valerio. Alla mia risposta negativa, Manuel mi raccontava dell’accaduto suggerendomi anche di andare a vedere su internet gli articoli sull’accaduto. Subito dopo chiedevo spiegazioni a Valerio. Lo stesso mi riferiva che aveva sparato in testa ad una persona non specificandone le motivazioni. Capivo a questo punto i particolari comportamenti che aveva avuto nelle ore precedenti. Tutti gli amici me compresa a questo punto consigliavamo a Valerio di andarsi a costituire. Lo stesso mi pregava di accompagnarlo in un albergo per restare con lui a fargli compagnia. Mi rifiutavo a tale richiesta e mi limitavo ad accompagnarlo al Cervara Hotel Park sito in via di Tor Cervara, dove precedentemente, su indicazione dello stesso, prenotavo a mio nome e con un mio documento, una stanza. La stanza assegnata è risultata la numero 103. Subito dopo alle ore 23.00 circa, mi allontanavo dalla struttura alberghiera e mi recavo da una mia amica di nome Magdy. In seguito, dopo che mi sono allontanata da quest’ultimo indirizzo venivo controllata da una pattuglia della Polizia di Stato, nel corso del quale dopo aver raccontato sommariamente gli ultimi passaggi in precedenza descritti, davo loro indicazioni dell’albero dove potevano rintracciare Valeria”
DOMANDA: Lei è a conoscenza che la sera dell’omicidio Valerio Del Grosso fosse in compagnia di Pirino Paolo?
RISPOSTA: Si, perché Valerio mi ha raccontato l’accaduto dicendomi che nel contesto era in compagnia di Pirino Paolo.
DOMANDA: Valerio le ha specificato le motivazioni per le quali ha sparato?
RISPOSTA: No, mi ha solamente detto che il suo intento era quello di spaventare e non di uccidere.

(notizia in aggiornamento)

 

 

 




Arrestati a Bari dalla Polizia di Stato 24 pregiudicati dei clan Parisi, Palermiti e del gruppo di Japigia

BARI – La Polizia di Stato di Bari ha eseguito un’ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere, emessa dalla Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Bari su richiesta di questa Direzione Distrettuale Antimafia, a carico di 24 esponenti del clan “Parisi – Palermiti” e del gruppo di Japigia per omicidi, armi, droga, rapina ed estorsione. Alcuni importanti risultati investigativi, già noti alla cronaca giudiziaria, erano già stati conseguiti attraverso le indagini.

Le indagini condotte dai poliziotti Squadra Mobile si sono sviluppate a seguito dei seguenti omicidi perpetrati nei primi mesi del 2017 nel quartiere Japigia di Bari, roccaforte del clan “Parisi – Palermiti”.

 

 

Il 17 gennaio 2017 a pochi metri dal Liceo Scientifico Gaetano Salvemini, un 40enne venne freddato da un sicario che, a bordo di uno scooter guidato dal complice, colpiva la vittima al tronco e alla testa con una pistola semiautomatica calibro 9×21 mm. Successivamente il 6 marzo 2017, venne assassinato in via Peucetia, un 39enne e venne gravemente ferito un uomo di 31 anni, nipote di un esponente di vertice del clan Parisi. I quattro sicari, nell’agguato, utilizzarono una mitraglietta “Skorpion” 7.65 mm ed una pistola semiautomatica 9×21 mm. Subito dopo il 12 aprile 2017, un commando a bordo di pregiudicati a bordo di un’autovettura rubata,  muniti di un fucile d’assalto AK 47 Kalashnikov e di 3 pistole semiautomatiche 9×21 mm, trucidavano in via Archimede un 29enne.

Le indagini avviate risultarono estremamente complesse hanno consentito di provare l’esistenza di un collegamento tra i fatti di sangue, permettendo di individuarne le cause e gli autori. Si tratta in effetti di una serie di azioni e risposte sviluppatesi all’interno del clan “Parisi – Palermiti”, che non si è limitata ed esaurita solo nei tre omicidi, ma anche in una lunga serie di violenze che hanno alla fine portato il gruppo a doversi forzatamente allontanare da Japigia, per il controllo incontrastato del territorio,  incendi di autovetture, danneggiamenti ed incendi di immobili e persino “stese”, in puro stile camorristico, come ad esempio quella  della notte del 27 maggio 2017, in via Guglielmo Appulo, messa in atto da più di dieci persone armate, nei confronti di un soggetto, il quale già ristretto agli “arresti domiciliari”, veniva di fatto costretto a tornare nel suo quartiere originario, e dopo ulteriori incursioni, ad evadere e rifugiarsi in Albania, dove  recentemente è stato arrestato.

Un’ altro atto di forza venne compiuto a danno un 51enne, al quale gli vennero rapinate due autovetture in officina, per la cui restituzione è costretto a pagare 25mila euro. Le imputazioni cautelari riguardano anche una serie di delitti di cessione, detenzione e porto di armi da fuoco, nonché evasioni dagli “arresti domiciliari”. La fase esecutiva dell’operazione ha interessato anche le province di Roma, Lecce, Rimini e Chieti.




Guardia di Finanza: arrestata a Roma spacciatrice di cocaina titolare di "reddito di cittadinanza"

ROMA – Arrestata dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma una quarantaseienne romana che aveva adibito il circolo ricreativo che gestiva a “centrale” di spaccio di cocaina. Le Fiamme Gialle  hanno sventato l’immissione sul mercato di 155 dosi di stupefacente già pronto all’uso. Il continuo via vai di avventori nel circolo ubicato nel quartiere tiburtino della Capitale ha attirato l’attenzione dei finanzieri del 3° Nucleo Operativo Metropolitano di Roma che hanno effettuato una perquisizione dei locali, all’interno dei quali sono stati scoperte 155 dosi, già confezionate, per un totale di 38 grammi di cocaina.

All’esterno del circolo era stato installato un sofisticato sistema di videosorveglianza predisposto per poter monitorare costantemente l’ambiente esterno e fronteggiare eventuali irruzioni delle forze di polizia. Oltre alla droga, sono sequestrati scatole di amminoacidi per il taglio, un bilancino di precisione, un tirapugni, un telefono cellulare e denaro contante presumibilmente provento dello spaccio.

