Quotidiani: l'edicola piange sempre di più....

ROMA – Il mercato totale in edicola nel mese di dicembre 2019 è stato di 1.861.546 vendite quotidiane. Il numero si confronta con le 1.859.910 vendute in novembre e con 2.025.204 di dicembre 2018. Il calo è stato dell’8%. Nel novembre del 2019 il calo rispetto al novembre 2018 fu del 7,5%.

Pubblichiamo le tabelle con le vendite quotidiane dei singoli giornali nel mese di dicembre, comparate con il dicembre dell’anno precedente. Interessante il confronto con novembre. Se il declino del mercato sembra costante, le singole testate si sono comportate in modi assai diversi.

Anche in dicembre, il trend non sembra omogeneo. Ci sono giornali che perdono un quinto delle copie, anno su anno (e così fu a novembre); altri che crescono. Il quadro è comunque sconfortante.

E’ importante informare sulle vendite in edicola, per una serie di ragioni che è opportuno riassumere.

1. I dati di diffusione come quelli di lettura hanno uno scopo ben preciso, quello di informare gli inserzionisti pubblicitari di quanta gente vede la loro pubblicità.

2. Le vendite di copie digitali possono valere o no in termini di conto economico, secondo quanto sono fatte pagare. Alcuni dicono che le fanno pagare come quelle in edicola ma se lo fanno è una cosa ingiusta, perché almeno i costi di carta, stampa e distribuzione, che fanno almeno metà del costo di una copia, li dovreste togliere. Infatti il Corriere della Sera fa pagare, per un anno, un pelo meno di 200 euro, rispetto ai 450 euro della copia in edicola; lo stesso fa Repubblica. Ma se si va ad indagare meglio si trovano offerte per questi stessi giornali anche  per meno di 100 euro/anno.

Il confronto che è stato fatto fra Ads e Audipress da una parte e Auditel dall’altra non sta in piedi. L’ Auditel si riferisce a un prodotto omogeneo: lo spot, il programma. Le copie digitali offrono un prodotto radicalmente diverso ai fini della pubblicità. Fonte Ads

E pensare che ci sono ancora giornalisti di provincia che si sentono più autorevoli, dei giornalisti che lavorano per testate online. Poverini non si accorgono invece che giorno dopo giorno stanno perdendo il posto di lavoro.




Editoria sempre in difficoltà, cresce solo il digitale. Avevamo visto giusto 5 anni fa...

di Valentina Rito

L’industria dell’informazione continua a non godere di buona salute. Anche nel 2018 il giro d’affari mondiale è risultato in diminuzione, attestandosi a 111 miliardi di euro complessivi,-3,4% rispetto al 2017 e -13,2% sul 2014. La raccolta di pubblicità cartacea, con -28,9% sul 2014, registra la peggior performance, in negativo anche i ricavi da diffusione cartacea (-7,4% sul 2014). Aumentano, invece, i ricavi da pubblicità digitale (+24,8%) e soprattutto quelli da diffusione digitale (+104,5%).

A livello mondiale nel 2018 i ricavi sono diminuiti del 3,4% a 111 miliardi (-13,2%) e l’unica voce in controtendenza è rappresentata dal digitale. Per quanto rappresentino ancora una parte minima (il 3,7%) del giro d’affari dell’editoria, i ricavi da diffusione digitale hanno segnato i maggiori incrementi (+14,2% nel 2018 e +104,5% nel quinquennio) così come quelli da pubblicità digitale (+5,3% e +24,8%) contro i dati per la stampa cartacea: ricavi da diffusione (-2,5% e -7,4%) e da pubblicità (-8% e -28,9%).

A fotografare il settore editoriale è l’annuale report dell’ Area Studi R&S Mediobanca che non manca di focalizzarsi sull’andamento dell’Italia. Nel nostro Paese prosegue il trend decrescente della diffusione cartacea in Italia nel 2018  che , con una diminuzione nell’ultimo anno di circa 240 mila copie al giorno, si è attestata a 2,5 milioni di copie (-8,6% sul 2017 e -32,3% sul 2014). Nel 2018 sono state diffuse giornalmente circa 380 mila copie digitali (13% del totale), in aumento del 13% rispetto al 2017. Oggi la diffusione dei quotidiani italiani rappresenta lo 0,4% di quella mondiale, poco meno di quella dei primi due quotidiani britannici insieme (The Sun e Daily Mail).

La “top10” dei quotidiani d’informazione italiani vede in testa il Corriere della Sera, con 216mila copie giornaliere nel 2018. Sul podio troviamo, inoltre, La Repubblica (166mila copie), seguita da La Stampa (131mila) altro quotidiano del Gruppo GEDI, . Seguono Avvenire (101mila), QN-Il Resto del Carlino (92mila), Il Messaggero (88mila), il Sole24Ore (80mila), QN-La Nazione (67mila), Il Giornale (54mila) e Il Gazzettino (47mila). Quanto ai prezzi, i quotidiani italiani sono mediamente meno cari rispetto a quelli europei e registrano l’incremento di prezzo più contenuto nel 2018-2014. Il tedesco Bild, e gli inglesi The Sun e Daily Mail costano meno della metà e hanno una diffusione di quasi cinque volte superiore a quella degli altri quotidiani d’informazione.

Il trend negativo dei ricavi aggregati dei sette principali gruppi editoriali italiani, che rappresentano il 67% del settore editoriale nazionale, prosegue nel 2018; in controtendenza solo Cairo Communication (+0,5% sul 2017). Nel 2018 i principali sette editori hanno registrato ricavi complessivi per €3,4mld, -4% sul 2017. I primi tre gruppi, Cairo Communication (fatturato di €1.224 mln), Mondadori (€891mln) e GEDI (€649mln), rappresentano da soli l’82,3% del giro d’affari dei maggiori sette operatori editoriali nazionali.

L’ingente calo delle vendite si riflette sull’occupazione. Tra il 2014 e il 2018 la forza lavoro è diminuita di 2.540 unità, di cui 786 a seguito della cessione dell’attività Periodici Francia del Gruppo Mondadori. Nel 2018 l’occupazione si attesta a 11.053 dipendenti (-14,1% sul 2014 e -3,9% sul 2017) e i giornalisti rappresentano il 35,4% del totale (erano il 37,2% nel 2014).I maggiori gruppi editoriali italiani hanno cumulato nel periodo 2014-2018 perdite nette per € 678mln e solo Cairo Editore, consolidata in Cairo Communication, ha sempre chiuso in utile nel quinquennio.

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Buone notizie arrivano invece sul versante redditività industriale che segna mediamente un netto miglioramento: ebit margin 5,7% nel 2018 rispetto allo 0,3% del 2014. Nel 2018 positive le performance di Cairo Communication (10%), Mondadori (6,4%), Monrif (2%) e GEDI (1,7%). In coda Class Editori (-12,5%). La struttura finanziaria è eterogenea: nel 2018 la società più solida è Caltagirone Editore (debiti finanziari pari al 2,5% del capitale netto), seguita da Cairo Communication (34%) e GEDI (34,6%).

Le difficoltà economiche dell’editoria sono evidenti anche nel drastico calo degli investimenti materiali, pari nel 2018 a €16mln, più che dimezzati in cinque anni (-56,7% sul 2014). In Borsa, tra il 2014 e il 2018, i maggiori ribassi sono quelli registrati da Il Sole 24 ORE (-84,5%), Class Editori (-81,2%) e GEDI (-63,9%); positivo, invece, l’andamento del titolo Mondadori (+92,5%). A fine novembre 2019, in rialzo ancora Mondadori (+29,2% rispetto a fine 2018) e in ripresa il Sole 24 ORE (+41,5%).




Si è dimesso il direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno. Cosa aspettava ?

ROMA – E’ trascorso quasi un anno da quando quello che era il principale quotidiano di Puglia e Basilicata, è stato sottoposto il 24 settembre del 2018,  alla gestione giudiziaria per la sentenza di sequestro e confisca del 70% delle quote azionarie della Edisud spa, che fanno capo all’editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.“Ci sembra giusto informarVi che il Vostro giornale ha avviato una procedura societaria, che prende il nome di ‘concordato preventivo’, che è stata chiesta al Tribunale di Bari, che ha a sua volta ha nominato due Commissari, che ne seguiranno gli sviluppi”. Con una lettera aperta l’ex-editore ha annunciato ai lettori de ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’ la scelta pressoché obbligata che permetterebbe “di riportare in equilibrio i conti del giornale, che negli ultimi anni ha sofferto pesantemente della crisi, che ha colpito l’editoria giornalistica”.

La situazione dei conti fortemente deficitaria maturata ancor prima dell’atto del sequestro, ha portato a chiudere il bilancio del 2018 con una perdita operativa di oltre 7 milioni (che contribuiscono agli oltre 30 milioni di euro complessivi di debiti maturati).  Una situazione che ha reso inevitabile, ai fini della continuità aziendale imposta dalle norme di legge , da parte del Tribunale di Catania – Sezione misure di prevenzione attraverso i Custodi-Amministratori Giudiziari nominati,  di trovare un acquirente.

L’unico a rendersi interessato e disponibile è stato Valter Mainetti amministratore delegato del fondo Sorgente Group Italia proprietario della testata del quotidiano ‘Il Foglio’ e del mensile ‘Tempi’, che era già socio di minoranza di Edisud spa. La proposta, con il supporto della Banca Popolare di Bari, (fortemente esposta con la precedente gestione) , prevede all’omologa del concordato, prevista fra aprile e settembre del 2020, una importante ricapitalizzazione finanziaria con capitali propri e l’ingresso nel capitale di un partner industriale. Nel frattempo l’avvio del concordato facilita una preliminare contrazione dei costi e accelera la dismissione di alcuni cespiti.

Infatti con il parere favorevole del Tribunale di Catania, al quale risponde la gestione commissariale, il cda di Edisud spa  ha chiesto nella seconda metà di luglio al Tribunale di Bari l’ammissione alla procedura di concordato preventivo in continuità , che ha comportato la nomina immediata di due commissari.

In particolare la ristrutturazione, che verrà presentata in un piano che Edisud si è impegnata a presentare entro il prossimo ottobre, prevede, oltre allo sviluppo del digitale e la concentrazione delle risorse nell’informazione locale e regionale, di incorporare le sette edizioni attuali in non più di tre, per offrire ai lettori un giornale più completo, rispetto al territorio d’influenza. Importanti sinergie editoriali interesseranno poi le news nazionali e internazionali, unitamente alla pubblicità e al marketing per promuovere intorno al brand giornalistico, forte e unico per la Puglia e Basilicata, come la Gazzetta del Mezzogiorno, eventi e iniziative speciali per coinvolgere, con rinnovata energia e idee, i giovani e il ricco mondo dell’economia e della cultura delle due regioni.

