La Procura di Firenze chiede il rinvio a giudizio per i genitori di Renzi

ROMA – La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio dei genitori dell’ex premier Matteo Renzi  leader di Italia Viva, indagati per bancarotta fraudolenta ed emissioni di fatture false nell’inchiesta per il fallimento di tre cooperative.

Il padre Tiziano Renzi e la madre Laura Bovoli dovranno comparire il 9 giugno al tribunale di Firenze all’udienza preliminare nella quale si deciderà se processarli o proscioglierli da ogni addebito.

L’inchiesta aveva fatto registrare lo scorso anno un colpo di scena: Tiziano Renzi e Laura Bovoli erano stati arrestati (e posti ai domiciliari) su ordine della procura ma dopo 18 giorni il Tribunale del Riesame aveva revocato il provvedimento.

Nell’inchiesta sul crack delle tre cooperative (la Delivery Service Italia, la Europe Service e la Marmodiv), riconducibili ai Renzi risultano indagate altre 16 persone tra le quali Roberto Bargilli, detto Billy , l’autista del camper di Matteo Renzi per le primarie per la segreteria del Pd del 2012 e in passato nel CdA di una delle cooperative .

Secondo l’accusa i genitori di Matteo Renzi avrebbero provocato il fallimento delle cooperative a causa “di operazione dolosa consistita nell’aver omesso sistematicamente di versare gli oneri previdenziali e le imposte, o comunque, aggravando il dissesto”.

A ottobre 2019 Tiziano Renzi e Laura Bovoli erano stati condannati ad 1 anno e 9 mesi con sospensione della pena, dal Tribunale di Firenze per la presunta emissione di due fatture false da 20 mila e 140 mila euro. Insieme ai genitori di Matteo Renzi  era stato condannato anche l’imprenditore Luigi Dagostino a due anni di carcere.

 




Regionali Puglia. E' ufficiale: semaforo rosso della Lega a Fitto

ROMA – Si inizia a fare chiarezza nel centrodestra in vista delle prossime elezioni  Regionali che si terranno in Puglia la prossima primavera. La Lega fa chiarezza una secca nota del segretario regionale Luigi D’Eramo, che di fatto ha bloccato ufficialmente la candidatura di Raffele Fitto, avanzata da Giorgia Meloni. Una presa di posizione condivisa da tutto lo stato maggiore ed i parlamentari  pugliesi della Lega.

Questa la nota ufficiale della Lega diffusa dall’ On. D’ Eramo : “Trovo quantomeno bizzarro che Ignazio La Russa venga in Puglia a promuovere l’armonia nella coalizione accusando gli alleati di provincialismo e “cazzettismo”. Delle due l’una! Sicuramente sarà stata una svista. “Sviste” che, però, non si possono commettere quando si gioca con il destino di quattro milioni e mezzo di Pugliesi che chiedono un nuovo modello di gestione e sviluppo regionale dopo 15 anni di cattiva amministrazione di sinistra. Quindici anni in cui la sinistra ha vinto essenzialmente per demeriti del centrodestra che si è presentato diviso per sfide e imposizioni personali“.

“Oggi abbiamo l’obbligo di imparare dagli errori del passato per vincere e rinnovare la Puglia. – continua la nota della Lega PugliaSono certo che al tavolo nazionale i nostri leader sapranno leggere la storia per scrivere il futuro, rispettando quanto ci hanno detto e chiesto gli elettori con il loro voto. Questo sia quando ci hanno premiato ma soprattutto quando non ci hanno dato fiducia, perché è in quel momento che ci hanno dato la direzione per non sbagliare. E in Puglia con la Lega non si sbaglierà più, abbiamo la responsabilità del consenso della maggior parte dei pugliesi e la vittoria è alla nostra portata con tre parole d’ordine: unità, lavoro e rinnovamento. Questa è la visione della Lega e questa sarà la visione da condividere nella coalizione“.

I vertici della Lega pugliese, in stretto collegamento con il vertice nazionale, hanno interpretato come delle  vere e proprie “provocazioni”  le dichiarazioni fatte ieri dal senatore Ignazio La Russa e dall’eurodeputato Raffaele Fitto a Bari,  in occasione della commemorazione di Pinuccio Tatarella, padre della nuova destra italiana. Dall’europarlamentare salentino, candidato da Giorgia Meloni per la guida della Regione contro Michele Emiliano, sono pervenuti i “soliti” richiami al rispetto dei patti e degli accordi presi tempo fa con Fitto che ha incredibilmente affermato di essere già in campagna elettorale.

Esponenti della Lega pugliese raccontano che le parole di Fitto hanno scatenato una vera e propria quasi un’insurrezione tra i militanti leghisti, in quanto “si era deciso che tutto era demandato al prossimo tavolo nazionale del centrodestra fra Salvini, Berlusconi e la Meloni” e pertanto le dichiarazioni dei due esponenti di Fratelli d’ Italia vengono ritenute come delle vere e proprie “provocazioni”.

Le invasioni di campo  “ingombranti” di La Russa e l’autocandidatura di Fitto a Bari,  non sono state accolte molto bene tra i leghisti pugliesi ed hanno scatenato la dura  ma ponderata reazione molto chiara che emerge dalla nota ufficiale del segretario regionale On. Luigi D’Eramo.

E’ stata questa la ragione che ha indotto di rispondere con una nota ufficiale – rivista ed analizzata  con continui contatti telefonici del segretario regionale Luigi D’Eramo con la Calabria, dove si trova in visita Matteo Salvini ed e il vicesegretario Giancarlo Giorgetti –   al momento unico delegato a parlare in nome e per conto della Lega in Puglia, la cui sintesi altro non è che il mancato accordo e sostegno sulla candidatura di Fitto. La Lega infatti, ha già un ventaglio di candidature abbastanza autorevoli, qualcuno persino priva di “colorazione” politica, sull’esempio della trionfale candidatura ed elezione alle scorse regionali in Basilicata a governatore  del Gen. Bardi,  grazie alla quale il centrodestra ha mandato a casa il centrosinistra rappresentato dalla famiglia Pittella che da decenni imperversava e governava la Basilicata.

Teresa Bellanova

I numeri dei recenti sondaggi commissionati che danno il Centrodestra vincente con il 43%, a seguito anche  dei forti contrasti e divisioni in Puglia tra Pd, M5S e Italia Viva  dai quali non emerge alcuna  volontà  comune di rieleggere Michele Emiliano . “Faremo pressing sul Pd perché individui in Puglia un candidato che faccia unità e mobiliti la coalizione. E questo non può essere Emilianoha detto a Lecce la ministra per l’Agricoltura, Teresa Bellanova (Italia viva), nel corso della prima assemblea provinciale del partito. “In Calabria e in Basilicata il centrosinistra ha perso – ha aggiunto la Bellanovaora si voterà in Puglia e in Campania. Da queste due regioni può partire il processo di riformismo del centrosinistra – ha concluso – ma se il Pd continua a guardare solo al risultato dell’Emilia Romagna, vuol dire che abbandona il Mezzogiorno al ribellismo”.

Ma è stato sopratutto il recente risultato delle Elezioni Europee 2019, che ha indotto la Lega a puntare sulla Puglia e non sulla Campania. Raffaele Fitto infatti in tutte le sue precedenti competizioni elettorali pugliese, ha sempre creato rotture e frizioni a partire da quella con Silvio Berlusconi per finire a quella con Adriana Poli Bortone. E secondo i sondaggisti per vincere in Puglia occorre un centrodestra unito e non diviso .




Ecco come potrebbe cambiare la Camera: a Lega e FdI 205 deputati su 400

ROMA – 205 è il primo numero da valutare. La Lega e Fratelli d’Italia con una Camera dei Deputati “ristretta” dall’eventuale taglio dei parlamentari (da 630 a 400) e risultato di nuove elezioni con il cosiddetto “Germanicum” avrebbero maggioranza da soli la. Una proiezione  sulla piattaforma di nuova legge elettorale sulla quale stanno attualmente convergendo i due principali soci di governo, Pd e Movimento 5 Stelle. con il sistema proporzionale e lo sbarramento al 5 per cento.

E’ questa la fotografia del Parlamento se si andasse a votare oggi: centrodestra a quota 234 seggi su 400 (ai 149 della Lega e ai 56 di Fratelli d’Italia andrebbero aggiunti i 29 di Forza Italia), il Pd fermo a 96 e Movimento 5 Stelle ridotto a 65 parlamentari . Ai “renziani” di Italia Viva, protagonisti delle attuali problematiche interne alla maggioranza di Governo, verrebbe riconosciuto soltanto un diritto di tribuna (3 seggi) previsto, qualora il testo di legge dovesse essere confermato, per le formazioni minori che pur non superando lo sbarramento del 5 per cento su scala nazionale riescono in almeno 2 Regioni e 3 circoscrizioni a raggiungere il numero di voti necessario per l’ottenimento di un seggio.

Uno scenario politico frutto di una simulazione realizzata sulla base dei sondaggi Ipsos eseguiti tra dicembre e gennaio, su un campione totale di 8 mila persone: mentre la Lega di Salvini avrebbe saldo il timone, il Partito Democratico diventerebbe il secondo gruppo parlamentare scavalcando il Movimento 5 Stelle relegato in una posizione subalterna (sommandoli conquisterebbero soltanto 161 deputati). La sinistra di Leu scomparirebbe.

È evidente il riflesso maggioritario innescato dalla soglia del 5 per cento, più che dal ridotto numero dei parlamentari. In parole più chiare la rilevazione dei consensi alla mano, attribuiti alla Lega e Fratelli d’ Italia viene attribuito complessivamente un 44% che porta però in dote più della metà della Camera , quindi il 51%. Praticamente, il mix tra la nuova ipotetica legge elettorale e i voti stimati al Movimento 5 Stelle fondato da Beppe Grillo fa precipitare nel limbo dei ricordi quel “tripolarismo” che di fatto negli ultimi anni ha reso quasi impossibile la formazione di governi votati dagli elettori.

“In questo quadro  l’effetto maggioritario si traduce anche nella presenza di solo sei forze politiche in Parlamento più l’Svp. — spiega Nando Pagnoncelli  presidente di Ipsos Il che non è esattamente in linea con le aspettative degli elettori che in questa fase stanno premiando più forze politiche, anche quelle con valori nettamente inferiori al 5%. Un meccanismo che potrebbe indurre un’aggregazione tra forze contigue con le consuete incognite sulle reazioni dell’elettorato». Un ragionamento che può avere valore, ad esempio, per i movimenti costituiti da Renzi e Calenda o per tutti i partiti minori alla sinistra del Pd.

Va ricordato ed evidenziato che stiamo parlando di un quadro politico al momento assolutamente “virtuale”. Per diversi motivi. Il primo: la quota di indecisi tra gli elettori che comprende anche il “non voto” rimane piuttosto alta. È il 39,1%. Il Secondo: stiamo parlando di sondaggi e non ancora di voti veri. Il Terzo: bisognerà poter simulare anche la ripartizione del Senato della Repubblica sul quale è ancora aperta la questione sull’età degli elettori,  per avere un’idea completa. Il Quarto: dopo le elezioni in Emilia-Romagna e la vittoria del candidato Bonaccini emanazione del Partito Democratico guidato da Zingaretti, il Governo in carica, seppure sempre “pericolante” (leggasi questione prescrizione), ha ambizioni di durare altri tre anni, fino al termine della legislatura.

Un’ipotesi per la quale la situazione può cambiare di giorno in giorno. Una sfida soprattutto per Matteo Salvini chiamato a trovare un percorso difficile per custodire il suo consenso elettorale




Legge elettorale, la Corte costituzionale dice "no" al referendum richiesto dalla Lega. Salvini: "Vergogna"

ROMA La Corte Costituzionale ha deciso dopo otto ore di camera di consiglio di rigettare il quesito referendario proposto dalla Lega ritenendolo “inammissibile“, dicendo quindi  “no” al referendum sulla legge elettorale che era stato promosso da otto consigli regionali guidati da maggioranze  del centrodestra,  per trasformare l’attuale sistema con l’abrogazione delle norme sulla distribuzione proporzionale dei seggi, in un maggioritario puro .

La Consulta ha anche bocciato preventivamente il conflitto di attribuzione che 5 regioni su 8 avevano presentato lo scorso 7 gennaio. La motivazione della “bocciatura” consiste essenzialmente nel fatto che il quesito leghista avrebbe lasciato sul campo una legge con cui non sarebbe stato possibile andare alle elezioni subito. E quindi secondo i giudici della Corte, sarebbe stata una legge elettorale inapplicabile. Decisione che secondo indiscrezioni, sarebbe stata raggiunta non all’unanimità ma con una maggioranza “solida e ampia“.

Immediata la reazione furibonda del leader della Lega Matteo Salvini che ha commentata:  “È una vergogna, è il vecchio sistema che si difende: Pd e Movimento 5stelle sono e restano attaccati alle poltrone. Ci dispiace che non si lasci decidere il popolo: così è il ritorno alla preistoria della peggiore politica italica”. Un referendum, quello sul maggioritario, fortemente sostenuto dalla Lega che era andata  in pressing su alcuni esponenti forzisti in alcuni consigli regionali che erano dubbiosi sul sistema elettorale maggioritario puro.

la Corte Costituzionale

Questo il passaggio testuale della Corte Costituzionale: “Per garantire l’autoapplicatività della ‘normativa di risulta’ – richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. In attesa del deposito della sentenza entro il 10 febbraio, l’Ufficio stampa della Corte costituzionale fa sapere che a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della normativa di risulta”.

La Corte costituzionale ha respinto anche preliminarmente il conflitto d’attribuzione che era stato sollevato da 5 regioni su 8. Le cinque regioni chiedevano di impugnare la legge del 1970 che regola il referendum lì dove prevede un tempo massimo di 60 giorni per ridisegnare i collegi. Per i ricorrenti si trattava di un termine arbitrario, e si   chiedeva quindi di rendere effettiva l’abrogazione decisa dalla Consulta solo il disegno dei nuovi collegi elettorali. Secondo molti analisti questa mossa è stata un vero “autogol” che avrebbero fatto capire che gli stessi proponenti erano consapevoli dell’inammissibilità del quesito.




Raggiunto il numero di firme per referendum in Senato sul taglio dei Parlamentari

ROMA – E’ stato raggiunto e superato al Senato il numero minimo di firme (64)  necessario per presentare il quesito del referendum contro il taglio dei parlamentari. Nelle ultime ore, sarebbe arrivato un sostanzioso appoggio anche da parte di senatori leghisti. Nel pomeriggio è atteso il deposito in Cassazione.

C’è stato anche chi ci ha fatto dietrofront, ritirando la propria firma, come i senatori Mario Michele Giarrusso (M5s), Francesco Verducci (Pd) e Vincenzo D’Arienzo (Pd). “Stamattina ho ritirato la firma sul referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. L’ho ritirata, perché la mia posizione è stata strumentalizzata da alcuni e travisata da altri“, ha scritto il senatore grillino.

I senatori del Pd Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo hanno ritirato le firme dalla proposta del referendum sulla riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Fonti Dem spiegano che i due senatori lo avrebbero fatto in conseguenza “di un fatto politico nuovo” e cioè la presentazione di quella proposta di legge elettorale proporzionale, che fin dall’inizio era stata chiesta dal Pd in relazione al taglio dei parlamentari.

Un vero “flop” la raccolta di firme del Partito Radicale che ha ricevuto soltanto 669 firme per promuovere un referendum sulla riforma che taglia il numero dei parlamentari. Peccato che ne sarebbero servite 500 mila. Le sottoscrizioni sono state comunque depositate in Cassazione. “Abbiamo voluto verbalizzare la violenta censura attuata dai media e dal servizio pubblico – ha dichiarato Maurizio Turco, il segretario del Partito radicale – ai quali si era rivolto per la prima volta nel discorso di fine anno il Presidente della Repubblica”. Turco si è anche detto contrario alla riforma “che prevede la cessione di rappresentanza da parte dei cittadini“.

