CoronaVirus. Sventato tentativo di attacco hackers all’ Ospedale Spallanzani di Roma

ROMA – Alcuni giorni fa a seguito di attacchi informatici ai danni di strutture italiane di eccellenza attualmente impegnate nel fronteggiare l’emergenza sanitaria in atto relativa al Covid-19, si è svolta una riunione straordinaria del Nucleo Sicurezza Cibernetica, l’organo, presieduto da Roberto Baldoni Vice Direttore Generale con delega al cyber del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), cui è affidato il compito di gestire eventuali crisi cibernetiche e di curare la preparazione e prevenzione in materia di sicurezza informatica. La riunione si è tenuta in formato ristretto, alla presenza delle sole componenti dell’intelligence (AISE ed AISI) e della Polizia Postale e delle Comunicazioni (CNAIPIC).

Gli esperti del Nucleo Sicurezza Cibernetica alla luce delle evidenze disponibili, hanno valutato che gli episodi rappresentano una ricaduta “fisiologica” della situazione in corso, che sollecita appetiti di varia natura, per lo più di matrice criminale. Il Nucleo ha comunque provveduto ad allertare, attraverso il CNAIPIC, la rete sanitaria nazionale perché innalzasse le difese su reti ed infrastrutture.

I singoli casi registrati in Italia vanno analizzati e valutati come episodi di un fenomeno di portata mondiale, come l’emergenza Coronavirus che cerca di sfruttare, spesso con attacchi “ransomware”, ispirati cioè da finalità di lucro e non dall’intento di esfiltrare dati sensibili. Non è un caso che qualche giorno addietro la rete dei CSIRT (Computer Security Incident Response Teams) europei abbia innalzato il livello di allerta per la possibile crescita di azioni di cybercrime e che la stessa polizia postale abbia, già prima dei più recenti sviluppi, invitato i cittadini ad alzare la guardia rispetto a iniziative “malevole” che giocano proprio sulle preoccupazioni legate alla pandemia. Vari, del resto, i precedenti al di fuori dei confini nazionali.

Resta comunque altissima la vigilanza da parte dei nostri apparati di sicurezza, che sono costantemente impegnati a garantire un’idonea cornice di sicurezza agli operatori impegnati in prima linea.




La Relazione annuale dell’Intelligence italiana al Parlamento

ROMA – La presentazione della “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, curata dal Comparto Intelligence e relativa all’anno 2019, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata introdotta ed illustrata dal Direttore generale del DIS, Generale Gennaro Vecchione .

La Relazione annuale 2019 è stata presentata dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dal Direttore generale del Dis, alla presenza dei Ministri del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), dei componenti del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), dei Vertici delle Forze di Polizia e delle Forze Armate e dei Direttori di AISE e AISI.

La riforma del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica Italiana (SISR), introdotta dalla Legge 124 del 3 agosto 2007, prevede che il Governo riferisca ogni anno al Parlamento, con una Relazione non classificata, sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti nel corso dell’anno precedente.

La prima Relazione annuale dell’Intelligence è stata pubblicata nel 2007 (anno della riforma dell’Intelligence). Anche quest’anno si presenta con una nuova veste più attuale, pensata per consentire una migliore diffusione dei contenuti, e valorizzare le nuove infografiche e la cartografia geo-tematica e geo-politica.

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il Direttore Generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, Gennaro Vecchione, il Direttore dell’AISE, Luciano Carta, e il Direttore dell’AISI, Mario Parente, alla presentazione della “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, curata dal Comparto Intelligence e relativa all’anno 2019

La Relazione relativa all’anno 2019 è costituita da quattro blocchi:

  1. una “premessa” che delinea le maggiori sfide con cui l’intelligence è stata chiamata a confrontarsi nello svolgimento della propria missione di tutela della sicurezza nazionale;
  2. gli “highlights”, una lente di ingrandimento sui principali risultati info-valutativi;
  3. un corpo centrale, quest’anno articolato in cinque capitoli, rispettivamente dedicati agli “scenari geopolitici, minacce all’economia nazionale e al sistema paese”, “terrorismo jihadista”, “immigrazione clandestina”, ed infine “eversione ed estremismi;
  4. il “Documento di Sicurezza Nazionale”, dedicato allo stato della minaccia cibernetica (ambiti e attori), e al potenziamento della resilienza cibernetica del Paese (5G, perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, evoluzioni dell’ecosistema cibernetico nazionale e gli sviluppi a livello europeo).
SINTESI BIS DIS

 




Terrorismo: il somalo arrestato a Bari aveva aderito all’Isis

BARI –  Il GIP del Tribunale di Bari ha convalidato il provvedimento di fermo, disposto dalla DDA di Bari ed eseguito dalla DIGOS del capoluogo lo scorso 13 dicembre, Mohsin Ibrahim Omar, meglio noto come Anas Khalil, indagato per i reati di associazione con finalità di terrorismo,  istigazione e apologia del terrorismo, aggravate dall´utilizzo del mezzo informatico e telematico. Il 20enne somalo detenuto in carcere a Bari, è ritenuto dalle agenzie per la sicurezza Aisi e Aise come affiliato al Daesh in Somalia e in contatto con una sua cellula operativa.

L´indagine denominata “Operazione Yusuf” condotta dalla DDA e delegata alla DIGOS di Bari ha ben presto confermato la validità delle informazioni sul conto di Mohsin Ibrahim Omar consentendo anzi di acquisire gravi indizi di colpevolezza posti alla base, assieme al concreto pericolo di fuga, del provvedimento di fermo eseguito nei suoi confronti.  L´attività investigativa, tra l´altro, ha consentito di documentare la totale adesione dello straniero all´ideologia del c.d. stato islamico e la sua organicità alla componente armata somalo-keniota di DAESH.

La militanza nello stato islamico di Mohsin Ibrahim Omar  si è concretizzata anche attraverso l´apologia di delitti di terrorismo operata su piattaforme social, in particolare su  Facebook, dove ha diffuso post e foto aventi come contenuto l´esaltazione del “martirio”. Apologia e condivisione che ha manifestato anche in occasione dell´attentato di Strasburgo. “Speriamo. Quello che uccide i cristiani, i nemici di Allah, è un nostro fratello. Da dove viene, viene. Però se uccide i cristiani è nostro fratello“. Così il ventenne Mohsin Ibrahim Omar aveva commentato l’attentato a Strasburgo dello scorso 11 dicembre. 

Sabato mattina l’indagato per terrorismo assistito da un difensore di fiducia e da un interprete,  ha reso interrogatorio per circa due ore  in carcere nel l’udienza di convalida dinanzi al gip,  rispondendo alle domande del giudice e del pm della Dda di Bari dr. Giuseppe Maralfa, che coordina le indagini, che gli contestato le accuse di terrorismo.

