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15 Agosto 2026 16:02

Ranucci le “omissioni” sull’amico Lavitola ed il silenzio ipocrita dell’ Anm

Il giornalista-conduttore di Report non ha mai citato Lavitola quando è stato ascoltato come parte lesa, anche se quest’ultimo gli aveva indicato diverse piste sull’attentato

Sigfrido Ranucci tutte volte in cui è stato ascoltato dai pm della procura di Roma di Roma in veste di “persona informata sui fatti”, all’indomani dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre, si era ben guardato dal rendere nota la sua amicizia “fraterna” con Valter Lavitola. I magistrati gli avevano chiesto di scandagliare nella sua vita lavorativa e privata per cercare di capire chi potesse aver deciso di mettere una bomba sotto la sua abitazione di Pomezia, località a pochi chilometri da Roma.

Per quale motivo il giornalista avrebbe dovuto parlare di Lavitola, dato che lo considerava un insospettabile amico fraterno? Semplice. Per il fatto che Lavitola era il proprietario del “Cefalù Bistrot di pesce”, ristorante romano nel quale Ranucci andava spesso a mangiare, ed aveva ipotizzato con lui vari scenari sui possibili mandanti che avrebbero potuto senz’altro fornire spunti di interesse investigativo agli inquirenti

Ne consegue che il conduttore di Report, ascoltato anche del procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi, oltre a ripercorrere i servizi giornalistici trasmessi o la cui messa in onda era stata annunciata, avrebbe potuto riferire delle “teorie” di Valter Lavitola; il quale in tal caso sicuramente sarebbe stato ascoltato anche lui nella fase iniziale delle indagini come persona informata sui fatti. I carabinieri sarebbe comunque arrivati al faccendiere ex editore dell'”Avanti!” come è accaduto nei mesi successivi, scoprendo che era proprio Lavitola il mandante dell’attentato, come lui stesso ha confessato nell’interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbiba.


L’analisi forense di quanto presente nel telefono di Lavitola, che gli era stato sequestrato lo scorso 4 luglio, viene illustrato nell’informativa dell’Arma dei Carabinieri del 22 luglioha permesso di accertare come lo stesso, già nei primi giorni dopo l’esecuzione dell’atto intimidatorio, aveva iniziato a manifestare a Ranucci il proprio convincimento in merito a un possibile coinvolgimento di servizi segreti stranieri nel grave atto intimidatorio subito“, . Un vero delirio di falsità e manipolazione.

Nella sua ordinanza di custodia cautelare si legge:Rilevante, sul punto, il messaggio delle ore 16.47 del 20 ottobre 2025inviato dal ristoratore di al giornalista: “Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio. Forse hanno avuto notizie da intelligenze straniere per muoversi così, a mio modesto avviso“. Continua il Gip: “Lavitola proseguiva evidenziando le proprie preoccupazioni e chiedendo all’amico di non “sottovalutare questa cosa” e di fare ciò che gli aveva “chiesto“. Ranucci rassicurava l’interlocutore con il messaggio “ certo.

Ma il conduttore di Report non ha mai parlato agli inquirenti, di questa fantomatica teoria di Lavitola sul Mossad (il servizio segreto israeliano) che a suo dire, o meglio fantasia, lo minacciavano, nonostante l’amico gli avesse chiesto di non sottovalutare la cosa. E ora, sulla base dell’ultima versione di Lavitola, sarebbe stato proprio il timore di un attentato da parte del Mossad ad averlo portato a commissionare un finto attentato contro il suo amico ignaro.

Quando i carabinieri del Nucleo investigativo hanno fatto scattare la perquisizione nei confronti di Lavitola, poco prima che partisse per l’Africa, il faccendiere-ristoratore, “spontaneamente offriva al colonnello Dario Ferrara – si legge ancora nell’ordinanza – commenti in ordine alla contestazione, riferendo che mai avrebbe potuto compiere un gesto di tale gravità nei confronti del migliore amico e, per comprovare l’infondatezza della tesi accusatoria, rappresentava che insieme a Ranucci stavano pianificando la sua candidatura alle prossime elezioni politiche, il cui successo sarebbe stato addirittura avallato da sondaggi appositamente realizzati“.

Dichiarazioni ribadite anche a un suo amico durante una cena: “Il movente, lui mi ha detto: “Per fargli del bene”. Cazzo mi ha fottuto“. Su un dato Lavitola insiste molto, sicuramente troppo: “Gli ho detto: Ma lei si rende conto che questo non è un attacco a me, ma a Ranucci… Nessuno ci crederebbe mai che io ho fatto l’attentato. Il progetto della candidatura di Ranucci e i sondaggi commissionati erano dati rimasti riservati, fino a quel momento, pèersino alla stessa redazione di Report. Sono gli stessi investigatori a sottolineare che “è stato Lavitola a fornire uno spunto di estrema rilevanza, rispetto ad un nodo dell’indagine sino a quel momento ancora non a fuoco”.

Nelle settimane successive all’attentato, leggendo gli articoli di giornale, Lavitola “indirizzava Ranucci verso la tesi che l’atto dinamitardo fosse collegato direttamente alla camorra“. Ed aggiungeva: “Ti ripeto, in nome di Dio, dammi retta!!! Il vero pericolo che hai tu sono: “gli odiatori”. Non sto facendo allarmismi inutili, ti assicuro”. Il gip sottolinea: “Emblematica appare l’insistenza del Lavitola a proporre al Ranucci, piste investigative legate alla criminalità organizzata e/o ai servizi segreti”. Piste che perà stranamente il giornalista, pur essendo parte lesa nell’inchiesta, non ha mai riferito agli inquirenti.

