LE ACCUSE DEL PROCURATORE GRATTERI A LORENZO CESA, SVANISCONO NEL NULLA: DOPO IL MASSACRO MEDIATICO E’ ARRIVATA L’ASSOLUZIONE

LE ACCUSE DEL PROCURATORE GRATTERI A LORENZO CESA, SVANISCONO NEL NULLA: DOPO IL MASSACRO MEDIATICO E’ ARRIVATA L’ASSOLUZIONE

Nell’inchiesta della procura guidata da Gratteri il punto debole nelle carte è la presenza di intercettazioni tra queste persone solo nei giorni precedenti, ma non compare quella che avrebbe dovuto contenere la conversazione tra i cinque al famoso pranzo al ristorante “Tullio” . Il motivo è molto semplice, e viene spiegato dallo stesso procuratore Gratteri. Lorenzo Cesa era parlamentare europeo, quindi il trojan inserito nel cellulare di Brutto, venne spento. Quindi si ignora di cosa abbiano parlato i commensali.

di REDAZIONE POLITICA

Lo scorso 27 gennaio i giornali annunciavano una mega operazione disposta dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri che coinvolgeva Lorenzo Cesa segretario dell’Udc, il quale veniva addirittura indagato per associazione mafiosa, uno lo specchietto per le allodole per trasformare una modesta inchiesta locale calabrese in un’ eclatante fatto di politica nazionale.

Il procuratore Gratteri proprio in quel periodo si lamentava perché la stampa locale non gli bastava per le sue inchieste, sempre “strillate” nelle conferenze stampa, non riuscivano mai a finire sulle prime pagine dei quotidiani nazionali nonostante la sua attività giudiziaria veniva sempre contornata da toni ecletanti.

Per capire di cosa si tratta basta confrontare quel trafiletto di appena tredici righe comparso a pagina 19 del Corriere della Sera di domenica scorsa che dava la notizia dell’archiviazione di Lorenzo Cesa dall’accusa di essere un mafioso, con quanto e come aveva pubblicato lo stesso quotidiano il 22 gennaio, c’è solo da vergognarsi di queste cronache giudiziarie.

L’apertura della prima pagina veniva sostenuta da servizi di cronaca, commenti e una bella intervista al procuratore Gratteri. che lo stesso giorno aveva parlato anche con il quotidiano LRepubblica: “È quello che avevamo visto arrivare vent’anni fa: la ‘ndrangheta che si traveste da imprenditore. E bussa alla politica. E la politica, per lo meno una parte importante di essa, risponde. Aprendo la porta“. Parole inequivocabili e pesanti, da cui non si può che dedurre che il principale titolare dell’inchiesta calabrese credeva veramente nella responsabilità penale di Lorenzo Cesa  per la sua sostenuta partecipazione a una cosca mafiosa, anche perchè solo ipotizzare il contrario sarebbe gravissimo. Altrimenti, chi sarebbe stato il “politico” che “aveva aperto la porta” alla ‘ndrangheta?

Persino per un magistrato come il procuratore Gratteri, che in continuamente si vanta di essere diverso dai suoi colleghi, sostenendo che lui non si occupa di politica e non appartiene a nessuna corrente del sindacato delle toghe, quell’occasione sembrava scelta con la massima cura. Ma cosa accadeva nello scorso gennaio? Andiamo a ricordalo al lettore: il governo Conte-due era caduto per opera di Italia Viva e l’ex presidente del Consiglio foggiano con tutti i suoi amici giallorossi era disperatamente alla ricerca di voti parlamentari “responsabili” pur di restare a Palazzo Chigi con un governo Conte-tre. E quindi il voto dei quattro senatori dell’Udc facevano gola. I telefoni di Cesa squillavano senza fine, fino allo squillo con l’informazione di garanzia che indicava il possibile capo dei “responsabili” come un mafioso. Immediatamente erano partiti lancia in testa Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista a dichiarare che loro “con la ‘ndrangheta non volevano aver nulla a che fare”. Lo stesso Cesa del resto si era affrettato a dimettersi dal suo ruolo di segretario dell’Udc.

