COME PREVISTO CONTE SALE AL QUIRINALE: IL CONTE BIS E’ FINITO

di REDAZIONE POLITICA

Una nota di Palazzo Chigi preannuncia un Consiglio dei Ministri convocato alle ore 9 di questa mattina mattina nel corso del quale il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ufficializzerà ai ministri la decisione di recarsi al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Subito dopo il premier si recherà dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il governo Conte bis è arrivato al capolinea. 

 La speranza di Conte e dei suoi alleati di governo è che il Quirinale conceda un reincarico al premier, sulla base di una marcata discontinuità, con un nuovo programma di governo e una nuova squadra di ministri. Ma difficilmente vedrà realizzare il suo sogno, e cioè quello di essere “buono” per tutte le stagioni ! Il premier non vede però evoluzioni o soluzioni parlamentari in un quadro a lui favorevole, ed è per questo che Conte ha sinora esitato nel prendere la decisione di dimettersi consapevole che le possibilità di rientrare nel suo ufficio a Palazzo Chigi sono quasi inesistenti.

Palazzo Chigi

Il ragionamento dell’ esecutivo è che non si può andare in Aula e cadere, e quindi bisogna anticipare le mosse dell’opposizione rassegnando le dimissioni per provate a dare vita a un Conte ter.

Conte sa molto bene che Italia Viva, come viene dichiarato da giorni dalla Bellanova e da Rosato, offrirebbe un’apertura difficilmente rifiutabile per tutti quelli che nel Pd e anche tra i parlamentari del Movimento 5 stelle che farebbero volentieri a meno dell’avvocato a Palazzo Chigi pur di scongiurare il voto e allungare la legislatura. “A quel punto la soluzione della vecchia maggioranza giallorossa con un nuovo premier e una nuova squadra sarebbe difficilmente rifiutabile, sia dai vertici dei partiti sia dai parlamentari spaventati dai sondaggi e dal taglio dei parlamentari, che sanno che difficilmente rientrerebbero a Palazzo”.

Intorno alle 18 di ieri sera, le agenzie di stampa avevano iniziato a diffondere la notizia dell’ultima ora: “Conte sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Così però non è stato. E dal Quirinale questo modo di fare comunicazione in “stile Casalino” (informare prima i giornalisti “amici” e soltanto dopo al presidente della Repubblica) non è stato per niente apprezzato da Mattarella. L’ annuncio di Palazzo Chigi ha innervosito il Quirinale e Conte ha dovuto far mettere la retromarcia al proprio autista per rientrare a Palazzo Chigi, una volta capito che non sarebbe stato ricevuto.

A soli 6 mesi dal semestre bianco per le elezioni del prossimo Presidente della Repubblica, Mattarella ha ferma intenzione di esercitare il ruolo di arbitro che gli compete per portare l’Italia fuori dalla crisi. Dopo solo tredici giorni dalla prima visita di Conte e dopo le due successive udienze, il capo dello Stato riceverà nuovamente il premier questa mattina per ricevere le dimissioni del presidente del Consiglio . La prassi procedurale prevede che il capo dello Stato prenda atto della decisione del premier e lo inviti a curare il disbrigo degli affari correnti. Data la particolare situazione di emergenza del Paese, Mattarella vorrebbe iniziare con le consultazioni già dal pomeriggio di mercoledì o addirittura concentrarle nella sola giornata di giovedì. Tutto questo salvano Conte e Bonafede da una figuraccia pressochè certa, perché con un governo dimissionario non si possono votare risoluzioni che impegnano l’esecutivo, e quindi non ci sarà più mercoledì il voto in Parlamento sulla relazione del ministro grillino Alfonso Bonafede che non avrebbe mai ottenuto la maggioranza.

il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Mercoledì mattina al Quirinale sono in programma le celebrazioni per “il Giorno della memoria“, ed inoltre bisogna tener conto dei tempi tecnici legati alla formazione delle varie delegazioni e soprattutto predisporre tutta una serie di precauzioni legate all’emergenza Covid. Tutto si svolgerà nella massima rapidità possibile. Mattarella soltanto dopo aver ascoltato le delegazioni delle forze politiche e delle componenti parlamentari, potrà capire se ci sono gli spazi di manovra e sopratutto i numeri per un pre-incarico o un incarico pieno che possa poi consentire ad un governo Conte ter, sostenuto da una riedizione dell’attuale maggioranza con gli stessi partiti e/o con altre formazioni dell’ultima ora.

Se invece risultasse impossibile come prevedibile la permanenza dell’attuale “inquilino” a Palazzo Chigi , si aprirebbero degli altri scenari legati ad un cambio di premier ma non dell’attuale coalizione. In ballo c’è anche la creazione di un governo sostenuto dalla cosiddetta “maggioranza Ursula” e un esecutivo di larghe intese o di unità nazionale. Tutte ipotesi. Mattarella dovrà valutare se esistono degli spazi di manovra parlamentare per risolvere la crisi, e nominare un Governo tecnico che consenta al Parlamento di approvare una nuova legge elettorale, che tenga presente dei nuovi collegi e della riduzione dei parlamentari. Altrimenti sarà inevitabile lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni.

Una cosa è certa: da oggi Conte non potrà più pensare di poter fare quello che gli pare e piace. Non può minimamente pensare di poter gestire questa crisi sanitaria e tutte le conseguenze economiche a colpi di Dpcm, di riunioni notturne o dirette televisive a reti unificate. Ha fallito. Ed il presidente Mattarella lo aspetta al varco. “Giuseppi” non può più permettersi di fare il “ducetto” a 5 stelle.

Dall’opposizione è intervenuto Silvio Berlusconi ribadendo che “nessuna trattativa è in corso per un eventuale sostegno di qualunque tipo al governo in carica”. In poche parole: nessun ‘soccorso azzurro’ a Conte attraverso i ‘responsabili‘ di Forza Italia ha fatto sapere che la strada maestra, per il presidente di Forza Italia è una sola : “Rimettere alla saggezza politica e all’autorevolezza istituzionale del capo dello Stato di indicare la soluzione della crisi, attraverso un nuovo governo che rappresenti l’unità sostanziale del paese in un momento di emergenza oppure restituire la parola agli italiani. Mi auguro che il presidente del Consiglio sia consapevole dell’ineludibilità di questa strada”. E il vicepresidente di Fi Antonio Tajani, a Quarta repubblica, ha precisato: “Il centrodestra decide insieme. L’ideale sarebbe un governo di unità nazionale con le migliori forze anche della società, se la sinistra dice di no allora per avere quel risultato bisogna passare per il voto“.

Fonti della Lega riferiscono che Matteo Salvini ha chiamato gli altri leader del centrodestra e i ‘piccoli’ movimenti di area per ribadire l’unità della coalizione e affidarsi in questo momento delicato alla saggezza del Colle. Oggi si terrà un vertice di opposizione allargato a Udc, Noi con l’Italia e ‘Cambiamo’ per fare il punto sulla situazione. ”Il centrodestra è unito e compatto, la linea della coalizione resta quella espressa pochi giorni fa al Quirinale’‘, assicurano le fonti.

L’Udc ha confermato la propria decisione politica di restare fuori dai giochetti dei ‘responsabili‘”. Questa la posizione condivisa dai parlamentari Udc dopo una riunione che si è svolta ieri mattina nella sede nazionale del partito. “I tre senatori dello Scudo crociato hanno votato all’unanimità ‘no’ alla fiducia del Governo”, si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa nazionale del partito, ed e avrebbero votato, in maniera compatta, un chiaro e netto ‘no‘ alla relazione del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.




GOVERNO, IL PREMIER CONTE A CACCIA DELLA MAGGIORANZA AL SENATO

di REDAZIONE POLITICA

Dopo aver incassato la fiducia ieri sera alla Camera grazie al supporto dell’ex forzista Renata Polverini e sette ex M5s del Gruppo Misto, ottenendo 321 sì, 6 in più della maggioranza assoluta, oggi per Giuseppe Conte c’è l’esame più difficile da superare: la prova della fiducia al Senato.

Il premier è arrivato a Palazzo Madama alle 9:30, cominciando a parlare alle 9:44, ricordando per prima cosa la scomparsa di Emanuele Macaluso, storico dirigente comunista, definito “un grande protagonista della vita politica e culturale italiana“. Conte nel suo intervento ha ripercorso l’intervento di ieri alla Camera, ma oggi il passaggio al Senato sarà più delicato.  E’ la giornata più lunga, la più significativa quella che il premier Conte affronta a Palazzo Madama. E lo si capisce subito, quando riafferma che “mai come in questo momento la politica è chiamata a propria missione“.

In diretta dal Senato della Repubblica, le comunicazioni del Presidente del Consiglio sulla situazione politica dopo l’uscita di Italia Viva dalla maggioranza di governo. Fuori portata la vetta di 161 voti favorevoli, la maggioranza assoluta, il Governo Conte punta ad arrivare almeno a quota 155.



Fino al pomeriggio seguirà il dibattito parlamentare, il senatore Matteo Renzi, leader di Italia Viva parlerà nel primo pomeriggio. Ancora in forse i voti dell’Udc che ufficialmente per bocca del suo segretario Lorenzo Cesa ha confermato il suo voto contrario al Governo Conte, mentre alcuni ex fuoriusciti del Movimento Cinquestelle come Gregorio De Falco daranno il loro sostegno. Tra i senatori a vita certa la presenza di Liliana Segre, mentre Carlo Rubbia e Renzo Piano non saranno in aula. I senatori di Italia Viva potrebbero replicare l’astensione già tenuta ieri alla Camera.

“La decisione di Renata Polverini di votare alla Camera a favore della fiducia al governo Conte è stata fatta con trasparenza. Va dato atto all’onorevole Polverini di essere stata molto coerente. E’ giusto secondo me votare secondo coscienza, pensando soltanto a fare il bene del Paese. Penso che al Senato vedremo altre novità“, ha dichiarato a Cusano Italia Tv il deputato Andrea Romano (Pd).

Per il leader della Lega Matteo Salvini “L’unica soluzione è il voto” e entrando in Senato per partecipare al voto di fiducia aggiunge “Sull’abolizione dei senatori a vita non ho cambiato idea“.

Giuseppe Conte nel suo intervento ha sottolineato “posso parlare a testa alta, senza arroganza perché in  questi mesi abbiamo posto le basi per il rilancio e la crescita”. Ed arriva, la prima stoccata del premier: “In questi giorni ci sono state continue pretese, continui rilanci concentrati peraltro non casualmente sui temi palesemente divisivi rispetto alle varie sensibilità delle forze di maggioranza. Di qui le accuse, a un tempo di immobilismo e di correre troppo, di accentrare i poteri e di non aver la capacità di decidere. Vi assicuro che è complicato governare con chi mina continuamente un equilibrio politico pazientemente raggiunto dalle forze di maggioranza“. Conte si chiede se “c’era davvero bisogno di questa crisi? Con questa crisi – aggiunge il capo del governo –  la classe politica tutta rischia di perdere il contatto con la realtà“.

Italia viva dovrebbe astenersi anche oggi, nonostante l’astio per Conte non sia stato attenuato dal suo discorso di ieri, in cui il premier si è detto “sgomento” per la scelta “incomprensibile” degli ormai ex alleati e ha però accolto in extremis la loro richiesta sulla delega dei servizi segreti. Nelle file di Renzi c’è attesa per la scelta dei socialisti di Nencini, nei cui confronti ieri sera l’ex premier è parso irritato a “MaratonaMentana” su La7ha una diversa sensibilità rispetto al governo” .



all’interno della diretta video del Senato, tutti gli interventi dei senatori in aula

Il dibattito al Senato verrà intervallato da una pausa sanificazione. Intorno alle 17.30 dovrebbe arrivare l’eventuale replica del premier. Poi le dichiarazioni di voto e la “chiama” dei senatori per la votazione. Infine il risultato finale della fiducia intorno alle 20.30. Nella mattinata hanno la preso la parola i senatori Casini, Nencini, Balboni, Pittella, Gallone, Pepe, Fantetti, Maiorino, Caligiuri, Bonino, Cangini, Buccarella, Di Nicola, Urso, Mangiavalori. Floridia, Lonardo, Gasparri ecc. (tutti gli interventi sono contenuti nel video della seduta del Senato n.d.r.).

A Palazzo Madama prenderanno la parola Teresa Bellanova e lo stesso Matteo Renzi: “Non c’è stata volontà di costruire una agenda condivisa“, è l’invettiva di ieri di Ettore Rosato nei confronti del premier. Il pallottoliere di Palazzo Madama continua a essere mobile: le stime oscillano tra i 154 voti a favore del governo fino a quelle più ottimistiche che prefigurano quota 158. Ma la partita aperta con le dimissioni delle ministre di Italia Viva certamente non finirà con il voto nelle aule parlamentari.

Il centrodestra cerca intanto di riunione in riunione, di serrare i ranghi: l’Udc fa sapere non passerà al ‘nemico‘ e l’unica via, per la coalizione guidata da Salvini, Meloni e Berlusconi, passa per le dimissioni del premier. Quello in atto, attacca Giorgia Meloni, è solo un “vergognoso mercimonio”.

Al momento, dopo il “non possumus” di Forza Italia, con la quale sarebbe nata la maggioranza Ursula, un “niet” è giunto anche dallUdc, che in Senato ha tre seggi (De Poli, Binetti e Saccone) e che ha ribadito la propria aderenza al centrodestra; altrettanto hanno fatto i tre di Cambiamo-Idea (Romani, Berruti, Quagliariello). Si tratta dei due partiti a cui la maggioranza guarda con maggiori speranze per dar vita ad un gruppo parlamentare, che a Palazzo Madama richiede non solo 10 seggi, ma anche un simbolo che si sia presentato alle ultime elezioni (come l’Udc). Anche Popolo protagonista, che ha tre deputati alla Camera e una senatrice (Tiziana Drago) per ora attende: “Noi oggi non voteremo la fiducia – ha detto Gianluca Rospi ma siamo sempre aperti ad una discussione costruttiva“.

Quindi in Senato ci si ferma a quota 152, che secondo qualche ottimista potrebbe salire di un paio di unità, con i sì dell’ultimo momento. Ben lontani dalla maggioranza assoluta (161) o anche dalla maggioranza “politica” di 158, quella che tiene conto dei soli senatori eletti (315) e non dei quelli a vita (6). Ai 148 della maggioranza, va sottratto il pentastellato Castiello che è malato di Covid, ma vanno aggiunti l’ex M5s Gregorio De Falcotre senatori a vita: Mario Monti, Elena Cattaneo e Giuliana Segre, che ha deciso di venire a Roma a votare nonostante i medici gliel’avessero sconsigliato e Tommaso Cerno. Gli ottimisti sperano in qualche senatore di Forza Italia, ma uno di quelli indicati, Andrea Causin, smentisce ed assicura: “Mi atterrò alle indicazioni del gruppo“.  

La partita al Senato in ogni caso è molto complicata e lunga, ecco che cosa succederebbe, con questi diversi scenari:

Il governo Conte ottiene più di 160 voti

Che Conte raggiunga la maggioranza assoluta di 161 voti è improbabile. Se però questo scenario — ripetiamo, improbabile — dovesse materializzarsi, grazie all’intervento di “volenterosi” (secondo l’ultima definizione del premier) in grado di sostituire i voti di Italia Viva, il governo potrebbe proseguire con tranquillità la sua azione.

