Arcelor Mittal: il premier Conte, rinvia il Consiglio dei Ministri sulla vertenza

Arcelor Mittal: il premier Conte, rinvia il Consiglio dei Ministri sulla vertenza

Le “quarantott’ore” minacciate da Conte ai Mittal per tornare al tavolo con una proposta ragionevole finite ai limiti del ridicolo  si sono tramutate in una linea telefonica rimasta pressoché muta e in una settimana priva di un piano che potesse riportare i franco-indiani a trattare. Un dilatamento dei tempi destinato a prolungarsi ulteriormente, ed a superare con tutta probabilità il fine settimana. I nervosismo di Patuanelli alle nostre domande in conferenza stampa

ROMA – Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha deciso di posticipare all’inizio della prossima settimana il Consiglio dei ministri che era stato previsto inizialmente per domani con all’ordine del giorno la vertenza con ArcelorMittal. La causa civile in Tribunale a Milano avviata da ArcelorMittal per la richiesta di recesso dal contratto di affitto dell’ex Ilva,  è stata assegnata alla sezione A e la prima udienza si svolgerà il prossimo il 6 maggio 2020.

I commissari straordinari dell’Ilva come avevamo annunciato hanno depositato oggi, termine di scadenza per la presentazione,  al Tribunale di Taranto l’analisi di rischio sull’altoforno  Afo2; in tempo utile oggi scadeva il termine per la presentazione. I lavoratori ed i sindacati rilanciano l’allarme: “L’azienda sta spegnendo gli impianti. O si interviene presto o si va verso lo stop totale“.

Il centro siderurgico di Taranto dell’ ex Ilva è il più importante d’Europa e ha un ruolo fondamentale e strategico nella organizzazione industriale della industria manifatturiera  italiana che è la seconda d’Europa, cioè quella italiana.

Nell’accordo contrattuale “figlio” di una gara internazionale, passata al vaglio dell’ Authority Antitrust Europea, ed ancor prima dall’ Avvocatura dello Stato per ben due volte (per far contento il “bibitaro” Di Maio) il gruppo franco-indiano, leader mondiale nella produzione dell’acciaio,  si era impegnato al risanamento ambientale ed al contestuale rilancio del polo tarantino dell’acciaio. In cambio aveva chiesto e ottenuto  uno scudo penale che era già stato assegnato da ben tre Governi (a guida PD) guidati da Letta, Renzi e Gentiloni, ancor prima della gara internazionale, e che garantivano ai partecipanti di non dover temere delle conseguenze penali per dei reati ambientali provocati peraltro dagli interventi di risanamento effettuati dalle gestioni precedenti dei Riva e, va ricordato, ancor prima erano dell’azionista “statale” a cui ha fatto capo per lungo tempo l’Ilva (ex-Italsider). Quindi non si trattava di una pretesa o di  un privilegio illegittimo: lo scudo giuridico era una garanzia prevista dall’ordinamento italiano fin dal 2015, cioè quando era stato concesso ai commissari.

Normalmente fra persone d’onore e uomini di affari “seri” una volta bastava una stretta di mano. Ma questa volta è stata persino approvata una norma di legge, quella stessa norma di legge, che poco più di un mese fa, è stata abolita proprio da quella maggioranza parlamentare che sostiene l’attuale  Governo “bis” guidato da Giuseppe Conte.

Qualcuno si chiede in ambienti industriali e politici, come potevano non sapere che ArcelorMittal sta perdendo a Taranto la cifra di oltre 1 milioni di euro al giorno? Come potevano non sapere che una certa componente “politicizzata” della magistratura tarantina è tornata ad usare l’azione giudiziaria ? E sopratutto, come potevano non sapere i vertici del Gruppo Arcelor Mittal che in Europa c’è una crisi di sovracapacità produttiva drammatica?

Il risultato della decisione di abolire lo scudo penale, decisa la prima volta dal ministro Luigi Di Maio, con il Governo gallo-verde in sella, che risulta inaccettabile sul piano dei comportamenti in quanto ha sullo scenario internazionale il  rimangiarsi un impegno preso dallo Stato italiano, che come effetto ha comportato quello di minare la credibilità internazionale dell’Italia e nello stesso tempo di fornire un “alibi legale-contrattuale” pressochè perfetto ad ArcelorMittal. E chiaramente la multinazionale ha colto l’occasione al volo decidendo di restituire (come aveva preannunciato)  lo stabilimento siderurgico allo Stato italiano.

Luigi Di Maio lo scorso luglio, poche settimane prima di abbandonare la doppia poltrona di ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro per traslocare agli Esteri, senza essere riuscito a farsi riconfermare vicepremier,  aveva liquidato  la moltiplicazione delle crisi aziendali durante il primo governo Conte come “una montatura grottesca“. In un’intervista l’allora vicepresidente del Consiglio  si chiedeva polemicamente “E che le ho aperte io?”  . Ef infine, come da consueto collaudato copione di casa “grillina”, Di Maio si auto assolveva addossando ogni responsabilità per i guai dell’industria italiana su “quelli di prima“. Il suo successore alla guida del Mise, Stefano Patuanelli,  ha sinora evitato di insistere sullo scaricabarile. Il perchè è facile da capire considerato che i Cinque stelle adesso si trovano a governare proprio con “quelli di prima”, cioè con il Pd.

Allo stato attuale il governo Conte “bis” si trova in un vicolo cieco, privo di uscite. Appare sin troppo, molto difficile ipotizzare a delle soluzioni diverse dal rinegoziare l’accordo con ArcelorMittal, ma in realtà non è così facile come potrebbe sembrare a qualche ministro o parlamentare sprovveduto del M5S. Il problema è il prezzo, chi lo paga ed a quali condizioni. Il rischio, in caso contrario, è che la vicenda Ilva possa chiudersi con un bilancio di diversi miliardi di euro perdite a carico dello Stato pesante. E il conto alla fine potrebbe risultare molto  pesante per le casse dello Stato.