 

Il Giudice ha appurato che l’arrestata era titolare persino del “reddito di cittadinanza, motivo per cui durante il giudizio con rito  “direttissimo” tenutosi davanti al Tribunale di Roma, la disposto la sospensione della provvidenza, oltre alla condanna per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Denunciato all’Autorità Giudiziaria anche un collaboratore della donna, che la coadiuvava nella cessione delle dosi ai clienti.  L’operazione rientra nel dispositivo di contrasto ai traffici illeciti e di tutela della salute dei cittadini predisposto dal Comando Provinciale di Roma.




La DIA di Lecce sequestra beni per oltre 5milioni di euro ad un noto pregiudicato di Taranto

ROMA – La DIA di Lecce, con il supporto operativo della Questura di Taranto della Polizia di Stato, ha dato esecuzione oggi a seguito di proposta avanzata a firma congiunta dal Direttore della DIA, Generale Giuseppe Governale, e dal Procuratore della Repubblica, dott. Leonardo Leone De Castris di un sequestro di beni nei confronti di Giuseppe Catapano, 51enne di Taranto, già condannato per associazione di tipo mafioso, estorsione e detenzione di armi.

Il provvedimento, emesso dall’ Ufficio Misure di Prevenzione Tribunale di Lecce  e scaturisce dalle indagini patrimoniali svolte dalla DIA di Lecce, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, che hanno portato alla luce una sconsiderata sproporzione tra i redditi dichiarati e il tenore di vita condotto dal Catapano, che è risultata il frutto delle sue continue attività delittuose poste in essere. Il sequestro ha riguardato due ville, un’abitazione, otto magazzini e un terreno, ubicati tra Taranto, Castellaneta Marina e Martina Franca, nonché quote societarie, cinque compendi aziendali (operanti nel settore ittico), numerosi veicoli e conti correnti, per un valore complessivo di oltre 5 milioni di Euro.

(in aggiornamento)



Processo Mafia Capitale. Sentenza definitiva: "non era mafia", carcere per 9 persone

ROMA – Dopo la sentenza della sesta sezione penale  della Suprema Corte di Cassazione sull’inchiesta “Mondo di Mezzo” ribattezzata giornalisticamente “Mafia Capitale ”  è  stato eseguito nella notte di ieri un ordine di esecuzione per la carcerazione emesso dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma per 9 persone, dai militari dei Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Roma. A finire in carcere l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti, per Claudio Turella l’ex dirigente del Comune di Roma Capitale che si occupava della cura del verde, e per Sandro Coltellacci, Franco Figurelli, Guido Magrini, Mario Schina, Andrea Tassone e Giordano Tredicine.

Mondo di mezzo quindi non è Mafia Capitale. come ha deciso la Corte di Cassazione che, ribaltando il verdetto della Corte d’Appello, ha stabilito che l’organizzazione a delinquere capeggiata dall’ex Nar Carminati e dall’ex “ras” delle cooperative romane  Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un “associazione a delinquere semplice“. Quindi di conseguenza, la pena inflitta in secondo grado andrà ricalcolata.

Salvatore Buzzi e Massimo Carminati

Per alcune delle persone arrestate è stata applicata la legge ‘Spazzacorrotti’, approvata il 31 gennaio scorso e che introduce “misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”. Legge sulla quale pende al momento un ricorso davanti alla Corte Costituzionale.

“Ci aspettiamo che venga immediatamente revocato il 41bis, ovvero il regime di carcere duro, se ciò non dovesse accadere siamo pronti a fare istanza“. E’ quanto ha dichiarato l’avvocato Cesare Placanica, difensore dell’ex Nar Massimo Carminati, a seguito della decisione della Corte di Cassazione che ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa. “In queste ore – aggiunge il penalista – stiamo valutando anche di presentare una istanza di scarcerazione nell’attesa che la Corte d’Appello di Roma ridetermini la pena

A questo punto dovrà essere celebrato un nuovo processo in Corte d’appello, dinnanzi ad una sezione diversa da quella che precedentemente aveva ipotizzato l’aggravante del reato di “associazione mafiosa” sostenendo l’esistenza di una ‘piovra’ sulla Capitale. La  Cassazione ha dovuto valutare la posizione di 32 imputati,  17 dei quali erano stati condannati lo scorso anno dalla Corte d’Appello di Roma, a vario titolo per mafia, cioè per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa ed, anche per alcuni di “concorso esterno”. Oltre a Carminati e a Buzzi che erano stati condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi ed a 18 anni e 4 mesi, anche  l’ ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio, Luca Gramazio, (8 anni e 8 mesi), e  l’ ex amministratore delegato dell’Ama  Franco Panzironi a 8 anni e 4 mesi. Nei loro confronti si dovrà celebrare un nuovo processo.  La Corte Cassazione ha assolto Salvatore Buzzi da due delle accuse contestategli, e cioè “turbativa d’asta e corruzione“, così come è  caduta l ‘accusa per Carminati di intestazione fittizia di beni.

La Cassazione in conseguenza della stabilita riqualificazione del reato in “associazione a delinquere semplice“,  ha quindi annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia. L’ipotesi accusatoria processuale condotta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova mafia”, con estensioni ed articolazioni nel mondo degli appalti della Capitale. Una organizzazione criminale “collaudata”  che secondo i magistrati della Procura della Capitale aveva le tipiche caratteristiche del 416bis e cioè , “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, come avevano scritto nella loro sentenza di condanna i giudici della Corte d’appello. Impostazione condivisa anche dalla Procura generale della Cassazione che ha chiesto la sostanziale conferma della sentenza d’appello.

 “Non era un’associazione mafiosa? E quindi che era, un’associazione di volontariato?“, ha commentato sarcastico il leader della Lega Matteo Salvini, mentre per il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra (M5s), “le sentenze si rispettano, ma le perplessità, i dubbi, le ambiguità restano”. Matteo Orfini, ex presidente ed ex commissario del Pd di Roma, mette in guardia dal rischio di una “autoassoluzione della città, perché la mafia a Roma c’è”.