Subito dopo l’attentato, Ranucci parlando con i colleghi del quotidiano “Il Messaggero”, aveva detto: “Gli autori conoscono i miei movimenti, non sembra un gesto improvvisato. Vicino casa c’è un boschetto zona di spaccio di narcotrafficanti albanesi dello stesso giro di Piscitelli meglio noto come Diabolik, il, capo degli ultras della Lazio, ucciso in un parco di Roma con un colpo di pisola alla nuca.

Uno degli esecutori dell’attacco dinamitardo, intercettato dai carabinieri,comunicava al padre ulteriori istruzioni ricevute dai mandanti: qualora fosse stato arrestato, avrebbe dovuto riferire che l’ordigno lo aveva piazzato per conto di un albanese conosciuto a Ostia tre giorni prima per affari di narcotraffico, che gli aveva dato come contropartita 3.000 euro, ma che lui non conosceva chi fosse l’obiettivo”.

Ranucci era stato laconico e vago, per non dire mendace, anche sulla conoscenza con Clesio Gomes Tavares, . Il conduttore di Report dopo aver saputo che il camerunense aveva fatto da intermediario con la banda campana che gli aveva piazzato la bomba sotto casa, in una intervista, aveva definito il Tavares come un semplice factotum di Lavitola incontrato nel 2019 nel suo Bistrot. Ma adesso tace su una foto del 2022 che lo vede accanto a Tavares e Lavitola. E due anni dopo Sigfrido Ranucci diceva a Valter Lavitola: “Mi presti Tavares?“.

Le toghe rosse amiche di Ranucci

Bisogna tornare indietro al il 25 ottobre del 2025 quanto Sigfrido Ranucci partecipò all’assemblea generale dell’Anm-Associazione nazionale magistrati dove era stato applaudito con una standing ovation dei magistrati che già all’epoca dei fatti aveva fatto discutere non poco. Il conduttore, che oggi si scopre essere un amico “fraterno” dell’ ex carcerato pulricondannato Valter Lavitola (mandante della bomba). “Credo che sia il più lungo applauso dedicato a un plurindagato da parte dei magistrati, visto le 220 e passa querele. Però ho la fedina penale pulita“, aveva affermato in quell’occasione Ranucci con la sua solita spocchia ironica .

Ranucci era stato invitato da Stefano Celli, esponente di spicco della corrente di sinistra Magistratura Democratica che attualmente ricopre il ruolo di sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Rimini. Celli non abbastanza soddisfatto dell’invito dell’epoc, si sarebbe espresso anche nella chat dei componenti del comitato direttivo centrale dell’ Anm (composto da 36 persone), invocando il concetto di garantismo e portando avanti una strenua (vergognosa) difesa di Ranucci, arrivando persino a giustificare anche la sua vicinanza a Lavitola, ricordando la centralità del conduttore nella vittoria del No al referendum. Ma a spalleggiare la posizione di Celli scatenando il totale disappunto della corrente di Magistratura Indipendente così come Andrea Reale, giudice della Corte d’Appello a Catania. uno dei due indipendenti di Articolo 101.

A criticare Stefano Celli dopo le sue dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera è stata anche Natalia Ceccarelli , consigliera presso la Corte d’Appello di Napoli, che scrive sul suo profilo Facebook: “Stefano Celli (Magistratura Democratica) ha rilasciato alla stampa una dichiarazione in merito alla vicenda Ranucci-Lavitola, che merita di essere analizzata parola per parola. Dice il nostro: «Nessun imbarazzo. C’era stato un attentato. Ranucci non è indagato e risulta che non sapesse del progetto di Lavitola. Non abbiamo fatto un reato né nulla di male. Se poi questo ha favorito il No e la difesa della Costituzione tanto meglio». Sorvolo sulla forma e vado alla sostanza. Ignora o mostra di ignorare il collega che talune scelte, col senno di poi, impongono una riflessione, non dico sulle responsabilità politiche (è chiedere troppo), ma sui parametri etico-culturali che le hanno ispirate“.

La gran parte della magistratura che dell’ideologia politica non ne fa un mantra, in realtà è molto stanca di essere accostata alle toghe ideologizzate, che nonostante siano la minoranza delle toghe in servizio, grazie ai giornalisti-ventriloquio al loro servizio, riescono a fare più rumore. Porre la legge come unico faro della propria azione, a tutela della terzietà della magistratura rispetto alle dinamiche partitiche è l’unica luce che la gran parte dei professionisti insegue.

L ’auto-accostamento di Ranucci a Falcone e Borsellino nel suo post su Facebook non è stato gradito dalla stragrande maggioranza dei magistrati italiani . Ma incredibilmente nessuno se ne è pubblicamente discostato prendendone le distanze. Servirebbe che qualche magistrato con la spina dorsale dritta trovasse il coraggio di alzare la voce e far venire a galla i grandi contrasti interni alla magistratura sulla vicenda in questione. Se queste differenze di ideali e valori restano confinati nella chat tra magistrati, rimarrà sempre impressa nella memoria dei cittadini la sfilata di un giornalista d’inchiesta osannato vergognosamente dall’associazione dei magistrati che ora tace nascondendo inutilmente la faccia


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