L’unica certezza al momento che chi pagherà il prezzo dell’improvvisazione e dell’incompetenza “a 5 stelle” sarà, ancora una volta, il mitico “Pantalone“, cioè il portafoglio di quegli italiani, pochi, che pagano le tasse fino all’ultimo euro. Ciò è francamente inaccettabile. Così come è inaccettabile che, in questi giorni, si stia dando ascolto o credibilità alle solite dichiarazioni prive di alcuna credibilità provenienti dal Movimento 5 Stelle proponendo improbabili soluzioni.

Un passaggio della lettera inviata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ai componenti del Governo,  rappresenta lo spunto per qualche riflessione. È l’invito “a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche  per processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture” di Taranto. Sembra molto difficile immaginare che dal tavolo del Consiglio dei Ministri possa uscire una soluzione alternativa per lo stabilimento siderurgico tarantino. Sarebbe come chiedere consigli al primo che passa sotto Palazzo Chigi.

Le “quarantott’ore” minacciate da Conte ai Mittal per tornare al tavolo con una proposta ragionevole finite ai limiti del ridicolo  si sono tramutate in una linea telefonica rimasta pressoché muta e in una settimana priva di un piano che potesse riportare i franco-indiani a trattare. Un dilatamento dei tempi destinato a prolungarsi ulteriormente, ed a superare con tutta probabilità il fine settimana.

Il premier Conte è irritato per le posizioni di intransigenza di un pezzo del Movimento 5 Stelle (quello pugliese). Il problema è quello della possibilità di ripristinare un’immunità penale per l’azienda sopratutto come strumento per riaprire un tavolo negoziale  sul quale il “blocco”pugliese del gruppo parlamentare oppone un no secco. Da Palazzo Chigi ormai filtra da diversi giorni che il premier ritenga indispensabile una mossa in quella direzione, pur continuando a dire che l’unica strada percorribile è inchiodare i Mittal al contratto stipulato un anno fa. È per questo che il premier Conte spera nella difficile opera di convincimento della maggioranza alla Camera e, soprattutto, al Senato prendendosi qualche giorno in più .

La tentata mediazione di Patuanelli è stata un “flop”

Stefano Patuanelli  ex presidente del gruppo dei senatori grillini a Palazzo Madama, neo ministro dello sviluppo economico, si è caricato dietro le quinte il peso della mediazione e ieri si è presentato davanti ai suoi colleghi , con un doppio incarico. Quello ricevuto da  Conte di sondare il terreno e gli umori del gruppo pentastellato, e contestualmente di cercare di riportare alla ragione e mediazione di quelli più  duri e scontenti. Ma anche un incarico ricevuto da Di Maio, che vuole rimanere defilato incaricandolo di  raccogliere le opinioni del gruppo. Un uomo a lui molto vicino spiega “Di Maio sa che non può forzare la mano su Ilva, rischia di diventare una seconda Tav” . Ha origine da tutto ciò la strategia di muoversi sottotraccia prendendo in considerazione quelle che potranno essere le decisioni del gruppo.

Patuanelli ha più volte ribadito: “Noi siamo contrari allo scudo ”. Ragionamento in linea a quello fatto dal premier Conte ai senatori e ai deputati in occasione dell’ incontro pressochè disastroso avuto con i parlamentari  pugliesi del M5s : “Siamo convinti che lo scudo sia un pretesto e non un problema. Ma qualora scongiurasse l’addio di Mittal, che facciamo, ci tiriamo indietro?”. Ma le tre ore di assemblea del gruppo grillino a Palazzo Madama non ha prodotto alcunchè.

I senatori grillini hanno dato mandato pieno al loro ex capogruppo a gestire la complicata vicenda, fermo restando la loro assoluta opposizione all’immunità penale, che qualora il Governo dovesse mettere la fiducia, rischierebbe di cadere sotto il fuoco amico. L’unico risultato che è riuscito a spuntare Patuanelli diventato ormai il vero plenipotenziario della mediazione, scavalcando l’ambiguo senatore tarantino  Mario Turco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che a Roma fa il “fedelissino” del premier Conte, mentre in Puglia e dietro le quinte fa l’ “ambientalista” anti-Ilva,  di fatto è stato un impegno a ritornare dal gruppo al Senato e rimettere in discussione una decisione “sgradita” nel caso in cui il Governo, per necessità o volontà , si vedesse costretto a procedere in tal senso.

Un risultato quello raggiunto da Patuanelli che non ha certamente entusiasmato Conte, ancora oggi speranzoso di riuscire a trovare una soluzione, mentre che invece ha pienamente soddisfatto Luigi Di Maio, che vuole allontanare da stesso il più possibile non solo le accuse di eccessivo “leaderismo”, e di essere accusato ed indicato come il vero responsabile dell’ennesima giravolta “grillina” sul tema scudo penale.

La componente pentastellata di Governo è convinta di poter ribaltare il tavolo. Il premier Conte per primo, che in questi giorni si trova a Venezia per l’inondazione, continua a predicare calma e pazienza, mentre a Roma si rincorrono voci di decisioni già prese sullo scudo e di incontri di Patuanelli con i commissari (nominati da Luigi Di Maio) e di altrettante smentite . Il presidente del Consiglio mentre invita il M5S a mantenere i nervi saldi, pur non avendo alcuna arma di persuasione in mano, è convinto a sua volta di potersi riprendere in mano la maggioranza con un po’ di tempo . Anche se forse realmente non sa  cosa possa prendere…

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