Le difese e gli amici degli imputati chiaramente esultano. “Buzzi aveva ammesso alcune delle contestazioni. A Roma c’era un sistema marcio e corrotto e la sentenza di primo grado l’ha riconosciuto. La procura ha provato a sostenere la mafia. La Cassazione ha detto quello che avevamo sostenuto fin dall’inizio”, ha dichiarato l’avvocato Alessandro Diddi. “La Suprema Corte ha ritenuto la sentenza di appello giuridicamente insostenibile“, ha aggiunto  il difensore di Carminati l’ avvocato Cesare Placanica, mentre Giosuè Naso, il suo ex storico avvocato, ed attuale difensore di altri due imputati, attacca: “Ma vi pare possibile che la mafia sia stata riconosciuta a Roma in questi ultimi 7 anni, cioè da quando c’era Pignatone, e prima nessuno se ne era mai accorto? A Roma non c’è la mafia, ma una cultura mafiosa, che è una cosa completamente diversa“.

Per l’ avvocato Valerio Spigarelli, difensore di Luca Gramazio,siamo di fronte alla sconfessione delle procura di Roma. Il processo era un esperimento giudiziario, un esperimento fallito“, affermazioni queste a cui ha replicato il Procuratore Generale della repubblica di Roma, Giovanni Salvi: “Non trovo giustificate le esultanze di qualcuno visto che la Suprema Corte ha riconosciuto l’esistenza di associazioni, nei termini affermati dalla sentenza di primo grado, che aveva irrogato pene non modeste: due associazioni a delinquere che erano state capaci di infiltrare in profondità la macchina amministrativa e politica di Roma“.




La DIA di Bari e la Guardia di Finanza sequestrano 450 kg di droga. Arrestato lo scafista

BARI – Nel corso di un’operazione congiunta effettuata dal Centro Operativo DIA di Bari e dal Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Bari è stato tratto in arresto un italiano 48enne che, a bordo di un natante, stava trasportando in Puglia, circa mezza tonnellata di sostanza stupefacente. L’imbarcazione, che viaggiava di notte a velocità sostenuta dai Balcani verso l’Italia, era stata segnalata come sospetta, nell’ambito di una missione di controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea.

L’immediata attivazione ha permesso di intercettare il natante (un semicabinato di oltre 6 metri, dotato di un potente motore fuoribordo) in acque internazionali a circa 18 miglia dalle coste di Monopoli (Ba). L’intervento delle Fiamme Gialle ha consentito di sequestrare circa 450 chilogrammi di stupefacente (di cui 418 Kg di marijuana e 31 Kg di hashish) suddivisi in 45 involucri, ripartiti ognuno in confezioni da 2, 5 e 10 chilogrammi. I colli sono risultati tutti contrassegnati da sigle di diverso colore a seconda delle zone di produzione, del tipo di sostanza stupefacente, e persino dei destinatari in Italia.

Il G.I.P. presso il Tribunale di Bari dr. Giovanni Anglana  nel convalidare l’arresto in flagranza di reato, su richiesta del sostituto procuratore dr. Lanfranco Marazia  della Procura della Repubblica di Bari  ha disposto la custodia cautelare in carcere dello scafista italiano.

L’analisi strategica dei relativi traffici illeciti dai Balcani e il coordinato dispositivo di filtro realizzato a terra dalla D.I.A. – da tempo impegnata nel contrasto alle organizzazioni criminali dedite al traffico internazionale di stupefacenti – ed a mare dalla Guardia di Finanza – con la dislocazione di mezzi e tecnologie aeree e navali del Reparto Operativo Aeronavale di Bari, del Comando Operativo Aeronavale di Pratica di Mare, nonché di mezzi impiegati nell’ “operazione THEMIS 2019” (iniziativa di sicurezza delle frontiere dell’Unione europea condotta da Frontex) – è stata determinante per il raggiungimento dell’odierno risultato.

 

 

 




Puglia.Inchiesta sulla sanità, arrestati il consigliere regionale Cera e suo padre ex parlamentare. Emiliano resta indagato

ROMA – Arresti domiciliari per il consigliere regionale Napoleone Cera, 39 anni, e per il padre Angelo Cera, 67 anni, ex parlamentare, entrambi di Foggia,  accusati  di concussione. L’ordinanza di misure di custodia cautelare emessa dal gip Carmen Corvino del Tribunale di Foggia a seguito del provvedimento chiesto dal pm Marco Gambardella della Procura di Foggia,  è stata disposta nell’ambito della stessa inchiesta in cui risultano indagati il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano e l’assessore al Welfare Salvatore Ruggeri. Gli arresti sono stati eseguiti questa mattina dalla Guardia di Finanza. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Bari e della Compagnia di San Severo.

Angelo Cera ex parlamentare Udc- Popolari

Intanto, l’Udc, partito che frequentemente vede i suoi rappresentanti al centro di indagini della magistratura, ha sospeso dal partito i due Cera così scrivendo in una nota che “preso atto di quanto accaduto, sospende come misura cautelativa prevista dal codice etico i due dirigenti, esprime fiducia nella magistratura e auspica che venga fatta al più presto chiarezza“.

Nel fascicolo d’indagine si fa riferimento a delle vicende collegate alla sanità foggiana. Il coinvolgimento di Emiliano e Ruggeri è relativo solo alla mancata nomina  del commissario della Asp “Castriota e Corropoli” di Chieuti, in provincia di Foggia. E’ stato lo stesso Emiliano, ieri, subito dopo il suo assessore 24 ore prima, a rendere noto via Facebook il proprio coinvolgimento nell’indagine.

A Napoleone ed  Angelo Cera vengono contestate tre ipotesi di reato, a partire delle “pressioni” effettuate  su Sanitaservice ed Asl per ostacolare ed impedire l’internalizzazione del servizio Cup degli ospedali foggiani. Il primo episodio è relativo ad un tentativo di concussione ai danni di alcuni dirigenti del Consorzio di Bonifica per la Capitanata che avevano come fine ultimo  quello di ottenere l’assunzione di alcune persone a loro vicine.