L´attività investigativa ha tratto origine da informazioni trasmesse alla Digos di Bari dalla DCPP/UCIGOS – acquisite in ambito di collaborazione internazionale da AISI ed AISE – che indicavano lo straniero come elemento affiliato al DAESH in Somalia ed in contatto con una sua cellula operativa. Sulla base  di queste informazioni la DDA della Procura della Repubblica del capoluogo pugliese ha immediatamente disposto l´attivazione di un complesso impianto investigativo, coordinato a livello centrale dal Servizio per il Contrasto al Terrorismo Esterno della DCPP/UCIGOS con il supporto dell´AISI e dell’ FBI- Federal Bureau of Investigation statunitense.

 

 

 Sono poi stati raccolti elementi di fatto circa l´intenso indottrinamento operato da Mohsin Ibrahim Omar su un altro straniero in corso di identificazione, al quale impartiva vere e proprie istruzioni teorico-operative sul concetto di jihad armato. L´urgenza di eseguire il provvedimento restrittivo è stata dettata dai riferimenti all´elaborazione di possibili progettualità ostili in relazione alle imminenti festività natalizie e alle chiese, in quanto luoghi frequentati solo da cristiani.   

Tra le frasi intercettate dalla Polizia c’è anche quella in cui il presunto terrorista parla di mettere bombe nelle chiese italiane: “Mettiamo – dice – bombe a tutte le chiese d’Italia. La Chiesa più grande dove sta? Sta a Roma?“. “L’urgenza di eseguire il provvedimento restrittivo – spiegano gli investigatori – è stata dettata dai riferimenti all’elaborazione di possibili progettualità ostili in relazione alle imminenti festività natalizie“.

 




Il governo sceglie due generali della Guardia di Finanza ai vertici dei servizi segreti: Gennaro Vecchione al Dis, Luciano Carta all’Aise

il Gen. Gennaro Vecchione

ROMA – Si è conclusa questa sera la riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza della Repubblica (Cisr) nel corso della quale Dopo una prolungata gestazione ed una serie di rinvii, il Governo gialloverde a quasi sei mesi dal proprio insediamento a Palazzo Chigi ha nominato i nuovi vertici dei servizi segreti. Alla guida del Dis, l’organismo che supervisiona le attività delle agenzie di intelligence, è stato nominato il Generale Gennaro Vecchione , attualmente al vertice della Scuola di Specializzazione delle forze di polizia mentre il Generale Luciano Carta è stato scelto al vertice dell’Aise, il servizio segreto che si occupa di attività all’estero.

Entrambi  ufficiali provenienti dal corpo della Guardia di Finanza. Il Generale Carta era già numero due dell’Aise da un paio di anni anni. Una decisione anomala rispetto ai consolidati del settore, che prevedevano come sinora accaduto in passato un bilanciamento nelle nomine tra le varie forze di polizia ed i corpi militari. Una decisione questa che potrebbe anche diventare una svolta, con un conseguente potenziamento dell’attività di “intelligence” economica-finanziaria: una questione discussa da anni e resa impellente dagli sviluppi più recenti.

Quando il destino di un Paese è sempre più legato ai mercati finanziari internazionali, ed in particolare sul fronte della cybersecurity a seguito della necessità di proteggere aziende e reti da sempre più penetranti operazioni di spionaggio evoluto .

Il Generale Mario Parente

Con la conferma decisa nel giugno scorso all’Aisi del Generale Mario Parente, ex comandante del Ros dei Carabinieri, oggi per la prima volta i vertici dei servizi segreti risultano “blindati”.

Delle decisioni discusse tra i due alleati di Governo discusse sino all’ultimo momento, con la partecipazione “esterna” ma influente del Quirinale su delle questioni così delicate per il Paese . La riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza infatti è stato rinviata dalle 17 del pomeriggio alle ore 22 di ieri sera, in conseguenza della volontà di decidere i cambi espressa in mattinata durante la sua audizione al Copasir dal vicepresidente e ministro dell’interno Matteo Salvini in cui ha detto: “Oggi c’è unariunione ad hoc del Cisr e conto che si chiudano tutte le partite aperte. Vediamo cosa ci propone il premier

Il presidente del Consiglio e i ministri componenti del Comitato hanno espresso, all’unanimità, il grato pensiero ai direttori uscenti – Alessandro Pansa e Alberto Manenti (il cui mandato era stato allungato di un anno lo scorso 7 marzo, tre giorni dopo le elezioni dal Governo uscente guidato da Paolo Gentiloni)  che hanno ricoperto i loro rispettivi incarichi con piena dedizione professionale e con elevato spirito di servizio, garantendo, attraverso un’ampia efficacia operativa, la sicurezza nazionale.




Lotta alle fake news. Nasce il pool anti bufale della Polizia di Stato. Servirà a qualcosa ?

di Antonello de Gennaro

Mentre lo Stato ed il Governo italiano hanno dimostrato di non saper fronteggiare l’arrogante strapotere delle società americane proprietarie dei socialnetwork, a differenza di Francia e Germania che hanno applicato leggi molto severe a tutela della verità, in tempi di campagna elettorale arriva l’annunciato pulsante rosso” anti fake news, gestito dalla Polizia Postale delle Comunicazioni che entra in campo su una materia molto pericolosa, quella delle “fake news” che coinvolge però il mondo dell’ informazione.

Che vi siano gruppi di sostegno e pressione che utilizzano i socialnetwork per avvelenare e manipolare i sentimenti già rancorosi della popolazione, traendo persino dei profitti gestiti dall’estero è un dato certo. Così come è altrettanto certo che nulla hanno fatto sinora anche la Magistratura e le forze dell’ ordine che si rimpallano le responsabilità sulla totale assenza di regole certe sul web che alimenta l’anarchia sotto gli occhi di tutti.

Il ministro dell’Interno Marco Minniti aveva preannunciato un’iniziativa per contrastare la diffusione delle bufale, e ieri presso la sala operativa del CNAIPIC della Polizia Postale ha svelato l’iniziativa alla presenza del capo della Polizia, il prefetto  Franco Gabrielli,  Il servizio presentato permette agli utenti di segnalare sul sito della Polizia di Stato la presenza in rete di una eventuale “fake news” circolante online, indicandone l’indirizzo del sito sui cui si trova e la piattaforma social su cui  viene “postato” cioè pubblicato. Per premere il pulsante “rosso” di segnalazione  bisogna lasciare la propria email che teoricamente consentirebbe l’identificazione del segnalante.

