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30 Giugno 2022 14:46
30 Giugno 2022 14:46

Addio Quarto Potere? Analisi sui fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura

Il terzo grado della Fox. Chi è James Goldston. Al Washington Post l’inclusione è difficile. Il velo delle grandi narrazioni. Ci pensa Boris. Parità di genere ed evoluzione del giornalismo. La digital transformation di ABC. Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale.

Io sono un’autorità su come far pensare le persone”. Recitava così il celebre personaggio Charles Foster Kane, magnate della stampa, nel film “Quarto Potere” di Orson Welles. Un ritratto di come il mondo dell’informazione fosse in grado di influenzare, muovere l’opinione pubblica portando avanti un modo di pensare e fare giornalismo che faceva della persuasione una delle sue caratteristiche principali. Oggi, però, in un contesto mediatico del tutto rinnovato e digitalizzato c’è da chiedersi quanto il lettore medio di giornali e quotidiani tenga conto delle pagine di opinione.

Una risposta arriva dalla Gannett Co., la più grande catena di giornali degli Stati Uniti, editore di Usa Today e oltre 250 quotidiani, che ha iniziato a ridurre nei propri quotidiani le pagine di opinione che starebbero allontanando i lettori, perdendo il loro potere di convogliare il pensiero e la percezione delle notizie. “I lettori non vogliono che siamo noi a dire loro cosa pensare”, hanno dichiarato i redattori, provenienti dalle redazioni di Gannett di tutto il Paese, secondo quanto riporta The Washington Post.

Oggi i fruitori di notizie vivono in una infosfera in cui ogni giorno si è costantemente bersagliati da input e notizie provenienti dall’utilizzo dei social. Un fattore che ha portato “il pubblico contemporaneo a non essere in grado di distinguere tra notizie obiettive e contenuti di opinione” ha scritto il comitato editoriale di Gannett. Il segnale lanciato si avvicina alla volontà di rimodernizzare un’informazione spesso polarizzata istituzionalmente. Non è la prima volta che The Washington Post affronta il tema di un giornalismo proiettato verso un minor uso dell’opinione ma più di racconto dei fatti senza sfumature (vedi Editoriale 80) che, però, non sempre si concilia con la parte più democratica del mondo della stampa che, come spiegava David Jordan, direttore della politica editoriale della BBCdovrebbe rappresentare tutti i punti di vistasottolineando l’impegno a diversificare le prospettive (vedi Editoriale 66).

Il terzo grado dell’americana Fox

Il Washington Post ha messo in evidenza che i giornalisti che rivolgono più domande e cercano maggiore confronto con la Casa Bianca sono i corrispondenti di Fox News, con l’intenzione di aprire costantemente dibattiti su argomenti come il Covid-19, l’Afghanistan, l’immigrazione, i posti di lavoro o qualsiasi altra tematica su cui l’emittente basa la sua narrazione. Nonostante l’obiettivo di Fox News sia quello di rafforzare le proprie tesi e convinzioni, come ad esempio le elezioni truccate del 2020, dalla Casa Bianca credono comunque che sia importante per i lettori e i telespettatori avere informazioni complete e concrete sull’attualità che a volte però richiedono un lungo tira e molla con alcuni giornalisti critici. Fox News certamente abbraccia come primario linguaggio quello dello scontro con l’obiettivo di polarizzare il dibattito e dare un’immagine semplice e immediata dei propri messaggi (vedi Editoriale 5074 e 81). In un mondo in cui il modo di comunicare è fatto di rapidità, immediatezza e in molti casi anche di superficialità, sembra difficile oggi poter sostenere un confronto e dibattito costruttivo, come vorrebbe incentivare la Casa Bianca. Cosa comporta però dare ampia voce e quindi visibilità a fonti e personaggi che potrebbero sostenere e promuovere fake news e teorie complottiste?

