Azionisti e obbligazionisti della Banca Popolare di Bari alla Fiera del Levante il 7 gennaio: "Tutele per chi ha perso tutto"

BARI – Il  Siti, il Sindacato Italiano per la Tutela dell’Investimento e del risparmio di Milano ha reso noto di aver organizzato presso la Fiera del Levante a Bari, una riunione informativa per il  7 Gennaio, alle ore 18,  nella quale verranno anticipate le iniziative che potranno essere assunte a tutela del proprio investimento da parte degli azionisti ed obbligazionisti Banca Popolare di Bari e , tra questi  la costituzione di parte civile nei procedimenti penali per il risarcimento del danno subito”, dall’istituto di credito fino a due settimane fa nelle mani della famiglia Jacobini.

L’obiettivo del Siti è quello di attivare una petizione che induca il governo a riconoscere l’accesso al Fir , il Fondo Indennizzo Risparmiatori anche agli azionisti ed obbligazionisti della Banca Popolare di Bari . Anche perchè l’indomani e cioè  l’8 gennaio, parte l’esame del decreto legge per il sostegno al sistema creditizio del Mezzogiorno e per la realizzazione di una banca d’investimento necessaria all’operazione di salvataggio della popolare barese : è prevista la presentazione di emendamenti entro il 13 gennaio, dopo una serie di audizioni che coinvolgeranno anche il ministro dell’Economia Roberto GualtieriBankitalia e  la Consob.

Mentre il 2020 lascia intravedere e presagire gli azionisti e obbligazionisti sul piede di guerra, l’imminente fine del 2019 vede impegnati i consulenti del Fondo Interbancario di tutela dei depositi sul “crack” della Banca Popolare di Bari. è stata fissata per lunedì pomeriggio a Roma la riunione del consiglio del fondo del sistema bancario, che fra molte incognite viene chiamato a valutare, un nuovo intervento di salvataggio nel sistema bancario, dopo quello concluso da poco per la Carige, il cui valore dai 300 milioni iniziali pare destinato a salire verso i 400/500 milioni.

La decisione da assumere per la ricapitalizzazione della banca barese commissariata due settimane fa, è un passaggio obbligato nell’ambito di un intervento più ampio per il quale il Governo ha già annunciato un’iniezione di capitali da 900 milioni da realizzare attraverso il Mediocredito Centrale, banca controllata dallo Stato.

Un’associazione di consumatori ha fatto qualche calcolo sul quel che si delinea come un nuovo caso di risparmio “tradito”,  calcolando che la banca “ha bruciato fino ad oggi 1,5 miliardi di euro di risparmio dei 70mila soci con l’azzeramento del valore delle azioni, e al momento non si conosce il destino dei 213 milioni investiti dai piccoli risparmiatori in obbligazioni“. Peraltro lunedì fra le altre scadenze di fine anno cose è previsto il pagamento della cedola di uno dei “bond” emessi dall’istituto bancario barese. Chi e come lo pagherà non è dato saperlo al momento.

Il  presidente del Consiglio, Giuseppe Conte è tornato a parlare anche della crisi della Banca Popolare di Bari nel corso della consueta conferenza stampa di fine anno affermando che sono stati salvati i risparmi dei cittadini con n intervento dello Stato che “fa di necessità virtù per mettere in sicurezza il risparmio dei cittadini” aggiungendo “In prospettiva non escludiamo una soluzione di mercato“,   per il quale il Premier a proposito del futuro dell’istituto di credito, definisce l’intervento “non salvataggio, ma rafforzamento di un polo creditizio e finanziario“.

“Non ho interloquito con nessun vertice e non ho mai contattato i vertici amministrativi della Popolare di Bari”  ha continuato ancora il presidente del Consiglio “Questo dossier non nasce come un fungo, era una situazione monitorata” . riferendosi al giorno in cui è stato convocato il Consiglio dei ministri per affrontare la questione, “Banca d’Italia stava completando la procedura di commissariamento. Ero stato preavvertito. Avevamo i sportelli e i mercati aperti e non potevamo creare allarme. Sono stato omissivo, sono stato costretto a farlo e me ne assumo la responsabilità. Ma sapevo che la procedura si stava concretizzando“, ha spiegato Conte con riferimento alle sue dichiarazioni rilasciate da Bruxelles quel giorno prima della convocazione del Cdm. “Appena tornato a Roma, quando la procedura su Popolare di Bari si stava concretizzando ho subito convocato il consiglio dei ministri“.

A Napoli la Fondazione Banco Napoli trema pensando ai 23 milioni di euro in bond BPB che ha in bilancio, mentre a Bari i commissari staranno districandosi nel reticolo di legami e partecipazioni che, per esempio, ha portato la Banca Popolare di Bari a detenere, quote nella società di Arezzo dove la vecchia Popolare Etruria aveva collocato i suoi immobili. O nella Assicuratrice Milanese (9,5%) di Gianpiero Samorì. O in Vivibanca (9,9%). O a prendere in affitto per aprire una filiale della banca barese un immobile a Treviso  di proprietà della moglie di Massimo Bianconi, il manager che ha portato al “crac” della  Banca Marche, .

Andrebbe chiarito anche un passaggio legale non indifferente, e cioè la decisione assunta a metà novembre dei legali della Bari di ritirare la propria costituzione di parte civile, e quindi di rinunciare  in caso di condanna al risarcimento ) nel processo romano sul crac di Banca Tercas contro gli ex vertici Lino Nisii e Antonio Di Matteo. “È stata fatta una transazione“, dicono lapidariamente dallo studio legale Sisto di Bari al CORRIERE DELLA SERA, ma dimenticano che non sempre tale decisioni siano legali.

Va segnalata e ricordata ai lettori una nota dell’Agenzia delle Entrate che registrava il comportamento di  Luigi Jacobini, figlio primogenito dell’ ex-presidente Marco, dal 2011 fino a poche settimane fa vicedirettore generale dell’istituto e anche lui già sanzionato da Consob per come aveva trattato i risparmiatori, il quale risulta aver  compiuto due operazioni tre mesi fa, esattamente il 25 settembre 2019 quando ha creato un fondo patrimoniale dove ha messo tutti i suoi immobili (compresa la casa al mare a Mola di Bari) ed ha acceso un mutuo con la sua stessa banca per 680 mila euro mettendoci a garanzia un immobile dello stesso fondo !

Con il tempo si potrà capire se tutta questa attività dei due “rampolli” della Popolare di Bari sarà riuscita a proteggerli da eventuali sequestri . Tutto ciò non costituirà un problema per l’ultimo amministratore delegato pre-commissariamento, e cioè Vincenzo De Bustis anch’egli sotto inchiesta della Procura di Bari ed anche sanzionato dalla Consob, il quale non ha a suo nome neanche un mattone. Da esperto  “banchiere” di lungo corso …

 




Governo, il ministro Fioramonti si dimette con una lettera al premer: pochi fondi per l'istruzione:

ROMA – Le fibrillazioni nel governo non si placano neanche nel giorno di Natale . Sono arrivate come anticipate le dimissioni irrevocabili del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, vociferate per tutta la sera del 25 e confermate da Palazzo Chigi poco dopo le 23.

Fioramonti ha consegnato la sua lettera di dimissioni al premier Conte.  Una decisione quella presa del responsabile dell’Istruzione che circolava da giorni ed era legata all’approvazione della manovra, a seguito del mancato stanziamento dei fondi attesi per l’Istruzione.

Secondo le indiscrezioni nella sua lettera Fioramonti avrebbe spiegato che secondo lui bisognava rivedere l’IVA, anche lasciando l’aumento, per incassare i 2-3 miliardi che chiedeva per il suo ministero e che di fronte al blocco dell’aumento ha capito che non c’era volontà di fare maggiore gettito e dunque non ci sono più le condizioni per andare avanti.

Lo stesso Fioramonti era stato esplicito sulla propria volontà di un passo indietro in caso di fondi insufficienti per scuola, università e ricerca. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, intervistato dal quotidiano La Repubblica, aveva ammesso: “Abbiamo inserito circa due miliardi aggiuntivi per scuola, università e ricerca. Avrei voluto destinare ancora più risorse a questi settori fondamentali. L’impegno è per la prossima manovra“.

Fioramonti andrebbe a costituire un gruppo alla Camera a sostegno del premier come embrione di un nuovo soggetto politico. Nei giorni scorsi sono circolati i nomi di altri deputati che potrebbero seguirlo, tra cui Nunzio Angiola e Gianluca Rospi, ma anche l’ex M5s Andrea Cecconi. In poche parole, di fatto, si moltiplicano le voci su possibili gruppi “contiani” nei due rami del Parlamento. Per la successione al ministero dell’Istruzione il nome in pole position è quello di Nicola Morra, attuale presidente della Commissione parlamentare antimafia.




Il Governo salva la Banca Popolare di Bari: 900 milioni dei contribuenti per salvarla. E noi paghiamo...

ROMA – Con il decreto sulla Banca Popolare di Bari approvato nella tarda serata di ieri il Governo ha stanziato un finanziamento ad Invitaliafino a un importo complessivo massimo di 900 milioni per il 2020“, per rafforzare il patrimonio del Mediocredito Centraleaffinché questa promuova, secondo logiche di mercato, lo sviluppo di attività finanziarie e di investimento, anche a sostegno delle imprese nel Mezzogiorno, da realizzarsi anche attraverso il ricorso all’acquisizione di partecipazioni al capitale di società bancarie e finanziarie, e nella prospettiva di ulteriori possibili operazioni di razionalizzazione di tali partecipazioni“.

Lunedì riapre Piazza Affari e gli oltre 350 sportelli della Popolare di Bari. Andare oltre la “dead line” di ieri sera sarebbe stato più che un autogol e si sarebbe esposta la banca a fughe di risparmi, a un’emorragia di clienti e depositi.

“Questo decreto salva i risparmiatori, ma nessuna pietà per i manager e gli amici degli amici, dice Di Maio che finge di dimenticare l’incoerenza del M5S che in passato aveva sempre criticato i salvataggi delle banche effettuati dai governi del centrosinistra, quando i grillini stavano all’opposizione. Nel decreto di stanotte che ha visto trasformato il titolo durante il CdM con l’inserimento del riferimento al Sud, è stata prevista la creazione di una Banca di investimento pubblica; “Misure urgenti per il sostegno al sistema creditizio del mezzogiorno e per la realizzazione di una banca di investimento” il titolo,  mentre la relazione tecnica allegata al documento evidenziava la “dimensione eccessivamente contenuta” degli istituti del Meridione, e sottolineava che le norme previste possono “contribuire a ridurre il divario di sviluppo economico tra il Mezzogiorno e le regioni del Centro-Nord”.

Le risorse per il salvataggio della Banca Popolare di Bari arrivano dal fondo del ministero dell’Economia destinato “alla partecipazione al capitale di banche e fondi internazionali“. Le risorse sono “iscritte sul capitolo 7175 dello stato di previsione del ministero dell’Economia e delle Finanze”, rifinanziato per il 2020 “con la Sezione II” della legge di bilancio approvata nel 2018.

In base al decreto verrà disposto un aumento di capitale che consentirà a MCC, insieme con il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e ad eventuali altri investitori, di partecipare al rilancio della Banca Popolare di Bari (BPB), confermando così la determinazione del Governo nel tutelare i risparmiatori, le famiglie, e le imprese supportate dalla BPB“, si legge nel comunicato finale del Cdm.

Prevista la costituzione di una Banca di Investimento, che nascerebbe dalla ‘scissione’ delle acquisizioni fatte dal Mediocredito Centrale. La formazione passerà attraverso un decreto con il quale il Ministero dell’Economia acquisirà attività e partecipazioni, con l’intero capitale sociale, senza dovere alcun corrispettivo. Le operazioni saranno realizzate in un regime di esenzione fiscale.

Nel documento si prevede anche l’azione di responsabilità nei confronti dei vertici della Popolare di Bari. Ed eventualmente ci sarà l’impegno, da parte dell’esecutivo, su eventuali prepensionamenti, qualora nel piano industriale questi si rendessero necessari. Positivo il parere del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: “Il governo è al fianco dei risparmiatori e dei dipendenti della banca e delle imprese da questa sostenute ed è impegnato per il suo rilancio a beneficio dell’economia del Mezzogiorno”

 

Il leader della Lega, Matteo Salvini, in un comizio a Bari nel pomeriggio di ieri, ha attaccato Bankitalia: “Sulla Banca Popolare di Bari qualcuno doveva vigilare. Spero che il Parlamento approvi il prima possibile la proposta di legge firmata dalla Lega e anche dai Cinquestelle per riformare la Banca d’Italia e farla passare attraverso il Parlamento, quindi attraverso il popolo italiano“. Salvini è andato giù molto “duro”: “Si troveranno per parlare della Banca popolare di Bari: io voglio vedere in galera quelli che hanno rubato i risparmi dei lavoratori pugliesi, degli imprenditori pugliesi. Voglio vedere in galera quelli che stanno rubando il futuro agli operai dell’Ilva di Taranto“.

La Procura di Bari ha aperto un nuovo fascicolo d’indagine (modello 45 senza indagati né ipotesi di reato) di fatto esplorativo sulla Banca Popolare di Bari dopo la lettera inviata nei giorni scorsi dalla Consob che ha segnalato il mancato invio delle informazioni richieste alla banca sulla situazione dei conti. La notizia proviene da fonti vicine agli ambienti giudiziari. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, dovrà valutare se quanto segnalato da Paolo Savona, presidente della Consob,  configuri ipotesi di reato.




