Dietro le quinte dell’ “intelligence”. I retroscena della liberazione di Silvia Romano

ROMA – La liberazione di Silvia Romano sta per diventare un vero e proprio “problema” per le diplomazie occidentali, e sopratutto per i “servizi”. Il suo rilascio sembra avere un solo vincitore dietro le quinte: i servizi della Turchia.

Infatti negli ambienti dell’intelligence il coinvolgimento dei “servizi” del governo turco si è subito dimostrato essenziale per la complicata gestione della trattativa tra i sequestratori e l’AISE l’agenzia dei servizi esteri del governo italiano. Il ruolo fondamentale della Turchia emerge chiaramente dalla fotografia fatta circolare non casualmente dall’ agenzia di stampa turca Anadolu nelle ultime ore, che mostra Silvia Romano sorridente dopo la liberazione con indosso un giubbotto anti proiettile con i simboli della bandiera turca.

Una fotografia che dice e spiega tante cose. E se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sul ruolo turco e sull’importanza “politica” di questa liberazione, ci hanno pensato gli 007 di Erdogan a rimuovere ogni dubbio e fare chiarezza. L’operazione era necessaria al Governo italiano per far rientrare in patria una concittadina rapita, ma serviva soprattutto nel mondo dell’intelligence per far capire pubblicamente i nuovi equilibri in quella parte del mondo.

Giusto e legittimo farsi qualche domanda. Per quale motivo è stato necessario passare dalla Turchia quando Mogadiscio è ben nota nota per avere rapporti proficui con le nostre unità di intelligence sin dai tempi della decolonizzazione ? E come mai non stati allertati in maniera chiara gli americani della CIA?

Ma soprattutto occorrerà capire quale sarà il prezzo politico pagato con questo intervento risolutore dei “servizi” turchi? Domande a cui non è facile rispondere chiaramente, ma per le quali è possibile iniziare ad identificare e tracciare degli scenari partendo da una premessa: in Somalia è andata in corso una vera e propria operazione diplomatica e di spionaggio che ha consentito di portare alla luce un imponente movimento strategico nel territorio somalo. E’ questo quindi il primo punto su cui ragionare per cercare comprendere perché l’Italia ha di fatto dovuto delegare l’operazione alla National Intelligence Organization meglio nota come Mit (il “servizio segreto” turco) ed ai “servizi” della Somalia. E come si è pervenuti a questa conclusione è facile capirlo.

Una fonte “qualificata” ha rivelato al Fatto Quotidiano il retroscena del dietrofront negli ultimi anni della diplomazia e dell’”intelligence italiana” dal territorio somalo, con l’effetto controproducente che la vecchia rete di rapporti invidiata da tutti ai nostri “servizi”, persino dagli stessi americani della C.I.A. e dai servizi europei, al momento risulta essere completamente depotenziata.

Un depotenziamento che coincide con la fine del mandato di capo dei servizi segreti somali di Abdullai Ghafow che era stato “addestrato” anche dagli italiani. Di conseguenza al momento l’Italia conta sempre di meno a Mogadiscio. E non è un caso accidentale che proprio a seguito di questa ritirata che non si può valutare “strategica” sia arrivata in Somalia la forte penetrazione dei “servizi” di un Paese come la Turchia che invece da anni ha avviato un lento e costante processo di inserimento al punto tale tanto che Erdogan ha ormai vestito le vesti di protettore delle sorti internazionali della Somalia.

Una presenza che va di traverso soprattutto agli Emirati Arabi Uniti, che invece volevano sfruttare la debolezza politica dell’Africa orientale per entrare in un conflitto politico in cui da un lato c’è la Turchia di Erdogan e dall’altro lato il suo finanziatore occulto: il Qatar . Infatti Roma sembrerebbe aver chiesto anche informazioni ad Abu Dhabi, che però stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe chiesto in cambio un ruolo più importante in una partita dalla posta ben più elevata e che riguardava la Libia.

Il vero punto punto dolente è infatti proprio la Libia. Perché se è assodato che la Turchia ha dimostrato di poter decidere le sorti della Somalia, è altrettanto veritiero che il prezzo da pagare non riguarderà soltanto l’immagine di un’Italia che si ritira dai territori del Corno d’Africa, ma una possibile e pericolosa contropartita libica. Gli Emirati Arabi avrebbero chiesto all’Italia il cambio di sponda con un appoggio politico internazionale a Khalifa Haftar e non all’avversario libico di Tripoli.

La Turchia mentre si trova a convivere difficilmente accanto all’ Italia il sostegno a Fayez al Sarraj, otterrà sicuramente una maggiore libertà operativa in territorio libico. Va ricordato però che “operazione Irini” permettendo al momento si nota la presenza solo di una nave francese nelle acque del Mediterraneo.

Questo complicato incrocio di servizi e diplomazia tra l’ Italia e la Turchia ovviamente non poteva non coinvolgere gli Stati Uniti e gli inglesi del Regno Unito che sembrano non aver assolutamente condiviso le decisioni assunte dal Governo italiano con quello turco ad Ankara. Secondo il quotidiano La Repubblica il Governo italiano si aspetta nei prossimi giorni una richiesta di chiarimenti ed informazioni dagli alleati Usa .

E’ abbastanza chiaro che questa “operazione” per liberare Silvia Romano non sia molto vista di buon occhio dal comando Usa per l’Africa . Infatti per gli Stati Uniti è essenziale coordinare i due alleati nella Nato, in quanto esistono degli equilibri e delle strategie che non si possono trascurare o ignorare .

Come si fa giustificare il pagamento del riscatto milionario a dei terroristi affilati ad Al Qaeda che gli americani bombardano sempre maggiore intensità con i loro caccia e droni da qualche anno? E soprattutto vogliono capire il presunto scambio di favori in Libia quando gli stessi americani dubitano sia dell’interventismo turco che della leadership di Sarraj?

L’Italia dopo questa liberazione si è messa in un gioco complicato di equilibri e a Washington non piace sicuramente questo espansionismo dell’”intelligence” turca senza una chiare definizione dei ruoli. In particolar modo se a guidare il gioco è una persona come Erdogan che ha dimostrato più volte di non voler seguire e rispettare la linea guida dalla Nato in Siria così come anche nel Mediterraneo orientale.