Secondo l’accusa della Procura di Foggia, il consigliere regionale Napoleone Cera avrebbe presentato nel 20018 un emendamento alla legge regionale di riforma per “far sparire i Consorzi”, e farli assoggettarli alla Regione con il passaggio della funzione irrigua all’Acquedotto Pugliese,  per convincere il consorzio di bonifica a concedergli quanto chiedeva. I soggetti indicati dal Cera , non sono mai stati assunti . Successivamente padre e figlio avrebbero reiterato le richieste di assunzione sottolineando che il ritiro dell’emendamento fosse stato un “gesto di cortesia” nei confronti del consorzio di bonifica della Capitanata e del Gargano. Non riuscendo ad ottenere quelle assunzioni i due avrebbero minacciato di ripresentare l’emendamento.

Il secondo episodio riguarderebbe un episodio di corruzione relativo alla mancata internazionalizzazione del servizio CUP dell’Asl di Foggia, secondo uno studio di fattibilità presentato nel 2018, dal direttore generale dell’ Asl FOGGIA Vito Piazzolla con l’amministratore unico di SanitaService. Il procedimento venne bloccato perché avrebbe ostacolato e danneggiato la società Gpi che si occupava del servizio, società molto “vicina” ai Cera che in alcune intercettazioni arrivano a definirla “La società nostra”.

Il gip nel suo provvedimento sostiene che non ci sono prove sufficienti a stabilire che la pressione esercitata dai due Cera  abbia assunto una valenza penalmente rilevante. Di diverso avviso la Procura che sta valutando il ricorso. Per la vicenda risulta indagato anche Piazzolla direttore generale dell’ Asl FOGGIA. “Dalle intercettazioni – spiega il Procuratore Vaccarosi evince la prova: il contratto con GPI scaduto a gennaio 2019 è stato prorogato dopo tre mesi”.

Infine il terzo invece riguarderebbe un episodio di corruzione per ottenere la nomina a commissario dell’Asp, di una persona di fiducia della “famiglia” Cera. In cambio padre e figlio avrebbero sostenuto elettoralmente Francesco Miglio, candidato sindaco a San Severo alle elezioni comunali. Su questo capo d’accusa, però, il Gip Armando Dello Iacovo ha respinto la richiesta di arresto in quanto non ha ritenuto sussistente l’ipotizzato “scambio di voto” tra la richiesta di Emiliano, cioè quella di sostegno elettorale a Miglio, in cambio della nomina dell’ avvocato Cosimo Titta a commissario della Asp, pretesa come contropartita da Cera .

L’ assessore Ruggeri convocato in Procura si è avvalso della facoltà di non rispondere, riservandosi la possibilità di chiarire i dettagli della vicenda nei prossimi giorni. Nasce da qui la connessione con l’inchiesta “madre”, che ha portato oggi agli arresti domiciliari per Angelo Cera (padre) e Napoleone Cera (figlio). Sulla base di quanto è trapelato vi sarebbero anche altre persone indagate.

pm Marco Gambardella

pm Marco Gambardella

L’ipotesi accusatoria del pm Marco Gambardella con l’aggiunto Antonio Laronga è relativa alla non avvenuta nomina del commissario della Asp “Castriota e Corropoli” di Chieuti, conseguente alle dimissione del CdA della società di servizi alla persona che controlla tre strutture assistenziali della zona garganica nel Foggiano, ed è conseguente alle intercettazioni telefoniche in possesso della Procura di Foggia effettuate sull’utenza telefonica del consigliere regionale Cera, esponente dell’Udc,  come l’ assessore regionale Salvatore Ruggeri.

A seguito delle dimissioni del cda della Asp “Castriota e Corropoli”, la Regione  Puglia nello scorso febbraio, secondo quanto previsto dalla legge 15/2004  avrebbe dovuto nominare un commissario alla Asp  per il periodo di sei mesi. Ed è a questo punto che Emiliano avrebbe invitato il consigliere regionale dell’ Udc Napoleone Cera ad attivarsi elettoralmente per consentire la riconferma di Francesco Miglio a sindaco di San Severo.

Un impegno “politico” a fronte del quale vi sarebbe stata la richiesta come contropartita  da parte di Cera, di nominare l’ avvocato Cosimo Titta, un “fedelissimo” del consigliere regionale foggiano,  del quale è “collaboratore” nel gruppo Udc alla Regione Puglia, a commissario della Asp . Nomina che che era fortemente voluta dal consigliere regionale Cera: “Papà non fare scherzi su Chieuti, ci tengo” emerge in altre intercettazioni.

L’assessore Salvatore Ruggeri, titolare della delega assessorile al Welfare, di fatto è il responsabile dell’istruttoria dopo la quale viene firmato il decreto di nomina del Presidente della Giunta Regionale. La Procura di Foggia evidentemente  considera evidentemente Ruggeri parte in causa dell’accordo, anche perché l’ assessore in realtà avrebbe voluto nominare come commissario, Eusebio Ferraro, commercialista salentino ad egli legato.

In questa vicenda però nella sua ordinanza il Gip sostiene che non ci sia prova di collegamento tra le due richieste e pertanto ha rigettato la misura cautelare, perché secondo lui non c’è prova del collegamento tra sostegno elettorale e nomina di scambio, e non c’è prova che il Governatore Emiliano fosse a conoscenza della richiesta. Ma in questo caso, “la Procura di Foggia valuta il ricorso.“ Sarebbe interessante che Emiliano spiegasse ai cittadini pugliesi ed alla magistratura foggiana come mai ad oggi non ha mai firmato il relativo decreto di nomina di un commissario.