Conte ottiene un numero di voti tra 155 e 160

Conteggi e riconteggi frenetici attribuiscono alla coalizione derenzizzata tra i 152 e i 159 voti, con l’apporto di senatori “volenterosi” secondo l’ultima definizione del premier , il cui numero esatto resterà incerto fino all’ultimo. La maggioranza potrebbe accontentarsi di 155 voti, nella speranza di arruolare altri sostenitori in seguito: o nella migliore delle ipotesi rilanciando l’azione di governo con la prospettiva di inserirli nella lista che Conte pare sempre più intenzionato a presentare quando si tornerà a votare. Superando quota 155 voti a favore, il governo potrebbe proseguire con relativa tranquillità. Di più: fonti della maggioranza spiegavano ieri che sopra i 155 sarebbe “una vittoria“.

Conte ottiene un numero di voti tra 150 e 154

La navigazione per Conte sarebbe pericolosa nei prossimi giorni, e nelle prossime settimane sotto quota 155. Il suo tentativo sarebbe quello di andare avanti, evitando le dimissioni: ma il potere di condizionamento di Italia Viva che ha già preannunciato e promesso battaglia nelle commissioni sarebbe molto alto.

Conte ottiene meno di 150 voti

Per il governo si tratterebbe di una sconfitta difficile da ignorare, anche se è vero che nella storia della Repubblica ci sono stati 12 governi che non raggiungevano la maggioranza assoluta, a partire da quello di Alcide De Gasperi del 1947.

La posizione del Quirinale

Il capo dello Stato non sta aiutando Giuseppe Conte a reperire i suoi “volenterosi”, se ne guarda bene, anzi lo aveva avvertito: senza gruppi parlamentari finirai nel pantano. Però adesso non può e non vuole nemmeno mettersi di traverso alla campagna acquisti. Se il premier Conte strapperà la fiducia, anche con una maggioranza stiracchiata, anche restando sotto quota 161, potrà comunque andare avanti come se nulla fosse. Certo, sarà “politicamente indebolito“, un premier ammaccato, precario, instabile, magari incapace di reggere a lungo di fronte alla pandemia e di gestire gli aiuti del Recovery Plan: tuttavia legittimo. “Noi non diamo patenti né impartiamo cresime” commentano fonti del Quirinale. Un lavoro che spetta alle Camere, dove bisogna avere i voti per governare.




ELEZIONI REGIONALI PUGLIA. IL TAR RESPINGE I PRIMI RICORSI

di REDAZIONE POLITICA

La composizione del Consiglio regionale, per il momento non varia a seguito della decisione del Tar Puglia che ha rigettato i primi ricorsi. Il collegio giudicante del Tribunale amministrativo di Bari, non hanno ritenute valide e legittime le richieste di Italia in Comune, Senso Civico, e di alcune associazioni femministe che avevano chiesto di rivedere, per ragioni differenti, l’attribuzione dei seggi del Consiglio Regionale assegnati lo scorso ottobre dall’ufficio elettorale della Corte di Appello di Bari .

Senso Civico e Italia in Comune esclusi dal Consiglio regionale, chiedevano al Tar Puglia nello specifico dei loro due differenti ricorsi la correzione del risultato elettorale con conseguente assegnazione dei seggi spettanti. I quattro ricorrenti di Italia in Comune, Piero Bitetti, Francesco Crudele, Rosario Cusmai e Paolo Pellegrino, contestavano il calcolo del 3,49% dei voti assegnati che non superando la soglia di sbarramento del 4%, non ha loro consentito di ottenere un seggio in Consiglio regionale.

Il ricorso presentato dai sei candidati di Senso Civico – Un nuovo Ulivo per la Puglia, Ernesto Abaterusso, Cosimo Borraccino, Luigi Giorgione, Alfonsino Pisicchio, Giuseppe Tanzarella e Sabino Zinni contestava il verbale dell’ufficio centrale elettorale che aveva assegnato loro la percentuale di voti validi del 3,76%, escludendola dall’assegnazione dei seggi. I ricorrenti avevano chiesto nel ricorso il ricalcolo dei voti sostenendo di aver superato la soglia del 4% e che quindi il loro gruppo di liste aveva diritto a concorrere al riparto dei seggi del Consiglio.

Al momento non sono ancora state depositate le motivazioni dei due rigetti da parte del TAR Puglia. I giudici amministrativi baresi hanno invece, accolto i ricorsi dei due candidati al Consiglio Regionale, Tommaso Gioia della lista Con Emiliano e Cosimo Miccoli della lista Lega Salvini Puglia rispettivamente non dichiarati eletti nei collegi elettorali di Brindisi e Lecce, disponendo con due diverse ordinanze, che le Prefetture di Brindisi e Lecce dovranno procedere entro 60 giorni al riconteggio dei loro voti validi.

Il 3 marzo si discuteranno i ricorsi dei singoli consiglieri, si comincerà da quello presentato da Domenico De Santis (Pd) che nel frattempo è stato nominato vice capo di gabinetto della Presidenza della Giunta Regionale, dal governatore Michele Emiliano.

Si tornerà dinanzi al Tar a Bari il prossimo 8 luglio quando si svolgeranno le udienze di merito. Il Tribunale amministrativo ha anche respinto ritenendolo infondato, anche il ricorso presentato da otto associazioni femministe le quali contestavano l’ammissione alla competizione elettorale di liste che non avevano a loro dire rispettato l’obbligo di composizione in un rapporto almeno del 60/40 tra i generi, previsto dalla legge elettorale regionale. I ricorrenti chiedevano al Tar di sollevare la questione di legittimità costituzionale, chiamando in causa sei seggi di consiglieri eletti nelle liste di Forza Italia e Puglia Domani, che non avevano rispettato la proporzione di genere in tre (Bari, Lecce e Foggia) delle sei circoscrizioni elettorali pugliesi .

Secondo i giudici amministrativi il ragionamento oggetto del ricorso non può dare accesso al giudizio di legittimità costituzionale. Nella sentenza del Tar si legge che dalle norme costituzionali emerge l’affermazione di principi di ordine generale, la cui attuazione concreta e rimessa alla discrezionalità del legislatore ordinario e, in particolare, il sistema di elezione degli organi regionali va ascritto alla competenza legislativa regionale concorrente. Non può essere, cioè, intesa nel senso di imporre nel dettaglio le modalità del rispetto delle cosiddette quote rosa nel sistema elettorale regionale.

I giudici amministrativi hanno confermato che le due liste non hanno rispettato la proporzione di genere tra le candidature in alcune circoscrizioni. Tuttavia gli uffici elettorali hanno dovuto ammettere tali liste, stante la mancata previsione nell’attuale legge regionale di un meccanismo che consenta di intervenire a monte. “Noi non molliamo. La battaglia per le donne pugliesi continua, ora si va al Consiglio di Stato.” hanno dichiarato i legali Marida Dentamaro e Veralisa Massari in rappresentanza delle otto associazioni femministe ricorrenti. Anche Senso Civico annuncia ricorso ai giudici di Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato a Roma : “La nostra cultura democratica ci impone il rispetto della magistratura e delle decisioni da essa prodotte, anche se le giudichiamo profondamente ingiuste. È il caso della sentenza emessa dal Tar Puglia“,.




QUEI GIOCHI TATTICI DI TROPPO NELLA MAGGIORANZA

di PAOLO MIELI*

Se l’attuale (latente) crisi di governo ha un pregio, esso è dato dal fatto che stavolta anche a sinistra ci si comincia a porre qualche domanda circa l’opportunità di proseguire lungo gli impervi sentieri di questa scombinata legislatura. E ci si comincia ad interrogare sulla convenienza di affidarci a governi come quelli partoriti dalle Camere elette nel 2018. Tanto più che mai come in questi giorni è stato evidente che l’unico magnete per la maggioranza (forse anche per l’opposizione) è costituito dal desiderio della maggior parte dei deputati e dei senatori di tenersi stretto il proprio seggio.

A maggior ragione dopo il taglio dei parlamentari che, per ognuno dei suddetti deputati e senatori, ha reso oltremodo incerte le prospettive di rielezione. Tutto ciò è un male, affermano due autorevolissimi ex parlamentari ultranovantenni, il comunista Emanuele Macaluso e il socialista Rino Formica. Quest’ultimo ha sostenuto (con Daniela Preziosi su Domani) che, in una situazione come quella che si è venuta a creare, le elezioni dovrebbero essere addirittura «un obbligo».

Invece ci si avvia, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, a scegliere il prossimo capo dello Stato in condizioni — pur ineccepibili sotto il profilo costituzionale — di eccezionale quanto evidente fragilità.

Per di più, assieme al Presidente della Repubblica, l’attuale «platea elettorale cancellata dal referendum» (Formica) nominerà diversi membri del Csm che resteranno in carica quattro anni e alcuni giudici costituzionali che «dureranno» nove anni, sottolinea con una punta di malizia lo stesso Formica. Le istituzioni parlamentari — mortificate oltremodo dall’andamento nient’affatto lineare della legislatura — sono allo stato pressoché prive di quella energia che in genere proviene dall’investitura popolare. Ciò che, ad ogni evidenza, da qualche mese si riflette negativamente sulle modalità con cui viene affrontata la pandemia. E anche sui modi con cui ci si accinge a programmare la destinazione delle risorse in arrivo dall’Europa.

Per chiarezza va detto che mettere nel conto l’anticipo delle elezioni non significa scivolare per una sorta di automatismo verso la immediata interruzione della legislatura. Vuol dire piuttosto alzare il livello della scelta che dovrebbe porsi tra un governo di indiscutibile autorevolezza e rappresentatività (ammesso che l’attuale Parlamento sia in grado di conferirgli adeguata legittimazione) e la convocazione dei comizi elettorali. Solo l’opzione vera di una brusca interruzione della legislatura può far leva sul senso di responsabilità di deputati e senatori e costringerli a por fine a quei giochi tattici che, a dispetto dell’emergenza da Covid, li sta portando (o li ha già portati) sulle sabbie mobili.

Un’opzione autentica, dicevamo, non «un’evocazione tattica e senza convinzione» come hanno giustamente messo in chiaro sul Fatto Gad Lerner e Franco Monaco, due personalità del mondo politico giornalistico da tempo in sintonia con Romano Prodi. Ai due va riconosciuto il merito di aver posto il tema delle elezioni anticipate nei suoi esatti termini: non sarebbe meglio andare a votare dopo «un limpido dibattito parlamentare», piuttosto che dar vita ad un «esecutivo fragile quanto o più di quello attuale»?

Premesso che a norma di Costituzione il Parlamento ha pieno diritto di restare in carica cinque anni, che il Presidente della Repubblica non è tenuto a sciogliere le Camere fino al momento in cui esse non siano più in grado di esprimere una maggioranza e che l’anticipazione del ricorso alle urne va perciò contemplata alla stregua di un’assoluta eccezione, resta il fatto che nella storia dell’Italia repubblicana ben otto legislature sono state chiuse prima del tempo: una dietro l’altra, per quasi un ventennio, quelle dalla quinta (iniziata nel 1968) alla nona (interrotta nel 1987); più l’undicesima, la dodicesima e la quindicesima. Talché l’eccezione di cui si è detto, forse non va più considerata tale.

Le istituzioni parlamentari

Mortificate dall’andamento della legislatura sono allo stato prive di quella energia che in genere proviene dall’investitura popolare

La sinistra italiana — per un eccesso di cautela o per una sovrabbondante fiducia nei giochi parlamentari — ha sempre esitato di fronte alla prospettiva dell’interruzione anticipata di una legislatura. Nel 1996 il Pds provò a varare un governo presieduto da Antonio Maccanico allo scopo di evitare quel voto (anticipato) che pure avrebbe portato alla vittoria di Romano Prodi su Silvio Berlusconi. Nel 2011 Pierluigi Bersani rinunciò a sfidare Berlusconi in elezioni (anticipate) che lo davano come probabile vincitore e preferì optare per la soluzione escogitata dal Presidente Giorgio Napolitano di un gabinetto di salute pubblica nelle mani di Mario Monti. Per senso di responsabilità, certo, ma anche per un’innata diffidenza nei confronti della consultazione del popolo sovrano.

Lerner e Monaco conoscono bene l’obiezione posta dai più: è concepibile «andare al voto in piena pandemia»? Ma rovesciano la domanda: come è pensabile affrontare un’emergenza di tali proporzioni con un esecutivo così indebolito? Condannando il Paese per i prossimi mesi o anni a «governi senza respiro»? Certo, per Pd e M5S ben saldi al potere andare alle urne comporta mettere nel conto che possa vincere il centrodestra. Però stavolta, a differenza di quel che è stato nei dieci anni alle nostre spalle, le chance di vittoria per i due schieramenti sarebbero pressoché identiche. Anche per il venir meno di quel terzo «soggetto incognita», i Cinque Stelle, che nelle elezioni del 2013 e in quelle del 2018 snaturò, per così dire, il gioco a due. Adesso si tornerebbe ad una competizione da manuale tra centrodestra e centrosinistra. Quando ciò fosse chiaro, si può presumere che cambierebbe velocemente anche il responso dei sondaggi e la partita diventerebbe decisamente aperta.

Palazzo Chigi

Si avrebbe per di più il vantaggio che la legge elettorale in vigore — brutta finché si vuole, ma strutturata in modo tale da indurre ad alleanze prima delle elezioni — costringerebbe Pd e M5S ad un «chiarimento identitario e strategico» (Lerner e Monaco) prima del voto e tale confronto porterebbe nella prossima legislatura alla costituzione di «nuovi gruppi parlamentari finalmente organici alla prospettiva» (ancora Lerner e Monaco) emersa dal chiarimento di cui si è detto.

Se poi si pensasse di riparare allo strappo venuto alla luce nell’ultimo mese con un rammendo, è difficile pensare che un rattoppo del genere, per quanto ben cucito e magnificato dai cucitori, regga per più di qualche settimana. E saremmo ad una seconda lacerazione. A quel punto le elezioni sarebbero inevitabili, ma non più come esito di una scelta meditata e consapevole.

*editoriale tratto dal Corriere della Sera




Il governo Conte bis al capolinea: il “ciao dei renziani fa fibrillare M5s e Pd

di REDAZIONE POLITICA

Mentre premier Giuseppe Conte fa finta di niente i ministri Pd e 5Stelle gli chiedono di fare qualcosa contro le manovre di Matteo Renzi che vuole far implodere l’esecutivo dopo il 6 gennaio. La crisi di governo nella calza della Befana. “Presidente, lo hai sentito parlare al Senato? Renzi sta per aprire la crisi di governo. Dobbiamo prevenirne le mosse”, sono le parole con le quali secondo un retroscena di QN-Quotidiano nazionale due ministri(uno del Pd e uno del M5s) avrebbero messo in guardia il presidente del Consiglio . I due membri del Governo suggeriscono a Conte di chiedere un voto di fiducia sul governo in Parlamento, in modo da stanare i renziani. Ma il premier esita.