“Il giornale che da tanti anni e per tante generazioni è stato vicino al territorio – scrive Edisud nella sua lettera pubblica – è un patrimonio nazionale che oggi non solo va conservato, ma deve essere con urgenza rilanciato tenendo conto delle innovazioni che hanno interessato fortemente anche il settore editoriale. E ciò vuol anche dire una struttura produttiva più snella, unita alla ricerca di economie di scala e sinergie con gruppi editoriali, che permettano di concentrare le risorse giornalistiche alla copertura dell’informazione locale, sul piano di servizio e di cultura”.

La procedura avviata chiede il concorso e il sacrificio di tutti, dai creditori alle maestranze, per preludere ad un solido assetto proprietario – conclude la lettera dell’editore – . Durante questo percorso Vi chiediamo di continuare a starci vicino, anzi ancora di più. Il giornale sarà gradualmente innovato nel contenuto, nella grafica e nella tecnologia. E punterà sempre più ad accompagnare lo sviluppo e a difendere l’orgoglio di una Puglia e Basilicata, le loro città ed aree interne, strategiche per l’economia e la cultura del Paese”.

Giuseppe De Tomaso

La Gazzetta del Mezzogiorno ha 130 di storia che hanno visto passare sulle sue pagine grandi firme come Oronzo Valentini, Giuseppe Giacovazzo, dovrà affrontare una sfida difficile. Secondo quanto  prevede il concordato si dovrà infatti riuscire, a riportare rapidamente i suoi conti in equilibrio , peggiorati progressivamente negli ultimi sei anni con la direzione giornalistica di Giuseppe De Tomaso ha visto i propri ricavi da copie vendute scendere del 40%, arrivando a vendere in un bacino di oltre 5 milioni di persone, soltanto 17mila copie. Numeri che hanno conseguentemente comportato il crollo della pubblicità calata del 60%.

Ed oggi finalmente Giuseppe De Tomaso si è “arreso” ed ha capito che il suo ciclo era finito, rassegnando le proprie dimissioni. Una decisione che avrebbe dovuto prendere da molto tempo, ma che ha deciso soltanto ora in vista di un suo pressochè certo previsto licenziamento. Lasciando nello sconforto i suoi devoti “orfanelli ed orfanelle”…

 




Il collega Paolo Tripaldi eletto nel direttivo del Sindacato Cronisti Romani

ROMA – Il nostro collega Paolo Tripaldi, figlio d’arte del nostro amico Peppino Tripaldi, giornalista dello “storico” quotidiano  CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947 (cioè quello vero) da Franco de Gennaro, Egidio Stagno, Giovanni Acquaviva e Franco Ferraiolo.

Paolo Tripaldi dopo essere stato un’ottimo cronista di giudiziaria per 16 anni all’agenzia Agi-Agenzia Giornalistica Italia,  successivamente ha lavorato come addetto stampa al Consiglio Superiore della Magistratura, ed adesso presta servizio alla Camera dei Deputati, è stato recentemente eletto segretario del direttivo nazionale del Sindacato Cronisti Romani, con un ottimo risultato personale.

L’Associazione fondata nel 1909, venne sciolta nel periodo fascista come tutte le organizzazioni dei giornalisti, é stata ricostituita nel 1945. Da questa seconda fondazione ha operato ininterrottamente per rafforzare e sviluppare il rapporto tra Amministrazione pubblica, giornalisti e cittadini: con attività di carattere sociale, culturale e promozionale che hanno anche lo scopo di valorizzare l’immagine della Capitale in Italia e all’estero, poiché nelle iniziative sono sempre coinvolti anche i corrispondenti delle testate nazionali e l’Associazione della Stampa estera in Italia.

Al Sindacato Cronisti Romani sono iscritti oltre 150 giornalisti professionisti che lavorano in tutte le aziende di informazione cittadina (carta stampata, emittenti radiotelevisive nazionali e locali). Il Sindacato Cronisti Romani costituisce un’articolazione ufficiale dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani, cui aderiscono più di 1000 giornalisti.

Questi i nomi degli eletti. Consiglieri del Direttivo ;Romano Bartoloni, Franco Bucarelli, Giacomo Carioti, Cristiana Cimmino, Carlo Felice Corsetti, Marco De Risi, Daniele Flavi, Fabio Morabito, Roberto Mostarda Fabrizio Peronaci, Paolo Tripaldi, Fabrizio Venturini. Revisori dei Conti: 
Roberto Ambrogi, Giosetta Ciuffa, Vittoriano Vancini.

A Paolo Tripaldi vanno i più sinceri complimenti della nostra Fondazione, direzione e redazione che ha sempre trovato in lui un interlocutore serio, puntuale e corretto.

 




Mario Sechi nuovo Direttore Responsabile di Agi-Agenzia Giornalistica Italia

ROMAMario Sechi sarà dal 1° luglio il nuovo Direttore Responsabile di Agi Agenzia Giornalistica Italia, aggiungendo il nuovo incarico alle direzioni delle riviste di Eni “WE-World Energy” e “Orizzonti”. Sechi prenderà il testimone da Riccardo Luna, che ha guidato Agi dal 2016 in tandem con il Condirettore Marco Pratellesi. Luna e Pratellesi assumeranno in Eni nuovi incarichi in ambito di innovazione digitale e formazione.

Agi accelera così la propria trasformazione e passa allo step successivo del cammino cominciato tre anni fa per consolidare la posizione ai vertici del mercato delle agenzie giornalistiche del nostro Paese. Sotto la guida di Luna, Agi ha imboccato con decisione la strada dell’innovazione digitale sposata al giornalismo di qualità. Un approccio basato sul rigore dell’informazione e sintetizzato dal claim “La verità conta”. Ma anche una scelta di campo in tema di prodotto giornalistico, puntando su sperimentazioni da tech company e nuove offerte editoriali digitali, che sono cresciute di pari passo con lo sviluppo di Agi Factory, il primo brand journalism lab italiano dedicato alle aziende. L’ingresso in Agi lo scorso maggio del team e delle competenze di D-Share, un’operazione condotta di concerto tra la Direzione giornalistica e l’AD Salvatore Ippolito, ha segnato un primo importante traguardo in questo senso.

Nel triennio della direzione Luna, Agi ha consolidato il ruolo di primo piano nel panorama dell’informazione italiana, testimoniato tra l’altro dagli oltre 29.000 articoli con citazione Agi apparsi sui media nel corso del solo 2018 (2.200 articoli sulla carta stampata, circa 26.500 sul web e oltre 500 su radio/Tv). Significativa anche la crescita del sito agi.it, che nel 2018 ha quasi triplicato i visitatori rispetto all’anno precedente.

Nel mese di maggio 2019, gli utenti unici sono stati oltre 5 milioni (il doppio rispetto allo stesso mese del 2018), con l’80% del traffico in arrivo da dispositivi mobili. Agi è cresciuta più di tutti i diretti concorrenti anche sulle piattaforme social. In questi grafici, un colpo d’occhio complessivo sull’incremento della visibilità e del peso di Agi in questi anni (*i dati 2019 sono stime a dicembre sulla base dell’attuale andamento.

L’impronta da tech company si è concretizzata tra l’altro nel lancio e nella commercializzazione di Agi Mobile, la nuova app per consultare, editare e pubblicare news direttamente da smartphone. Google ha sancito la validità del modello Agi riconoscendo all’agenzia nel 2018 un finanziamento nell’ambito del programma di innovazione giornalistica Digital News Initiative.

Tra le partnership strategiche avviate da Agi in questi anni, di particolare valore quelle con D-Share (sfociata nell’acquisto del pacchetto azionario di controllo), You Trend e Pagella Politica. Le elezioni politiche del 2018 hanno visto queste partnership all’opera nel lancio del progetto “Trova Collegio”, mentre nel corso delle ultime tornate elettorali ha debuttato la piattaforma “Electio”, già scelta e implementata da alcune delle maggiori testate giornalistiche e network Tv italiani.

Riccardo Luna andrà ad assumere la guida di un innovativo progetto di Eni dedicato alle start-up e si occuperà anche di formazione digitale all’interno del gruppo. Marco Pratellesi guiderà un progetto di sviluppo degli strumenti giornalistici applicati alla comunicazione corporate, in un’ottica di evoluzione del modello media company della comunicazione Eni.

Il percorso avviato in questi anni da Agi di innovazione radicata nella qualità del giornalismo, proseguirà ora affidato alla guida esperta di Mario Sechi. Classe 1968, Sechi ha lavorato tra gli altri a “Il Giornale”, “L’Unione Sarda”, “Panorama”, “Libero” e il “Tempo” e ha collaborato con “Rai2”, “Il Foglio”, “Radio 24” e “Prima Comunicazione”, oltre ad essere commentatore televisivo sui network nazionali e internazionali.

Sechi è stato direttore dell’“Unione Sarda” e de “Il Tempo”. Ha fondato “List”, sito multimediale di new journalism, analisi e approfondimento, è direttore di “WE-World Energy” e “Orizzonti”, i due periodici cartacei del gruppo Eni.

“Ringraziamo Riccardo Luna e Marco Pratellesi – ha commentato Massimo Mondazzi, presidente di Agi, a nome dei consiglieri e sindaci di Agi S.p.A. – per aver guidato con passione e competenza in questi anni la complessa trasformazione di Agi, in un contesto di mercato difficile per tutti i protagonisti del settore. La Direzione giornalistica ha rafforzato il posizionamento, la reputazione e il brand dell’Agenzia, con un accurato lavoro sulla qualità dei contenuti e con molteplici iniziative editoriali all’insegna dell’innovazione. Benvenuto e buon lavoro a Mario Sechi, che proseguirà ora il cammino della trasformazione di Agi”.




Si è spento Federico Pirro giornalista galantuomo

di Antonello de Gennaro

Il collega ed amico Antonello Valentini che nel ricordarlo  ha scritto che  Federico Pirroha dedicato ai diritti, ma anche ai doveri dei giornalisti un generoso impegno sindacale, strettamente vincolato all’etica della professione. E con uno sguardo sempre disponibile rivolto ai più giovani, alle loro difficoltà di accedere a un mestiere affascinante ma spesso corporativo, dove il merito rischia ancora oggi di essere un optional. Federico Pirro è rimasto sempre dalla stessa parte e sapevi di trovarlo lì.Un uomo coerente, leale,”compatto”, fedele a certi valori : dritto alla staffa, ragione e sentimenti.” 