La versione dei fatti divulgata ieri dal governatore Emiliano, secondo cui era libero di “proporre alla giunta qualunque nominativo, senza limiti di qualificazione professionale e senza necessità di procedure ad evidenza pubblica non previste da nessuna legge nazionale o regionale per l’incarico di commissario” ha dunque una sua logica politica, che non esclude però che queste nomina sia di fatto la conseguenza di un voto di scambio, non a caso la Procura di Foggia ritiene evidentemente con le sue iniziative giudiziarie, che queste nomine siano la conseguenza di accordi illeciti e quindi fuorilegge.

Il Procuratore capo di Foggia, Ludovico Vaccaro, nel corso di una conferenza stampa, ha dichiarato che “se il Presidente della Regione Puglia vorrà recarsi qui a rendere dichiarazioni spontanee che chiariscono la sua posizione troverà la porta della Procura aperta. Nel frattempo stiamo valutando se interrogarlo o meno”.

“E’ gravissimo che un ex deputato e un consigliere regionale abbiano tentato, nell’ordine, di far assumere persone fuori dalle normali procedure, che abbiano pressato per fermare un processo internalizzazione conveniente per l’Asl Fg e siano coinvolti in episodio di corruzione, una sorta di do ut des su favori elettorali”, commenta il procuratore capo Ludovico Vaccaro, che aggiunge: “Capiamo che il momento politico è delicato ma la giustizia ha i suoi tempi: questa richiesta cautelare risale al 3 luglio”.

Il procuratore aggiunto della Procura di Foggia dr. Antonio Laronga  nella conferenza stampa odierna ha spiegato che oltre all’attività “ricattatoria”, i Cera esercitavano “un’attività clientelarespaventosa”. “per entrare nell’ufficio dei Cera a San Marco in Lamis si prendeva il bigliettino con il numero, come in salumeria. Mettevano in atto continue attività clientelari, per questo ne abbiamo ritenuta la pericolosità sociale e abbiamo deciso di chiedere l’arresto“.

Secondo le indagini agli degli inquirenti venivano effettuati continui “scambi”. Compare persino l’assunzione di una persona come addetto stampa di Napoleone Cera a Manfredonia “in cambio di appoggio elettorale. Tutto ciò ci ha indotto alle misure cautelari vista la pericolosità sociale dei due soggetti”.

“Prendo atto con soddisfazione che quel che avevo lealmente e spontaneamente anticipato, – ha dichiarato Emiliano –  all’oscuro delle valutazioni del GIP del Tribunale di Foggia, ha trovato piena conferma nella sua ordinanza odierna, illustrata con grande correttezza ed obiettività dal Procuratore della Repubblica Ludovico Vaccaro. La stessa, come ormai noto, ha escluso totalmente la mia responsabilità per il reato di corruzione, ritenendo insussistente la prova della mia consapevolezza di un nesso causale tra la richiesta di nomina del commissario Asp e la richiesta di appoggio elettorale in favore del sindaco di San Severo”. Affermazione questa che però non trova conferma, come dimostra la valutazione ancora in corso della Procura di Foggia se ascoltarlo a verbale quale indagato.

“Lo stesso Procuratore Vaccaro, lealmente – prosegue Emilianoha ammesso che il GIP ha ritenuto insussistente il sinallagma così confermando quanto da me ieri dichiarato, tant’è che lo stesso Procuratore ha aggiunto che le indagini su questo punto dovranno proseguire per cercare eventuali prove di questo sinallagma che allo stato non sussistono. La conferma, ad un solo giorno dalla conoscenza di questi fatti, di quanto da me evidenziato ai cittadini, mi rende particolarmente contento, ma non mi basta. È mio preciso interesse che la Procura si convinca definitivamente della mia totale estraneità. Devo anche aggiungere – conclude il governatore pugliese – che sia il Pubblico Ministero che il GIP sono stati corretti ed equilibrati nel gestire e valutare una fattispecie delicatissima in un momento elettorale altrettanto delicato“.

 




Regione Puglia: indagati per corruzione Emiliano e l'assessore Ruggeri per una nomina all’Asp

ROMA – Ancora una volta un assessore della giunta regionale pugliese guidata da Michele Emiliano viene indagato dalla magistratura. E’ ormai un’impalpabile ricordo l’audizione disciplinare dinnanzi al Csm in cui Emiliano si vantava e millantava di non aver mai avuto nelle sue giunte degli assessori indagati, affermazione smentita subito dopo per ironia della sorte dai procedimenti penali che ha visto coinvolti tre assessori, tutti del Pd: Gianni Giannini, Filippo Caracciolo e Michele Mazzarano (attualmente a processo). Ed ora è arrivato anche il quarto con le indagini a carico dell’ assessore Salvatore Ruggeri, nominato in quota Udc, avviate dal sostituto procuratore di Foggia Marco Gambardella, all’esito di inda­gini condotte dalla Guardia di Finanza di Bari.

Ieri mattina Ruggeri assessore al Welfare della Regione Puglia è stato raggiunto da un’ elezione di domicilio, con il quale la Procura di Foggia ha iscritto nel registro degli indagati imputando a suo carico il reato di corruzione. La vicenda è relativa  alla procedura di nomina del commissario dell’ Asp-Azienda per i Servizi alla Persona Castriota e Corropoli” di Chieuti (Foggia). Le Asp sono state istituite per legge regionale per sostituire le funzioni delle Ipab, istituti per l’assistenza e beneficenza, che avevano preso il posto a loro volta  di precedenti enti come le Opere Pie.

“Ho piena fiducia nella magistratura a cui  sono certo di potere illustrare ogni passaggio di un procedimento rientrante completamente nelle prerogative della politicacommenta Ruggeri – Procedimento che, tra l’altro, non si è mai concluso, perché la nomina non è mai stata fatta“. L’assessore ha reso noto di aver chiesto di essere ascoltato dai magistrati per chiarire la propria posizione.

La Procura della Repubblica di Foggia

La vicenda per quanto è stato possibile ricostruire in Regione, si sviluppa tra gennaio e febbraio, è conseguente alla decadenza del consiglio di amministrazione dell’Asp di Chieuti, ente controllato dalla Regione Puglia, che dispose la nomina di un commissario,  una nomina “intuitu personae”, che avviene quindi senza alcuna procedura di evidenza pubblica, basandosi esclusivamente su un rapporto fiduciario, ragione per la quale perché Ruggeri sostiene che il procedimento riguarda le prerogative della politica. Nonostante l’incarico di commissario è privo di alcun compenso economico, per i servizi erogati dall’Asp, è molto ambito dalle forze politiche in virtù del consenso, o meglio delle clientele, che ne derivano.