La foto di Silvia Romano con il giubbotto antiproiettili scattata sabato 9 maggio qualche secondo dopo la liberazione di Silvia Romano in Somalia, mostra l’ostaggio italiano a bordo di un veicolo mentre indossa un giubbotto antiproiettile con al centro il simbolo turco della Mezzaluna e la stella. L’immagine fotografica è stata diffusa dall’Agenzia di stampa turca Anadolu, ed è un documento fornito da Ankara in modo ufficiale. Così è stato anche pubblicato da molti altri media turchi, fra cui la Trt, la televisione di Stato, citando sempre l’Anadolu.

Fonti dell’ Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, dl Governo italiano, hanno successivamente fatto circolare una versione differente: Silvia Romano è stata recuperata dagli uomini dell’intelligence italiana con quello stesso giubbetto che si vede nella foto, che è dotazione rigorosamente italiana, e che le è stato fornito nell’immediatezza senza alcun simbolo, quindi non è da escludersi che quella foto sia un fake“. Il “non è da escludersi” è una maniera subdola di smentire senza alcuna ufficialità. Un Paese serio a parere nostro una smentita la fa secca e chiara. Quando dice la verita !




Il governo debutta al Senato, Conte chiede la fiducia

ROMA – “È un momento importante per me e per il Paese, avverto pesante la responsabilità“. Sono le prime parole del premier Giuseppe Conte al suo arrivo al Senato, dove oggi verrà votata la fiducia al governo giallo-verde. “Bisogna offrire risposte concrete ai bisogni dei cittadini“, esordisce il Presidente del Consiglio nell’illustrare il discorso programmatico nell’aula di Palazzo Madama. “Oggi ci presentiamo a voi per chiedere la fiducia a favore non solo di una squadra di governo ma di un progetto per il cambiamento dell’Italia“, continua Conte. E aggiunge: “Assumo l’incarico con umiltà e determinazione, mosso solo da spirito di servizio. Da noi un cambiamento radicale di cui siamo orgogliosi. Io sarò garante del contratto, come avvocato che tutelerà l’interesse dell’intero popolo italiano. Oggi ci presentiamo a voi per chiedere la fiducia a favore non solo di una squadra di governo ma di un progetto per il cambiamento dell’Italia, formalizzato sotto forma di contratto.”

Con questo spirito e questa consapevolezza oggi ci presentiamo a voi per chiedere la fiducia a favore non solo di una squadra di governo ma di un progetto per il cambiamento dell’Italia, formalizzato sotto forma di contratto dalle due forze politiche che formano la maggioranza parlamentare”. Lo dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel discorso per la fiducia in Senato.

Rivolgo un saluto al Presidente della Repubblica che rappresenta l’unità nazionale e che ha accompagnato le fasi di formazione di questo governo” ha esordito Conte.  “Assumo incarico con umiltà e determinazione” ha sottolineato.

 

il discorso del premier Giuseppe Conte al Senato della Repubblica

Chiedendo la fiducia per il governo Conte, affiancato dai vicepremier Di Maio e Salvini, ha rivendicato la scelta del contratto di governo quale metodo di lavoro del suo esecutivo. “Sono grato – ha detto Conte guardando Luigi Di Maio e Matteo Salvinia chi rinunciando a legittime ambizione personali ha reso possibile la formazione del governo, e mi fanno sentire ancora più profondamente le responsabilità. Non ho pregresse esperienze politiche, sono un cittadino che si è dichiarato disponibile ad assumere eventuali responsabilità e successivamente ad accettare la responsabilità di governo“.

Ci prendiamo la responsabilità di affermare che ci sono politiche vantaggiose o svantaggiose per i cittadini: le forze politiche che integrano la maggioranza di governo sono state accusate di essere populiste e antisistema. Se populismo è attitudine ad ascoltare i bisogni della gente, allora lo rivendichiamo“, ha aggiunto Conte che ha elencato una serie di impegni inseriti nel contratto di governo: “potenziare la legittima difesa“, mettere fine al “business dell’immigrazione“, lavorare per un “salario minimo” e per il reddito di cittadinanza, “tasse eque” e riduzione del debito, e ancora l’uso di agenti sotto copertura contro la corruzione.

È necessario, spiega il premier, “offrire risposte concrete ai bisogni dei cittadini: la crescente disattenzione verso le istituzioni e la perdita di prestigio devono spingere a tutti a un supplemento di responsabilità che passa attraverso una maggiore apertura alle istanze reali che vengono da chi vive fuori da questi Palazzi. L’autorevolezza del governo e del Parlamento non possono basarsi solo sui compiti affidati loro dalla Carta istituzionale ma devono essere conquistati giorno dopo giorno operando con disciplina e onore e mettendo da parte le convenienze“.

Sulla politica estera, Conte afferma: “Intendiamo ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa“.

Il discorso programmatico del premier Giuseppe Conte, nel quale ha inserito anche un passaggio su Soumaila Sacko, il migrante ucciso in Calabria, sarà consegnato poi alla Camera che voterà mercoledì alle 17,40. Il premier Conte tornerà alle 14,30 a Palazzo Madama per la discussione e il voto finale. Alle 17,40 sono previste le dichiarazioni di voto dei sette gruppi, alla fine, entro le 19,30, avverrà la prima “chiama“. A seguire, la seconda “chiama“: si presume che entro le 20,30 circa le operazioni di voto per la fiducia saranno concluse. Al dibattito in Senato interverrà l’ex premier ed ex segretario Pd Matteo Renzi.

 

 

 




Donald Trump è il 45° presidente Usa. L’America lo ha scelto ed eletto

Dopo Barack Obama sarà Donald Trump il 45esimo presidente degli Stati Uniti, il nuovo “inquilino” chiamato a sedersi nello studio ovale della Casa Bianca, a capo della superpotenza americana. Hillary Clinton alle due del mattino, quando nella suite dell’Hotel Peninsula di Manhattan,  dove aspettava i risultati delle elezioni presidenziali, ha capito la realtà. La prima donna alla Casa Bianca non sarà lei.  Ha telefonato all’avversario e non ha parlato ai suoi sostenitori, lo farà più tardi  (nelle ore del pomeriggio in Italia). “Andate a casa, non avremo niente da dire stasera” ha detto a suo posto John Podesta, il manager della sua campagna aggiungendo “Questa è stata una lunga notte, dopo una lunga campagna. Quindi possiamo aspettare ancora un po’, per garantire che tutti i voti vengano contati. Siamo orgogliosi della strada che abbiamo percorso insieme, e siamo orgogliosi di voi. Abbiamo fatto insieme un grande lavoro, e ancora non lo abbiamo finito” .