Dalla corrente Base riformista del Pd, sottolineano che “è chiaro che Conte non conosce Renzi“, mentre da Italia Viva si gustano la ritrovata centralità politica nonostante un esiguo peso dei consensi elettorali. “All’Epifania al film Conte bis mettiamo la parola the end“, raccontano anonimi esponenti renziani a Qn. Ma in che maniera?

Il preavviso di sfratto per Conte arriverebbe con la lettera di dimissioni della Bellanova e Bonetti, le due ministre di Italia Viva e successivamente, una volta aperta la crisi, si giocherebbe una partita a scacchi con lo spettro della gestione della pandemia. “Da lì, può succedere di tutto. Un Conte bis ‘due’, con gli appetiti di Iv accontentati, un paio di teste che saltano nel Pd (De Micheli) e M5s (Dadone o Azzolina). Un Conte ter, con i due molossi, Di Maio e Orlando, dei due partiti maggiori nel ruolo di vicepremier per arginare Conte e un Renzi che si ‘mangia’ le Infrastrutture e la delega ai Servizi, ottenendo lo scalpo di un Conte dimezzato“, sono le ipotesi in campo.



Ed in caso di elezioni anticipate? Se il presidente dello Repubblica, Sergio Mattarella non trovasse un’altra maggioranza allora “Pd e M5s si giocherebbero la carta di Conte candidato premier. Ma non a capo di un suo partito, come si dice (toglierebbe solo voti a Pd e M5s, un vero harakiri), bensì alla Prodi (leader senza partito) o a capo del M5s. Qui, però, la palla passerà al Capo dello Stato. Davvero Mattarella non vede l’ora di mandare il Paese al voto? Difficile. Cercherà di formare un nuovo governo prima di rassegnarsi alle urne“. 

Nel frattempo Sabino Cassese in un suo editoriale pubblicato dal Corriere della Sera ha letteralmente fatto a pezzi il bilancio dello Stato, denunciando la manovra finanziaria sbagliata che il Senato è  chiamato ratificare negli ultimi giorni dell’ anno: “450 pagine (senza contare le tabelle), 20 articoli, il primo suddiviso in 1150 commi, è solo formalmente un provvedimento unitario. Vi dominano il settorialismo e la non-pianificazione“. 

L’Ufficio parlamentare di bilancio l’ha definito un coacervo di misure senza un disegno, un collage di interventi pubblici di favore. È il frutto di “euforia da deficit” (Carlo CottarelliRepubblica, 24 dicembre): infatti, per 24,6 miliardi è finanziato in deficit e porta il disavanzo complessivo al 10,8 per cento e il debito al 158 per cento del Prodotto interno lordo.

Questo repertorio indigesto di norme definisce la complessa nozione di «ristorante italiano», nonché il difficile concetto di «preparazione alimentare», e istituisce la «Conferenza nazionale – Stati generali della ristorazione italiana nel mondo», spingendosi a regolare e finanziare cori, bande e musica jazz, corsi di «formazione turistica esperienziale», recupero della fauna selvatica, veicoli di interesse storico e collezionistico, bonus idrico, l’ottavo centenario della prima rappresentazione del presepe, il voucher per occhiali da vista, fino al «piano nazionale demenze». Persino il ministro dell’economia e delle finanze ha riconosciuto che si tratta di spese «troppo settoriali e specifiche» (voleva forse dire inutili e avrebbe dovuto dire illegittime, perché inserite nella legge di bilancio). 

Ma ovviamente il governo guidato dal premier Conte farà finta di nulla come nel suo consueto stile politico di dilettanti allo sbaraglio.




Il generale Luzi nuovo comandante generale dell’ Arma dei Carabinieri

di REDAZIONE POLITICA

Il generale di Corpo d’Armata Teo Luzi è il nuovo comandante generale dell’Arma, che subentra al generale Giovanni Nistri andato in pensione. E’ stato nominato dall’ultimo Consiglio dei Ministri di ieri sera. La sua nomina è molto gradita al ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ma anche a buona parte del Pd, il suo nome era già circolato nei giorni scorsi come possibile candidato alla successione. 

Teo Luzi è nato a Cattolica, il 14 novembre 1959, sposato con la signora Giusy e ha una figlia di 26 anni. Dal 6 settembre 2018 è Capo di Stato maggiore del Comando generale di viale Romania. Ha intrapreso la carriera militare nel 1978 con la frequenza del 160° Corso dell’Accademia militare di Modena, completando gli studi militari presso la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma nel biennio 1980-1982.

Laureato in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma, e in Scienze internazionali e diplomatiche all’università degli studi di Trieste, ha conseguito un master di 2° livello in Scienze strategiche presso l’ateneo di Torino. Ha ricoperto diversi incarichi presso lo Stato Maggiore del Comando Generale dell’Arma, tra cui Capo ufficio bilancio, Capo ufficio armamento e equipaggiamenti speciali, Capo del VI Reparto (Pianificazione programmazione bilancio e controllo) e Capo del IV Reparto ed Ispettore Logistico (Sostegno logistico delle Forze).

Nel corso della sua carriera ha retto incarichi di comando per oltre 18 anni e, in particolare, quello di comandante della Compagnia di Roma Centro (1984-1992) e dei Comandi provinciali di Savona (2001-2003) e Palermo (2007-2012). In ultimo, dal 2016 al 2018, è stato Comandante della Legione Carabinieri Lombardia. Ha ricoperto diversi incarichi presso lo Stato Maggiore del Comando Generale dell’Arma tra cui quello di Capo Ufficio Bilancio, Capo Ufficio Armamento e Equipaggiamenti Speciali, Capo del VI Reparto («Pianificazione Programmazione Bilancio e Controllo») e Capo del IV Reparto ed Ispettore Logistico («Sostegno Logistico delle Forze»).

Ha fatto parte del «team dirigenziale» (D.M. 29/1/2014) incaricato di individuare la strategia per la realizzazione della «spending review» nelle Forze armate e della task force (D.M. 280/8/2014) costituita per la sua attuazione presso il Ministero della Difesa. Ha assolto vari incarichi all’estero tra cui quello di Capo di Stato Maggiore presso la «Multinational Specialized Unit» (MSU) in Bosnia & Erzegovina (1998-1999). È insignito dell’onorificenza di «Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana», della «Medaglia Mauriziana».

Ha preso parte agli analoghi lavori presso il ministero dell’Interno finalizzati alla spending review delle Forze di Polizia. Ha assolto vari incarichi all’estero tra cui quello di Capo di Stato Maggiore presso la Multinational Specialized Unit (MSU) in Bosnia Erzegovina (1998-1999). È insignito dell’onorificenza di “Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana“, della “Medaglia Mauriziana” al merito di 10 lustri di servizio militare e di quella per la campagna militare della Nato.

Carabiniere fino al midollo ha rapporti eccellenti con i colleghi delle forze armate e di polizia, entra all’accademia militare di Modena nel 1978 e ne esce primo del corso: un predestinato. Con uno stile però riservato, cordiale e affettuoso ma poco incline alla visibilità. Fisico imponente dal carattere generoso, da giovane ufficiale era soprannominato “Batman“: un eroe buono, insomma. Si fa le ossa al provinciale di Roma per un decennio, comanda Savona e Palermo, guida i principali reparti del comando generale e approda al timone dello Stato maggiore.

Tante le congratulazioni arrivate da tutte le parti politiche. Molto vicino all’ex comandante Nistri, il generale Luzi rappresenta la continuità. “Auguri al nuovo comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Luzi, in bocca al lupo a lui e a una istituzione fondamentale per la Nazione”, scrive in un tweet il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, mentre il sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo, ha rivolto “le più sincere congratulazioni” al neo comandante, con un ringraziamento al generale Nistrisentito e sincero per il grande lavoro svolto al servizio dell’Arma, della Difesa e delle Istituzioni“. Per la leader di FdI, Giorgia Meloni: “La sua esperienza e la sua competenza sono delle garanzie. Da me e da Fratelli d’Italia i migliori auguri di buon lavoro“. 




La Lega continua a scendere nei sondaggi. Forza Italia in ripresa

di REDAZIONE POLITICA

La notizia politica del giorno è stata l’approvazione dello scostamento di bilancio, avvenuta con voto quasi unanime da parte delle forze politiche presenti in Parlamento. In particolare, degno di nota è il fatto che tutto il centrodestra abbia votato a favore, garantendo così che venisse superata – abbondantemente – la maggioranza assoluta dei componenti, un quorum necessario per questo tipo di votazione.

A cosa si deve questa svolta “collaborazionista” da parte dell’opposizione? Ancora una volta, a spiegare le mosse delle forze politiche potrebbero tornare utili i sondaggi. Vediamo perché, con i dati della Supermedia di questa settimana.

La Lega perde ancora una volta terreno: oggi è al 23,4% e, pur restando primo partito, è calata di oltre mezzo punto nelle ultime due settimane. Fratelli d’Italia, è diventato ormai da un mese il terzo partito italiano (16,1%). Forza Italia è l’unico partito che questa settimana fa registrare un aumento significativo (+0,4%)

Il calo della Lega e la crescita di Forza Italia fanno ancor più “rumore” se si considera che tutte le altre forze politiche, comprese quelle di maggioranza, fanno registrare scostamenti minimi, frutto quasi certamente più di fluttuazioni statistiche che di vere e proprie dinamiche del consenso. Così, il PD resta secondo (a 3 punti esatti dalla Lega) e il Movimento 5 Stelle rimane al quarto posto (distanziato di un punto da FDI) mentre tra i partiti minori infuria il “derby” per rimanere sopra la soglia del 3% tra Italia Viva, Azione e Sinistra Italiana .

A proposito di partiti minori: per quanto enorme, il margine con cui è stato approvato il bilancio alla Camera (552 voti a favore su 630) evidenzia come non si sia trattato di un voto unanime: non hanno votato a favore, infatti, gli esponenti di +Europa e Azione, che nella nostra classificazione rientrano nella “opposizione di centrosinistra”. Un’aggregazione ancora marginale, nei consensi (5,3% questa settimana) ma comunque in lieve crescita nell’ultimo periodo.

Il cambio di strategia (da opposizione intransigente a opposizione responsabile) di Lega e FDI potrebbe dunque spiegarsi con una certa “stagnazione” di questi partiti nei sondaggi? Forse sì, soprattutto considerando che ormai da un mese l’Italia sta subendo in pieno la seconda ondata di Covid e che in questa fase gli italiani chiedono alla politica più coesione e meno polemiche. È l’ultimo sondaggio dell’istituto EMG a quantificare questa voglia di spirito costruttivo: il 73% si dichiara favorevole alla “collaborazione tra maggioranza e opposizione per condividere i provvedimenti” in questa fase di emergenza.

E però, nonostante questi primi episodi di concordia, non mancano certo gli argomenti divisivi. Il principale è forse quello relativo alle riaperture per il periodo natalizio. Soltanto pochi giorni fa, il Governo ha ribadito che anche in occasione del Natale si seguirà la linea della prudenza. Il Natale, però, non è solo una festività spirituale: è anche – forse soprattutto – una “ricorrenza economica”, durante la quale le spese degli italiani (per regali, viaggi o pranzi e cene in famiglia) costituiscono una vera e propria boccata d’ossigeno di fine anno per tantissimi settori economici.

Ma ciò non toglie che gli italiani siano largamente consapevoli della gravità della situazione e della necessità di fare sacrifici: e anzi, molti di essi si dichiarano già disposti a trascorrere un Natale più sobrio. Già il sondaggio della scorsa settimana da parte di EMG fotografava un 86% di cittadini d’accordo con l’ipotesi che le festività di quest’anno fossero condizionate dalla crisi sanitaria; e lo stesso istituto, questa settimana, rileva come persino la messa di Natale per quasi 2 italiani su 3 (il 64%) sia un rischio eccessivo, da evitare.

Ancor più significativo, è il fatto che tutti gli istituti demoscopici concordano su un punto: la stragrande maggioranza degli italiani passerà il Natale solo col proprio nucleo familiare ristretto. È così per l’80% degli intervistati da EMG, ma anche per l’83% interpellato da Ipsos, mentre per l’istituto Euromedia il 62% si limiterà a trascorrerlo con i familiari conviventi e un altro 27% lo allargherà al massimo ai propri parenti stretti purché residenti nel proprio comune (in totale: quasi 9 su 10). Insomma, sul Natale gli italiani non sembrano divisi: sia pure – verosimilmente – a malincuore, sono consapevoli che delle limitazioni saranno inevitabili, e ad ogni modo le rispetteranno.

L’altro tema su cui c’è una certa divisione è quello della scuola, nonostante le rassicurazioni del premier Giuseppe Conte. Che fare con le scuole? Tenerle ancora chiuse per tutto il tempo che serve? Oppure riaprirle, sia pure in condizioni di sicurezza? Su questo tema – a differenza di quanto visto per il Natale – si registra una maggiore polarizzazione. La maggioranza relativa infatti (il 44% secondo EMG, il 45% secondo Ipsos) le scuole dovrebbero rimanere come adesso (cioè chiuse) fino alla fine della pandemia, o comunque finché non sarà necessario.

Ma attenzione, perché una fetta importante di italiani vorrebbe riaprire tutto a gennaio, dopo le feste natalizie (20% per Ipsos, 30% per EMG) e un’altra fetta ancora è favorevole a una riapertura in tempi ancor più rapidi: il 27% subito ( secondo Ipsos) o per il 18% comunque prima di Natale (dati EMG). Sommate queste due quote, scopriamo come gli italiani contrari a una chiusura delle scuole a tempo indeterminato siano effettivamente più numerosi dei favorevoli. Insomma, sulla scuola si gioca una partita non facile, non solo per la delicatezza della materia (l’istruzione dei giovani), ma anche per le ricadute in termini di consenso quando arriverà il momento di prendere decisioni – e soprattutto di implementarle nel modo corretto.

La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 12 al 25 novembre dagli istituti EMG, Euromedia, Ixè, Quorum, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il giorno 26 novembre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.




Aggiudicata la gestione per 8 mesi della Gazzetta del Mezzogiorno al Gruppo Ladisa di Bari

di ANTONELLO de GENNARO

Come era facilmente prevedibile è arrivata un’ unica offerta per la gestione dei prossimi 8 mesi, cioè sino al 31 luglio 2011 , presentata dalla società Ledi s.r.l. ( Gruppo Ladisa) controllata dagli imprenditori della ristorazione Sebastiano e Vito Ladisa, notoriamente molto “vicini” a Michele Emiliano. Per dovere di cronaca giornalistica infatti dobbiamo ricordare che Emiliano e Vito Ladisa  sono indagati dalla Procura di Torino (a cui la Procura di Bari ha inoltrato il fascicolo per competenza territoriale) per un pagamento non effettuato da Emiliano alla società di comunicazione Eggers di Torino che curò la su campagna elettorale per le primarie del Pd del 2017 quando il governatore pugliese si candidò alla segreteria nazionale contro Matteo Renzi ed Andrea Orlando.

(tratto dal quotidiano La Repubblica)

Fra i particolari che emerse dall’indagine che aveva condotto nell’aprile 2019 le Fiamme Gialle negli uffici della Presidenza della Regione Puglia per acquisizione di documenti e dati e nella stessa azienda Ladisa, i cui uffici sono stati perquisiti perché nell’inchiesta è indagato l’amministratore Vito Ladisa, era stata propio la “vicinanza” con il governatore Emiliano.