“Quello sul taglio dei parlamentari è un referendum salva-poltrone“, ha scritto in una nota Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia  . “Siamo e saremo sempre all’opposizione di questo governo dannoso, vogliamo andare al voto anche domani, ma vogliamo farlo in totale trasparenza eleggendo da subito un Parlamento più snello. Non abbiamo alcun interesse a sostenere un finto referendum, vogliamo dire la verità agli italiani. Per questo ai colleghi senatori che mi hanno chiesto un parere ho detto: non prestatevi a un giochino di Palazzo che screditerà la politica, squalificherà Forza Italia, resusciterà il populismo», ha proseguito la vicepresidente della Camera nel documento.

La Carfagna ha ricordato anche chela riduzione dei parlamentari è stata approvata con il sì di Forza Italia appena tre mesi fa, dopo quattro letture” e che il partito è “sempre favorevole al taglio delle poltrone” ricordando che il presidente Silvio Berlusconiè stato tra i primi a volere una riforma costituzionale di questo tipo“.

Ale 15 la presentazione delle firme in Cassazione. “Mi interessa che si possa svolgere nel Paese la consultazione. Alla fine hano firmato tutti i gruppi parlamentari“, ha commentato il senatore azzurro Andrea Cangini. Tra i nuovi arrivi i forzisti Roberta Toffanin e Dario Damiani, vicini a Silvio Berlusconi, irritato per l’iniziativa della Carfagna e sollecitato da Salvini perché richiamasse all’ordine i suoi parlamentari.

Tra i nuovi firmatari vi sono poi sei senatori leghisti. E c’è già anche chi guiderà il Comitato per il no: è la Fondazione Luigi Einaudi che ha anche promosso la raccolta delle firme tra i parlamentari. Il coordinamento nazionale dei comitati noiNO, contrari alla riforma approvata dal Parlamento, sarà presentato in una conferenza martedì prossimo nella sala stampa della Camera dei Deputati, con i costituzionalisti e i parlamentari che aderiscono alla campagna.




"Stupidario" della politica: le assurdità dette nell'ultimo decennio | 2a puntata, 2015-17

ROMA – Dieci anni esatti, 3.651 giorni, tre legislature, sette governi. Un lungo viaggio tra frasi celebri e scandali sessuali e abitativi, fiammate omofobe e razziste, congiuntivi fantozziani e gaffe planetarie, e contraddizioni, complotti e menzogne.  Ma tutto ciò è niente.
E’ giunto il momento di attraversare questo decennio attraverso le peggiori dichiarazioni proferite dai più alti vertici istituzionali del Paese, dal gennaio 2010 al dicembre 2019.

2015

Nientemeno…  
Mi piacerebbe essere ricordato come il Che Guevara di Napoli”. (Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, 15 gennaio 2015)Lo diceva l’internet
Vanessa e Greta sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!”. (Il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri rilancia su Twitter una falsità “letta in rete” relativa alle due giovani cooperanti italiane rapite in Siria, 17 gennaio 2015)

I consigli del leader
Guardare Peppa Pig rilassa il cervello!”. (Matteo Salvini, 9 febbraio 2015)

Su Radio Padania
Il popolo padano è vittima di pulizia etnica coordinata dall’Europa!”. (Matteo Salvini, 16 febbraio 2015)

Un tweet, doppio fail
Che origini hanno i piloti dell’autobus caduto???”. L’onorevole forzista Daniela Santanchè sul disastro dell’aereo Germanwings, costato la vita a 150 persone, 26 marzo 2015. In realtà era un “Airbus”, non un “autobus”, mentre i piloti erano tedeschi da generazioni…

Lapsus
Per essere giornalisticamente circoncisi…”. (Il capogruppo forzista Renato Brunetta, durante la conferenza stampa sulla riforma della scuola a Montecitorio, 23 aprile 2015)

Tutti in piedi
Il ruolo in politica non ha cambiato le mie abitudini: stiro, lavo e vado al supermercato da sola”. (Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme, 19 aprile 2015)

Elementare
“Per risolvere il problema degli sbarchi di clandestini, ho la mia cura: basta togliere il motore alle barche!”. (Silvio Berlusconi su Telepadova, 19 maggio 2015)

Il liceale
‘Migranti’… questo vocabolo nuovo inventato dalla Boldrini… sono clandestini! ‘Migrante’ è un gerundio!”. (In realtà sarebbe un participio presente… Matteo Salvini, 5 giugno 2015)

Tweet poi rimosso
Elezioni per Roma il prima possibile! Prima che Roma venga sommersa dai topi, dalla spazzatura e dai clandestini”.(Beppe Grillo, 17 giugno 2015)

Corriere della Sera: “Vito Crimi e il ‘complotto’ dei piedi sporchi, le ironie della Rete su M5S”
Il senatore Crimi pubblica la lettera di un amico che si lamenta per i piedi sporchi del figlio a causa della polvere dopo due settimane di assenza da casa per le vacanze, e chiede il monitoraggio dell’aria. Esplodono le prese in giro sui social”.(15 luglio 2015)

Lo zoo
310 morti per un pellegrinaggio? Cose da pazzi! Sono come animali… più che alla Mecca, dovrebbero andare allo zoo!!!”.(Gianluca Buonanno, da eurodeputato leghista, 24 settembre 2015)

Maria
Sì, è vero, ho fatto un provino ad Amici, dalla De Filippi. Avevo 20-22 anni, e non andò bene...”. (Alessandro Di Battista, deputato 5 Stelle, 15 ottobre 2015)

Lo scherzone del decennio
@BITW__18: “Ciao Maurizio, un amico dice di aver fatto le scuole superiori con te, ti saluta calorosamente e continua a seguirti sempre :)”. @gasparripdl: “E chi è?”. @BITW__18: “STO CAZZO HAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAAHAHAHAHAH”. (Maurizio Gasparri, 30 ottobre 2015)

Gesù Cristo
Io trovo una vicinanza incredibile tra l’azione rivoluzionaria di Gesù Cristo e l’azione rivoluzionaria alla quale noi del Movimento 5 Stelle stiamo chiamando i cittadini…”. (Paola Taverna, senatrice M5S, 30 novembre 2015)

2016

Il governo ideale
Nel mio esecutivo vorrei Checco Zalone alla Cultura, poi Mauro Corona con delega a Montagna, Caccia e Agricoltura. Uno tra Claudio Borghi e Alberto Bagnai come ministro all’Economia. Agli esteri Berlusconi: rispetto a Renzi è avanti anni luce…”. (Matteo Salvini, 4 gennaio 2016)

Mi ci pulisco il culo e…
Non comprerò più niente da Ikea! Siccome mi sono rimasti dei loro fazzoletti in casa, mi ci pulisco il sedere e li rimando usati ai capi dell’azienda. Così forse li mangeranno…”.(Maurizio Gasparri contro la multinazionale svedese, colpevole di aver promosso alcune iniziative in favore delle unioni civili, 28 gennaio 2016)

Il Celeste
“L’odore della sconfitta sulla legge Cirinnà sta procurando crisi isteriche gravi su gay, lesbiche, bi-transessuali e checche varie. Non è bello, poverini”. (Roberto Formigoni, da senatore Ncd, 6 febbraio 2016)

Batti lei?
“Io ho detto ai miei: se vi trovereste… se ci troveressimo… se ci trovassimo!”. (I congiuntivi del senatore M5s Alberto Airola, durante un intervento in aula, 18 febbraio 2016)

Kung Fu Panda
Volete capire come si fa il lavaggio del cervello gender ai bambini? Ad esempio con il protagonista di Kung Fu Panda che ha due papà”.(Mario Adinolfi, 14 marzo 2016)

Ciaone
Prima dicevano quorum. Poi il 40. Poi il 35. Adesso, per loro, l’importante è partecipare. #CIAONE”. (Il deputato Pd Ernesto Carbone, su Twitter, dopo il fallimento del referendum sulle trivelle, 17 aprile 2016)

Il mio pantheon
I leader a cui mi ispiro sono San Suu Kyi, Martin Luther King e Gandhi”. (Virginia Raggi, 3 maggio 2016)

Me lo segno
Se io perdo il referendum, con che faccia rimango? Ma non è che vado a casa, smetto proprio di fare politica”.  (Matteo Renzi, premier, 8 maggio 2016)

Me lo segno / bis
Noi siamo persone molto serie e se Renzi perde anch’io lascio la politica. Come potremmo restare e far finta di niente?”. (Maria Elena Boschi, da ministro, 22 maggio 2016)

La laurea a sua insaputa
Ho saputo della mia laurea in Albania solo dopo questa indagine. La vicenda mi lascia perplesso, escludo di aver fatto l’università”. (Renzo Bossi detto “il Trota”, 12 luglio 2016)

SkyTg24: “Salvini sul palco con la bambola gonfiabile”
Ecco la sosia della Boldrini!”. (Matteo Salvini durante un comizio, 25 luglio 2016)

Arare con il cazzo”
Il mio film ‘Something good‘ avrebbe dovuto essere a Venezia, ma venne rifiutato (…). Alzai il telefono e chiamai Barbera: ‘Portatore sano di forfora – urlai –, quando te ti facevi le seghe a Torino, io chiavavo Naomi Campbell, pippavo con Lou Reed a Kansas City, aravo con il cazzo il mondo e guadagnavo miliardi, testa di cazzo!’”. (Luca Barbareschi, da direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma, ex parlamentare, al Fatto Quotidiano, 31 luglio 2016)

Pulizia etnica controllata
“Quando arriveremo al governo, Polizia e Carabinieri avranno mano libera per ripulire le nostre città. Sarà fatta una sorta di pulizia etnica controllata e finanziata, come stanno facendo ora con gli italiani costretti a subire l’oppressione dei clandestini”. (Matteo Salvini, con addosso la divisa della polizia, 15 agosto 2016)

Al
“No, non sono io a dirlo, ma mia moglie: per lei assomiglio ad Al Pacino…”. (Maurizio Gasparri, 15 settembre 2016)

Pinochet il venezuelano
“Renzi ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela”. (Cile, meglio. Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, 13 settembre 2016)

Non gliela si fa al Carlo
Esiste una crisi idrica, quando c’è scarsità d’acqua. Esiste una crisi geologica, quando c’è scarsità di suolo. Esiste una crisi d’aria, quando è troppo inquinata. Non può esistere una crisi monetaria perché manca la moneta. (…) Dire che esiste una crisi monetaria è come dire che non c’è la lunghezza perché mancano i metri. NON FACCIAMOCI FREGARE!”.
(Carlo Sibilia, onorevole M5S,19 settembre 2016)

Beatrice Di Maio
La mia compagna twittava quasi completamente a mia insaputa”. (L’onorevole Renato Brunetta sulle gesta social della compagna Tommasa Giovannoni Ottaviani detta “Titti”: dietro all’account Twitter “Beatrice Di Maio”, particolarmente amato dai grillini ed infamante nei confronti del governo Renzi, al punto da ricevere una querela dal sottosegretario Lotti, c’era proprio lei… 24 novembre 2016)

Debolezze
“Certe volte sento il desiderio di scendere dalla papamobile. Spesso accade davanti alle vecchiette. Io ho una debolezza per le vecchiette”. (Papa Francesco, 10 novembre 2016)

Questa roba
Mio padre orgogliosamente fascista? Sono super orgoglioso di lui. È più importante essere onesto che antifascista. Nel 2016 parlare di fascismo e antifascismo è come parlare di guelfi e ghibellini… ancora a parlare di questa roba?”. (Alessandro Di Battista, M5S, 12 dicembre 2016)

2017

Il sindaco-sceriffo
Come Mussolini, anche Hitler ha fatto delle cose giuste. Ha tolto la disoccupazione in Germania e dato da mangiare al suo popolo che aveva fame”. (Joe Formaggio, sindaco di Albettone, 1 febbraio 2017)

Altri meriti
Hitler almeno i disabili li eliminava gratis”. (Il leader del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi sulla scelta di dj Fabo di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, 27 febbraio 2017)

Dritte
Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”.(Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, 27 marzo 2017)

Poster
“A 15 anni in cameretta avevo il poster di Roberto Baggio, dei Duran Duran e di Bob Kennedy…”; “Ma quali Duran Duran, a 15 anni avevo il poster di Samantha Fox!”. (Matteo Renzi, 27 aprile 2017)

Doppia bufala con congiuntivo
Incredibile, pare che Bebe Vio da piccola è stata vaccinata con il Morupar, vaccino poi ritirato perché provocava la Meningite”. (Bartolomeo Pepe, senatore Gal, ex 5 Stelle, 14 maggio 2017)

Bruno Sacchi
Sei musulmano? Vuoi stare in Italia? Ti mangi SUBITO davanti alle autorità la mortadella e sputi sul Corano ripreso da telecamere, sennò VIA!”. (Fabrizio Bracconeri, ex ragazzo della Terza C, già candidato alle Europee con Fratelli d’Italia, 7 giugno 2017)

Il Pil cresce? Merito dell’afa
A giugno ha fatto molto più caldo: i climatizzatori, la catena del freddo, l’aria condizionata delle auto. Renzi ha preso una tranvata dopo l’altra, serve autorevolezza… non possiamo gioire perché ha fatto troppo caldo!”. (Barbara Lezzi, senatrice 5 Stelle, 16 luglio 2017)

Au… che?
Il novello Napoleone Macron piace a tutti quanti voi come se fosse Napoleone, ma almeno quello combatteva sui campi ad Auschwitz”.(Lo sfondone di Alessandro Di Battista in aula: confonde Auschwitz e Austerlitz, 19 luglio 2017)

Dopo mucca e toro…
Lo dico a tutti i miei compagni: non accontentatevi del piccione in mano, andiamoci a prendere il tacchino”. (Pierluigi Bersani, Mdp, 20 luglio 2017)

Je suis Charlie
Si, in effetti penso che l’Isis debba tornare in redazione a Parigi e finire il lavoro…”. (Massimo Corsaro, da deputato di Direzione Italia, dopo la copertina del settimanale satirico francese sull’uragano Harvey, “Dio esiste: ha annegato tutti i nazisti del Texas”, 3 settembre 2017)

Ma che fa?
Mi pare che si vadi in una direzione assolutamente serena…”. (Dario Franceschini, da ministro dell’Istruzione, 21 settembre 2017)

Scopatori africani
Vado con Gheddafi ed i suoi architetti in questi centri di accoglienza, guardo i bagni e manca il bidet. ‘Qui non c’è il bidet, bisogna metterlo!’. Gheddafi mi guarda e dice: ‘Ma cos’è il bidet?’. ‘Non vi preoccupate, basta un piccolo spazio, li metto io’. Volevo l’orgoglio di insegnare a questi scopatori africani che esistono anche i preliminari!”. (Silvio Berlusconi alla platea di Forza Italia, 15 ottobre 2017)

#SpelacchioGate
“Sto con Spelacchio: secondo me è un mezzo complotto, c’è una regia in corso. Questo nomignolo girava fin dal primo giorno: quando lo hanno scaricato, ma dalle mie foto l’albero risultava essere ancora in forma. Spelacchio a me piace, è come un Picasso: va capito”. (Pinuccia Montanari, assessore all’Ambiente della giunta Raggi, 21 dicembre 2017)




Elezioni Regionali: Fitto candidato del centrodestra per sconfiggere Emiliano

ROMA – L’annuncio pubblico è stato affidato ad una nota di Fratelli d’Italia: “Nel rispetto degli accordi assunti con gli alleati che, oltre all’Emilia-Romagna e alla Calabria, riguardano tutte le altre Regioni nelle quali si voterà nel 2020 – continua il documento – Fdi conferma il proprio sostegno, con convinzione e impegno , alle candidature di Lucia Borgonzoni ( indicata dalla Lega n.d.r.) e di Jole Santelli (candidata da Forza Italia )“.