Che i repubblicani dovessero conquistare la Casa Bianca, dopo otto anni di governo democratico, era plausibile. E, in fondo, anche sano e fisiologico. Che dovessero conquistarla con un candidato così poco rappresentativo della loro storia e dei loro valori, questo è il lato implausibile della faccenda. Il consenso di Donald Trump è stato ottenuto soprattutto negli stati industriali, e la sua vittoria va riconosciuta come fortemente radicata in questo scontento del mondo del lavoro, del declino della classe media americana.

Non è irrilevante affermare con chiarezza queste cose in queste prime ore della vittoria di Donald Trump. L’evento accaduto questa notte è di proporzioni storiche. Il successo del Tycoon costituisce l’esplosione del sistema dei partiti americani – quello democratico che ha perso voti della sua tradizionale base sociale, e quello repubblicano che sulla base del calcolo di interessi della sua tradizionale base ha preso le distanze da Trump. Ed è significativo che il nuovo presidente arrivi a Washington, nello studio ovale della Casa Bianca, sostenuto da un voto che mette al centro proprio quel mondo del lavoro che in questi anni è stato sottovalutato dai partiti tradizionali , accantonato, se non incredibilmente abbandonato.

CdG donald trump

Se si guarda alla mappa elettorale americana, fa notare in queste ore il celebre sito di analisi politica Fivethirtyeight, fondato da Nate Silver, la lista degli stati dove Donald Trump ha vinto è perfettamente sovrapponibile con quella identificata da David Autor l’economista del Mit  come la mappa degli stati dove maggiore è stato l’impatto delle importazioni cinesi – impatto stimato nella perdita di 2 milioni di lavoro tra il 1999 e il 2011.

“Io non sono un politico. I politici parlano ma non agiscono. Io sono il contrario” disse all’inizio della corsa presidenziale. Mai come questa volta si può parlare di un “self made president”. Si è fatto da sé come imprenditore di successo – dai borough del Queens alla Trump Tower della Manhattan più glamour – tanto ricco quanto discusso. Si è conquistato da solo la presidenza degli Stati Uniti, spazzando via tutto e tutti: non aveva al suo fianco l’establishment del Partito Repubblicano, mai così freddo con un suo candidato, tentato addirittura di abbandonarlo nel corso della campagna.

Non ha mai avuto al suo fianco la stampa, ostile al punto di demonizzarlo tanto in patria quanto all’estero. Non ha avuto il sostegno delle cancellerie estere e degli operatori finanziari internazionali, che salvo rare eccezioni hanno sostenuto la corsa di Hillary Clinton. Ha fatto a meno della spinta dei vip americani, attivissimi negli endorsement a favore dell’ex first lady per tutta la durata della campagna elettorale e fino all’ultimo giorno. Non ha potuto contare sul presidente uscente Barack Obama e anche questa si è rivelata un’arma a suo favore, perché ormai gli Usa hanno voltato le spalle all’esperienza democratica.

CdF trump power

La vittoria di Trump fa letteralmente saltare il banco. Ha smentito le previsioni dei sondaggisti, che lo hanno visto sempre indietro, pur registrando una rimonta nelle ultime settimane, a dimostrazione ancora una volta dell’incapacità dei sondaggi di leggere fino in fondo gli umori della gente, negli Stati Uniti come altrove in passato. Ha cancellato mesi di campagna attiva della stampa americana e internazionale, mai così schierata in una corsa presidenziale e mai così compatta a sostegno di Hillary Clinton: solo 2 testate statunitense si sono schierate con il candidato repubblicano, contro 57 esplicitamente al fianco della candidata democratica, il numero di endorsement più basso per un candidato nella storia americana. Anche per la stampa sorge un interrogativo quasi esistenziale sulla capacità di analisi del sentiment popolare, sulla lettura del malcontento delle aree rurali, delle zone industriali, della working class sempre più impoverita e ansiosa di cambiamento.

Il trionfo di The Donald è una sconfitta cocente per Hillary Clinton, che si è rivelata un candidato debole e poco amato. Si dice negli Usa che per vincere un candidato deve essere empatico, deve risultare simpatico e vicino alla gente: questo non è mai riuscito a Hillary, ma non è solo questo. Hillary è stata considerata come il vecchio, la continuità, l’establishment, è stata considerata Clinton III, esponente della Dynasty che ha già eletto due volte il marito Bill. La sua sconfitta è anche e soprattutto il fallimento politico di Barack Obama e della sua avventura politica nata sotto il segno del “change”. Un cambiamento che diede la vittoria all’outsider del 2008, ma che l’America profonda (e non solo) non ha visto nelle proprie tasche e non immagina nel proprio futuro.

IL PRIMO DISCORSO

schermata-2016-11-09-alle-12-32-23Già nel suo primo discorso di ringraziamento, Trump ha usato i toni più morbidi della conciliazione nazionale. Una sola sicurezza esiste però fin da ora. La fuoriuscita del consenso dai partiti tradizionali è un fenomeno già in corso nei vari paesi europei, compreso l’Italia, ma il voto americano vi inserisce un segno in più: la vittoria di Donald Trump è la prima affermazione di un movimento antisistema americano che porta un suo leader al vertice. È un voto che istituzionalizza nel punto più alto del sistema il rifiuto del sistema stesso.

“Per repubblicani e democratici è arrivato il tempo dell’unione – ha detto Trump nel suo primo discorso dopo i risultati – La nostra non è stata una campagna elettorale, ma un grande movimento“. Emozionato, è salito con la famiglia al completo sul palco , accanto a lui sua moglie Melania, la nuova “First Lady” vestita di bianco, e tutti i figli. Come colonna sonora è stata scelta la musica di Independence Day. “Prometto che sarò il presidente di tutti gli americani. Ve lo prometto: i dimenticati di questo Paese, da oggi non lo saranno più“.