Come scriveva il quotidiano La Repubblica nella sua edizione barese “La Gdf era alla ricerca di “finanziamenti, contributi regionali, contratti di appalto, delibere e determine” e di documenti relativi alla registrazione nelle scritture contabili della fattura dell’ottobre 2017, dell’importo di circa 59 mila euro, emessa dall’agenzia di comunicazione torinese Eggers 2.0 nei confronti di Ladisa”.

La perquisizione della Guardia di Finanza portò anche a sequestro di documenti. Il sospetto degli inquirenti è che ci sia un collegamento tra il pagamento della Ladisa di una fattura alla Eggers (che vantava un credito nei confronti di Emiliano di cui aveva curato la campagna elettorale per le primarie del Pd del 2017, senza essere stata pagata ” ) e eventuali rapporti di lavoro delle aziende pugliesi che hanno poi pagato quel debito e la Regione Puglia. I finanzieri stanno ricostruendo, infatti, anche i rapporti tra l’imprenditore barese con il presidente Emiliano nonché con alcuni dei suoi collaboratori e con il titolare della società di comunicazione, Pietro Dotti.

i fratelli Vito e Sebastiano Ladisa

Nel provvedimento del gip di Bari Antonella Cafagna su richiesta del procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e del sostituto Savina Toscani, della Procura di Bari comparivano i nomi dei cinque indagati: oltre ad Emiliano, accusato di “abuso d’ufficio“, “induzione indebita a dare o promettere utilità” e “concorso in reati tributari”  appunto quello di Vito Ladisa. Coincidenze ?

La gestione provvisoria per 8 mesi dei Ladisa si svolgerà in attesa dell’asta fallimentare, dove si faranno i veri “giochi” per determinare il futuro del giornale barese, motivo per cui onestamente viene da sorridere nel leggere i soliti patetici trionfali…. comunicati sindacali.

Sarà, inoltre, necessario rimboccarsi immediatamente le maniche per mettere a punto un piano industriale di rilancio che assicuri sostenibilità, tuteli l’occupazione valorizzando le professionalità e faccia crescere l’offerta informativa del giornale” scrivono in una nota congiunta, la FNSI-Federazione Nazionale della Stampa italiana e le Associazioni regionali di Stampa di Puglia e Basilicata: “Va potenziato il legame della testata con i singoli territori della Puglia e della Basilicata, che le gestioni del passato hanno mortificato e impoverito“.

I Ladisa grazie alla loro offerta hanno evitato per solo per i prossimi 8 mesi il licenziamento degli 147 dipendenti, che hanno non poche responsabilità nel fallimento del giornale con una massa di oltre 50 milioni di euro dei debiti. Qualcuno dovrebbe ricordare ai sindacati che il giornale lo scrivono i giornalisti, e che i lettori comprano in edicola i quotidiani per leggere delle notizie di loro interesse.

Se le vendite sono calate, scendendo a circa 10 mila copie al giorno (in un bacino di oltre 6 milioni e mezzo di potenziali lettori), non è certo colpa di chi gestiva il giornale, cioè l’editore, ma a parer mio di chi lo scriveva e confezionava giornalisticamente. A partire dall’attuale Direttore Giuseppe De Tomaso che si era dimesso, convinto di potersene andare in pensione, e rientrato poche ore dopo dietro la sua scrivania quando si è accorto che non poteva ottenere la pensione !

Non vogliamo certamente difendere l’editore Mario Ciancio di Sanfilippo, che qualcuno ha dimenticato, è stato a lungo presidente della FIEG la Federazione Italiana degli Editori dei Giornali, ma soltanto auspicare che un buon approfondito esame di coscienza dovrebbero farlo per primi i giornalisti della Gazzetta a partire dal loro direttore Giuseppe De Tommaso , plurindagato attualmente sotto processo penale a Bari, e quel giornalista-sindacalista che si è fatto una società privata (come documentato da questo giornale) per “arrotondare” le proprie entrate sottraendo potenziali entrate pubblicitarie alla Gazzetta del Mezzogiorno dirottate a Radio Cittadella una semi-sconosciuta emittente radiofonica in quel di Taranto.

L’aggiudicazione all’esito della scadenza del bando cui è pervenuta una sola offerta, è stata correttamente gestita dai curatori fallimentari della procedura, il prof. Michele Castellano ed il dott. Gabriele Zito, che hanno dovuto “battagliare” persino con la Sovraintendenza di Bari che voleva avere voce in capitolo, è avvenuta alla presenza dell’amministratore unico della società del Gruppo Ladisa, il dott. Franco Sebastio, ex procuratore capo a Taranto, e successivamente assessore alla legalità del Comune di Taranto salvo essere poi vergognosamente “rottamato” e rimosso dal suo incarico dal Sindaco Rinaldo Melucci che gli ritirò la delega assessorile senza alcun valido motivo, mandandolo a casa.

Gli avvocati Giovanni Di Cagno e Fabio Di Cagno soci dello Studio Polis

La società del Gruppo Ladisa è stata assistita nell’intera operazione (che è consistita nel presentare un’offerta) dagli advisor legali prof. avv. Vincenzo Vito Chionna e prof. avv. Michele Lobuono oltre che dagli advisor lavoristici avv. Gianni Di Cagno e avv. Fabio Di Cagno (legali dello Studio Polis di Bari ) e dall’advisor finanziario  dott. Ignazio  Pellecchiascongiura l’estinzione del più antico e seguito quotidiano di Puglia e Basilicata oltre che il licenziamento di 147 dipendenti che sarebbe ineluttabilmente conseguito alla cessazione dell’esercizio provvisorio fallimentare già decisa  dal tribunale a decorrere dal 20 novembre 2020” scrive oggi la Gazzetta del Mezzogiorno sul suo sito online.

Andrea Martella Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria

Martella: ora si costruiscano le condizioni per il rilancio del giornale
Abbiamo seguito fin dall’inizio e costantemente la vicenda della Gazzetta del Mezzogiorno e salutiamo con favore l’aggiudicazione del bando per il fitto di ramo d’azienda e il raggiunto accordo sindacale che garantirà la continuità delle pubblicazioni di questa storica testata. La Gazzetta del Mezzogiorno rappresenta una realtà importante nel panorama editoriale e dell’informazione nazionale. Continueremo a seguire l’evoluzione della vicenda in vista del termine di luglio previsto per la vendita della testata, confidando che questo tempo serva a costruire le condizioni per il rilancio del giornale”. scrive in una nota Andrea Martella Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria e all’Informazione .

Sulla base di quanto indicato nel bando, adesso la Ledi ha tre giorni per riprendere le pubblicazioni della Gazzetta del Mezzogiorno , che da domani dovranno essere sospese, e 15 giorni per firmare il contratto.

Ma quello che vi abbiamo raccontato, state tranquilli sulla Gazzetta del Mezzogiorno e sui comunicati sindacali, non lo leggerete. I soldi a volte, sopratutto per chi è affamato, non puzzano…




Regione Puglia: iniziano i problemi di Michele Emiliano

di REDAZIONE POLITICA

Il nuovo consiglio regionale pugliese appena proclamato dalla Corte d’appello di Bari rischia di uscire trasformato dai ricorsi, rendendo difficili le operazioni del presidente Michele Emiliano nella composizione della nuova giunta regionali. Non sono state poche le novità dell’ultim’ora: sono aumentati i consiglieri della maggioranza, saliti da 27 a 29 che hanno conseguito la riduzione dei componenti della minoranza scesi da 23 a 21, nonchè l’elezione inaspettata di alcuni candidati che accedono in consiglio al posto di altri che credevano di avere l’elezione in tasca.

Si tratta di Sergio Blasi, Teresa Ciccolella e Domenico De Santis del Pd, Vito De Palma di Forza Italia e Giacomo Conserva della Lega con quest’ ultimo che spera di poter rientrare in consiglio al posto di Raffaele Fitto, che rinuncerà alla sua elezione per rientrare a Bruxelles al Parlamentare Europeo. Al loro posto sono entrati in consiglio Michele Mazzarano e Ruggiero Mennea del Pd, Peppino Longo di Con, Francesco La Notte e Mario Pendinelli eletti nella lista Popolari con Emiliano.

Cambiamenti questi che stanno rendendo non facili le decisioni di Emiliano per definire la sua compagine di giunta. “È in atto una riflessione alla luce dello stravolgimento da parte della Corte d’appello — viene commentato da fonti della presidenza — Il presidente si è preso 48 ore di tempo per decidere ” .

Fra i problemi sul tavolo di Emiliano resta sospeso l’eventuale sostegno del gruppo M5Stelle che al momento sembra non essere disponibile ad un accordo con la maggioranza guidata dal rieletto governatore , mentre un’ altro punto interrogativo non indifferente è quello del ruolo dai Popolari. Il movimento coordinato da Massimo Cassano un’ex “forzista”  è l’unica forza politica uscita rinforzata dalla proclamazione fatta dalla Corte d’appello, crescendo da sei a sette consiglieri.

Nasce da queste problematiche la rivendicazione avanzata dai Popolari di ottenere due assessorati in giunta, uno per Sebastiano Leo ed un altro per Gianni Stea, che di ora in ora diventa sempre più pressante. In tal caso diminuirebbero le poltrone di assessore da destinare a delle donne.

Pierluigi Lopalco

Ad oggi gli assessori dati per sicuri sono Pierluigi Lopalco alla Salute e Donato Pentassuglia all’Agricoltura, così come dovrebbe essere riconfermato al Bilancio il foggiano Raffaele Piemontese, mentre Alessandro Delli Noci dovrebbe diventare assessore allo Sviluppo economico. Molto più complicato al momento definire il quadro delle deleghe da assegnare alle consigliere elette. Loredana Capone molto probabilmente andrà a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio Regionale.

Non è ancora stato identificato l’assessore che dovrebbe rappresentare tutto il mondo di sinistra ex-vendoliana che non è riuscita ad eleggere neanche un consigliere. Emiliano è in attesa di ricevere un nome da parte dell’ex governatore Nichi Vendola. Ma sopra queste ragionamenti incombe pesantemente un’incognita non indifferente, e cioè i ricorsi amministrativi al TAR Puglia in fase di deposito contro i conteggi e la proclamazione della Corte d’appello. Sono ben cinque quelli che verranno depositati dai candidati .

Domenico De Santis, uno degli esclusi, così esterna su Facebook la sua posizione: ” Sono molto determinato ad andare a fondo a questa vicenda e capire come sia possibile che oltre 15 mila preferenze non siano sufficienti a farmi essere la vostra voce in Regione“. Ulteriori tre ricorsi sono dei candidati della lista di Senso Civico, che pur avendo superato la soglia del quattro per cento, non ha ottenuto alcun seggio in consiglio, ed il suo leader Alfonso Pisicchio, assessore regionale uscente, assicura una dura battaglia: “La proclamazione è un frullato. Le nostre ragioni saranno oggetto di un ricorso puntuale che dimostrerà questa enorme contraddizione“. Anche Forza Italia è pronta ai ricorsi: “La decisione ci penalizza. C’è bisogno di un’operazione-verità“. Ed a Brindisi in casa Lega si avanzano molti dubbi sulla regolarità e legalità della posizione di Conserva quale primo dei non eletti.




Ex deputato, avvocato e membro cda della Popolare di Bari offende il ministro Azzolina

di REDAZIONE POLITICA

E’ proprio vero: la classe non acquisisce sui banchi di scuola. L’avvocato barese Cinzia Capano ex parlamentare PD, ed ex assessore al Comune di Bari (giunta Emiliano) , nominata nel Cda della Popolare di Bari in quota della Regione Puglia, lo ha dimostrato con il suo odierno comportamento.

La Capano con evidente poco stile e sopratutto senza alcuna solidarietà femminile ha attaccato il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina , per i suoi attacchi a Emiliano e Lopalco sulla chiusura delle scuole, offendendola anteponemndo ripetutamente la lettera “C” al suo cognome , chiamandola “Cazzolina“.

In casa M5S l’europarlamentare Mario Furore e il consigliere regionale Rosa Barone hanno criticato sui social il post pubblicato dalla Cinzia Capano. “Ricevo questo screenshot di tale Cinzia Capano. Pd. Ex parlamentare. Ex assessore al comune di Bari. Nominata nel Cda della Popolare di Bari. Quando il Pd grida alla volgarità altrui si guardi in casa propria. O prenda le distanze dalla signora (s) minuscola” scrive Furore che interviene anche sulla decisione di Emiliano di chiusura delle scuole in Puglia

“Oggi in Puglia si sta facendo apparire invece ingiustamente la scuola quale luogo di diffusione del virus mentre non si interviene responsabilmente sugli altri anelli debolissimi del sistema. C’è un assalto in corso e questo non può far altro che ledere il diritto all’istruzione. Chi come Lopalco chiude le scuole senza confronto , non riconosce che quest’estate la comunità scolastica era nei plessi col metro in mano a misurare, mettere la segnaletica per mantenere il distanziamento, creare orari scaglionati. E tutto questo ha funzionato, perché nelle scuole ci sono pochissimi focolai” scrive Furore su Facebook.

“I nostri dati sono validati dall’Istituito superiore di sanità – continua l’europarlamentare dem – secondo cui la scuola è un luogo sicuro. Se ci sono problemi fuori dalle aule, a pagarli non possono essere gli studenti. Quella della Regione Puglia e di Emiliano è una scorciatoia, è come mettere la polvere sotto il tappeto per nascondere inefficienze sul sistema sanitario regionale (verso l’implosione) e il sistema dei trasporti locale (già in tilt). Stiamo parlando inoltre di far esplodere un problema che già abbiamo tantissimo come la dispersione scolastica. In alcuni nostri territori le scuole non sono solo luogo di apprendimento, ma un posto dove si impara la legalità. Chiuderla significa prendere quei bambini e sottrarre loro un pezzo di futuro enorme. Non lasciargli una speranza ma lasciarli per strada” conclude Furore.

Analoga posizione quella del consigliere regionale del M5S Rosa Barone : “Ma è normale che un’ex parlamentare (Pd), in quota Regione nel cda di una banca, chiami un ministro Cazzolina? A parte l’eleganza, questa sconosciuta, un minimo di rispetto tra donne. Mi vergogno per lei”.

Commenti sicuramente più equilibrati e necessari a stigmatizzare gli eccessi verbali di esponenti del Pd nei confronti degli alleati di governo del M5S . Sui social sono arrivate numerose numerose critiche alla Capano da molti simpatizzanti, attivisti ed elettori del PD . Ecco di seguito i commenti più critici:

Non contenta la Capano oltre ad attaccare l’ Azzolina, ha offeso anche un altro ministro, Teresa Bellanova. Lasciateci fare alcune considerazioni: e questa sarebbe una “signora”, un avvocato ? Ecco di chi si circonda Michele Emiliano ! Commenti ? Li lasciamo volentieri ai lettori, noi non ci occupiamo di miserie umane




Sondaggi settimanali Youtrend: FdI diventa il terzo partito e supera M5S

di REDAZIONE POLITICA

Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, supera il Movimento 5 Stelle e diventa così la terza forza politica del Paese. Questo secondo i sondaggi politici elaborati questa settimana da YouTrend per Agi che registrano per la prima volta il sorpasso di Fratelli d’Italia col 16% sui grillini (15,9%) di un solo decimo di punto e di un punto nelle ultime due settimane. Ma in crescita (+0,7%) sarebbe anche il Partito democratico (20,9%) che resta al secondo posto.