Allo stesso tempo, sempre in base agli accordi assunti – che assegnano a Fdi l’indicazione dei candidati per Puglia e Marche – annunciamo le candidature di Raffaele Fitto per la Puglia e di Francesco Acquaroli per le Marche“.

È quindi Raffaele Fitto il candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali in Puglia del 2020. L’eurodeputato, che ha già governato la Puglia prima di passare il testimone a Nichi Vendola, sfiderà Michele Emiliano. che giorno dopo giorno non sembra  più godere del sostegno di tutto il centrosinistra, a partire da una consistente parte del Pd pugliese.

“Come sempre Fratelli d’Italia sarà coerente e leale rispetto agli impegni presi con gli alleati del centrodestra, e siamo certi – prosegue la nota – che anche loro sapranno fare altrettanto. Lavoreremo insieme, con convinzione ed entusiasmo, per vincere in tutte le Regioni e garantire ai cittadini dei governi alternativi alla sinistra”.




Salvini attacca, il premier Conte minaccia querele

ROMA – Questa volta non c’è la richiesta di pieni poteri di Matteo Salvini, non c’era nessun bicchierone di mojito davanti a una consolle da utilizzare per attaccarlo, ma c’è un Salvini che si riprende la scena a Roma, dentro ai palazzi, in Parlamento, per cercare di dare una spallata definitiva all’esecutivo Pd-M5S. Chi era presente nella sala Salvadori di Montecitorio per una conferenza sull’oggetto della contesa Mes, il tanto contestato “Fondo Salva Stati”, poteva accorgersi subito che qualcosa di molto “pesante” stava per accadere.

Il leader della Lega si è presentato accompagnato e “scortato” dallo stato maggiore leghista.  Al fianco di Salvini tutti incravattati, dai due capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari,  gli euroscettici “tecnici”  Claudio Borghi e Alberto Bagnai. Solo il numero 2 della Lega, Giancarlo Giorgetti è stato indisciplinato, presentandosi senza cravatta, ma la sua presenza vale più di tutto perché, come racconta una gola profonda leghista, “è il segno di una compattezza ritrovata”.

Alle 11 e 30 Salvini nella saletta ubicata nella zona riservata ai gruppi, sale sul ring, indossa i guantoni e prende a “cazzotti politici” il “traditore”: il premier  Giuseppe Conte, con il quale ha un conto in sospeso dallo scorso mese di agosto. Il leader leghista come suo stile è diretto, parla e fa sul serio, intuendo che questo probabilmente è il momento giusto per attaccare e minare una maggioranza politica “ibrida” al Governo , che è fortemente divisa su tutto. Salvini si era divertito la sera prima commentando ad alcuni colleghi partito. “Avete visto, stanno litigando pure sulla Rai?”. Salvini è di nuovo pronto ad andare fino in fondo e non perde l’occasione per prendere di mira l’inquilino pro-tempore di Palazzo Chigi sul problema dei problemi cioè  il Mes sul quale la Lega non ha la minima intenzione di cedere.

“A giudizio nostro e dei documenti il presidente Conte ha commesso un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano” esordisce Salvini che non si ferma, è un fiume piena, ed attacca il premier come non ha mai fatto sinora: “Ricordiamo tutti i ‘no’ alle proposte della Lega ed adesso ci spieghiamo tutti i silenzi di Conte… ”. Ma  l’affondo finale del leader della Lega quello che rappresenta il colpo da KO quando appunto immagina l’apertura della crisi di governo. E lo fa evocando il nome del Capo dello Stato: “Chiediamo un incontro al presidente Mattarella per evitare la firma su un trattato che sarebbe mortale per l’economia italiana. Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere. Si torna in Parlamento. Sospendiamo tutto. I nostri avvocati stanno studiando l’ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte”.

Parole che hanno subito innescato una dura replica del premier con tanto di preannuncio di querela per calunnia a Salvini. C’è un particolare che riporta le lancette dell’orologio politico all’estate scorsa. Lunedì  prossimo il premier Conte sarà in Aula, alla Camera, a riferire sul Mesper spazzare via, menzogne, mezze ricostruzioni”  come se se in un millesimo secondo le lancette fossero tornate indietro a quel 20 agosto,  alle polemiche sul caldo torrido del Papeete, sui pieni poteri, quando Salvini che girava le spiagge di Italia perché convinto che di lì a poco Mattarella avrebbe ridato la parola agli italiani.

All’epoca dei fatti, dello scontro in Aula, un vero e proprio braccio di ferro in diretta televisiva si era celebrato il primo “round” dello scontro Conte contro Salvini, con il “Paese Italia” che si trovava nel mezzo di una crisi di Governo a seguito della quale è venuta alla luce la maggioranza giallorosso. quello che qualcuno ha definito “un aborto spontaneo”. Questa volta non c’è una crisi ma si avverte quel mormorio politico-parlamentare di una nuova crisi politica in arrivo. Questa volta la maggioranza al Governo sembra non riesca più a comunicare, è divisa su qualsiasi dossier, con il solito Luigi Di Maio che fa il “bullo” cercando di replicare il “modello Salvini” dei giorni del governo gialloverde. Da qui a Natale il governo  giallorosso dovrà affrontare il tormentato percorso parlamentare della legge finanziaria, dove basta un emendamento/trappola a far mancare i numeri alla maggioranza. e mandare tutti a casa.

Ma il vero significativo politico di questa “scazzottatura” fra Palazzo Chigi e la Lega,  è il simbolo di un Matteo Salvini che torna a presidiare il palazzo, annullando una serie appuntamenti perché vuole rimanere a Roma, a “marcare” il territorio, il Parlamento. O probabilmente perché spera di ricevere una chiamata da Mattarella.  Salvini oggi, dopo la conferenza stampa, ha riempito il Teatro Italia a Roma, con l’obiettivo di portare la Lega alla conquista del Campidoglio, dove chiunque eletto sarà migliore della “grillina” Raggi. Ed anche in teatro Salvini è tornato ad attaccare il premier Conte: “Leggo che Conte mi vuole querelare: allora preda il bigliettino e si metta in fila, dopo Karola e la Cucchi. Lui però mi ricorda una celebre frase del Marchese del Grillo, ‘io so io e voi non siete un cazzo’. Sia più umile che poi l’arroganza porta male“.

La Lega va all’attacco e chiede un intervento di Mattarella. “Il governo – dice il capogruppo a Montecitorio Claudio Molinarinon ha rispettato il mandato del Parlamento, un fatto gravissimo. Chiediamo l’intervento di Mattarella, c’è da difendere la Costituzione e il parlamentarismo“.

Anche il leghista Giancarlo Giorgetti più influente su Salvini aggiunge il “carico” su Conte: ” Sapeva del Mes e abbiamo detto la nostra nelle sedi in cui doveva essere fatto. Ci sono sedi informali in cui si preparano i negoziati e in quelle sedi abbiamo detto il nostro no. Poi l’abbiamo fatto nella sede Regina, in Parlamento, dove avremmo dovuto farlo?“.

Salvini confessa ai fedelissimi la sua “strategia”:Questa volta siamo pronti ad andare fino in fondo”, . Con un progetto politico: “Dobbiamo riprenderci tutto: la Capitale, la Regione e Palazzo Chigi”. Non a caso, un autorevole esponente  della Lega dietro le quinte ricorda che “ad agosto quando nacque l’esecutivo Pd e Cinquestelle, il presidente Mattarella parlò di una maggioranza coesa e di lunga periodo, ma tutto ciò non si sta verificando. Oggi Matteo Salvini vuole tornare a riformulare la richiesta: voto in primavera

Come e cosa risponderà  questa volta il Capo dello Stato  ? Questo è il vero dilemma di molti….




Emiliano, Morselli e Melucci: "Ora stiamo insieme". Della serie al ridicolo non c'è mai fine... !

ROMA – Ci sarebbe voluta la presenza di Roberto Giacchetti durante un assemblea per le primarie del PD quando disse ad Emiliano : “avete la faccia cole il culo”,  alla conferenza stampa “farsa” di ieri  con  l’ad Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli , il governatore Michele Emiliano e il sindaco Rinaldo Melucci nella consueta parte degna del suo soprannome di “Sergente Garcia” con il quale ormai viene chiamata ed indicato da tutta Taranto .

Ascoltare  Emiliano dire cheper la prima volta mi sono sentito a casa” e Melucci aggiungere “Momento di ricucitura” e la Morselli affermare “L’acciaieria non finisce con un perimetro, esce da questa cerchia in cui sembra definita ed entra nelle case di tutti i dipendenti – ha dichiarato la numero uno di Am Italia per la prima volta dal suo subentro al cospetto della stampa locale (profumatamente “legata” cioè retribuita pubblicitariamente dal gruppo franco-indiano)  – abbiamo costruito una comunione d’intenti e sappiamo che stiamo insieme“.

Dire “Adesso sappiamo che stiamo insieme”, il giorno dopo in cui la Regione Puglia ed il Comune di Taranto si sono costituiti nel giudizio di Milano contro Arcelor Mittal Italia, relativo al ricorso cautelare presentato dai commissari contro il tentativo di sottrarsi agli obblighi contrattuali stipulati del gruppo franco-indiano.

La conferenza stampa fortemente voluta da Emiliano a fini elettori (a giugno 2020 si vota per il rinnovo del Consiglio regionale)  come di consueto ha quindi rasentato il ridicolo. La Morselli ha dichiarato sulla questione pagamenti che c’è stata “qualche difficoltà nei giorni scorsi, non voglio minimizzare perché sono cose molto serie. Con l’aiuto del presidente e del sindaco siamo riusciti a trovare rapidamente una soluzione. Una soluzione anche immaginando un percorso di coordinamento tra realtà produttiva locale e acciaieria di Taranto“. Sarà cioè costituita una specie di task force tra i fornitori dell’indotto ed appalto e l’amministrazione di Arcelor Mittal per evitare malintesi e difficoltà: si incontreranno con cadenza mensile “ma faccio un invito a loro per qualsiasi chiarimento, dubbio: siamo aperti e disponibili tutti i giorni”.

Resta da chiedersi, visto che nessun giornalista in conferenza stampa si è degnato di domandarlo, cosa c’entrino un governatore regionale ed un sindaco nelle procedure di pagamento di un’azienda facente parte di un Gruppo come Arcelor Mittal Italia quotato in Borsa . E sopratutto come mai siano “aperti e disponibili tutti i giorni” allorquando nei giorni precedenti, come dimostrato su alcuni programmi televisivi nazionali, ai loro centralini amministrativi non rispondeva nessuno, fino al vero intervento risolutivo e cioè quello delle procure di Milano e Taranto .

In serata è arrivata la notizia da Milano  l’udienza della causa civile a Milano che si è svolta ieri mattina all’interno della quale è stata  comunicata il cronoprogramma per il riassortimento dei magazzini. Il giudice Claudio Marangoni ha manifestato in apertura di udienza il proprio apprezzamento verso ArcelorMittal che rispettato l’invito, contenuto nella sua decisione del 18 novembre scorso, a non svolgere attività che potessero avere effetti irreversibili e danneggiare l’azienda. Fonti presenti all’udienza hanno riferito che Lucia Morselli Ad di ArcelorMittal Italia  “ha garantito il normale funzionamento degli impianti e la continuità produttiva” e quindi nessuno stop degli altoforni, con una ripresa del riassortimento dei magazzini nel prossimo mese con una produzione che da 10,5 kiloton che aumenterà fino a 12 kiloton in quattro settimane.

Adesso ArcelorMittal qualora la mediazione con il Governo non dovesse portare ad un accorso, avrà tempo fino al 16 dicembre per depositare una propria memoria nel procedimento sul ricorso cautelare presentato dai commissari. Quindi se il 20 dicembre ci sarà una convergenza sul contratto definitivo, che non sarà più quello originario ma dovrebbe contenere una serie di modifiche, la causa si estinguerà con un “non luogo a procedere”. nel procedimento sul ricorso d’urgenza dei commissari ILVA in A.S.  contro l’addio di ArcelorMittal, presenti come parti la Procura di Milano, la Regione Puglia e il Comune di Taranto. I legali dell’associazione di consumatori del Codacons hanno annunciato di essersi costituiti nel procedimento civile.

All’udienza erano  presenti per Am InvestCo (Arcelor Mittal) gli avvocati Giuseppe Scassellati, Ferdinando Emanuele, Roberto Argeri, Roberto Bonsignore (dello studio Cleary Gottlieb), De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni per l’ ILVA in Amministrazione Straordinaria.  La Procura di Milano , intervenuta nell’udienza di ieri, parallelamente continua a lavorare nell’ambito dell’inchiesta penale con le ipotesi di reato di aggiotaggio informativo e falsa dichiarazione dei redditi nei confronti del gruppo franco-indiana.

 

 




Il Corriere della Sera scopre il "caso Trenta" (M5S) : si è fatta dare stabilmente la casa ricevuta dalla Difesa quando era ministra

ROMA – Nessuno ha il coraggio di fiatare nel M5s e commentare il caso dell’alloggio dell’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta che non ha restituito infatti allo Stato l’appartamento affidatole nel centro di Roma per coprire il suo incarico a Palazzo Baracchini. Il Movimento 5 Stelle, che della battaglia contro i privilegi della politica aveva fatto una delle sue ragioni fondanti, adesso si trova a dover rispondere di un caso a dir poco vergognoso che  riguarda sia il mantenimento dell’alloggio che l’iter per l’assegnazione.

I retroscena

L’ex ministra grillina Elibaetta Trenta è sposata con Claudio Passarelli maggiore dell’ Esercito Italiano, originario di Matrice nel Molise. Entrambi sono proprietari di una casa nella Capitale al quartiere Pigneto. Il protocollo vuole che quando un ministro, già proprietario di un immobile a Roma, assume l’incarico in un ministero, i militari mettono in sicurezza la casa, si assicurano che gli standard di protezione siano funzionanti e la vita domestica prosegue più o meno come prima dell’investitura dal Capo dello Stato.

Quando a giugno 2018 M5s ha dato vita al primo governo Conte, la Trenta, viene nominata senza alcuna competenza specifica ministra della Difesa, spacciata dal Movimento 5 Stelle come “esperta di questioni militari”,  fa comunque richiesta di una nuova residenza. Lei è il marito si trasferiscono in un appartamento vicino a piazza San Giovanni in Laterano. Chi l’ha visto – scrive la bene informata e valida collega Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera – ha riferito che si tratta di un appartamento al secondo piano, molto ampio e sopratutto di “alta rappresentanza”. La replica delle Trenta è stata affidata ad una lettera all’autrice dell’articolo ed un post Facebook per respingere ogni accusa: “Tutto in regola, così lo Stato ha risparmiato”.

In mattinata così ha replicato la Trenta:Da ministro ho chiesto l’alloggio di servizio perché più vicino alla sede lavorativa, nonché per opportune esigenze di sicurezza e riservatezza. L’alloggio è stato assegnato ad aprile 2019, seguendo l’opportuna e necessaria procedura amministrativa, esitata con un provvedimento formale di assegnazione da parte del competente ufficio. Quando ho lasciato l’incarico, avrei avuto, secondo regolamento, tre mesi di tempo per poter lasciare l’appartamento; termine ancora non scaduto (scadenza tre mesi dal giuramento del nuovo governo, vale a dire 5 dicembre 2019)”. e continua ” “Come è noto, mio marito è ufficiale dell’Esercito Italiano con il grado di maggiore e svolge attualmente un incarico di prima fascia, incarico per il quale è prevista l’assegnazione di un alloggio del medesimo livello di quello che era stato a me assegnato (infatti a me non era stato concesso un alloggio Asir – cosiddetto di rappresentanza – ma un alloggio Asi di prima fascia, aggiunge. Quindi spiega ancora: “Avendo mio marito richiesto un alloggio di servizio, per evitare ulteriori aggravi economici sull’amministrazione (a cui competono le spese di trasloco, etc.), è stato riassegnato lo stesso precedentemente concesso a me, previa richiesta e secondo la medesima procedura”.

