IL PREMIER CONTE CEDE LA DELEGA AI “SERVIZI”. MA NON A TURCO…

IL PREMIER CONTE CEDE LA DELEGA AI “SERVIZI”. MA NON A TURCO…

L’approdo dei gruppi cinesi a Taranto può diventare secondo i Servizi un problema di sicurezza nazionale. La vicenda di Taranto denunciata da Volpi e sollevata a maggio scorso dall’eurodeputata Anna Bonfrisco con un’interrogazione alla Commissione Ue, si aggiunge alla relazione del Copasir sul 5G e sul ruolo di Huawei. La città di Taranto ha su di sé il marchio Nato e quello della Marina Militare circostanze più che delicate e compromettenti per una convivenza tra la presenza cinese, le installazioni della Marina italiana e la flotta Nato in transito da e per Taranto.

di REDAZIONE POLITICA

Mentre una portaborse di provincia che si spaccia negli ambienti politici e giornalisti romani come “consulente politica” cercava di far circolare sui socialnetwork e sulla solita stampa ventriloqua la voce di una possibile nomina del suo datore di lavoro, il commercialista Mario Turco, senatore della repubblica eletto a Taranto grazie ai voti grillini, tutti gli ambienti dei Servizi facevano notare che una nomina del genere avrebbero fatto esplodere persino il Copasir.

il senatore Mario Turco, “millantato” professore

Lo scorso agosto infatti il Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica era venuto in possesso di un documento di sintesi da parte dell’intelligence italiana che segnalava un certo interesse del governo cinese sugli impianti siderurgici e sul porto di Taranto. A lanciare l’allarme fu Raffaele Volpi presidente dello stesso Copasir, che affrontò la questione ricordando come “il Copasir ha più volte espresso le sue preoccupazioni in relazione all’utilizzo di tecnologia cinese nel campo delle Tlc. Preoccupazioni esternate sia con un corposo e qualificato documento trasmesso al Parlamento sia con pubbliche sollecitazioni al Governo affinché se ne prendesse seria considerazione e conseguenti determinazioni proprie dell’organo esecutivo”. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha continuato, per le sue competenze, ad operare con il massimo impegno per difendere l’interesse nazionale cosi come ha fatto sino ad ora, apprezzando la collaborazione di altissima qualità del sistema di intelligence italiano su tematiche tradizionali e su quelle più innovative.

Le ragioni dell’interesse cinese verso Taranto, proviene dalla circostanza che il capoluogo jonico è stata a lungo leader nella movimentazione di container prima delle difficoltà incontrate negli ultimi dieci anni a causa della ritardata ristrutturazione del porto. Ma non soltanto, infatti presso le banchine del porto di Taranto si movimentano carbone e ferro, componenti essenziali dell’industria pesante, business che alletta molto Xi Jinping.

La città pugliese assume inoltre un importante ruolo geopolitico nel Mediterraneo per via della sua posizione, ospitando anche la flotta navale della Marina Militare italiana, e tutto questo i cinesi lo sanno molto bene. Il progetto del governo cinese avevano come obiettivo quello di arrivare nei porti mediterranei, ma poichà la pandemia ha reso più difficoltosa il funzionamento della Nuova Via della Seta, ecco rispuntare il progetto della sua versione “marittima”, ovvero la riedizione della vecchia Maritime Silk Road che in un lontano storico passato condizionava gli scambi marittimi fra Occidente e Oriente.

Ma cosa c’entra Turco ? Semplice è stato lui a portare a Taranto (grazie ad un importante finanziamento a fondo perduto di soldi pubblici dello Stato italiano) un nuovo insediamento del Gruppo Ferretti vecchio cantiere della tradizione nautica italiana, leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht a motore e da diporto di lusso, con un portafoglio di otto marchi prestigiosi ed esclusivi che nel 2012 è finito sotto il controllo (58% della azioni) del Governo cinese attraverso la Shandong Heavy Industry Group-Weichai Group società cinese produttrice di scavatrici e trattori, che ha rilevato il controllo della Ferretti per 374 milioni di euro.

l’ avvocato Sergio Prete

Con una convenzione dal valore di 45,5 milioni di euro il commissario straordinario del porto, Sergio Prete, d’accordo con Turco, aveva
conferito mandato alla Sogesid, società pubblica dei Ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture, di completare le attività di messa in sicurezza permanente della falda presente nell’area nella programmazione triennale 2018-2020 dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio, nell’ “ex Yard Belleli” (38 ettari), storica area industriale del porto, da tempo dismessa, proprio accanto ai terreni oggi ex Ilva, grazie ad una convenzione firmata da Prete e da Enrico Biscaglia, presidente e amministratore delegato di Sogesid.

Proprio nelle scorsa estate il gruppo Ferretti, ormai sotto il controllo cinese, “sponsorizzato” dal senatore Turco, aveva fatto richiesta all’Autorità portuale dello Ionio di una concessione quarantennale che prevede la realizzazione di un polo produttivo e di un centro di ricerca e sviluppo con la possibilità di fornire lavoro a circa 200 unità di personale.

