Il Governo a Mittal: prima l'accordo sugli esuberi, e dopo lo scudo

Il Governo a Mittal: prima l'accordo sugli esuberi, e dopo lo scudo

Il premier Conte ed il ministro Patuanelli al lavoro per trovare un accordo con Mittal per salvare la fabbrica, con la volontà di non arrivare ad uno scontro nell’incontro che si terrà venerdì a Palazzo Chigi. Conte non vuole assicurare  il ripristino dello scudo, se prima dai Mittal non arriva la garanzia di un’intesa sugli esuberi e sugli altri punti che mantengono ancora distanti le rispettive posizioni

ROMA – Nelle ultime ore sta prendendo forma nelle stanze del Governo la volontà, che è anche necessità,  di non arrivare al buio all’incontro di venerdì con Mittal a Palazzo Chigi sul futuro dell’ex ILVA di Taranto. Una trattativa seppure “ufficiosa” è già in corso dietro le quinte passando per colloqui intercorrenti tra il premier Conte, i ministri Patuanelli e Gualtieri, ed i vertici della multinazionale dell’acciaio che fonti vicine alla vicenda raccontano essere “frequenti” .

Il concetto su cui si base la posizione ma anche la strategia del Governo Conte è di capire subito se vi sono realmente dei margini per arrivare a un’accordo, da raggiungere e definire  nell’incontro di venerdì di venerdì. Il punto fondamentale, ma anche il più critico, è quello degli esuberi richiesti dai Mittal, su cui si sta trattando. Il ragionamento del Governo è il seguente: se si giungerà ad un accordo sull’occupazione soltanto allora il premier Conte metterà sul piatto l’offerta di ripristinare lo scudo penale.

Lakshmi Mittal

L’esecutivo di Governo non vuole assistere al ripetersi delle modalità con cui è stato gestito e si è concluso il primo incontro con i due pesi massimi dell’azienda Arcelor Mittal, e cioè  Lakshmi Mittal e suo figlio Aditya Mittal. Lo scorso 6 novembre l’incontro si concluse in malo modo dopo che i Mittal misero sul tavolo della trattativa delle condizioni pesantissime, a partire dalla richiesta di 5mila esuberi. Il messaggio “diplomatico” che il premier Conte ed i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli che si occupano della “questione Ilva” stanno facendo arrivare  ad Arcelor Mittal è la disponibilità a trattare su un massimo di 3mila esuberi, transitori e non strutturali. L’idea del Governo è quella di sostenere questi lavoratori per un anno, al massimo un anno e mezzo, attraverso la cassa integrazione, per poi farli rientrare in fabbrica a pieno titolo, parallelamente alla ripresa della produzione.

La proposta del Governo Conte ha l’intento di ridimensionare fortemente le richieste dei franco-indiani per tre motivi. Innanzitutto si vuole dimezzare il numero degli esuberi . Argomento  che si riflette sul piano delle relazioni con i sindacati e più in generale sul tema scottante del consenso, che è la natura di questi esuberi: il Governo, pretende che siano transitori. Le parole del segretario generale della Uilm Rocco Palombella, fanno presagire quali saranno le conseguenze nel caso in cui Arcelor Mittal dovesse accettare il ridimensionamento degli esuberi richiesti ma solo in chiave strutturale: “Non firmeremo mai un accordo che prevede esuberi strutturali”.

Le barricate sindacali sono solide e compatte: la Fim-Cisl, la Fiom-Cgil,  e la Uilm hanno deciso di non partecipare all’incontro proposto da Arcelor Mittal a Roma, venerdì, poche ore prima del vertice di Palazzo Chigi per confrontarsi sulle procedure del recesso. Chiara la posizione sindacale:  “È superfluo, perché noi abbiamo chiesto di sospendere quella procedura“. I sindacati vogliono delle risposte chiare e definitive dal Governo Conte sul rilancio di Taranto, e non vogliono discutere sull’eventuale addio del gruppo franco-indiano.

Una ragione importante è che la natura degli esuberi è collegata a un’altra condizione di Mittal, cioè la riduzione degli impegni sulla produzione da 6 milioni a 4 milioni di tonnellate all’anno. Secondo Arcelor Mittal a Taranto si possono produrre al massimo 4 milioni di tonnellate, ed è questo secondo loro il motivo per cui servono 5mila lavoratori in meno degli occupati attuali. Una condizione quella dei Mittal che non ha limiti temporali, basata sul presupposto che la produzione prevista allo stato attuale è di 4 milioni di tonnellate da ora in avanti.

È proprio il problema occupazionale ad accelerare il lavoro di chi prepara il vertice di venerdì in presenze delle tensioni sociali che scuotono le 20 mila famiglie, cioè quelle strettamente interessate e legate al lavoro dei dipendenti diretti dell’ILVA e di quelli dell’indotto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ieri, non a caso  è tornato ad esprimere “vicinanza a Taranto, investita da una grave questione la cui soluzione è prioritaria, di primaria importanza per l’economia e il lavoro dell’Italia”.

La volontà  del governo Conte si inserisce qui nel provare a ribaltare questa previsione, fissando un periodo temporale molto breve , cioè un anno al massimo un anno e mezzo, entro il quale giustificare lo scongelamento degli esuberi proprio in relazione a una produzione di acciaio più consistente. In poche parole il tema degli esuberi si deve interfacciare con le leggi del mercato e degli affari. Una posizione complessa anche a seguito del riposizionamento di Arcelor Mittal a livello mondiale, con nuovi mercati aperti ed altri irrimediabilmente chiusi.