E qui iniziano i problemi e le anomalie….

La prima operazione di aggiramento dei regolamenti ministeriali pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, potrebbe essere avvenuta – sono ancora da verificare gli estremi del caso – perché la coppia era già proprietaria di un appartamento al Pigneto, e quindi non aveva diritto a una nuova assegnazione. La Trenta ed il “marito-maggiore” si trasferiscono nella nuova casa assegnata dal ministero: secondo la scala di valutazione utilizzata per classificare gli alloggi pubblici, l’appartamento di San Giovanni è di “livello 1”, cioè il più prestigioso.

È qui viene fuori il secondo “problema“: come mai la Trenta vive ancora nella casa che le è stata data per coprire il suo mandato al ministero della Difesa, benché ministra non lo sia più ormai da un po’ di mesi? Per quale motivo, al momento della concessione, Trenta è riuscita a far assegnare l’appartamento di pregio al marito, Claudio Passarelli. Quindi lei, che adesso non ricopre più un ruolo pubblico, non risulta beneficiaria di alcuna residenza del demanio. L’iter di assegnazione, adesso, è sotto i riflettori ed accertamento in fase di svolgimento da parte del del V reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito guidato dal generale Paolo Raudino.

L’abitazione di servizio detenuta illegittimamente dall’ex Ministro Trenta

Ben prima che il governo gialloverde entri in crisi, la ministra decide di rendere definitiva l’assegnazione. E così si stabilisce che l’intestatario sia il marito. In realtà appena due giorni dopo l’arrivo alla Difesa il rapporto tra Trenta e il consorte era stato al centro delle polemiche su un possibile conflitto di interessi. Passarelli era infatti “ufficiale addetto alla segreteria del vice direttore nazionale degli armamenti all’ufficio Affari Generali”  circostanza che aveva spinto l’opposizione a sollevare il problema di possibili incompatibilità.

Con una nota ufficiale i collaboratori di Trenta avevano dunque comunicato che “la ministra ha chiesto il trasferimento del maggiore Claudio Passarelli per questioni di opportunità all’ufficio Affari Generali, retto da un dirigente civile, che sovrintende alle esigenze organizzative e logistiche del funzionamento del segretariato generale”. In realtà lo spostamento non risulta mai essere avvenuto, ma evidentemente la Trenta non ritiene che il suo legame familiare possa crearle problemi. Dunque va avanti la procedura relativa all’appartamento. E così quando a fine agosto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte decreta la fine del governo gialloverde, Passarelli risulta intestatario dell’alloggio.

La sede del Ministero della Difesa

Le criticità riguardano due punti del regolamento del Ministero della Difesa in materia di assegnazione degli alloggi. Primo punto:, il marito della Trenta, con il grado di capitano maggiore, non ha diritto di ricevere un appartamento di “primo livello, soluzione che spetta a ruoli molto più alti del suo. Secondo punto: c’è da chiarire come la coppia sia potuta entrare in graduatoria, visto che tra i requisiti c’è quello di non avere un’altra abitazione nel Comune dove si risiede per svolgere il proprio incarico per la Difesa.  Non è da escludere che la Corte dei Conti sia chiamata a valutare eventuali danni erariali e quella ordinaria debba verificare la regolarità della procedura di assegnazione

Inutile chiedere chiarimenti al M5S, a Casalino, Conte, Di Maio: tutti tacciono. Fino a quando ? Unico esponente del M5S a prendere posizione è stato il vice-ministro dello Sviluppo Economico Stefano Buffagni che così scrive su Facebook: “Il Movimento 5 Stelle è un’altra cosa! Ho letto stamattina la notizia dell’ex Ministro Trenta sull’immobile di pregio assegnato al marito, in cui vive. Ho altresì letto la risposta dell’ex Ministro Trenta: formalmente pare anche ineccepibile, ma non è da 5 stelle”. Il Movimento è nato, scrive, “con un’altra missione, stare nei palazzi rischia sempre di contaminarci, di cambiarci ed è contro questa ‘droga’ che dobbiamo tenere alta l’attenzione”.

“Non sono mai stato estremista ed ho sempre tenuto un po’ di elasticità ed alta tolleranza nelle cose attirandomi anche tante cattiverie nel Movimento – aggiunge – Non sono mai stato un giustizialista e capisco che durante il mandato possano nascere esigenze funzionali. Ma se fosse stato uno del Pd o uno della Lega ad assegnare al marito una casa di quel genere da tenere anche dopo il mandato cosa avremmo detto?”. Quindi Buffagni conclude: “Mi auguro che venga liberato il prima possibile l’appartamento e venga tolto dall’imbarazzo il Movimento 5 Stelle. Poi mi auguro si apra una riflessione su tutti questi immobili, sui loro utilizzi e sugli sprechi che si annidano lì in mezzo. Il Paese vive un momento difficile ed ogni euro risparmiato è un euro per chi soffre, per le imprese e per chi lavora. Abbiamo bisogno di evolverci come M5S perché la sfida del governo impone una maturazione, ma senza rinnegare alcuni capi saldi della nostra identità. Siamo cittadini nelle istituzioni, non privilegiati”.

Sulla vicenda è intervenuto il capogruppo del Pd, Andrea Marcucci. che  chiesto alla Trenta di chiarire “velocemente” e aggiunto che “se le indiscrezioni risultassero vere, saremmo di fronte ad un comportamento molto grave, anche perché coinvolgerebbe una esponente di primissimo livello del M5S” e quindi preannunciato un’interrogazione urgente del gruppo Pd.

Per il senatore Maurizio Gasparri di Forza Italiail grado del maggiore consorte Passarelli non giustifica l’assegnazione del lussuoso appartamento in zona San Giovanni“. Il forzista si appella all’attuale titolare della Difesa, Lorenzo Guerini, “per una risposta sollecita“. “A chi risulta assegnato l’appartamento? – si domanda – È ancora nella disponibilità dell’ex ministro Trenta e dei suoi familiari? Quale canone ha pagato la Trenta quando era ministro e quanto paga il maggiore marito“. Gasparri si chiede infine “se il ministro non ritenga di sgomberare entro oggi l’alloggio di pubblica proprietà. Uno vale uno, Trenta vale zero“.




Arcelor Mittal: il premier Conte, rinvia il Consiglio dei Ministri sulla vertenza

ROMA – Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha deciso di posticipare all’inizio della prossima settimana il Consiglio dei ministri che era stato previsto inizialmente per domani con all’ordine del giorno la vertenza con ArcelorMittal. La causa civile in Tribunale a Milano avviata da ArcelorMittal per la richiesta di recesso dal contratto di affitto dell’ex Ilva,  è stata assegnata alla sezione A e la prima udienza si svolgerà il prossimo il 6 maggio 2020.

I commissari straordinari dell’Ilva come avevamo annunciato hanno depositato oggi, termine di scadenza per la presentazione,  al Tribunale di Taranto l’analisi di rischio sull’altoforno  Afo2; in tempo utile oggi scadeva il termine per la presentazione. I lavoratori ed i sindacati rilanciano l’allarme: “L’azienda sta spegnendo gli impianti. O si interviene presto o si va verso lo stop totale“.

Il centro siderurgico di Taranto dell’ ex Ilva è il più importante d’Europa e ha un ruolo fondamentale e strategico nella organizzazione industriale della industria manifatturiera  italiana che è la seconda d’Europa, cioè quella italiana.

Nell’accordo contrattuale “figlio” di una gara internazionale, passata al vaglio dell’ Authority Antitrust Europea, ed ancor prima dall’ Avvocatura dello Stato per ben due volte (per far contento il “bibitaro” Di Maio) il gruppo franco-indiano, leader mondiale nella produzione dell’acciaio,  si era impegnato al risanamento ambientale ed al contestuale rilancio del polo tarantino dell’acciaio. In cambio aveva chiesto e ottenuto  uno scudo penale che era già stato assegnato da ben tre Governi (a guida PD) guidati da Letta, Renzi e Gentiloni, ancor prima della gara internazionale, e che garantivano ai partecipanti di non dover temere delle conseguenze penali per dei reati ambientali provocati peraltro dagli interventi di risanamento effettuati dalle gestioni precedenti dei Riva e, va ricordato, ancor prima erano dell’azionista “statale” a cui ha fatto capo per lungo tempo l’Ilva (ex-Italsider). Quindi non si trattava di una pretesa o di  un privilegio illegittimo: lo scudo giuridico era una garanzia prevista dall’ordinamento italiano fin dal 2015, cioè quando era stato concesso ai commissari.

Normalmente fra persone d’onore e uomini di affari “seri” una volta bastava una stretta di mano. Ma questa volta è stata persino approvata una norma di legge, quella stessa norma di legge, che poco più di un mese fa, è stata abolita proprio da quella maggioranza parlamentare che sostiene l’attuale  Governo “bis” guidato da Giuseppe Conte.

Qualcuno si chiede in ambienti industriali e politici, come potevano non sapere che ArcelorMittal sta perdendo a Taranto la cifra di oltre 1 milioni di euro al giorno? Come potevano non sapere che una certa componente “politicizzata” della magistratura tarantina è tornata ad usare l’azione giudiziaria ? E sopratutto, come potevano non sapere i vertici del Gruppo Arcelor Mittal che in Europa c’è una crisi di sovracapacità produttiva drammatica?

Il risultato della decisione di abolire lo scudo penale, decisa la prima volta dal ministro Luigi Di Maio, con il Governo gallo-verde in sella, che risulta inaccettabile sul piano dei comportamenti in quanto ha sullo scenario internazionale il  rimangiarsi un impegno preso dallo Stato italiano, che come effetto ha comportato quello di minare la credibilità internazionale dell’Italia e nello stesso tempo di fornire un “alibi legale-contrattuale” pressochè perfetto ad ArcelorMittal. E chiaramente la multinazionale ha colto l’occasione al volo decidendo di restituire (come aveva preannunciato)  lo stabilimento siderurgico allo Stato italiano.

Luigi Di Maio lo scorso luglio, poche settimane prima di abbandonare la doppia poltrona di ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro per traslocare agli Esteri, senza essere riuscito a farsi riconfermare vicepremier,  aveva liquidato  la moltiplicazione delle crisi aziendali durante il primo governo Conte come “una montatura grottesca“. In un’intervista l’allora vicepresidente del Consiglio  si chiedeva polemicamente “E che le ho aperte io?”  . Ef infine, come da consueto collaudato copione di casa “grillina”, Di Maio si auto assolveva addossando ogni responsabilità per i guai dell’industria italiana su “quelli di prima“. Il suo successore alla guida del Mise, Stefano Patuanelli,  ha sinora evitato di insistere sullo scaricabarile. Il perchè è facile da capire considerato che i Cinque stelle adesso si trovano a governare proprio con “quelli di prima”, cioè con il Pd.

Allo stato attuale il governo Conte “bis” si trova in un vicolo cieco, privo di uscite. Appare sin troppo, molto difficile ipotizzare a delle soluzioni diverse dal rinegoziare l’accordo con ArcelorMittal, ma in realtà non è così facile come potrebbe sembrare a qualche ministro o parlamentare sprovveduto del M5S. Il problema è il prezzo, chi lo paga ed a quali condizioni. Il rischio, in caso contrario, è che la vicenda Ilva possa chiudersi con un bilancio di diversi miliardi di euro perdite a carico dello Stato pesante. E il conto alla fine potrebbe risultare molto  pesante per le casse dello Stato.

L’unica certezza al momento che chi pagherà il prezzo dell’improvvisazione e dell’incompetenza “a 5 stelle” sarà, ancora una volta, il mitico “Pantalone“, cioè il portafoglio di quegli italiani, pochi, che pagano le tasse fino all’ultimo euro. Ciò è francamente inaccettabile. Così come è inaccettabile che, in questi giorni, si stia dando ascolto o credibilità alle solite dichiarazioni prive di alcuna credibilità provenienti dal Movimento 5 Stelle proponendo improbabili soluzioni.

Un passaggio della lettera inviata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ai componenti del Governo,  rappresenta lo spunto per qualche riflessione. È l’invito “a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche  per processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture” di Taranto. Sembra molto difficile immaginare che dal tavolo del Consiglio dei Ministri possa uscire una soluzione alternativa per lo stabilimento siderurgico tarantino. Sarebbe come chiedere consigli al primo che passa sotto Palazzo Chigi.

Le “quarantott’ore” minacciate da Conte ai Mittal per tornare al tavolo con una proposta ragionevole finite ai limiti del ridicolo  si sono tramutate in una linea telefonica rimasta pressoché muta e in una settimana priva di un piano che potesse riportare i franco-indiani a trattare. Un dilatamento dei tempi destinato a prolungarsi ulteriormente, ed a superare con tutta probabilità il fine settimana.

Il premier Conte è irritato per le posizioni di intransigenza di un pezzo del Movimento 5 Stelle (quello pugliese). Il problema è quello della possibilità di ripristinare un’immunità penale per l’azienda sopratutto come strumento per riaprire un tavolo negoziale  sul quale il “blocco”pugliese del gruppo parlamentare oppone un no secco. Da Palazzo Chigi ormai filtra da diversi giorni che il premier ritenga indispensabile una mossa in quella direzione, pur continuando a dire che l’unica strada percorribile è inchiodare i Mittal al contratto stipulato un anno fa. È per questo che il premier Conte spera nella difficile opera di convincimento della maggioranza alla Camera e, soprattutto, al Senato prendendosi qualche giorno in più .

La tentata mediazione di Patuanelli è stata un “flop”

Stefano Patuanelli  ex presidente del gruppo dei senatori grillini a Palazzo Madama, neo ministro dello sviluppo economico, si è caricato dietro le quinte il peso della mediazione e ieri si è presentato davanti ai suoi colleghi , con un doppio incarico. Quello ricevuto da  Conte di sondare il terreno e gli umori del gruppo pentastellato, e contestualmente di cercare di riportare alla ragione e mediazione di quelli più  duri e scontenti. Ma anche un incarico ricevuto da Di Maio, che vuole rimanere defilato incaricandolo di  raccogliere le opinioni del gruppo. Un uomo a lui molto vicino spiega “Di Maio sa che non può forzare la mano su Ilva, rischia di diventare una seconda Tav” . Ha origine da tutto ciò la strategia di muoversi sottotraccia prendendo in considerazione quelle che potranno essere le decisioni del gruppo.

Patuanelli ha più volte ribadito: “Noi siamo contrari allo scudo ”. Ragionamento in linea a quello fatto dal premier Conte ai senatori e ai deputati in occasione dell’ incontro pressochè disastroso avuto con i parlamentari  pugliesi del M5s : “Siamo convinti che lo scudo sia un pretesto e non un problema. Ma qualora scongiurasse l’addio di Mittal, che facciamo, ci tiriamo indietro?”. Ma le tre ore di assemblea del gruppo grillino a Palazzo Madama non ha prodotto alcunchè.