Federico me lo ha dimostrato personalmente. Cinque anni quando partì online la rinascita di questo giornale fondato da mio padre e da altri tre colleghi, mi scrisse un messaggio bellissimo via Facebook, che custodisco con orgoglio : “Ciao Antonello, non hai bisogno di ricordare alla gente chi sei e chi era tuo padre. Fai parte a buon diritto della nostra storia, fossi pure figlio di chi avesse svolto altra attività. Vai avanti per la tua strada e sii fiero di quello che stai facendo. Tuo padre ne sarebbe fiero ed orgoglioso. Di qualunque cosa dovessi aver bisogno chiamami, questo è il mio cellulare….!“. Custodisco invece per me gelosamente i suoi consigli e le sue considerazioni sulle vicende che mi hanno convolto per colpa di qualche pennivendolo …

Ha ragione  Antonello Valentini, nello scrivere che ci mancheranno la sua intelligenza, la sua ironia, la sua arguzia, la sua onestà, la sua lezione morale, quella capacità di difendere le proprie idee con tenacia ma senza spocchia e senza puzza al naso, disposto a discuterne e a confrontarsi.

Perdere un collega, un amico, un esempio di buon giornalismo, è una sofferenza, sopratutto pensando che molti altri che faccio fatica a definire “colleghi” non sono stati capaci di imparare da Federico,  come si fa giornalismo seriamente e con la spina dorsale diritta, come si fa attività sindacale per tutelare una categoria come la nostra, che ormai ha perso dignità e non ha più dei rappresentanti sindacali nell’ Assostampa di Puglia come Federico Pirro, o istituzionali come cioè Oronzo Valentini (per me “zio Nino” ) , il papà di Antonello, mitico direttore della “vera” Gazzetta del Mezzogiorno ed a lungo presidente dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia.

Federico Pirro, era da tempo malato, ed  è morto a 76 anni, dopo essere stato a lungo scrittore e  caporedattore della sede regionale pugliese della Rai di cui era stato responsabile fino all’ottobre del 2002, prima di essere rimosso dal suo incarico e dover intraprendere una battaglia sindacale e davanti al giudice del lavoro per il suo reintegro. Una rimozione che imputava al cambio di direzione delle testate regionali dell’epoca dovute al nuovo scenario politico con il governo di centrodestra guidato da Silvo Berlusconi . 

Pirro è stato corrispondente dalla Puglia per quindici anni del quotidiano La Repubblica. Tra i suoi libri si ricordano: Vilipendio di cadavere – Bari negli anni del dopo MoroInformare o dire la verità? Bari 900Bari bruciaLa fame violenta – Il linciaggio delle sorelle PorroIl generale Bellomo – Liberò Bari dai tedeschi, fu fucilato dagli inglesi1861 Uniti per forza (sull’Unità d’Italia); Fra le Ombre di AuschwitzI Monumenti della Grande Guerra; Acciacchi.

Otto mesi fa, Federico sulla sua pagina Facebook, scriveva:

Italia, non sei il mio Paese dove nacqui quando la Resistenza dei miei Padri versava il proprio sangue perchè ne sgorgassero Libertà e Democrazia che cancellassero la tirannide.
Italia, non sei il mio Paese se si assassina Stefano Cucchi e sono necessari 9 anni perchè emerga la verità, quella che la buona opinione pubblica già sentiva nelle proprie sensibilità anche se le istituzioni tutrici di cattivi carabinieri ne tappavano bocca e anima.
Italia, non sei il mio Paese, antica terra di Diritto, ora addormentata dai poteri, e risvegliata da una sorella sola e fragile, ma ostinata e gonfia di coraggio.
Italia, non sei il mio Paese, se trae forza dalla presa di coscienza di un carabiniere che ha vissuto quell’ignominia subendo anni e anni, frazionati in mesi, settimane, giorni, ore minuti, secondi, schiacciato da minacce di colleghi e superiori per trarre da ogni sua cellula la forza perchè riuscisse a far sgorgare la voglia di verità.
Italia, non sei il mio Paese se da una qualunque parte dell’Universo Martin Luther King piange il nero gambiano, schiavizzato nel foggiano, ammanettato ad una ruota d’auto dei militi.
Anch’io ho pianto.
Italia, non sei il mio Paese!

Ovunque tu sia caro Federico, ti ho voluto bene come ti hanno voluto benne tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerti, di frequentarti e di poter godere della tua sincera e disinteressata amicizia. Un giorno ci incontreremo e potrò rivedere quel sorriso sornione, ma sempre gentile ed educato che ti contraddistingueva. E che non dimenticherò mai. Ciao Federico, mi mancherai.




Chiude la redazione romana del quotidiano Il Giornale

ROMA – “Da oggi il Giornale è l’unico grande quotidiano nazionale senza una redazione romana. Da oggi giornalisti che seguono la politica, la politica economica e la cronaca della Capitale lo faranno da Milano, con difficoltà facilmente immaginabili e a scapito della qualità delle informazioni che costituiscono il cuore del notiziario di un quotidiano che da sempre segue la politica con grande attenzione”. Così una nota del Cdr del Giornale .

“È opportuno che i lettori sappiano – prosegue la nota – che il Cdr (la rappresentanza sindacale dei giornalisti) si è opposto con forza a questa decisione, che i giornalisti hanno dato disponibilità a trovare forme di risparmio più efficaci e meno traumatiche per la vita dei colleghi di Roma e delle loro famiglie. L’azienda non ha concesso nulla ed è rimasta ferma su una decisione che farà perdere autorevolezza e valore al quotidiano fondato da Indro Montanelli”.

 

Il Cdr “ringrazia i lettori, il mondo della politica, dell’economia e gli esponenti della cultura che hanno espresso solidarietà alla redazione romana. Ringrazia il sindacato dei giornalisti che si è reso disponibile da subito e ha proposto all’azienda un percorso di riduzione dei costi responsabile ed economicamente sostenibile. Appelli tutti caduti nel vuoto. Ancora una volta quindi si è reso inutile ed improduttivo l’intervento del sindacato dei giornalisti.

Il Cdr invita infine “il management e la direzione a gestire in condizioni di parità di trattamento la fase di trasferimento a Milano dei giornalisti fino a ieri basati a Roma, chiede di riaprire quanto prima una redazione nella Capitale e, in subordine, di predisporre al più presto un “presidio giornalistico” in grado di fornire informazioni di prima mano e di qualità. Esigenza tanto più forte per i lettori e l’opinione pubblica in questo momento di grande instabilità politica. Il Cdr invita il management e la direzione a conciliare per quanto possibile, una volta chiusa la fase del trasferimento, le necessità organizzative con le esigenze dei colleghi che finora hanno pagato più duramente le scelte aziendali”.




Il problema dei social network : i "deep fake" ed il video falso postato da Donald Trump

ROMA – Uno spettro ha inseguito Hillary Clinton per tutta la campagna elettorale del 2016: quello di Bengasi. La città libica che agli occhi dei suoi detrattori  è diventata il simbolo di tutto il marcio rappresentato dalla candidata, diffondendosi sotto forma di teoria cospiratoria in grado di farsi meme. In realtà a distanza di anni Bengasi è diventato un esempio di offuscamento politico perfetto: il riferimento era agli attacchi contro soldati americani avvenuti tra l’11 e il 12 settembre 2012, che costarono la vita a quattro statunitensi, e per i quali vennero accusati  Barack Obama all’epoca Presidente degli Stati Uniti d’ America ed Hillary Clinton, suo Segretario di Stato .

Infatti nessuna indagine trovò e portò alla luce qualsiasi tracce di negligenza sul loro operato, ma la storia continuò a diffondersi, sospesa tra il vero ed il falso.

Lo stesso genere di “fake news” su Benghazi è ritornata in una sua applicazione e variabile più attuale, realizzata su misura dei social network ed i loro algoritmi. Questa volta al centro della questione c’è Nancy Pelosi, la speaker della Camera degli Stati Uniti , di origini molisane, un’altra donna avversaria di Trump,  e tra le persone che potrebbero mettere in moto la macchina dell’impeachment contro il presidente Trump. Da qualche mese i media si divertivano a notare quanto fosse facile per la Pelosi fare deragliare Trump, spesso costringendolo a scivoloni pubblici (come quella volta che gli fece affermare che lo shutdown del Governo sarebbe stata un’idea sua e solo sua, come se fosse un vanto).

Le cose sono cambiate la scorsa settimana, quando ha cominciato a circolare tra i circuiti della destra americana, un filmato  che è stato retwittato dal commander-in-chief in persona. E il video, pur essendo palesemente falso, è rimasto ancora lì, online su Facebook e Twitter, destinato a offuscare il nome di Nancy Pelosi nel suo futuro.

La versione originale del filmato mostra la speaker parlare al microfono, mentre  la versione proposta dall’amministrazione Trump, è stata invece rallentata abbastanza al punto tale da da farla sembrare un po’ ubriaca.

Un effetto video-digitale che era già venuto alla luce nell’esilarante spot Apple di Jeff Goldblum, modificato per farlo sembrare sbronzo, ma ecco che, nel 2019, fa tranquillamente capolino in un articolo sulla politica estera, a dimostrazione della squallida evoluzione dei nostri eventi.

Ormai non costituisce più notizia che un filmato contraffatto sia stato messo online, chiaramente non siamo così ingenui, così come non fa neanche notizia, purtroppo, che un presidente come Donald Trump l’abbia subito fatta propria e “legittimata” (a voler essere cinici). La vera novità e notizia è costituita dal comportamento social network, che sull’onda degli svariati scandali che hanno interessato Facebook e non soltanto, negli ultimi anni hanno avviato programmi contro le fake news. A metà maggio proprio Facebook ha presentato un report sulla trasparenza in cui ha confessato (senza vergognarsi dei precedenti omessi controlli) di aver cancellato in sei mesi 1,3 miliardi di account falsi e di bot . “Questo è solo l’inizio”, ha detto Guy Rosen, che si occupa di sicurezza per l’azienda: “Le persone possono segnalare molti più tipi di contenuti”.

Quando  l’ ex sindaco di New York Rudolph Giuliani ora avvocato di Trump, ha scoperto il video-fakenews della Pelosi e lo ha ritwittato, da quel momento il video è passato dal profilo “ufficiale” del Presidente Trump a quello della Casa Bianca (che lo ha persino ritwittato) e quindi migrato anche su Facebook, insieme alle strumentali dichiarazioni di Donald Trump su “Crazy Nancy” e la millantata (non reale)  follia della speaker della Camera degli Stati Uniti.

Se dovessimo dare credibilità  ai responsabili della sicurezza di Facebook, asterebbe segnalarlo e la clip sparirebbe dal social network,  ma  allora ci si chiede:  come mai quel video-fakenews è ancora online, visto che YouTube ha cancellato e rimosso immediatamente il contenuto? Facebook ha fatto quello che fa sempre in questi casi: spendersi in una spiegazione piuttosto contorta. Monika Bickert, che si occupa di counterterrorism per il social network, ha spiegato alla Cnn che l’azienda, cioè Facebooksa che il video è falso” ma che lo ha lasciato online, anche se “abbiamo drasticamente ridotto la circolazione di quel contenuto”. Incredibile se non paradossale il motivo? “Pensiamo sia importante che le persone possano decidere a che cosa credere”.