Bankitalia commissaria la Banca Popolare di Bari. Il blitz salva-banca fallisce: Governo ancora una volta diviso

di Francesca Ranieri

ROMA – Alla Popolare di Bari  è stato nominato  un nuovo vertice al posto del board guidato finora da Vincenzo De Bustis ; “La Banca d’Italia ha disposto lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo della Banca Popolare di Bari e la sottoposizione della stessa alla procedura di amministrazione straordinaria, ai sensi degli articoli 70 e 98 del Testo Unico Bancario, in ragione delle perdite patrimoniali“, si legge sul sito della banca pugliese, 3.300 dipendenti, 70 mila soci,  cercando di rassicurare i clienti: “La banca prosegue regolarmente la propria attività. La clientela può pertanto continuare ad operare presso gli sportelli con la consueta fiducia“.

Precedentemente Bankitalia aveva convocato il CdA e comunicato la decisione di commissariare l’istituto di credito pugliese, nominando commissari straordinari Enrico Ajello e Antonio Blandini  e come componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto ed Andrea Grosso , ai quali è affidato il presidio della situazione aziendale, la predisposizione delle attività necessarie alla ricapitalizzazione della banca nonché la finalizzazione delle negoziazioni con i soggetti che hanno già manifestato interesse all’intervento di rilancio della banca.

Nelle stesse ore il Consiglio dei Ministri veniva convocato a Palazzo Chigi per discutere di un decreto ed intervenire sulla crisi ed adottare provvedimenti straordinari per salvare la banca: la Popolare di Bari ha un’esigenza di maxi ricapitalizzazione per una cifra stimata tra 800 milioni e 1miliardo di euro  necessari per il salvataggio della banca più grande del sud, che nei giorni scorsi ha confermato una richiesta d’aiuto al fondo interbancario e l’avvio di un dialogo con il Mediocredito Centrale  meglio noto come Banca del Mezzogiorno – controllata del Tesoro tramite Invitalia – che a quel punto opererebbe da partner industriale per attivare il Fondo Interbancario per la tutela dei depositi (Fitd) e proverebbe a rilanciare l’istituto pugliese.

Alle dieci di sera seduti al tavolo del Consiglio dei ministri ci sono solo il premier Giuseppe Conte, i ministri Roberto Gualtieri, Dario Franceschini, Enzo Amendola, Roberto Speranza e Riccardo Fraccaro. Matteo Renzi ha appena reso noto che se andranno avanti senza ascoltare le ragioni di Italia Viva, i suoi non voteranno un decreto per salvare la Banca Popolare di Bari . A sua volta Luigi Di Maio, che aveva già esternato le sue perplessità, ritira la delegazione dei ministri M5S. Il decreto salta. Dario Franceschini si rivolge il premier e gli dice: “A questo punto non ci sta neanche il Pd. Se non riesci a farli ragionare, rischiamo che salti tutto“. E’ di fatto, l’apertura di vera e propria crisi interna al Governo. Il premier Conte decide che il Consiglio dei ministri si tiene lo stesso, ma non ci sono né i grillini né i renziani . Il premier è seduto al tavolo solo con i ministri espressi da Leu, e dal Pd ed una confusa ed imbarazzata Luciana Lamorgese.

Palazzo Chigi

Per  Popolare di Bari, non rispetta i requisiti patrimoniali minimi e necessita di circa un miliardo di euro, si è fino ad ora parlato di un salvataggio in tandem del sistema bancario, attraverso il Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi). Il ministro Roberto Gualtieri, si apprende da fonti del Tesoro, ha illustrato in Cdm i contenuti di uno schema di Decreto che prevede il potenziamento delle capacità patrimoniali e finanziarie di Mediocredito Centrale. Il Governo fornirebbe quindi una dotazione patrimoniale che consentirebbe a Mediocredito centrale di operare come banca di investimento e, insieme con il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) ed eventuali altri investitori, di partecipare al rilancio della Banca Popolare di Bari.  Il Fondo interbancario, che ha in agenda due riunioni il 18 e il 20 dicembre, attende una richiesta d’aiuto corredata da un piano industriale che faccia emergere il fabbisogno di capitale. La vera “questione” Popolare di Bari è quindi solo rinviata.

L’ argomento banche è pero un tasto dolente dopo tanti anni di battaglia politica “dura” e senza sconti su Banca Etruria, che hanno visto i “renziani” e i “grillini” contrapposti ed agguerriti su posizioni molto distanti. L’effetto della tensione politica è che doveva essere varato un decreto ma le proteste di Italia Viva hanno di fatto fatto saltare il programma: il decreto infatti è stato soltanto illustrato da Roberto Gualtieri, mentre il Cdm ha avviato “un’ampia discussione”, come riporta la nota di Palazzo Chigi, ed esprime la “determinazione ad assumere tutte le iniziative necessarie a garantire la piena tutela degli interessi dei risparmiatori e a rafforzare il sistema creditizio”, non senza portare avanti “azioni di responsabilità volte ad accertare le ragioni” del commissariamento della banca.

La riunione del Consiglio dei Ministri insolitamente e improvvisamente convocata per le 21 di ieri sera – ha aperto una frattura probabilmente insanabile all’interno dell’alleanza di Governo. Italia Viva ha protestato e non ha voluto partecipare alla riunione denunciando una “gravissima rottura nel metodo e nel merito”. M5S sostiene che il loro obiettivo è salvare i risparmiatori e non le banche. Un vero e proprio caos politico in cui la Lega ha gioco facile a chiedere ancora una volta le dimissioni di Giuseppe Conte, definito una “persona instabile o incapace”. Questo perché il premier Conte poche ore prima, in occasione della conferenza stampa al termine dell’Eurosummit, aveva affermato rispondendo a una domanda sulla banca pugliese,  che “al momento non c’è nessuna necessità di intervenire per nessuna banca. Seguiamo con grande attenzione, ma abbiamo un sistema in buona salute, assolutamente”.

I renziani hanno disertano la riunione non assicurando i loro voti in Aula a un decreto sulla Popolare di Bari. “Le cose vanno fatte alla luce del sole, non con un Cdm convocato mezz’ora prima” ha dichiarato Luigi Marattin  “Non siamo contrari a salvare le banche, perché significa salvare i territori e tutelare i cittadini, ma le modalità sono sbagliate. Bisognava prima far emergere il problema, portarlo all’attenzione dell’opinione pubblica, valutare chi è responsabile e poi intervenire”. Anche  perché si spendono soldi pubblici, prosegue Marattin, dopo che “si è fatta una discussione infinita per un centinaio di milioni della plastic tax”. Senza risparmiare una stoccata ai 5 stelle, in ricorso di una “ferita”, quella di Banca Etruria, ancora oggi mai rimarginata: ”È quantomeno paradossale –  aggiunge il deputato di Italia Viva che usa questi modi chi per anni ci ha accusato di aver regalato soldi alle banche con dei blitz”.

La posizione non era però del tutto inattesa. Infatti Matteo Renzi ieri a Rete4  aveva  dichiarato: “Sembra che il Governo debba mettere dei soldi sulle banche: sorrido sotto i baffi perché noi non avevamo messo un miliardo per le banche, ma ci hanno fatto un sacco di polemiche, ora toccherà a M5s farlo. Se bisogna salvare i risparmiatori è giusto farlo, ma chi ha raccontato balle dovrà avere il coraggio di dire alla fine ‘lo abbiamo attaccato ingiustamente’. Il tempo è galantuomo”.

Matteo Salvini

La Lega osserva la situazione e attacca direttamente Giuseppe Conte. “Come può nel giro di poche ore il premier sostenere che sulla Banca popolare di Bari non ci sarà nessun intervento salvo convocare un Cdm d’urgenza a distanza di poche ore mentre Bankitalia ordina il commissariamento dell’istituto? – hanno dichiarato congiuntamente Matteo Salvini e Giancarlo GiorgettiUn pacato “no comment” avrebbe evitato una farsa e sarebbe stato più serio anche a mercati aperti. Vorremmo capire cosa è successo: dal tutto bene al fallimento. Siamo nelle mani di una persona instabile o incapace che guida il governo del Paese. Conte si dimetta immediatamente”.

Il premier Conte non può permettersi di arrivare a lunedì senza aver trovato una quadra del problema: i mercati aggredirebbero le banche e di fatto metterebbero a rischio l’intero sistema. Vorrebbe provare ad andare avanti, insieme al ministro dell’Economia Gualtieri, cercando di forzare la mano, ma si rende conto che non può permetterselo: al termine dalla riunione, viene fuori solo un imbarazzante comunicato pieno di buone intenzioni. Servirà tutto il fine settimana per trattare e convocare un nuovo Cdm, forse domenica, e comunque prima della riapertura delle borse, per fare il decreto cercando di tenere dentro l’intesa tutta la maggioranza.  L’avventura di questo governo sembra essere arrivata ai titoli di coda.




Ecco le prime idee del Governo per l' ILVA ed il "Cantiere Taranto"

ROMA –  Intervistato da Lucia Annunziata nel programma “Mezz’ora in più” (RAITRE)  il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha spiegato che con il Governo “abbiamo riavviato il negoziato  con Arcelor Mittal per risolvere la crisi dell’ex Ilva”  e che  adesso “c’è un tavolo di negoziato ma il tema non si affronta singolarmente ma con una visione più ampia” e  che “si lancia un grande progetto per Taranto”.

il ministro dell’Economia e Finanze (MEF) Roberto Gualtieri

Un fondo “straordinario” da 50 milioni per i lavoratori ex ILVA in Amministrazione Straordinaria che prevede anche degli incentivi rafforzati, con sgravi che arriverebbero al 100% per tre anni, per chi assume lavoratori in esubero del polo siderurgico. Sono queste alcune delle misure allo studio del Governo per il “Cantiere Taranto“. Al momento è stato elaborato un pacchetto che contiene solo una decina di misure, che vanno dal sostegno alla zona del Porto al potenziamento dei presidi sanitari. Al momento si sta valutando se inserire alcune norme in manovra o se invece contenere tutto in un decreto ad hoc.

Il pacchetto del “Cantiere Taranto” raccoglie le istanze dei vari ministeri e sarebbe ancora in fase di valutazione tecnica e politica. Il Governo sarebbe orientato a ricondurre tutti gli interventi in un unico “decreto Taranto”, più organico. Per gestire il problema degli esuberi, a partire dai lavoratori che erano rimasti in carico alla gestione commissariale dell’ex Ilva, sono allo studio diverse ipotesi, compresa quella di incentivare, con un “bonus”, tutti coloro che dovessero accettare un nuovo lavoro lontano da Taranto.

Tra le proposte compare poi l’annunciata creazione di un Polo universitario di Taranto per la sostenibilità ambientale e per la prevenzione delle malattie sul lavoro, con un finanziamento di 9 milioni l’anno per tre anni e la previsione di una laurea magistrale in medicina e chirurgia con sede a Taranto dall’anno accademico 2020-21. Al vaglio anche l’istituzione di una Zona franca doganale, per incentivare il recupero delle potenzialità del Porto di Taranto, oltre alla proroga dell’Agenzia per la somministrazione del lavoro in porto e per la riqualificazione professionale fino al 2022, nella quale sono confluiti circa 530 lavoratori in esubero delle imprese per la movimentazione dei container.

L’esecutivo punta quindi ad accelerare il completamento delle infrastrutture nelle Zone economiche speciali che hanno subito rallentamenti per problemi di autorizzazioni o di sequestri. Si guarda anche alla “green mobility“, con un piano  da realizzare lungo linee ferroviarie dismesse per la “mobilità dolce”. Infine potrebbe arrivare un finanziamento ad hoc per supportare le tradizioni del territorio che sono state danneggiate dalle crisi siderurgica.

E’ stato smentito duramente dal Ministero dello Sviluppo Economico  la colossale “fake news” pubblicata ieri da alcuni quotidiani, tra cui Il Fatto Quotidiano e La Gazzetta del Mezzogiorno che parlavano di una fantomatica lettera (mai pervenuta) che sarebbe stata inviata dalla multinazionale franco-indiana al Mise, con la quale nella fantasia vergognosa dei soliti giornalisti tarantini a caccia di protagonismo (e di qualche euro in più). ArcelorMittal avrebbe proposto al Governo la risoluzione definitiva di ogni rapporto sulla vicenda ex Ilva mettendo sul piatto il pagamento di un miliardo di euro per lasciare Taranto entro aprile 2020, cifra che ArcelorMittal arriverebbe mettendo assieme i 500 milioni per lo svuotamento del magazzino, la fideiussione di 90 milioni intestata a favore dell’Ilva a garanzia del pagamento dei canoni di fitto (15 milioni al mese), la rinuncia agli investimenti ambientali finora sostenuti (altri 400 milioni)” come riportava l’agenzia Ansa (da Taranto) nelle ultime notizie di ieri, sostenendo persino che il Governo avrebbe chiesto il doppio !

Nessuna lettera è arrivata dalla multinazionale Arcelor Mittal ha fatto sapere il Mise smentendo l’indiscrezione fantomatica degna di una vergognosa “fake news” “con l’azienda non si è mai nemmeno parlato di una transazione economica per la sua uscita dallo stabilimento”.

Dalle ore 23  di oggi lunedì 9 dicembre alle 7 di mercoledì 11 le segreterie provinciali di Taranto dei sindacati metalmeccanici hanno annunciato uno sciopero di 32 ore contro il nuovo piano industriale di ArcelorMittal. La manifestazione nazionale a Roma si terrà invece martedì 10 dicembre a partire dalle ore 10. Lavoratori e delegati sindacali partiranno da Taranto con 15 bus. Il concentramento dei manifestanti sarà in piazza Santi Apostoli.




Governo e ArcelorMittal: parte la trattativa sui 5mila esuberi

ROMA – Il Governo con il ministro dell’ economia Roberto Gualtieri (Pd) delegato a gestire la trattativa in accordo con il Mise, pur avendo l’ultima parola, sta formando il proprio team di negoziatori, mentre ArcelorMittal, invece, ha già predisposto la sua “squadra”, si incontreranno, presumibilmente, all’inizio della prossima settimana anche se ad oggi non c’è ancora un calendario degli incontri.