 

 

Ma chi è conoscenza di come funziona il web se la sta ridendo. Infatti sono molteplici gli strumenti gratuito di navigazione per non essere tracciati, così come sono molteplici le possibilità di aprire delle mail false o persino in Paesi dove non vi è possibilità di rogatoria ed utilizzarle senza essere identificati . Quindi tutto ciò sembra solo tempo sprecato. Ieri abbiamo documentato e contestato  in conferenza stampa come la Polizia Postale incaricata da una Procura della repubblica di attuare un provvedimento di sequestro di un account diffamatorio su Facebook, da 4 mesi, ed abbiamo detto 4 mesi, ancora oggi non è stata capace di oscurare questa pagina che non contiene solo fake news, ma diffamazioni ed attività di stalking. Risultato ? Al termine della conferenza stampa la dr.ssa Ciardi a capo della Polizia Postale è fuggita al seguito del Ministro e del Capo della Polizia, mentre i suoi collaboratori ritenevano la nostra una provocazione !

 

Ma vediamo come funziona questo nuovo servizio della Polizia Postale.  La segnalazione di “fake news” arriva a un team di poliziotti del Cnaipic, il Centro nazionale anti crimine informatico, che la sottopone a delle verifiche utilizzando tecniche e software per la raccolta di informazioni su fonti aperte,  in poche parole, ricercano nel web per verificare se sull’argomento vi sono state delle smentite ufficiali, o viceversa se il la notizia viene contestata come non veritiera da fonti autorevoli o con dati inoppugnabili.
Nel verdetto finale della Polizia Postale può influire anche scoprire che il soggetto diffusore della notizia non è verificato. Tutto inutile, in quanto nel frattempo la notizia si è diffusa nei social network, nei gruppi, e quindi il danno è fatto. Chi andrebbe mai a leggersi la pagina Facebook o il sito della Polizia di Stato ?  E’ sin troppo evidente che chi ha “pensato” questo sistema sia letteralmente a digiuno di informazione e sul funzionamento ed utilizzo di massa dei social network.

 

 

Secondo la Polizia Postale delle Comunicazioni, i cui uomini non ci risultano essere degli esperti di informazione, cioè giornalismo, verrà dato risalto alla smentita sul sito del “ Commissariato online” e sui canali della Polizia sui vari socialnetwork e la notizia falsa che non esiste diventerà ufficialmente “fake news” . Resta da chiedersi: ma chi li andrà mai a visitare ? Questo specie di “pronto soccorso della verità”, che dovrebbe funzionare 24 ore su 24, non sarà mai a riposo. Ognuno avrà la sua bugia o presunta tale da denunciare. E quindi vivremo tutti ancora di più nell’imbroglio quotidiano della politica italiana e delle istituzioni al loro servizio.

Come non dare ragione al collega Federico Ferrazza direttore della testa informatica Wired (gruppo Condè Nast) quando sostiene checi sono le fake news “non apparentemente anonime”, cioè quelle notizie diffuse da politici e giornali che in periodo di campagna elettorale (ma anche fuori) alimentano la disinformazione, creando le fake news più pericolose e dannose per l’opinione e il dibattito pubblici. Che facciamo con quelle? Le segnaliamo alla Polizia Postale? Ci sarebbe da ridere se non facesse piangere. Ora che il servizio è stato lanciato, speriamo che non siano molte le persone a presentare una segnalazione. Sarebbe veramente uno spreco se delle risorse pubbliche fossero impegnate in un’attività tanto inutile quanto potenzialmente dannosa e delatoria. Le fake news non si combattono così, ma con un’operazione culturale che coinvolge in prima persona i giornali (o chi fa informazione) e i cittadini. I primi nella costante ricerca di essere onesti. I secondi nella capacità di saper distinguere cosa è falso da ciò che non lo è. Sia esso presente su Facebook o su una testata registrata

 

 

Il problema infatti, non è certamente risolto con questo sistema attivato dalla Polizia Postale che secondo il nostro parere è semplicemente inutile, anche se la si vuole considerare una iniziativa  buona volontà , che però viene applicata però in maniera assolutamente inutile, confusa ed errata, per contrastare l’informazione pilotata e deviata.  Secondo il ministro Minniti la “terzietà” della Polizia Postale dovrebbe servire da garanzia ed  “è  uno strumento trasparente e legittimo di servizio pubblico per tutelare il cittadino. Non c’è la minima intenzione di entrare nel dibattito politico “ ha aggiunto il ministro, replicando con chiaro riferimento all’  editoriale di Marco Travaglio di ieri apparso in prima pagina sul Fatto Quotidiano . “Non stiamo creando un Grande Fratello, non diremo mai che l’opinione di quel politico è giusta o no”, ha precisato il capo della Polizia Gabrielli.

 

 

L’esempio portato ieri durante la conferenza stampa guarda caso è stato quello della notizia apparsa sul socialnetwork su Facebook alcune settimane fa secondo la quale la presidente della Camera Boldrini e la sottosegretaria Boschi avrebbero partecipato ai funerali di Totò Riina. Una totale falsitò che però generò  comunque una marea di commenti indignati ( i creduloni incapaci di ragionare e fare delle ricerche abbondano in rete) , dimostrando quindi l’utilità di avere un servizio come quello pensato (a proposito chi ha generato questa follia mediatica ?)  che la definisca ufficialmente “fake news“.

L’ex vicepresidente Usa Joe Biden

Un secondo esempio, guarda caso sempre politico è  stata la dichiarazione attribuita all’ex vicepresidente americano Joe Biden che avrebbe detto “la Lega e il Movimento 5 Stelle sono aiutati dalla Russia ” che è stata smentita dai direttori dei servizi di intelligence Alberto Manenti dell’ AisiMario Parente dell’ Aise) davanti al Copasir il comitato di controllo parlamentare sulle attività dei servizi segreti. Ma nessuno si è chiesto o tantomeno ha mai spiegato come mai invece il Governo USA non è intervenuto sulla società che gestisce Facebook che è in America e tantomeno sull’imbarazzante circostanza che dall’ Ambasciata USA a Roma non è arrivata alcuna smentita alle reali dichiarazioni dell’ ex-vice presidente americano  ?

Tecnicamente non era una fake news, in quanto la dichiarazione c’è stata e quindi era vera e l’autore è più che autorevole, ma se segnalata potrebbe finire lo stesso al vaglio degli agenti. ” Se lo riterrà opportuno la  PoliziaPostale potrebbe pubblicare la smentita del Parlamento ” – ha aggiunto il ministro  Minniti –  ” Vi dovete aspettare il fact checking“.

 

Caro Ministro Minniti se dovessimo iniziare ad applicare il fact-checking alle dichiarazioni false o illusorie della politica ed in alcuni casi anche delle forze dell’ordine che spesso in prima battuta cercano sempre di coprire le responsabilità dei propri uomini che sbagliano, altro che bottone rosso… !