Chi è James Goldston

Le sei udienze sull’assalto al Congresso degli Stati Uniti avvenuto il 6 gennaio 2021 verranno trasmesse in diretta tv dai maggiori canali nazionali e James Goldston, ex presidente della ABC News, è stato assunto come responsabile di rete per presentare al grande pubblico il processo in corso. Goldston come spiega il New York Times, avrà un ruolo cruciale nel rendere il più possibile fruibili le udienze, vagliando e modificando le immagini dalle telecamere del corpo della polizia, i video di sorveglianza del corridoio e i filmati grezzi di un documentarista: ore e ore di registrazioni che hanno ripreso l’insurrezione.

Goldston è entrato nel mondo dei telegiornali come produttore, ottenendo infine il primo posto in ABC News, posizione che ha ricoperto per sette anni fino a dimettersi all’inizio del 2021. Ha lasciato la sua prima impronta importante su ABC News come produttore esecutivo trasformando il programma Nightline, il telegiornale della notte, più piacevole e meno incentrato sulla politica. Gli ex colleghi di Goldston hanno affermato che quando ha preso il timone come presidente di ABC News nel 2014 ha apportato diverse modifiche alla rete che hanno segnato un cambiamento culturale. Tuttavia, il suo lavoro ha attirato l’ira dei repubblicani, che si sono chiesti se la Commissione abbia aggirato le regole del Congresso coinvolgendolo senza darne il dovuto preavviso. Il leader della Camera repubblicana, Kevin McCarthy, ha accusato i democratici di aver assunto Goldston per dare un’immagine della rivolta del 6 gennaio totalmente diversa dalla realtà. L’ex presidente di ABC News avrà dunque un compito arduo: aiutare i membri del Congresso coinvolti a raccontare e riformulare gli eventi di quel giorno presentandoli a una nazione sempre più stanca e divisa. 

Al Washington Post l’inclusione è difficile

Che cosa porta un giornale come il Washington Post a passare dalle grandi inchieste come il Watergate alle ripicche per battute innocue sui social? È questa la domanda da cui parte un articolo de Linkiesta che rivela lo stato di salute un po’ precario che sta affrontando ultimamente il giornalismo americano (e non solo). Nei giorni scorsi il Washington Post è stato al centro dell’attenzione, non grazie a una buona indagine, ma a causa di un “bisticcio” interno tra colleghi che è poi sfociato nel licenziamento di una cronista, Felicia Sonmez, nell’occhio del ciclone da quando il giornalista David Weigel ha ritwittato una battuta sessista. Il Post aveva sospeso Weigel lasciandolo un mese senza stipendio. Ma il retweet, che Sonmez ha messo in luce per prima, ha poi di fatto sconvolto la vita all’interno della redazione del giornale. Sonmez, che nel 2021 ha citato in giudizio il giornale per discriminazione (la causa è stata recentemente respinta e lei ha intenzione di ricorrere in appello), nell’ultimo periodo è stata schietta su questioni legate all’iniquità in redazione.

Nei suoi commenti pubblici era stata molto critica nei confronti della leadership del Post, inclusa la direttrice Sally Buzbee, insieme a molti dei suoi colleghi. Alcuni dei suoi colleghi sono andati su Twitter per chiedere a Sonmez di smettere di attaccare il Post sui social media. Jose A. Del Real, un giornalista, ha risposto sabato dicendo che il tweet di Weigel era “terribile e inaccettabile. Ma – ha aggiunto – unire internet per attaccarlo per un errore che ha commesso in realtà non risolve nulla”. Buzbee ha tentato due volte di reprimere le lotte intestine pubbliche attraverso dichiarazioni, incluso un severo promemoria rilasciato più volte ai dipendenti. In quel memorandum, Buzbee ha delineato le regole che tutti i membri dello staff dovrebbero seguire: “Non tolleriamo che i colleghi attacchino i colleghi né faccia a faccia né online – ha scritto Buzbee -. Il rispetto per gli altri è fondamentale per qualsiasi società civile, inclusa la nostra redazione”. Poco importa come si risolverà la questione in oggetto, ma occorre forse domandarsi come si è ridotto un giornale che faceva grandi inchieste a farsi notare principalmente per i gossip interni.