CdG Hillary Cinton

 “Ho appena ricevuto una telefonata da Hillary Clinton, vorrei farle le mie congratulazioni, ha combattuto con tutta se stessa. Ha lavorato sodo e le dobbiamo una grande gratitudine” ha detto Trump. Il vincitore delle elezioni presidenziali ha poi teso la mano ai democratici (“è il momento di unirci e superare le divisioni”) assicurando di voler “buoni rapporti con l’estero” e che “saremo giusti con tutti i popoli e le nazioni”. Infine un passaggio sull’economia: “Raddoppieremo la crescita e saremo l’economia più forte al mondo“.

cdG trump_melania_pressParla di un America da curare, di infrastrutture da ricostruire, della creazione di migliaia di posti di lavoro, di veterani di cui occuparsi. “Abbiamo un piano economico incredibile: raddoppieremo la crescita e creeremo più forte economia del mondo. Non c’è nessun sogno troppo grande, nessuna sfida troppo grande che possa mettere in pericolo il nostro futuro. Dobbiamo riprenderci il destino del nostro Paese. Dobbiamo avere sogni di successo“. Sulla politica estera dice semplicemente “andremo d’accordo con tutti, cercheremo il dialogo”.

CdG trump discorsoRaffica di ringraziamenti anche per Rudolph Giuliani (ex sindaco di New York) ed altri componenti della sua campagna elettorale.Poi quelli per i servizi segreti, di sicurezza, le forze di polizia, insomma le parti della “difesa” e delle forze armate americane. “Inizieremo subito a lavorare per il popolo americano. Il mio lavoro vi renderà fieri di me ancora. Adoro questo Paese, grazie a tutti!” . Poi ringrazia i suoi genitori “due bravissime persone”, le sorelle, i fratelli, la moglie Melania, il figlio, Ivanka e tutti gli altri componenti accanto a lui . “I love you” ha concluso.

E stata una lunga difficile notte per i democratici americani. Dopo poche macchie blu apparse sui contorni della mappa americana, sin dalle prime ore dello spoglio elettorale,  si è colorato tutto di rosso repubblicano. Un pezzo dopo l’altro. Stato dopo Stato. L’Empire State Building come un enorme schermo proiettava numeri che da incredibili  diventavano velocemente indiscutibili. Le persone per le strade, dietro le transenne, davanti alle tv nelle case, incredule con gli occhi sbarrati sui monitor dei propri smartphone. Blu, rosso, i volti di Hillary Clinton e Donald Trump nelle spillette delle persone che assistevano allo spoglio in diretta del loro futuro.

È una notte meravigliosa. È una notte fantastica per l’America – ha detto Curtis Ellis, alto consigliere di Trump quando già era chiara la vittoria –  È una notte grandiosa per tutta la gente del mondo“, e le persone iniziavano a defluire dalle piazze. Dopo aver assistito a un’estenuante campagna elettorale piena di veleni, polemiche e colpi bassi, circa 220 milioni di aventi diritto sono stati chiamati prima a scegliere, poi aspettare il nome del 45esimo presidente degli Stati Uniti.

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L’ONDA POPULISTA 

Ora si discuterà di quanto era debole Hillary Clinton come candidata, degli errori commessi durante la campagna elettorale, dell’impatto della lettera con cui il direttore dell’Fbi Comey aveva annunciato di aver riaperto l’inchiesta sulle mail private usate quando lei era segretario di Stato. Tutto vero, ma la vittoria di Trump è stata determinata da un vento più grande degli stessi Stati Uniti, che aveva cominciato a soffiare con la Brexit in Gran Bretagna, e ora ha raggiunto anche le coste degli Usa. Una rivoluzione populista, magari venata anche di pulsioni razziste, che però con l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca diventa il fenomeno politico dominante dell’Occidente.

Hillary Clinton ha vinto nel Vermont, Delaware, Illinois, Maryland, Massachusetts, New Jersey, Rhode Island, District of Columbia, New Mexico, ma fino allo Stato di New York, ha raccolto soltanto briciole. Anche i sostenitori con il passare delle ore diventavano sempre più cauti. “Comunque vada l’America resta una grande nazione. Domani mattina sorgerà lo stesso il sole “ha detto Barack Obama. La stessa Hillary ha twittato in anticipo un “qualsiasi cosa accada, grazie lo stesso“. Poi sono arrivati i consensi della Virginia, California, Oregon, Hawaii e Colorado. Ma non è bastato. Il Nevada o il Maine non hanno fatto differenza e determinato alcunchè.

CdG mappa voto USA

Il consenso per Donal Trump è diventato un’onda rossa. Si è aggiudicato Oklahoma, Mississippi e Tennessee, Alabama e South Carolina. Poco dopo Arkansas, Nebraska, South e North Dakota, Wyoming e Texas. Il New York Times  a metà notte, per la prima volta ha cambiato le proiezioni dandolo per vincente al 58 per cento.

CdG Donal e Ivanka TrumpDonald Trump è sempre stato avanti nella corsa per la Casa Bianca mentre erano restati Michigan, New Hampshire e Wisconsin a restare in  bilico, ma  fino ad aggiudicarsi i 279 grandi elettori (i delegati che il 19 dicembre  eleggeranno formalmente  il nuovo presidente americano), ben 9 in più dei necessari a conquistare la presidenze, lasciandosi dietro  Hillary a contare i suoi 218.

Un giornalista inviato del quotidiano francese Liberation, presente nel cuore di una città tradizionalmente democratica, ha catturato le parole di una ragazza, mentre parlava al telefono con la sorella: “È una follia” il suo commento. Ed  il cronista francese continua:  “La folla è muta non osa parlare” . Times square, New York, era avvolta nel silenzio.

Trump ha trionfato nelle aree del Paese a forte presenza di elettori bianchi, facendo molto meglio di Mitt Romney quando  quattro anni fa venne sconfitto da Barack Obama. Hillary Clinton non è riuscita ad attirare i voti delle minoranze, cioè di quella parte dell’elettorato che furono la chiave dei successi del presidente uscente, ha scritto  il Washington Post.

CdG elettori americaniI repubblicani hanno confermato il controllo della House of Representative, secondo quanto  previsto, anche se la maggioranza si è ridotta. Il Grand Old Party avrebbe 235 seggi contro i 247 delle precedenti elezioni del 2014; i democratici che ne avevano 185 sarebbero saliti a quota 200. I repubblicani hanno strappato ai democratici la Camera sin dal 2010. Ancora in bilico il Senato, dove sono in ballo 35 seggi su 100.