L’interesse cinese per il porto di Taranto non ha lasciato indifferente i Servizi Segreti italiani secondo i quali il gesto del colosso statale cinese CCCCChina Communication Construction Company), che tra marzo e aprile aveva donato 4mila mascherine (introvabili all’epoca dei fatti) proprio all’Autorità Portuale di Taranto sarebbe stato alquanto equivoco. Un atto di generosità sin troppo equivoca e sospetta.

L’approdo dei gruppi cinesi a Taranto può diventare secondo i Servizi un problema di sicurezza nazionale.  La vicenda di Taranto denunciata da Volpi e sollevata a maggio scorso dall’eurodeputata Anna Bonfrisco con un’interrogazione alla Commissione Ue, si aggiunge alla relazione del Copasir sul 5G e sul ruolo di Huawei. La città di Taranto ha su di sé il marchio Nato e quello della Marina Militare circostanze più che delicate e compromettenti per una convivenza tra la presenza cinese, le installazioni della Marina italiana e la flotta Nato in transito da e per Taranto.

Esporre queste infrastrutture e queste manovre al possibile spionaggio militare (e industriale) da parte cinese significa compromettere il ruolo che l’Italia sta avendo nel Mediterraneo in questa nuova strana “Guerra Fredda”, che diventa sempre più cibernetica ed epidemiologica.

È questo che ha indotto gli alleati di Governo a bloccare la delega ai Servizi a Turco, ormai diventato un “fedelissimo del premier”, dopo essersi fatto eleggere anche grazie alle sue posizioni anti-Ilva, inducendo Conte a nominare l’ambasciatore Pietro Benassi nel ruolo di “autorità delegata” del governo per i servizi di sicurezza.

l’ Ambasciatore Pietro Benassi

Benassi dal 2018 è consigliere diplomatico a Palazzo Chigi, sin dagli esordi del governo “gialloverde” con la Lega di Matteo Salvini. “Ambasciatore” di grado, cioè il massimo livello di carriera per i diplomatici della Farnesina, Benassi proviene da una lunga carriera che lo ha formato in maniera molto completa, preparato forse come pochi altri ad assumere oggi quella che è una vera responsabilità “politica”, a cui arriva con un bagaglio tecnico importante. È stato ambasciatore d’Italia in Germania e in Tunisia, è stato capo di gabinetto delle ministre degli Esteri Bonino e Mogherini, ha servito la diplomazia italiana a Cuba, Varsavia, Bruxelles e Washington.

L’ambasciatore ha portato a Palazzo Chigi il peso della sua esperienza all’atto della sua nomina . Innanzitutto nei rapporti con l’ Unione Europea, infatti l’ambasciatore è rientrato a Roma nel 2018 è dopo 4 anni come rappresentante dell’Italia a Berlino, mettendo immediatamente a disposizione del Governo la sua visione di come l’Italia dovesse rimanere ancorata alla Merkel ed all’Europa, preparando quella svolta europeista all’interno del M5S che è stata possibile con la rottura con la Lega e con la successiva alleanza con il Pd. E è stato lo stesso Benassi ad avere avuto un ruolo di peso nel portare il M5S a sostenere la cosiddetta maggioranza Ursula per la nascita dell’attuale Commissione europea guidata dalla Von der Leyen.

Nella storia della Repubblica italiana vi sono stati in passato numerosi diplomatici ad aver ricoperto ruoli di coordinamento dei servizi di sicurezza. Il primo fu Francesco Paolo Fulci, direttore del Cesis che allora coordinava il Sismi (ora AISI) e il Sisde (ora AISE). Successivamente fu il turno di Giampiero Massolo, ex segretario generale della Farnesina, che venne nominato da Matteo Renzi a direttore del Dis, che è il dipartimento che coordina le attività Aise e Aisi secondo la legge 124 del 2007 che formalizza l’istituzione dell’autorità delegata.

Benassi conosce tutti i dossier di politica estera e di sicurezza, ed avendo competenza e capacità saprebbe bene come orientare il lavoro dei servizi. Tocca al premier Conte dargli un mandato “pieno” evitando di tenerlo sotto controllo, nel tentativo di continuare ad essere il premier, sotto mentite spoglie, l’ “autorità delegata” .

L’ ambasciatore Benassi può avere un ruolo pienamente politico, a patto che il premier Conte gli deleghi la vera gestione dei servizi. Un diplomatico che conosce bene il gioco fra intelligence e Ministero degli Ester sostiene che «Benassi ha la possibilità di permettere a Conte e al governo di utilizzare lo strumento intelligence senza che il peso della gestione del comparto e le rivalità fra funzionari debbano prevalere sulla visione politica».

Adesso toccherà a Benassi gestire uno dei punti di rottura interna nel governo, oggetto di molteplici contestazioni dell’opposizione e di Iv. E fare luce cominciando dal caso della missione segreta in Italia di William Barr, General Attorney dell’amministrazione Trump  per il “caso Russiagate“. Operazione autorizzata da Conte all’attuale direttore del DIS Gennaro Vecchione .

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