Il velo delle grandi narrazioni 

Tendenza naturale di una società, anche a seguito dell’emancipazione di una classe sociale (come avvenuto nel dopoguerra con la classe operaia), è quella di proteggere un risultato e un benessere conseguito, inevitabilmente a discapito dell’uguaglianza sociale. Secondo Thomas Piketty, “ogni epoca produce, quindi, un insieme di narrative e di ideologie contraddittorie, finalizzate a legittimare la disuguaglianza”. Soprattutto al fine, scrive la politologa Nadia Urbinati su Domani, di far credere al singolo componente della società che la sua posizione nella scala sociale sia quella che più gli si addica, poiché giusta, proporzionata, meritata, destinata, affinché non minacci i privilegi di chi si trova al gradino superiore. Nella democrazia, la narrativa che giustifica la disuguaglianza tra uguali (per diritto) ha radici nel merito: uguali per legge, diseguali per risultati conseguiti. L’individuo accetta che ciò che possiede è il frutto della sua sconfitta in una battaglia tra pari. Il perdente non merita nulla di dovuto, ma riceve dal vincente per “benevolente” scelta filantropica. In questa narrativa, tuttavia, del merito si considera solo il punto di arrivo, e mai quello di partenza, che cela disuguaglianze sostanziali. In un altro editoriale di Domani, si spiega che, per tali ragioni, rimuovere il velo delle grandi narrazioni (anche se edificanti, e anche in tempo di guerra) è il solo modo per rimanere vigili sugli interessi del potere. Il soft power dello storytelling cela l’hard power dello spazio economico. In queste dinamiche, i media acquistano il ruolo dei partiti, cercando di spartirsi un’audience, e i partiti si “de-partitizzano”, perdono colore, per parlare indistintamente al “pubblico”. I media, rendendosi partigiani di idee, perdono così la loro funzione di monitoraggio delle dinamiche di potere, mentre i partiti, affamati di audience, perdono la funzione rappresentativa di specifici interessi.

Ci pensa Boris Johnson

Nel Regno Unito di Boris Johnson nasce il Centro per le tecnologie emergenti e la sicurezza (CETas), una nuova struttura dell’Alan Turing Institute, con l’obiettivo di monitorare le minacce ibride e la disinformazione russa. L’articolo di Formiche descrive la missione del CETas, una squadra di “cacciatori di bufale” che conterà scienziati, analisti, criminologi ed esperti di cybersecurity. L’obiettivo non è solo quello di stanare la propaganda russa (vedi Editoriale 76 e 85), ma di “produrre ricerca sulla tecnologia emergente e la sicurezza nazionale, sviluppare un network interdisciplinare di stakeholders, supportare direttamente la comunità della sicurezza nazionale inglese”, come si legge sul sito.

Paul Killworth, vice consigliere scientifico per la sicurezza nazionale inglese, in un’intervista alla BBC, ha sottolineato l’importanza della data analysis e delle nuove tecnologie per stanare la campagna di disinformazione russa, che comprende video del presidente Zelensky, prodotti con la tecnologia deep-fake, che invita i suoi concittadini a deporre le armi. Le fake russe non si fermano soltanto all’Occidente, ma si estendono anche a Cina, India, Africa e Medio Oriente. Un’arma vincente per contrastare la propaganda russa si è rivelata il ricorso all’open source. Come dimostra il gruppo di neolaureati della California che, nella sera del 23 febbraio, ha notato per primo su Google Maps il movimento delle truppe russe attraverso il confine e ha twittato la notizia. Quali saranno le frontiere delle nuove guerre? E quale la chiave di lettura fondamentale per comprenderle? Sicuramente l’Osint (Open source intelligence) si è dimostrata centrale nella guerra russa in Ucraina, dagli spostamenti nelle trincee alle batterie di equipaggiamento militare fino alle pattuglie di sabotatori.

