Guardia Costiera e Carabinieri smantellano organizzazione del “pizzo” ed estorsioni ai mitilicoltori di Taranto. 13 arresti

Guardia Costiera e Carabinieri smantellano organizzazione  del “pizzo” ed estorsioni ai mitilicoltori di Taranto. 13 arresti

Molte delle vittime “taglieggiate”, interrogate dagli inquirenti, si erano limitate ad ammettere di aver subito furti, solo alcuni dei quali denunciati, omettendo di riferire i propri convincimenti sulla riconducibilità al sodalizio capeggiato dai fratelli Ranieri, con dichiarazioni in aperto contrasto con quanto invece emerso dalle indagini

Nelle prime ore della mattinata, i  militari della Capitaneria di Porto–Guardia Costiera tarantina coadiuvati dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Taranto ed , hanno dato esecuzione, nel capoluogo ionico ed in provincia, a 13 provvedimenti cautelari (5 in carcere e 8 agli arresti domiciliari), emessi dal GIP del Tribunale di Taranto, dr. Giuseppe Tommasino su richiesta della Procura. L’attività ha interessato altrettanti soggetti ritenuti variamente responsabili di: associazione per delinquere finalizzata all’estorsione ed al furto aggravato a carico di impianti di mitilicoltura del Mar Grande e Mar Piccolo di Taranto; minacce aggravate nei confronti di operatori del settore, che come noto è parte caratterizzante dell’economia tarantina; ricettazione ed immissione in commercio di prodotti ittici nocivi per la salute.

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L’organizzazione delinquenziale smantellata era capeggiata dai fratelli tarantini  Damiano Ranieri di anni 50, e Giovanni Ranieri di anni 50 entrambi pluripregiudicati, il primo con precedenti anche per associazione mafiosa, rispettivamente  e 36, ed era composto dagli stessi e da Nicola Blasi, 32enne pregiudicato tarantino e da suo padre Cosimo Blasi, di anni 50, che collaboravano nella riscossione. Un terzo fratello, Massimo Ranieri, 41enne, anch’egli pluripregiudicato, è stato invece colpito da autonoma ordinanza cautelare in carcere emessa dallo stesso G.I.P. Tommasino  ed eseguita contestualmente, in quanto a lui viene contestata la minaccia aggravata nei confronti di un operatore ittico che si era reso artefice di un tentativo di liberarsi con i propri colleghi dalle minacce estorsive, promuovendo un servizio di guardiania sugli impianti di coltivazione. Le persone sottoposti agli arresti domiciliari, sono Massimo Russo, 44anni, Domenico D’ Arcante, 51anni, Giuseppe D’ Arcante, 5anni, Salvatore D’ Oronzo, 30enne, Angelo Blasi , 25anni incensurato,  Antonio De Giorgio 38anni,  Michele De Giorgio, 60enne e Christian Morrone, 32enne, tutti tarantini, sono invece accusati di essersi approvvigionati di frutti di mare dal sodalizio, per poi rivenderli, in assenza delle procedure a tutela della salubrità degli alimenti.

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Le indagini, avviate a maggio 2014 dai  militari della Capitaneria di Porto–Guardia Costiera affiancati dai Carabinieri   e protrattesi fino a febbraio 2016, hanno consentito di disarticolare un’associazione per delinquere dedita all’estorsione in danno di miticoltori che imponeva servizi di “guardiania”, non autorizzati, peraltro in realtà mai attuati, come ben noto alle vittime, dietro il corrispettivo di danaro elargito dai mitilicoltori che, in caso di rifiuto, venivano “puniti” con il furto di ingenti quantitativi di prodotto ed il danneggiamento degli impianti ed attrezzature. Il vero paradosso è però che anche chi si assoggettava al pagamento, non sempre era al riparo dalle attenzioni negative del gruppo, che nottetempo rubava i mitili per soddisfare richieste di merce da parte di commercianti ben consapevoli di acquistare cozze di provenienza furtiva a prezzi ridotti, assai convenienti e concorrenziali.

La riscossione del “pizzo”avveniva solitamente di sabato, giorno in cui i mitilicoltori avevano maggiore disponibilità di danaro per la vendita di maggiori quantitativi di prodotto, come è stato accertato dagli investigatori durante complessi appostamenti per effettuare fotografie e videoripresa probatorie dei reati commessi, eseguiti con potenti teleobiettivi, sono stati consentiti utilizzando piccole imbarcazioni da pesca con i militari travestiti da pescatori, e supportate da intercettazioni telefoniche ed ambientali.

 

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I due fratelli Damiano e Giovanni Ranieri avevano suddiviso le zone di competenza, dando corpo ad un controllo tentacolare dei due Mari di Taranto (da cui il nome poco originale,dell’operazione “Piovra”): Damiano, detenuto per altra causa a Vibo Valentia ed all’epoca dell’indagine sottoposto alla misura alternativa dell’affidamento in prova in comunità in una struttura di Martina Franca (Ta), commetteva i reati nel Mar Piccolo, durante i permessi mensili della durata di 10 giorni, che faceva decorrere proprio di sabato, riscuotendo il danaro dagli imprenditori, che avvicinava in mare a bordo di una barca a motore.