La Lega continua ad essere il primo partito italiano, ma tocca un nuovo record negativo (24,3%) tornando a livelli che aveva fino a un attimo prima di stipulare il “Contratto di governo” con il M5S con il quale diede vita al primo Governo Conte.

La notizia del sondaggio settimanale riguarda proprio Fratelli d’Italia ma anche il Movimento 5 Stelle, che resta quindi fuori dal podio politico. In leggero calo anche Forza Italia che perderebbe mezzo punto scivolando al 6,6%, mentre Italia Viva sarebbe stabile al 3% restando così al sesto posto non subendo appunto variazione rispetto all’ultimo sondaggio.

Tutte le altre liste avrebbero meno del 3% dei voti. Azione, il partito di Calenda, subisce un lieve calo nelle preferenze, -0,2, e prende il 2,9%; la Sinistra di Fratoianni (in foto) è al 2,9% (-0,7 rispetto all’ultimo sondaggio); +Europa di Emma Bonino è all’1,8% (-0,1) e I Verdi di Angelo Bonelli (in foto) sono all’1,6% (+0,1%)

Aree politiche complessivamente stabili

Per quanto riguarda le aggregazioni, si conferma una tendenza già vista in passato. Le singole liste possono anche conoscere variazioni notevoli, ma le aree restano complessivamente stabili. Questa settimana, ad esempio, l’area giallo-rossa di Governo guadagna un solo decimale (salendo, per così dire, al 42,7%) mentre l’opposizione di centrodestra (Lega-FDI-FI-Cambiamo) perde altrettanto. Con il 48,1% dei consensi virtuali, il centrodestra è però tuttora, e largamente,  la prima area politica del Paese.

Questi numeri, se guardati in ottica storica, ci dicono che nel panorama politico del Paese si stanno verificando due fenomeni: nel centrodestra un indebolimento relativo della Lega a favore di FDI ; dall’altro una “cristallizzazione” dei rapporti di forza tra maggioranza e opposizione, in favore di quest’ultima.

L’incapacità (o meglio, l’impossibilità) per il centrodestra di far valere il suo primato in termini di consensi sul Governo del Paese, una situazione che verosimilmente si trascinerà ancora per molti mesi – se non addirittura fino alla fine della legislatura – rischia di far aumentare ulteriormente le tensioni, sia tra maggioranza e opposizione sia all’interno della stessa opposizione. Mentre, paradossalmente, nella maggioranza le mille fonti di conflitto sembrano essersi sopite o comunque non in grado di mettere in discussione la stabilità dell’esecutivo.

Il Fattore Conte

Uno dei fattori di instabilità della maggioranza giallo-rossa risiede certamente nelle tribolazioni interne al Movimento 5 Stelle, con la guerra scoppiata questa settimana tra Davide Casaleggio (presidente dell’associazione Rousseau attraverso cui passa in pratica tutta la vita del M5S) e i gruppi parlamentari, guidati dal “comitato di garanzia”. Al Movimento manca una leadership chiara, e questa mancanza comincia a pesare.

Fino a qualche mese fa, si faceva persino il nome del premier Giuseppe Conte come possibile nuovo capo politico del M5S: secondo un sondaggio Quorum/YouTrend*, però, Conte avrebbe forse più convenienza a mettersi a capo di una lista tutta sua. Da sola, questa lista varrebbe quasi quanto lo stesso M5S (11,5% contro 12,3%), il tutto senza ereditare le difficili questioni irrisolte e le lotte intestine tra Di Maio, Casaleggio e Di Battista.

Per Conte, oltre ai risultati delle recenti elezioni (e del referendum) che hanno scongiurato  ogni ipotesi di “spallata” del centrodestra, le buone notizie arrivano dall’apprezzamento per la gestione dell’emergenza Covid, che si sta aggravando proprio in queste settimane. Mentre sembra sempre più probabile l’arrivo di una seconda ondata in concomitanza con i primi freddi, l’istituto Ixè rileva un apprezzamento per il Governo: dal 65% di giungo al 74% di oggi.

Lo stesso istituto rileva però come sia in crescita il numero di italiani preoccupati per gli sviluppi della pandemia: ad oggi si dichiara tale l’85% degli intervistati, con il 33% che si definisce “molto preoccupato” (lo scorso giugno tale quota era meno della metà, il 15%). A questa preoccupazione, forse non per caso, si accompagna una crescita della fiducia per il ministro della Salute, Roberto Speranza: secondo Ixè, in questo momento Speranza è è il secondo esponente politico più apprezzato dagli italiani, con un tasso di fiducia del 49%.

NOTA METODOLOGICA. La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 23 settembre al 7 ottobre dagli istituti EMG, Ixè, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il giorno 8 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.
* Sulla ‘lista Conte‘ sondaggio sottoposto il 7 ottobre 2020 con metodo CAWI a un campione di 502 rispondenti rappresentativo della popolazione maggiorenne italiana, indagato per quote di sesso ed età incrociate, macroarea di residenza e titolo di studio. Margine d’errore campionario con intervallo di confidenza al 95%: +/- 4,4%.




Ballottaggi: M5S vince a Matera, 5 capoluoghi al Pd

di REDAZIONE POLITICA

Le elezioni nei 9 capoluoghi andati al ballottaggio certificano la solidità dell’alleanza di governo M5S-Pd ed evidenziano l’avanzata del centrosinistra che conquista la guida dei comuni di Chieti e Andria, sottraendoli ai propri rivali politici.

“I risultati dei ballottaggi sono molto importanti ci dicono che l’alleanza delle forze di governo e di centrosinistra vince dove perdevamo da anni e dove avevamo perso negli ultimi tempi. La tendenza è abbastanza omogenea in Lombardia, Campania, Puglia, nella mia Regione, in Abruzzo con l’incredibile risultato di Chieti e poi Pomigliano, Giugliano, Legnano, Saronno. La giornata è molto positiva, ci da coraggio e ci fa essere ottimisti ha dichiarato Nicola Zingaretti segretario nazionale del Pd in una conferenza stampa al Nazareno.

“Quella di oggi è un’altra giornata simbolo per il MoVimento 5 Stelle” , scrive in un post su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio . “Oggi andiamo al governo in 5 dei 6 comuni dove siamo arrivati al ballottaggio: Matera, Pomigliano, Ariano Irpino, Manduria e Giugliano. E in Sicilia, a Termini Imerese, otteniamo un netto successo addirittura al primo turno con Maria Terranova.” ed aggiunge Dal territorio arriva nuova linfa, nuova energia, nuove idee per tutti noi. Vince il modello coalizione, il modello dell’apertura verso gli altri, verso i territori, verso le persone. Voluto e votato fortemente dagli iscritti“.

A Matera vittoria del M5s . Domenico Bennardi candidato pentastellato col 67,54% delle preferenze ha battuto Rocco Luigi Sassone del centrodestra. I cittadini del Comune lucano erano stati chiamati di nuovo alle urne per scegliere il sindaco dopo che al primo turno nessuno dei sei candidati ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. “Una cenerentola politica che è riuscita davvero a fare la storia di questa città“: queste le prima parole pronunciate da Bennardi, candidato del M5s che è in netto vantaggio nel ballottaggio per l’elezione a sindaco di Matera. Bennardi, che ha definito il successo verso cui si sta avviando “inaspettato” e “incredibile“, rispondendo alle domande dell’ANSA ha annunciato che “competenza e capacità politica” saranno i criteri per la formazione della giunta, che sarà composta da esponenti “della coalizione“. Primi punti da affrontare: “Tutela della materanità e problema della sanità“.

Torna al centrosinistra il Comune di Chieti con il medico 66enne Diego Ferrara , che è stata una roccaforte della destra da 10 anni con le due consiliature consecutive di Umberto Di Primio . Vince il centrosinistra anche ad Andria in Puglia, dove il nuovo sindaco sarà Giovanna Bruno. Giuseppe Falcomatà, candidato del centrosinistra si conferma a Reggio Calabria, con il 17% di preferenze in più rispetto al rivale del centrodestra Antonino Minicuci .

Giovanna Bruno (centrosinistra) è il nuovo sindaco di Andria con il 58,87% delle preferenze, prevalendo al ballottaggio sul candidato del Movimento 5 Stelle, Michele Coratella (41,13%). Assegnato al centrosinistra anche il secondo capoluogo della provincia di Barletta-Andria-Trani al voto, dopo che il sindaco di Trani, Amedeo Bottaro, era stato riconfermato al primo turno. “Questa città ha recuperato il senso di comunità, abbiamo seminato bellezza e stiamo raccogliendo bellezza“, ha detto Giovanna Bruno nel suo comitato elettorale dove si è raccolta una folla di amici, familiari e cittadini. “Questa è una città – ha aggiunto – che si è messa in cammino in un momento in cui non era scontato“.

Le elezioni comunali a Crotone, ex citta’ operaia calabrese, dove il Pd e’ alle prese con lotte intestine sono state caratterizzate dalla mancanza di partito. Il candidato del centrosinistra e di una parte dei dem, Danilo Arcuri, infatti era stato escluso dal ballottaggio assieme a quello del Movimento 5 Stelle, Andrea Correggia.

Crotone, reduce dal commissariamento, ha deciso di dare fiducia all’outsider Vincenzo Voce, sostenuto da un pugno di liste civichedistanti dai partiti. E’ quasi doppia, infatti la sua percentuale che lo ha visto prevalere con il 63,95%, in modo più che netto contro l’avversario di centrodestra Antonio Manica supportato da dieci liste tra cui Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia (36,05%). Voce aveva ottenuto al primo turno poco meno di 12 mila voti (36,22%) mentre Manica aveva ottenuto il 41,60%.

Il centrodestra mantiene solo Arezzo, dove Alessandro Ghinelli ottiene un secondo mandato dopo un largo successo sul medico Luciano Ralli, candidato del Partito Democratico, ex capogruppo in consiglio comunale. Ghinelli era sostenuto da Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Civitas Etruria Arezzo e Ora Ghinelli 20-25. A sostegno di Ralli, invece, c’erano le liste del Pd, Ci sta, Arezzo 2020 per cambiare a sinistra, CuriAmo Arezzo e Ralli sindaco.

Alessandro Ghinelli e Luciano Ralli

Gianni Nuti è il nuovo sindaco di Aosta prendendo il posto del dem Fulvio Centoz che non è stato più ricandidato. Nuti professore universitario ed ex dirigente regionale, è stato sostenuto da una coalizione di autonomisti, tra cui l’Union Valdostaine, e progressisti (anche il Pd) ha vinto il ballottaggio con il 53,34% dei voti su l’imprenditore Giovanni Girardini, a capo della lista civica Rinascimento Aosta promossa da Vittorio Sgarbi e sostenuta al secondo turno da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Concluse le operazioni di verifica dei risultati elettoraliRenzo Caramaschi è stato ufficialmente proclamato sindaco di Bolzano. Fino all’insediamento della nuova giunta sono invece decaduti gli assessori uscenti. “Ora per un mese sono solo, perciò vedrò di fare in fretta”, ha ironizzato Caramaschi in riferimento alla composizione della nuova giunta, aggiungendo “Ora vado fare il vaccino anti-influenzale, ma poi mi metto subito al lavoro”.

Riconferma per il sindaco uscente di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà del Pd. Nel quartier generale di Falcomatà, la cui candidatura è stata sostenuta da 11 liste, oltre a quella del Pd, sono subito scattati i festeggiamenti.

Per 31 voti il Comune di Lecco passa al centrosinistraMauro Gattinoni, il candidato sostenuto da Pd, Ambientalmente, Con la Sinistra cambia Lecco e Fattore Lecco ha infatti ottenuto con 10.978 preferenze il 50.07% dei voti, mentre il suo avversario Giuseppe Ciresa  (appoggiato da Lega, Forza Italia, Fdi e la lista Peppino Ciresa sindaco) si è fermato a 10.947 ovvero al 49,93. Il centrodestra di Lecco che sostiene Peppino Ciresa, ha però chiesto il riconteggio dei voti. Sul tavolo anche le schede contestate, che sarebbero 15. 

Tra i risultati più emblematici di questi ballottaggi c’è quello di Cascina, il primo comune toscano conquistato quattro anni fa dalla Lega quando elesse Susanna Ceccardi, oggi europarlamentare del Carroccio e candidata per il centrodestra, poi sconfitta, alla presidenza della Regione Toscana. Il Pd torna alla guida del comune con Michelangelo Betti, dopo l’apparentamento con una lista civica di sinistra e M5S. Il neo-sindaco ha ottenuto il 59% dei voti superando nettamente il candidato della Lega, Leonardo Cosentini.

La ‘coalizione’ M5S-Pd, che già al primo turno aveva portato a casa Faenza e Caivano, si conferma vincente nel cosiddetto ‘laboratorio Campania‘, conquistando anche i comuni di Giugliano e Pomigliano d’Arco, città natale del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio

 




Caro Pd, prima di parlare di legge elettorale ridiamo potere al cittadino

di PIETRO PAGANINI*

Abbiamo promosso il SI alla riduzione dei parlamentari anticipando l’urgenze di elaborare ed implementare rapidamente serie di altre riforme costituzionali. Nelle due settimane dalla schiacciante prevalenza del Sì nel referendum abbiamo presentato una bozza in nove punti. 

Solo il Partito Democratico (Pd) sull’argomento ha tenuto una conferenza stampa e presentato in Senato un disegno di legge per una nuova legge elettorale e altre modifiche costituzionali. 

Nella conferenza stampa propone il proporzionale con la soglia di sbarramento al 5%, ma resta vago su quale specifico sistema scegliere per applicarlo. Nel disegno di legge avanza riforme costituzionali precise, anche se forse  troppo estese e magari contorte in alcuni passaggi. Ora spetta ai partiti discutere questi temi ponendosi l’obiettivo di arrivare ad una riforma elettorale e a qualche modifica costituzionale, in tempi utili per le prossime urne, tempi che, anche se non stretti, non sono lunghissimi di qui al 2023 – fine della legislatura.

Peraltro in ambedue le proposte non è affrontato un tema per noi cittadini molto importante che abbiamo provato a sostenere con i nostri nove punti: come dare più spazio alle scelte dei cittadini.

L’obiettivo della Democrazia rappresentativa quale migliore espressione della Democrazia Liberale e quindi della Società Aperta, è di allargare la partecipazione del cittadino nelle scelte politiche. La Democrazia Diretta invece è un’utopia inapplicabile nella realtà di grandi numeri di conviventi e che, se applicata nella rete informatica, rinverdisce i fasti del centralismo democratico imperniato su qualche organizzazione sovrapposta al cittadino.

Il Pd come tutti gli altri movimenti e partiti in Parlamento, non chiariscono il punto essenziale: se e come affidare al cittadino la scelta, oltre che degli indirizzi politici, dei candidati destinati a rappresentare quei principi e progetti scelti tramite l’elezione. Il Pd non esprime una posizione chiara, lasciando intendere però, che vorrebbe in un modo o nell’altro restare a forme di candidature decise dai capi partito. Noi siamo convinti invece, che siano i cittadini a dover scegliere i propri rappresentanti. 