Parità di genere ed evoluzione del giornalismo

Se il ruolo di giornalismo e informazione è riuscire a rappresentare la realtà, allora necessita di voci e punti di vista differenti, e, in quest’ottica, la parità di genere non è un obiettivo fine a sé stesso. A sottolinearlo è Rolling Stone, che, prendendo ispirazione dal recente studio sulla leadership femminile nei media di 12 Paesi pubblicato dal Reuters Institute, ha fotografato la situazione italiana, caratterizzata da una media di giornaliste censite pari al 42% del totale ma da numeri decisamente più bassi nei ruoli apicali: per quanto riguarda i quotidiani si contano solo tre direttrici, Agnese Pini (a capo di tutte le testate del gruppo Monrif), Nunzia Vallini (Giornale di Brescia) e Norma Rangeri (il Manifesto), mentre i direttori dei sette telegiornali delle maggiori reti televisive e dei cinque giornali online più seguiti sono, senza eccezioni, uomini.

Alcuni studiosi citati nel report del Reuters Institute hanno sottolineato come le direzioni femminili scelgano le notizie in maniera differente da quelle maschili, dedicando, in generale, maggiore attenzione a diseguaglianze sociali di lunga data, interne ed esterne al mondo dei media. Le testimonianze delle vicedirettrici Serena Danna (Open) e Stefania Aloia (Repubblica) e dell’Head di Chora Francesca Milano confermano la tendenza, già sottolineata dagli accademici, della maggiore sensibilità ad alcuni temi, ed evidenziano come, mentre al di fuori del mondo dei media persistono ancora stereotipi come quello della donna angelo del focolare, all’interno le carriere femminili, almeno fino ai ruoli di vicedirettrice o caporedattrice centrale, siano possibili. Resta necessario, però, quel passo in più verso le posizioni apicali, da riservare non a quote rosa ma a professioniste valide e in grado di togliere, come ricorda Aiola, quelle “incrostazioni mentali su questioni legate alla parità, alla responsabilità della parola. Questioni sulle quali i lettori e soprattutto le lettrici, specie quelli più giovani, ormai sono molto attenti”. Profili sicuramente non rari in quel 42% di giornaliste.

La digital transformation di ABC

Come riportato dal Guardian, gli archivisti e i bibliotecari di ABC sono rimasti spiazzati dopo aver appreso che il management ha deciso di tagliare 58 posizioni, portando i giornalisti a dover fare le ricerche e archiviare le proprie storie autonomamente. Inoltre, alcune fonti hanno confermato al Guardian che ulteriori 17 posizioni negli archivi verranno abolite negli uffici di alcune parti dell’Australia, comprese Sydney e Melbourne. Lo staff della biblioteca di ricerca continuerà a supportare programmi investigativi come “Four Corners” e “Background Briefing”, ma non sarà disponibile per le notizie quotidiane o le coproduzioni. ABC ha dichiarato che dopo aver fatto delle valutazioni, è stato determinato che il lavoro svolto da alcuni lavoratori degli archivi non è più necessario, si è evoluto o può essere affidato ad altri dipendenti che ricoprono altre posizioni. Altre 4 posizioni saranno di troppo nel team di post-produzione, perché alcuni processi verranno automatizzati  e ABC ha dichiarato che il ridimensionamento fa parte della transizione verso il digitale e i servizi on-demand, nonché per raggiungere l’obiettivo di aumentare velocità ed efficienza. Alla luce di alcuni dati che certificano la direzione verso il digitale intrapresa, la ABC propone di introdurre 30 nuovi ruoli, tra cui “content navigators” che lavoreranno in redazione per assistere i giornalisti nell’utilizzo degli archivi ABC digitalizzati. Così come gli archivi, nel 2018 sono state smantellate anche le biblioteche dei suoni e dei riferimenti, delle quali i bibliotecari conoscevano profondamente la collezione e suggerivano musica per programmi e documentari programmi.

*Storyword è un progetto editoriale a cura di un gruppo di giovani professionisti della comunicazione che con diverse competenze e punti di vista vogliono raccontare il mondo della comunicazione globalizzato e in costante evoluzione per la convergenza con il digitale. Storyword non è una semplice rassegna stampa: ogni settimana fornisce una sintesi ragionata dei contenuti più significativi apparsi sui media nazionali ed internazionali relativi alle tecniche e ai target di comunicazione, sottolineando obiettivi e retroscena. Per maggiori informazioni: https://www.storywordproject.com/

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