Difficile capire quante persone siano state danneggiate da quel video, ma Facebook li ha ignorati e calpestati tutti: sia chi trova inquietante quella millantata “riduzione” della diffusione del contenuto, e quelli che invece hanno a cuore… la realtà. E la correttezza dell’informazione.

Da mesi negli USA i repubblicani e la destra radicale americana denunciano un’ipotetica campagna di “silenziamento” politico parte di Facebook e Twitter, accusate di essere di sinistra. Una campagna è arrivata fino al Senato, e che riguarda molto da vicino i “trumpiani“. Se l’azienda agisse per cancellare quella che è palesemente una vecchia bufala propagandistica aggiornata ai tempi nostri, paradossalmente farebbe un assist alla Casa Bianca,  dimostrando in qualche modo le sue paranoie di censura. Ma forse questa è l’ultima cosa di cui Facebook ha bisogno, di questi tempi.

Una cosa è certa. Ormai bisogna credere solo a quello che si vede con i propri occhi. Di persona.




Editoria. La vendita dei quotidiani nel 2018 crolla del -8%. Negli ultimi 4 anni dimezzate le copie vendute in edicole

di Giovanna Rei

Ancora risultati negativi nel settore dell’editoria: al mese di dicembre 2018, la vendita di quotidiani (copie cartacee e copie digitali) è risultata di poco superiore ai 2,7 milioni di copie, in flessione del – 8% rispetto al 2017. E’ quanto emerge dai dati dell‘Osservatorio sulle Comunicazioni, diffusi nei giorni scorsi dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Guardando all’intero periodo considerato (dicembre 2014 – dicembre 2018), le copie giornaliere complessivamente vendute (cartacee) dai principali editori si sono ridotte del 31%, scendendo da 2,7 a 1,8 milioni di unità.

La contrazione a dicembre 2018 delle vendite di copie cartacee dei quotidiani dei principali editori (-31% da dicembre 2014, -9% da dicembre 2017). Performance negative si registrano anche per le copie digitali sia in valore assoluto, sia sul totale delle vendite (-56% da giugno 2014 e -3% da dicembre 2017). Il peso delle copie digitali si mantiene in media intorno al 9% del totale delle vendite di quotidiani

Il rapporto 2018 di R&S Mediobanca sull’editoria, segnala come già nel 2017 la diffusione cartacea in Italia era diminuita di ulteriori 400mila copie al giorno, passando a 2,2 milioni, facendo registrare una flessione del 15,4% sul 2016 ed addirittura  del 40,5% sul 2013. A livello mondiale, invece, nel 2017 la diffusione su carta è rimasta stabile (-0,1% sul 2016).

Negli ultimi 5 anni i principali otto grandi editori italiani hanno cumulato perdite nette per 1,2 miliardi e solo Cairo Editore ha chiuso il periodo in positivo (38 mln). Non tutto però è negativo: nel 2017 alcuni gruppi sono per fortuna in miglioramento: in particolare, Rcs ha fatto registrare un utile netto di 71 milioni (4 mln nel 2016), la Mondadori utile di 30,4 mln (22,5 mln nel 2016) ed Il Sole 24 Ore di 7,5 mln (-92,6 mln nel 2016).

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Nel 2017 i grandi gruppi editoriali avevano registrato ricavi complessivamente per 3,5 miliardi, in calo del -6% sul 2016 e del -20,2% sul 2013. In cinque anni si sono persi circa 879 milioni di ricavi, pari al 20% del fatturato 2013. Il regresso più consistente nel periodo 2013-17 è del gruppo Il Sole 24 Ore (-40,3%). Nel 2017 il calo del giro d’affari dei gruppi editoriali in Italia non si è riscontrato in Francia (+7,5% sul 2016), Germania (+2,6%) e Regno Unito (+1%).

Ovviamente, l’ingente calo delle vendite si è riflesso inevitabilmente anche sull’occupazione. Tra il 2013 e il 2017 la forza lavoro è diminuita di 3.301 unità, pari a una riduzione del 21,7% sul 2013 e dell’8,8% sul 2016, attestandosi a 11.886 unita’ a fine 2017. Nel quinquennio il ridimensionamento ha coinvolto in maggior misura gli operai (-35,4%) rispetto ai colletti bianchi (-21,2%) ed ai  giornalisti (-19,8%)  

Marcello Cardani presidente AGCOM

“Le risorse economiche del complesso dei mercati vigilati da Agcom ammontano a oltre 54 miliardi di euro, confermando il trend di lieve crescita (+1,2%) già osservato lo scorso anno. Cresce il peso relativo di Internet, del settore postale e, in misura meno accentuata, del settore telecomunicazioni. Tende invece a ridursi, anche se con un diverso grado di intensità, il peso degli altri comparti vigilati, ossia tv, radio ed editoria”, ha spiega Angelo Marcello Cardani, presidente dell’Agcom.

Gli investimenti pubblicitari globali si spostano dai media tradizionali alle piattaforme online, che complessivamente crescono di oltre il 12% con Google e Facebook a fare la parte dei leoni. La radio perde qualcosa nel suo complesso (-0,7%), ma in un contesto che manifesta segnali di ripresa.

Sul fronte della rete, Internet cresce come mezzo di informazione oltre che come veicolo pubblicitario: “Tuttavia – osserva Cardani l’attendibilità percepita delle fonti informative online, come testimonia la nostra ultima ricerca sui consumi di informazione, rimane mediamente inferiore rispetto a quella delle fonti tradizionali. Altro elemento interessante consiste nella tendenza degli italiani ad accedere all’informazione online prevalentemente attraverso fonti c.d. algoritmiche, in particolare social network e motori di ricerca”.

Facebook ha archiviato un primo trimestre 2019 con ricavi in aumento del 26% a 15,08 miliardi di dollari, sopra stima media degli analisti di 14,98 miliardi di dollari. Ma ha iscritto una perdita in bilancio da 3 miliardi di dollari, come evenienza per una possibile multa da parte della Federal Trade Commission (Ftc), che sta indagando se la compagnia ha violato un accordo del 2011 a garanzia della privacy degli utenti ma che non ha ancora annunciato la sua decisione.

L’incremento dei ricavi è stato aiutato dalla crescita di Instagram e della spesa pubblicitaria delle aziende. Tuttavia, in gran parte a causa dell’accantonamento per la possibile sanzione, il guadagno netto è crollato a 2,43 miliardi di dollari, o 85 centesimi per azione da gennaio a marzo, con un calo del 51% rispetto ai 4,99 miliardi di dollari (o 1,69 dollari per azione) di un anno fa. Se si esclude l’accantonamento, il margine operativo della società è sceso al 42%, al di sotto del 46% ottenuto lo scorso anno, mentre i costi sono saliti da 6,52 mld usd a 8,76 mld usd. Facebook aveva preannunciato un calo dei margini dovuto a un maggiore investimento sul controllo dei contenuti generati dagli utenti. Gli utenti attivi sono aumentati mensilmente dell’8% a 2,38 miliardi, battendo le stime di 2,37 miliardi. Stessa percentuale di crescita per quelli giornalieri.

Ecco perchè il CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947 è stato “rifondato” nel 2014 soltanto online, rinunciando persino ai contributi di Legge sull’ Editoria che avremmo potuto richiedere da tre anni . Piuttosto che essere “minacciati” dal Movimento 5 Stelle o sottomessi ai voleri ed alle “pressioni” della politica,  preferiamo affidarci alle regole del mercato pubblicitario ed è grazie agli importanti numeri conseguito in termine di lettori, che abbiamo raggiunto una totale indipendenza economica conseguente ai ricavi pubblicitari su scala nazionale.

 




Osservatorio Agcom: cresce il peso delle "fake news" in Rete

di Giovanna Rei

In continua crescita purtroppo la disinformazione prodotta e reperibile online nel primo bimestre del 2019. Infatti nel primo bimestre dell’anno +10% su dicembre 2018 e +4% su gennaio 2019. La ha reso noto l’Osservatorio Agcom sulle comunicazioni. Le parole più ricorrenti negli articoli tacciati di disinformazione sono: Italia, Euro, Governo, Meteo, Salvini.

L’Osservatorio dell’ Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni mostra in Italia un andamento crescente di disinformazione presente nei siti web, pagine e sugli account dei socialnetwork. Nei 6 mesi analizzati, da agosto 2018, in particolare, la quantità di contenuti di disinformazione prodotti nel giorno medio raggiunge il valore massimo a febbraio 2019. La disinformazione prodotta giornalmente nel primo bimestre 2019 rappresenta il 7% dei contenuti online e si stima che un sito di disinformazione in media pubblichi   5 nuovi articoli al giorno.

 

La categoria maggiormente oggetto di disinformazione è  la cronaca, con il 40%,  seguono la politica (16%), la scienza e tecnologia (14%), lo spettacolo (12%) poi la cultura (7%), quindi seguono economia (5%), esteri (4%), sport (2%).

La disinformazione sulle prossime Elezioni Europee di maggio 2019 è cresciuta del + 28% nel bimestre. Criminalità, immigrazione e disoccupazione sono i temi di maggiore incidenza ma anche quelli con le più elevate percentuali di disinformazione (rispettivamente 11%, 9% e 7%). Con riferimento al primo bimestre del 2019, si osserva che lo spazio dedicato alle elezioni europee sia dalle fonti di informazione che da quelle di disinformazione si attesta su valori complessivamente superiori rispetto ai bimestri precedenti.  I contenuti di disinformazione, rispetto a quelli informativi (soprattutto di Tv e radio), tendono a concentrarsi maggiormente sulle tematiche con un forte impatto emotivo (incluse quelle di rilevanza europea) piuttosto che sullo specifico argomento delle elezioni europee

Concentrando l’analisi sulle singole fonti di informazione e disinformazione, si riscontra come, nel primo bimestre del 2019  la televisione si confermi il mezzo che attribuisce il maggior spazio alle elezioni europee rispetto al totale della propria offerta informativa, mentre i siti di disinformazione continuino comunque a dedicare alle elezioni europee una quota sul totale dei propri contenuti mediamente maggiore rispetto ai quotidiani (e ai siti di informazione)

Questi i termini salienti della disinformazione online in Italia:

 




Dal 2 aprile Carlo Fusi nuovo direttore del quotidiano "Il Dubbio"

ROMA – Da martedì 2 aprile sarà Carlo Fusi a dirigere il quotidiano di proprietà della Fai, la Fondazione dell’Avvocatura Italiana,  e sostituisce Piero Sansonetti che lo  ha diretto fin dalla nascita, tre anni fa. Già “notista” politico del quotidiano, Fusi, 64 anni, ha cominciato al Globo per poi passare nella redazione politico-parlamentare dell’Ansa,  come resocontista dei lavori d’aula. Nell’agosto del 1988 è stato assunto al Messaggero dove è rimasto fino al 2014 percorrendo tutti i passaggi nel servizio politico: cronista, analista, commentatore, titolare di una rubrica di analisi e commento intitolata ‘Il Mosaico’. Sempre per conto del Messaggero ha seguito in qualità di inviato alcuni dei più importanti avvenimenti internazionali, compreso l’attacco alle Torri Gemelle del settembre 2001.

