In centinaia ai funerali della conduttrice Nadia Toffa

BRESCIA –  Nonostante il giorno di Ferragosto, la processione non si è interrotta e  tantissime persone hanno voluto portare il loro ultimo saluto a Nadia Toffa, la conduttrice televisiva morta martedì scorso all’età di 40 anni dopo aver combattuto per due anni e mezzo contro un tumore. La camera ardente nel teatro Santa Chiara è rimasta aperta costantemente, per permettere a tutti di entrare: ed è qui a Brescia, la città in cui Nadia è nata e viveva, che oggi si sono svolti i funerali .

Accanto alla bara bianca, in questi giorni, ci sono sempre stati la mamma, il papà, le sorelle e lo storico ex fidanzato Emanuele. “Ci sta guardando da lassù anche in questo momento“, ha ripetuto la madre Margherita stringendo centinaia di mani.

Ciao, guerriera”. Così uno dei partecipanti ha voluto salutare Nadia Toffa prima che il feretro lasciasse il Duomo. La gente ha risposto con un lungo applauso. Si sono conclusi i funerali della conduttrice delle Iene , scomparsa a 40 anni per un tumore,  con l’esecuzione di “Halleluja” di Leonard Cohen, interpretata da una ragazza. Sono state centinaia le persone che hanno voluto partecipare alla cerimonia, molte delle quali non sono riuscite ad entrare nel Duomo di Brescia. Un lungo applauso ha accompagnato l’arrivo del feretro. In chiesa praticamente tutti i colleghi delle Iene della conduttrice.

Il feretro di Nadia Toffa con la cravatta nera delle Iene

L’ideatore delle “Iene” l’  autore tv Davide Parenti insieme a Pablo Trincia, Matteo Viviani, Filippo Roma, Enrico Lucci  – ha deposto sulla bara chiara la cravatta nera, simbolo della trasmissione Le Iene“. “L’abbiamo vista arrivare, sgomitare, era la mia famiglia” ha detto Giulio Golia ai cronisti fuori dal Duomo. “La gente l’amava perché era autentica e l’ha capito. Se c’è una cosa che va valorizzata di Nadia è che, in un’epoca come questa, piena di odio, di senso di rivalsa, di cattiveria e di rabbia esplosiva Nadia, organizzandosi bene e documentandosi ha convogliato tutta questa avversità in qualcosa di concreto” il ricordo di Enrico Lucci, altro “storico” collega di Nadia. “Non faceva tutto questo per mettersi in mostra. Detestava l’ingiustizia. Era una rompicoglioni terribile che non staccava mai. Aveva un odio incredibile per le ingiustizie. Una persona autentica e la gente l’ha capito. Ha raccolto l’odio della gente in un’efficace azione giornalistica“.

In punta di piedi ma con sincero affetto vorrei farmi vicino ai familiari di Nadia Toffa, condividere nella speranza per quanto mi è possibile il loro grande dolore“,  inizia così il messaggio del Vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada che è stato letto durante i funerali di Nadia. “Mi affianco – è il pensiero del Vescovo – ai suoi colleghi di lavoro e alle tante persone che l’hanno conosciuta, per rendere onore al suo indomito coraggio, al suo sorriso gentile, alla sua lotta contro la disonestà, ma sopratutto la sua passione per la vita, la vita vera“.

Il parroco celebrante, don Maurizio Patriciello, il parroco ‘antiroghi’ di Caivano (Napoli) ha dato una spiegazione sul perchè Nadia Toffa fosse così amata. “Nadia è’ entrata nel cuore di tutti perché è stata autentica, cocciuta perseverante, tosta. Ha avuto fame e sete di giustizia ha detto il sacerdote durante i funerali della conduttrice. Abbiamo un debito di riconoscenza verso questa ragazza – ha detto don Maurizio -. Nadia, sei stata capace di mettere l’Italia sottosopra unendo il Nord e il Sud, la Terra dei fuochi con Brescia. In questi giorni mi sono arrivati centinaia di messaggi. Sei entrata nel cuore di tutti e non perchè eri un volto della tv. Nadia è stata amata, non solo stimata“.