La tentazione-rischio di allungare i tempi di risoluzione della vicenda  rinviando di giorno in giorno se non di settimana in settimana, la risoluzione delle questioni in ballo è di fatto scomparsa. Ogni ipotesi e strategia di attendismo non è più funzionale. Il tatticismo è stato sinora attuato sia dal Governo che dalla famiglia Mittal che ha ridotto il raggio d’azione dell’ Ad di Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli. Sulla questione industriale dell’ex-Ilva di Taranto non c’è più tempo da perdere e gli equilibri nono sempre più “ballerini” .

Dall’incontro di una settimana fa a Palazzo Chigi le due controparti  non hanno fatto nulla. Adesso è arrivato il tempo di mettersi al lavoro per trovare una soluzione o per congedarsi definitivamente lasciando il posto ai rispettivi avvocati ed alle decisioni dei giudici, alle più che possibili e rischiose cause milionarie e ai probabili avvisi di garanzia della magistratura. Il Tribunale di Milano mercoledì scorso ha rinviato al 20 dicembre l’udienza per il ricorso formale depositato dai commissari dell’ILVA in Amministrazione Straordinaria contro la decisione di spegnimento degli altoforni assunta con arroganza e senza alcun titolo da Arcelor Mittal Italia.

Il primo vero problema più difficile per gli incaricati di seguire la trattativa sarà rappresentato dal numero degli occupati. Si parte dall’accordo firmato da azienda e sindacati lo scorso 6 settembre 2018.  I 1.912 addetti attualmente alle dipendenze dell’ ILVA in in amministrazione straordinaria andranno aggiunti, nell’agosto del 2023 ai 10.777 addetti oggi occupati a busta paga la AM Investco Italy  (ciè Arcelor Mittal Italia)  per un totale di 12.689 persone. Un numero che per l’azienda è insostenibile, ed infatti ne vuole tagliare 5mila.

Una prima distanza questa, che appare molto difficile da risolvere, che vede i sindacati, che sono i co-autori e co-firmatari dell’accordo, non molto allineati con il Governo che invece ha assunto una posizione differente da due angolature: 5mila persone in meno sono politicamente insostenibili, come è insostenibile politicamente la richiesta di esubero secco, cioè li licenziamento. Quindi bisognerà verificare le eventuali soluzioni tecnico-politiche, magari partendo  dalla cancellazione dell’obbligo di riassunzione dei 1.912 addetti ora stipendiati dall’ amministrazione straordinaria. Qualcuno ha persino ipotizzato la costituzione di una “bad company“, all’interno della quale trasferire gli esuberi che finirebbero in cassa integrazione e cioè a carico dell’incolpevole contribuente italiano. Incredibilmente al momento nessuno ha coinvolto i sindacati, che rischiano di trovarsi di fronte nuovamente ad un dilemma ancora più duro estremo da risolvere: accettare o non accettare una soluzione trattata e definita da altri.

In questa situazione a dir poco “ingarbugliata” fra Governo ed Arcelor Mittal  è più che evidente che in caso di un retrofront alla decisione iniziale di uscita dall’Italia , il gruppo franco-indiano non può che ipotizzare agli stabilimenti ex Ilva di  Taranto, Cornigliano e Novi Ligure come ad una “Ilva small“: secondo Arcelor Mittal per produrre un massimo di 8 milioni di tonnellate basterebbero dal punto di vista del lavoro, 8.500 addetti; per produrne 6 milioni, sempre secondo Arcelor Mittal,  scenderebbero a 7.500 addetti. Per arrivare ad “Ilva small“, sono due le opzioni disponibili: uno stabilimento siderurgico formato da tre altiforni più piccoli , con AFO 1, AFO2 ed AFO4 che sono a fine ciclo, anche se hanno ancora fra i 5 e gli 8 anni di funzionamento produttivo,  oppure uno stabilimento siderurgico funzionante con un solo altoforno grande e cioè AFO5 (il più grande d’ Europa) attualmente spento ed improduttivo, per il quale ci vorranno ancora due anni per sistemarlo.

Il Governo vorrebbe aggiungere un forno elettrico, che si potrebbe alimentare con il rottame oppure con il preridotto , di fatto “riciclando” il vecchio progetto dell’ex commissario unico Enrico Bondi (nominato dal Governo Letta). Tre ipotesi di trattativa difficili per una e l’altra parte,  infatti nella cultura industriale di ArcelorMittal, un altoforno elettrico non appartiene per nulla almeno negli impianti in Europa. Un altoforno elettrico si progetta, realizza ed installa in due anni e può costare fra i 200 e i 300 milioni di euro. Ipotesi per la quale non c’è denaro da investire ed in cui la maggioranza  in particolare quella del PD che discende da Gentiloni  a Gualtieri ,  prova a lavorare per mantenere in piedi il contratto con ArcelorMittal ed ipotizza di coinvolgere nell’azionariato AM Investco Italy società pubbliche come Invitalia o società partecipate dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Come dicevamo all’inizio ad oggi non c’è ancora un calendario delle trattive. Ma tutti gli interessati non potranno non mettersi al lavoro per trovare un accordo  fin dalla prossima settimana. I Mittal in realtà hanno capito venerdì scorso, che conveniva loro sedere nuovamente al tavolo con il Governo, dopo che il capo della Procura di Milano, Francesco Greco, si è dedicato alla questione Ilva. Il procuratore milanese è noto per avere “convinto” le grazi aziende del web ed il lusso “esterovestito” a pagare le imposte sui redditi prodotti in Italia.

La decisione arrogante adottata tre giorni fa da ArcelorMittal di rimuovere  Sergio Palmisano, dopo che il dirigente che era stato sentito come persona informata dei fatti dalla Procura di Milano non è piaciuta ai magistrati.

L’intera questione giudiziaria è adesso in itinere sia nella procura di Taranto che in quella di  Milano. Alla prossima udienza del 20 dicembre, soltanto tutte e due le parti potranno chiedere insieme un nuovo rinvio. Inizialmente il Governo ed i Mittal erano convinti di poter avere fino a gennaio 2020 inoltrato campo libero sul quale sviluppare tatticismi e strategie. Ma in realtà non è possibile in quanto adesso le vicende del piano industriale si intrecciano con le vicende giudiziarie.




Pax giudiziaria in Tribunale a Milano fra il Governo ed i Mittal

ROMA – I commissari straordinari dell’ex Ilva hanno ricevuto dal Ministero dello Sviluppo Economico, da cui dipende la loro nomina ed operato, espresso mandato per depositare al giudice civile milanese, Claudio Marangoni, un’istanza di sospensione dell’ udienza originariamente fissata per mercoledì 27 novembre prossimo relativa al procedimento d’urgenza avviato contro Arcelor Mittal Italia ed AM Investco, che giuridicamente al momento sono i locatori dello stabilimento siderurgico di Taranto .

L’input arrivato dal Governo è conseguente alla svolta nei rapporti intercorrenti fra il Governo ed Arcelor Mittal, avvenuta venerdì scorso 22 novembre, quando davanti al premier Giuseppe Conte ed ai ministri Gualtieri e Patuanelli  i vertici del gruppo franco-indiano hanno manifestato la propria disponibilità ad un nuovo impegno più serio nell’adempimento del Piano ambientale e industriale che è oggetto dei contratti del 2017 e dell’ addendum stipulato nel 2018.

Fonti del MISE  fanno trapelare che si tratta solo di una “tregua” che dovrebbe auspicabilmente durare fino alla fine di quest’anno anno, esclusivamente per verificare l’effettiva percorribilità del piano di rilancio industriale e di garanzie occupazionali e ambientali. Quindi non si esclude un eventuale ritorno in un’aula giudiziaria del procedimento d’ urgente se da Taranto dovessero arrivare nuovi segnali  di smobilitazione, ma e anche se ArcelorMittal decidesse di proseguire l’azione civilistica avente lo scopo di ottenere una risoluzione giudiziale dei contratti, la cui udienza civile è fissata sempre in Tribunale a Milano per il prossimo 6 maggio 2020.

La nuova apertura di rapporti con il Governo attuata della multinazionale, che dopo l’avvio di due indagini delle Procure di Milano e  Taranto,  e dopo un invito alla ragionevolezza da parte del Presidente del Tribunale di Milano, Arcelor Mittal Italia aveva revocato la propria decisione di interrompere  l’attività produttiva con lo spegnimento degli altoforni, non ha un impatto diretto in ogni caso sul lavoro in corso da parte della Guardia di Finanzia e dei Carabinieri, delegati dalle due Procure della Repubblica che indagano, che è bene ricordare, allo stato attuale procedono contro ignoti.

La ripresa delle forniture  ed il conseguente riempimento dei magazzini, lo sblocco di pagamenti ai fornitori dell’indotto che aspettano di incassare 60 milioni di euro annunciato oggi, e la riprese della continuità aziendale evidenziano una nuova luce su molte delle ipotesi di reato, come le distrazione fallimentare e quella ancora più grave di attentato a un asset strategico dell’economia nazionale.

Il prudenziale limitato ottimismo delle ultime ore in cui si è arrivati addirittura  parlare di decarbonizzazione degli impianti produttivi dello stabilimento siderurgico di Taranto, con un progetto di riconversione a sette anni allunga i termini di rilancio dell’ ILVA oltre il termine della durata dei contratti di affitto d’azienda siglati tra il 2017 e il 2018 con il corredo del Piano ambientale e dell’ormai famoso scudo penale, in scadenza tra il 2020 e il 2021, con una duplice possibilità d’uscita.  La principale è l’acquisto-riscatto del Gruppo ILVA da parte di ArcelorMittal, la possibilità secondaria invece consisterebbe nella restituzione dello stabilimento di Taranto  e degli impianti nelle condizioni (da un punto di vista tecnico ottimali) nelle quali sono stati consegnati ai franco-indiani dai commissari ILVA in amministrazione straordinaria.

 

Rileggere con attenzione gli atti del contenzioso giudiziario in corso avviato lo scorso 4 novembre aiuta bene a comprendere le posizioni cambiate da Arcelor Mittal ed ILVA in A.S. negli ultimi giorni

ARCELOR MITTAL citazione

A seguito dell’atto legale depositato da Arcelor Mittal  al Tribunale di Milano di domenica notte, a mercati finanziari chiusi,  con il quale chiedeva ai giudici di “esercitare il proprio diritto di recesso con effetto immediato ai sensi dell’articolo 27.5 del Contratto» con riferimento allo scudo penale, cessato per effetto della legge entrata in vigore il 2 novembre scorso,  intimando “la collaborazione delle concedenti per dar corso alla restituzione dei rispettivi rami d’azienda entro 30 giorni dal 4 novembre 2019″ i commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria a loro volta si erano rivolti  al giudice Marangoni con un ricorso d’urgenza (ex-art. 700)  per ottenere in via di urgenza un’ ordine che inibisse ad Arcelor Mittal Italia di proseguire nelle preannunciate ed iniziate operazioni di progressivo spegnimento degli altoforni e quindi la cessazione delle attività produttive funzionali alla restituzione dei rami d’azienda con i tempi e le modalità che avrebbero portato alla chiusura dello stabilimento ILVA e la distruzione delle sue attività.

ricorso Commissari_ILVA

I commissari di ILVA in A.S. con la loro iniziativa legale avevano chiesto al Tribunale di Milano di ordinare ad ArcelorMittal di proseguire “nella piena e regolare esecuzione dei contratti inter partes in conformità alle disposizioni ivi contenute” in conformità ai propri obblighi contrattuali nella gestione delle aziende .

 




Un piano "B" per Ilva ? Ecco le ragioni per le quali sarà difficile il dialogo con i Mittal

di Federico Pirro*

Il lungo incontro di ieri a Palazzo Chigi fra il presidente Conte, accompagnato dai ministri Patuanelli e Gualtieri, ed i Mittal, padre e figlio, è servito almeno a riaprire un dialogo fra governo italiano ed azienda, circa la possibilità che quest’ultima – a nuove condizioni chiaramente richieste dal vertice della holding franco-indiana – conservi la gestione del Gruppo Ilva, finalizzandola alla sua acquisizione.

Perché ciò sia possibile il magnate deve avanzare al Tribunale di Milano richiesta di caducazione dell’istanza di recesso, presentata invece da AmInvestco Italy all’inizio di novembre dal contratto per la locazione prima e l’acquisto poi del Gruppo siderurgico italiano in amministrazione straordinaria.

Il dialogo fra le parti dovrà ora procedere con incontri full immersion per verificare se sussistano le condizioni: a) per la redazione di un nuovo e più credibile piano industriale, in uno scenario di mercato di bassa congiuntura, ma prevedibilmente in rialzo dal prossimo anno; b) per quantificare e riassorbire esuberi di personale che ne derivassero; c) per innovazioni tecnologiche nel processo produttivo del sito di Taranto; c) per l’ingresso di capitale pubblico nella complessa operazione di rilancio.

Il confronto – è inutile nasconderlo – non sarà affatto facile e neppure breve, e conclusioni positive non sono affatto scontate, anche se, da quanto riportato sulla stampa, parrebbe di capire che le parti siano intenzionate a raggiungere un accordo. Nel frattempo nella grande fabbrica tarantina, pur avendo l’azienda deciso di non spegnere gli impianti – come invece aveva comunicato di voler fare nelle settimane scorse – scarseggiano le materie prime che ne consentano l’esercizio, sia pure al minimo, e molto lentamente stanno procedendo le operazioni di pagamento dello scaduto alle aziende dell’indotto, i cui dipendenti presidiano da giorni le portinerie dello stabilimento, perché se i loro titolari non si vedessero saldare le fatture emesse per lavori già eseguiti, di conseguenza non potrebbero corrispondere i salari ai loro collaboratori.