Sulla nostra pagina ufficiale Facebook (guarda QUI)

potrete vedere il video della conferenza stampa del Ministro Minniti




La cerimonia di avvicendamento nella carica di Comandante Generale dell’ Arma dei Carabinieri

il premier Gentiloni ed il ministro Pinotti

ROMA – Questa mattina alla presenza del Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, del Ministro della Difesa Roberta Pinotti, del Ministro dell’Interno Marco Minniti  e del Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Claudio Graziano, ha avuto luogo la cerimonia di avvicendamento nella carica di Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri fra i Generali Tullio Del Sette, cedente, e Giovanni Nistri, subentrante, presso la caserma “De Tommaso” sede della Legione Allievi Carabinieri in Roma.

In tribuna d’onore, fra le molte autorità politiche, religiose, amministrative e militari, erano presenti anche il Consigliere per gli Affari del Consiglio Suprema di difesa del Presidente della Repubblica Generale Rolando Mosca Moschini, il Capo della Polizia  di Stato, Prefetto Franco Gabrielli, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano Generale di C.A. Danilo Errico, il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Ammiraglio di Squadra Valter Girardelli, il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Generale di Squadra Aerea Enzo Vecciarelli, il Vice Segretario Generale della Difesa / Direzione Nazionale degli Armamenti Generale di C.A. Nicolò Falsaperna, ​il Comandante Generale della Guardia di Finanza Generale di C.A. Giorgio Toschi, il Direttore del DIS Prefetto Alessandro Pansa, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Dott. Santi Consolo, il Direttore dell’Aisi Prefetto Mario Parente, l’Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia Sua Ecc.za Mons. Santo Marcianò, il Presidente del Gruppo Medaglie d’Oro al V.M. Generale di B. Umberto Rocca, il Presidente dell’Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo Generale di C.A. Libero Lo Sardo, il Presidente dell’O.N.A.O.M.A.C. Generale di C.A. Cesare Vitale ed esponenti di tutti gli organismi di rappresentanza dell’Arma.

il Generale Tullio Del Sette

Le prime parole del discorso di commiato del generale Del Sette sono state di  profondo ringraziamento per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarellala vicinanza che gli ha sempre dimostrato , oltre alle soddisfazioni che gli ha regalato la sua carriera chiusa con tre anni al vertice del Comando Generale dell’Arma. Il generale  Del Sette nel suo commosso intervento ha parlato di “pochissime amarezze, qualcuna molto difficile da assorbire” e  di “un ultimo anno a volte un po’ amaro”,  rivendicando anche di aver comandato i Carabinieri durante il mandato di due Governi e di due Presidenti della Repubblica, sottintendendo un ampio consenso sul suo nome. L’etica dei carabinieri, ha aggiunto Del Sette, deve farsi distinguere dai “comportamenti sbagliati e da quelli indegni”, con un chiaro riferimento alle inchieste sul caso CONSIP che coinvolgono militari dell’Arma.

Il Comandante Generale  dell’ Arma, Generale Giovanni Nistri

Dal nuovo Comandante Generale Nistri nel corso del suo intervento ricco di spunti, è arrivato un attestato di stima e una difesa dell’operato del suo predecessore. Il generale Tullio Del Sette è “uno straordinario esempio” e “voglio dirgli che ho la certezza che il tempo è galantuomo, sempre”  e che le ragioni di Del Sette, con il suo “straordinario esempio”, verranno  riconosciute. Il Generale Nistri ha quindi evidenziato l’importanza della “consapevolezza  come elemento centrale che  deve ispirare l’azione di un carabiniere”, indossare la divisa “impone obblighi ulteriori”.

allievi della  Scuola Militare “Nunziatella”

Come è noto il Generale Nistri ha cominciato la sua carriera formandosi nel Collegio Militare “Nunziatella“, la scuola militare di Napoli, sostanza di un modo di essere e, quindi, dei valori . Se da un lato il saluto alla Bandiera di guerra dei Carabinieri come chiusura del discorso è un rito,  l’omaggio da egli reso alla Bandiera della Nunziatella all’indomani della sua nomina, come svelato dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti.è un chiaro segnale di rispetto ed amore per le istituzioni.

Anche il premier Paolo Gentiloni ha elogiato il lavoro di Del Sette   esaltando la sua  “dedizione totale e spirito di servizio”  e quella dell’ Arma dei Carabinieri, “sono sempre stati in termini di sicurezza i vicini di casa degli italiani e di questa sicurezza vicina abbiamo più che mai bisogno: è vero, se guardiamo le statistiche che sono diminuiti i reati grazie all’impegno delle varie istituzioni dello stato, ma nonostante questo sappiamo che la domanda di sicurezza non diminuisce. E il governo deve rispondere a questo, il paese chiede maggiore sicurezza” ha detto Gentiloni parlando ai vari corpi dell” Arma  schierati nel piazzale della caserma Orlando de Tommaso a Roma. “Sono diminuiti i reati grazie all’impegno straordinario delle forze dell’ordine“. ha aggiunto il premier, “Diminuiscono i reati si moltiplicano i risultati del vostro lavoro e contemporaneamente il Paese chiede maggiore sicurezza. Tutto ciò richiede più che mai questa idea fondamentale di una sicurezza più vicina, di essere tutelati in modo continuo ed in prossimità delle nostre case e dei nostri ambienti di lavoro“.

Abbiamo bisogno della vostra professionalità, il Governo è consapevole e fiero del lavoro dell’Arma dei Carabinieri ha aggiunto il premier dichiarandosi poi “orgoglioso che il mio Governo abbia attuato il riordino del comparto: ora il mandato è di tre anni, questa è l’occasione per ringraziare il generale Del Sette e fare gli auguri al generale Nistri“.

 

l’ intervento del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni

 

 

 “Onore, passione e impegno” sono stati tributati al generale Del Sette dal capo di Stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, il quale ha voluto ricordare  il suo “completo sostegno” nei momenti di amarezza svelando la particolarità dei messaggi ricevuti frequentemente tra la mezzanotte e le 3 del mattino, anche di domenica che confermano l’impegno profuso da Del Sette nel corso del suo comando.

 

 

Gli interventi integrali del premier Paolo Gentiloni, del Ministro della Difesa Roberta Pinotti, del comandante generale Giovanni Nistri e del capo di Stato Maggiore sono anche disponibili integralmente sulla nostra pagina Facebook, dalla quale questa mattina abbiamo effettuato una “diretta”  dalla caserma “De Tommaso” sede della Legione Allievi Carabinieri a Roma.