“Hai chiamato il cancro con il suo nome dando coraggio a tutti noi – ha proseguito -. Hai raccontato le tue fragilità dandoci coraggio. Nadia ha avuto fame e sete di giustizia, è arrivata là dove la gente era bistrattata e maltrattata. Come nella mia terra, la Terra dei Fuochi, dove il terreno è inquinato anche dai rifiuti del Nord, con la complicità della nostra camorra. Hai gridato ai cristiani sopiti che Dio non è cattivo“.

Nadia Toffa non si è mai vergognata della sua malattia: qualcuno, ha aggiunto il parroco, “non lo ha compreso. Come si fa a comprendere una ragazza bella e sveglia che dice `porto una parrucca´? Nadia, hai raccontato la tua paura, le tue speranze, la tua è stata vita sino all’ultimo respiro. Hai capito che la vita è vita anche quando si fa pesante”. La stessa Nadia lo aveva spiegato pochi mesi fa a Brescia, la sua città, quando aveva ricevuto il premio come personaggio dell’anno: “Ho combattuto come fanno tutti”.

Per Nadia la vita è stata vita fino all’ultimo respiro. Lei ha detto: “La preghiera è un abbraccio”. Non dimentichiamolo ha concluso don Maurizio, “abbiamo il dovere di dirlo a tutto il mondo. Abbiamo il dovere di ricordare a tutti la sua lotta. Dobbiamo raccogliere quello che ha lasciato perché nulla di quello che ha lasciato, nulla vada perduto“.

Nadia era cittadina onoraria della città di Taranto in seguito alle sue battaglie in difesa della salute dei cittadini del posto minacciati dall’inquinamento del polo siderurgico. “A lei dobbiamo non solo la commemorazione del suo essere, della sua grande generosità e di una straordinaria sensibilità verso le problematiche del nostro territorio, ma anche l’impegno da assumere per un ricordo che non dovrà mai cancellarsi“, ha affermato il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro.

Gli amici del minibar del quartiere Tamburi di Taranto sono arrivati in pullman dalla Puglia viaggiando per tutta la notte. Tutti avevano addosso la maglietta con scritto Ie jesche pacce pe te!” . Davanti al Duomo di Brescia, per i funerali di Nadia Toffa, c’era anche la gente normale di Taranto. La conduttrice aveva conosciuto i ragazzi del “minibar” dei Tamburi  in occasione di un suo servizio sull’Ilva. “Fu lei che vedendo quella maglietta che ebbe l’idea  e, negli anni, siamo riusciti a raccogliere 700 mila euro e abbiamo aperto un reparto oncologico pediatrico. Senza di lei non sarebbe stato possibile” raccontano in lacrime i suoi amici di Taranto.

La famiglia di Nadia Toffa, l’inviata delle Iene morta per un cancro,  ha affidato ai social un messaggio di salutoCara piccola grande Nadia, figlia amata, adorata sorella, dolcissima zia, guerriera potente in ogni sfida, coraggiosa anche nell’ultima, la più difficile. Non ci sono parole per dire il vuoto che lasci in tutti noi”. comincia così il pensiero della famiglia di Nadia Toffa affidato a Twitter. “Si spegne con te una luce calda, cristallina, ma rimane tutto l’amore che ci hai donato, resta ciò che hai costruito con tanta dedizione e determinazione per noi, per tanti. Siamo forti della tua forza. Già un angelo in vita, ora sei libera e serena nell’Amore più grande. Riscaldati dall’abbraccio di tutti”, hanno scritto i genitori e le sorelle della presentatrice, morta a 40 anni dopo una lunga battaglia con il tumore. 