Come dicevamo poc’anzi. il confronto fra esecutivo e rappresentanti aziendali non sarà affatto facile, soprattutto perché da quanto starebbe emergendo dalle inchieste delle procure di Milano e Taranto, la situazione di cassa di AmInvestco Italy sarebbe molto delicata e che, proprio perché in tali condizioni, aveva determinato la volontà della società di abbandonare la partita dell’Ilva, utilizzando come pretesto il venire meno dello scudo penale per impresa e suoi dirigenti durante il periodo di realizzazione del piano ambientale.

A fine anno le perdite stimate della direzione finanziaria dalla società ammonterebbero a circa 700 milioni: un dato pesante che avrebbe azzerato così le risorse previste dalla holding per l’operazione, o almeno quelle messe in budget per l’anno in corso. Perdite che si sono venute accumulando nel corso dell’anno, che hanno portato fra l’altro ad un prima cassa integrazione ordinaria dal 1° luglio per 1.395 addetti, poi rinnovata a fine settembre per 1.295 occupati, e che oggi e per le prossime settimane – se non vi saranno apporti di nuovi liquidità ad horas – non consentirebbero un esercizio sia pure al minimo dell’attività degli altiforni.

Insomma, una situazione di conto economico pesantissima che ha reso evidenti alcuni errori gestionali e previsionali del management preposto alla guida dello stabilimento di Taranto, francamente impensabili, lo confessiamo, in dirigenti del primo produttore di acciaio al mondo.

Allora – alla luce di quanto scaturito sinora dalle inchieste della magistratura, della precaria situazione finanziaria di AmInvestco Italy e degli errori del top management del gruppo – verrebbe spontaneo chiedersi: ma si è proprio sicuri a questo punto che Arcelor Mittal sia il miglior gestore – sia pure supportato da capitale pubblico – del gruppo Ilva? E poi a quanto dovrebbe ammontare l’apporto cash di un partner pubblico in una società da ricapitalizzare che deve portare innanzi il piano di risanamento ambientale, le manutenzioni ordinarie e straordinarie ormai indifferibili e le innovazioni tecnologiche? E il privato a sua volta quanto dovrebbe investire nell’operazione? Fra pagamento dell’intero gruppo (1,8 miliardi), investimenti ambientali (1,15 miliardi) e piano industriale (1,25 miliardi) erano stati previsti a suo tempo da ArcelorMittal 4,2 miliardi di euro. Ed ora? Su che basi economico-finanziarie si può costruire un new beginning per l’Ilva e per il suo sito ionico? Ed inoltre siamo proprio sicuri che la holding franco-indiana non abbia bisogno per Taranto di un massiccio supporto almeno manageriale degli acciaieri italiani che sembrano decisamente migliori per capacità gestionali del management di Arcelor?

Ci si prepari dunque ad assistere ad una trattativa molto complessa, si lavori comunque ad un “piano B” in caso di definitivo recesso di Arcelor – con tutte le conseguenze giudiziarie prevedibili – augurandosi che nel frattempo il Siderurgico ionico non collassi trascinando nel baratro l’economia della Puglia e del Mezzogiorno, con danni pesanti anche per il resto del Paese.

*professore associato confermato di Storia dell’Industria presso l’Università di Bari.



Palazzo Chigi: "Mittal disponibile all'interlocuzione. Obiettivo è un nuovo piano industriale"

ROMA – E’ stato un confronto teso, ma fondamentale quello tenutosi ieri sera a Palazzo Chigi per capire se il futuro dell’acciaieria di Taranto sarà ancora targato Arcelor Mittal. I proprietari del colosso siderurgico, Lakshimi Mittal e il figlio Aditya, accompagnati da una traduttrice, hanno trattato a lungo  con il premier Giuseppe Conte, affiancato dai ministri dell’Economia Roberto Gualtieri e allo Sviluppo economico Stefano Patuanelli. Al vertice è sopraggiunta l’ amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia  Lucia Morselli, da poco più di un mese alla guida della società italiana,  che secondo voci sempre più ricorrenti (smentite) potrebbe presto lasciare il gruppo.

Conte affiancato dai due ministri ha cercato innanzitutto di carpire le reali intenzioni dei Mittal. I quesiti principali erano se è possibile bloccare la loro richiesta di recedere dal contratto, e se reintroducendo lo scudo penale, si potrebbe tornare a trattare. Ma il nodo difficile ed ancora più importante, è stato quello sull’occupazione. Il Governo non ha intenzione di accogliere la richiesta dei Mittal  di 5mila esuberi di cui si era parlato nel precedente incontro . Il Governo avrebbe già pronta una bozza di ‘decreto Taranto‘, con cui si potrebbe reintrodurre l’immunità penale ed eventualmente arginare l’emergenza occupazionale con un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali.

Prima dell’incontro a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola Superiore della Polizia di Stato , Conte aveva sottolineato di non poter accettare un disimpegno da parte di Mittal sulla gestione del sito pugliese. “Non abbiamo promosso noi la battaglia giudiziaria che, l’ho sempre detto, è una sconfitta per tutti” aggiungere, sopratutto da avvocato, che la reazione dello Stato nei Tribunali sarà durissima, chiedendo un risarcimento esorbitante.Nel frattempo lo scontro prosegue nelle aule giudiziarie su diversi punti contrapposti.

Mercoledì della prossima settimana il Tribunale di Milano si svolgerà un’udienza sul ricorso d’urgenza presentato dai commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, a fronte della richiesta di recesso avanzata dal colosso franco-indiano. “Ci venga detto chiaramente rispetto agli impegni presi qual è la posizione di Mittal, da lì partiremo“, aveva detto Conte prima di iniziare la trattativa negoziale di ieri sera. Arcelor Mittal punta il dito contro il provvedimento legislativo che ha rimosso lo scudo penale, sostenendo che il contratto firmato nei scorsi mesi prevede esplicitamente che un cambio delle leggi può costituire elemento per disimpegnarsi.

Parlando con la stampa al termine dell’incontro con i vertici Arcelor Mittal il premier Giuseppe Conte ha riferito ai giornalisti che “E’ stata valutata anche la possibilità di un coinvolgimento pubblico nel nuovo progetto. Abbiamo messo subito sul tavolo il pieno coinvolgimento del sistema Italia. Abbiamo assicurato in questa prospettiva la disponibilità di un coinvolgimento anche pubblico”.

“E’ stata valutata anche la possibilità di un coinvolgimento pubblico nel nuovo progetto. Abbiamo messo subito sul tavolo il pieno coinvolgimento del sistema Italia. Abbiamo assicurato in questa prospettiva la disponibilità di un coinvolgimento anche pubblico“. ha  affermato il premier Conte che ha aggiunto “L’obiettivo è un nuovo piano industriale con nuove soluzioni produttive con tecnologie ecologiche e massimo impegno nel risanamento ambientale”. Conte ha fatto sapere che il gruppo indiano sarebbe “disponibile all’interlocuzione

“Per consentire che questo processo possa partorire un piano ecologico e dobbiamo assicurare un rinvio dell’udienza e chiederemo ai commissari una breve dilazione dei termini processuali, per un rilancio dell’udienza lasciando in pregiudicato qualsiasi diritto di difesa” ha detto Conte, in sala stampa a Palazzo Chigi, dopo l’incontro con i vertici ArcelorMittal. “Chiederemo ai commissari – ha aggiunto il premier – di acconsentire ad una breve dilazione dei termini giudiziari in modo da ottenere il rinvio dell’udienza, lasciando in pregiudicato qualsiasi diritto di difesa posponendo semplicemente l’udienza in modo da consentire che si realizzi questa interlocuzione. Siamo disponibili a concedere questo differimento a condizione che ArcelorMittal assicuri il normale funzionamento degli impianti“. specificando che l’obiettivo è la “massima occupazione” e spiegando che la negoziazione “sarà faticosa e complicata“.

“Non abbiamo discusso di scudo penale ma di come risolvere il problema di un polo industriale che ha rilievo per l’intera manifattura nazionale“, ha aggiunto il Presidente del Consiglio. “A me come decisore politico preoccupa molto di più l’obiettivo di ottenere un piano industriale sostenibile, e su questo sono concentrato. Vorremo fare di Taranto un polo siderurgico all’avanguardia nel mondo. Prendiamo atto della grande apertura, della mutata disponibilità dei Mittal, ma non abbiamo ancora incassato nulla. Si avvierà una trattativa, ci sarà una negoziazione. In tutto questo se volete parlare di scudo lo fate da soli“. ha detto Conte ai giornalisti.

Il premier Conte ed esponenti della maggioranza al termine dell’incontro con i Mittal

“E’ stata valutata anche la possibilità di un coinvolgimento pubblico nel nuovo progetto. Abbiamo messo subito sul tavolo il pieno coinvolgimento del sistema Italia. Abbiamo assicurato in questa prospettiva la disponibilità anche di un coinvolgimento pubblico”. ha detto il premier in conferenza stampa a Palazzo Chigi. “Chiederemo ai commissari straordinari – ha fatto sapere Contedi acconsentire ad una breve dilazione dei termini giudiziari in modo da ottenere il rinvio dell’udienza, lasciando in pregiudicato qualsiasi diritto di difesa posponendo semplicemente l’udienza in modo da consentire che si realizzi questa interlocuzione. Siamo disponibili a concedere questo differimento a condizione che ArcelorMittal assicuri il normale funzionamento degli impianti“.

Durante il vertice con Mittal sulla vicenda della trattativa sull’ex Ilva, l’ esecutivo di Governo si è dichiarato “disponibile a sostenere questo processo anche con misure sociali, ove mai necessarie, in accordo con le associazioni sindacali“. come riporta la nota stampa emessa dalla Presidenza del Consiglio al termine dell’incontro durato circa quattro ore.

“Torneremo presto a Taranto con un pacchetto di rilancio” – ha continuato il presidente del Consiglio al termine dell’incontro con i vertici di ArcelorMittal sul futuro degli stabilimenti dell’ex gruppo Ilva. “Cercheremo di realizzare un progetto di continuità aziendale con il massimo di risanamento ambientale possibile. E già ieri in Consiglio dei ministri  abbiamo lavorato intensamente su alcuni significativi progetti per Taranto città”, ha ricordato. “ Taranto non è solo l’ex Ilva ma una comunità di cittadini che da anni soffrono e attendono segnali e su questo la politica deve dare risposte: stiamo lavorando ma non può essere un singolo governo a fornirle, dobbiamo farlo tutti insieme. Per questo posso già ringraziare molti dei nostri campioni nazionali che hanno già portato progetti“.

E’ possibile a questo punto che il confronto con Mittal possa continuare nei prossimi giorni, parallelamente agli sviluppi giudiziari. Se veramente si dovesse concretizzare l’addio di Arcelor Mittal, il Governo potrebbe mettere in atto una nazionalizzazione temporanea, con l’obiettivo di mantenere la continuità produttiva.

AGIORNAMENTO del 23 novembre 2019

Dopo le dichiarazioni di ieri del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, anche il gruppo ArcelorMittal,  ha confermato che l’incontro di ieri sera “è stato costruttivo” aggiungendo che adesso “l’obiettivo è di raggiungere al più presto un accordo. come riporta una nota del gruppo siderurgico: “AM Investco conferma che l’incontro tenutosi ieri con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed altri membri del governo per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo. Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto”.




Il M5S litiga anche con Conte. Arcelor Mittal deposita l'atto per il recesso dell' ex Ilva di Taranto

ROMA – Sarebbe stato incandescente l’incontro di oggi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed i parlamentari pugliesi del M5s. Il presidente del Consiglio ha cercato di farli ragionare sulla possibilità di reinserire lo scudo penale, “per togliere ogni alibi ad ArcelorMittal, anche in vista della battaglia legale che ci attende” avrebbe spiegato il premier ai parlamentari grillini  . Ma Barbara Lezzi, ex- ministra nel primo governo Conte, sarebbe stata fermissima sul punto, ed avrebbe detto: “Non lo voterò mai, puoi scordartelo“.

Il premier li aveva convocati insieme al capo politico del M5S Luigi Di Maio, al ministro dello sviluppo economico  Stefano Patuanelli, ed al ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, cioè colui il quale è chiamato gestire la patata bollente in aula. “Siamo di fronte a una situazione estremamente preoccupante  ne va del nostro Sistema Paese. L’immunità è già desumibile dal codice penale, son lo scudo dobbiamo dare un segnale a Mittal e sgomberare il tavolo dagli alibi” questo il senso del ragionamento del presidente del Consiglio .

l’On. Nunzio Angiola (Movimento 5 Stelle)

Conte si illudeva di poter contare sul buon senso dei partecipanti alla riunione, mentre invece ha trovato le barricate,  anche se non tutti  fra la quarantina degli eletti in Puglia del M5S si è detta contraria. “Per principio lo sarei  ma se è utile a risolvere la situazione non possiamo permetterci di non farlo” ha spiegato l’on. Nunzio Angiola, nativo di Taranto ma eletto nella murgia barese. Uno dei partecipanti ha rivelato sotto promessa di anonimato che pochi dei presenti sarebbero più morbidi e condiviso la sua linea, mentre i tarantini ed i salentini sono stati i più intransigenti .

Angiola  è stato duramente contestato dai colleghi Giovanni Vianello e Gianpaolo Cassese, che sono intervenuti uno dopo l’altro mentre la maggior parte degli altri annuiva. Il problema vero, in realtà , quello vero, sono i tredici senatori. Sarebbe inamovibile, una pattuglia una decina di loro guidata da Barbara Lezzi, fino a qualche mese fa partecipe ai Consiglio dei ministri con l’avvocato-premier. Sarà stata la consuetudine di un anno e mezzo, la Lezzi è stata diretta ai limiti della brutalità: “Te lo puoi scordare, non lo voterò mai. Il premier  avrebbe ribattuto“Barbara come fai a non capire la gravità della situazione?”. Ad aggravare la situazione almeno altrettanti colleghi di altre regioni che li seguirebbero sulle stesse posizioni anti-Premier. Il vero problema di Conte è che al momento non ci sono i numeri al Senato .