I senatori grillini hanno dato mandato pieno al loro ex capogruppo a gestire la complicata vicenda, fermo restando la loro assoluta opposizione all’immunità penale, che qualora il Governo dovesse mettere la fiducia, rischierebbe di cadere sotto il fuoco amico. L’unico risultato che è riuscito a spuntare Patuanelli diventato ormai il vero plenipotenziario della mediazione, scavalcando l’ambiguo senatore tarantino  Mario Turco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che a Roma fa il “fedelissino” del premier Conte, mentre in Puglia e dietro le quinte fa l’ “ambientalista” anti-Ilva,  di fatto è stato un impegno a ritornare dal gruppo al Senato e rimettere in discussione una decisione “sgradita” nel caso in cui il Governo, per necessità o volontà , si vedesse costretto a procedere in tal senso.

Un risultato quello raggiunto da Patuanelli che non ha certamente entusiasmato Conte, ancora oggi speranzoso di riuscire a trovare una soluzione, mentre che invece ha pienamente soddisfatto Luigi Di Maio, che vuole allontanare da stesso il più possibile non solo le accuse di eccessivo “leaderismo”, e di essere accusato ed indicato come il vero responsabile dell’ennesima giravolta “grillina” sul tema scudo penale.

La componente pentastellata di Governo è convinta di poter ribaltare il tavolo. Il premier Conte per primo, che in questi giorni si trova a Venezia per l’inondazione, continua a predicare calma e pazienza, mentre a Roma si rincorrono voci di decisioni già prese sullo scudo e di incontri di Patuanelli con i commissari (nominati da Luigi Di Maio) e di altrettante smentite . Il presidente del Consiglio mentre invita il M5S a mantenere i nervi saldi, pur non avendo alcuna arma di persuasione in mano, è convinto a sua volta di potersi riprendere in mano la maggioranza con un po’ di tempo . Anche se forse realmente non sa  cosa possa prendere…




Italia Viva presente un emendamento per rimettere lo scudo penale sull'ex Ilva

ROMA – La vicenda dell’ ex-ILVA si prende la scena sul palcoscenico  nell’ambito del percorso parlamentare del decreto fiscale, con la presentazione degli emendamenti dei “renziani” di Italia Viva che nella Commissione Finanze della Camera dei Deputati, hanno introdotto e presentato un doppio emendamento nell’ambito della conversione del decreto: la proposta ha di fatto  l’effetto di ripristinare lo scudo penale per ArcelorMittal, quello che metteva al riparo i commissario dell’ amministrazione straordinaria statale ed i manager dai processi per quel che concerne l’attività di esecuzione del piano ambientale dell’acciaieria tarantina.

Una protezione al momento abrogata dal M5S (con voti anche del Pd e di LeU) dopo una serie di cambi d’idee, motivo per cui la multinazionale franco-indiana aveva annunciato e confermato la decisione di abbandonare Taranto e l’ Italia, dove erano presti 4 miliardi e mezzo di investimenti, chiedendo al tribunale di Milano di annullare il contratto successivo alla gara internazionale, grazie alla quale si era aggiudicata l’acciaieria.

Gli emendamenti sul caso-Ilva di Italia Viva sono due: uno valido per il caso di “specie” dello stabilimento di Taranto, ed uno in via generale per le imprese eventualmente impegnate nel contesto di un processo produttivo per realizzare un’opera di bonifica ambientale.

Nel pacchetto di modifiche presentate dai “renziani” vi sono delle misure correttive relative all’articolo 4 (quella limita una ulteriore burocrazia alle imprese, assolutamente non necessaria ), una per l’articolo  39 (quello sui reati tributari), l’accelerazione dei fabbisogni standard per i comuni, il sostegno al settore agricolo, le semplificazioni fiscali, il blocco delle aliquote locali. Le proposte di Italia Viva  sono 58 in tutto: la grande maggioranza di esse si concentra proprio sul fronte dei reati tributari.

I Cinque stelle sono sul piede di guerra e la presidente della Commissione Finanze, la “grillina” Carla Ruocco, sembrava intenzionata a dichiararlo inammissibile. Il guanto di sfida resta però sul tavolo e dagli uomini del Pd – visto il clima – sono partiti degli sms in direzione Movimento5 Stelle per far sapere e rassicurarli che l’emendamento da loro non verrà preso in considerazione.

Gli emendamenti targati Partito democratico sono ancora più numerosi  : ne hanno presentati 200 con l’impegno a scremare a circa 140 le proprie proposte di modifica su cui concentrare l’esame . Da quanto si apprende dall’interno della Commissione, però non è stato presentato dal Pd alcun emendamento per reintrodurre lo scudo penale per ArcelorMittal nella realizzazione del piano per l’ex Ilva. Il Pd inizialmente nel recente passato si era manifestato pubblicamente pronto ad attivarsi per la via parlamentare sul tema, possibilmente con una norma valida per tutti i casi e non “ad hoc” su Taranto.

Oggi pomeriggio il premier Conte dovrebbe nuovamente incontrare a Palazzo Chigi i vertici di Arcelor Mittal per tentare di riaprire la trattativa sull’Ilva di Taranto. Sempre che dopo l’incontro con i Mittal ci sia ancora qualcosa di cui discutere, Conte, avrebbe pianificato anche di incontrare tutti i deputati e senatori grillini del territorio, e quelli capitanati dalla senatrice Barbara Lezzi, che di scudo penale non vogliono sentir parlare e potrebbero far mancare la maggioranza al Governo. Ed a questo punto, qualora venisse posta la fiducia, anche il governo giallorosso, come quello gialloverde entrerebbe a far parte drl libro dei brutti ricordi.




Ex-ILVA. Le domande non fatte e le risposte senza fondamento del Ministro Boccia a Repubblica

di Antonello de Gennaro

Ieri sul quotidiano La Republica, il collega Giuliano Foschini ha intervistato il ministro Francesco Boccia sull’ ILVA, realizzando un’intervista sicuramente interessante da leggere, ma altrettanto divertente da smontare e confutare parola per parola, applicando il “fact-checking“, cioè il controllo sulle parole rispetto ai fatti. Lo abbiamo fatto e questo che vi proponiamo è il risultato.

Boccia esordisce ricordando di essere “pugliese” e sino a questo punto è vero. Il ministro prima di entrare in Parlamento è stato Assessore all’economia al Comune di Bari (giunta Emiliano…) ed ha solo una laurea in scienze politiche. Ricorda di aver lavorato a Taranto come commissario ai tempi del default, ed anche questo è vero. Il collega Foschini scrive che Bocciadal principio segue in prima linea il dossier acciaio” ma questo non è vero, quindi FALSO.

Alla domanda Che accadrà?, Boccia risponde: Nel prossimo consiglio dei ministri il premier presenterà all’ordine del giorno “il cantiere Taranto”. Un intervento sull’area con progetti che avranno una ricaduta economica, sociale e ambientale. Si riuniranno stakeholders, associazioni, istituzioni locali e si metteranno in campo progetti concreti per costruire il futuro di Taranto“. Purtroppo il ministro dimostra di essere lontano anni luce dalla realtà quotidiana dei fatti, in quanto ancor prima di pensare al “futuro”, nella vita è necessario pensare al “presente”, di cui vive la gente.

Claudio De Vincenti

Foschini chiede: “Ci saranno finanziamenti?” E Boccia rispondeÈ possibile. Ma è importante l’idea: Conte vuole davvero fare di Taranto un laboratorio“. Questa risposta conferma la circostanza che Boccia in realtà non sa di cosa parla. Infatti il CIS- Tavolo per Taranto gode già di finanziamenti a fronte di progetti, per circa un miliardo di euro, voluti e stanziati dai Governi Renzi-Gentiloni e gestiti dall’ex-ministro Claudio De Vincenti, che al contrario di Boccia,  è professore di economia politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma La Sapienza

Alla domanda : “State pensando a un superamento dell’Ilva?” il neo-ministro barlettano risponde: No. L’Ilva e l’acciaio sono un asset centrale del paese. Ma ci sono le regole che vanno rispettate. È bene che Arcelor Mittal lo capisca: in Italia gli impegni contrattuali si rispettano. E poi ci sono cose poche chiare“. Anche qui Boccia dice una non verità e quindi il FALSO, infatti Arcelor Mittal ha stipulato un contratto e sinora aveva rispettato tutto quanto era previsto sopratutto in materia di prescrizioni ambientali, il tutto certificato dalle ispezioni dei sindacati e persino del ministro Di Maio durante la sua  disastrosa reggenza del Ministero dello Sviluppo Economico.

La risposta di Boccia continua: Questi signori lo scorso anno hanno fatto un’offerta e preso degli impegni. La congiuntura era prevedibile, così come i dazi. Se c’erano esuberi me li sarei aspettati in altre parti di Europa o in India; non a Taranto, nel nuovo investimento“. Anche in questo caso Boccia manifesta le sue limitate competenze., in quanto i dazi non erano assolutamente prevedibili, e peraltro chi decide cosa fare è chi investe i soldi, e non certamente una banda di incapaci ed incompetenti chiamati a gestire il Paese, senza avere il consenso degli elettori, con un’operazione di “truffa politica” agli elettori, e tutto ciò pur di conquistare un potere perso nelle urna elettorali.

Il collega Foschini ricorda a Boccia che “è sempre stato contrario all’arrivo di Arcelor”. Ed il ministro barlettano così risponde: Lo rivendico. Taranto era una bandierina per Arcelor che ha già dozzine di stabilimenti in tutta Europa. Sarebbe stata la prima fabbrica invece per i concorrenti di Jindal, che guidavano una cordata con tanta Italia dentro” ed anche qui Boccia dimostra di non sapere e capire di cosa parla !

Il ministro barlettano incredibilmente arriva a contestare l’arrivo in Puglia della più grande azienda al mondo che nel 2018 ha avuto utili per miliardi di dollari, e che avrebbe investito a Taranto, in Italia, circa 4 miliardi e mezzo di euro, se Luigi Di Maio e la dirigente regionale pugliese Barbara Valenzano (tanto cara… al governatore Emiliano) sotto le imbarazzanti spoglie di custode giudiziario e qualche giudice notoriamente “politicizzato” di Taranto, non avessero cambiato le carte in tavola e gli accordi contrattuali siglati, dei quali il ministro Boccia dimostra di essere a digiuno o ignorante (con tutto il rispetto, nel senso che non capisce quanto è contenuto nei contratti ed addendum) !

Il collega Foschini giustamente ricorda che la cordata Arcelor aveva offerto molti più soldi.Il prezzo non doveva essere il criterio principale di aggiudicazione. Doveva esserlo la prospettiva industriale, l’ambientalizzazione. E comunque dopo un anno questi signori vogliono mandare a casa gli operai e risparmiare sul canone di affitto; i due punti grazie ai quali hanno vinto la gara. Scherziamo?”.

Ed anche qui Boccia conferma di non sapere o capire di cosa stia parlando. Infatti il contratto vinto legittimamente da Arcelor Mittal prevedeva circa 2 MILIARDI DI EURO di investimenti da effettuare nell’ambientalizzazione dello stabilimento siderurgico di Taranto , Interventi che Arcelor Mittal ha iniziato a fare, come dimostra la copertura dei parchi minerari costata circa 400 milioni di euro e quasi completata e che è sotto gli occhi di tutti. Ma forse Boccia manca da troppo tempo da Taranto e non se ne è accorto !

E qui si arriva al ridicolo, quando il giornalista chiede a Bocca “Che si fa se vanno via?” . Leggete con attenzione cosa risponde il ministro….” Si portano in tribunale, come ha detto il presidente. Si nomineranno dei commissari. A proposito: i tecnici scelti dal precedente governo perdevano meno di Arcelor. E’ possibile che il più grande gruppo mondiale dell’acciaio faccia peggio dei commissari italiani? E’ strano. Ecco perché bisogna capire se sono vere quelle perdite. Capire da chi sono state comprate materie prime con prezzi fuori da mercato. Se per esempio fossero state comprate da altre aziende del gruppo Arcelor…”. Boccia non si deve essere accorto di più di qualcosa, e cioè è che è stata Arcelor Mittal Italia a portare dinnanzi al Tribunale di Milano  il Governo Italiano e non viceversa. Quindi dice qualcosa di FALSO ! Poi dimentica che i commissari già ci sono…e dulcis in fundo, dimostra di non capire nulla ma proprio nulla di economia ed impresa.

Infatti è normale che Arcelor Mittal perda più della precedente amministrazione straordinaria: gli indiani stanno spendendo per ristrutturare e risanare gli impianti dello stabilimento siderurgico di Taranto, mentre i commissari, prima quelli nominati dai suo compagni di partito del Pd e poi quelli nominati dal M5S non hanno speso alcunchè di quel MILIARDO e 350 MILIONI DI EURO che avevano in cassa !

L’intervista di REPUBBLICA si conclude così: “Però avete tolto lo scudo penale”. E qui Boccia dimostra di aver capito nulla, rispondendo: “La questione non è lo scudo. Se Mittal capisce che Ilva va sposata e non utilizzata le cose cambiano. Se Mittal non lo avesse ancora capito, dopo la visita del premier dovrebbe essere loro chiaro: non si possono fare ricatti sulla pelle dei lavoratori. Siamo pronti a reinserire lo scudo, scrivendolo per bene. Ma devono rinunciare ai 5 mila esuberi. Ci può essere anche uno sconto sull’affitto, ma solo se Arcelor si impegna a nuovi investimenti. Solo così la partita si può riaprire”. Qualcuno deve spiegare a Boccia come funziona un’industria, come si prepara un business plan, a cosa servono le relazioni trimestrali ai mercati finanziari (Arcelor Mittal è quotata in Borsa ad Amsterdam). Qualcuno spieghi al Ministro Boccia che è Arcelor Mittal a decidere se restare o meno e non lui,  o qualche ex-disoccupato del M5S.

Quello che La Repubblica non chiede a Boccia è questo:

  1. Come mai non sono stati utilizzati il miliardo e 350milioni di euro sequestrati dalla Guardia di Finanza ai Riva ex proprietari dell’ ILVA, per “evasione fiscale”che i Commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria hanno in cassa , dopo la decisione del Tribunale di Milano che indicava che potevano essere utilizzati solo per il risanamento ambientale ?
  2. Come mai nessuno dice nulla che un dirigente regionale privo di competenze specifiche, voglia imporre restrizioni ambientali e temporali ad Arcelor Mittal, che non erano previste nè nel bando di gara internazionale e tantomeno nei contratti (compreso l’addendum) stipulati ?
  3. Come mai oggi si vuole re-iscrivere lo “scudo penale”, che era già stato scritto ed attuato guarda caso da ben tre Governi a guida PD (Letta-Renzi-Gentiloni) , allorquando anche il Pd ha votato in Parlamento per la sua revoca ? Lo sa almeno Boccia che lo scudo penale era stato introdotto per i commissari dell’  amministrazione straordinaria ?
  4. Come mai non dice una sola parola sul fatto che tutti i ricorsi giudiziari contro l’ ILVA, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sulla vicenda ILVA. presentati dal suo “amico-sponsor” Michele Emiliano, sono stati rigettati in tutte le sedi giudiziarie e costituzionali ?
  5. Come mai i sindacati sono tutti d’accordo con Arcelor Mittal e contro il Governo Conte 2, cioè quello “giallorosso” (M5S-Pd) sulla revoca  dello scudo penale ?
  6. Come mai nel referendum interno fra i lavoratori circa l’80% firmano a favore dell’ accordo contrattuale stipulato con Arcelor Mittal ?

Prima di pubblicare questo articolo abbiamo provato a contattare il ministro Boccia e la sua addetta stampa, ma erano troppo impegnati….Chiaramente siamo sempre a disposizione per eventuali chiarimenti.