il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri

Ma cosa aveva sostenuto Nicola Gratteri? Le sue parole affermazioni erano state a dir poco imbarazzanti. Prima aveva dichiarato di aver appreso nella notte che Cesa non poteva aiutare Conte in quanto era all’opposizione. Dopodichè che lui aveva solo deciso di non fare il “blitz” durante le elezioni regionali della Calabria, la cui data però veniva continuamente spostata in avanti. Però la storia dei nostri giorni ci racconta qualcosa di diverso, di particolare. Inducendoci a porci qualche domanda. Come mai un politico di esperienza come Lorenzo Cesa proprio alla vigilia dell’archiviazione della sua posizione processuale, ha confidato nei giorni scorsi a Bruno Vespa, il quale l’ha pubblicato nel suo libro “Come Mussolini rovinò l’Italia e come Draghi la sta risanando” di un incontro avuto con uno 007 nei giorni dell’incriminazione? E che questo agente segreto avesse detto a Cesa che l’indagine sarebbe finita in nulla ma che lui avrebbe dovuto comportarsi “con saggezza”? A questo punto questa storia non può finire così perchè stiamo parlando dell’innocenza conclamata di Lorenzo Cesa, e non dell’innocenza degli inquirenti o dei servizi segreti. Perché fin dall’inizio molte cose non sono chiare . Una domanda è ovvia: ammesso che quanto scritto da Bruno Vespa sia vero, chi si è mosso per far recapitare a Cesa l’avvertimento sulle future mosse politiche da fare? E per conto di chi ?

Che dietro le quinte del blitz dei trecento poliziotti e dieci elicotteri impegnati nell’operazione del 21 gennaio non ci fosse nulla di concreto si era capito anche per l’ applicazione di misure soft uso custodia cautelare (inizialmente 13 indagati in carcere, 35 posti ai domiciliari, successivamente ridimensionati in obbligo di dimora dal tribunale del riesame). Un operazione giustificata soltanto dall’ipotesi del reato di associazione mafiosa.

La vera notizia è che, nella sentenza di un mese fa del primo troncone del processo con rito abbreviato , le accuse che contemplavano l’applicazione dell’ articolo 416 bis del codice penale si era dissolto nei confronti di 19 imputati su 21. Resta da capire a questo punto chi sono i “boss” che hanno bussato alla porta della politica e sopragutto chi l’avesse aperta? Il segretario dell’Udc Lofrenzo Cesa era stato coinvolto nell’inchiesta “Basso profilo” per via di un pranzo cui aveva partecipato a Roma al ristorante “Tullio” negli ultimi mesi del 2017, quando era parlamentare europeo, venendo coinvolto dal referente del suo partito in Calabria, l’assessore regionale Francesco Talarico, che voleva candidarsi alle elezioni politiche del 2018, venendo sostenuto da Tommaso Brutto un consigliere comunale di Reggio Calabria, dal figlio Saverio e da un imprenditore di nome Antonio Gallo.

Nell’inchiesta della procura guidata da Gratteri il punto debole nelle carte è la presenza di intercettazioni tra queste persone solo nei giorni precedenti, ma non compare quella che avrebbe dovuto contenere la conversazione tra i cinque al famoso pranzo al ristorante “Tullio” . Il motivo è molto semplice, e viene spiegato dallo stesso procuratore Gratteri. Lorenzo Cesa era parlamentare europeo, quindi il trojan inserito nel cellulare di Brutto, venne spento. Quindi si ignora di cosa abbiano parlato i commensali.

Dalle conversazioni precedenti si intuiva che l’assessore Talarico non essendo riuscito ad entrare in Parlamento per appena 1.500 voti mancanti, intendesse rafforzare agli occhi dei propri sostenitori  la propria posizione di candidato, con la presentazione di un personaggio di spicco della politica nazionale come l’onorevole Lorenzo Cesa. Infatti le richieste intercettate dei tre commensali erano veramente modeste, e riguardavano dei piccoli incarichi nell’ambito istituzionale. Nelle carte dell’inchiesta si parla in modo molto generico e non confermato del desiderio dell’imprenditore di poter partecipare a delle gare d’appalto.

Quindi che il coinvolgimento del nome di Lorenzo Cesa fosse utile solo ai titoli di giornale e che la sua posizione sarebbe stata archiviata era molto chiaro e facile da prevedere. Oltre al fatto che una persona estranea all’ipotesi accusatoria sia stata ingiustamente indagata per mesi come appartenente a cosche mafiose, resta da capire se il tutto sia da ricondurre solo alla vanità mediatica di qualche magistrato.

O se invece, come avrebbe lasciato capire lo 007 che andò a trovare il segretario dell’Udc proprio mentre lui era sospettato di essere un mafioso, ci fosse qualcos’ altro, di politico, anche di molto inquietante. in quei giorni di fine gennaio. “Apparati dello Stato e perfino del Vaticano” avrebbero sollecitato con insistenza una conclusione della crisi che portasse alla riconferma di Giuseppe Conte e impedito alla crisi di aprire la prospettiva che portò poi invece alla formazione del governo Draghi.

Sarebbe necessario a questo punto fare chiarezza anche perché il dottor Gratteri è fra i candidato in corsa per diventare nei prossimi mesi il nuovo capo della Direzione Nazionale Antimafia al posto di Federico Cafiero De Rhao vicino alla pensione.

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