A.MITTAL: RISCHIO CROLLO FORNI E DISTRUZIONE ASSET DI TARANTO

A.MITTAL: RISCHIO CROLLO FORNI E DISTRUZIONE ASSET DI TARANTO

ArcelorMittal Italia in relazione alla sentenza emessa dal TAR della Puglia, ha comunicato che “promuoverà immediatamente appello presso il Consiglio di Stato contro la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto”.

di REDAZIONE ECONOMIA

La fermata forzata degli impianti, disposta dal Tar di Leccesenza la disponibilità di una stazione di miscelazione azoto e metano, non permetterebbe la tenuta in riscaldo dei forni e ne conseguirebbe il loro crollo e quindi la distruzione dell’asset aziendale di proprietà di Ilva in Amministrazione Straordinaria. Lo si apprende da fonti legali vicine al dossier Arcelor Mittal, che evidenziano “rischi per la sicurezza“.

Con l’ordinanza del 27 febbraio 2020 il sindaco Melucci imponeva alla società che gestisce lo stabilimento siderurgico ex Ilva, oltre che all’Ilva spa in amministrazione straordinaria, di “individuare gli impianti interessati dai fenomeni emissivi, eliminando gli eventuali elementi di criticità e le relative anomalie entro 30 giorni“. In caso di mancata ottemperanza, il provvedimento ordina, qualora siano state individuate le sezioni di impianto oggetto di anomalie, “di avviare e portare a completamento le procedure di sospensione/fermata delle attività nei tempi tecnici strettamente necessari a garantirne la sicurezza e comunque non oltre 60 giorni” a partire da oggi “degli impianti come sopra individuati”.

Il 24 aprile 2020 il Tribunale Amministrativo Regionale, aveva accolto l’istanza cautelare presentata da Arcelor Mittal e, quindi, aveva sospeso l’efficacia dell’ordinanza del sindaco. I 60 giorni per completare lo spegnimento degli impianti inquinanti dell’area a caldo decorrono dal 13 febbraio, giorno delle pubblicazione della sentenza del Tar.

ArcelorMittal Italia in relazione alla sentenza emessa dal TAR della Puglia, ha comunicato che “promuoverà immediatamente appello presso il Consiglio di Stato contro la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto“.

Sulla spinosa vicenda è intervenuta anche Confindustria: “Bisogna evitare lo spegnimento del ciclo integrale a caldo dell’ex Ilva“. per il fatto che ci sarebbe un “totale blocco della produzione dello stabilimento, qualificato di ‘interesse strategico , l’unico sul territorio nazionale a ‘ciclo integrato’ per la produzione di acciaio”.

Inoltre, prosegue la confederazione, si avrebbeun sicuro e rilevante aggravio della bilancia commerciale nazionale, poiché occorrerebbe importare l’acciaio dall’estero in una già difficile congiuntura per la siderurgia a livello mondiale”. ricordando che “la chiusura nell’immediato vanificherebbe tutti gli sforzi compiuti per limitare il numero di esuberi, mettendo a serio rischio migliaia di lavoratori e famiglie” e quindi sarebbe anche “sarebbe vanificato in maniera traumatica e definitiva il processo di investimenti intrapreso per la messa in sicurezza degli impianti e per la sostenibilità ambientale”.

Il presidente di Federacciai Alessandro Banzato esprime “forte preoccupazione e auspica che venga adottata una sospensiva di questa sentenza e che il Governo appena incaricato si adoperi per evitare lo spegnimento del più grande stabilimento siderurgico italiano”.

Il segretario nazionale Fim Cisl Roberto Benaglia ha dichiarato in una intervista radiofonica che “l’azienda ha già comunicato informalmente nel week end l’avvio della messa in sicurezza di alcune attività produttive”. Da quanto si apprende (non in via ufficiale) anche la Procura di Taranto priva di procuratore capo in attesa che il CSM si decida dopo 5 mesi di “vacatio” a nominarlo, starebbe seguendo l’evolversi della vicenda dopo aver acquisito la sentenza del Tar. Resta da capire quale sarebbe la competenza della Procura su un atto amministrativo. Anche se notoriamente fra i magistrati jonici c’è sempre la voglia di protagonismo mediatico sopratutto sulle vicende legale all’ ILVA

Nel provvedimento del giudice amministrativo si afferma che lo stabilimento, che ora vede lo Stato, tramite Invitalia, affiancare nella gestione ArcelorMittal, inquina ancora. E si precisa che nemmeno il rispetto dell’Aia comporta “di per sé garanzia della esclusione del rischio o del danno sanitario”. Un parere che contrasta con il precedente “semaforo verde” all’utilizzo rilasciato dalla Procura.

Secondo i sindacati metalmeccanici che hanno già annunciato una richiesta di incontro al ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani, chiudere l’area a caldo a Taranto significherebbe chiudere anche i siti di Genova e Novi Ligure, con il rischio di “perdere 20mila posti di lavoro”. Un rischio che difficilmente il Governo Draghi vorrà correre.

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