La riunione indetta dal Premier Conte si è sciolta con un nulla di fatto, con il premier paradossalmente ancor più preoccupato di prima per l’ingarbugliarsi della situazione. Alcuni segnalano un Luigi Di Maio piuttosto defilato. Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha definito “un ricatto” quello di Arcelor Mittal , e ha più volte ribadito una posizione fortemente critica sullo scudo. Eppure è lo stesso che ha dato il via libera nel decreto Salva Imprese al comma che quello stesso scudo ripristinava, e che è stato falciato dalla fronda di Palazzo Madama.

Chi ha incontrato il premier nelle ore successive alla riunione lo descrive su livelli di rabbia mai raggiunta prima. Il problema dei numeri, almeno al Senato, è una vera e proprio frana nella strada da percorrere per portare in sicurezza la questione dell’Ilva. Oltre alla Lezzi, sono otto i deputati grillini pugliesi,  ad aver sottoscritto l’emendamento che ha cancellato le tutele legali ed acceso la miccia che ha portato i franco indiani a far deflagrare la bomba sociale dello stabilimento siderurgico di Taranto ed i problemi connessi alla questione. I firmatari del M5S sono Donno, Romano, Quarto, L’Abbate, Garruti, Pellegrini, Mininno, Dell’Olio. con il rischio che la “truppa” dei congiurati contro Conte,  potrebbe ampliarsi e inglobare colleghi che pugliesi non sono, come   accaduto anche con Gianluigi Paragone. Uno di loro dice: “Se Conte dice che scudo non serve perché lo ripropone? Fa parte di un pacchetto? Ma allora ci sono anche gli esuberi. Perché non ci parla chiaro?”. Un altro invece pone una questione meramente politica: “Cedere al ricatto di un’azienda che ha sottoscritto un contratto con lo stato sarebbe devastante per la tenuta politica del governo”.

Il capo politico del Movimento 5 Stelle sa perfettamente che rischia di perdersi il Movimento per strada. Per questo ai suoi continua a ripetere che su questo tema la linea la deve dare il gruppo, la volontà dei parlamentari non può essere forzata. Una posizione attendista in attesa che il lavorio del premier e di D’Incà per convincere i più riottosi, almeno quelli necessari a non far cadere il governo o a rendere plasticamente necessario trovare maggioranze alternative, faccia breccia. “Alcuni sono più dialoganti – spiega a Huffpost una fonte di governo che si sta occupando del dossier – Potrebbero convincersi che non c’è altra strada”. Il percorso è lungo e accidentato: “Per questo per tutta la settimana si lavorerà in questo senso”.

In gioco è la tenuta del governo, ecco perche Conte vuole salvare l’Ilva ad ogni costo. Il suo problema che lo deve fare senza alterare la maggioranza che lo sostiene. Luigi Di Maio è stato chiaro in proposito: “Se qualcuno forzasse sullo scudo, e passasse con voti decisivi dell’opposizione, la crisi si aprirebbe di fatto”. Il riferimento è chiaramente collegato all’emendamento al decreto fiscale presentato da Italia viva , e alla tentazione che per un istante ha accarezzato il Pd di poter procedere allo stesso modo.

Anche Di Maio è in una strettoia, non è contrario all’immunità, che per altro era entrata nel “decreto Salva imprese” anche con il suo placet, salvo poi essere cancellata dall’ormai famigerato emendamento. E sullo scudo penale non vuole e non può fare alcun braccio di ferro con chiunque, sopratutto per sua convinzione personale. Ma anche perché sa che ne va della tenuta del Movimento. Per questo sono giorni che ripete: “Su questo non possiamo permetterci forzature, decide il gruppo”.

Al momento nell’agenda di Conte non vi è alcun incontro con Mittal, anche se il capo del governo spera che il tempo lavori a suo favore e che avvenga qualcosa. Giovedì in Consiglio dei ministri raccoglierà le proposte per un piano complessivo per il risanamento di Taranto, un tentativo di dare un segnale concreto del lavoro per il risanamento della città in attesa che la matassa si sbrogli. Ma anche un altro modo per dimostrare operatività in una situazione in cui, sul problema dei problemi, ancora non si è capito che pesci pigliare. Una fonte vicina a Palazzo Chigi spiega che un’interlocuzione informale con i vertici dell’azienda sia tessuta lontana dai riflettori incessantemente, ma che finora si sia sempre ritrovata in un vicolo cieco. “Sono certo che il governo tutto saprà lavorare da squadra, con unità e compattezza, per trovare una soluzione concreta per l’Ilva”, dice in una nota Di Maio.

Sa che il Pd si sta schierando dietro il presidente del Consiglio sull’operazione scudo. Il segnale è arrivato con la rinuncia all’emendamento per forzare. “Conte sta lavorando a una soluzione per salvaguardare il polo produttivo”, ha dichiarato Nicola Zingaretti dagli Stati Uniti. Nella nota invece del capo politico del M5S anche un segnale interno: “Tutto il M5s sostiene l’azione di governo”. Un messaggio ambiguo rivolto ai dissidenti, ma anche una maniera per dire a Palazzo Chigi che si procederà anche tenendo conto delle loro posizioni.

Il pontiere è il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli che si è recato a Palazzo Madama, per riunisce i senatori di cui è stato apprezzato capogruppo. Si fa latore di una possibile mediazione: “No a uno scudo penale sine die – commenta la proposta il “grillino” Ugo Grassi –  Meglio invece una norma di diritto speciale, una norma ad hoc che potrebbe essere accettabile se avesse una scadenza temporale. Ma affinché questa scadenza sia accettabile, deve essere agganciata a un programma di decarbonizzazione”.  Proprio nelle stesse ore in cui il ministro Patuanelli si aggirava fra gli uffici del parquet del Senato, la Lezzi ostentava un’inusuale presenza nel Transatlantico di Montecitorio.

Si fermava a parlare con De Lorenzis, Cassese e Ermellino, deputati che condividono la sua posizione, in favor di cronisti. Un onorevole vicino a Di Maio commentava: “Guardali là, un consiglio di guerra”. La proposta della senatrice ribelle è nota: chiudere le aree a caldo del polo siderurgico tarantino, riconvertirle in aree a freddo e destinare gli operai alle opere di bonifica. Equivarrebbe a demolire il piano industriale in atto, quello stesso non considerato da Arcelor Mittal redditizio e dal quale proprio oggi ha avviato giuridicamente l’abbandono.

il cortile interno di Palazzo Chigi

Sono oltre quaranta gli “invitati” al vertice di maggioranza sulla manovra che si riunirà a Palazzo Chigi giovedì sera . Da quanto si apprende, la convocazione alla riunione è stata indetta dal premier Giuseppe Conte,  con una email inviata del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, indirizzata a tutti i sottosegretari all’Economia, ai capigruppo dei quattro partiti di maggioranza, ai capigruppo in commissione, ed ai presidenti di commissione a Carla Ruocco e Daniele Pesco. In totale sono 37 i destinatari della missiva, tra deputati e senatori. A loro si uniranno anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e i capi delegazione al governo dei partiti. La riunione inizierà dopo il Consiglio dei ministri convocato alle 16.30, nel quale Conte avvierà la discussione sui progetti per il “cantiere Taranto”.

La lettera di Conte ai ministri del suo Governo

Palazzo Chigi potrebbe convocare oggi un nuovo vertice per fare il punto della situazione, che, invece di procedere verso una possibile soluzione ha fatto ulteriori passi nel suo ingarbugliarsi. A sera dalla sede della Presidenza del Consiglio esce un collaboratore del premier Conte. Quando gli si nomina la Lezzi la sua non risposta parla da sè ed è molto più eloquente di mille parole.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in vista del Cdm di giovedì 14 novembre ha scritto ai ministri  per invitarli a contribuire in termini di idee e proposte alla ristrutturazione e alla riconversione dell’area industriale di Taranto, in pericolo  dopo l’annunciato addio di ArcelorMittal dello  stabilimento siderurgico ex Ilva. Questa la lettera, che è stata pubblicata dal quotidiano La Repubblica:

“Gentile Ministro,

durante la mia recente visita a Taranto, ho potuto constatare come la vicenda dello stabilimento industriale ex Ilva costituisca solo un aspetto, seppure di assoluto rilievo, di una più generale situazione emergenziale in cui versa la città e la sua popolazione. Il rilancio dell’intera area necessita di un approccio globale e di lungo periodo. La politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa, che coinvolge valori primari di rango costituzionale, quali il lavoro, la salute e l’ambiente, tutti meritevoli della massima tutela, senza che la difesa dell’uno possa sacrificare gli altri. Per questo, reputo necessario aprire un “Cantiere Taranto”, all’interno del quale definire un piano strategico, che offra ristoro alla comunità ferita e che, per il rilancio del territorio, ponga in essere tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale”.

“I processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture di una determinata area geografica – come dimostrano alcune esperienze in italia e in europa – si portano a compimento solo attraverso politiche coordinate e sinergiche, che coinvolgano tutti gli attori istituzionali – in primis il Governo -, le associazioni di categoria, i comitati locali e tutte le forze produttive del paese. A tal fine, in vista del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre, ti invito, nell’ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee.

La discussione potrà quindi proseguire all’interno della cabina di regia che ho intenzione di istituire con l’obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili. Al riguardo, ti anticipo che il ministro della difesa, onorevole Lorenzo Guerini, mi ha comunicato l’intenzione di promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale, mentre il ministro per l’Innovazione, onorevole Paola Pisano, mi ha rappresentato la volontà di realizzare un progetto di ampio respiro, affinchè Taranto possa diventare la prima città italiana interamente digitalizzata”.

“Confidando nella tua collaborazione, ti ringrazio fin d’ora per il contributo che potrai offrire alla definizione di un progetto che considero prioritario per l’azione di Governo”.

Come ampiamente previsto dal nostro giornale e direttore, Arcelor Mittal va avanti imperterrita nel suo disimpegno dall’ex Ilva. I legali della società hanno depositato in Tribunale a Milano l’atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all’acquisto, dell’ex Ilva,  per l’iscrizione a ruolo . Il documento si trova già sul tavolo del Presidente del Tribunale di Milano Roberto Bichi. Con il deposito, la causa è stata quindi iscritta a ruolo ed ora il presidente Bichi in base a rigidi criteri tabellari dovrà assegnare il procedimento ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

L’atto di citazione è il documento con il quale la società del Gruppo Arcelor Mittal ha formalizzato l’espressa volontà di recedere dal contratto di affitto che, secondo l’accordo, avrebbe dovuto portare all’acquisto. previsto il primo maggio 2021. Di fronte al passo formale, ed al mancato incontro dei Mittal con il Premier Conte, i sindacati dei metalmeccanici rimarcano che secondo il loro punto di vista non sussistono le condizioni per la rescissione. Fiom, Fim e Uilm, indicando come “urgente l’incontro ed il confronto per discutere sulle prospettive e sul rispetto degli accordi e degli impegni assunti” ed auspicano che la sede sia il Ministero dello Sviluppo.




Il ministro Gualtieri : "La nazionalizzazione dell'Ilva è una pericolosa illusione"

ROMA –  Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso del convegno organizzato dal quotidiano online Huffpost dal titolo “Metamorfosi. Le conseguenze del cambiamento”, si è dichiarato fiducioso per l’esito del negoziato fra Governo e ArcelorMittal sullo stabilimento pugliese, ma fissa alcuni paletti. Occorre discutere e confrontarsi con i Mittal per salvare l’ex Ilva a Taranto, anche adattando il piano industriale alla congiuntura sfavorevole del mercato dell’acciaio, ma non snaturando i patti siglati con il Governo.

“Non c’è bonifica ambientale se non c’è piano industriale. Ed è un’illusione che ci sia un magico risanamento se si chiude Ilva, non è così, non avverrebbe così, le due cose sono legate” sottolinea il ministro. E di “pericolosa illusioneGualtieri ha parlato anche in relazione alla ventilata ipotesi di nazionalizzazione dell’ex Ilva: “Non è uno strumento che va escluso dalla cassetta degli attrezzi, ma chi pensa che lo Stato compri e assorba i costi che impediscono a un soggetto di essere competitivo sul mercato globale alimenta una pericolosa illusione. Eviterei quindi una discussione tra bianco e nero, o si fa la nazionalizzazione di tutte le imprese in crisi, risolvendo magicamente i problemi, oppure lo Stato alza le mani e dice: se ne occupi il mercato. Non è vera né l’una né l’altra cosa, abbiamo ben presente che ci sono strumenti e li utilizzeremo”.