 




Mittal rifiuta lo scudo penale offerto da Conte, e conferma l'addio all' Italia

ROMA – In una conferenza stampa notturna, convocata al termine del Consiglio dei Ministri, tenutosi dopo dodici ore di riunioni e vertici dai toni anche drammatici, dedicati alla situazione dello stabilimento pugliese e alla necessità dell’esecutivo di arginare la volontà di disimpegno del gruppo ArcelorMittal, il premier Giuseppe Conte ha riepilogato quella che è una vera e propria “guerra” tra il governo e la multinazionale dell’acciaio.  Conte ha iniziato così: “E’ una vertenza che sta particolarmente a cuore al governo, riteniamo quel polo industriale di interesse strategico per il Paese. Per il governo rilanciare l’Ilva e Taranto è una priorità” che ha aggiunto “non riteniamo giustificate le preoccupazioni di ArcelorMittal e il governo ha dichiarato, per sgombrare il campo, la sua disponibilità all’immunità“.

Con il premier, in conferenza stampa anche il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, per ribadire un punto in particolare. “ArcelorMittal non è in grado di rispettare il suo piano industriale e non possono essere i lavoratori e Taranto a pagare , a prescindere da ogni altra condizione, la società oggi dice che non riesce a produrre più di 4 milioni di tonnellate e che queste non sono sufficienti a remunerare l’investimento. Ma Mittal ha vinto la gara per Ilva promettendo 6 milioni di tonnellate ed 8 milioni dal 2024“. Nell’esecutivo dell’ alleanza giallo-rossa (M5S-Pd) , emerge anche un’altra considerazione: quanto conviene che l’azienda resti? Per questo, parallelamente, si stanno cercando “strade alternative“.

Un “piano B” che non includerebbe la partecipazione di Cdp ma che potrebbe concretizzarsi con una nuova cordata. E’ un’ipotesi che emerge a tarda notte e che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia. Allo stesso tempo nel M5S filtra già una certa irritazione per la scelta di ArcelorMittal – che ha azzerato la concorrenza – e nei confronti di chi ha gestito il dossier, l’ex ministro Carlo Calenda. Sospetti che il titolare del Mise Stefano Patuanelli così sintetizza: “è evidente che ArcelorMittal voleva solo un’acquisizione”. Un teorema quello di Patuanelli che però si scontra con tutte le bonifiche ambientali ed il rispetto dell’ Aia sinora attuato da Arcelor Mittal.

“Il governo si è dimostrato disponibile a introdurre lo scudo penale, che è stato rifiutato – ha affermato il premier -. Dopo un po’ è emerso nella discussione che non era questa la vera causa del disimpegno dell’azienda. Lo scudo penale non è il tema, il tema è che l’azienda ritiene che con i livelli di produzioni non siano sostenibili gli investimenti e di non poter assicurare gli attuali livelli di occupazione. Per assicurare la continuità aziendale ci viene rappresentato l’esubero di 5mila lavoratori. Per noi è inaccettabile“.

Noi Siamo disponibili a forme di accompagnamento (cigs) contingenti. Ma nessuna delle nostre offerte è stata accettata. Nessuna. Non abbiamo nessuno strumento per tenerli, se non la pressione di un intero paese. Faccio appello a governatore regione, sindaco di Taranto, e sindacati per aprire tavolo di crisi. Possiamo solo chiamare a raccolta l’intero paese. E chiamare Mittal alla responsabilità”.

“Qui non è una qualsiasi crisi aziendale. E’ una vertenza che in questo momento prospetta un disimpegno da impegni contrattuali specificamente assunti a seguito da una gara” – ha evidenziato Conte – . Se ci sono criticità non giustificano affatto la riconsegna dell’intero impianto, per noi è scattato un allarme rosso. Ci siamo resi disponibili ad aprire una finestra negoziale, ventiquattro ore su ventiquattro“.

“La produzione è scesa a 4mila tonnellate – ha aggiunto ancora il Presidente del Consiglio  -. Benissimo. A chi spetta il rischio impresa? Chi è che viola il contratto? Vogliamo dire che il Governo non rispetta il contratto? Nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere attribuita al governo. Nessuno ha costretto ArcelorMittal a partecipare a una gara con regole chiare e trasparenti. Chiediamo il rispetto del piano industriale e ambientale. Questa è un’altra preoccupazione: che non garantendo la continuità produttiva non si continui con il risanamento ambientale. L’azienda rimedi alle sue iniziative. Al momento non c’è nessuna soluzione, nessuna richiesta nostra è stata accettata”. Le prossime 48 ore passeranno sul filo della suspense per il Governo e di terrore per un’intera provincia, quella di Taranto che vive sull’attività dello stabilimento siderurgico ed il suo indotto.

Conte ha utilizzato cinque aggettivi per delineare la posizione del Governo nei confronti di Arcelor Mittal. Ha parlato di una “posizione, unitaria, di compattezza e coesione”, e  di un esecutivo “coeso e compatto”. Ma in realtà così non è. Infatti il Pd ed i “renziani” di Italia Viva hanno spinto sull’acceleratore, chiedendo per venerdì in Consiglio dei Ministri subito un decreto per ripristinare lo scudo penale addotto da Mittal come pretesto per la recessione dal contratto, al fine di sgomberare il campo da eventuali alibi sotto mentite spoglie. Una richiesta che tanto per cambiare  ha ricevuto un secco “no” dai grillini del M5S  che pretendono garanzie sul fatto che le altre pesanti richieste di Arcelor Mittal in tal caso vengano ritirare, o altrimenti nessuna concessione.

Barbara Lezzi, Giuseppe Conte e Luigi DiMaio, i tre veri responsabili del disastro Ilva-Arcelor Mittal

Questa la versione ufficiale che Palazzo Chigi ha fatto filtrare in nottata. Quella ufficiosa è che il Movimento 5 Stelle  non ha i numeri al Senato per far passare un provvedimento di questo tipo. La fronda capitanata dall’ex ministra, la salentina Barbara Lezzi che ha già affossato lo scudo penale in sede di conversione del “decreto Salva Imprese”, ed è pronta a rifarlo. Luigi Di Maio schiuma rabbia, ma deve tacere sul punto, non può fare altrimenti pur di restare in sella. Proprio lui che sulla cancellazione dell’immunità aveva fatto una battaglia campata in aria. Se non fosse politica per dilettanti allo sbaraglio, sarebbe una vera e propria reciproca estorsione.

Tra gli elementi del contenzioso incide anche il prossimo spegnimento all’Altoforno 2. Il custode giudiziario dell’area a caldo, Barbara Valenzano (dirigente della Regione Puglia, considerata molto “vicina” al Governatore pugliese Michele Emiliano) , ha dato 90 giorni ad ArcelorMittal per definire una serie di interventi sull’Afo2. Un termine scade il prossimo 13 dicembre, pressochè impossibile da rispettare da cui consegue il prossimo spegnimento dell’altoforno. I Mittal nell’incontro di Palazzo Chigi hanno fatto presente che lo stesso problema potrebbe riproporsi a breve  anche con gli altri due altoforni attualmente in funzione, il numero 1 e il 3.

il governatore pugliese Emiliano, e la sua dirigente regionale Barbara Valenzano

La trattativa con ArcelorMittal non è ancora definitivamente chiusa. “Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità”, spiega Conte che ha chiesto a Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. “Non lasceremo soli gli operai e le comunità locali. Domani convocheremo i sindacati – ha annunciato il presidente del Consiglio -. C’è l’assoluta determinazione di rilanciare Ilva e Taranto. Non è questione di minoranza o maggioranza, è l’intero Paese che deve reggere l’urto di questa sfida, sono assolutamente inutili le polemiche“.

Il canale di comunicazione tra Palazzo Chigi ed Arcelor Mittal in ogni caso rimane aperto, al punto che le parti si sarebbero lasciate non escludendo un prossimo incontro a breve. Molto si deciderà nel corrente mese di novembre. Infatti, sulla base all’articolo 47 della legge 428 del 1990 sulla “cessione di ramo d’azienda“, l’eventuale annunciata uscita di ArcelorMittal non può effettuarsi prima di 25 giorni dalla data della comunicazione di recesso, e cioè da  ieri, quindi non potrebbero abbandonare la partita prima del primo dicembre.

nella foto il Tribunale di Milano

Una cosa è certa e cioè che per quella data il Tribunale di Milano non si sarà pronunciato. ArcelorMittal può uscire in modo unilaterale ma così facendo si assumerebbe un grande rischio legale. in quanto se il Tribunale milanese le desse torto, in tal caso non soltanto il gruppo franco-indiano sarebbe costretto a mantenere in attività l’ex-Ilva e contestualmente potrebbe vedersi costretto a pagare salate penali. Uno scenario per il quale cruciale ancora una volta il ruolo “centrale” del Tribunale di Milano.

L’ipotesi di reperire una cordata alternativa che subentri in corsa per rilevare lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, sembra soltanto una chimera. Per questo motivo prende quota l’ipotesi di un intervento pubblico che possa farsi carico di un’azienda che dà lavoro a oltre 10 mila persone in una zona del Paese dove il lavoro non abbonda. Una possibilità che però rischierebbe di essere bloccato dall’ Unione Europea, che vieta gli aiuti di Stato all’impresa. La via più naturale sarebbe un nuovo commissariamento, oppure il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti. Dopo la decisione di ieri della Fim-Cisl, anche la Fiom-Cgil e la Uilm hanno indetto uno sciopero di 24 ore proclamato per domani 8 novembre. Oggi saranno i sindacati ad incontrare il Governo. Basterà ?

 




Con la chiusura dell' ILVA l’Italia perderebbe l’1,4% del Pil. Il "conto" in rosso sarebbe di 24 miliardi di euro

ROMA – Da un’analisi econometrica commissionata a giugno scorso dal Sole 24 Ore allo Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, emerge che  lo stabilimento ex Ilva di Taranto venisse chiuso, con il conseguente azzeramento della produzione di acciaio , con la perdita di 6 milioni di tonnellate di produzione a regime, anche se quest’anno non verranno raggiunti i 5 milioni ,  la perdita segnerebbe un passivo di circa 24 miliardi di euro.

Secondo i dati Istat il Pil italiano nel 2017 veniva  stimato intorno ai 1.725 miliardi di euro, come evidenziato nella ricerca dello Svimez, la chiusura dell’ex Ilva ed il blocco della produzione avrebbe un valore pari a circa l’1,4 per cento del Prodotto Interno Lordo, al quale andrebbero aggiunti gli investimenti andati in fumo come quello del gruppo  ArcelorMittal che si era si è impegnato contrattualmente ad effettuare investimenti ambientali per 1,1 miliardi ed investimenti industriali per 1,2 miliardi, oltre al pagamento dell’azienda per 1,8 miliardi, al netto dei canoni di affitto già versati. Ai conteggi effettuato dagli analisti dello Svimez, andrebbe sommata chiaramente  la perdita di occupazione: attualmente in Italia per il gruppo Arcelor Mittal lavorano 10.700 dipendenti, di cui 8.200 a Taranto (dove sono in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane, dal 30 settembre, 1.276 dipendenti per crisi di mercato).

Sulla base dell’analisi econometrica dello Svimez, dal sequestro dello stabilimento avvenuto a luglio 2012 per delle folli decisioni della magistratura locale, più che “politicizzata”, sono andati perduti ad oggi la bellezza di “23 miliardi di euro di Pil, l’1,35 per cento cumulato della ricchezza nazionale”. Lo studio economico ha considerato l’impatto della crisi dello stabilimento sull’andamento della produzione reale e fra il 2013 e il 2018, la perdita sarebbe stata tra i 3 e i 4 miliardi di euro ogni anno .

“Siamo la seconda manifattura siderurgica europea — ricorda  Alessandro Banzato presidente di Federacciaie perdere la presenza in Italia di ArcelorMittal significherebbe mettere in guai pesantissimi anche l’intera filiera che è a valle del prodotto finito e di cui si parla purtroppo poco. In Italia si producono 8,5 milioni di tonnellate all’anno di coils, di cui 5 milioni a Taranto, con importazioni pari a un valore di 5,6 milioni di tonnellate. Se Taranto non ci fosse più, si determinerebbe uno squilibrio a favore dell’import di acciaio di proporzioni enormi“.

 Sull’Ilva di Taranto, il governo gioca partite diverse. Ed ancora una volta non le gioca in squadra, mentre il leader della Lega Matteo Salvini si erge a unico difensore di 15mila lavoratori.  Non si possono affidare le sorti di un’intera provincia come quella di Taranto, che è grande quanto la Regione Basilicata,  nel pensiero ed operato dell’ex-ministra del Sud Barbara Lezzi (M5S) , prima firmataria e prima sostenitrice dell’emendamento al decreto imprese che il 22 ottobre ha cancellato l’immunità per i gestori della più grande acciaieria d’Europa.

Uno scudo che pochi mesi con il decreto legge “Crescita” in piena campagna elettorale per le europee, era stato modificato dal Ministro Di Maio che lo aveva  condizionato allo svolgimento delle bonifiche, dopo che  ne aveva tolto uno analogo. Senza alcun consenso degli elettori, che avevano penalizzato il M5S che dopo un anno hanno perso oltre il 20% dei consensi. Con quell’emendamento, che voleva prendere di mira il capo politico M5S e uno dei suoi tanti compromessi, due settimane fa l’ex ministra salentina è riuscita a portarsi dietro tanti senatori da mettere a rischio persino l’approvazione del decreto imprese su cui il Governo ha dovuto porre il voto di fiducia.

“Piuttosto andiamo tutti a casa”, avevano gridato i senatori grillini, in accordo con gli esponenti di Leu-Liberi e Uguali,  in una delle riunioni infinite che hanno segnato la svolta: la capitolazione di Patuanelli, prima. Poi del ministro ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. coinvolgendo il Pd ed Italia Viva : stralciamo lo scudo, vada come vada, era stata questa la decisione unanime che  adesso, l’ex ministro dello sviluppo economico (Governi Renzi e Gentiloni, n.d.r.)  Carlo Calenda rinfaccia a tutto il governo.

I ministri “dem” ripetono: “Patuanelli in consiglio dei ministri ci aveva assicurato che non ci sarebbero state conseguenze sull’impegno di Mittal. Gliel’abbiamo chiesto tutti”. il ministro dello Sviluppo Economico aveva anche detto “Non ho la sfera di cristallo”.

I vertici del governo a trazione M5S-Pd in realtà sapevano molto bene cosa sarebbe accaduto: non tanto per lo scudo quanto per i 2 milioni di perdite al giorno della fabbrica di Taranto, che un colosso mondiale come Arcelor Mittal poteva sopportare, ma sopratutto  per i problemi di sicurezza dell’Altoforno 2. con un’obsolescenza alla quale si rimedia solo con “investimenti giganteschi”. La Lezzi non sapendo cosa dire, a causa delle sue evidenti incompetenze,  ricorda quando, a giugno 2018, Beppe Grillo immaginava per l’Ilva una totale riconversione, un parco sul modello di quanto fatto nel bacino della Ruhr in Germania. Di Maio lo aveva subito sconfessato : “Sono opinioni personali“, abbandonando le promesse dei grillini locali in campagna elettorale (chiusura programmata e riconversione) e concludendo la trattativa avviata da Calenda, che fino a pochi giorni prima aveva tentato di invalidare. E che porta la firma finale proprio di Luigi Di Maio.

La verità come scrive il collega Sergio Rizzo su La Repubblica , è che manca la visione che è sempre mancata. E anche il nuovo potere finisce per ripercorrere le stesse strade del passato, lastricate di clientele e contributi pubblici. Senza riuscire a immaginare modelli di sviluppo diversi da quelli fallimentari di una industrializzazione forzata e sussidiata, priva di industrie a valle, priva di infrastrutture, destinata a produrre sviluppo effimero.