MERCATI A PICCO   

I mercati hanno reagito alla vittoria di Trump con un crollo generalizzato, soprattutto perché lui rappresenta un’incognita. Il suo programma economico infatti è rimasto vago, forse di proposito, a parte la determinazione di tagliare tasse e regole. Sul piano internazionale, poi, il tycoon ha messo in dubbio il futuro della Nato e ha previsto che l’Unione Europea continuerà a disintegrarsi, dopo l’uscita della Gran Bretagna. Tutto questo preoccupa la comunità internazionale, ma lo ha reso ancora più popolare fra i suoi sostenitori, stanchi come lui di vedere che “gli Stati Uniti non vincono più“, e pagano per la difesa e gli interessi di tutti gli altri.

Il trionfo temuto di Donald Trump è stata una zampata sull’economia mondiale. Il pesos messicano , cioè la moneta del Paese, costante obiettivo degli attacchi di  Trump, dalle accuse ai migranti bollati come criminali e al progetto di costruire un muro lungo il confine) ha perso il 5%. La Borsa di Tokyo, innervosita dall’andamento del voto, ha visto l’indice Nikkey, a metà seduta, cedere il 2,2% a quota 16.788,90. Il Giappone e i mercati asiatici temono molto la vittoria di Trump che tra i suoi obiettivi ha l’abolizione del trattato di libero scambio Ttp (Trans Pacific Partenership) firmato nel 2015 tra gli Usa e 12 Stati del pacifico. Tristezza e anche qualche lacrima tra i supporter di Hillary Clinton al quartier generale democratico a New York.

 

 

LA RIVOLUZIONE DEL LINGUAGGIO 

L’ultima chiave della vittoria di Trump è stata certamente nel linguaggio, diretto e anche offensivo. La sfida alla “correttezza politica“, che per i suoi sostenitori è solo ipocrisia, usata per mascherare le politiche che li danneggiano. Gli hanno perdonato tutto, incluse le registrazioni in cui diceva di poter prendere le donne come voleva, confermando che se fosse sceso nella Fifth Avenue e avesse sparato a qualcuno, non avrebbe persone neppure un voto. Ieri sera infatti tutti quei voti gli hanno consegnato la Casa Bianca, incoronandolo come “leader” di una rivoluzione piena di incognite per alcuni, e speranze di riscatto per altri.

“Un onore, una serata eccezionale, un periodo eccezionale”. Così Donald Trump ha concluso il suo discorso dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali Usa. Il magnate newyorkese ha poi voluto ringraziare tutti, citando Mike Pence, che era il candidato repubblicano alla vicepresidenza. Al termine dell’intervento i sostenitori hanno intonato “Usa, Usa”. Trump ha poi baciato tutta la famiglia e i suoi accanto a lui. Ecco le immagini trasmesse in diretta da SkyTg24.

 

Il nuovo presidente americano ha festeggiato a New York. Per la prima volta in oltre 70 anni, la metropoli americana ha ospitato per l'”Election Day” il candidato repubblicano e quello democratico dopo una battaglia elettorale e sui media durata quasi due anni. Alla Casa Bianca va Donald Trump ed una cosa è certa:  il nuovo presidente non deve ringraziare nessuno. Con il Congresso americano  in mano al Partito Pepubblicano avrà mano libera per influire profondamente sugli Stati Uniti d’America, anche se si troverà di fronte un Paese lacerato e in una profonda crisi sociale che, se non saprà ricucire, rischia di diventare dirompente. L’8 novembre 2016 è quindi definitivamente una data che può stravolgere la storia.

Gli Stati Uniti hanno avuto un presidente nero, e prima o poi avranno anche un presidente donna. Non sarà Hillary Clinton, però. Quella che sembrava la predestinata, ma passerà invece alla storia solo per la più bruciante sconfitta politica degli Stati Uniti.




WikiLeaks: così la Nsa spiava il governo di Silvio Berlusconi: “Le parole non bastano più”

Schermata 2016-02-23 alle 14.05.45Un incontro tenutosi il 22 ottobre tra la cancelliera Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il primo ministro italiano Silvio Berlusconi è stato definito nei giorni seguenti come teso ed estremamente duro verso il governo di Roma dal consigliere personale per le relazioni internazionali del primo ministro italiano, Valentino Valentini. Merkel e Sarkozy, che evidentemente non tolleravano scuse sull’attuale situazione difficile dell’Italia, hanno fatto pressioni sul primo ministro affinché annunciasse forti e concrete misure e affinché le applicassero in modo da dimostrare che il suo governo è serio sul problema del debito”.

E’ una delle intercettazioni top secret dell’ottobre 2011,  di  WikiLeaks (leggi i documenti originali QUI ) pubblicati in esclusiva (in Italia) dal settimanale l’Espresso e nel mondo da un un team di media internazionali, che dimostra il fatto, anche il governo italiano oltre a Germania e Giappone,  era spiato e riapre il caso del complotto ai danni dell’allora Presidente del consiglio che aveva spinto i fedelissimi di Berlusconi a chiedere (giustamente, è il caso di dire ora) una commissione d’inchiesta parlamentare.

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nella foto i “cable” riservati dell’ NSA su Berlusconi. Merkel e Sarkozy

I cablo di WikiLeaks riportano frasi dettagliate dei protagonisti di quelle intercettazioni: “Sarkozy avrebbe detto a Berlusconi che, mentre le affermazioni di quest’ultimo sulla solidità del sistema bancario italiano, in teoria, potevano anche essere vere, le istituzioni finanziarie italiane potrebbero presto “saltare in aria” come il tappo di una bottiglia di champagne e che “le parole non bastano più” e che Berlusconi “ora deve prendere delle decisioni”. Non solo: il 24 [ottobre] Valentini ha indicato che il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha sollecitato l’Italia ad adottare misure finalizzate a ridurre l’impressione all’interno dell’Unione Europea che l’Italia sia oppressa da un enorme debito, in un momento in cui sta lottando anche con una bassa produttività e la sua economia sta mostrando poco dinamismo».

L’incontro del 22 ottobre avviane a Bruxelles, al consiglio europeo. Il giorno dopo c’è la famosa conferenza stampa di Sarkozy e Merkel, con scambio di sorrisi ironici davanti alle telecamere, quando viene nominato il premier italiano. Qualche giorno dopo, il 12 novembre, Berlusconi si dimetterà.