Due politici foggiani (padre e figlio) pretendevano che il commissario da nominare fosse espresso dell’Udc e quindi hanno proposto per la nomina , un avvocato che collabora con il gruppo dei Popolari/Udc in Consiglio regionale. Tale richiesta viene opposta dai rappresentanti foggiani del Pd in consiglio regionale  che volevano far nominare una persona di area “dem”. Conseguentemente l’istruttoria preparata dagli uffici competenti viene trasmessa al governatore Emiliano per la firma il del decreto di nomina . Inutilmente . Infatti Michele Emiliano a conoscenza della contesa in essere tra Udc e Pd foggiano, ha cercato di evitare ogni frizione politica a pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale pugliese. La nomina quindi non è stata fatta e l’Asp di Chieuti è in attesa della nomina di un commissario.

In serata il presidente della Regione Puglia  ha reso noto su Facebook  di aver appreso di essere anche lui indagato nell’inchiesta della Procura di Foggia relativa alla nomina del commissario di una Asp, nell’ambito della quale la magistratura dauna ha notificato ieri un invito a comparire all’assessore regionale al Welfare Salvatore Ruggeri, spiegando di aver “appreso da Ruggeri di essere anche io – scrive – sottoposto ad indagini preliminari”. “L’accusa – scrive  Emilianoconsiste nell’avere ricevuto indicazioni politiche da un consigliere regionale per nominare commissario di una Asp una determinata persona. E ció, nonostante io abbia ritenuto di non accogliere tale indicazione formulatami sin dal febbraio 2019, tanto che nessuna nomina è stata effettuata sino ad oggi. Non ho accolto l’indicazione nominativa ricevuta, avendola ritenuta non pienamente soddisfacente alla luce delle mie prerogative discrezionali. Rispondo dunque per una nomina mai effettuata”.

Il governatore pugliese Emiliano come al solito quando accadano vicende del genere, che vedono la presenza incombente della magistratura, ha evitato di commentare le motivazioni sull’iscrizione nel registro degli indagati del suo assessore Ruggieri, nonostante nei casi precedenti che hanno visto assessori della sua giunta indagati ha sempre preteso le dimissioni dalla Giunta dall’interessato in questione . A questo punto il quesito che circola in Regione è il seguente: l’ assessore Ruggieri si dimetterà ?

In molti nutrono più di qualche dubbio, le elezioni si avvicinano…avranno ragione ?




ll millantatore Panzironi sarà processato: “Non è un dottore”.

ROMA – Dopo le sanzioni dell’ Autorità Antitrust e dell’ Agcom, arriva anche l’intervento della magistratura. Adriano Panzironi,  pubblicista sospeso dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio, nei confronti dello  spregiudicato lucroso business sulle diete e ed i consigli per l’elisir di lunga vita che ha impiantato. Il suo rinvio a giudizio è basato sul fondamento che Panzironi non ha i requisiti per prescrivere diete o cure salvifiche. “Non è un dottore, né un dietologo” non è specializzato in scienze dell’alimentazione e pertanto i suggerimenti inerenti i suoi integratori configurarono un reato: esercizio abusivo della professione medica. è la sintesi con cui il pm Francesco Marinaro della Procura di Roma lo ha mandato a processo dinnanzi al Tribunale Penale, che si svolgerà a marzo 2020.

A processo sempre nella veste d’imputato, andrà anche suo fratello Roberto Panzironi , insieme al quale è socio nell’azienda “Life 120 Italy“, che produce gli integratori, sponsorizzati e venduti nel programma televisivo “Il cercasalute”  condotto da Adriano Panzironi e trasmesso a pagamento su una ventina di emittenti locali in tutta Italia del digitale terrestre, presso le quali compra spazi televisivi autogestiti, ed ha persino aperto sul digitale terrestre un canale “Life120“. A finire sotto inchiesta la titolarità dei Panzironi a commerciarli.

A presentare l’esposto contro Panzironi, nella primavera del 2018, è  stato l’ Ordine del Medici di Roma, il più grande d’Europa, che conta 45mila iscritti. Da tempo dichiarò   il 14 giugno 2018  Antonio Magi,  presidente dell’Ordine romano al quotidiano Il Tirreno – “molti esposti sono arrivati da medici e non solo e l’Ordine è obbligato, in quanto organo sussidiario dello Stato a intervenire. E ha dovuto segnalare la vicenda alla Procura in quanto negli esposti ricevuti si mette in evidenza che nelle trasmissioni si danno terapie, si consiglia di prendere integratori”.

Inoltre  ricorda oggi Magi nell’esposto si evidenzia che non si può suggerire un regime alimentare senza conoscere una persona, senza averla visitata, senza conoscerne le patologie, senza aver preso visione delle sue analisi. Si possono consigliare alimenti che non sono compatibili con le sue condizioni di salute. Per fortuna abbiamo trovato un giudice che ha accolto la nostra tesi”.  E che ha deciso il rinvio a giudizio per Adriano Panzironi (come anticipato dalla cronaca di Roma de La Repubblica) e anche per suo fratello gemello Roberto.

Adriano Panzironi promette grazie al suo regime alimentare a base di proteine e integratori che produce vende assieme al fratello di far vivere fino a 120 anni e di guarire da ogni malattia, persino dal cancro al diabete, dalle mestruazioni abbondanti al glaucoma, adesso rischia una condanna fino a 3 anni di carcere.

Osteggiato giustamente dalla comunità scientifica, ed addirittura da alcuni parlamentari, è stato duramente sanzionato da Agcom e Antitrust, che ha sanzionato Life 120 Italia e Welcome Time Elevator, oltre all’emittente televisiva Teleuniverso e al pubblicista delle diete Adriano Panzironi, “per aver reiterato due pratiche commerciali scorrette già vietate e sanzionate con il provvedimento dello scorso 13 settembre 2018″. Le due multe ammontano rispettivamente a 40.000  e 250.000 euro ,  L’ultima sanzione emanata è dello scorso settembre 2019.