Secondo Gualtieri nel dialogo con i Mittal, “il Governo deve mettere le sue forze per tenere insieme sviluppo industriale e sostenibilità ambientale. La soluzione deve vedere il rilancio di Ilva attraverso lo sviluppo del piano industriale adattato al difficile momento congiunturale ma non snaturato. Il Governo metterà in campo tutti gli strumenti necessari”. Tuttavia, ha proseguito Gualtieri, “non si può accettare di scaricare sul lavoro le difficoltà di questa fase produttiva, né di derubricare, ridimensionare la portata di un piano che non può andare sotto determinate soglie altrimenti viene meno la sostanza di avere un grande polo produttivo e competitivo della siderurgia a Taranto. Crediamo che ci sia un futuro per Ilva e concorreremo come Governo a una difficile, ma niente affatto disperata discussione

L’Italia secondo il ministro dell’Economia deve “assolutamente rimanere un grande paese manifatturiero, perché proprio nell’integrazione fra manifattura, tecnologia e servizi c’è l’opportunità di sviluppo per l’Italia. Se il Paese ha bisogno di restare un paese manifatturiero ha bisogno dell’industria di base e quindi ha bisogno della siderurgia. Pensiamo che avere un grande produttore moderno, ambientalmente sostenibile, di acciaio a ciclo integrale sia nell’interesse strategico per l’Italia e per l’Europa. Il Governo è impegnato per questo, questo è necessario che si richiami Mittal al rispetto degli impegni presi, e nel frattempo lo Stato italiano deve essere in grado di dare tutte le necessarie garanzie giuridiche, amministrative e di concorso della politica industriale a sostegno della capacità di affrontare un momento congiunturale difficile. Ma non si può accettare che si vada a 4 milioni di tonnellate, perché si arriva a una soglia di non sostenibilità”.

Parlando dei suoi mesi al Governo, Gualtieri ha detto che “sapevo che sarebbe stata una sfida impegnativa, lo è, ma sono fiducioso, siamo sulla strada giusta. Siamo riusciti a risolvere alcuni dei problemi, ma non dimentico quando ho giurato sapendo di dover trovare 23 miliardi in 23 giorni per disinnescare l’aumento dell’Iva. Superato lo scoglio della manovra potremo dispiegare un’azione di governo ambiziosa, che punta ad affrontare anche le eredità congiunturali ma anche i nodi strutturali, dentro un rapporto positivo, propositivo e di iniziativa nei confronti dell’Europa”.

La mossa più politica del suo dicastero, ha aggiunto ancora Gualtieri, è stato quello di “fissare un livello di deficit che ritengo adeguato” ed inoltre “spiegare sul lato interno che è giusto che l’Italia rivendichi il dovere di non dover fare una manovra restrittiva ma al tempo stesso questa rivendicazione di spazi di bilancio non equivalga a scaricare sul deficit qualsiasi tensione o qualsiasi difficoltà a definire la composizione della manovra”.




Ex Ilva: incontro a Palazzo Chigi con la proprietà Arcelor Mittal

ROMA – E’ in corso a Palazzo Chigi un incontro decisivo tra il Governo e i vertici di ArcelorMittal, a seguito della decisione della multinazionale di lasciare l’ex Ilva e di avviare un’azione civile per risolvere il contratto con annessa richiesta di danni. Nonostante la maggioranza governativa sembrerebbe essere unita, sollecitata anche dal Quirinale, nella preoccupazione per il futuro dello stabilimento,  manca compattezza sulla strategia . Alla riunione partecipano il premier Giuseppe Conte, i ministri Stefano Patuanelli, Roberto Gualtieri, Giuseppe Luciano Provenzano, Roberto Speranza, Teresa Bellanova , cioè praticamente mezzo governo.

ArcelorMittal è rappresentata dal suo presidente  Lakshmi Mittal affiancato dal figlio Adyta Mittal. Alla riunione non partecipa Lucia Morselli Ad di Arcelor Mittal Italia .

La multinazionale franco-indiana conferma la volontà di recedere dal contratto. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella prima mattinata a margine della sua visita al Dipartimento nazionale della Protezione Civile a Roma,  in merito all’incontro a Palazzo Chigi con i vertici di Arcelor Mittal ha dichiarato: ” “Sono fiducioso: la linea del governo è che gli accordi contrattuali vanno rispettati e in questo caso riteniamo non ci siano giustificazioni per sottrarsi. Ci confronteremo e il governo è disponibile a fare tutto il possibile per fare in modo che da parte della controparte ci sia il rispetto degli impegni”. parole da cui si evince che  il Premier Conte non ha letto bene nè il contratto firmato un anno fa anche dal suo ex-vice premier Luigi Di Maio,  nè l’atto di citazione depositato ieri mattina dai legali di Arcelor Mittal dinnanzi al Tribunale Civile di Milano.

ArcerlorMittal ha comunicato formalmente ai sindacati e alle aziende collegate la restituzione alle società del Gruppo Ilva in amministrazione straordinaria dei rispettivi rami d’azienda unitamente al trasferimento dei dipendenti (10.777 unità) ai sensi dell’articolo 47 della legge 428 del 1990. La comunicazione segue l’annuncio di cessazione del contratto per l’ex Ilva di Taranto. La comunicazione, che di fatto segna l’avvio della procedura per il disimpegno, riguarda tutta Italia: oltre a Taranto anche Genova, Novi Ligure, Milano, Racconigi, Paderno, Legnano, Marghera.

Nel documento di retrocessione ad Ilva delle aziende e dei 10.777 dipendenti viene spiegato che il recesso del contratto deriva dall’eliminazione della protezione legale. La Protezione legale – si osserva – costituiva “un presupposto essenziale su cui AmInvestCo e le società designate hanno fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbero neppure accettato di partecipare all’operazione né, tantomeno, di instaurare il rapporto disciplinato dal Contratto“.

IL CONTRATTO ILVA/1a parte

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Ci vorrà qualche giorno prima che la Sezione specializzata imprese del Tribunale di Milano assegni ad un giudice, con fissazione poi della data d’udienza, la causa intentata con un atto di citazione da ArcelorMittal che chiede di recedere dal contratto di affitto dell’ex Ilva di Taranto. Normalmente in media sono necessari una decina di giorni per iscrivere a ruolo la causa e trasmetterla alla Sezione che poi l’assegna ad un giudice. In questo caso, però, data la rilevanza, i tempi sicuramente saranno più brevi.

IL CONTRATTO ILVA/2a parte

Contratto ILVA_compressed 2°BLOCCO

Dopo l’avvio della procedura di cessione comunicata da ArcelorMittal, il segretario generale Fim-Cisl , Marco Bentivogli. ha reso noto di aver proclamato lo sciopero dalle ore 15 di oggi a partire dallo stabilimento ex Ilva di Taranto.  E’ in corso davanti alla direzione dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto un sit-in di lavoratori e sindacati deciso dal consiglio di fabbrica permanente di Fim, Fiom e Uilm dopo l’annunciato disimpegno della multinazionale franco-indiana. Si attendono sviluppi dall’incontro tra governo e azienda, previsto in mattinata, convocato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Oggi, secondo quanto comunicato ieri pomeriggio dall’Ad Lucia Morselli nel confronto con le organizzazioni sindacali, ArcelorMittal avvierà la procedura ex art.47 della legge 228 del 1990 di retrocessione dei rami d’azienda con la restituzione degli impianti e dei lavoratori ad Ilva in Amministrazione straordinaria. Ogni azione di mobilitazione, hanno sottolineato Fim, Fiom e Uilm, “sarà comunicata ed adottata già dalle prossime ore, se necessaria ad evitare ricadute imprevedibili dettate dall’incapacità ed incoscienza di soggetti deputati a decidere sul futuro di una intera collettività che ha pagato e sta pagando un prezzo fin troppo elevato“.

L’atto di citazione di Arcelor Mittal

ARCELOR MITTAL citazione

Dalle 12.30 di oggi nella Sala della Trasparenza della Regione Liguria, è in corso una conferenza stampa dopo l’incontro intercorso con i rappresentanti delle sigle sindacali sul “caso Ilva“. Saranno presenti il presidente di Regione Liguria Giovanni Toti e l’assessore allo Sviluppo economico Andrea Benveduti.

”Vedremo che cosa ci dirà l’azienda, posso dire che la posizione di Italia Viva è che i patti si rispettanoha detto la ministra Teresa Bellanova e capo delegazione di Italia Viva al Governo, a margine di un incontro alle Politiche Agricole. Nessuno a partire dall’impresa deve permettersi di mettere in discussione un progetto di risanamento ambientale e di rilancio industriale come quello che prevede l’attività nello stabilimento di Taranto, di Genova e di Novi Ligure”.

Sulla “linea dura” sembrano tutti d’accordo pur con i distinguo che caratterizzano la maggioranza giallorossa. Il governo fa sapere di essere “inflessibile” e che non accetterà ricatti da chi gioca sulla pelle delle famiglie di Taranto, Il problema è che a giocare sulla pelle di tutta la provincia di Taranto , delle imprese e dei 20mila lavoratori, sinora è stato solo e soltanto il M5S. Cioè il movimento che lo ha messo sulla poltrona di premier a Palazzo Chigi.

Nel frattempo i tecnici ministeriali, affiancati dai legali dell’ Avvocatura dello Stato, stanno studiando in punta di piedi dei possibili decreti,  perché la fronda del Movimento Cinque Stelle al Senato al solo sentire parlare di “scudo” minaccia l’incendio, che porterebbe ad una crisi interna anche in termini di voti all’interno della maggioranza di governo. “Ho una sola parola ed è no”, continua a ripetere come un disco incantato su un vecchio grammofono la senatrice Barbara Lezzi. L’eventuale provvedimento potrebbe contenere anche lo scomputo del canone d’affitto per costi imputabili alle difficoltà di approvvigionamento di materie prime a causa del sequestro del molo 4.

Luigi Di Maio si appella alla realpolitik: “La priorità è salvare i lavoratori”. Il Partito Democratico a sua volta spinge per la formula proposta dal ministro Beppe Provenzano: l’adozione di una norma generale, che garantisca tutte le aziende impegnate in opere di risanamento ambientale, senza che debbano rispondere penalmente di responsabilità pregresse. Se si riuscisse a sciogliere il nodo dell’ammissibilità, la norma “salva-Taranto ” tornerebbe nel decreto fiscale. Per il ministro Stefano Patuanelli la soluzione individuata “non serve“, ma per salvare la città ( e sopratutto i voti rimasti al M5S) anche il responsabile dello Sviluppo è pronto a dire sì, “purché non sia una norma ad personam“. Pur nella durezza delle sue dichiarazioni in cui imputa all’azienda “errori macroscopici” di gestione e un comportamento ricattatorio quando “mette sul piatto oltre 5mila esuberi“, lascia intendere che si può anche intervenire con “strumenti di sostegno” per la flessione produttiva.

Sarebbe interessante conoscere le competenze industriali che portano il ministro Patuanelli ad arrivare a certe valutazioni. A noi risulta solo la sua laurea in Ingegneria edile , risultando iscritto all’ Ordine degli Ingegneri dal 2004  da quando esercita la libera professione.

In gioco c’è il Pil dell’Italia e anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha messo la faccia sulla battaglia campale del Governo, intonando il celebre “whatever it takes” di Mario Draghi: “Dobbiamo fare di tutto per evitare un esito drammatico, costi quel che costi“. Dal punto di vista tecnico, l’ipotesi di un nuovo “scudo penale” introdurrebbe una tutela giuridica ad ampio spettro, non valida solo per l’ex Ilva, ma per tutte le aziende che operano in siti industriali strategici. Teoricamente la logica di questa norma reggerebbe anche con l’addio di ArcelorMittal, perché ripristinerebbe una forma di tutela nei confronti dei commissari o di cordate alternative.

La politica intanto si muove in ordine sparso e confuso . Soltanto Lega di Matteo Salvini si dice pronta a votare un nuovo scudo; Italia Viva, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno presentato dei loro emendamenti alla vigilia dell’incontro decisivo. Senza aperture ad una trattativa legale-poilitica da parte di ArcelorMittal si aprirebbe un contenzioso legale infinito. Difficile immaginare che con la crisi dell’acciaio in atto ci siano gruppi industriali solidi come Arcelor Mittal,  pronti all’intervento.

Il rilancio ipotizzato dal leader di Italia Viva Matteo Renzi, della vecchia perdente cordata Cassa depositi e prestiti-Jindal-Arvedi-Del Vecchio,  è uno scenario giudicato impraticabile da molteplici fonti della maggioranza e del governo stesso. Per i “renziani” , che dimostrano di essere privi di informazioni ad autorevolezza giuridica,  se si finisse in Tribunale con ArcelorMittal, subentrerebbe automaticamente la seconda cordata in graduatoria, ma quella cordata è stata sciolta ed in ogni caso sarebbe necessaria una nuova gara. Ecco la prova che in Parlamento siedono tanti, troppi, dilettanti allo sbaraglio !

In realtà mentre in Italia ArcelorMittal è nell’occhio del ciclone, il gruppo franco-indiano leader mondiale dell’acciaio posseduto per il 40% dal magnate indiano Lakshmi Mittal. alla Borsa di Amsterdam, dove è quotata,  se la passa molto meglio: tra lunedì e martedì, cioè nei giorni in cui il gruppo ha formalizzato al Governo l’intenzione di restituire allo Stato l’ex- Ilva, le azioni del gruppo ArcelorMittal sono salite del 6,1%. Due giorni in rialzo, con volumi in aumento. Al contrario di quanto il clima infuocato che avvolge la questione Ilva in Italia potesse fare immaginare.

Il motivo ? Gli analisti finanziari calcolano a conti fatti,  che nel breve termine l’addio all’ILVA di fatto elimina un grattacapo non da poco e soprattutto libera risorse economiche per ArcelorMittal. La banca d’affari anglosassone Morgan Stanley ne ha calcolato l’ammontare: il gruppo ArcelorMittal si troverà, ammesso che l’addio resterà definitivo, del “cash flow” libero, cioè flussi di cassa risparmiati dopo gli investimenti,  per 1,2 miliardi di dollari. Pari a circa 1,08 miliardi di euro.




Poste Italiane incontra 4 mila sindaci alla presenza del Governo: "Siamo la rete per collegare il territorio alle istituzioni"

ROMA – Il gruppo Poste Italiane ha riunito ieri a Roma i Sindaci dei piccoli Comuni d’Italia per annunciare l’introduzione di nuovi servizi dedicati alle realtà locali con meno di 5.000 abitanti e rinnovare, a distanza di un anno dal loro primo incontro, il dialogo diretto e permanente sulle esigenze specifiche del territorio. Dimostrazione tangibile di come l’azienda sia senza alcun dubbio la rete più capillare d’Italia per collegare il territorio alle istituzioni e ai servizi centrali del Paese.