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Che cosa accadde nell’autunno più cupo per l’Italia, in cui lo spread viaggiava a ritmi insostenibili per l’economia italiana, e gli scandali sessuali di Berlusconi, da Ruby Rubacuori alle “olgettine”, facevano il giro del mondo? Cosa esattamente ha portato alla caduta del governo Berlusconi, aprendo così la strada all’esecutivo non eletto di Mario Monti? Una cosa è certa: quello che accadeva in quei giorni è stato puntualmente ascoltato e trascritto dalla più potente agenzia d’intelligence del mondo: la National Security Agency (Nsa), come rivelano questa intercettazione e altri documenti top secret pubblicati da WikiLeaks e dall’Espresso.

Secondo questi file, Silvio Berlusconi, il suo fidato consigliere personale Valentino Valentini, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Bruno Archi – uno dei testimoni del processo Ruby, insieme a Valentini – il consigliere diplomatico di palazzo Chigi, Marco Carnelos, e il rappresentante permanente dell’Italia alla Nato, Stefano Stefanini, sono stati tutti nel mirino della “più grande, più potente, più tecnologicamente sofisticata agenzia di spionaggio che il mondo abbia mai conosciuto”, secondo la definizione del prestigioso magazine americano “New Yorker”. Si tratta, ancora una volta, della Nsa, l’organizzazione del governo americano i cui piani di sorveglianza di massa sono stati rivelati tre anni fa da Edward Snowden.

I documenti rivelano che nel marzo 2010, Silvio Berlusconi è stato addirittura intercettato nei suoi colloqui con il leader israeliano Binyamin Netanyahu, nel momento di massima crisi tra Stati Uniti e Israele, quando l’annuncio di Netanyahu di costruire mille e seicento case a Gerusalemme est fece sprofondare Washington e Tel Aviv in un gelo diplomatico senza precedenti. A quel punto, secondo quanto ricostruisce un’intercettazione top secret della Nsa, Netanyahu contattò vari paesi europei, tra cui l’Italia, nel tentativo di smussare il conflitto con gli Usa.

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nella foto i “cable” riservati dell’ NSA su Berlusconi ed Israele

Parlando con il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, si legge nella trascrizione delle intercettazioni Nsa, “il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu ha insistito che la scintilla che ha innescato la disputa – la decisione di Israele di costruire 1.600 case nei territori contesi di Gerusalemme est – era totalmente in linea con la politica nazionale fin dai tempi dell’amministrazione di Golda Meir, e ha dato la colpa della cattiva gestione di questo caso a un funzionario del governo dotato di scarsa sensibilità politica. L’obiettivo adesso – ha detto Netanyahu – è evitare che i palestinesi usino questa vicenda come una scusa per bloccare la ripresa dei colloqui o per avanzare pretese irrealistiche che potrebbero affondare una volta per tutte le negoziazioni di pace. Continuando, ha affermato che la tensione è stata solo aggravata dalla mancanza di un contatto diretto tra lui e il presidente degli Stati Uniti. In risposta, Berlusconi ha promesso di mettere l’Italia a disposizione di Israele, nell’aiutare a rimettere a posto le relazioni di quest’ultima con Washington”.

Questa intercettazione dei colloqui Berlusconi-Netanyahu, che risale al marzo 2010, è una di quelle che la Nsa classifica come condivisibile con i “Five Eyes”, ovvero i “cinque occhi”: Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda, le potenze con cui gli Usa hanno accordi di intelligence speciali, che permettono all’alleanza di condividere informazioni segrete che non passerebbero ad altre nazioni. L’intercettazione di Valentino Valentini, dell’ottobre 2011, è invece top secret/noforn, ovvero non rilasciabile a nazioni straniere.

Entrambe le registrazioni sono state condotte da quella che probabilmente è la divisione più sensibile in assoluto della Nsa: lo Special Collection Service (Scs), un’unità speciale che opera sotto copertura diplomatica nelle ambasciate e nei consolati americani in giro per il mondo, per sorvegliare governi amici e nemici, lavorando spesso in collaborazione con la Cia. Obiettivo dei team Scs è raccogliere intelligence fresca e facilmente “deperibile” sulla leadership del paese in cui si trova l’ambasciata o il consolato in cui sono basati. Questo compito è facilitato dalla presenza e dall’operatività del team nelle ambasciate delle grandi capitali mondiali. Già nel 2013, grazie ai file di Snowden, l’Espresso aveva rivelato come l’Italia fosse, secondo un documento top secret della Nsa datato 2010, l’unico paese europeo, insieme alla Germania, ad avere sul proprio territorio due team dello Special Collection Service: uno a Roma e l’altro a Milano.

Schermata 2016-02-23 alle 15.31.32Nell’intercettazione Nsa del colloquio Berlusconi-Netanyahu, lo Special Collection Service viene menzionato esplicitamente, mentre in quella di Valentino Valentini si scrive che è stata raccolta con  mezzi “non convenzionali”, un termine che nella maggior parte dei casi si riferisce alle attività di intercettazione condotte dall’Scs. Che un consigliere fidato di Silvio Berlusconi come Valentino Valentini potesse essere oggetto della sorveglianza Nsa era in qualche modo immaginabile: in un cablo del 2009 della diplomazia americana, pubblicato da WikiLeaks, Valentini è definito come “una figura in qualche modo nell’ombra, che opera come l’uomo chiave di Berlusconi in Russia, senza alcuno staff o anche solo una segretaria“. Per gli americani non era chiaro cosa Valentini facesse esattamente a Mosca, «ma si vocifera ampiamente che curi gli interessi di Berlusconi in Russia». Nel cablogramma, la diplomazia di via Veneto riferiva che i contatti degli Usa sia nel partito dell’allora premier sia nel centro sinistra credessero che “Berlusconi e i suoi compari stessero approfittando personalmente e lautamente di molti degli accordi nel settore energetico tra l’Italia e la Russia“.

Nei nuovi documenti sul nostro Paese rivelati da WikiLeaks sono presenti due intercettazioni Nsa trascritte, rispettivamente quella di Berlusconi e quella di Valentini, e anche tre “selectors”, ovvero i numeri di telefono usati dalla National Security Agency per i suoi programmi di sorveglianza e ascolto. I tre selectors corrispondono ai numeri di telefono di Stefano Stefanini, rappresentante permanente dell’Italia alla Nato dal 2007 al 2010; del consigliere diplomatico di palazzo Chigi, Marco Carnelos, diventato poi consigliere diplomatico della Regione Lazio nel 2011 e oggi ambasciatore italiano a Baghdad, e infine del consigliere per la sicurezza nazionale, Bruno Archi, negli anni del governo Berlusconi. Il primo selector è un numero fisso e, ancora oggi, permette di collegarsi direttamente all’ufficio di rappresentanza permanente della Nato a Bruxelles, mentre gli altri due sono cellulari: chiamando quello di Carnelos è ancora oggi possibile raggiungere direttamente il diplomatico.