Per questo esistono solo due vie: o, con il maggioritario, i collegi uninominali piccoli in numero uguale a quello degli eletti, oppure le liste proporzionali con preferenza. In ambo i casi, naturalmente, vietando la pluricandidatura in più territori, che vanifica la volontà degli elettori.

Quanto alla proposta di ulteriori riforme costituzionali, il disegno del Pd tralascia del tutto la modifica dell’art. 71, comma 2, della Costituzione, quello secondo cui “il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”. Lo tralascia nonostante che al riguardo, la Camera abbia già votato una modifica che introduce una forma di referendum propositivo (previa raccolta di mezzo milione di firme su un testo) e che da mesi è ferma al Senato circondata da molti emendamenti elusivi (Atto 1089). 

Ora, a parte l’atto 1089 da discutere modificandolo come ritenuto opportuno, sono evidenti due aspetti. Il primo è che il referendum propositivo non è contro la democrazia rappresentativa parlamentare ma un suo affinamento per evitarne ogni pericolo di irrigidimento sordo ai cittadini. Il secondo è che introdurre il referendum propositivo, andando nella giusta direzione di accrescere la partecipazione dei cittadini nel formare e nel decidere le norme della convivenza, li  avvicina all’istituto rappresentativo.

In conclusione, al Pd facciamo osservare che non pensiamo possibile affrontare sia la nuova legge elettorale sia l’ulteriore riforma della Costituzione, senza risolvere positivamente l’allargare il potere del cittadino nella vita politica. Per questo abbiamo avanzato i nove punti richiamati all’inizio che risolvono il problema.

*Professor at Temple University of Philadelphia; John Cabot University




Caso Gregoretti, la Procura chiede nuovamente il “non luogo a procedere” per Salvini

di REDAZIONE CRONACHE

Il pubblico ministero Andrea Bonomo della Procura di Catania ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare Nunzio Sarpietro l’archiviazione per il reato di sequestro di persona aggravato nei confronti di Matteo Salvini. Tutto come previsto, e come aveva fatto nella prima fase del procedimento, l’archiviazione di Matteo Salvini dall’accusa di sequestro di persona aggravato per aver trattenuto per cinque giorni a bordo della nave della Guardia Costiera “Gregoretti” 131 migranti soccorsi nel Mediterraneo a luglio 2019.

L’avvocato Giulia Bongiorno difensore di Matteo Salvini ha chiesto sentenza di “non luogo a procedere” perché il fatto non sussiste, ed inoltre ha richiesto un approfondimento probatorio da parte del giudice al fine di accertare se le procedure di sbarco indicate nel capo di imputazione sono tutt’ora seguite dal Governo Conte 2, procedendo anche all’audizione del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

In questo assurdo processo peraltro senza accusa in aula, toccherà al presidente Nunzio Sarpietro tornare ad indossare le vesti del vecchio giudice istruttore. Si concluderà oggi con tutta probabilità l’udienza preliminare con la richiesta di acquisizione di nuovo consistente materiale probatorio su diversi altri sbarchi in cui i migranti sono stati trattenuti e sulle eventuali responsabilità di governo e, se riterrà, con nuove testimonianze dopo lo studio delle carte.

l’ avv . Giulia Bongiorno

La memoria depositata dall’ Avv. Bongiorno per il senatore Matteo Salvini

L’ex ministro dell’Interno rischia fino a un massimo di 15 anni per sequestro di persona nei confronti dei 131 migranti che rimasero quatto giorni sulla nave militare italiana Gregoretti, prima di poter sbarcare il 31 luglio 2019. Ma rispetto all’ipotesi di chiedere il giudizio abbreviato, nega categoricamente e anzi, a margine del palco, dice: “Non ci sarà proprio un processo”.

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catania dovrà quindi decidere se prosciogliere o rinviare a giudizio l’ex vicepremier per un’accusa che la procura catanese ha chiesto di archiviare ma che il tribunale dei ministri ha sostenuto, fino al sigillo finale messo dal Senato il 12 febbraio scorso, chiedendo che il ‘leader’ della Lega andasse a processo.

Salvini sottolinea anche che la sua vicenda potrebbe essere un brutto precedente: “Non so se è la prima volta che in Europa che un ex ministro è processo non per reati economici, ma per un’azione di governo” aggiungendo “Stanotte dormirò sereno, c’è qui la mia compagna. Il rosario ce l’ho in tasca, ma lo tengo per me“.

Il leader della Lega ammette chequesto 3 ottobre me lo ricorderò comunque vada”, ma insiste: “Sarei preoccupato se avessi la coscienza sporca, ma ho fatto solo il mio dovere”.

Matteo Salvini denuncia la contromanifestazione a poca distanza dal tribunale, a cui ha aderito il Pd organizzata da centri sociali . E rivolgendosi ai giornalisti ricorda: “Domani la Lega non ha organizzato nessuna manifestazione davanti al tribunale, mai mi sarei permesso di andare a occupare il libero e legittimo lavoro della magistratura e mi spiace che lì ci sia un partito che di democratico ha solo il nome e va in piazza augurando galere“.

“Grazie davvero a Giorgia Meloni e ad Antonio Tajani che questa mattina a Catania, prima dell’udienza in tribunale, mi hanno portato la loro solidarietà e il sostegno delle comunità politiche che rappresentano” ha scritto il leader della Lega Matteo Salvini in un tweet mostrando anche la foto dei tre insieme, stamattina per un caffè sul lungomare di Catania, un forte segnale dell’unità del centrodestra “Sono contenta che qualcuno lo dica – ha risposto ai cronisti Giorgia Meloni la leader di Fratelli d’Italia a margine di un flash mob a Catania – perché io leggo solo di presunte divaricazioni, competizioni, uno contro l’altro. Capisco che compatti facciamo paura, ma nelle questioni fondamentali abbiamo sempre dimostrato di esserci“.

“E’ un nostro solido alleato – ribadisce la MeloniMa ci siamo anche e soprattutto per difendere un principio sacrosanto: un ministro che fa quello che la maggioranza degli italiani gli ha chiesto di fare, non può essere processato per questo“.

In tribunale è arrivato anche il senatore Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia), accompagnato da alcuni carabinieri ma non è entrato nell’aula Fama’ dove è in corso l’udienza preliminare. “Sono qui per esprimere solidarietà a Matteo Salvini, sono molto fiducioso dell’azione della magistratura impegnata in questa udienza e confido in un esito positivo e rapido”, ha detto aggiungendo: “Non sono entrata in aula ma ho sbirciato – dice – il mio convincimento è che il giudizioso sarà positivo”.

Il gup Nunzio Sarpietro, dopo due ore di camera di consiglio, ha letto in aula l’ordinanza con cui chiede il rinvio dell’udienza preliminare al 20 novembre nell’aula bunker del carcere di Bicocca per sentire Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli e il 4 dicembre Elisabetta Trenta, Luciana Lamorgese e l’ambasciatore italiano in Europa Maurizio Massari sul caso Gregoretti.

L’ordinanza ha disposto inoltre l’acquisizione di tutto il nuovo consistente materiale probatorio su diversi altri sbarchi in cui i migranti sono stati trattenuti e sulle eventuali responsabilità di governo.




Il Csm apre una pratica per presunte irregolarità nel concorso in magistratura

La Terza Commissione del Csm ha aperto una pratica sul concorso per 330 posti di magistrato ordinario, indetto nell’ottobre del 2019 dal ministero della Giustizia. La richiesta è stata avanzata dall’ avv . Stefano Cavanna consigliere laico del Csm , dopo la denuncia arrivata il 14 settembre scorso con un un corposo dossier per presunte irregolarità nella correzione degli elaborati, che era pervenuto a Palazzo dei Marescialli da parte di due candidati originari del Piemonte che erano stati bocciati alle prove scritte.

l’ avv . Stefano Cavanna, membro laico del Csm

I due partecipanti al concorso dopo aver visionato i temi dei concorrenti che erano invece stati ammessi agli orali, avevano raccolto un ricco florilegio di strafalcioni, “orrori” giuridici e segni di riconoscimento come, ad esempio, lo “schemino” redatto dal candidato numero 2814 e che, peraltro, aveva conseguito un ottimo risultato.

Il consigliere laico Cavanna aveva subito depositato una richiesta di “apertura pratica” al Comitato di presidenza del Csm per svolgere “approfondimenti e verifiche nell’ambito delle competenze e dei poteri del Csm” ed in particolare, mediante “la convocazione dei componenti della commissione esaminatrice del concorso”, affinché riferiscano “sui fatti denunciati dai candidati”, senza escludere altre “iniziative meglio viste e/o ritenute” ed ha chiesto anche la convocazione, a Palazzo dei Marescialli, dei componenti della commissione esaminatrice “per riferire dei fatti denunciati“.

Il presidente Mattarella ed il vice presidente CSM David Ermini

Il Comitato di presidenza del Csm, composto dal vice presidente David Ermini, dal primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e dal procuratore generale Giovanni Salvi, ha dato semaforo verde alla richiesta del consigliere Cavanna, trasmettendo tutto l’incartamento alla terza Commissione del Csm, di cui fa parte l’avvocato (nominato della Lega) e che ha fra le varie competenze quella sul concorso per diventare magistrato.

Presidente di questa Commissione è Paola Maria Braggion membro togato di Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, . Vice presidente è il professore milanese Alessio Lanzi, membro laico in quota a Forza Italia . Oltre a Cavanna, la Commissione è poi formata da tre membri togati: l’ex procuratore aggiunto della Procura di Roma Giuseppe Cascini della corrente di Area , Michele Ciambellini togato di Unicost  e la togata Ilaria Pepe della corrente che fa capo a Piercamillo Davigo. “Non voglio passare – ha detto Cavannacome il difensore d’ufficio dei bocciati: bisogna prima capire quali siano le esatte competenze del Csm in questa vicenda e poi agire di conseguenza“.

La vigilanza sul concorso in realtà spetta al ministro della Giustizia, mentre il Csm propone al Guardasigilli i nomi dei componenti della Commissione esaminatrice. “Mi auguro che ci sia da parte di tutti la volontà di voler approfondire l’argomento. Il tema è importante visto che si stanno reclutando dei magistrati e non degli uscieri, con tutto il rispetto per gli uscieri“, aggiunge il consigliere Cavanna, ritenendo che “la cosa più opportuna è ora convocare i commissari d’esame“.

La Commissione del concorso che a breve avrebbe dovuto convocare coloro che hanno passato gli scritti, ad iniziare dal candidato che invece di scrivere un tema ha disegnato uno schemino con i diagrammi, è presieduta dal consigliere di Cassazione Lorenzo Orilia. Venti sono magistrati, diciotto i giudici e due i pm. Di questi ben sei prestano servizio negli uffici giudiziari della Capitale. Fra i nomi noti, il magistrato Alcide Maritati, già segretario generale dell’Anm e figlio di Alberto Maritati anch’egli magistrato ed ex senatore del Pd, che è stato sottosegretario del governo D’Alema .

Otto i docenti universitari. Appena si è diffusa la notizia della mia iniziativa molti magistrati, anche capi di importanti uffici giudiziari, mi hanno scritto per dirmi di andare avanti e di fare chiarezza», racconta con orgoglio e soddisfazione il consigliere Cavanna.

Mentre dal Ministero di Giustizia non arrivano commenti o iniziative, sono in molti a ritenere che vi siano tutti i presupposti affinchè il concorso venga annullato.




INPS: l’aumento di stipendio a Tridico voluto dal governo M5s-Lega ed approvato dal governo M5S-Pd-Leu

di REDAZIONE POLITICA

E’ molto difficile in queste ore trovare tra i giallorossi qualcuno disposto a difendere Pasquale Tridico presidente dell’Inps . La rivelazione dell’aumento-vergogna del suo compenso ha dato il via ad uno scarico di responsabilità in tutto il governo che potrebbe portare alle sue dimissioni.

Luigi Di Maio e Pasquale Tridico

Persino il più grande sponsor di Tridico, cioè Luigi Di Maio, ha deciso ormai di scaricarlo ed abbandonarlo al suo destino, facendo verbalizzare una “richiesta di chiarimenti” che nella durezza dei toni rivela l’enorme imbarazzo di chi ha scelto ed imposto il professore calabrese al vertice della previdenza nazionale.

La notizia sull’aumento di stipendio di Tridico ha irritato e non poco l’ala dura dei Cinquestelle ed imbarazzato, non poco, il Pd. I parlamentari grillini si sono scatenati nelle chat interne, definendo “vergognosa” una vicenda che mal si concilia con “la grande sofferenza dei cittadini, alle prese con la più grave crisi economica del dopoguerra“.

Posizione in perfetta sintonia con i deputati Pd, i quali mentre hanno riconosciuto che è assurdo dare 62mila euro l’anno al presidente di un ente pubblico che gestisce centinaia di miliardi, e che era giusto dunque retribuirlo maggiormente, ma in questo momento sarebbe stato meglio evitare.

Solo che Di Maio dimentica qualcosa e cioè che dietro all’aumento per raggiungere i 150 mila euro l’anno, c’è proprio lui quando nel governo gialloverde era ministro del Lavoro vicepresidente del consiglio dei ministri. Gli stipendi assegnati ai vertici di Inps, e di Inail, dicono le carte sono il vergognoso risultato di un accordo Lega-M5S avallato dal premier Giuseppe Conte, e raggiunto da Di Maio con l’altro vicepremier Matteo Salvini .

La legge 26 del 2019 istitutiva del “Reddito di cittadinanza” e di “Quota 100 prevede che le retribuzioni siano fissate con decreto del ministro del Lavoro. Lo dimostra una nota del 12 giugno 2019 a firma del capo di gabinetto (all’epoca dei fatti) di Di Maio, Vito Cozzoli , attuale presidente della società Sport e Salute, controllata del ministero dell’Economia. La nota riporta anche i numeri : 150 mila euro al presidente, 100 mila euro al vicepresidente e 23 mila euro ai tre consiglieri dei due consigli di amministrazione ancora da nominare.

Vito Cozzoli e Luigi Di Maio

La nota firmata da Cozzoli espressione di un accordo faticosissimo raggiunto tra Di Maio e Salvini per spartirsi sia l’Inps che l’Inail era indirizzata alla Direzione generale per le politiche previdenziali del Ministero del Lavoro e per conoscenza al premier Giuseppe Conte, al ministro del Tesoro Giovanni Tria e al Ragioniere dello Stato Biagio Mazzotta, con la quale si richiedeva una “valutazione definitiva di congruenza degli importi” ai fini “della predisposizione del decreto del ministero del Lavoro” che doveva ratificare le cifre. Ma il decreto del ministro del lavoro ( nel governo gialloverde) Di Maio non vide mai la luce.

La crisi voluta dall’ annuncio di Salvini al Papeete terremotò il governo gialloverde Conte 1 e conseguentemente slittarono le buste paga dei vertici e le nomine dei cda, per arrivare al decreto del 7 agosto scorso riportante la firma della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo . Valeria Capone capo di gabinetto al Ministero del Lavoro (succeduto a Cozzoli) aveva confermato nella nota del 5 dicembre 2019 i nuovi emolumenti leggermente ritoccati per il ruolo di vice presidente a cui vanno 40 mila euro più 60 mila se ha deleghe.