Life 120 Italia, spiegava l’Antitrust in una nota, ha continuato a diffondere, all’interno delle puntate della trasmissione Il CercaSalute” andate in onda nel periodo gennaio-giugno 2019, due versioni dello spot pubblicitario relativo al prodotto Orac Spice “che contenevano ancora riferimenti a non dimostrati effetti terapeutici delle sostanze contenute nel suddetto integratore”.  Nello spot in esame venivano, infatti, suggeriti veri e propri effetti preventivi e terapeutici in capo ai componenti dell’integratore Orac Spice “che, per definizione, – prosegue l’Autorità – può invece avere soltanto l’effetto di ottimizzare le funzioni fisiologiche che sono già nei limiti della normalità. Per la reiterazione di tale pratica, alla società Life 120 Italia è stata irrogata una sanzione di 250.000 euro

Panzironi nel docufilm da egli stesso finanziato, sostiene le sue “scoperte” che pone alla base delle sue teorie, contro le quali si è schierato duramente il luminare della dieta anti-cancro Franco Berrino, anch’egli pronto ad intraprendere un’azione legale. “Immagini rubate, avvieremo un’azione legale” ha scritto in un post su Facebook il noto medico ed epidemiologo,  precisando inoltre come le “immagini del dottor Berrino, riprese nel film documentario “L’uomo che volle vivere per 120 anni” del signor Adriano Panzironi siano state utilizzate senza alcuna autorizzazione“. Il luminare dell’alimentazione anti-cancro con la sua associazione “La Grande Via” non ha alcuna esitazione e sta per intraprendere un’azione legale in merito, dissociandosi “completamente dai messaggi, affermazioni, metodi promossi e diffusi dal signor Panzironi“.

“Non si può suggerire un regime alimentare senza conoscere una persona, senza averla visitata, senza conoscerne le patologie, senza aver preso visione delle sue analisi. Si possono consigliare alimenti che non sono compatibili con le sue condizioni di salute. Per fortuna abbiamo trovato un giudice che ha accolto la nostra tesi”, spiega Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma.

I fatti contestati dalla procura di Roma risalgono al 2018 e nel frattempo i suoi programmi tv (delle autentiche televendite che di giornalistico o medico-scientifico non hanno alcunchè) continuano. Incredibilmente pochi giorni fa il contestatissimo divulgatore-millantatore ha persino presentato, alla Casa del Cinema di Roma, a Villa Borghese, il cortometraggio “L’uomo che volle vivere 120 anni” con il quale attraverso il racconto del regista, millanta i “miracolosi” effetti dello stile di vita che da anni propone con i suoi libri e prodotti alimentari.

Al rinvio a giudizio si è arrivati anche grazie ai Carabinieri del NAS che hanno visionato ore e ore della trasmissione Life120. La conferma che si erano attivati i NAS  ed avevano acquisito registrazioni delle trasmissioni de Il Cercasalute, arrivarono anche dall’ex sottosegretario alla salute Maurizio Fugatti la scorsa estate, che rispondendo in aula alla Camera  ad un’interrogazione su “Life120 e i rischi di questo stile di vita”, presentata dal deputato Giovanni Donzelli , annunciò: “Il ministero si è attivato il 30 aprile con i Nas chiedendo di verificare se i contenuti delle informazioni propagandate nelle trasmissioni di Panzironi invadano gli ambiti di competenza riservate alle professioni sanitarie e di verificare di quali titoli di studio Adriano Panzironi sia in possesso”.

Adesso finalmente è arrivata decisione della Procura della capitale che vuole fare luce sulla sua posizione. Adriano Panzironi dovrà spiegare dinnanzi al giudice,  a quale titolo diffonde consigli medici e nutrizionali sull’emittente televisiva Teleuniverso e durante le convention in palazzetti dello sport stracolmi . Panzironi aveva denunciato a suo tempo (come fa con tutti quelli che denunciano il suo operato) anche il nostro giornale, ma sul banco degli imputati ci andrà lui, ed attraverso i nostri legali lo denunceremo per calunnia. A noi questo impostore ricorda tanto Vanna Marchi e sua figlia….




Nicolò Ghizzardi, magistrato "gentiluomo" lascia la magistratura

di Antonello de Gennaro

Durante il corso della mia trentennale carriera professionale, ho incontrato e conosciuto centinaia di magistrati di tutt’ Italia, compresi numerosi consiglieri di Cassazione, del Consiglio di Stato e del Consiglio Superiore della Magistratura. Uno dei magistrati più bravi, e seri e capaci che ho conosciuto, a giorni andrà in quiescenza, cioè in pensione per i raggiunti limiti d’eta. Sto parlando di Nicolan­gelo Ghizzardi, che il prossimo 22 ottobre compirà 70 anni, ancora per qualche giorno Avvocato Generale della Repubblica presso la Sezione distaccata di Taranto della Corte di Appello di Lecce da cui dipende il distretto jonico, a conclusione di una brillante carriera che lo hanno fatto apprezzare non solo dalle forze dell’ ordine ma anche dagli avvocati.

Nicolangelo Ghizzardi

Ho conosciuto Nicolan­gelo Ghizzardi causalmente in un ristorante del centro di Taranto, mentre entrambi guardavamo in televisione una partita di Champions League dove giocava la “nostra” amata Juventus, e senza sapere neanche chi fosse. Non lo avevo mai incontrato prima. Quando mi è stato presentato da comuni amici al termine della partita, ed ho scoperto chi fosse, ho capito che avevo di fronte un “magistrato-gentiluomo“, e sopratutto una persona dotata di grande spirito di osservazione ed infinita educazione.