 Il Dubbio, fondato nel 2016 su iniziativa di Andrea Mascherin, presidente del Consiglio Nazionale Forense,  “rappresenta un esperimento unico nell’editoria italiana”, ha affermato Fusi, definendo il giornale “un quotidiano generalista attento in particolare al tema della salvaguardia dei diritti”. Tra i progetti, quello di rafforzare la presenza nelle edicole, “con una presenza più attiva a Milano e a seguire in altre città italiane”, ha concluso Fusi.




Hacker e creduloni informatici, tra difese all’avanguardia ed errori umani

di Paolo Campanelli

A prima vista, l’Italia potrebbe sembrare sulla buona strada per essere un paese tecnologico e all’avanguardia dal punto di vista informatico, tra comunicazioni istantanee tra pubblico e privato, votazioni e sondaggi su piattaforme istituzionali , vecchiette ottantenni che pagano le proprie tasse da casa con i tablet, la possibilità di interagire a qualsiasi ora con un supporto clienti e fissare appuntamenti, ma la realtà è ben differente.

Gli attacchi informatici sono, infatti, all’ordine del giorno. I principali bersagli sono i ministeri, in virtù di essere “del governo”, visti come ghiotte opportunità da hacker politicamente votati all’anarchia, seguiti da enti locali e aziende.

L’utente medio, al contrario, non ha da preoccuparsi per un “Grande Fratello” che possa o voglia rubargli la casa attraverso una porta USB, ma deve guardarsi dal grande numero di truffatori. Secondo il rapporto del DIS, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, le proporzioni rispetto all’anno passato rimangono invariate, ma il puro numero di attacchi si è quintuplicato.

Un buon 25% di attacchi informatici proviene  in maniera più o meno diretta, da gruppi di “soliti noti” che collaborano con organizzazioni governative estere o veri e propri gruppi terroristici, mentre il rimanente 70% è portata da “privati”, gruppi di cosiddetto “hacktivismo”, il cui più famoso sul territorio nostrano è Anonymous Italia; il rimanente 5%, invece, proviene dai semplici truffatori alla ricerca del prossimo pollo da spennare.

Uno dei casi più recenti di “hacktivismo” è stato l’attacco di metà di febbraio al ministero dell’ambiente, che ha rivelato al pubblico dati sensibili riguardanti vari progetti fra cui la Tap (la costruzione del gasdotto Trans-Adriatico) e rivelazioni sull’Aeroporto di Firenze, che secondo gli hacker di Anonymous è stato effettuato come pura dimostrazione di incapacità governativa, una dichiarazione di “noi siamo facilmente entrati e abbiamo recuperato questi dati, cosa impedisce a gente apertamente contro l’Italia di farlo a loro volta?

Questo potrebbe dipingere per i più una visione da “scontro fra titani”, dove verrebbe da pensare che gli hacker più di successo siano quelli con la miglior infrastruttura dietro, ma la realtà è un’altra: sono in fatti i truffatori da strapazzo quelli che hanno più successo, poiché, grazie alla automatizzazione, possono bombardare di file infetti ad enorme velocità.

Il quotidiano La Repubblica ha effettuato, a cavallo fra Gennaio e Febbraio, un semplice esperimento: utilizzare internet con un computer completamente privo di difese, ed il risultato è stato che, senza visitare alcun sito ritenuto “poco sicuro”, è stata calcolata una media di 38.000 attacchi informatici al giorno.

Questi attacchi si suddividono principalmente in 3 categorie: attacchi “silenziosi”, che mirano ai dati dei comportamenti dell’utente in rete, che influenzano fattori come la pubblicità che viene proposta mentre si naviga dai banner personalizzati e i molesti pop-up, attacchi “sanguisuga”, che scaricano dei file nel sistema del computer e lo utilizzano come macchina per produrre criptovalute, riducendone la potenza effettivamente disponibile al possessore fisico della macchina, e attacchi Phishing.

Gli attacchi di Phishing meritano una menzione a parte, in quanto allo stesso tempo più grossolani e più pericolosi per l’utente medio. Il metodo più efficiente per subire un attacco di Phishing è infatti, aprire file allegati a mail sospette da principi orientali e cliccare sui banner “clicca qui per vincere”. In alcuni casi, questi si spingono particolarmente avanti con campi in cui inserire dati personali, password, e residenza, ma il risultato è sempre lo stesso: l’utente si vede svuotato il conto corrente.

Nel 2015, questo accadeva ad un italiano su 6, poco più del 15%.   Al momento di messa in stampa del rapporto, dicembre 2018, la percentuale di persone colpite è un netto 80%.

Fortunatamente per i boccaloni (e per i servizi assistenza clienti), i casi di Ramsonware, in cui i truffatori “fisicamente” rubano o bloccano l’accesso a determinati dati chiedendo un pagamento come riscatto, si sono ridotti di oltre la metà rispetto al 2017.

È indispensabile, per proteggersi da questi attacchi, seguire dei comportamenti prudenti e attenti, principalmente perché nessuno verrà mai ad offrirti soldi facili, costosissimi prodotti ufficiali a meno di un centesimo del prezzo, o soluzioni istantanee su internet.

Primo ed essenziale passo, avere antivirus e programmi di pulizia dai dati non voluti aggiornati e mantenerli in esecuzione.

Guardare il mittente di una comunicazione da banche, negozi on-line o simili, la mail reale avrà sempre un indirizzo semplice e breve, mentre quelle false avranno nomi intricati e illeggibili, e spesso e volentieri il messaggio avrà errori ortografici e di come la frase è costruita, tradotta con programmi automatici come Google Translate.

Non farsi prendere dalla fretta, soprattutto quando si scaricano file: spesso e volentieri, le pubblicità infette hanno un aspetto simile al reale “bottone” da cliccare per ottenere il file che si vuole, o aprono pericolosi pop-up al primo click

 

 




La Gazzetta del Mezzogiorno sospende le pubblicazioni

BARI – I giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno hanno deciso ieri in assemblea di interrompere il proprio lavoro e quindi di sospendere le pubblicazioni del giornale a partire da domenica 3 marzo  in assenza di risposte dagli amministratori giudiziari nominati  dal Tribunale di Catania sul pagamento degli stipendi e dei versamenti arretrati.

“Una scelta, quella votata oggi dall’assemblea dei giornalisti – scrivono sul sito online del quotidiano barese – che hanno proclamato lo sciopero a oltranza, causata dalla persistente assenza di risposte da parte degli amministratori giudiziari sul pagamento degli stipendi e dei versamenti previdenziali arretrati, nonché sulle incertezze del futuro della testata.

Una situazione che si trascina ormai da mesi, sin da quando il 24 settembre scorso, il Tribunale di Catania ha sottoposto a sequestro le quote societarie dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo, azionista di maggioranza (70%) della Edisud Spa società editrice del quotidiano .

I giornalisti della Gazzetta dopo aver attaccato la gestione editoriale della società editrice (un pò strano che lo facciamo soltanto ora n.d.r.)  in un lungo comunicato scrivono:  “ci congediamo da voi con un arrivederci, confidando, come diceva Eduardo, che questa lunga, buia “nuttata” possa passare presto, anche se, a questo punto, la sua durata non dipende da noi, ma da chi ha in mano le nostre sorti ed evidentemente ritiene di poterle gestire come se fossimo al teatro dei pupi. Vogliamo tornare a lavorare e desideriamo farlo il più presto possibile. Ma con delle risposte certe e chiare. E soprattutto con uno stipendio e con dignità“.

Il Tribunale di Catania il 24 settembre 2018 aveva emesso un decreto di sequestro finalizzato alla confisca dei beni dell’ 86enne Mario Ciancio Sanfilippo azionista di maggioranza (70%) della Edisud Spa società editrice del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, ed il pacchhetto azionario di controllo del quotidiano La Sicilia di cui Ciancio è editore- direttore.  Questo in sintesi  il motivo dei giudici siciliani: “Fondi non giustificati nelle società“. Ed ancora: “Sproporzioni fra entrate e uscite”. Il valore complessivo dei beni finiti sotto sigilli dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale catanese, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, è di almeno 150 milioni di euro.

Il provvedimento ha bloccato conti correnti, polizze assicurative, 31 società, quote di partecipazione in altre sette società e beni immobili.   Il sequestro è relativo ad un’inchiesta che procede in parallelo con il processo per “concorso esterno in associazione mafiosa“. Tra i beni oggetto del nuovo sequestro, è bene ricordare,  ci sono la società Etis, che stampa quotidiani siciliani e nazionali, la società Simeto Docks, concessionaria di pubblicità e affissioni, il 100% della società che edita il quotidiano ‘La Sicilia’, le quote di maggioranza della società EDISUD spa editrice del quotidiano ‘la Gazzetta del Mezzogiorno’ di Bari oltre alle due emittenti televisive regionali siciliane ‘Antenna Sicilia’ e ‘Telecolor’.

Da segnalare e rilevare per dovere di cronaca, che in Sicilia il quotidiano La Sicilia , le cui quote societarie sono oggetto del medesimo sequestro che ha colpito la Gazzetta del Mezzogiorno, esce regolarmente, i giornalisti lavorano, e nessuno sciopera. Sarà forse perchè non ci sono i 34 milioni di perditi e debiti che affliggono la gestione economica del giornale barese ? Infatti incredibilmente La Sicilia vende persino qualche copia in meno della Gazzetta !

Questa mattina si è svolta a Bari presso la sede dell’Associazione della Stampa pugliese una conferenza stampa del segretario generale della Fnsi , Raffaele Lorusso (un ex-“staffista” di Michele Emiliano quando era sindaco al Comune di Bari) insieme al presidente dell’Assostampa di Puglia, Bepi Martellotta (giornalista dipendente della Gazzetta del Mezzogiorno) , ed ai componenti il Comitato di redazione del giornale.

Ai giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno (salvo qualche eccezione….) auguriamo di tutto cuore di poter mantenere il loro posto di lavoro e di ritornare il prima possibile in edicola con il loro giornale, anche tutto questo baccano sindacale secondo noi non giova assolutamente a trovare una soluzione, come i fatti hanno sinora dimostrato. Soluzione che certamente dovrà e potrà passare esclusivamente dalle decisioni dei giudici di Catania, nella legalità più assoluta.