L’ Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante

All’incontro svoltosi alla presenza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, il Ministro della Cultura Dario Franceschini, il Ministro dell’Innovazione Paola Pisano, il Ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia, il Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano e il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, e promosso in collaborazione con ANCI e UNCEM, hanno partecipato oltre 4.000 Sindaci, ai quali il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto pervenire un messaggio di saluto.

“Poste Italiane ha realizzato gli impegni assunti nel 2018 con i piccoli Comuni grazie alla dedizione delle persone che lavorano in azienda e alla proficua collaborazione instaurata con il territorio e con le istituzioni locali – ha detto l’AD Matteo Del Fante – . Siamo consapevoli dell’importanza strategica della presenza capillare di Poste e della nostra capacità di collegare i territori alle istituzioni e ai servizi erogati centralmente: la nostra azienda accorcia le distanze, agevola le relazioni, direi che è una sorta di intermediario tra le diverse aree del Paese.  E’ giunto ora il momento di compiere una nuova tappa, arricchendo le iniziative realizzate e confidando nel fatto che i progressi conseguiti costituiscono una testimonianza della comune capacità di lavorare al servizio dell’Italia, favorendone lo sviluppo, la coesione sociale e territoriale”.

Del Fante ha illustrato gli obiettivi del nuovo piano di Poste Italiane per i piccoli Comuni, che comprende tra l’altro: l’avvio di programmi di educazione finanziaria e digitale; POS gratuiti ai Comuni per i servizi di pagamento digitale; l’uso di mezzi “green” per il recapito della posta; l’installazione di locker nei Comuni privi di ufficio postale, per semplificare le operazioni di consegna dei pacchi e il pagamento dei bollettini; l’installazione di cassette postali smart a tecnologia digitale; l’attivazione di servizi di informazione per i cittadini; la realizzazione di nuovi eventi filatelici per meglio valorizzare le tradizioni e le realtà del territorio.

All’indomani del primo incontro con i “Sindaci d’Italia”, risalente al 26 novembre 2018, Poste Italiane ha realizzato tutti gli obiettivi a suo tempo presentati. Oltre a mantenere la promessa di non chiudere alcun ufficio postale, infatti, nel corso dell’ultimo anno sono stati realizzati 900 incontri con amministratori locali, coordinati dal nuovo ufficio istituito a Roma con il compito di mantenere aperto e costante il dialogo tra Poste e le comunità sul territorio; sono stati installati 614 ATM Postamat; attivati servizi a domicilio e presso esercizi convenzionati nei Comuni privi di ufficio postale; collegati 5.688 spot WI-FI negli uffici postali di 5.051 Comuni; eliminate 574 barriere architettoniche in 549 Comuni; potenziati 219 uffici postali in 211 centri turistici; installate 3.751 nuove cassette postali e 3.793 impianti di video sorveglianza; attivati 119 servizi di tesoreria; donati 13 immobili ai Comuni per attività di interesse collettivo; realizzati 15 murales per migliorare il decoro urbano degli uffici postali periferici.

L’incontro segna una nuova tappa nel dialogo e nel confronto avviati l’anno scorso e avvicina ancora di più Poste Italiane al territorio e alle sue comunità, lungo un percorso fatto di impegni reali, investimenti, nuovi servizi e opportunità concrete, al servizio della crescita economica e sociale del Paese.

In occasione dell’evento il Ministero dello Sviluppo Economico ha sottoscritto un protocollo d’intesa con Poste Italiane che permetterà di federare la rete Wi-Fi presente negli uffici postali con la rete Wi-Fi Italia, gestita da Infratel Italia S.p.A.  Tale integrazione consentirà ai cittadini di connettersi ad internet in maniera libera e gratuita grazie all’applicazione dedicata presso ciascun ufficio postale munito di rete di accesso Wi-FI.

Piazza Wi-Fi Italia è un progetto avviato dal MISE in collaborazione con Infratel Italia S.p.A.  Si tratta del più importante investimento pubblico in connettività Wi-Fi (45 milioni di euro stanziati a ottobre scorso). Ad oggi si sono registrati sulla piattaforma dedicata 2.574 Comuni di cui 1.048 con popolazione inferiore a 2.000 abitanti. Infratel ha attivato 261 Comuni e ulteriori 120 saranno attivati entro il mese di novembre.  A fine ottobre Infratel aggiudicherà inoltre i bandi aperti per l’approvvigionamento di apparati e servizi di installazione degli hotspot così da dare nel 2020 una decisa accelerazione al progetto.

Alle piazze coperte da Wi-Fi Italia si aggiungeranno quindi gli uffici postali, presenti in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, anche nei comuni più piccoli.  E si tratta solo di una prima fase di un accordo che, ponendosi in linea di continuità con quanto previsto nel contratto di servizio di Poste 2020-2024, attualmente in discussione, prevede la realizzazione di servizi in comune tra MISE e Poste Italiane attraverso l’utilizzo dell’applicazione Wi-Fi Italia.

Vogliamo un’Italia più connessa, moderna ed efficiente – ha dichiarato il Viceministro del MISE Stefano Buffagni, che ha sottoscritto il protocollo – Poste si è impegnata a investire in innovazione per anticipare il futuro, senza dimenticare le esigenze locali. Una sfida importante, ma che ci rende orgogliosi. E’ solo facendo sistema, con visioni e investimenti comuni e nel rispetto delle realtà locali, che l’Italia potrà diventare un Paese moderno ed efficiente”.

il Ministro Dario Franceschini

Il Ministro per i beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, presente alla manifestazione “Sindaci d’Italia”, durante il suo intervento ha lanciato un invito all’ Ad Matteo del Fante: “Nel 2021 si celebreranno i settecento anni della morte di Dante Alighieri, padre della lingua italiana e uno dei più importanti simboli dell’Italia nel mondo. Mi piacerebbe che Poste italiane contribuisse a restaurare le opere dedicate al poeta universale”. Del Fante, a conclusione della giornata di lavori, ha affermato che l’azienda darà il suo contributo per restaurare le opere dedicate al sommo poeta nei piccoli comuni in tutta Italia, con l’obiettivo di realizzare uno splendido 2021 di celebrazioni.

 

 

 




Eni, Enel, Leonardo, Poste, servizi segreti e altre 400 poltrone: tutti i nomi in ballo nell'abbuffata delle nomine

di Emiliano Fittipaldi*

La pazza estate della politica italiana, conclusasi con un clamoroso ribaltone e la nascita del Conte 2 a trazione giallorossa, ha mandato in ambasce mezzo Paese. Dai parlamentari di ogni partito all’opinione pubblica, dalle cancellerie internazionali ai media, i colpi di scena a catena e le capriole dei leader (ultima quella di Matteo Renzi, uscito dal Pd) hanno logorato per un mese protagonisti e osservatori più o meno interessati.

Ma tra le vittime che hanno subito più danni dallo “stress da crisi” vanno annoverati, senza dubbio, gli inquilini dei palazzi del potere. Amministratori delegati delle partecipate di Stato, dirigenti influenti delle authority, boiardi in cerca di riconferma e civil servant smaniosi di un posto al sole, tutti concentrati da mesi sulla grande stagione delle nomine 2019-2020. Un deep state che – dopo essersi dovuto riposizionare sulla Lega dopo il trionfo di Salvini alle elezioni europee di maggio – è stato costretto, all’improvviso, a fare un doppio carpiato con repentina marcia indietro.

Così da due settimane manager e funzionari che affollavano l’anticamera della sede leghista di via Bellerio hanno mollato i leghisti per precipitarsi (di nuovo) in direzione del Nazareno e della Casaleggio Associati, i quartier generali del Pd e del M5S. E chiedere udienza e raccomandazioni ai referenti dei partiti di maggioranza che si spartiranno gran parte delle 400 poltrone da assegnare nei prossimi mesi, contando multinazionali, spa controllate dai ministeri, organismi indipendenti enti economici vari.

Per vincere la partita delle nomine pubbliche i vari candidati dovranno sudare sette camicie. Perché i pretendenti e le ambizioni sono sterminati. E perché a banchetto parteciperanno, oltre ai plenipotenziari di Luigi Di Maio e di Nicola Zingaretti, altri due pezzi da Novanta della Terza Repubblica. Cioè Giuseppe Conte, che da Palazzo Chigi ha già fatto intendere di volere gestire un pacchetto considerevole da intestarsi personalmente. E il redivivo Matteo Renzi, che con il suo nuovo partito Italia Viva farà contare, anche sulla battaglia delle nomine, la golden share sul governo che lui stesso a contribuito a far nascere.

 

LE PARTITE ENI ED ENEL

Partiamo dalla polpa. Cioè dalle nomine delle grandi utilities dai fatturati miliardari e dal poderoso peso politico e strategico, come Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e Poste, tutte previste per la primavera del prossimo anno. Renzi, in un passaggio dell’intervista a Repubblica con cui annunciava l’uscita dal Pd, ha già fatto capire indirettamente che farà le barricate se qualcuno pensa di toccare l’amministratore delegato del colosso elettrico, Francesco Starace.

Il manager è stato nominato a capo dell’Enel proprio dal governo del rignanese, e riconfermato nel 2017 da quello retto da Gentiloni. Ottimi rapporti con il Giglio Magico (conosce bene Marco Carrai dai tempi in cui era ad di Enel Green Power, mentre nel cda siede l’avvocato Alberto Bianchi, amico di Matteo ed ex presidente della Fondazione Open: con Salvini era considerato sicuro uscente, con il ribaltone una sua riconferma nel board è più che probabile, al lordo degli sviluppi dell’inchiesta della procura di Firenze che l’ha indagato qualche giorno fa per traffico di influenze), Starace è tra i registi dell’operazione Open Fiber, e da anni gira allo Stato dividendi monstre.

Non solo: investendo in tempi non sospetti sulle energie rinnovabili, sembra l’uomo giusto per quel “green new deal” annunciato prima dalla neonata Commissione Europea di Ursula von der Leyden e poi dal premier Conte nel suo discorso di fiducia alle Camere. Salvo sorprese, il manager (che ha buone entrature anche con Conte, che sul dossier delle partecipate chiederà più di un consiglio al suo mentore Guido Alpa) dovrebbe rimanere inchiodato alla sua poltrona.

“Starace? Lascerà l’Enel solo in caso di una sua promozione all’Eni”, dicono i ben informati da Palazzo Chigi. I manager del colosso petrolifero, in effetti, appaiono assai più traballanti dei cugini dell’elettrico. Claudio Descalzi, pur considerato da tutti un oilman più che capace, in primavera rischia di scontare gli scandali che hanno costellato il suo regno, iniziato nel 2014 grazie all’esecutivo Renzi.

Già imputato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano per alcune presunte tangenti in Nigeria, il manager è finito nella bufera anche per i denari (oltre 310 milioni di dollari) che il gruppo Eni ha girato a una cordata di aziende africane che un’inchiesta dell’Espresso ha dimostrato essere state costituite, attraverso una società anonima di Cipro, dalla moglie (di cittadinanza congolese) di Descalzi stesso .

Non solo. I grillini imputano all’ad di essersi avvicinato troppo a Salvini, (secondo alcuni anche favorendo l’assunzione di giovani nel gruppo al fine di evidenziare la bontà del decreto Quota 100, fortemente voluto dal leghista), mentre gli uomini di Zingaretti non dimenticano le altre inchieste che hanno inguaiato alcuni fedelissimi su cui Descalzi cui aveva puntato moltissimo. Come Massimo Mantovani, coinvolto nell’indagine sui tentati depistaggi dell’indagine milanese portati avanti dal gruppo di faccendieri capitanati dall’ex legale dell’Eni Piero Amara.

Il manager e l’azienda hanno sempre respinto ogni addebito e ogni accusa, compresa qualsiasi partecipazione al Russiagate di Gianluca Savoini o alle trame di Lotti e Palamara contro il pm Paolo Ielo. Eppure – al netto dell’esito giudiziario dei procedimenti – una riconferma di Descalzi, come pure quella del presidente Emma Marcegaglia, sembra in salita.

Se la promozione di Starace appare un’ipotesi percorribile (per la poltrona di ad dell’Enel, a quel punto, potrebbe avere qualche chance il numero uno della multi utility bresciana A2A, Luca Valerio Camerano), altri decisori di peso stanno invece pensando a una soluzione “interna” all’azienda.

Esattamente come accaduto con Descalzi, che fu promosso amministratore delegato dopo essere stato capo della divisione Exploration & Production, i cacciatori di teste della maggioranza hanno cerchiato in rosso i nomi di alcuni profili che vengono dalla “scuola” dell’Eni. In particolare, quelli di Alessandro Puliti e di Luca Bertelli. Il primo, geologo con natali fiorentini, è da poco a capo della fondamentale divisione “Upstream”, ed ha ereditato deleghe importanti un tempo appannaggio dell’ex braccio destro di Descalzi Roberto Casula, anche lui imputato per l’affaire nigeriano, e di Antonio Vella, in uscita per pensionamento.

Pure Bertelli, numero uno dell’Exploration Officier, è nato in Toscana ed è laureato in geologia. E, come Puliti, ha scalato posizioni in azienda tenendosi lontano da scandali e polemiche. Ma Bertelli è anche l’uomo che è stato capace di individuare, grazie all’aiuto del suo team e di un super-software sviluppato dal colosso petrolifero, alcuni tra i più grandi giacimenti di gas del mondo scoperti degli ultimi decenni. Ultimo successo di Bertelli è arrivato nel 2015 quando nello specchio d’acqua di fronte a Zohr, in Egitto, è spuntato fuori – in un’area studiata per anni dalle multinazionali rivali – il più grosso giacimento del Mediterraneo.