Un mese fa trovandomi per  motivi di famiglia presso la Corte di Appello di Taranto , sono andato a salutarlo nel suo ufficio e come sempre ho trovato in lui un interlocutore squisito e cortese, attento e sopratutto pronto al confronto di idee nel reciproco rispetto, con un atteggiamento etico molto raro negli uffici giudiziari di Taranto

La carriera Ghizzardi ebbe ini­zio a Manduria come pretore, e successivamente  proseguita prima come  sostituto pro­curatore  presso la Procura di Taranto,  e successivamente come procuratore aggiunto presso la Procura di Brindisi . Nel corso della sua carriera sopratutto come sostituto a Taranto, Nicolan­gelo Ghizzardi viene ricordato per il suo impegno e lotta senza fine alle associazioni mafiose costituitesi nei clan malavitosi tarantini che durante il decennio 1980/90 si erano in­filtrati con la forza in tutti i business di terra ionica,  avevano fatto esplodere delle autentiche “guerre” fra le varie famiglie della malavita jonica.

Fedele Moretti, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi e Francesco Tacente, consigliere tesoriere dell’Ordine degli Avvocati di Taranto

Nel corso della sua carriera svolta fra procedi­menti penali ed i conseguenti  processi antimafia celebrati nelle aule di giustizia, Ghizzardi ha rappresen­tato la pubblica accusa in modo esemplare come gli viene ricono­sciuto da molti avvocati penalisti, che hanno voluto rendergli omaggio la settimana scorsa con una cerimonia tenutasi nell’aula dell’Or­dine forense di Taranto, in occasione della quale è stato evidenziato il garbo istituzionale ed il rispetto nei confronti degli avvocati,  che hanno contraddistinto il suo percorso professionale. Nell’occasione Ghizzardi visibilmente emozionato per la calorosa accoglienza ricevuta, ha evidenziato come “all’Avvocatura jonica va il riconoscimento della funzione importante che viene svolta: senza la loro attività non esisterebbero democrazia e una dialettica che garantisca il giusto processo, sia civile che penale“.

Secondo il procuratore Ghizzardi la conflittualità non ha mai fatto bene a nessuno e tantomeno può farlo alla Giustizia. “Ho sem­pre ritenuto che sia possibile ottenere molto di più con un sorriso ed il buon senso che con le urla e le minacce“. dice Ghizzardi, aggiungendo “se non c’è un’avvocatura forte in uno stato di diritto, che sia capace di contrapporsi alla magistratura di fatto verrebbe meno  uno dei pilastri fondamentali della democrazia“.

la Corte di Appello di Taranto

“La Giustizia funziona soltanto se c’è un’azio­ne sinergica, di questo sono fer­mamente convinto” continua Ghizzardinon sono mai stato dell’idea che un pubblico ministero debba cercare a tutti i costi la condanna dell’imputato, ma che invece sia più giusto e corretto attendersi una decisione giusta. E’ sempre stato questo il mio obiettivo”

“Ho sempre avuto il massimo rispetto e ho apprezzato la professionali­tà e la competenza degli avvocati sin da quando ero un giovane pretore all’inizio della mia carriera, quando mi oc­cupava di cause civili e del lavoro – conclude Nicolan­gelo Ghizzardi  – Così come dalle memorie difensive dei penalisti ho compreso le la­cune investigative di alcune mie indagini. Ovviamente tutti pos­siamo sbagliare, i giudici come gli avvocati, ma sempre in buona fede”.

Al dottor Ghizzardi vanno i più sinceri ringraziamenti della Fondazione, Direzione, e Redazione del Corriere del Giorno, che ha sempre seguito e rispettato prestando la dovuta attenzione alle vicende giudiziarie portate alla ribalta del nostro giornale.

 




Emilio Fede si salva dal carcere, sconterà la condanna ai domiciliari

MILANO – Il Tribunale di Sorveglianza di Milano, ha accolto una delle istanze dell’avvocato Salvatore Pino, stabilendo che  Emilio Fede, 88 anni, condannato lo scorso aprile in via definitiva a 4 anni e 7 mesi può scontare la pena in “detenzione domiciliare” . Nella loro decisione i giudici osservano che Fede, per il quale era già stato sospeso l’ordine di carcerazione, è sofferente di “alcune patologie” e pertanto la detenzione in carcere “andrebbe contro il senso di umanità“. Ed alla sua età da detenuto sarebbe sottoposto a “una enorme sofferenza superiore certamente a quella che inevitabilmente consegue a ogni regime detentivo“.

Fede aveva ottenuto la sospensione dell’ordine di carcerazione dalla Procura generale milanese,  con differimento della pena in attesa che il Tribunale di Sorveglianza si esprimesse sulla richiesta di detenzione domiciliare, misura alternativa che può essere concessa a Fede  perché ha più di 70 anni e peraltro il reato do cui deve rispondere a seguito della sua condanna non è ostativo. Nell’istanza la difesa aveva esposto anche dei motivi di salute per i quali Fede aveva chiesto al giudice di poter stare nella casa della moglie a Napoli. Emilio Fede quando la parte rimanente della pena arriverà a 4 anni, potrà chiedere anche l’affidamento in prova.

Il giornalista ex-direttore del TG4 si è sempre proclamato innocente rispetto al reato di “favoreggiamento della prostituzione” per le serate a luci rosse nella villa San Martino di Silvio Berlusconi ad Arcore, ad aprile aveva anche annunciato la sua intenzione di presentare la domanda di grazia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per l’ avvocato Salvatore Pino suo difensore, il reato per cui è stato condannato, la vicenda più in generale e le condizioni dell’ex direttore sono tutti elementi per i quali “ha un senso” la richiesta di grazia che se accolta estingue la pena.

L’ex direttore del Tg4 sconterà la pena nella sua casa a Segrate. La Sorveglianza gli ha imposto una serie di prescrizioni: potrà uscire  solo per quattro ore al giorno dall’abitazione, tra le 10 e le 12 e tra le 16 e le 18, oltre che per “comprovati motivi di salute“. Non potrà frequentare pregiudicati (quindi non potrà incontrare il suo ex-amico Silvio Berlusconi) e “dovrà adoperarsi per quanto possibile al risarcimento del danno” alle vittime.