Già nel 2013, l’Espresso aveva rivelato, grazie ai file di Snowden, i piani di sorveglianza di massa della Nsa contro l’Italia. Dai documenti top secret emergevano: la presenza in Italia di due team dello Special Collection Service a Roma e a Milano, le due operazioni NsaBruneau” e “Hemlock” per spiare le comunicazioni della nostra ambasciata a Washington e, infine, la massiccia raccolta dei metadati degli italiani. I file dettagliavano come in un solo mese, dal 10 dicembre 2012 al 9 gennaio 2013, la Nsa avesse raccolto i metadati di 45.893.570 di telefonate degli italiani, dove i “metadati” sono quelli che in Italia comunemente si chiamano “tabulati telefonici”, ovvero chi chiama chi, a che ora, per quanti minuti, da dove.

Sebbene la Costituzione italiana tuteli esplicitamente la riservatezza delle comunicazioni e le leggi del nostro Paese prevedano che sia possibile intercettare e raccogliere i dati delle comunicazioni dei cittadini solo in modo mirato e non massivo, e solo dietro un mandato e sotto la stretta supervisione dell’autorità giudiziaria, ad oggi, nessuna procura ha ritenuto di dover aprire un’inchiesta su queste rivelazioni.

CdG Palazzo ChigiQuanto al Governo italiano, si è sempre distinto per il suo silenzio e i suoi dinieghi assoluti, con il presidente Matteo Renzi che ha completamente ignorato lo scandalo e con l’ex presidente Enrico Letta che, nei mesi in cui il caso Snowden infuriava, dichiarava alla Camera: “In base alle risultanze dell’intelligence e ai contatti internazionali avuti, non risultano compromissioni della sicurezza delle comunicazioni dei vertici del governo, né delle nostre ambasciate. Non risulta che la privacy dei cittadini italiani sia stata violata”. Dopo la rivelazione di questi nuovi documenti pubblicati da WikiLeaks, sarà più difficile fare finta di nulla.

Le reazioni. “Dopo le gravissime notizie pubblicate questa mattina da “Repubblica”, in merito alle intercettazioni della Nsa americana, chiediamo un incontro urgente al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti, Marco Minniti. Sul caso cosiddetto Wikileaks chiediamo inoltre che il governo, auspicabilmente nella persona del presidente del Consiglio Matteo Renzi, venga al più presto a riferire in Parlamento”. Non hanno perso tempo i capigruppo di Forza Italia al Senato e alla Camera, Paolo RomaniRenato Brunetta, spiegando che “questo incontro è ancor più necessario considerando che da oltre due anni Forza Italia non è rappresentata nel Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica che ha un ruolo fondamentale e che ci vede vergognosamente esclusi dalla conoscenza e dalla discussione di dossier essenziali per la sicurezza del Paese”.

Schermata 2016-02-23 alle 15.33.15La Farnesina convoca l’ Ambasciatore USA Phillips  Per il governo, ha parlato nel pomeriggio lo stesso premier Matteo Renzi, il quale in un passaggio del suo intervento al vertice dei senatori dem a Palazzo Madama sulle unioni civili annuncia l’interessamento di palazzo Chigi per chiarire la vicenda direttamente con la diplomazia Usa. “Ci accingiamo a chiedere informazioni in tutte le sedi anche con passi formali sulla vicenda di Berlusconi“, ha detto il premier riferendosi al presunto “spionaggio” ai danni dell’ex Cavaliere. Poco dopo, il Ministero degli Esteri  ha annunciato la convocazione per chiarimenti dell’ambasciatore Usa a Roma John Phillips.

 

Procura di Roma pronta ad aprire un’inchiesta . Da piazzale Clodio, sede del tribunale penale della Capitale, trapela invece la disponibilità della Procura, in caso di denuncia, all’apertura di un’inchiesta sulle eventuali responsabilità per le intercettazioni telefoniche dell’ex presidente del Consiglio Berlusconi ad opera dello Social Collection Service, La prassi vuole infatti che le indagini preliminari siano avviate sulla base di atti che contengono notizie di reato e non in seguito a pubblicazione su organi di stampa di vicende che in apparenza possono avere risvolti penalmente valutabili.




L’ Ambasciatore USA a Taranto per un convegno sulla corruzione

La visita tarantina dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia John R. Phillips è cominciata questa mattina con un breve incontro ufficiale a Palazzo di Città dove è stato accolto e ricevuto dal sindaco Ippazio Stefàno. La presenza dell’ambasciatore è per l’ incontro di studi giuridici che si è svolto oggi pomeriggio  presso l’ Auditorium “F. Miro” della Scuola Forense al piano terra del Tribunale in via Marche.

L’ambasciatore ha mostrato un particolare interesse ed entusiasmo nel  visitare personalmente il territorio tarantino. “Sono davvero molto colpito dalla bellezza di questa città. Taranto è meravigliosa”.  L’ambasciatore si è detto piacevolmente . “Sono a conoscenza delle origini spartane della città, colonia della Magna Grecia. Questo è davvero è un posto incantevole”. Da buon ambasciatore,  John R. Phillips ha dimostrato di essere informato anche sui gravi problemi ambientali e sanitari che colpiscono il capoluogo ionico, a causa della presenza di grandi industrie come ILVA, ENI ecc. ” Vedo il massimo impegno del Governo italiano per per riportare alla normalità la situazione.  Si stanno prendendo i giusti provvedimenti e quindi ci si avvia verso un processo di soluzione“.

 John R.Phillips

l’ Ambasciatore USA in Italia, John R.Phillips ed il sindaco di Taranto Stefàno

L’ambasciatore, dopo la sua breve visita in Municipio, ha parlato anche sull’importante presenza del polo areonautico Alenia Aermacchi a grottaglie soffermandosi sull’intesa commerciale tra Stati Uniti e Italia. “Gli aerei che circolano da 50 anni a questa parte, sia da un punto di vista commerciale che militare, sono prodotti della Boeing e la collaborazione con Alenia è fondamentale in tal senso. Il fatto che ci sia questa collaborazione qui a Taranto attesta la fiducia della Boeing nella professionalità del personale qualificato reperibile sul territorio tarantino”.