 




Caso Regeni, quelle domande sul ruolo dei “Servizi”

di Armando Spataro
CARO direttore, la notizia diffusa a Ferragosto dal New York Times secondo cui le autorità americane avrebbero trasmesso nei primi mesi del 2016 al governo Renzi — attraverso l’Aise, afferma Repubblica — un dossier con “ notizie esplosive” e “ prove inconfutabili” sul coinvolgimento di istituzioni egiziane nel sequestro, tortura e omicidio di Giulio Regeni, nonché sulla consapevolezza che ne avrebbe avuto la “ leadership dell’Egitto”, ha determinato polemiche e commenti di opposti contenuti: c’è chi dice che queste informazioni non sono mai state comunicate a chi indaga e chi afferma che comunque esse erano inutili e scontate. È preannunciata per il 4 settembre una fase di chiarimento politico, mentre il Copasir intende convocare il premier Gentiloni e forse il suo predecessore.

nella foto il procuratore capo Armando Spataro

Premesso che chi scrive non ha alcuna conoscenza del contenuto processuale delle indagini in corso e del fondamento delle notizie diffuse dal Nyt, va comunque osservato che nel dibattito di questi giorni è mancato ogni riferimento ad una domanda pregiudiziale: cosa prevede la legge in casi come questi? Va subito detto che secondo la legge n. 124/ 2007 ( che disciplina l’attività dei Servizi), l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna ( Aise, ex Sismi) ha il compito di ricercare ed elaborare tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica dalle minacce provenienti dall’estero, mentre l’Agenzia informazioni e sicurezza interna ( Aisi, ex Sisde) ha lo stesso compito sul fronte interno contro ogni minaccia, attività eversiva ed ogni forma di aggressione criminale o terroristica.
Entrambe rispondono al presidente del Consiglio e informano, tempestivamente, i ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Interno per le materie di rispettiva competenza. I rapporti tra il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e l’autorità giudiziaria sono peraltro disciplinati in ossequio ai principi di leale e reciproca collaborazione e del bilanciamento tra l’interesse di giustizia e quello di tutela della sicurezza dello Stato. A tal fine è importante ricordare che l’articolo 23 della legge citata prevede l’obbligo dei direttori delle agenzie di riferire alla polizia giudiziaria ( a sua volta obbligata dal codice di procedura a fare altrettanto, “ senza ritardo”, nei confronti del pubblico ministero competente) ogni notizia di reato di cui vengano a conoscenza a seguito delle attività svolte dal personale dipendente. E l’adempimento di tale obbligo può essere solo ritardato ( non omesso), ma su autorizzazione del presidente del Consiglio.
Dunque, ai Servizi spettano fondamentali compiti di prevenzione, ma non attività di indagine giudiziaria in senso stretto, riservate esclusivamente alla polizia giudiziaria ed alla magistratura. Si tratta di previsioni che costituiscono una scelta virtuosa del sistema italiano, anche in chiave di sinergia istituzionale e di efficace contrasto del terrorismo.
Tornando al caso Regeni, ecco allora, alla luce della normativa vigente, le domande da porre all’Aise ( ove sia confermato che tale agenzia abbia ricevuto il predetto dossier) ed al Governo:
1) l’Aise ha trasmesso alla polizia giudiziaria le notizie ricevute dalle autorità statunitensi?
2) se lo ha fatto, la Polizia le ha inviate, dopo eventuali approfondimenti, alla Procura di Roma?
Se le risposte sono affermative, il problema non esiste e tocca solo ai pubblici ministeri romani valutare in assoluta autonomia e — se del caso — utilizzare le informazioni ricevute. Ma se l’Aise non ha inviato alla Polizia quelle specifiche informazioni, si pongono altre domande:
3) è intervenuto un provvedimento del Presidente del Consiglio che ha autorizzato tale ritardo?
4) se sì, quale ne è stata la motivazione, posto che la legge prevede che l’inoltro sia ritardato solo “ quando ciò sia strettamente necessario al perseguimento delle finalità istituzionali del Sistema di informazione per la sicurezza” ( il che non sembra pertinente al caso Regeni)?
Se non è intervenuto alcun atto di questo tipo, le ragioni del mancato doveroso inoltro delle informazioni a chi stava indagando sono da chiarire sotto ogni profilo, con il contributo del presidente del Consiglio, quale responsabile del Sistema dell’intelligence. Né può bastare una risposta del tipo “ma noi già sapevamo del coinvolgimento dei servizi egiziani” nella tragica vicenda. O del tipo: “ il reato era già noto”. La notizia di reato di cui è per i Servizi obbligatorio l’invio alla Polizia, infatti, può riguardare anche un reato di cui sia già nota la consumazione, mentre ogni valutazione circa il suo effettivo rilievo rispetto alle indagini (anche sotto il profilo del rafforzamento di ipotesi già sotto esame) e la sua eventuale utilizzazione in forma legale spetta esclusivamente alla Procura ed ai presidi di polizia giudiziaria che indagano.
Un’ultima osservazione: fortunatamente, in questa storia, non c’entra il Segreto di Stato che, a quanto è dato di sapere, non risulta apposto-opposto: anzi è proprio la pertinenza della notizia a fatti notori che viene addotta come giustificazione della sua presunta irrilevanza investigativa.



Il vicecomandante dei Carabinieri del Noe accusato di depistaggio sull’inchiesta Consip

ROMA – Ancora una volta il Noe nel mirino della Procura di Roma  che accusa  il colonnello Alessandro Sessa, vice comandante del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, indagandolo con la pesante accusa di “depistaggio“, per aver di fatto dichiarato circostanze inesatte quando  venne sentito dai magistrati romani lo scorso maggio in veste di “persona informata sui fatti” , reato che prevede una pena massima di 8 anni di carcere.

Il colonnello Alessandro Sessa è stato interrogato questo pomeriggio, accompagnato dal suo difensore Avv. Luca Petrucci , dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi . All’atto istruttorio è presente anche il procuratore capo Giuseppe Pignatone. Precedentemente è stato  ascoltato Gianpaolo Scafarto il capitano dei Carabinieri del Noe che ha condotto le indagini del caso Consip  , al quale vengono contestati due falsi contenuti nell’informativa conclusiva e numerosi altri errori e omissioni. Prima di lui i magistrati hanno sentito ancora una volta Scafarto sulla famosa informativa che secondo i pm presenta dei punti ancora poco chiari.

Il vice comandante del NOE, era già stato sentito come “persona informata sui fatti” per la vicenda che riguarda il capitano Giampaolo Scafarto, accusato di “falso” per una serie di omissioni in una delle informative a sua firma depositate in procura. I falsi contestati dei pm romani sono due . Il primo “falso” attribuito, è relativo  ad aver attribuito una frase  all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo arrestato per corruzione lo scorso 1 marzo,  su un incontro avvenuto con Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo,  accusato di “traffico di influenze”. Soltanto che  quella frase, come era  correttamente riportato nei brogliacci dello sbobinamento delle intercettazioni agli atti, in realtà era stata pronunciata dall’ex onorevole Italo Bocchino, consulente del Romeo, riferendosi all’ex presidente del Consiglio e non a suo padre. Il secondo “falso”, è invece, quello relativo ad un presunto (inesistente) interessamento dei servizi segreti all’indagine, nonostante che il presunto “007” di cui il capitano Scafarto parlava nell’informativa, fosse stato identificato, ed altro non era che un semplice residente della zona.