Così come era accaduto nei decenni dell’acciaio di Stato ed era stato replicato nell’epoca dei Riva, neppure negli ultimi sette anni, da quando il bubbone dell’inquinamento dell’Ilva di Taranto è scoppiato, è stata affacciata una parvenza di soluzione credibile di lungo periodo, un’alternativa di sviluppo e sostenibilità. Che avrebbe certo avuto bisogno di tempo, ma anche di qualcuno che l’avesse pensata, discussa, elaborata. E ora siamo arrivati al dunque. Come già nel Sulcis, in Sardegna. O a Termini Imerese, in Sicilia. E quasi ovunque in tutto il Sud. Dove si continua a mettere pezze sempre più piccole, con progetti che evaporano, investitori che si dileguano, e promesse buone solo per le campagne elettorali che sfociano regolarmente in cassa integrazione. O in alternativa, adesso, nel “famoso” reddito di cittadinanza.

I giovani del Sud continuano a fuggire. Crollano gli investimenti pubblici. Va male l’agricoltura, bene il terziario. L’industria stenta. Scarsi i servizi ai cittadini, a partire dalla sanità e dalla scuola. Sul piano occupazionale, il reddito di cittadinanza ha avuto un impatto nullo. Non solo, secondo lo Svimezinvece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro”. Sono questi alcuni elementi che emergono dal Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, presentato ieri a Montecitorio, a Roma, proprio nelle ore in cui  esplodeva la vicenda Arcelor Mittal .

Cosa altro  altro deve accadere in Italia perché questa squalificata sottoclasse politica comprenda che è finito il tempo delle parole e degli slogan di protesta, e che adesso ed è in gioco il futuro stesso del Paese?



Arcelor Mittal allo scontro con il governo

ROMA – La missiva è arrivata in mattinata e in forma riservata a Palazzo Chigi . Mittente, ArcelorMittal: caro governo, entro trenta giorni ce ne andiamo da Taranto e vi restituiamo l’impianto dell’ex Ilva. L’irritazione del colosso dell’acciaio era nota da tempo dopo lo stop allo scudo penale e per i provvedimenti della magistratura , pochi credevano ad una decisione dura e problematica per il Governo. Il premier Giuseppe Conte rimane letteralmente spiazzato, prende il telefono e convoca per metà pomeriggio un vertice di emergenza . Alle 17.30 sfilano davanti all’ingresso di Palazzo Chigi  i ministri coinvolti nel dossier: Patuanelli, Provenzano, Costa, Catalfo e Speranza. La tensione nei volti è massima, ed esprime molto bene una  evidente rabbia malcelata. Intorno alla scrivania del premier viene organizzata una strategia: convocare i vertici dell’azienda.

Fonti  di Palazzo Chigi rivelano la volontà del Governo di riaprire una trattativa. In realtà vogliono capire se Arcelor Mittal fa sul serio, se l’origine dello scontro è realmente lo scudo o si vogliono ottenere dei nuovi esuberi.  Il vertice con Conte era preceduto da una riunione in mattinata, durata circa due ore, tra i ministri al dicastero dello Sviluppo economico.“Il governo non consentirà la chiusura dell’Ilva, non esistono i presupposti giuridici per il recesso del contratto”, è quello che viene fatto filtrare dal Governo.

Se ArcelorMittal dice che può lasciare Taranto appellandosi al contratto di affitto in vigore, dopo lo stop allo scudo, voluto fortemente dal Movimento 5 Stelle, ma votato in aula anche da Italia Viva e dal Pd , secondo i ministri del Governo Conte  sostengono che non è possibile, e quindi un’ipotesi della strategia governativa viene preparato e portato nel pomeriggio sulla scrivania del premier. Conte è d’accordo, e quando arriveranno mercoledì mattina a Palazzo Chigi , i vertici dell’azienda, sosterrà che nel contratto non c’è una norma che consente loro di fare le valigie dall’ Italia.

Piccolo particolare è che  la barriera legale preparata dall’avvocato-premier Conte non è sufficiente. Sono diverse settimane che gli avvocati di Arcelor Mittal studiano la fondatezza giuridica di un ricorso ben sapendo che una battaglia legale potrebbe avere tempi lunghi, e tirano in ballo la magistratura tarantina. In Parlamento Matteo Salvini minaccia di bloccare i lavori e le opposizioni insorgono con una raffica di dichiarazioni contro l’esecutivo. In ballo ci sono circa 20mila lavoratori (compresi quelli dell’indotto-appalto) e un pezzo di industria che vale l′1,6% del Pil, tra l’altro in un Sud che proprio oggi lo Svimez ha descritto come un deserto. Se l’ex Ilva chiude si “bruciano” 24 miliardi.

Il premier Conte si consulta con i ministri a palazzo Chigi e tira fuori dal cilindro una soluzione ( o meglio un tentativo…) per stanare ArcelorMittal attraverso la proposta di uno scudo penale soft. A quel punto – è il ragionamento – si capirà se l’azienda sta bluffando o in realtà vuole lasciare Taranto perché non è in grado di sostenere una produzione di 6mila-8mila tonnellate l’anno come indicato nel piano industriale. O, se ancora, vuole alzare il prezzo della partita, rimanendo sì a Taranto ma con 4-5mila lavoratori in meno.

Conte proporrà una norma di legge che reca un principio semplice: per il tempo necessario ad attuare il piano ambientale, l’azienda in questione non sarà punibile per responsabilità precedenti. Il senso è quello dello scudo cancellato in Parlamento. Quanto questo scudo sarà “soft” o meno, il Governo lo deciderà dopo aver parlato mercoledì con Lucia Morselli, presidente ed amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia.

Il Pd è con Conte, mentre  i grillini, invece, non vogliono dietro-front sull’immunità. sostenendo che il decreto salva-imprese – dove lo scudo è stato cancellato  “lo hanno votato Renzi e il Pd”. La questione è ancora più complessa per il Governo Conte bis, perché a volere l’abolizione dell’immunità è stata la fronda degli oltranzisti che rispondono al nome di Barbara Lezzi e Gianluigi Paragone. ai quali i parlamentari vicini a Luigi Di Maio rinfacciano di aver trascinato l’intero Movimento sulla posizione assunta in Parlamento, con l’obiettivo di andare contro il loro “capo” politico.

Oltre alle dovute verifiche politiche della tenuta politica sull’espediente che il Governo ha pensato per stanare Arcelor Mittal, il vero quesito resta quello di capire e verificare se e come ARCELOR MITTAL può restare a Taranto. Verificare se vi sono i margini per una trattativa che coinvolga anche  degli esuberi causati dal ridimensionamento degli obiettivi della produzione di acciaio. La strategia al momento è questa. Poi ci sono due piani di emergenza nel caso la multinazionale franco-indiana , leader mondiale nella produzione di acciaio,  decidesse di non tornare indietro alla propria decisione. Un’ipotesi alternativa sarebbe quella di chiamare a Taranto il secondo classificato della gara per l’ex Ilva cioè il concorrente indiano Jindal. Un’ultima ipotesi, la più difficile da attuare, sarebbe quello di “statalizzare” l’Ilva,  attraverso la Jindal.




ArcelorMittal lascia Taranto: "Colpa dello scudo penale". Adesso 20mila persone rischiano il lavoro

a cura della Redazione Economia

Esplode la “bomba” su Taranto. Come aveva previsto chi scrive, ed in tempi non sospetti , ArcelorMittal ha deciso di restituire  l’ ILVA allo Stato italiano. A poco più di  un anno dall’arrivo in Italia,  la multinazionale franco-indiana ha notificato ai commissari e ai sindacati la volontà di ritirarsi

Con un tweet pubblicato alle 05:42 del mattino di ieri la filiale italiana della multinazionale franco indiana ArcelorMittal ha  reso noto di aver notificato ai commissari straordinari dell’ILVA in Amministrazione Straordinaria la volontà di rescindere l’accordo per l’affitto con acquisizione delle attività di ILVA Spa e di alcune controllate acquisite secondo l’accordo chiuso il 31 ottobre.

In occasione del G20 di Osaka il premier Giuseppe Conte  si espresse sull’ immunità penale garantita ai commissari di ILVA definendola “un privilegio” aggiungendo che come tale “il Parlamento, che è sovrano, lo ha eliminato”.  Affermazioni che hanno probabilmente contribuito ad indurre ufficialmente ArcelorMittal a prendere la decisione di abbandonare le proprie attività in Italia.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella molto preoccupato per la decisione degli indiani, che mette a rischio più di un punto di Pil e oltre ventimila posti di lavoro,  si è sentito più volte con il premier Conte, auspicando e sollecitando la massima attenzione al “dossier”  ribadendo , secondo fonti del Quirinale,  che la continuità aziendale non può essere messa in discussione. È in gioco una grande filiera produttiva ed è in gioco anche  il destino del governo più rissoso che si sia mai visto in Italia negli ultimi 20 anni.

Nella lettera di ArcelorMittal viene fatto un esplicito riferimento alle difficoltà legate all’incertezza giuridica, conseguente allo stop allo scudo penale fortemente voluto ed imposto dal M5S,  ed anche operativa a seguito delle decisioni adottate ancora una volta dai giudici di Taranto. Nella lettera si legge che Arcelor Mittalha chiesto ai Commissari straordinari di assumersi la responsabilità delle attività di Ilva e dei dipendenti entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione”.

lettera ARCELOR MITTAL

ArcelorMittal spiega inoltre che il contratto prevede che, nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale, la società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso contratto. Nella nota si ricordano, tra le motivazioni che hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa, la cancellazione dello scudo legale per la società e i provvedimenti emessi dal Tribunale Penale di Taranto che obbligano i commissari straordinari di ILVA in A.S.  a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019, “termine che gli stessi commissari hanno ritenuto impossibile da rispettare”. “Altri gravi eventi, indipendenti dalla volontà della Societàprosegue l’azienda – hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente e significativamente compromesso la capacità di effettuare necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto”.

ArcelorMittal Italia in una sua lettera scritta ai dipendenti spiega che “sarà necessario attuare un piano di ordinata sospensione di tutte le attività produttive a cominciare dall’area a caldo dello stabilimento di Taranto, che è la più esposta ai rischi derivanti dall’assenza di protezioni legali”. Coinvolti tutti i reparti e le aree operative che “saranno progressivamente sospese, tenendo presente che l’obiettivo di queste azioni è di mantenere tutti gli impianti in efficienza e pronti per un loro riavvio produttivo”.

Immediate le reazioni politiche. Matteo Salvini ha chiesto al Governo di riferire con urgenza in Parlamento. “Se il Governo tasse, sbarchi, e manette farà scappare anche i proprietari dell’Ilva, mettendo a rischio il lavoro di decine di migliaia di operai e il futuro industriale del Paese sarà un disastro, e le dimissioni sarebbero l’unica risposta possibile. La Lega chiede che Conte venga a riferire urgentemente in Parlamento” afferma il leader della Lega. Il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, aggiunge: “Come temevamo, ci sono riusciti. Hanno fatto chiudere l’Ilva. Questo governo, con la sua ideologia di decrescita, è un flagello per l’economia e i lavoratori italiani”.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si dice “molto preoccupata: dobbiamo fare molta attenzione ad uno Stato che non mantiene i suoi impegni. Uno Stato che vuole mantenere gli investimenti deve anche mantenere quegli impegni altrimenti da noi non investe più nessuno”.

Di “colpo mortale all’industria dell’acciaio italiano parla Annamaria Bernini presidente dei senatori di Forza Italia, , secondo cui “l’obiettivo strategico del Movimento 5 Stelle di trasformare Taranto in un cimitero industriale è stato quindi centrato, e quanto sta accadendo è un’autentica vergogna nazionale, una tragedia per l’occupazione e per lo sviluppo”.

“Vorrei solo dire a chi ha votato contro lo ‘scudo penale’ IlvaPd, M5S e Italia Vivasiete degli irresponsabili. Avete distrutto il lavoro di anni e mandato via dal Sud un investitore da 4,2 mld, per i vostri giochini politici da 4 soldi” scrive Carlo Calenda, ex-ministro dello Sviluppo Economico,  su Twitter.

Il ministro delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova (che era il vice ministro di Calenda) , chiede alla multinazionale Arcelor Mittal di “recedere dai propositi annunciati” e chiede “a Conte e a Patuanelli un’azione immediata che troverà in me e in Italia Viva totale sostegno perché non accada l’irreparabile e si possa riaprire, esattamente come aveva già garantito Patuanelli e come io stessa avevo sollecitato, un tavolo sgombro da minacce di qualsiasi natura”. Per Matteo Renzi,la decisione di Mittal di disimpegnarsi da Taranto è inaccettabile. Il Governo deve da subito togliere alla proprietà ogni alibi eliminando gli autogol come quello sulla immunità voluto dal vecchio governo e sul quale avevamo messo in guardia il Ministro Patuanelli”.

Seriamente molto preoccupati i sindacati, che accusano il Governo per la fuga di ArcelorMittal da Taranto . La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, chiama in causa la “responsabilità del Governo e della politica”, perché “siamo davanti ad un vero disastro industriale, sociale ed ambientale”. Il  segretario nazionale della Fim Cisl Marco Bentivogli aggiunge: “Un capolavoro di incompetenza e pavidità politica: non disinnescare bomba ambientale e unire bomba sociale” . Secondo Francesca Re David, segretaria generale della Fiom-Cgil, su Taranto “il comportamento del Governo è contraddittorio è inaccettabile: con il Conte 1 ha introdotto la tutela penale parallela agli investimenti e con il Conte 2 ha cancellato la stessa norma dando all’azienda l’alibi per arrivare a questa decisione. L’incontro con il Governo, che chiediamo da settimane, diventa ormai urgentissimo”. Rocco Palombella, segretario generale Uilm, aggiunge commentando la notizia come “drammatica”, anche se “era nell’aria, ce l’aspettavamo dopo le ultime decisioni del governo e del Parlamento. Nessuna azienda è in grado di produrre in un contesto difficile, in un clima pesante avendo tutti contro, dal Governo alla Regione Puglia  fino al Comune di Taranto

 

 




Elezioni Umbria. Trionfo della destra, sconfitta la coalizione Pd-M5S

ROMA – C’era una volta l’Umbria di sinistra. La regione sceglie decisamente di andare a destra ed elegge come Donatella Tesei nuovo presidente della Regione Umbria, candidata di una coalizione a trazione leghista  e di orientamento nettamente a destra. La Lega prende poco meno del 38% (e giunte a trazione leghista controllano già il 62 per cento del territorio) e Fratelli d’Italia realizza un exploit: il partito guidato da Giorgia Meloni riceve il 10,4% dei voti, e praticamente Lega e Fdi ottengono insieme praticamente la metà dei voti totali.

Donatella Tisei, nuovo presidente della Regione Umbria

Per la prima volta una giunta regionale umbra da 50 anni a questa parte non sarà guidata dal centrosinistra Gli exit poll e le proiezioni Rai e La7 hanno da subito indicato la netta vittoria dell’alleanza che sosteneva la Tesei, confermando le previsioni della vigilia. Una vittoria netta e larga, con un margine di oltre 20 punti percentuali sull’alleanza giallo-rossa a sostegno della candidatura di Vincenzo Bianconi (Pd, M5S, Sinistra civica verde, Energia verde) che si è fermato appena sopra il 30%, con il PD al 22,4 ed il M5S che non riesce a raggiungere neanche l’ 8%.

