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3 Dicembre 2022 06:13
3 Dicembre 2022 06:13

L’anticipazione del libro “Il mostro”di Matteo Renzi: “La vera storia del veto di Letta su di me”.

Un estratto della nuova edizione aggiornata del volume del leader di Italia viva. Il gelo con il segretario del Pd dopo la caduta del governo Draghi: "Se avesse fatto prevalere l'intelligenza politica rispetto al rancore personale oggi commenteremmo un'altra Italia". Il leader di Italia Viva racconta la definitiva lacerazione con Letta nel pieno della scorsa campagna elettorale. Tra retroscena, telefonate di fuoco e sondaggi "sbagliati", ecco come si consumò lo strappo
di Matteo Renzi

Mentre torno verso casa mi chiama Draghi reduce dal Quirinale: “Matteo, voglio ringraziarti di cuore per questi mesi. È stato difficile ma è stato bellissimo. E credimi, anche se avessi seguito il tuo suggerimento non ce l’avremmo fatta comunque. Ormai avevano deciso di votare e la situazione era irrecuperabile”. Ho sempre mantenuto il massimo riserbo sulle comunicazioni con lui. Sia le numerosissime prima della sua indicazione come premier, sia quelle successive nei mesi del governo. Non è mai uscito nulla perché non ero tra quelli che pur di giustificare la propria esistenza si mette a sbandierare le telefonate o gli incontri con Palazzo Chigi. Ma per la prima volta in questa calda serata di luglio mi sembra di sentirlo quantomeno emozionato, se non commosso.

Vado a letto pensando che stia calando il sipario sul governo che avevo tanto voluto e stia arrivando il governo che non avrei mai immaginato. A meno che… C’è solo una possibilità per bloccare la Meloni e i suoi. Fare una coalizione degna di questo nome. Uno dei più intelligenti – e anche dei più divertenti – uomini di cultura italiani mi scrive e mi chiede: fai uno sforzo. Non pubblicizzo il suo nome, ovviamente. Ma devo citare il suo messaggio.

“Permettimi, Matteo, da cittadino ingenuo, di dire la mia. Ti scrivo perché quello che è successo con Draghi mi ha sconvolto. Ma soprattutto mi fanno paura quelli lì: Conte, Salvini, Meloni, Berlusconi. Ecco il mio pensierino ingenuo: dovreste mettere su un’unica coalizione o meglio un unico partito che si chiama Nuovo Centro Sinistra, un nome semplice, serio e concreto. Rinunciare tutti alle vostre sigle, accogliere tutti gli scontenti di chi ha provocato questa crisi. Un grande partito che vuole continuare l’operato di Draghi e che ha paura di quei dilettanti allo sbaraglio. Sarebbe un segnale fortissimo, si rinuncia ai propri partiti, si mette in moto una novità. Una grande novità per salvare l’Italia. Tu passi per antipatico e presuntuoso ma sai essere simpatico e umile. Ed è così che potresti essere il motore di una rivoluzione che continua il bel lavoro che si stava facendo. Fallo. E fallo in pochi giorni. Se sono stato sciocco e ingenuo con questi miei suggerimenti non me ne rammarico perché avevo proprio bisogno di dirtelo. Ti abbraccio.”

Quando arriva un sms si illumina lo schermo di un telefonino. Ma in questo caso mi si illumina il volto. Perché quello che scrive questa personalità del mondo della cultura è esattamente la stessa cosa che penso io. Credo che se la coalizione riformista vuole vincere le elezioni occorre che si faccia tutti un passo indietro. E ci si metta insieme sulla base di un’idea comune del Paese, partendo dal riconoscere che Mario Draghi è più credibile di Giorgia Meloni, che vanno valorizzate le cose che ci uniscono senza ideologismi.

Il mio amico del mondo dello spettacolo – che si dimostra una brillante testa politica, ma questo lo sapevo già – non sa che ho già fatto lo sforzo. Già qualche settimana prima avevo detto infatti a Enrico Letta, sia nei nostri incontri all’Arel sia negli scambi telefonici, che ero pronto a fare un passo indietro. E quando dico un passo indietro glielo spiego bene: se io sono il problema, e capisco che per molti io lo sono – anche alla luce dell’indecorosa campagna di aggressione che trovate narrata in queste pagine – non ho nessuna difficoltà a fare un passo indietro. E non candidarmi proprio.

Enrico Letta e Matteo Renzi

Concepisco la politica come sogno collettivo in cui la leadership si esercita non mettendo al centro la propria ambizione ma la capacità di raggiungere insieme degli obiettivi. Il leader non è colui che vuole mettersi a sedere prima degli altri, come un certo populismo sembra oggi sostenere, ma è quello che indica la strada e inizia a camminare prima degli altri. Se il Pd di Letta avesse fatto prevalere l’intelligenza politica rispetto al rancore personale oggi commenteremmo un’altra Italia.

