Ilva. ecco perchè il contratto dà ragione ad ArcelorMittal e smentisce Di Maio

Ilva. ecco perchè il contratto dà ragione ad ArcelorMittal e smentisce Di Maio

E’ bene ricordare che il contratto iniziale del 28 giugno 2017 è stato firmato quando a Palazzo Chigi il Presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni ,  e Ministro dello Sviluppo economico era Carlo Calenda. Il successivo accordo di modifica è del 14 settembre 2018, è stato firmato mentre a Palazzo Chigi era arrivato come premier Giuseppe Conte e alla guida del Ministero dello Sviluppo economico c’era Luigi Di Maio, entrambi ancora in carica. Quello che colpisce è che è proprio l’accordo di metà settembre 2018 a specificare in maniera analitica punto per punto . Ed è proprio grazie a quest’ultimo documento che Arcelor Mittal Italia ha letteralmente “blindato” la sua posizione.

ROMA – E’ bene partire da un chiarimento necessario al lettore. Volendo, e nell’ambito di tutta una serie di ipotesi Arcelor Mittal Italia, ha la possibilità recedere dal contratto di affitto – preliminare alla vendita con ILVA in Amministrazione Straordinaria. Il contratto d’affitto con obbligo di acquisto di rami d’azienda firmato il 28 giugno 2017, e pubblicato integralmente in esclusiva soltanto dal CORRIERE DEL GIORNO è molto chiaro (sopratutto per chi sa leggere i contratti n.d.r.)  ed è ancora più chiaro l’accordo di modifica del contratto, che risale allo scorso 14 settembre 2018 .

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E’ bene ricordare che il contratto iniziale del 28 giugno 2017 è stato firmato quando a Palazzo Chigi il Presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni ,  e Ministro dello Sviluppo economico era Carlo Calenda. Il successivo accordo di modifica è del 14 settembre 2018, è stato firmato mentre a Palazzo Chigi era arrivato come premier Giuseppe Conte e alla guida del Ministero dello Sviluppo economico c’era Luigi Di Maio, entrambi ancora in carica. Quello che colpisce è che è proprio l’accordo di metà settembre 2018 a specificare in maniera analitica punto per punto . Ed è proprio grazie a quest’ultimo documento che Arcelor Mittal Italia ha letteralmente “blindato” la sua posizione.

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Il CORRIERE DEL GIORNO ha avuto la possibilità di leggere anche l’accordo di modifica del contratto  dello scorso settembre 2018 (ma non possiamo pubblicarlo perchè violeremmo dei segreti aziendali n.d.r.) ,  e se non vi sono state delle successive modifiche al documento consultato, dalla sua attenta consultazione svanisce ogni minimo dubbio. Infatti l’ accordo che modifica il contratto è contenuto nell’articolo 27 composto da quattro pagine e  sei paragrafi che chiariscono contrattuale ogni ipotesi. Il titolo è molto chiaro: “Retrocessione dei rami d’azienda”.

Nel documento si legge testualmente : «Nel caso in cui con sentenza definitiva o con sentenza esecutiva (sebbene non definitiva) non sospesa negli effetti ovvero con decreto del Presidente della Repubblica anch’esso non sospeso negli effetti ovvero con o per effetto di un provvedimento legislativo o amministrativo non derivante da obblighi comunitari, sia disposto l’annullamento integrale del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 adottato ai sensi dell’art. 1, comma 8.1, del D.L. 191/2015, ovvero nel caso in cui ne sia disposto l’annullamento in parte qua tale da rendere impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto (anche in conseguenza dell’impossibilità, a quel momento di adempiere ad una o più prescrizioni da attuare, ovvero della impossibilità di adempiervi nei nuovi termini come risultanti dall’annullamento in parte qua), l’Affittuario ha diritto di recedere dal contratto“.

Le parole contenute nel contrattuale conferiscono ulteriore forma giuridica ai reali quesiti del problema: cosa accadrebbe qualora cambi  il quadro giuridico generale, che rappresenta la base regolamentare su cui si è svolta l’asta internazionale che ha visto ArcelorMittal prevalere sulla cordata guidata dagli indiani di Jindal a cui partecipavano il Gruppo Arvedi, la holding finanziaria di Leonardo Del Vecchio e la Cassa Depositi e Prestiti ? Cosa accadrebbe qualora venga cancellata la non punibilità per reati compiuti da altri, prima dell’arrivo del nuovo proprietario a Taranto? La risposta è molto chiara ed identica: in tal caso Arcelor Mittal Italia ha il diritto di restituire le chiavi dello stabilimento a fronte di qualunque tipo di misura e di qualunque fonte normativa.

Nell’addendum al contratto siglato il 14 settembre 2018 infatti si legge anche qualcos’altro: “L’affittuario potrà altresì recedere dal contratto qualora un provvedimento legislativo o amministrativo, non derivante da obblighi comunitari, comporti modifiche al Piano Ambientale come approvato con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 che rendano non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il Piano Industriale.

Tutto ciò smentisce le solite teorie ed interpretazioni dei burocrati “grillini” del MISE, fugando ogni equivoco: ArcelorMittal può restituire le chiavi dello stabilimento siderurgico di Taranto qualora dovesse mutare il piano ambientale, con la conseguente ricalibratura dell’attività economica e quindi con la revisione del punto di pareggio operativo nell’acciaieria.

Il vero problema è quello che è successo successivamente al settembre del 2018, quando il Governo in carica, ha cancellato la non punibilità, in pieno palese conflitto fra il Movimento Cinque Stelle, da sempre favorevoli alla chiusura dell’impianto di Taranto, e la Lega, contraria alla chiusura. Ora in maniera a dir poco ridicola, dopo aver cancellato la clausola di non punibilità, il Governo sta ridiscutendo con ArcelorMittal su come poter rendere comunque praticabili i lavori ambientali, senza che la loro realizzazione provochi l’imputazione all’impresa e al suo management di problemi causati da altri, in passato.

Il Governo a guida “grillina”, prima di cancellare lo scudo giuridico, ha più volte sostenuto che la non punibilità non c’è. In realtà a condizione che, non vi siano stati ulteriori aggiornamenti rispetto ai documenti siglati  il 14 settembre 2018,  consultati dal CORRIERE DEL GIORNO , l’accordo di modifica del contratto dice ben altro di quanto sostenuto dal ministro Luigi Di Maio.

Mentre su tutta la vicenda pende un giudizio della Consulta di costituzionalità o meno , che dovrebbe arrivare ad ottobre e  mentre il ministro dell’Ambiente Sergio Costa sta lavorando alla restrizione dell’Aia, dimenticando però che più prescrizioni significano più investimenti ed inoltre è da tenere presente che più prescrizioni potrebbero comportare un livello produttivo ben più basso rispetto a quello preventivato da Arcelor Mittal in sede di gara, che rischio di non trovare mai la sostenibilità economica dell’acciaieria allungando di molto il break-even (cioè il punto di pareggio) dell’investimento miliardario dalla multinazionale franco-indiana

Se la modifica del contratto da noi visionato fosse quella definitiva, sarebbe più facile e comprensibile capire la  freddezza mostrata negli  ultimi giorni da parte del gruppo siderurgico: infatti se le cose dovessero andare così,  il prossimo 6 settembre,  giorno in cui decade lo “scudo giuridico” , o anche il giorno in cui dovesse passare una versione più “dura” del piano ambientale iniziale, in tal caso ArcelorMittal potrebbe lasciare Taranto al suo destino spettrale di una “Bagnoli Bis” ed avrebbe probabilmente le carte in mano per una causa miliardaria allo Stato italiano.

 

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