Il CORRIERE DEL GIORNO seppure sia stato ricoperto da offese, diffamazioni e calunnie da parte di una irrisoria “cricca” di giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno (guarda caso tutti impegnati sindacalmente) ha sempre correttamente seguito e scritto  sin dall’ ottobre 2015 sulle vicende giudiziarie degli ultimi anni  di Mario Ciancio di Sanfilippo, che invece  venivano incredibilmente taciute ed occultate dalla direzione del quotidiano barese. Ed in un nostro articolo abbiamo spiegato tutto quello che sinora la Gazzetta non ha rivelato ai propri lettori. Leggere per credere. (vedi QUI)

Tutti gli articoli sul “caso” Ciancio di Sanfilippo editore de La Gazzetta del Mezzogiorno

 




Niente giornali ai diciottenni, cronaca di un agguato

di Andrea Cangini*

Sconfitto e amareggiato, martedì sera ho lasciato l’aula del Senato con la sola consolazione di aver trovato definitiva conferma a tre impressioni ormai largamente diffuse: che la parola di grillini e leghisti ha valore relativo, che gli impegni assunti dai capigruppo dei due partiti di maggioranza contano nulla rispetto ai volubili umori del governo, che sia il Movimento 5Stelle sia la Lega sono pronti a tutto pur di ridurre ai minimi termini l’editoria cartacea e i media non allineati.

Facciamo un passo indietro. Due settimane fa, durante un’audizione in commissione Istruzione, mi sono reso conto del fatto che con i 500 euro del bonus Cultura i neodiciottenni possono fare tutto tranne abbonarsi a un quotidiano o a una rivista. Una svista, una disattenzione evidentemente diseducativa. Come dire ai giovani che per la loro formazione “culturale” leggere, e in particolare leggere giornali, non serve. Ho sollevato la questione in commissione, tutti, grillini e leghisti compresi, si sono detti d’accordo sull’opportunità di sanare al più presto questa evidente stortura. Ho perciò presentato un emendamento al Decretone e in aula ne ho parlato con i capigruppo.

 

la guerra del sottosegretario M5S Crimi all’informazione. E Casaleggio si arrichisce a spese dello Stato. Esentasse….

Tutti d’accordo. Anche quello grillino (Patuanelli), anche quello leghista (Romeo). Arrivati al momento del voto, la relatrice si rimette al governo e il governo esprime parere contrario. Trasecolo. Prendo la parola, sostengo che se la scelta del governo ha una logica, l’unica logica possibile è quella di mortificare giornali e giornalisti. In aula scoppia l’inferno. Marcucci, Casini, la Santanché, Gasparri e Martelli si schierano con forza a favore dell’emendamento. Interviene la grillina Montevecchi, che con tono piccato ricorda che “tutti i membri della commissione Cultura sono d’accordo sull’opportunità di estendere il bonus ai giornali”. Sono d’accordo, ma votano contro.

Paragone ex-leghista

Interviene il grillino Paragone che la butta in vacca accusando il Pd di aver distrutto l’Unità e scaricato sul direttore (Concita De Gregorio) l’onere delle querele ricevute. Vero, ma che c’entra? Interviene il sottosegretario Crimi, che anziché stare al merito della questione si mette a parlare di un futuribile riassetto del comparto editoria. Interviene il leghista Bagnai, che, non pago di avere tutti i tg a favore, lamenta che la maggior parte dei giornali osino criticare il governo. E allora capisco. Capisco che è questo il punto.

Faccio mente locale. Ricordo che populismo e pluralismo sono naturalmente in antitesi, rammento gli interessi della Casaleggio associati per l’informazione e il commercio on-line, apprendo che il vicepremier Di Maio si è scelto come consigliere per l’innovazione digitale un avvocato di Facebook (Marco Bellezza), ricostruisco le polemiche di Salvini contro “i giornaloni”, soppeso il taglio dei contributi a giornali “utili” come il Foglio e a monumenti alla trasparenza come Radio Radicale e mi dò di cretino. Peggio, di ingenuo. Ero sinceramente convinto che il mio emendamento sarebbe passato. Non prevedeva costi per lo Stato, dava una chance in più ai diciottenni: perché mai avrebbero dovuto respingerlo? Ora, col senno del poi, lo so.

*senatore di Forza Italia, ex direttore di QN, il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno




Mediaset vince causa contro Facebook: “Violati diritto d’autore e diffamazione”

di Giovanna Rei

ROMA -Lo annuncia il Gruppo Mediaset:  “Facebook è stata condannata dal Tribunale di Roma per violazione del diritto d’autore e per diffamazione, illeciti commessi ospitando link non autorizzati sulle pagine della propria piattaforma“. Una sentenza,  per la prima volta del genere in Italia, avviata dal gruppo del biscione, che ha avviato la causa contro la piattaforma americana di social networking, con  “un contenzioso dal valore economico modesto ma cruciale nei principi che intendeva tutelare e dai risvolti delicati per il precedente che crea“.

“La decisione è la prima a riconoscere in Italia la responsabilità di un social network per una violazione avvenuta anche solo attraverso il cosiddetto “linking”, ovvero la pubblicazione di link a pagine esterne alla propria piattaforma, recependo in questo modo anche da noi l’ormai consolidata giurisprudenza europea in materia di violazioni del copyright”. A tal proposito, Mediasetauspica che la direttiva europea sul diritto d’autore nel digitale – oggetto nei giorni scorsi dell’accordo del trilogo – venga approvata per dare un quadro definitivo alla difesa dei contenuti, frutto dell’ingegno e della creatività degli editori“.

“Stiamo esaminando la decisione del Tribunale di Roma – ha comunicato un portavoce italiano dell’azienda statunitense -. Facebook prende molto seriamente la difesa del diritto d’autore e negli ultimi anni abbiamo investito molte risorse per sviluppare, grazie anche alla collaborazione e ai commenti dell’industria creativa, numerose funzionalità e strumenti per aiutare i detentori di diritti a proteggere la loro proprietà intellettuale. Questo include canali di segnalazione dedicati, team che operano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per rivedere le segnalazioni, e strumenti sofisticati per identificare i contenuti protetti da copyright ancor prima che vengano segnalati. Continueremo a lavorare con l’industria dei contenuti e a investire in nuovi strumenti a tutela del diritto d’autore”.




Incredibile ma vero ! Il Consiglio disciplina campano archivia Luigi Di Maio. Dopo assoluzione della Raggi aveva dato degli "sciacalli" ai cronisti

ROMA – Il Consiglio di Disciplina Territoriale dell’ Ordine dei Giornalisti della Campania ha deliberato l’archiviazione del procedimento nei confronti di Luigi Di Maio, aperto dopo le sue dichiarazioni in seguito all’assoluzione della sindaca di Roma Virginia Raggi: “La sua condotta è riconducibile non al giornalista iscritto all’albo dei pubblicisti, ma al suo ruolo di parlamentare così come evidenziato dall’avvocato Maurizio Lojacono che lo ha rappresentato“.

In poche parole il Consiglio di disciplina campano si è ginuflesso ed ha accolto la tesi del legale di Di Maio, ritenendo quindi di non essere competente ad esprimersi. L’istruttoria era stata avviata a novembre, dopo il clamore e le proteste suscitate dalle dichiarazioni del vicepremier dopo l’assoluzione di Virginia Raggi: “Il peggio in questa vicenda – aveva dichiarato Di Maiolo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, corrotti intellettualmente e moralmente“. Da qui il deferimento al Consiglio di disciplina per Di Maio, iscritto come pubblicista all’Ordine della Campania.

Nelle scorse settimane era stato convocato dal Consiglio lo stesso Di Maio che, impegnato all’estero, aveva inviato una memoria tramite il suo legale. “Le parole usate da Di Maio – ha affermato l’avvocato Maurizio Lojacononon erano rivolte a tutta la categoria dei giornalisti ma a coloro che fanno un uso politico della cassa di risonanza offerta dalla stampa. Comunque si esprimeva nel suo ruolo di uomo politico, non di giornalista“.

La decisione del collegio disciplina territoriale della Campania, crea un vergognoso precedente nel nostro ordinamento professionale. Ad un qualsiasi iscritto all’ Ordine basta quindi essere eletto in parlamento per poter definire ed appellare pubblicamente ” infimi sciacalli, corrotti intellettualmente e moralmente” la nostra categoria. Come non vergognarsi di questa decisione adottata in ginocchio dinnanzi all’arroganza del potere politico espressa dall’ attuale Governo ?




I collaboratori del "giornaletto" di Bonafede pagati dal Ministero di Giustizia

ROMA – Mentre il Governo Conte taglia i fondi alla stampa nello stesso tempo consente al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di  finanziare (per le marchette) il suo giornaletto.  Incredibilmente lo stesso Guardasigilli dalla pagina Facebook, lo scorso  l’8 gennaio 2019, ha annunciato il “lancio” di un giornale pagato con i fondi del ministero della Giustizia  e scrive : “Il nuovo anno porta la prima novità al ministero della Giustizia. Su www.gnewsonline.it potete trovare le attività del ministro, dei sottosegretari e dei dipartimenti del dicastero” ed aggiunge “Vi presento  il nuovo quotidiano on line del ministero della Giustizia. Per informare puntualmente, fare approfondimento, contribuire al pubblico dibattito“.

Un’iniziativa che in realtà mira esclusivamente ad incentivare gli altoparlanti della comunicazione del ministro grillino con uno strumento  un po’ retrò che scimmiotta i giornaletti delle amministrazioni comunali, pagati con i soldi dei cittadini, ed utilizzati per propagandare le “marchette” del sindaco di turno.

Nel suo lunghissimo post su Facebook però il guardasigilli Bonafede omette un passaggio fondamentale: il sistema di finanziamento del giornale. Infatti   24 ore prima del lancio, nel ministero di  via Arenula il 7 gennaio 2019, viene firmato il contratto per l’assunzione di un consulente esterno: Gianni Parlatore che pesa sulle casse dello Stato per 32mila euro l’anno. Ma qual’ è il lavoro del nuovo consulente esterno del ministro grillino? Semplice: seguire il “marchettificio” del Guardasigilli.

Spulciando i primi articoli, pubblicati sul giornaletto on line, in molti articoli compare la firma del nuovo collaboratore del ministro Bonafede. In realtà, lo staff che lavora al “giornaletto” di Bonafede, pagato sempre con i soldi pubblici del contribuente, è più numerosa:   direttore della testata è Andrea Cottone, che ha un rispettabile contratto da 120mila euro, ma il cui incarico in realtà sarebbe quello di coordinare l’ufficio stampa del ministero. Tra i redattori compare un’altro collaboratore del ministro, tale Massimo Filippone: incarico di 24mila euro l’anno. il quale oltre a collaborare con l’ufficio stampa deve curare i contenuti degli articoli che vengono inseriti nel portale. Ed ancora un altro consulente esterno Gianluca Rubino con contratto di 27 mila euro l’anno e il cui nome compare nella struttura redazionale del giornaletto per la propaganda ministeriale-politica.