Chiedo soltanto che dentro questa alleanza riformista totalmente nuova ci sia spazio per chi rappresenta la storia politica straordinaria di Italia Viva, quel movimento che decolla controvento nel 2019 e che salva l’Italia prima dal Papeete e poi dal Contismo, portando Draghi, altroché “O Conte o morte“.

Giuseppe Conte ed Enrico Letta

Sono pronto a fare una conferenza stampa per dire che mi faccio da parte presentando questa scelta come fatto politico, non come veto personale. Conoscevano questa mia determinazione in pochissimi. Alcuni dirigenti di Italia Viva, tutti contrarissimi. E la famiglia Renzi, perché, con mia somma gioia, per la prima volta una decisione politica che mi riguardava era discussa anche a tavola, con Agnese come sempre ma anche con i figli ormai diventati grandi. Figli che peraltro avevano tre opinioni diverse su cosa fare, tre opzioni differenti ma tutte e tre molto intelligenti. E questa condivisione casalinga per me vale più di una vittoria elettorale.

La palla si sposta nel campo di Enrico Letta. Che per qualche ora sparisce. Fa sapere: ci sentiamo e decidiamo su tutto nelle prossime ore. Ovviamente mi aspetto che dica no all’accordo con i Cinque Stelle. Oppure che molli il rapporto con noi e apra a Conte. Siamo incompatibili. Ma con qualcuno Letta dovrà pur allearsi se vuole giocarsela: o con i riformisti o con i populisti.

La risposta di Letta non arriva da una telefonata o in un incontro ma da un pezzo che apre “Repubblica” del 22 luglio. Lo firma Stefano Cappellini. È uno di quei pezzi che non sono vere e proprie interviste ma che contengono la reale rappresentazione di ciò che il politico vuol dire o fare davvero. Nulla di male, è un modus operandi che spesso viene utilizzato da giornalisti di tutti i media e da politici di tutti i colori. Ma quando vedo Cappellini scrivere che Letta vuole tutti tranne Italia Viva lo stupore è pari solo alla voglia di reagire. Ma come: ti ho detto che ci sono, che ti do una mano, che se ti serve non mi ricandido e tu per tutta risposta mi fai leggere dai quotidiani che fai l’alleanza più aperta possibile ma con un solo veto. Il veto a Italia Viva.

Il sondaggio “sbagliato”

La ragione? Abbiamo un sondaggio di Pagnoncelli che ci dice che solo l’1% degli elettori del Pd vuole fare un accordo con te, spiega. Lo stesso sondaggista mi chiamerà qualche giorno dopo per scusarsi e mettermi a conoscenza del suo disagio: quel sondaggio non diceva ciò che le veline del Pd tiravano fuori per giustificare la nostra esclusione. Il giorno dopo l’ufficio stampa del Pd spiega a tutte le altre redazioni che l’articolo di Cappellini, pur in assenza di virgolettati, rispecchia perfettamente il pensiero del segretario Letta.

Io non chiamo Enrico. E non mi faccio vivo. Dico ai miei: calmi. Lasciate fare. Hanno appena firmato il loro suicidio politico. Poi il 23 luglio alle 11.57 Letta mi chiama. Io non sento la sua telefonata su WhatsApp. Ci cerchiamo per un paio di volte. Alla fine ci parliamo nel pomeriggio. La telefonata dura meno di cinque minuti. Io non ho nulla da dirgli. Aspetto che parli lui.

Enrico Letta al telefono

La telefonata di fuoco fra Matteo Renzi ed Enrico Letta

“Ti volevo dire che nessuna decisione è presa e che l’articolo di Cappellini non rappresenta il mio pensiero.” Gli rispondo: “Ma mi prendi in giro?“. Glielo dico come un fiorentino deve dirlo a un pisano, ma sono frasi che non si possono scrivere in un libro. “Hai scelto, Enrico. Ma sappi che stai distruggendo il Pd e soprattutto stai dando il governo per cinque anni alla Meloni. Solo per un fatto di rancore personale.” “No, ma niente è deciso. Ho la base che non ti vuole per gli screzi del passato.La base che non mi vuole per gli screzi del passato è la stessa base cui chiederete di votare Di Maio, magari a Bibbiano. Ma che cosa stai dicendo? Ma per una volta nella tua vita prenditi una responsabilità. Dì che preferisci perdere le elezioni pur di vendicare l’affronto che ritieni di aver subito nel 2014.”

“Sbagli, non ho niente di personale contro di te.” Mi scappa una risata. Sono in giardino a casa con mia moglie che assiste stupita ma divertita a questo dialogo. “Ti chiamo nei prossimi giorni” mi dice lui. Sì, certo, come no. È l’ultima telefonata con Letta. Immagino che per lui sarà stata una liberazione. “Ho fatto fuori Renzi dal Parlamento” avrà pensato. Vendetta è fatta. Finirà che si è fatto fuori da solo.

Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.
©2022 Mondadori Libri S.p.A., Milano

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