“Manager come Starace o come Marco Alverà di Snam, pur bravissimi, di petrolio non sanno nulla. Meglio continuare con uno dei nostri“, sostiene chi all’Eni vuole continuità in azienda. Vedremo. Se la scelta cadesse su un interno, però, è probabile che il presidente sia un garante della nuova maggioranza politica. E tutti indicano Franco Bernabé, già all’Eni negli anni ’80 e ’90, come l’uomo che potrebbe tutelare al meglio sia la nuova cosa renziana Italia Viva (Bernabè è stato socio di Carrai), sia il Pd, sia il M5S.

Già: da sempre considerato vicino ai democratici, Bernabé è uno dei pochi finanzieri a cui Davide Casaleggio chiede consigli spesso e volentieri. I rapporti tra i due sono di antica data: “Bebè”, come lo chiamano i nemici, ha conosciuto bene il padre Gianroberto ai tempi in cui guidava Telecom, e la stima reciproca si è cementata nel tempo. Ospite di Sum, la kermesse che Davide organizza per ricordare il padre, Bernabé era addirittura dato qualche settimana fa in pole position come possibile presidente del Consiglio “terzo”, in caso non si fosse trovata la quadra su Conte.

LA GRANDE ABBUFFATA

Oltre alle utility dell’energia, la grande abbuffata interesserà altre big di peso. Fabrizio Palermo, ad della potentissima Cassa depositi e prestiti, non è in scadenza. Anche se non è amato dal Pd, difficilmente il M5S, suo grande sponsor, a partire da Stefano Buffagni, ne permetterà un defenestramento. Potrebbe però restare anche il suo competitor, il presidente Massimo Tononi, l’uomo delle fondazioni bancarie che qualcuno dava in uscita per gli scontri continui (in tema di spoil system sulle controllate) con Palermo.

Tononi spera adesso di poter fare proficuamente sponda con il nuovo inquilino del Mef, lo zingarettiano Roberto Gualtieri, che da ministro politico avrà un peso specifico assai maggiore rispetto a quello che aveva il suo predecessore Giovanni Tria. Presto – giurano dal governo e dal Pd, dove il deputato Claudio Mancini ha confessato a qualche suo amico di avere già la fila fuori di lobbisti che vogliono accreditarsi con il partito – potremmo così assistere alla fumata bianca su Sace. Una spa di Cdp attiva nell’assicurazione dell’export, i cui vertici sono scaduti da mesi, e il cui rinnovo (che era voluto da Tria senza se e senza ma) è stato bloccato per mesi da Palermo, che chiedeva invece un rinnovamento totale in salsa gialloverde.

A marzo vanno certamente rinnovati i vertici di Leonardo. L’ad Alessandro Profumo era considerato debole prima del ribaltone, ma non sembra che il cambio di maggioranza gli gioverà più di tanto. Mentre un nuovo rinnovo del presidente Gianni De Gennaro, ex poliziotto e nemico giurato dei grillini, dimostrerebbe in maniera plastica la metamorfosi del Movimento da partito di lotta a movimento pronto a collaborare con i poteri forti del Paese. A Fincantieri (che Renzi ha detto di sognare di “fondere” con Leonardo) rischia invece di continuare l’epopea di Giuseppe Bono, da ben 17 anni in sella al gigante della cantieristica che costruisce navi da crociera e militari.

Presidente dell’azienda è (e dovrebbe essere ancora) Giampiero Massolo, proveniente – come De Gennaro – dagli apparati di sicurezza dello Stato. Un altro settore che il nuovo governo potrebbe terremotare prima del previsto.

Al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, non tutti sono infatti contenti del comando del generale Gennaro Vecchione, scelto solo un anno fa da Conte in persona. Finito qualche giorno fa (per fortuna senza conseguenze gravi) con la sua auto di servizio contro i dissuasori in acciaio che proteggono l’ingresso della nuova sede dei servizi a Piazza Dante a Roma, l’operato di Vecchione ormai è messo in discussione anche dal premier, che – è cosa nota – ha mantenuto le deleghe sulle nostre barbe finte. L’ipotesi più accreditata è quella di un suo spostamento a Palazzo Chigi in veste di consigliere personale dell’ex avvocato del popolo, con la conseguente promozione di un interno (come Bruno Valensise, da poco nominato vicedirettore vicario) a nuovo numero uno.

Ma c’è un’altra opzione che non dispiacerebbe né a Conte né al Quirinale: lo spostamento del capo dell’Aise Luciano Carta (generale stimato dall’intero arco costituzionale) al Dis, e il contestuale avanzamento, come nuovo padrone della nostra sicurezza esterna, di Giovanni Caravelli. L’uomo che da anni gestisce le deleghe del complicatissimo dossier libico.

All’Aisi, il nostro servizio interno, si lavora invece da tempo al successore di Mario Parente. Qualcuno dava in vantaggio l’attuale vicedirettore (ed ex cacciatore di boss casalesi latitanti) Vittorio Pisani, ma il suicidio politico di Matteo Salvini – che lo stimava molto – potrebbe indebolire la sua candidatura.

Il ritorno di Renzi come protagonista assoluto della politica nazionale rafforza invece quella di Valerio Blengini: dato solo qualche settimana fa verso il pensionamento, lo storico dirigente del servizio potrebbe giocarsi ora più di una fiches per la poltrona che coronerebbe la sua carriera. Su ogni nomina dei servizi, come quella degli apparati di sicurezza dello Stato, Polizia in primis, i partiti e il premier dovranno sempre fare i conti con Sergio Mattarella e i suoi consiglieri, che intendono esercitare tutta la loro moral suasion in caso di candidati considerati dal Quirinale non all’altezza del compito.

Tornando alle partecipate, Invitalia potrebbe essere ancora casa del potente Domenico Arcuri, l’amministratore delegato in scadenza ma molto amato da Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha apprezzato anche il modo con cui il manager ha gestito, ad inizio anno, la partita del Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata: grazie al Cipe e all’abilità di Arcuri, per la provincia di Foggia così cara al premier sono arrivati ben 280 milioni di euro, tutti a favore di Comuni e imprese locali.

Anche Matteo Del Fante, ex renziano di ferro convertitosi al salvinismo, sta tentando di convincere il nuovo governo giallorosso a confermarlo ad di Poste spa. Un lavoro di persuasione affidato anche a Giuseppe Lasco, ex Guardia di Finanza che segue come un’ombra Del Fante dai tempi in cui i due erano insieme a Terna: già direttore delle relazioni istituzionali e del personale, Lasco è da qualche mese pure vicedirettore generale del gruppo. Per qualche osservatore malizioso, è lui il vero uomo “forte” di Poste.

Lust but not least, tra le nomine da sbrogliare con urgenza c’è quella dell’Anac (improbabile che a Raffaele Cantone succeda il numero due della procura di Roma Paolo Ielo, che non sembra disponibile) e quelle dei nuovi vertici del Garante della Privacy e dell’Agcom. Qui, all’authority per le Comunicazioni, si parla con insistenza del piddino Antonello Giacomelli, ma in lizza per la presidenza resta anche Vincenzo Zeno-Zencovich, che tanto piace al centrodestra. Il grillino Emilio Carelli – l’ex direttore di Sky che ha perso la battaglia dei sottosegretari – potrebbe invece sedersi nel board come consigliere. A quel punto, difficile ce la facciano altri due candidati forti della vecchia maggioranza gialloverde. Ossia la dirigente del Mise Laura Ria, che comunque vanta un curriculum più che adeguato, e l’avvocato Tommaso Paparo. Un outsider che ha buoni rapporti con il Movimento, qualche entrature nella Chiesa e pure nella comunità ebraica: siede infatti nel collegio sindacale della Fondazione Museo della Shoah.

La grande abbuffata è solo all’inizio. Ma i piatti in tavola sono così golosi che in tanti scommettono che il Conte bis, nato debole e già terremotato dalla mossa di Renzi, sopravviverà. Almeno finché tutti i territori del risiko delle nomine non saranno stati spartiti tra i nuovi padroni dell’esecutivo.

*articolo tratto dal settimanale L’ESPRESSO




Pd, il partito delle rinunce

di Alessandro De Angelis

Ecco, anche Andrea Orlando rinuncia a entrare nel governo, per dedicarsi al partito, perché agli Esteri, nel gioco di veti e controveti deve andare Di Maio. Questo dopo che due giorni fa, Dario Franceschini aveva rinunciato al ruolo di vicepremier per costringere Di Maio a mollare la sua poltrona di vice. E dopo un’altra rinuncia al vicepremier unico e, prima ancora, alla madre di tutte le rinunce: la discontinuità su Conte, l’avvocato del contratto gialloverde, ora benedetto dall’establishment nazionale come uno della provvidenza.

Questa storia, dove la parola chiave è “rinuncia, si conclude, alla stretta finale, col Pd fuori da Palazzo Chigi, dove si consuma una tensione tutta interna al partito che ha ritrovato una centralità politica, trascinato dal plebiscito su Rousseau, diventato da “algoritmo” opaco, che cozza con le consuetudini costituzionali, a grande levatrice del nuovo governo del cambiamento.

Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Dicevamo, la tensione. Perché, a notte fonda, il premier incaricato rivendica per sé tutta la sovranità di palazzo Chigi. Per la casella di sottosegretario alla presidenza, vero centro nevralgico dell’attività di governo (da Gianni Letta a Giorgetti) si impunta sul nome di Roberto Chieppa, il segretario generale della presidenza del Consiglio. Nome che cozza non con quello di Dario Franceschini, ma con le aspettative e le ambizioni di Vincenzo Spadafora. Detto in modo un po’ tranchant: Conte vuole un uomo suo, Di Maio vuole uno suo, nell’ambito della competition sulla leadership tutta interna al Movimento. E il premier, altra novità piuttosto inusuale, rivendica per sé anche la delega ai servizi. È la fotografia di Palazzo Chigi come di un luogo autonomo rispetto al principale alleato di governo. Quasi da governo del presidente, in cui il premier ha un potere giustificato dall’eccezionalità e non dall’ordinarietà di un accordo politico o di un “contratto”.

Diciamo le cose come stanno. Le figure chiave, che qualificano un governo, sono il premier, poi il ministro dell’Interno, l’Economia e gli Esteri. Sono queste caselle che ne danno immagine e sostanza. Ed è su queste che si gioca la partita per l’egemonia nel governo. Ecco: i Cinque stelle hanno Conte e Di Maio. Il Pd, almeno così pare fino a notte fonda, accetta lo schema di un “tecnico” all’Interno. E, sulla casella dell’Economia, per evitare un altro tecnico, spinge per Roberto Gualtieri (leggi qui Giuseppe Colombo). Sono le due caselle su cui c’è un’attenzione del Quirinale. Sarebbe sbagliato dirla così: Mattarella vuole un “tecnico” al Viminale. È più corretto dirla in questo modo: Mattarella, secondo una lunga consuetudine repubblicana, non ritiene opportuno che al Viminale ci sia un leader di partito, dopo la parentesi di Matteo Salvini.

nella foto il Viminale, sede del Ministero dell’ Interno

Perché il Viminale non è un set della propaganda, ma un luogo dove si lavora e si appare poco, e chi lo ricopre deve essere vissuto più come una figura “istituzionale” che “di parte”, di cui si fidano anche gli avversari politici. Non è un caso che, nell’infinita saggezza democristiana, mai nessun leader di quel partito ha ricoperto il ruolo di ministro degli Interni. Questa premessa spiega il no a Di Maio, che ancora ieri sognava di andare in diretta Facebook contro il suo predecessore. Il gioco dei veti – quello del Pd su Di Maio, quello dei Cinque stelle sul Pd spiega perché la scelta sia tra il capo della Polizia Franco Gabrielli e Luciana Lamorgese, il prefetto di Milano.

Ecco, passa al Nazareno l’idea di “spoliticizzare” il terreno dello scontro politico dei prossimi mesi con Salvini, defilandosi dalla questione cruciale. È la rinuncia a una linea, un messaggio, un punto di vista “democratico” sul terreno dell’immigrazione, affidato al ministro degli Esteri e al premier nel rapporto con l’Europa, e a un tecnico in Italia. Un tecnico, non un politico che governi l’annunciata offensiva politica di Salvini sull’invasione, sugli sbarchi e l’altrettanto annunciata insofferenza dei sindaci leghisti sulle politiche di accoglienza. E che interpreti il cambiamento nel governo e nel paese. C’è, in questa scelta, l’opposto: evitare cioè che il nuovo ministro diventi il bersaglio di Salvini. Un po’ come durante le Europee, quando il Pd provò (in quanto diviso tra la linea Minniti e quella delle Ong) a parlare d’altro nel tentativo di cambiare l’agenda, tranne poi constatare che la realtà non si rimuove.

il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Ricapitolando. Qualche giorno fa, in nome del sì a Conte, il Pd chiedeva Interni, Economia e Esteri. Ora il tasso di politicizzazione di un governo che assomiglia a un “governo amico” è appeso al tentativo su Roberto Gualtieri all’Economia. Il cui curriculum deve passare al vaglio del Quirinale dove, assicura chi ha i contatti col Colle, la preferenza è per una figura tecnica, che abbia una consolidata esperienza in materia di conti pubblici. Altro terreno ad alta intensità politica. Perché è vero quel che tutti si attendono che l’Europa avrà una maggiore benevolenza col nuovo governo in materia di flessibilità. Ma è anche vero che la prossima finanziaria non sarà propriamente il paese di Bengodi. E un ministro che comunque deve mostrare prudenza e realismo in materia di conti è un altro capitolo di quella benedetta “responsabilità” nazionale che, più volte, a sinistra si è trasformata in una donazione di sangue.