La testata gnewsonline.it  venne registrata nel 2005, ma nel passato veniva utilizzato come semplice contenitore per news di servizio del ministero. Adesso con l’ingresso (e l’assunzione) dei comunicatori dei Cinque stelle. il fine è cambiato: occorre promuovere l’immagine del Guardasigilli.  I risultati al momento non sono dei migliori: il suo “lancio” è stato un flop.  Infatti è partito proprio dalla redazione del giornale www.gnewsonline.it il video sull’arresto di Cesare Battisti. Un filmato che ha scaricato sul ministro soltanto critiche e giudizi negativi. Al punto tale da indurre persino  Rocco Casalino, il portavoce del premier Giuseppe Conte, a prendere le dovute distanze.

Il marchettificio per la comunicazione del ministro Bonafede è stato messo a disposizione anche dei sottosegretari alla Giustizia (Vittorio Ferraresi) di rigorosa fede ed appartenenza grillina. Così come dei sindaci dei Movimento Cinque stelle, che in realtà non c’entrano assolutamente nulla con il governo. Come ad esempio il  caso di Chiara Appendino finita sul portale del Ministero per un progetto del Comune di Torino sulla rieducazione dei detenuti.

Il paradosso che mentre il M5s fa la guerra ai contributi per l’editoria indipendente, nello stesso tempo i grillini finanziano con soldi pubblici il giornale controllato dal ministro. E non solo….




Scontro in diretta tra Marco Travaglio e Lilli Gruber che ordina alla regia : "Toglietegli l’audio"

ROMA – A qualcuno è sembrato di assistere ad uno dei soliti scherzi del programma radiofonico ” Il rosario della sera” condotto da Fiorello su Radio Deejay, ed invece ieri sera era tutto vero, in onda su La7 nel corso di una puntata ad alta tensione politica di Otto e mezzo su La7, ospiti in studio il senatore  Matteo Richetti (Pd) ,  la sondaggista di fiducia di Berlusconi  Alessandra Ghisleri ricercatrice dell’istituto Euromedia Research, e l’immancabile Marco Travaglio direttore del Fatto Quotidiano.

 

Vedere sclerare la conduttrice Lilli Gruber di solito “zucchero e miele” con Travaglio, agitarsi in diretta e chiedere alla regia di “spegnerlo” dicendo: “Toglietegli l’audio, toglietegli l’audio, Marco, uno alla volta”   è una di quelle scene che passano alla storia, per le risate degli spettatori. La nota freddezza della Gruber è esplosa mentre il direttore del Fatto Quotidiano cercava di “bastonare” il deputato renziano “doc” Matteo Richetti che difendeva e rivendicava la politica del Pd, riversando una marea di accuse di incoerenza ed inattendibilità politica del vicepremier Luigi Di Maio e il governo Lega-M5S.

La conduttrice ha ammonito più volte Travaglio “reo” di aver esagerato,  alzando i toni contro il deputato del Pd. Il direttore del Fatto Quotidiano ancora una volta difendeva il governo nel suo insieme, in tema di migranti e di pensioni, rinfacciando le politiche economiche fallimentare dei governi Renzi e Gentiloni.  accalorandosi nei toni . La  Gruber lo ha invitato alla calma ammonendolo una seconda volta dicendogli “ti tolgo l’audio”. Inutilmente. Marco Travaglio con la sua nota arroganza e spocchia ha continuato ad urlare davanti alle telecamere.

A questo punto la conduttrice ha messo le cose in chiaro: “Io ti tolgo l’audio se non concludi, è chiaro?“. Travaglio maleducatamente ha continuato come se niente fosse ed a questo punto la stessa Gruber ha preso la giusta decisione dando l’ordine di togliere l’audio al direttore del Fatto in diretta. E così finalmente Marco Travaglio è stato  “silenziato” ed ha smesso di urlare .  L’episodio ha fatto notizia,  ed in molti hanno segnalato e commentato sui social le scintille tra la conduttrice e il giornalista.

Ci sarà un seguito nelle prossime puntate ? O Travaglio farà l’offeso e non si presenterà più rinunciando al lauto ingaggio con cui viene pagato per la sua partecipazione televisiva. Ne dubitiamo fortemente. Il giornalista deve fare “cassa” per pagare le condanne economiche ricevute dal padre di Matteo Renzi.




La Gazzetta del Mezzogiorno in edicola con una pagina bianca. Tutto quello che però non vi raccontano ...

ROMA – Dopo lo sciopero di martedì 8 gennaio, primo di un pacchetto di 10 giorni di sciopero, che per nostra opinione non serve a nulla se non solo e soltanto a perdere copie vendute e pubblicità, e quindi soldi da incassare, il quotidiano barese La Gazzetta del Mezzogiorno è tornato oggi in edicola, pubblicando una pagina bianca ed una lettera del Cdr e dell’assemblea dei giornalisti ai lettori  .

“Cari lettori, questa pagina – si legge – esce quasi completamente bianca per mostrarvi a quale rischio sarebbe esposta l’informazione in Puglia, in Basilicata e nel Mezzogiorno, se la Gazzetta del Mezzogiorno non uscisse più. Le storie, i commenti, le notizie, le opinioni, le istanze delle nostre comunità non troverebbero più voce. In queste settimane, i giornalisti della Gazzetta  hanno continuato a lavorare garantendo l’uscita del Giornale, benché non retribuiti”.

Affermazione questa che non ci vede d’accordo, in quanto in Puglia e Basilicata e nel Mezzogiorno esistono altre realtà editoriali e giornalistiche che fanno informazione, ed in alcuni casi vendono più copie ai lettori di quante ne venda La Gazzetta del Mezzogiorno, sotto la direzione disastrosa ( lo dicono i numeri, non è una nostra opinione…) di Giuseppe De Tommaso.

“Ad oggi, infatti i giornalisti hanno ricevuto soltanto un acconto del 40% sullo stipendio del mese di novembre – prosegue la lettera che è oggi sul quotidiano di Bari che vende una media di 18mila copie al giorno in Puglia e Basilicata –  non hanno percepito le tredicesime, lo stipendio di dicembre e continuano a non sapere se e in che misura verranno retribuiti in futuro“.

“Né, sino a oggi  hanno ottenuto risposte in tal senso dagli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Catania, – si legge ancora nella lettera – e dal direttore generale dell’azienda, rimasto in carica malgrado il provvedimento di sequestro-confisca e gestore da anni di un’azienda sopravvissuta solo grazie ai tagli sul personale“.

Questo il testo integrale della lettera odierna ai lettori:

Cari Lettori, questa pagina esce quasi completamente bianca per mostrarvi a quale rischio sarebbe esposta l’informazione in Puglia, in Basilicata e nel Mezzogiorno, se la Gazzetta del Mezzogiorno non uscisse più. Le storie, i commenti, le notizie, le opinioni, le istanze delle nostre comunità non troverebbero più voce. In queste settimane, i giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno hanno continuato a lavorare garantendo l’uscita del Giornale, benché non retribuiti.

Ad oggi, infatti, i giornalisti hanno ricevuto soltanto un acconto del 40% sullo stipendio del mese di novembre; non hanno percepito le tredicesime, lo stipendio di dicembre e continuano a non sapere se e in che misura verranno retribuiti in futuro. Né, sino ad oggi, hanno ottenuto risposte in tal senso dagli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Catania, e dal direttore generale dell’azienda, rimasto in carica malgrado il provvedimento di sequestro-confisca e gestore da anni di un’azienda sopravvissuta solo grazie ai tagli sul personale. A ciò si aggiunga che persino le quote del Tfr relative all’anno 2017 non sono state ancora conferite al Fondo di categoria.

Ed è quanto meno paradossale che tutto ciò accada in un momento nel quale, proprio in forza del provvedimento della magistratura siciliana, l’Editore e, quindi, il datore di lavoro dei giornalisti sia di fatto diventato lo Stato. In altre parole, lo stesso Stato ci chiede di lavorare senza percepire stipendio e nemmeno ci ringrazia.

A questo proposito, sarà utile ricordare che, dopo avere assunto le proprie funzioni, gli amministratori giudiziari si sono limitati a proporre un taglio lineare del costo del lavoro del 50%, senza tenere conto delle specificità di un’azienda editoriale, che nulla ha a che fare con le imputazioni a carico del proprio editore, ipotizzando in alternativa il fallimento della società editrice e, di conseguenza, la scomparsa del quotidiano, da 131 anni punto di riferimento delle comunità di Puglia e Basilicata e autorevole voce degli interessi del Mezzogiorno.

Tutto questo perché i giornalisti, già da anni costretti a pesanti sacrifici economici, sono stati considerati dei semplici «costi» anziché delle risorse.

I giornalisti pur nella consapevolezza di dovere accettare ulteriori sacrifici, hanno respinto ogni ipotesi di spending review che prescinda da un serio piano editoriale e industriale. Un piano che tenga conto innanzitutto della qualità dell’informazione offerta a Voi Lettori. E hanno avanzato già da tempo agli amministratori giudiziari e al direttore generale dell’azienda proposte alternative per contenere i costi del lavoro.

Nelle scorse settimane i redattori della Gazzetta, attraverso il Comitato di redazione, hanno anche inviato un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ribadendo che l’informazione è tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. E, successivamente, per intervento del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, il sindacato dei giornalisti è stato convocato dalla task force regionale per il lavoro, insieme con tutte le altre parti sociali e con gli amministratori giudiziari.

L’iniziativa del «Gazzetta Day» ci ha dimostrato tutto il vostro commovente affetto, per il quale vi manifestiamo ancora una volta la nostra gratitudine. Ma questo sostegno da solo non basta. Nonostante la vostra massiccia adesione all’iniziativa del 29 dicembre scorso, i giornalisti e i poligrafici continuano a non essere pagati. Serve imprimere una svolta nella gestione e amministrazione di un giornale che, a quanto pare, non tiene nella debita considerazione i suoi lavoratori.

Attraverso questo appello, intendiamo manifestare a voi tutti il nostro profondo disagio per una situazione che diventa ogni giorno più insostenibile per i lavoratori e per le loro famiglie, a loro volta sottoposte a pesanti sacrifici. Per questo motivo i redattori della Gazzetta hanno affidato al Comitato di redazione la gestione di dieci giorni di sciopero, il primo dei quali è stato proclamato ieri a causa della mancata pubblicazione di questa pagina. Ci impegniamo a continuare ad aggiornarvi su questa vertenza che riguarda il diritto all’informazione.