Nelle giornate in cui era tenuto a permanere in comunità, la riscossione veniva delegata a Nicola Blasi , spesso accompagnato dal padre Cosimo. Giovanni Ranieri, invece, “si occupava” dei miticoltori di Mar Grande. La consegna del denaro in suo favore avveniva con cadenza variabile anche più volte a settimana, attraverso una rete che divide un’area demaniale da una struttura privata sita a San Vito, alle porte di Taranto.Il terzo dei fratelli,  Massimo Ranieri, sebbene sorvegliato speciale di P.S. con obbligo di dimora a Statte (Taranto), viene invece accusato di aver minacciato un operatore mitilicolo che  ha avuto il coraggio di denunciare a febbraio 2016 di essere stato intimorito dallo stesso, che rivendicava l’esclusiva dell’attività di guardiania. Il mitilicoltore, infatti, esasperato dall’ingente danno prodotto dai furti alla sua famiglia – quantificato in circa 200mila euro negli ultimi anni – aveva organizzato, con altri soci della sua cooperativa, un proprio servizio di guardiania delle rispettive concessioni.

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La denuncia del mitilicoltore  coraggioso costituisce l’unico rilevantissimo contributo da parte dei minacciati, che ha consentito il buon esito delle indagini. Molte delle vittime “taglieggiate”, infatti, nonostante siano state interrogate dagli inquirenti, si sono limitate ad ammettere di aver subito furti, solo alcuni dei quali denunciati, omettendo di riferire i propri convincimenti sulla riconducibilità degli stessi al sodalizio capeggiato dai  fratelli Ranieri, dichiarazioni in aperto contrasto con quanto invece emerso dalle indagini , a riprova della accettazione fisiologica di questo paradossale “servizio” di vigilanza, da anni appannaggio della famiglia malavitosa. E’ stata proprio questa reticenza ad ammettere anche fatti noti, che  ha consentito agli inquirenti di poter “pesare”  la capacità di intimidazione posta in essere dal gruppo criminale, chiaramente confermata dalla circostanza che lo stesso non solo riusciva ad imporre pagamenti per un servizio di vigilanza mai effettuato, ma si dedicava a derubare le stesse persone che in realtà di fatto avrebbe dovuto “proteggere” seppure illegalmente.

Il secondo rilevante filone dell’indagine è stato quello relativo alla destinazione dei prodotti oggetto dei furti. Come accertato durante i servizi di controllo effettuato dei militari, infatti, per evitare di far risalire ai proprietari della merce, ciascuno dei quali racchiude le cozze in reti di colore diverso, per garantirne la tracciabilità, gli esecutori dei furti “sgranavano” i mitili direttamente in mare, e li riponevano all’interno di sacchetti della capacità di circa 10 kg. pronti per la vendita. In questo modo, prodotti mai sottoposti a depurazione e quindi rischiosi per la salute, finivano nella disponibilità degli ignari consumatori, che li acquistavano dai titolari di banchi di vendita o di regolari esercizi commerciali o li consumavano in strutture di ristorazione, in totale assenza di certificazione e documentazione sanitaria, di qualità, nonchè fiscale.

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La circostanza è ancor più grave, se solo si pensa che, mentre il prodotto proveniente dal Mar Grande è commercializzabile senza trattamenti depurativi, quello del 2° Seno di Mar Piccolo necessita di transitare da un centro di “stabulazione” per l’abbattimento della carica batterica. Gli inquirenti hanno appurato che la lavorazione delle cozze avveniva in luoghi fatiscenti, spesso container dismessi, da parte di persone prive delle necessarie qualifiche e quindi in modo pericoloso. Oltre agli 8 commercianti arrestati, sono stati denunciati a piede libero un sommozzatore che raccoglieva datteri di mare, deturpando il fondale marino e 9 acquirenti del predetto frutto di mare, per il quale è vietata la pesca. Nel corso dell’attività investigativa, sono stati poi sequestrati un quintale di cozze nere prive di certificazione sanitaria e fiscale di accompagnamento e 7 kg. di datteri di mare.

Contestualmente all’esecuzione delle misure personali, il G.I.P. dr. Tommasino ha disposto anche il sequestro preventivo di quattro imbarcazioni con i relativi motori in uso al gruppo dedito alle estorsioni, nonché di un box di un mercato rionale di Taranto gestito da due degli 8 commercianti ittici arrestati, che si rifornivano abitualmente dallo stesso. All’esecuzione dell’attività hanno partecipato circa 80 uomini della Guardia Costiera di Taranto e Bari, supportati da tre mezzi nautici della Guardia Costiera, e dell’Arma dei Carabinieri del Comando Provinciale di Taranto e , una motovedetta, un elicottero e unità cinofile  e dal N.A.S. dei Carabinieri di Taranto.

 

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