ILVA. Lo Stato contro lo Stato: il Gup del Tribunale di Milano dice “no” al patteggiamento della Procura con i Riva

ILVA. Lo Stato contro lo Stato: il  Gup del Tribunale di Milano dice “no” al patteggiamento della Procura con i Riva

di Antonello de Gennaro

Non sbaglia chi definisce una telenovela il salvataggio dell’Ilva di Taranto da parte dello Stato. Il Gup del Tribunale di Milano, Maria Vicedomini, questa mattina ha respinto le istanze di patteggiamento che si aggiravano sui 3 anni di carcere concordate con la Procura di Milano, presentate dai legali di  Adriano Riva  Fabio Riva e Nicola Riva . Ironia della sorte, proprio questa  mattina, gli avvocati degli imputati, avevano chiesto un rinvio in quanto non era ancora stato definito l’accordo per fare rientrare il miliardo e 100 milioni di euro bloccati in Svizzera e pronti a essere reinvestiti per la bonifica dello stabilimento di Taranto. In poche parole l’accordo, al quale hanno lavorato per mesi avvocati penalisti e civilisti e il procuratore della Repubblica Francesco Greco con i pm titolari dell‘indagine Stefano Civardi e Mauro Clerici, risulta bocciato su tutta la linea

Ma secondo il  gup milanese Maria Vicidomini , passata alla ribalta per aver prosciolto Silvio Berlusconi per il caso Mediatrade e per aver stabilito in un provvedimento di archiviazione con il quale ha archiviato una querela per diffamazione, affermando che “non è diffamazione dichiarare che la Lega è un partito razzista“,  l’accordo fatto dalla Procura di Milano con i legali dei Riva non s’ha da fare !  Lo ha stabilito il gip Vicedomini nel  suo decreto : “Le richieste» di patteggiamento avanzate da Adriano, Fabio e Nicola Riva,non possono essere accolte per assoluta incongruità delle pene concordate … a fronte dell’estrema gravità dei fatti contestati, costituiti … da plurimi reati di bancarotta fraudolenta caratterizzati da numerose distrazioni asseritamente realizzate attraverso le complesse operazioni di importi rilevantissimi ai danni della società Riva Fire spa ed Ilva spa“.
Il giudice non solo non ha  ritenuto congrue le pene ma boccia pure l’intesa raggiunta dalla Procura milanese (e parallelamente anche il processo Ambiente Svenduto a Taranto)  spiegando che in realtà si tratta di  “una bozza di transazione” con la quale la famiglia  Riva ha dato l’assenso lo scorso 2 dicembre  a far rientrare in Italia il miliardo e 330 milioni di euro, in gran parte sequestrato in una delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Milano  e “bloccato” su un conto presso la Banca UBS in Svizzera, per metterlo a disposizione della bonifica ambientale dello stabilimento tarantino. Una somma, questa, che i Riva  avevano messo sul tavolo delle trattative parallele con le Procure di Milano e Taranto  nella convinzione di poter beneficiare di un atteggiamento più morbido nella definizione delle pene e della concessione delle attenuanti generiche, invece “non applicabili” secondo  il gip Vicidomini,

L’accordo si legge nella decisione del Gup , essendo onnicomprensivo e “raggruppando in maniera generica una molteplicità di reciproche rinunce ad azioni esercitabili in sede civile, amministrativa e penale, rischia di tradursi in una sostanziale e totalizzante abdicazione (…) alla tutela di molteplici e variegati interessi non solo da parte degli imputati ma anche del commissario straordinario di Ilva spa e del curatore speciale di Riva Fire nei confronti di coloro che hanno il diritto ad essere risarciti. Interessi questi “che richiederebbero altre forme di salvaguardia” ed aggiunge il giudice Vicedomini “esula dai profili strettamente risarcitori dei danni correlabili ai reati” e mancherebbero secondo il Tribunale di Milano pure le condizioni per la confisca del denaro.  In realtà per lo sblocco dei soldi manca soltanto la pronuncia della Corte di Jersey. Ma l’udienza è stata rinviata al 9-10 marzo per una indisponibilità di un giudice, e non come qualche “scribacchino”  tarantino voleva far credere sostenendo che non ci fossero più i fondi disponibili .  Infatti  il Tribunale federale di Losanna nel frattempo ha spostato al 31 marzo la decisione sullo sblocco dei fondi sequestrati e custoditi in Svizzera.

 

Non è chiaramente da escludersi  che a questo punto i legali dei Riva e le Procure  ritentino con un nuovo accordo in vista dei patteggiamenti e del rientro dei capitali da usare per il risanamento ambientale, e dall’altro dal gruppo Riva assicurano che “rimane immutata la volontà di fattiva collaborazione con l’autorità giudiziaria di Milano e di Taranto e con il Governo per la soluzione delle questioni riguardanti le problematiche dell’Ilva” anche se come riferisce una fonte legale vicina alla società milanese, “rischia di  paralizzare l’intesa

Nel frattempo circolano fonti anonime dichiarate  “vicine ai commissari” che avrebbero precisato fatto sapere che “il patteggiamento richiesto dalla famiglia Riva al Tribunale di Milano non riguarda la società Ilva, che non è parte del relativo procedimento. Non si ritiene che la decisione del gip possa influire con il processo di vendita” precisando  che “la transazione, di importo rilevantissimo, ha ad oggetto le azioni civili intraprese dai Commissari Straordinari di Ilva nei confronti della famiglia Riva ed è fondamentale per la sopravvivenza della società perché consente di disporre in tempi brevi delle risorse necessarie al completamento del risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto e, quindi, per la continuità produttiva dell’impianto” aggiungendo che “in assenza della transazione Ilva dovrebbe affrontare un lungo e impegnativo contenzioso con la famiglia Riva, non potendo disporre, in tempi compatibili con l’esigenza di assicurare la prosecuzione della produzione e la tutela dell’occupazione, delle risorse necessarie a garantire che le attività si svolgano in condizioni di assoluta sicurezza e rispetto dell’ambiente”. Permetteteci un appunto, ma resta incredibile che dei commissari con poteri governativi lascino circolare “voci” non confermate e quindi non ufficiali.

Piccolo dettaglio, da non trascurare, che tra i motivi del rigetto viene anche evidenziato la circostanza che il miliardo e 300 mila euro erano stati sequestrati ai Riva  in riferimento al reato di riciclaggio allora contestato e non ai reati per i quali i Riva rispondono nel procedimento trattato oggi.  Cioè esattamente  le stesse motivazioni utilizzate dinnanzi al Tribunale di Bellinzona dall’avvocato svizzero dalle figlie dello scomparso Emilio Riva, che mentre in Italia hanno rinunciato all’eredità del padre, per sfuggire alle ingenti richieste di risarcimento economico, mentre oltre frontiera cercavano di sfuggire ancora una volta alle leggi italiane.
Con tutti questi colpi di scena,   sembra di stare sul set di una fiction televisiva,  ma in realtà purtroppo  tutto ciò accade grazie al protagonismo di alcuni magistrati e giudici. Comportamenti che in un Paese serio non accadrebbero mai. E’ anche così che si affossa un’industria ed uccide l’economia di una città.

Adesso, il no del gip di Milano dovrà portare a una nuova decisione sulle pene da patteggiare e sull’entità dei patrimoni da far rientrare in Italia.

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