Un voto che rischia di produrre ripercussioni pesanti sul governo rossogiallo.anche se per ora, difficilmente capitolerà. Più facile che salti la testa di Giuseppe Conte, ora lambito anche dallo scandalo-Vaticano, così come può saltare quella di Luigi Di Maio capo politico del M5S. “Deve fare un passo indietro“, dicono non pochi grillini sotto anonimato. Gli stessi invocano l’intervento di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, a cui pare corre voce che oggi, lunedì 28 ottobre, riceverà una lettera con cui verrà richiesto il cambio della guardia al vertice del Movimento. Ed in questo contesto c’è chi critica a viso aperto, come Gianluigi Paragone: “Quando non hai la coerenza di fondo poi la paghi. Avremmo fatto meglio ad andare da soli”, perché un M5s sotto all’8% è un risultato drammatico, per loro.

La Lega e Fratelli d’Italia hanno subito evidenziato come questo voto sia un “messaggio” di sfratto per Palazzo Chigi. Siamo in presenza di un risultato molto negativo per l’alleanza governativa, i cui partiti componenti peggiorano il risultato delle recenti elezioni Europee, dove il Pd era arrivato al 23,98 per cento ed il M5S al 14,63. Il Partito Democratico registra una leggera flessione, ma il calo è netto ed imponente rispetto ai risultati che il partito storicamente otteneva nella regione che ha sinora governato . Ancora peggiore il risultato del Movimento 5 Stelle che oscilla tra il 7 e l’8%, un consenso dimezzato rispetto alle Europee, perdendo addirittura 20 punti  in meno del risultato delle politiche 2018.

Gli azionisti di governo si affrettano a spiegare chesi tratta di un test locale che nulla ha a che vedere con l’azione di governo“. Ma non sfugge a nessuno, che il voto in Umbria arriva a pochi giorni dal varo della manovra e a 36 ore dalla foto di Narni con cui Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti e Roberto Speranza hanno cercato di dare forza e sostenere il loro candidato, Vincenzo Bianconi inutilmente. Ma cifre simili, un distacco del genere, lascia poco spazio a repliche e giustificazioni. Da oggi il futuro del governo è sempre più precario.

 

Il centrodestra: “Sonoro ceffone al governo rosso-giallo

Matteo Salvini ha festeggiato appena usciti gli exit poll: “Sono felice. Ad occhio abbiamo fatto un’impresa storica. Sono felice, stiamo scrivendo una pagina di storia” . Poi da Perugia è intervenuto al fianco della neogovernatrice Tesei. “Qualcuno stanotte a Roma avrà qualcosa su cui riflettere” ha detto Salvini, aggiungendo “”Sia per il Pd che per il M5s questa è una lezione di democrazia, di onestà, di trasparenza.Gli italiani non amano i traditori e i poltronisti“. Secondo Salvini se la Lega risultasse avere il doppio di voti del Pd nella roccaforte rossa “qualcuno al Governo dovrebbe ritenersi abusivo”.

Giorgia Meloni mentre arriva a Perugia esulta su Facebook : “Espugnata la roccaforte della sinistra: ora liberiamo l’Italia!”. Il risultato di Fratelli d’Italia, che arriva al 10%, superando il M5s e doppiando quasi Forza Italia, per la leader di Fdi è “entusiasmante” .

“Dall’Umbria dopo mezzo secolo una svolta storica – scrive su twitter Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italiaanche nelle tradizionali Regioni rosse il centro-destra unito rappresenta l’ampia maggioranza degli elettori. La nostra alleanza è il futuro dell’Italia e ha il diritto-dovere di governare il Paese“.

Exploit dell’affluenza alle elezioni regionali in Umbria

Imponente l’incremento dell’affluenza. Alle 23 è del 64,42. Alle 19 era pari al 52,8% rispetto al 39,9 delle regionali 2015. Quasi 13 punti percentuali in più. Nella provincia di Perugia ha votato il 53,09 per cento (contro il 40,63). Nella provincia di Terni il 51,9 contro il 37,9.

In corsa c’erano anche altri 6 aspiranti governatori: Claudio Ricci (Italia civica): Rossano Rubicondi (Partito comunista), Giuseppe Cirillo (Partito delle buone maniere), Emiliano Camuzzi (Potere al popolo e Pci), Martina Carletti (Riconquistare l’Italia), Antonio Pappalardo (Gilet arancioni).

L’alleanza rosso-gialla finisce sotto accusa

Il primo a prendere posizione è stato Andrea Marcucci: “Una sconfitta che impone una riflessione ben più approfondita sulle alleanze“. Anche Enrico Rossi governatore della Regione Toscana è critico: “Il voto della protesta grillina mal si amalgama con quello della sinistra riformista di governo“. Nicola Zingaretti  segretario nazionale del Pd si ostina a difendere l’alleanza con il Movimento 5 Stelle: “La sconfitta è netta e conferma una tendenza negativa del centrosinistra consolidata in questi anni in molti grandi comuni umbri che non si è riusciti a ribaltare. Il risultato conferma, malgrado scissioni e disimpegni, il consenso delle forze che hanno dato vita all’alleanza”.

“Ringrazio Bianconi per la sua generosità per essersi messo a disposizione negli ultimi giorni utili e a tutti gli elettori e i militanti che si sono battuti in una condizione difficile se non drammatica in quella regione. Ovviamente rifletteremo molto su questo voto e le scelte da fare, voto  certo non aiutato dal caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del governo. Sicuramente – aggiunge Zingarettianche se in una situazione difficile  è stato giusto metterci la faccia e combattere. Organizzeremo l’opposizione in consiglio regionale e nella società per contrastare questa deriva”.

In realtà in casa del Partito Democratico la sconfitta era attesa e prevista, la forza raggiunta del centrodestra nella regione ed i danni prodotti dalle inchieste giudiziarie sulle nomine nella Sanità, con le dimissioni della presidente Catiuscia Marini, lasciavano ben poche speranze. Un esponente “storico” del Pd come Pierluigi Castagnetti non ha mancato di rilevare come il centrodestra governa già in molti comuni umbri, corrispondenti al 62 per cento della popolazione totale. A due ore dall’apertura delle Urne, Castagnetti twittava: “Fra poco i risultati, scontatissimi. Andrà in onda la Grande Ipocrisia o la grande sceneggiata. Nessuno ricorderà che il cdx da anni governa Perugia, Terni, Orvieto, Foligno. Cioè il 62% della popolazione umbra e che il quesito era: riuscirà il centrosinistra a capovolgere…?“.

Umbria, i dati e il confronto con le passate elezioni




ArcelorMittal. Il Governo conferma il rispetto degli accordi ma non fornisce rassicurazione sulle tutele legali

ROMA – “Si è svolto oggi l’incontro presso il Mise con il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e il Ministro per il Sud Giuseppe Provenzano con le organizzazioni sindacali. Il Ministro Patuanelli ha confermato che la siderurgia è strategica per l’industria del nostro Paese e quindi ha riconosciuto la centralità dell’ex Ilva. Anche su nostra sollecitazione Patuanelli si è impegnato a convocare il tavolo con ArcelorMittal, Governo e sindacati come previsto dall’accordo del 6 settembre 2018″.

“L’obiettivo del tavolo, condiviso anche dai Ministri, è quello della verifica del rispetto dell’accordo sul piano industriale, sul piano ambientale e sulla salvaguardia dell’occupazione. Piano che allo stato sta procedendo con forti battute d’arresto non accettabili – continua la nota –  Il Ministro Patuanelli ha riferito che il tema dell’immunità, peraltro non in discussione per quanto riguarda le responsabilità precedenti, non è mai stato posto dall’azienda. Riteniamo che il Governo debba farsi garante di un quadro di certezze normative e del rispetto degli accordi con l’obiettivo di produrre acciaio pulito e di garantire il controllo del piano ambientale e l’occupazione dei lavoratori diretti e dell’indotto di tutto il gruppo”. Lo dichiara in una nota Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil.

“ Il Ministro Patuanelli ci ha confermato l’impegno del governo nel far rispettare ad ArcelorMitta l l’accordo del 6 settembre 2018 e il piano per il risanamento ambientale. – commenta Rocco Palombella, Segretario Generale Uilm, dopo incontro al Mise per la situazione ex Ilva. Siamo però insoddisfatti per quanto riguarda la soppressione delle tutele legali perché non c’è stata una reale presa in carico da parte dell’esecutivo nel risolvere la questione, e poter dare rassicurazioni ai lavoratori su cosa accadrà dopo il 3 novembre”.

“L’accordo di settembre 2018 non si tocca, non esistono piani alternativi, non esistono cordate pronte a rilevare gli stabilimenti ex Ilva e, al momento, non ci sono richieste di esuberi da parte dell’azienda” aggiunge il leader Uilm. “Abbiamo ribadito l’inadempienza da parte di ArcelorMittal riguardo al rispetto del piano industriale, con il calo della produzione, la messa in cassa integrazione di circa 1400 lavoratori fino a fine anno, l’incertezza sul ritorno a lavoro dei 1700 che si trovano in Amministrazione straordinaria e i licenziamenti nel sistema degli appalti”.

“Nella seconda metà di novembre ci sarà un incontro con l’azienda al Ministero dello Sviluppo economico per chiarire la situazione e per conoscere le reali intenzioni di ArcelorMittal sul futuro industriale e occupazionale” conclude Palombella  “Esprimiamo un cauto giudizio sulla volontà da parte del Governo di impegnarsi sulla continuità produttiva dell’ex Ilva augurandoci che terminino le ricostruzioni fantasiose sul futuro della più grande acciaieria d’Europa”.

Sen. Mario Turco

A scatenare le polemiche politiche le dichiarazioni rilasciate ieri al quotidiano IL FOGLIO dal sen. Mario Turco (un commercialista tarantino improvvisato anche in politica n.d.r.) esponente del M5S, ed attuale sottosegretario del Governo Conte “bis”: “Taranto può e deve pensare al suo futuro senza vederlo legato all’ ex-Ilva, che è stato subito smentito  dall’ On. Gianluca Benamati,  capogruppo PD nella Commissione Attività Produttive della Camera con un tweet molto chiaro: “Sono idee personali e non in linea con la posizione dell’esecutivo. Serve sobrietà nelle parole“, supportato dal responsabile imprese della segreteria nazionale del PD, Pietro Bussolati, che ha dichiarato “i patti si rispettano, sono in gioco 14.000 per cui non c’è soluzione alternativa”.

Ed ancora una volta il sen. Turco ha perso una buona occasione per tacere.

 




Ex-ILVA: il Governo Conte2 smentisce il Governo Conte1

ROMA – Dopo infinite polemiche e tensioni tuto ritorna al punto di partenza della questione “scudo penale” all’ex-ILVA di Taranto. Il Governo Conte bis (cioè quello rossogiallo)  di fatto smentisce l’operato dell’ex-ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, che dopo aver revocato l’immunità penale sullo stabilimento siderurgico di Taranto, aveva cercato di trovare un compromesso per “stoppare” la minacciata restituzione dello stabilimento da parte di Arcelor Mittal Italia ed una pressochè conseguente causa multimiliardaria in ambito europeo.

Il “compromesso” messo in piedi dall’inaffidabile staff dell’ex ministro del Mise, Luigi Di Maio, inserito successivamente nel “decreto imprese” è venuto meno, pertanto allo stato attuale  il management di Arcelor Mittal Italia ed i commissari straordinari (nominati da Di Maio) non potranno avvalersi di alcuna esimente penale, neanche per gli interventi in attuazione del piano di risanamento ambientale.

Incredibilmente ad annullare il provvedimento del Mise, voluto da Di Maio, è stato proprio un gruppo di 17 senatori del M5S che si sono messi di traverso, arrivando a minacciare di far cadere il governo, se non fosse stata cancellata la norma che ripristinava una parziale immunità penale venisse cancellata. E ieri sera in commissione il voto è stato molto chiaro.  Nel testo che arriverà  in aula a Palazzo Madama al Senato e sul quale è quasi certo che il Governo porrà il voto di fiducia, dati i tempi ormai strettissimi (deve ancora passare al voto della Camera e scade il 3 novembre) per la conversione in legge, la norma sullo scudo penale è stata stralciata.

Mentre i soliti grillini esaltati esultano, il Pd cerca di smorzare gli entusiasmi. “È cambiato il governo, è cambiata la maggioranza che lo appoggia, è cambiato il vertice di ArcelorMittal che gestisce l’ex Ilva. Ci può stare un pit stop” dichiara il pugliese Dario Stefàno, vicecapogruppo dei senatori dem.  Nel frattempo il Pd, Italia Viva ed Autonomie hanno comunque ottenuto l’ok ad un ordine del giorno che impegna il governo “a garantire, in tempi rapidi e mediante ogni azione opportuna, la permanenza dell’attività produttiva del complesso siderurgico dell’ex Ilva di Taranto, garantendo altresì la salvaguardia dei livelli occupazionali diretti e di quelli legati all’indotto”. Ma nessuno dice come realizzare tutto ciò.

Dall’ordine del giorno arriva però anche una proposta che strizza l’occhio alle richieste dei comitati cittadini chiedendo “l’adozione di modalità produttive orientate ad una progressiva decarbonizzazione dell’impianto“. Una proposta che potrebbe però essere interpretato dal nuovo vertice di ArcelorMittal Italia come una nuova dichiarazione di guerra. I Cinquestelle tarantini, che nelle ultime elezioni hanno visto diminuire nel giro di un solo anno (dalle Politiche alle Europee) del 20% i propri voti a Taranto, insistono sulla chiusura dell’area a caldo.

Così come non aiutano le parole del ministro grillino dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti (quello delle tasse sulle bibite e sulle merendine, per intenderci….) che ha dichiarato  “Resto contrario a qualunque tipo di immunità e mi auguro che venga rimossa il prima possibile. Il percorso parlamentare è già cominciato e quindi c’è da sperare che si possa fare in tempi rapidi” aggiungendo “Non è un mistero che io sia stato sempre contrario all’immunità penale ai gestori del Siderurgico. Io ritengo addirittura il modello siderurgico rappresentato da Ilva insostenibile anche dal punto di vista finanziario” manifestando una palese ignoranza sul tessuto economico e produttivo della provincia jonica che è di fatto “exIlva-dipendente“.

ArcelorMittal Italia continua a tacere mentre proprio oggi a Taranto, davanti alla stampa inaugurerà  il centro ricerca e sviluppo, che costituiva uno dei punti contenuti nel contratto stipulato con il Governo. I soliti “spacciatori” di fake news avevano fatto circolare la notizia di un presunto incontro intercorso in mattinata tra il ministro Stefano PatuanelliLucia Morselli (nella foto a lato) il nuovo presidente ed  amministratore delegato di Arcelor Mittal. Ma il Mise ha smentito la “fake news”. Tutto ciò chiaramente non esclude che ci siano stati contatti e colloqui telefonici. Oggi il ministro Patuanelli riferirà in Aula e probabilmente illustrerà quale potrebbe essere una via d’uscita.

Maurizio Landini, segretario generale CGIL

La circostanza paradossale è che i “tecnici” del Mise chiamati a cercare una via d’uscita, sono gli stessi “tecnici” che hanno consentito a Di Maio di revocare in prima battuta lo scudo penale, e di attuare una nuova norma per limitarlo. Ecco cosa succede quando a guidare il Governo sono dei dilettanti allo sbaraglio che giocano a fare i “politici” sulla pelle dei lavoratori ed imprenditori di Taranto che rischiamo di veder andare via Arcelor Mittal da Taranto, con la conseguente chiusura dello stabilimento che mantiene circa ventimila famiglie, come ricordava ieri sera il leader della CGIL Maurizio Landini intervenendo nel programma televisivo “Quarta Repubblica” condotto da Nicola Porro. Ed anche Landini che è stato a capo per molti anni della Fiom il sindacato metalmeccanico della CGIL, ha spiegato le valide logiche ragioni perchè lo scudo penale ha senso di rimanere. Ed incredibilmente il sindacato è sulla stessa posizione dell’ industria contro le follie propagandistiche della compagine M5S al governo.