I detenuti del carcere di Brescia hanno fatto una colletta per comprare una corona di fiori, così come i lavoratori dell’ex-Ilva di Taranto hanno voluto mandare un messaggio alla famiglia. Tanti i fan che sono arrivati a Brescia per salutarla, assieme a colleghi storici – Giulio Golia, Max Laudadio, cantanti e amici bresciani come Omar Pedrini, l’ex ct della Nazionale Cesare Prandelli.
Sull’altare ci sono le corone di Pier Silvio Berlusconi (“Sempre nel mio cuore”), dei suoi colleghi delle “Iene” (“Con noi per sempre”), della redazione di “Verissimo” e della conduttrice Silvia Toffanin. Il cuscino di fiori della mamma e del papà di Nadia è appoggiata sul feretro, seduta accanto ai genitori c’è la sorella Mara con la figlia Alice, nipote adolescente di Nadia. Che con voce rotta dal pianto parla dall’altare: “Vorrei raccontarvi della mia Nadia, che aveva tanta fiducia in me, mi rincuorava. Mi ripeteva di essere forte. Sono tanto fiera di essere sua nipote“.
Toccante anche il messaggio dell’amico Max Ferrigno collega delle Iene  deve interrompersi più volte, cedendo alle lacrime. “Mi aveva convinto che nonostante questo cancro fosse incurabile ce l’avrebbe fatta. Lei convinceva tutti, era impossibile dirle di no. Le abbiamo scritto che niente sarà più come prima, non so come faremo, ci dovremo pensare da domani. Lei ti dava tutto completamente, aveva questo modo di parlare e dava per scontato che tu avresti fatto questa cosa con lei. Ed oggi hai unito gli amici, i tuoi colleghi, la tua famiglia, la tua famiglia delle Iene. Senza di te niente sarà più come prima. Era magica e la saluto. Ciao Nadia“.

Un ricordo della piccola, grande Nadia

di Antonello de Gennaro

Ho conosciuto Nadia Toffa all’inizio della sua carriera in Mediaset, avvenuto nello stesso periodo in cui avevo iniziato a lavorarci anche io, (producendo un programma di moda e costume) sulla stessa rete Italia1, ed ogni volta che ci incontravamo nei corridoi di Cologno Monzese, scherzava con la sua unica imbattibile ironia mi prendeva in giro dicendomi “potevi prendere me a fare la conduttrice“.

L’ho rincontrata qualche anno fa a Taranto al termine di una conferenza stampa in Prefettura sull’ ILVA, dove mi ha sfilato sotto il naso Michele Emiliano, intervistandolo e costringendolo a versare un contributo per quella splendida iniziativa di raccolta fondi grazie alla quale si è riuscito a finanziare un ospedale pubblico a Taranto. Era tutta contenta di avergli fatto uscire dal portafoglio due banconote da 50 euro. Che erano il “sigillo” sulla figuraccia fatta fare davanti alle telecamere ad un presidente di Regione che in realtà avrebbe dovuto pensare lui a trovare quei fondi,  e non la meravigliosa “iena” Nadia promuovendo la vendita delle magliette con la scritta “Jesche pacce pe te!”, (dal tarantino:”Io esco pazzo per te” ).

Alla fine dell’intervista con Emiliano. Nadia mi si è avvicinata per scusarsi, con la sua puntuale grande educazione, ma è bastato il suo sorriso per abbracciarla e dirle che aveva fatto bene, e che non doveva scusarsi di nulla.

Mi piace pensare che Nadia da lassù oggi ci guardi con il suo sorriso ironico, ed incredulo, di quanta gente l’amasse e di quanta gente avesse stima della sua “battaglia” contro il cancro. Anche io ho perso una padre per quella maledetta malattia. Una battaglia che non può e non deve finire, e che tutti noi possiamo sostenere al posto di uno Stato assente, finanziando con il nostro contributo la ricerca. Ciao piccola grande Nadia, ci mancherai.




Il Ministro dell' Interno presiede un Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica a Castel Volturno. E risponde a Conte: "Sull'immigrazione preferisce il Pd?"

ROMA –   Domande no stop questa volta nella lunga conferenza stampa a latere del Comitato Nazionale per l’ordine e la sicurezza tenutosi nella Scuola Forestale Carabinieri, presieduto da Salvini nella “bomba sociale” di Castel Volturno, non a caso set del “Dogman” di Garrone, tra residenze distrutte e abbandonate, litorali ingolfati di comitive di bagnanti, e territorio pieno di abusi edilizi .

Dopo il vertice dell’anno scorso in Calabria, questo ferragosto è toccata al non-luogo per eccellenza, Castel Volturno: polveriera di disoccupazione, scempio e abbandono del territorio, immigrazione clandestina (almeno 20mila), il cemento e gli affari della camorra dei casalesi, la droga delle mafie nigeriane.  Salvini fa nuove promesse al Sud da cui “migrano” ogni giorno centinaia di giovani e famiglie. “Noi sappiamo bene, abbiamo idee chiare su cosa fare qui : non certo politiche di reddito di cittadinanza a tappeto, visto che qui apprendo con sorpresa siamo ai primi posti per percentuale di richiedenti reddito. Ma qui ci vuole un piano di investimenti e sviluppo. E abbiamo in mente un ministro per il Sud, un campano“.