Il Comitato di redazione per conto dell’Assemblea di redazione

Pur rispettando le legittime preoccupazioni dei colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno, a cui auguriamo con tutto il cuore di trovare una soluzione, magari affidandosi a qualche “advisor” cioè qualche specialista di crisi e ristrutturazioni aziendali, non possiamo esimerci, per un legittimo dovere di cronaca, dall’ esprimere qualche perplessità sulla gestione “sindacale” della vicenda, che riepiloghiamo di seguito con spirito costruttivo e non critico, nè tantomeno di astio concorrenziale.

Il programma televisivo Report” già sei anni fa aveva messo in evidenza numerose criticità tra le attività di Mario Ciancio nell’inchiesta “I viceré” ( realizzata del collega Sigfrido Ranucci) andata in onda il 15 marzo 2009. Ma evidentemente deve essere sfuggita….all’assemblea di redazione, il comitato di redazione della Gazzetta del Mezzogiorno

Questi i punti sui quali  il Comitato di redazione e l’Assemblea di redazione, dovrebbero soffermarsi a riflettere e sopratutto spiegare qualcosa che non raccontano ai propri lettori, ma sopratutto a se stessi e dare alle proprie famiglie delle serie risposte.

  1. E’ dal 2015, cioè QUATTRO ANNI fa che ingenti somme di denaro sono state sequestrate su richiesta della procura distrettuale antimafia di Catania a Mario Ciancio Sanfilippo, l’ editore catanese al vertice di un gruppo editoriale cui, tra l’altro, fa capo il quotidiano pugliese LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO e “LA SICILIA” di Catania.  Sotto sequestro antimafia era stato sottoposto un rapporto bancario intrattenuto da Ciancio tramite una società fiduciaria del Liechtenstein in un istituto di credito con sede in Svizzera, sul quale erano depositati titoli e azioni per un valore stimato in circa 12 milioni di euro. Inoltre è stata  sequestrata la somma in contanti di circa 5 milioni di euro depositata nella filiale di una banca catanese.  Il sequestro venne effettuato dai Carabinieri del Ros di Catania, a cui erano state delegate le indagini penali e patrimoniali. Come mai la GAZZETTA non ha mai dato notizia ai propri lettori di questa vicenda ? 
  2. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati in questi lunghi QUATTRO ANNI delle vicende giudiziarie del proprio editore nei cui confronti la Procura Distrettuale Antimafia di Catania  avvalendosi del ROS dei Carabinieri, ha ricostruito complessi affari intrapresi dall’imprenditore e nei quali secondo l’accusa, aveva interessi la “mafia“, motivo per cui ha disposto ed effettuato approfondite indagini patrimoniali che hanno portato alla scoperta dei fondi dell’editore Ciancio di Sanfilippo occultati all’estero. Sono stati individuati depositi bancari in Svizzera, alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di Paesi noti come “paradisi fiscali”, scoperti grazie anche alla cooperazione prestata dalla Procura di Lugano (Svizzera) attraverso una rogatoria e secondo i trattati internazionali. E’ stata proprio la Procura di Lugano ad acquisire dagli istituti di credito svizzeri la documentazione bancaria ritenuta rilevante e fondamentale a livello probatorio per le indagini. della magistratura catanese.
  3. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati del crollo di vendite di anno in anno del giornale in edicola, che secondo gli ultimi dati dell’ AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) vende in edicola soltanto 18mila copie al giorno, in un bacino di 4 milioni e mezzo di lettori fra la Puglia e la Basilicata ?
  4. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono mai preoccupati dei bilanci pubblici dell’ Edisud spa, la società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, la cui maggioranza è controllata e di proprietà  dall’editore Mario Ciancio Sanfilippo, che secondo fonti attendibili avrebbe maturato un indebitamento bancario di circa 35 milioni di euro ?
  5. Come mai i giornalisti si sono preoccupati solo e soltanto del loro stipendio a fine mese, nonostante due anni di contratti di solidarietà (ammortizzatori sociali n.d.r.) senza pensare minimamente alla propria crisi editoriale-giornalistica ?
  6. Come mai i giornalisti del quotidiano La Sicilia non si stanno agitando come i “cugini” baresi della Gazzetta del Mezzogiorno, nonostante il giornale siciliano venda addirittura meno della Gazzetta ?
  7. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati in questi anni che la stragrande maggioranza degli articoli pubblicati nelle edizioni provinciali, sono stati retribuiti a  5 euro netti ad articolo ???
  8.  Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati e non hanno mai manifestato la propria solidarietà realmente ai colleghi di altri quotidiani e tv pugliesi che hanno perso il proprio posto di lavoro ? Qualcuno ha persino remato contro …
  9. Con che coraggio l’assemblea di redazione, il comitato di redazione rivolgono le proprie speranze nel salvataggio grazie a qualche politico ? Come faranno a scrivere poi di questo politico ? E’ legittimi chiedersi come mai nessun editore “puro”  non ha alcun interesse a rilevare la Gazzetta del Mezzogiorno ?
  10. Chi investirebbe mai i propri soldi per rilevare una società con 35 milioni di euro di debiti, circa 150 dipendenti ed annessi superstipendi da pagare ed appena 18mila copie vendute al giorno in edicola ?

 

Qualcuno dovrebbe ricordare che la confisca delle azioni della EDISUD spa , società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, è avvenuta a seguito anche della scoperta del  il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Soldi che costituiscono solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere. Un sequestro antimafia del tesoretto scoperto in Svizzera dagli investigatori del ROS dei Carabinieri di Catania,  a nome dell’imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia  e La Gazzetta del Mezzogiorno . Soldi con cui veniva finanziato anche il quotidiano barese.

Ai posteri quindi l’ardua, eppur facile sentenza. Noi ci limitiamo a fare i giornalisti.

 

Questi i dati certificati (ADS) di vendita nel 2018 

 

Ecco tutti gli articoli pubblicati dal nostro giornale sull’editore Mario Ciancio di Sanfilippo:

18 giugno 2015 –  Indagine di mafia della DDA di Catania. Sequestrati dai Carabinieri del Ros 17 milioni di euro all’editore della Gazzetta del Mezzogiorno (leggi QUI

1 giugno 2017 –  Mafia: Ciancio editore della Gazzetta del Mezzogiorno a processo per concorso esterno (leggi QUI) 

11 giugno 2018 – La Gazzetta del Mezzogiorno in profonda crisi. Chiudono le redazioni di Brindisi, Matera. L’editore Ciancio a processo in Sicilia per concorso mafioso (leggi QUI) 

24 settembre 2018 –   Antimafia: sequestro di 150 milioni all’editore della “Gazzetta del Mezzogiorno” Mario Ciancio Sanfilippo (leggi QUI) 

 




Affaire Casalino, Odg Lombardia archivia

di Giovanna Rei

ROMA – L’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha deciso di archiviare l’istruttoria su Rocco Casalino, relativa al messaggio audio nel quale il portavoce di Palazzo Chigi insultava e attaccava i tecnici del ministero dell’Economia, accusati di fare ostruzionismo e di non riuscire a trovare le coperture per le misure della manovra. Il Consiglio di disciplina territoriale era stato chiamato a verificare se le dichiarazioni di Casalino, giornalista professionista, il loro tenore e l’uso del linguaggio fossero “pertinenti, continenti e compatibili con gli articoli 2 e 11 della legge professionale numero 69 del 3 febbraio 1963“.

Dura la reazione del deputato del Partito democratico Michele Anzaldi. “Per l’Ordine dei giornalisti della Lombardia definire i dirigenti del ministero dell’Economia ‘pezzi di me…’, gente ‘da far fuori’, con cui arrivare ‘ai coltelli’ non è una violazione dei diritti fondamentali delle persone, quindi insultare e minacciare non merita alcuna sanzione – scrive il deputato dem su Facebook -. Lo ha stabilito il Consiglio di disciplina, archiviando l’istruttoria su Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio che quelle parole voleva che uscissero sulla stampa, addirittura in forma anonima, tanto da dirle a vari cronisti, quindi voleva che avessero il massimo risalto possibile“.

“Nessuna conversazione rubata, ma – sottolinea Anzaldiinsulti contro pubblici ufficiali da far uscire sui media. E come sanzione non c’è soltanto la radiazione dall’Albo, la più dura. C’è anche il semplice avvertimento, la censura, la sospensione. Niente di tutto questo. Per l’Ordine dei giornalisti insultare un funzionario pubblico, additarlo sulla stampa come persona da cacciare significa rispettare i diritti fondamentali delle persone. Una decisione che lascia sbalorditi. Speriamo che, quanto meno, non faccia da precedente per futuri insulti e minacce“.

Ma l’ Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha dimenticato un “precedente” di Casalino, che il 13 luglio scorso quando i deputati del Movimento 5 Stelle avevano organizzato una piccola manifestazione nella piazza di fronte alla Camera per festeggiare il ricalcolo dei vitalizi degli ex parlamentari approvato dall’ufficio di presidenza. Alla manifestazione erano presenti una decina di deputati con palloncini, spumante e bicchieri. Tra i deputati c’era anche il nostro collega Salvatore Merlo, giornalista del quotidiano IlFoglio che in un suo articolo pubblicato ha descritto la scena. L’organizzatore della coreografia messa in piedi dai deputati del Movimento, ha raccontato Merlo, è stato Rocco Casalino, ex concorrente del Grande Fratello, portavoce del presidente del Consiglio e da anni capo della comunicazione del Movimento.

Merlo ha descritto in maniera piuttosto ironica Casalinoe la sua attività di spiegare ai deputati come comportarsi, in modo che la manifestazione riuscisse nella maniera migliore. «“Amore, amore”, urla Rocco a un deputato, battendo le mani, “tienilo più in alto quel palloncino!”», ha scritto per esempio. Casalino, che con il Foglio si è già scontrato parecchie volte in passato, stando a quanto scrive Merlo, gli avrebbe rivolto una frase provocatoria:

«Adesso che il Foglio chiude, che fai?

Mi dici a che serve il Foglio? Perché esiste?»

La frase di Casalino sembrava un non tanto velato riferimento al fatto che il Foglio percepisce finanziamenti pubblici in quanto cooperativa giornalistica. Casalino per giustificarsi, a posteriori aveva sostenuto che la sua era “una battuta” rivolta a Merloin un momento informale di festeggiamenti per i vitalizi. Sono certo che Salvatore Merlo ne fosse ben consapevole, considerando che ho specificato anche con lui che stavo scherzando. Credo fortemente nella libertà di stampa e nel pluralismo dell’informazione“.

Peccato che Casalino non abbia proferito parola quando i suoi datori di lavoro del M5S, a partire da Luigi Di Maio hanno dato ai giornalisti degli epiteti come “puttane“, “sciacalli“, “infami“. O forse parlavano fra di loro…?