Un altro punto della trattativa  è quello relativo al canone d’affitto della fabbrica: 180 milioni di euro in tutto che Palazzo Chigi è disponibile a scontare ad ArcelorMittal a fronte della salvaguardia degli impianti, compreso, ovviamente, l’altoforno AFO2 per l’utilizzo del quale occorre però il “nulla osta” del  Tribunale di Taranto i cui magistrati stanno valutando una posizione meno rigida e più soft per consentire l’ ammodernamento ambientale dell’ altoforno. Posizione che peraltro era stata tratta in inganno da un discutibile parere del custode giudiziario Barbara Valenzano, che secondo le controparti  di “tecnico” ha ben poco.

Il premier Conte ha rassicurato i rappresentanti dei lavoratori sugli ammortizzatori, ma è disposto anche a rispolverare una vecchia proposta di Carlo Calenda, garantendo ad almeno un paio di migliaia di addetti un percorso di occupazione nella “svolta green” del territorio tarantino e nella futura riconversione a gas proprio dell’acciaieria. La proposta dell’allora ministro dello Sviluppo Economico del Governo Gentiloni era di utilizzare finanziariamente Invitalia (l’agenzia pubblica di attrazione degli investimenti), ma è anche possibile che in questo caso si decida di fare leva su Cassa Depositi e Prestiti (che era peraltro presente nella cordata Acciaiitalia con gli indiani di Jindal) per arruolare aziende partecipate, quali Eni, Fincantieri e Leonardo.

Tra le ipotesi di lavoro anche quella della creazione di una newco con nuove prospettive di business, tali da consentire legittimo un eventuale intervento della Cassa Depositi e Prestiti , in conformità con il suo statuto. Il tutto nel quadro di un piano industriale rivisto. Anche perchè allo stato attuale  lo statuto di Cdp non le consente di poter investire in azienda in perdita e sopratutto considerato che le Fondazioni bancarie al momento sono rigorosamente contrarie ad un intervento.

Ma una trattativa va fatta considerato che anche la controparte a questo punto ha bisogno di sedersi al tavolo per negoziare. L’offensiva giudiziaria “muscolare” delle procure di Milano e Taranto, che insieme ai moniti e al lavoro sotterraneo e silente del capo dello Stato,  ha indotto alla riapertura della trattativa, è proseguita anche ieri. Come noto nelle sedi di Arcelor Mittal a Taranto ed a Milano si è presentata la Guardia di Finanza che ha effettuato perquisizioni e sequestri, e le indagini della magistratura vanno avanti senza soste.

Il problema da risolvere nelle prossime ore è chi dovrà fare il primo passo per un accordo. Conte ha già comunicato informalmente ai Mittal che toccherebbe a loro: “Appena vi rivolgerete al Tribunale di Milano per ritirare la procedura di recesso, noi convocheremo il Consiglio dei ministri per approvare il decreto sullo scudo”. Questo in sintesi il messaggio fatto recapitare da Palazzo Chigi. Ad affiancare a rafforzare il Governo nel chiedere il dietrofront dell’azienda, sono arrivati anche i sindacati, e i commissari di ILVA in amministrazione straordinaria.

La lista dei reati contestati ad Arcelor Mittal cresce di ora in ora e diventa  sempre più pericolosa con l’introduzione dell’omessa dichiarazione dei redditi e l’accertamento della programmazione di una “crisi pilotata”. Una pressione pesante sui Mittal che hanno indotto il gruppo franco-indiano mercoledì a ritornare sui propri passi inizialmente mossi con arroganza, adottando la “saggia” decisione (consigliata dai propri legali) di fermare le operazioni di spegnimento degli altiforni, e di tornare a sedersi al tavolo delle trattative . Durante lo scorso week end, Lucia Morselli, l’amministratore delegato del gruppo, ha incontrato il ministro Gualtieri. Mentre Aditya Mittal ha avuto un faccia a faccia con il ministro Patuanelli. Di qui la decisione dei Mittal, padre e figlio. di tornare a Palazzo Chigi venerdì.

“Un passo alla volta. Intanto è positivo che non si spengano gli altiforni. Siamo stati costretti a difenderci come governo in sede giudiziaria, adesso torniamo al tavolo per far rispettare gli impegni assunti su produzione e ambientalizzazione” sostiene con cauto ottimismo il ministro del Sud Peppe Provenzano (Pd).

L’esito della trattativa al momento è ancora tutto da raccontare, ma si parte da punto fermo . Il premier Conte non vuole assicurare  il ripristino dello scudo, se prima dai Mittal non arriva la garanzia di un’intesa sugli esuberi e sugli altri punti che mantengono ancora distanti le rispettive posizioni . Giovedì è in programma una riunione del Consiglio dei ministri, ma non è previsto al momento  al momento un decreto legge o una norma sull’immunità penale.

Sarà necessario aspettare venerdì e se si arriverà a un’intesa di massima, soltanto allora il premier Conte andrà dai parlamentari grillini dissidenti, quelli che non vogliono lo scudo, per dire loro più o meo questo concetto: “Ci sono tutte le condizioni affinché Mittal resti a Taranto, manca solo lo scudo. Chi si prende la responsabilità di non ripristinarlo?”. Un quesito “pesante” che resta nel cassetto fino a venerdì. Perché se qualcuno del M5S si irrigidisse ancora per lo stop allo scudo, la trattativa con Arcelor Mittal salterebbe definitivamente con tutto quello che ne consegue. E questo è un rischio che il governo non può permettersi. Significherebbe la fine dell’alleanza giallorossa, ed andare alle elezioni.

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