Una soluzione che garantiva anche i 100 mila euro promessi al vice presidente dell’Inail Paolo Lazzari, un altro “fedelissimo” di Di Maio, con un passato per qualche mese nel 2018 da vicegabinetto di Cozzoli , avvocato e collega di facoltà all’Università Roma Tre ,nonostante ancora non in aspettativa, del presidente Inps Pasquale Tridico. Della serie “di che ti mando io” !

Un intreccio di legami amicizie e spartizione del potere. Tre delle quattro attuali nomine ai vertici di Inps e Inail sono frutto degli accordi del 1° Governo Conte (cioè quello gialloverde): alla presidenza dell’ Inail in quota Lega Franco Bettoni , ed il suo vice Paolo Lazzari in quota M5S e il presidente Inps Pasquale Tridico sempre in quota “grillina”. La Lega aveva indicato come vice presidente all’ Inps Mauro Nori, ma sua candidatura ed indicazione non riuscì a rimuovere i veti politici sulla sua nomina. Subentrato il governo Conte bis (cioè quello giallorosso), come vice presidente all’Inps è arrivata l’ex deputata del Pd Maria Luisa Gnecchi .

Ma il più imbestialito è il ministro del Tesoro Gualtieri, che ha co-firmato il decreto proposto dalla collega Catalfo, il quale non si dà pace ed ha preteso di scoprire chi ha “bollinato” il testo sfogandosi. Se questa vergognosa storia è venuta alla luce è stato grazie al collegio sindacale, che è composto in maggioranza da uomini della Ragioneria generale. Una magra consolazione.

Il vero grande scandalo è un altro, che finora è passato inosservato. La deliberazione sui compensi dei vertici Inps aumenta il capitolo di spesa di 522.000 euro. La legge prevede che questo aumento debba avvenire senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, e quindi per metà è stato finanziato riducendo il capitolo destinato alle spese postali, e per metà riducendo il capitolo per manutenzione e noleggi. Potrebbe sembrare un dettaglio irrilevante, ma in realtà non lo è.

Uno dei primi atti della gestione Inps sotto la presidenza Tridico fu di quello interrompere il programma di spedizione delle buste arancioni, con le quali l’Inps si proponeva di informare ogni cittadino sull’ammontare che avrebbe percepito al momento di andare in pensione. È una questione di civiltà: sono moltissimi i cittadini che non hanno una idea chiara di quanto percepiranno allorquando andranno in pensione, e tendono a sovrastimare l’ammontare, con conseguenze in alcuni casi drammatiche sugli equilibri finanziari delle famiglie.

Quasi tutti i paesi europei, sull’esempio dei paesi del nordeuropa hanno un programma di buste arancioni, componente di un più ampio programma di educazione finanziaria. Il costo è irrisorio pochissimo (il prezzo di un francobollo convenzionato con Poste Italiane), addirittura “zero” per chi optava per la posta elettronica e può mettere in sicurezza una famiglia.

Ed ecco dove si nasconde il vero scandalo. Le buste arancioni venivano pagate sul capitolo di spesa del bilancio sotto il nome “spese postali”, che adesso è stato ridotto per finanziare l’aumento dei vertici Inps finanziato quindi letteralmente sulla pelle di migliaia di cittadini, che (comprensibilmente) non hanno gli strumenti per interpretare esattamente le complicatissime regole delle pensioni italiane.

È straordinario che Tridico un professorino indicato, voluto e nominato dal M5S, che si spacciano come i paladini della trasparenza sempre e ovunque, appena arrivato all’Inps si sia prestato ad interrompere una delle operazioni di trasparenza meno costose degli ultimi anni, ma molto più importanti e utili .

Legittimo chiedersi perché l’abbia fatto. Va evidenziata una coincidenza importante e cioè che al momento della interruzione improvvisa del programma, l’Inps si apprestava a inviare informazioni e chiarimenti su quota 100, che era stata introdotta da poco. Un servizio prezioso ed utili ai cittadini date anche le difficoltà oggettive di interpretazione della nuova norma, da cui però si sarebbe compreso che chi si fosse avvalso di quota 100 avrebbe subìto una decurtazione della pensione, qualcosa che non era chiaro a moltissimi italiani. Ma quelli erano i tempi del governo gialloverde (il Conte 1), e Quota 100 era il “fiore all’occhiello” della Lega.

Quindi il vero scandalo della vicenda non è né nell’importo dei compensi di Tridico all’ INPS, né nei tempi. Il vero scandalo è che l’aumento è stato finanziato sulla pelle di migliaia di pensionati ignari, per attuare una subdola operazione politica passata quasi inosservata, ma tra le più inutili, squallide e volgari della storia della nostra Repubblica.




Regionali 2020, i curricula dei candidati Presidenti: le loro vere competenze

di REDAZIONE POLITICA

Con il voto di oggi 20 e domani 21 settembre i cittadini pugliesi decideranno a chi consegnare il timone della guida della Regione Puglia. Nessuno ha sinora spiegato agli elettori quali sono i veri poteri del Presidente che andranno ad eleggere.

A partire dalla riforma costituzionale del 1999 con cui è stata decisa la sua elezione diretta e con la modifica del Titolo V del 2001, il Presidente eletto che guida una Regione di fatto incide pesantemente sulle vite di tutti noi.

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I poteri del Presidente

Il bilancio regionale della Puglia vale 14 miliardi. Un bilancio che all’80% viene speso per la Sanità che significa poter decidere quali ospedali aprire e quali chiudere, chi metterne alla guida, se, quando e come potenziarli per ridurre i tempi di attesa o allargare gli accreditamenti agli operatori ed imprenditori della sanità privata, quali servizi sociosanitari garantire sul territorio, ed infine chi deve ricevere i soldi per la ricerca.

Subito dopo c’è il trasporto pubblico locale il cui funzionamento dipende dalle gare indette per selezionare le società che lo devono gestire, come vengono definite le tratte di percorrenza, i trasferimenti dei finanziamenti ai Comuni (metro e gomma) o alle società che gestiscono i treni regionali.

La Regione finanzia il sostegno alle imprese, alle start up, all’agricoltura e agroalimentare, decide gli incentivi al commercio, artigianato, turismo, finanzia i corsi di riqualificazione professionale, e la formazione per chi non fa il liceo o gli istituti tecnici. Decide le politiche di contrasto alla povertà e offre i servizi di collocamento lavoro con l’incrocio della domanda e dell’offerta.

Spetta alla Regione decidere come spendere i finanziamenti europei: quello del Fondo sociale, quello per lo sviluppo regionale e dell’agricoltura. E in ballo ci sono miliardi di euro. Ha competenza sulle valutazioni di impatto ambientale, sul controllo della qualità di aria e acque, autorizzazioni alle bonifiche, leggi urbanistiche, condizioni di accesso e finanziamento dei servizi sociali, compresa l’edilizia popolare.

I requisiti di un candidato

Dovrebbe essere scontato che i candidati posseggano competenze ed esperienze riconosciute e imprescindibili. Sicuramente sono questi i principali requisiti: alta reputazione, ottimo titolo di studio, nessuna pendenza con la giustizia, conoscenza profonda della macchina politica e amministrativa, zero conflitti di interesse. Tutto ciò in pratica vuol dire aver fatto almeno il sindaco di una grande città (non di un piccolo paese) o aver già gestito organismi complessi, e in entrambi i casi prodotto risultati noti.

Per quanto riguarda la Puglia, i due candidati più “forti” in competizione sono già stati entrambi presidenti della Giunta Regionale, e si ricandidano, e quindi i cittadini hanno già degli indicatori e strumenti per poter valutare se hanno amministrato la Regione pugliese, bene o male.

Contro Michele Emiliano (Pd) il centrodestra in Puglia ha schierato Raffaele Fitto (Fratelli d’Italia), laureato in Giurisprudenza, già deputato, ministro per gli Affari regionali, eurodeputato, ma anche presidente della Puglia dal 2000 al 2005. Per il M5S è scesa in campo per la seconda volta Antonella Laricchia, 34 anni, laureanda in architettura, guida turistica, volontaria per la Pro loco, dopo le elezioni regionali di maggio 2015 quando si era candidata alla presidenza risultando il secondo candidato più votato. Da allora è capogruppo del movimento in Consiglio regionale. Per Italia Viva ha corso Italia Viva, laurea in Giurisprudenza, consulente strategico nel campo delle Risorse Umane e del  Ivan Scalfarotto Management, deputato dal 2013, tre volte sottosegretario, oggi agli Esteri.

Le Regioni al voto

Delle sei Regioni che vanno al voto, tre non hanno conosciuto l’alternanza tra centrodestra e centrosinistra: Veneto (centrodestra), Toscana e Marche (centrosinistra). Oggi 13 Regioni sono amministrate dal centrodestra, 6 dal centrosinistra e 2 (Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano) da partiti regionalisti. Ormai da anni, il risultato elettorale delle Regionali è considerato anche un banco di prova per la tenuta del Governo.

Massimo D’Alema perdendo alle Regionali del 2000 per 8-7 contro il centrodestra, si dimise da presidente del Consiglio, definendolo un «atto di sensibilità politica». A quel tempo il centrosinistra guidava comunque 8 regioni, 2 in più rispetto ad oggi. Nel 2005 fu una sconfitta ancora più rovinosa, pari 12 a 2, che portò Silvio Berlusconi a procedere a un rimpasto di governo.

A causa delle regionali sarde del 2009 Walter Veltroni si dimise da segretario nazionale del Pd, mentre il Governo Conte grazie a quelle emiliano-romagnole dello scorso gennaio ha tirato un sospiro di sollievo.
’articolo 51 della Costituzione stabilisce che «Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge», ovvero aver compiuto 25 anni per i deputati e 40 per i senatori.

Ci sono poi vigenti delle cause di incompatibilità (doppi incarichi) e ineleggibilità (condanne con interdizione dai pubblici uffici), incandidabilità (legge Severino). Non è prevista una norma che imponga di accedere alle alte cariche dopo aver percorso tutte le tappe: consiglio di zona, comunale, regionale, parlamento. Così come non è richiesta la produzione di risultati oggettivi nel corso della propria attività politica, tantomeno di aver svolto con successo mansioni di alta responsabilità nel caso di reclutamento dalla società civile.

I partiti hanno da tempo abdicato alla responsabilità di formazione della propria classe dirigente, candidando spesso soggetti privi di esperienze adeguate, oppure scommettendo sull’impatto mediatico di volti noti. In politica ai nostri giorni non contano i requisiti richiesti in qualunque altro settore, e poco importa ai partiti se da loro poi dipendono le sorti di un Paese.




Conte e Casaleggio verso una disfatta

di LUIGI BISIGNANI

Piange…il telefono, così Domenico Modugno si struggeva per la sua donna che non gli rispondeva più. Oggi un’altra primadonna, sempre pugliese, ‘Giuseppi’, soffre perché i suoi partner abituali – oltre a Matteo Salvini, come ha confessato pubblicamente – non rispondono più solerti come una volta ai suoi whatsapp che invia anche nel cuore della notte, così confermando la leggenda del suo “Governo delle tenebre”.

nel riquadro Rocco Casalino e Marco Travaglio

È preoccupato perché ha capito che l’incantesimo sta finendo nonostante gli sforzi di Rocco Casalino e di Marco Travaglio il quale, come il miglior Emilio Fede ai tempi del Cavaliere, gli ha appena apparecchiato una bella rentrée in scena dopo settimane di lockdown mediatico.

Secondo un sondaggio riservato che circola a Palazzo Chigi, l’alta burocrazia, i banchieri e gli imprenditori non si fidano più di Conte, tutti unanimi nel reclamargli iniziativa, progetti, visione e trasparenza. Non gli resta che il gradimento popolare, seppure anche questo, settimana dopo settimana, si stia corrodendo impietosamente. La musica sta cambiando e anche lui adesso comincia a pensare che così è difficile proseguire. Parafrasando Don Backy, ‘senza futuro né presente non si può vivere eternamente’.

I disastri economici e sociali, comprese le mille bugie sul Covid-19, stanno logorando il premier, avendogli già fatto perdere, nelle ultime settimane, gran parte dei suoi supporter. Perfino quella frangia di Vaticano che per un attimo aveva sperato in un partito cattolico intorno a lui, ma soprattutto gli Usa e le cancellerie europee che ormai implorano un capo del Governo italiano con esperienza e grandi rapporti internazionali come l’ex presidente della Bce, Mario Draghi o, secondo Guido Gentili su Il Sole 24 Ore di ieri, come l’ambasciatore Giampiero Massolo, per anni ai vertici della Farnesina e dei servizi di sicurezza.

A Conte sta soprattutto crollando quel mondo che ruota attorno al Movimento 5 Stelle, circostanza per lui drammatica dopo la presa di distanza nei suoi confronti sia da parte del Quirinale che del Pd di Nicola Zingaretti, di Italia Viva di Matteo Renzi e quell’‘intellighenzia’ che ruota attorno a Massimo D’Alema, in seguito alle inchieste della magistratura sugli allarmi inascoltati della comunità scientifica sulle zone rosse e, ‘last but not least’, al brutto pasticciaccio sui rinnovi dei vertici delle barbe finte, delle ‘paperinate’ con la ministra Azzolina sull’inizio dell’anno scolastico fino al dilettantismo del ministro dell’economia Roberto Gualtieri.

Contro la Casaleggio Associati, fino a poco tempo fa alleata con il premier, c’è un gruppo pentastellato agguerrito, capitanato da Roberto FicoPaola Taverna e Stefano Patuanelli, che sta meditando iniziative clamorose: aprire un’inchiesta interna su come la società capitanata da Davide Casaleggio abbia utilizzato realmente i fondi pari a circa venti milioni di euro girati dai parlamentari del M5s ed indire un referendum interno per decidere se continuare o meno ad appoggiarsi alla piattaforma Rousseau.

Quasi una beffa per chi ha decretato vita e destino di uomini e iniziative con poche migliaia di voti “vendute” come il volere del popolo. Il timore è, infatti, che Casaleggio Jr, per riprendere forza nel Movimento, indica una consultazione “digitaldemocratica” che incoroni re a 5 Stelle Alessandro Di Battista. Mentre i vari Crimi, Bonafede, Fraccaro, Buffagni e comparsette varie sono in gran fermento. Davide Casaleggio ormai ha solamente dalla sua, oltre allo stesso Di Battista, i modesti Max Bugani e Barbara Lezzi.

Dal canto suo, Luigi Di Maio per ora si limita ad assistere sornione, consolidando una posizione di grande potere anche all’esterno e mantenendosi equidistante dai due facinorosi poli. Del resto, sa che la società che possiede il simbolo pentastellato è in parte anche sua. E sa anche che alle prossime elezioni, quando mai ci saranno, chi ha il simbolo è come chi tiene il banco: comunque vince.