Il capitano Scafarto dopo essersi avvalso legittimamente della facoltà di non rispondere nel corso del primo atto istruttorio, nello successivo ha scaricato ogni responsabilità sul pm John Henry Woodcock della Procura di Napoli sostenendo che “la necessità di dedicare una parte della informativa al coinvolgimento di personaggi legati ai servizi segreti, fu a me rappresentata come utile direttamente dal dottor Woodcock”, riportando nell’atto istruttorio le parole precise del pm napoletano: “al posto vostro farei un capitolo autonomo su tali vicende“.

Scafarto viene accusato di “falso materiale” e “fal­so ideologico” perché “nella qualità di pubblico ufficiale – si legge negli atti – redigeva un’inform­ativa nella quale, al fine di accreditare la tesi del coinvo­lgimento di personag­gi asseritamente app­artenenti ai servizi segreti ometteva sc­ientemente informazi­oni ottenute a segui­to di indagini esper­ite”.

“Ho cercato di darmi spiegazioni e posso pensare di avere avuto solo una prima versione del file, relativa al sunto e di avere utilizzato questa per la redazione dell’informativa. Era un periodo di forte lavoro – aveva confidato Scafarto –  legata alla necessità di chiudere l’atto prima della prima decade di gennaio quando era in programma un incontro tra la procura di Roma e Napoli”.  Quello che maggiormente sconcerta, è che ci sia però una falsa attribuzione anche dell’affermazione “il generale Parente (ex-comandante del ROS dei Carabinieri  n.d.r. ) è stato nominato all’Aisi da Tiziano Renzi, mentre la frase pronunciata in realtà era: “che l’ha nominato Renzi“, chiaramente riferito a Matteo che all’epoca dei fatti era il presidente del Consiglio.

E non è finita. Infatti il colloquio tra Alfredo Romeo e un suo collaboratore , nell’informativa del capitano Scafarto, diventa un vertice con il colonnello Petrella in servizio all’Aisi, sul tema delle intercettazioni ambientali, che all’epoca de fatti non erano neanche iniziate) solo perché il collaboratore ha un cognome molto simile a quello dell’ufficiale dei servizi segreti.

La vicenda che riguarda il pm napoletano  è arrivato davanti al plenum del Csm per iniziativa del pg della Cassazione Pasquale Ciccolo, titolare insieme al Ministro di Giustizia dell’azione disciplinare verso i magistrati, che ha contestato al pm Woodcock una sua intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica in difesa del capitano del Noe , e il quale è a sua volta fatto oggetto di critiche per una sua presunta amicizia con Matteo Renzi, figlio di Tiziano, l’indagato che avrebbe subito danni dagli errori dell’inchiesta Consip.

I pm hanno chiesto chiarimenti  al  colonnello Alessandro Sessa anche sul filone investigativo relativo alla fuga di notizie, nel quale sono indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento il ministro dello sport Luca Lotti, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. Tullio Del Sette e quello della Regione Toscana Gen. Emanuele Saltalamacchia. Secondo i magistrati romani il colonnello avrebbe mentito anche sulle date, come dimostrano le conversazioni Whatsapp ritrovate sul cellulare del capitano Scafarto , con le quali avrebbe informato in estate il comandante del Noe,  Generale Sergio Pascali,  mentre a verbale aveva dichiarato di averlo fatto dopo il 6 novembre, cioè pochi giorni prima della prima fuga di notizie sull’inchiesta Consip.

L’ex premier Matteo Renzi ha così commentato la vicenda sui socialnetwork : “Lo so, lo so. Oggi bisognerebbe dare sfogo alla rabbia. All’improvviso scopri che nella vicenda Consip c’è un’indagine per depistaggio, reato particolarmente odioso, e ti verrebbe voglia di dire: ah, e adesso? nessuno ha da dire nulla?  Tutti zitti adesso? I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! I commentatori che ti accusavano di voler fare tutto da solo oggi ti accusano di fare gli inciuci. Non commentano ciò che tu dici ma ciò che loro vogliono che tu dica. Verrebbe voglia di arrabbiarsi. Poi succede che un amico ti offre una birra su una terrazza fiorentina. E ti si schiude la meraviglia. Ti si allarga il cuore. La bellezza prende il sopravvento. E la rabbia la lasciamo a chi se la può permettere. C’è una frase di Alda Merini che dice: bastava la letizia di un fiore per ricondurci alla ragione. Basta la bellezza della città del fiore per abbandonare ogni sentimento di rabbia. La giustizia farà il suo corso, la legge elettorale passerà se ci saranno i numeri, i commentatori polemici riconosceranno la serietà del nostro comportamento. Basta sapere aspettare e noi non abbiamo fretta. Teniamoci la bellezza, lasciamo loro la rabbia e la polemica. Buon pomeriggio, amici!“.

 




La guerra per i vertici della Finanza: telefonate, sms e riunioni segrete . Per la Boschi: “Grave la pubblicazione, interessano solo ad amanti fantasy”

Quello che è grave è che intercettazioni che non hanno alcuna rilevanza penale, anziché essere stralciate, siano finite a un giornale e siano state pubblicate. Sono in atto delle verifiche per accertare eventuali responsabilità e il procuratore generale presso la Corte di Cassazione ha aperto un fascicolo. Purtroppo, non è la prima volta che succede, speriamo che sia l’ultima.”. Così il ministro per i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, risponde a un’interrogazione del deputato M5S, Daniele Pesco, durante il question time della Camera. La domanda del parlamentare pentastellato verte sulla conversazione tra il premier Matteo Renzi e il generale della Gdf Adinolfi, intercettata nell’ambito dell’inchiesta su Cpl Concordia e pubblicata su Il Fatto Quotidiano. “Il governo – risponde la Boschinon ha intenzione di rispondere su supposizioni, ipotesi, forse addirittura illazioni. Il resto è legittimo e probabilmente appassionante per gli interessati al genere fantasy”. Poi spiega: “Sul pranzo citato, il governo non ha nulla da riferire, perché non sono coinvolti esponenti del governo. Per quanto riguarda le intercettazioni sulla telefonata tra Adinolfi e Renzi, durata una manciata di secondi, non si fa riferimento mai né a possibili sostituzioni o promozioni nella Guardia di Finanza, né tanto meno a possibili ricatti esistenti nei confronti di Giorgio Napolitano. Del resto, basta conoscere anche superficialmente il Presidente emerito per sapere che qualsiasi congettura di ricatto è quanto meno fantasiosa e inverosimile. E aggiunge: “Per quanto riguarda l’ipotesi oggetto della telefonata che l’allora presidente del Consiglio Letta sostituisse e cambiasse uno o due dei suoi ministri, non è nulla di più e nulla di meno di quello che si poteva leggere in quei giorni su tutti i giornali o di cui discutevano tutti i talk show televisivi. Non c’è nessuna ipotesi invece nella telefonata di un cambio del presidente del Consiglio. Quindi, nulla di segreto, nulla di nascosto, nulla di nuovo, soprattutto”. Non ci sta la deputata del M5S, Francesca Businarolo, che contesta punto per punto la risposta del ministro e commenta:Il quadro che ci si presenta, ancora di più alla luce delle sue non risposte, è veramente desolante”