Un breve commento anche sulla partnership tra la città di Taranto e gli Stati Uniti a seguito della presenza della base Nato per la difesa militare. “I rapporti sono sempre stati ottimi, l’Italia è un alleato fidato, sempre presente. La presenza della base navale è indispensabile in una Regione come questa, in passato molto coinvolta nelle operazioni Mare Nostrum e nella gestione di migliaia di profughi. Per noi il rapporto con l’Italia è dunque imprescindibile”.

Nel pomeriggio l’ambasciatore  John R. Phillips ha partecipato al convegno “Corruzione: etica e riforma della pubblica amministrazione” a cui era stato invitato  come relatore, ed il cui intervento è stato tradotto in simultanea, il sostituto procuratore della Repubblica Enrico Bruschi. Moderatore dell’incontro l’avvocato Michele Rossetti, consigliere dell’unione giuristi cattolici italiani .

Le conclusioni sono state tenute dal sostituto procuratore Maurizio Carbone, segretario generale dell’ ANM l’ Associazione Nazionale dei Magistrati.

L’incontro di studi ha approfondito  gli aspetti etici e giuridici nell’amministrazione della vita pubblica ed eventuali proposte  per bilanciare il fenomeno della corruzione, molto presente, purtroppo,  in Italia.

Particolarmente interessante è stato il contributo-intervento  dell’ Ambasciatore statunitense sull’approccio americano ai problemi della corruzione, che è anni luce superiore a quello italiano. Due parametri, quello italiano e quello americano, che vertono su situazioni politico-sindacali e di categoria ben diversi per poter essere definiti “problemi comuni“.




Rientrato il cacciatorpediniere della Marina Militare “Francesco Mimbelli”

Alla Stazione Navale Mar Grande di Taranto intorno alle 9.40 circa di ieri si è celebrata è stata una bella giornata di festa, in cui emozione si respirava nell’aria, mentre il cacciatorpediniere “Francesco Mimbelli” della Marina Militare si avvicinava alla banchina per attraccare e rientrare in rada, accolti dalle urla di gioia dei parenti dei marinai che hanno fatto rientro a casa dopo 7 mesi trascorsi a solcare i mari del Sud del mondo a caccia di pirati,  partecipando all’ operazione “Ocean Shield” della NATO, predisposta per contrastare la pirateria nell’Oceano Indiano e nel Golfo di Aden.

Schermata 2014-08-20 alle 11.30.39L’attività svolta dal cacciatorpediniere “Francesco Mimbelli“, composto da circa 330 uomini e donne sotto la guida del capitano di vascello Davide Berna,  è stato quella di proteggere le navi mercantili sulle rotte marittime del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano,  come nel caso alle  quest’ultima impegnata nel “World Food Program” contribuendo a far calare del 93%. la percentuale del numero degli assalti dei pirati dopo le impennate negative del 2010, e con i  commossi ricordi del lavoro ed impegno amorevole delle suore missionarie in Africa. Inoltre l’attività della nave della Marina Militare è stata  di cooperazione e solidarietà svolta in favore delle popolazioni dei paesi del Corno d’Africa che si affacciavano sulla costa, a cui ha distribuito aiuti umanitari e beni di prima necessità, senza dimenticare la funzione umanitaria a sostegno di missioni e comunità di Antsiranana, in Madagascar di Dar Es Salam in Tanzania, e di  Douda a Djibouti.

Con l’ausilio ed utilizzo delle forze specializzate della Brigata Marina “San Marco, del Gruppo Operativo Subacquei e della Sezione Elicotteri della Marina Militare è stata condotta attività di addestramento a favore delle Marine dei Paesi locali, al fine di poter acquisire delle proprie capacità autonome di controllo delle coste e dei mari adiacenti. «Abbiamo garantito la giusta attenzione ad un’area grande quanto tutta l’Europa, particolare economicamente, culturalmente, meteorologicamente, ad esempio ora soffia il monsone di sud ovest  è pieno di barchini di persone in navigazione, in quel tratto di mare, pronti ad approfittare di ogni occasione – ha spiegato il capitano di vascello, Davide Berna , comandante della nave –   Il nostro compito è quello di negare queste occasioni. Loro, sanno benissimo di doversi limitare a pescare, fare qualche traffico, e di non dover attaccare il traffico mercantile. I punti più critici sono in Somalia, dove, finché non si creerà un governo stabile, folle di persone cercheranno in qualche modo di guadagnarsi da vivere e migliorare la loro condizione, come nel Canale di Sicilia, in maniera legale, ed a volte illegale. Mare Nostrum è un nostro pensiero. Tra 20 giorni, un mese, saremo pronti, se richiesto, a dare il contributo, col sorriso sulle labbra

Schermata 2014-08-20 alle 12.00.10«Abbiamo distribuito il materiale raccolto in Italia – ha aggiunto il comandante Berna comprato in loco, addirittura raccolto spontaneamente tra i marinai italiani, che sono i più generosi del mondo. Una suora francese, in Madagascar da 45 anni, ha una casa famiglia, avvia i ragazzi alla scuola. Le nostre rappresentanze diplomatiche, consoli ed ambasciatori, ci hanno segnalato i casi più problematici. C’è chi fa del bene». Presso l’opera di Suor Jeanine, in Madagascar nell’orfanotrofio di Diego Suarez, nel quartiere povero di Gran Pavoir, è stato consegnato materiale didattico, insieme a medicine, giocattoli, beni di prima necessità, mentre le Suore Missionarie di Carità di Ivrea, presenti a Kawe, in Tanzania, hanno ricevuto di 10 metri cubi di latte pediatrico, farmaci e giochi.

L’equipaggio  del  cacciatorpediniere “Francesco Mimbelli” oltre a visitare le missioni di Consolata Nursery School a Mbagala in Tanzania, ha avuto incontri diplomatici, con Paesi e marine straniere, svolto esercitazioni in mare con la Guardia Costiera dello Yemen, e fatto tappa al Salone Internazionale della Difesa Marittima di Doha, il Dimdex, nel Qatar. Ha partecipato anche al “Menc” la  conferenza su stabilità e sicurezza marittima nel Medio Oriente. In questo momento in quelle acque, è rimasta la nave Andrea Doria della nostra  Marina Militare che partecipa in missione alla forza marittima europea.