I sondaggi (seri) sulle elezioni regionali

Le Elezioni Regionali si avvicinano ed i sondaggisti italiani sono tutti freneticamente al lavoro sia per per i partiti che per gli organi di stampa e televisione. Secondo le ultime rilevazioni di Euromedia Research sondaggista di fiducia di Silvio Berlusconi   la Lega mantiene il primo posto e, rispetto a i primi di agosto, guadagna tre decimi di punto, portandosi dal 24,9 delle preferenze al 25,2 per cento. Sotto, distanziato a cinque punti di distanza, il Partito Democratico che vede i dem fermi al 20,4 rimanendo stabile rispetto al mese precedente.

Alessandra Ghisleri

Cattive notizie, invece, per il Movimento 5 Stelle che – secondo le cifre divulgate sul quotidiano La Stampa – perde sette decimi di punto in quattro settimane, passando dal 16 al 15,3% dei consensi.

Con il fiato sul collo dei grillini Fratelli d’Italia guidata da Giorgia Meloni, che  viene registrato in calo dello 0,6, attestandosi al 14,3 per cento. Sale invece dello 0,4 Forza Italia di Silvio Berlusconi che fa uno scatto al 7,2 per cento. In sostanza, prendendo in considerazione anche lo 0,8 di Cambiamo! il movimento di Giovanni Toti, la coalizione del centrodestra tocca il 47,5 per cento delle intenzioni di voto dimostrando che per il centrosinistra non c’è partita.

In crescita anche la forza politica di Carlo Calenda. Azione tocca il 4,2 per cento, surclassando Matteo Renzi e la sua Italia Viva che passano dal 2,9 al 3,3 per cento.

Il sondaggio SWG-La7

Dopo settimane di assenza è tornato l’appuntamento con il sondaggio di Swg per il telegiornale di La7 del lunedì sera.

Con l’ultimo giorno del mese di agosto, è arrivata l’indagine demoscopica sulle intenzioni di voto. Il contenuto del report non può passare inosservato: il sondaggio, infatti, preoccupa (e non poco) il Governo giallorosso, visto il netto calo della compagine pentastellata.

Nonostante una leggera flessione la Lega si mantiene saldamente il primo partito. Il Carroccio di Matteo Salvini, infatti, si attesta al 26,3% delle preferenze. Più di un italiano su quattro, insomma, voterebbe per la Lega. Il precedente sondaggio Swg risale a inizio agosto (il 3 per l’esattezza) e il Carroccio era poco più in alto, al 26,5%.

La seconda piazza è per il Partito Democratico. Nicola Zingaretti & Co. possono sorridere visto che i dem, in questo mese, riescono a guadagnare qualche decimo di punto (+0,4%) e tornare a toccare la soglia psicologica del 20%. Per il Pd, però, è un sorriso a metà, considerata la difficoltà dell’alleato di governo pentastellato.

Per il Movimento 5 Stelle arrivano infatti numeri tutto fuorché incoraggianti. La formazione attualmente guidata dal reggente Vito Crimi torna a perdere consenso: in queste settimane il M5s è passato dal 16,4% (un risultato già di per sé deludente) al 15,8%.

Secondo il sondaggio Swg/La7, i Cinque Stelle sono così tallonati da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni: l’indagine dell’istituto fotografa FdI in crescita di due decimi di punto e capace di arrivare al 14,4% dei favori.

In positivo anche gli azzurro di Silvio BerlusconiForza Italia sale dello 0,3% e tocca il 6,3%. Mettendo insieme i volumi elettorali di FI, FdI e Lega, l’eventuale coalizione del centrodestra a tre sarebbe in grado di intercettare il 47% tondo-tondo.

Passando in rassegna lo stato di forma dei partiti minoriSinistra Italiana fa meglio sia di Azione sia di Italia Viva: il partito di sinistra, infatti, cresce dello 0,1% e si attesta al 3,7% delle intenzioni di voto. E il derby tra Carlo Calenda e Matteo Renzi ? Presto detto: pareggio. Al momento le due realtà sono appaiate al 3,2% dei consensi ed entrambe non riescono a spiccare il volo.

Dunque al 2% spaccato troviamo un’altra accoppiata, quella composta da i Verdi e da Più Europa, mentre Cambiamo! di Giovanni Toti viene rilevato all’1,1% e tutte le altre liste mettono insieme il 2%. Ultimissimo dato del sondaggio Swg è quello relativo alla percentuale di chi non si esprime: è il 39% del campione rappresentativo della popolazione italiana.

Regionali, il sondaggio Tecné per Quarta Repubblica parla chiaro: il centrodestra è in vantaggio. Di più: c’è odore di ribaltone al prossimo round elettorale: Salvini, Meloni e Berlusconi sono pronti a vincere 4-2. . Ieri nel programma che il giornalista Nicola Porro conduce con successo su Rete 4, tra coronavirus, emergenza migranti e scuola, all’angolo con le orecchie da asino finisce sempre il governo. Un quadro disastroso, quello emerge nella trasmissione, a cui il conduttore piazza il colpo di grazia con l’aggiornamento sui sondaggi in vista dell’imminente appuntamento con le urne. Stando a quanto annunciato ieri in diretta tv, infatti, i sondaggi Tecnè per Quarta Repubblica sulle regionali del 20 e 21 settembre lascerebbero poco margine agli indecisi. E pur nell’incertezza delle previsioni demoscopiche, tratteggiano una situazione di vantaggio per il centrodestra che dovrebbe almeno impensierire la squadra di governo…

Sondaggio Tecnè /Quarta Repubblica, Rete4

Stando alle intenzioni di voto stilate nell’indagine Tecné, il centrodestra sarebbe in vantaggio nelle Regionali rispetto agli avversari 4-2. Con concrete possibilità di strappare addirittura un netto 5-1. Ma, come la matematica insegna, anche cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. E infatti, in entrambe i casi, il risultato si tradurrebbe comunque in una sonora lezione alla maggioranza. O, come ripete spesso il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi,in un sonante “avviso di sfratto” al governo giallo-rosso…

Zaia presidia il Veneto, Fitto in testa in Puglia

Entrando nel merito del sondaggio in esame, dunque, l’avvicendamento al vertice sembra più difficile, ma non impossibile, in Campania. Il governatore uscente De Luca (Pd) è dato tra il 45 e il 49%, incalzato comunque dal forzista Stefano Caldoro (Forza Italia) con un consenso fra il 33 ed il 37%) che non molla la presa. Nel resto delle regioni, invece, a parte il sicuro presidio leghista del Veneto, alla cui guida si conferma l’acclamato Luca Zaia (senza rivali, al 70%).

Tra le righe del sondaggio troviamo anche un’ipotesi di bis in Liguria. I numeri per l’uscente Giovanni Toti, infatti, delineano chiaramente l’ipotesi di una conferma tra il 53 e il 57%, con il giallorosso Sansa fermo tra 36 e 40%. In altri casi, infine, nella più rosea delle previsioni, sta per verificarsi lo scenario di un avvincente testa a testa.

In Puglia, Raffaele Fitto si attesta secondo l’indagine Tecné tra 39 e 43%, con il governatore uscente Michele Emiliano tra il 36 e il 40%. Un caso in cui, le scelte fin qui portate avanti da M5S e Renzi, già odorano di sconfitta…

Toscana, un campo minato per tutti

Come in Emilia-Romagna il candidato del centrosinistra è esponente del Pd mentre l’avversaria del centrodestra è della Lega. Secondo il sondaggio riportato dal quotidiano economico «Molto distaccati ci sono la candidata del M5s Irene Galletti, che ottiene l’8,3%, e altri candidati minori cui è attribuito il 6,2% complessivamente“.

L’odierna rilevazione di Winpoll-Cise pubblicata dal Sole 24 Ore oggi in edicola registra infatti un sostanziale equilibrio tra l’ex presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani e l’europarlamentare Susanna Ceccardi ex sindaco di Cascina, distaccati con solo mezzo punto di differenza tra i due: 43% contro il 42,5%.

Una situazione sulla quale hanno pesato due fattori. Il primo è l’avanzata del centrodestra che già alle elezioni europee del 2019 lo aveva visto prevalere sul centrosinistra anche grazie alla linea più “populista” scelta da Giorgia Meloni e Matteo Salvini. L’altro fattore sono alcuni i punti deboli di Giani: il candidato del centrosinistra non è un uscente (come lo era invece Stefano Bonaccini in Emilia Romagna) e quindi non può sfruttare il giudizio positivo dei toscani sull’amministrazione della regione negli ultimi anni; né ha un profilo capace di attrarre gli elettori provenienti da M5S e dalla sinistra radicale. Tutto questo rende la competizione aperta e lascia presagire una campagna elettorale intensa all’ultimo respiro.

Secondo il Sole 24 ore pesano sui risultati del sondaggio, l’avanzata della Lega e la visibilità non proprio dirompente del candidato governatore Giani. “Infatti la differenza tra i voti a lui come candidato presidente e quelli della sua coalizione è di appena +1,4 punti (43% contro il 41,6%) – sottolinea il quotidiano economico – Su questo piano il risultato della Ceccardi non può essere dato per certo. Peraltro alla competitor del Carroccio viene attribuito un 42,5% contro il 43,8% delle sue liste. E questo potrebbe alludere al fatto che la sua competitività potrebbe dipendere maggiormente in quanto in quota forza leghista. E, non ultimo, dalla continua crescita di Fratelli d’Italia…

La candidata del Movimento 5 Stelle Irene Galletti otterrebbe l’8,3% mentre gli altri aspiranti governatori raccolgono complessivamente il 6,2%.

Il centrodestra alla conquista delle Marche

Il presidente uscente Luca Ceriscioli non correrà per un altro mandato. Il candidato del centrodestra Francesco Acquaroli al momento dato vincente con la maggioranza assoluta dei voti (51,8%), mentre il candidato del centrosinistra Maurizio Mangialardi si fermerebbe al 36,1%.

Il Corriere della Sera pubblica invece il sondaggio condotto da Ipsos sulla Regione Marche, nel quale Acquaroli, conduce con un ampio margine al 49% contro il 35,8% di Mangialardi e il 10,1% di Gian Mario Mercorelli (M5S). Tra i partiti la Lega è avanti a tutti con il 25,7%, seguita dal Pd al 19% e da Fratelli d’Italia al 16,7%.




Anche una senatrice della Lega fra i furbetti del bonus Covid19

di Redazione Politica

Dopo il deputato del M5S Marco Rizzone, ed ed i deputati Elena Murelli ed Andrea Dara della Lega, che avevano richiesto ed ottenuto dall’ INPS il contributo da 600 euro al mese (per due mesi) e quello ultimo da 1.000 erogato nei giorni scorsi, anche la senatrice del carroccio Marzia Casolati, 50 anni, titolare di gioielliera della Galleria Umberto I a Torino che ha chiesto ed ottenuto un contributo da 1.500 euro a fondo perduto, previsto dalla Regione Piemonte per le attività imprenditoriali costrette alla chiusura del “lockdown”.

Nei Consigli regionali erano poi emersi altri leghisti col bonus Covid19, tra cui i due piemontesi Matteo Gagliasso e Claudio Leone, presenze che rendono la Lega il partito con più eletti coinvolti nelle richieste fuori luogo del contributo pubblico a fondo perduto.

Un’indennità parlamentare da 11mila euro netti al mese, un reddito imponibile denunciato nel 2019 di 101.314 euro, la comproprietà di sei immobili e due terreni agricoli. la senatrice ha avuto la sfacciataggine di richiedere il bonus che è poco superiore a 1/10 dell’emolumento mensile che Casolati riceve dopo essere stata elette nel collegio di Moncalieri, dove, in realtà, peraltro la conoscono in pochi.

La senatrice della Lega Marzia Casolati viene definita da diversi colleghi di partito come “Una miracolata della politica riuscita a farsi spostare all’ultimo nel collegio sicuro per arrivare a Roma” approfittando della mancanza di candidate donne nel 2018 nella Lega, passando dall’aula della Circoscrizione 1 di Torino a quella ben più ricca a livello di stipendio di Palazzo Madama.

Inizialmente la Lega le aveva riservato un collegio a Torino, cioè quello vinto dall’esponente del Pd Mauro Laus, ma la Casolati, è riuscita a convincere i massimi vertici della Lega a concederle un collegio “blindato” cioè sicuro, garantito dallo stesso segretario regionale della Lega Piemonte, Riccardo Molinari.

Giudizi sicuramente poco piacevoli, ma onnipresenti quando si conquista un seggio parlamentare senza aver conquistato i voti personali degli elettori. Non sono teneri neanche i commenti dei commercianti vicini di negozio in Galleria Umberto I. . “Una gioielleria un po’ fané” , dicono alcuni vicini, ma non tutti vogliono parlare.

Roberto Pesce, del negozio di materassi adiacente alla gioelleria della Casolati, parlando con il quotidiano La Repubblica sottolinea che si tratta di “una collega e amica, siamo cresciuti insieme e la considero praticamente una cugina. Per questo la vicenda mi rattrista. È censurabile dal punto di vista etico e morale perché sostiene ancora una volta l’idea che la politica sia distante dai cittadini, ma metterla alla gogna è troppo, i problemi sono altri. Soprattutto perché si parla di poche centinaia di euro“. Peccato che quei soldi sarebbero stati più utili ai piccoli commercianti che non percepiscono uno stipendio netto da 11mila euro al mese.

Infatti non è dello stessa opinione l’erborista Paola Dosi:E’ uno scandalo, siamo stupiti perché la conoscevamo da quarant’anni e non ce lo saremmo mai aspettati. Tutti noi abbiamo avuto difficoltà, noi siamo riusciti ad accedere al contributo Inps, un piccolo aiuto che ci ha permesso per mangiare, a fronte di oltre la metà delle perdite di incassi. Trovo quello della senatrice un comportamento amorale, eticamente indecente“.

La senatrice adesso ha restituito la somma a Finpiemonte , è stata sospesa dalla Lega, nonostante i suoi rapporti diretti con lo stesso Matteo Salvini. Il capogruppo della Lega in Senato Romeo è abbastanza chiaro: “Anche se non è stato commesso alcun illecito e il contributo è stato già da tempo completamente restituito, non è opportuno che parlamentari accedano a questo tipo di sussidio“.

A completare del quadro dei “furbetti” leghisti beneficiari silenti del contributo INPS, il consigliere regionale emiliano Stefano Bargi, il consigliere trentino Ivano Job ed Alex Galizzi della Lega Lombardia, al momento tutti sospesi. Sino a quando ?

Ben più rigorosa la linea “dura” del governatore veneto Luca Zaia, che ha adottato una linea ben più dura di quella “salviniana”, escludendo dalle liste regionali per le prossime elezioni del 20 e 21 settembre i consiglieri regionali veneti uscenti Riccardo Barbisan ed Alessandro Montagnoli, entrambi beneficiari del contributo INPS, che hanno così detto addio alla possibilità di rientrare in Consiglio Regionale del Piemonte. Il vicepresidente uscente della Regione, Gianluca Forcolin (che pur richiesta, non ha ricevuto l’erogazione del contributo INPS) ha rassegnato le proprie dimissioni da tutte le cariche ricoperte. Decisione questa annunciata da Zaia in conferenza stampa.

Ma la domanda che viene spontaneo farsi a questo punto è un altra: quanti beneficiari di contributi a fondo perduto per l’emergenza Covid19 si sono candidati a queste elezioni regionali di settembre 2020, investendo non pochi soldi per finanziare la propria campagna elettorale ? Ai posteri l’ardua sentenza.