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di Fiorenza Sarzanini

Non è che sto lì a fare il comandante in seconda. Io mi vado a incatenare davanti a via XX Settembre“: così parlava il 28 gennaio 2014 il generale Michele Adinolfi. E invece un anno e mezzo dopo, esattamente lunedì 6 luglio, è diventato comandante in seconda, vice di Saverio Capolupo. Cioè l’uomo che aveva cercato in ogni modo di ostacolare rivolgendosi a politici e ministri – come lui stesso racconta – per impedire che rimanesse al vertice della Guardia di Finanza. È l’effetto paradossale di una legge che impone la nomina automatica del generale più anziano. E tanto basta per comprendere quale sia il clima che si respira in queste ore all’interno delle Fiamme gialle. Quanto alto sia il livello di tensione che segna le decisioni di un comandante consapevole di potersi ormai fidare di pochissime persone. Alla scadenza del suo mandato mancano nove mesi, ma quel che potrà accadere sino ad allora nessuno è in grado di prevederlo. Perché i giochi si sono riaperti, le rivalità interne appaiono ora più che mai evidenti e il rischio forte è quello di una lacerazione dei rapporti tra i vertici che può avere effetti negativi sull’intero Corpo. Svariate nomine sono state decise nelle ultime settimane, ma per comprendere davvero che cosa stia accadendo bisogna tornare a tre mesi fa, e sviluppare la trama emersa in un’inchiesta penale che coinvolgeva Adinolfi soltanto marginalmente e invece l’ha fatto tornare, suo malgrado, protagonista.

La visita al Pd

È il 3 aprile quando i giornali pubblicano stralci dell’informativa dei Carabinieri del Noe depositata dai magistrati di Napoli dopo gli arresti dei responsabili della Cpl Concordia. Nel documento si evidenzia “la reazione del generale Michele Adinolfi rispetto alla proposta di proroga del generale Saverio Capolupo come comandante della Finanza, manifestando il proposito di non rassegnarsi così facilmente”. Ma anche “il fatto che, alla vigilia della proposta di nomina in Consiglio dei ministri del comandante generale della Finanza, Adinolfi si sia recato nella sede di un partito politico (il Pd, ndr) entrando, peraltro, volutamente dalla porta laterale e secondaria”. Si fa cenno a “conversazioni del generale con Matteo Renzi e con Luca Lotti” – compreso l’invio di numerosi sms – ma i colloqui sono coperti da omissis e dunque non se ne conosce il dettaglio. Ufficialmente Capolupo non ha alcuna reazione, Adinolfi invece smentisce pubblicamente di aver ordito qualsiasi manovra. Non basta. I rapporti già tesi tra i due diventano gelidi, ai vertici di via XX Settembre appare chiaro quel che fino ad allora si era soltanto sospettato. La «manovra» che qualcuno aveva ipotizzato per evitare che Capolupo ottenesse una proroga del suo mandato adesso si mostra nella sua evidenza, anche se mancano dettagli e non si sa con precisione chi abbia aiutato Adinolfi a tessere la tela dei rapporti politici. C’è soddisfazione per il fatto che Renzi non abbia comunque ceduto alle “pressioni“, rimane il problema per il comandante di individuare di chi potersi davvero fidare.

Il capo di stato maggiore

La tensione si riverbera anche in altri settori. Capolupo conta su alcuni fedelissimi, ma appare indebolito. Ci sono numerosi dossier aperti, la squadra che lo affianca talvolta non sembra assecondare pienamente le sue direttive. Il generale capisce che forse è arrivato il momento di effettuare alcuni avvicendamenti. Il capo di stato maggiore Fabrizio Cuneo viene destinato al comando aeronavale centrale – dove intanto era andato Adinolfi – e lascia il posto a Giancarlo Pezzuto che con Capolupo ha già collaborato a Milano ai tempi di “Mani Pulite“. La nomina a vicecapo dell’Aisi, una delle due agenzie dei servizi segreti, di Vincenzo Delle Femmine consente invece di far tornare a Roma in un ruolo strategico come la guida dei Reparti speciali, Luciano Carta, generale apprezzato e stimato da tutti. Altri incarichi ritenuti importanti per la tenuta e la stabilità della Guardia di finanza – ad esempio il Comando Regionale del Lazio affidato a Bruno Buratti – sono stati già decisi. Ma la partita non è chiusa, come del resto dimostra quanto emerso proprio dalle carte processuali di Napoli.

La scorsa settimana, quando il Fatto Quotidiano pubblica l’intercettazione di Adinolfi che parla con Renzi del governo guidato all’epoca da Enrico Letta e quelle in cui si raccomanda agli uomini del suo entourage per diventare comandante generale, si svela che cosa è accaduto un anno fa. E si conferma la solidità di rapporti e amicizie consolidati nel corso degli anni sul quale il generale continua a contare. Le nuove carte depositate a Napoli, questa volta senza omissis delineano i contorni della trama e i suoi protagonisti.

«Ci vediamo all’ispettorato»

Ci sono dettagli che spiegano più di mille parole. E sono in molti tra gli ufficiali di vertice ad aver notato quanto si sia impegnato per Adinolfi, il generale ora in pensione Vito Bardi, finito due volte sotto inchiesta a Napoli e poi uscito indenne dalle accuse. Ma anche la familiarità con il generale Giorgio Toschi, il comandante dell’ispettorato istituti di istruzione, fratello di Andrea Toschi, l’ex presidente della Banca Arner arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla holding di partecipazione finanziaria Sopaf. Il 17 gennaio, proprio nei giorni di massima agitazione per l’imminente proroga di Capolupo, i Carabinieri intercettano una telefonata e annotano: “Bardi chiama Adinolfi e gli dice: “Mi diceva coso che alle 6 sei lì all’ispettorato… poi alle 8 andiamo a prendere le signore”. Dicono che andranno alla Taverna Flavia “tanto per stare un po’ insieme”. Adinolfi dice che sarà “all’ispettorato alle 5.30”.

Gli investigatori accertano che la riunione all’ispettorato avviene proprio nell’ufficio di Toschi e la sera i tre vanno a cena con le mogli. Nel ristorante viene piazzata una microspia, l’argomento affrontato è sempre lo stesso: la rimozione di Capolupo. Del resto appena qualche giorno prima Adinolfi lo aveva detto chiaramente anche a Dario Nardella, uno degli uomini più vicini a Renzi e all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Economia Vincenzo Fortunato. E se l’era presa con l’allora ministro Fabrizio Saccomanni: “Io non ci vado più, voglio che il ministro lo ascolti, mi sono fatto sentire da ben altri ministri e lui lo sa”. Ancor più esplicito era stato in un sms inviato a Luca Lotti: “Siamo tutti senza parole, un ministro che non si sa se resta, che sei mesi prima porta in consiglio una nomina di questa portata”. Adinolfi e Capolupo ora convivono sullo stesso piano al comando generale. I loro uffici sono divisi da un lungo corridoio. La partita per la successione appare ancora tutta da giocare.

* articolo tratto dal Corriere della Sera

Questo l’articolo del Fatto Quotidiano che ha svelato le intercettazioni

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 di Vincenzo Iurillo e Marco Lillo

Le strategie per prendere il posto di Enrico Letta, spiegate dalla viva voce di Matteo Renzi in una telefonata dell’11 gennaio 2014, meno di un mese prima di suonare la campanellina dello sfratto al suo predecessore. Renzi, si scopre oggi, propose a Letta l’onore delle armi, uno specchietto per le allodole o una promessa che non si poteva mantenere e nemmeno rifiutare: il Quirinale nel 2017 in cambio di Palazzo Chigi. Ma Letta, che Renzi definisce “un incapace”, non accetta e così l’allora sindaco lo asfalta.

Nell’indagine di Napoli sulla Cpl Concordia c’è la vera trama della svolta politica. Il 10 gennaio 2014 Renzi va a Palazzo Chigicon Delrio. Qui avrebbe fatto la proposta all’allora premier, come racconta l’indomani. Ore 9.11, Renzi risponde al comandante interregionale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, allora indagato per una sospetta fuga di notizie che sarà archiviato su richiesta dello stesso pm Henry John Woodcock. Renzi parla sul suo cellulare, una “utenza intestata – annotano i Carabinieri del Noe – alla Fondazione Big Bang”. Quel giorno compie 39 anni.

Matteo Renzi : Signor generale!
Adinolfi – GdF : Mi dicono fonti solitamente ben informate che ti stai avviando anche tu verso una fase di rottamazione.
Matteo Renzi : È la disinformatia del partito…
Adinolfi – GdF :: Come stai amico mio? Tanti auguri, tanti auguri e complimenti. Matteo, spero di vederti in qualche occasione.
Matteo Renzi : Con molto, molto piacere. La settimana prossima sarà un po’ decisiva perché vediamo se riusciamo a chiudere l’accordo sul governo. E…
Adinolfi – GdF : Rimpastino?
Matteo Renzi : Sì, sì. Rimpastino sicuro. Rimpastone, no rimpastino! Il problema è capire anche… se mettere qualcuno dei nostri…
Adinolfi – GdF :: È lì il punto! O stare fuori, va bene?
Matteo Renzi :No, bisogna star dentro.
Adinolfi – GdF :: Oppure stare dentro.
Matteo Renzi : Stare dentro però rimpastone.
Adinolfi – GdF :: Significa arrivare al 2015.
Matteo Renzi : E sai, a questo punto, c’è prima l’Italia, non c’è niente da fare. Mettersi a discutere per buttare all’aria tutto, secondo me alla lunga sarebbe meglio per il Paese perché lui è proprio incapace, il nostro amico. Però…
Adinolfi – GdF : È niente, Matteo, non c’è niente, dai, siamo onesti.

In sostanza Renzi anticipa a un generale, non un suo consulente ma al limite un suo controllore, una strategia che nessuno ha mai svelato: la staffetta (il “rimpastone”) con un risarcimento, il Quirinale nel 2017, per l’inquilino sfrattato da Palazzo Chigi. Proposta rifutata. Due i problemi, spiega Renzi al generale: Letta jr ha 46 anni, dovrebbe aspettarne tre per il compimento dei 50, soglia minima per il Colle, e non si fida. Inoltre “il numero uno” alias Napolitano, giustamente, è contrario.

Matteo Renzi :Lui non è capace, non è cattivo, non è proprio capace. E quindi… però l’alternativa è governarlo da fuori…
Adinolfi – GdF : Secondo me il taglio del Presidente della Repubblica.
Matteo Renzi :Lui sarebbe perfetto, gliel’ho anche detto ieri.
Adinolfi – GdF: E allora?
Matteo Renzi : L’unico problema è che … bisogna aspettare agosto del 2016. Quell’altro non c’arriva, capito? Me l’ha già detto.
Adinolfi – GdF : Sì sì, certo certo.
Matteo Renzi : Quell’altro 2015 vuole andar via e … Michele mi sa che bisogna fare quelli che… che la prendono nel culo personalmente… poi vediamo magari mettiamo qualcuno di questi ragazzi dentro nella squadra… a sminestrare un po’ di roba.
Adinolfi – GdF : Sì sì, ho capito.
Matteo Renzi : Purtroppo si fa così.
Adinolfi – GdF : Non ci sono alternative, perché quello, il numero uno non molla e quindi che fai?

Renzi conferma che Napolitano è contrario e aggiunge:Berlusconi è favorevole. Il patto del Nazareno c’era già 8 giorni prima di essere siglato. L’incontro Renzi-Berlusconi è del 18 gennaio, ma fu annunciato il 16, cinque giorni dopo la telefonata.

Matteo Renzi : E poi il numero uno anche se mollasse… poi il numero uno ce l’ha a morte con Berlusconi per cui… e Berlusconi invece sarebbe più sensibile a fare un ragionamento diverso. Vediamo via, mi sembra complicata la vicenda.
Adinolfi – GdF : Matteo, intanto t’ho mandato una bellissima cravatta.
Matteo Renzi :Grazie.
Adinolfi – GdF : (…) Se vuoi il colore lo puoi cambiare, ci sono dei rossi e dei neri, va bene? (ride)
Matteo Renzi :No ma va bene, poi io amo il calcio minore per cui va bene.. un abbraccio forte.
Adinolfi – GdF : Che stronzo! Ciao, ciao. Buon compleanno, buona giornata.

Per comprendere l’ultimo passaggio bisogna sapere che Adinolfi è milanista e amico fraterno di Adriano Galliani da trenta anni. Inoltre è amico di Gianni Letta, come dimostrano altre conversazioni depositate nelle quali Letta senior lo sponsorizza mentre Letta jr lo fa fuori dalla corsa a comandante generale. Inoltre è considerato vicino a Berlusconi. Forse per questo Renzi gli parla del leader di Forza Italia quasi come se fosse un amico comune, a differenza di Napolitano. Se questo aiuta a capire perché Renzi, notoriamente viola, accetti una cravatta da un rossonero, non spiega perché il leader della sinistra italiana si faccia chiamare “stronzo” da un amico di Berlusconi, che vuole promuovere a capo della Finanza. Ma questa è un’altra storia.

* articolo tratto da Il Fatto Quotidiano