Le prime parole del capo della Lega, in apertura della conferenza, sono state durissime contro il premier Conte, dopo lo scontro via social sulla Open Arms: “Con altrettanta educazione e gentilezza ora ho risposto a Conte. Così giustifico il mio anno di lavoro e governo. Quando mi rimprovera l’ossessione sui porti chiusi, io glielo confermo: ho l’ossessione della sicurezza dei cittadini. Io lavoro e sono qui a ferragosto, senza andare avanti a insultare come altri : ‘buffone giullare ladro‘. Certo, però, sentirsi richiamare da Conte per la mia presunta ‘ossessione’, della lotta alla migrazione clandestina, per ciò che io invece considero una missione, è davvero singolare. Non dico mi sarei aspettato che dicessero: grazie Matteo per i risultati portati a casa, ma tutto questo è davvero molto particolare“.

Lo scontro tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini non si placa. A meno di una settimana dall’intervento che terrà in Senato, il Presidente del Consiglio (non eletto) voluto dal M5S pubblica su Facebook un lettera aperta indirizzata al leader della Lega, ultimo atto di un duello che va avanti da settimane. Una lettera a cui arriva immediata la replica di Salvini altrettanto decisa: “Confesso la mia “colpa”, caro Presidente, la mia “ossessione” nel contrastare ogni tipo di reato compresa l’immigrazione clandestina. Faccio il Ministro per difendere i confini, la sicurezza, l’onore, la dignità del mio Paese“.

Questo il testo delle lettera “pubblica” di risposta di Salvini a Conte, pubblicata su Facebook:

Carissimo Presidente Conte, leggo con stupore che Lei mi rimprovera una “ossessione” per i “PORTI CHIUSI”, parla di rabbia, slealtà, ansia, foga e altro ancora. Sono stato leale e sempre lo sarò nel pieno rispetto di ogni carica istituzionale e, prima di tutto, nei confronti dei cittadini che incontro e che mi chiedono di intervenire. Peraltro leggo queste accuse mentre presiedo da ore a Castel Volturno i lavori del Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza.

Lotta alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta, lotta allo spaccio di droga e allo sfruttamento della prostituzione. Calo dei delitti del 12% in questo 2019, fortissimo calo di omicidi (-18%), furti
(-17%), rapine in casa o in strada (-21%) e violenze sessuali (-24%). E soprattutto crollo degli sbarchi dell’80% rispetto all’anno scorso (da 20.000 a 4.000) e del 90% rispetto all’anno prima, con molti morti in meno e un risparmio per gli Italiani di miliardi di euro, che serviranno per assumere entro un anno 8.000 donne e uomini delle Forze dell’Ordine. Stiamo anche lavorando per riordinare le “scorte” che ogni giorno tolgono dalle strade oltre 2.000 uomini in divisa: si valuterà se queste 565 scorte sono ancora tutte giustificate.

Quindi confesso la mia “colpa”, caro Presidente, la mia “ossessione” nel contrastare ogni tipo di reato compresa l’immigrazione clandestina. Faccio il Ministro per difendere i confini, la sicurezza, l’onore, la dignità del mio Paese. Con me i porti sono e rimarranno CHIUSI ai trafficanti e ai loro complici stranieri. Ed è chiaro che, senza questa fermezza, l’Unione Europea non avrebbe mai mosso un dito, lasciando l’Italia e gli Italiani soli come ha fatto negli anni dei governi di Renzi e del Pd. Buona festa dell’Assunzione a Lei e a tutti gli Italiani, caro Presidente, soprattutto ai 56.698 donne e uomini in divisa che anche oggi garantiscono la nostra sicurezza, che sono il mio orgoglio. La lotta alla criminalità, di ogni colore, tipo e nazionalità, è lo scopo del mio lavoro. Anzi, della mia vita.

Grazie”
Matteo Salvini

Salvini contesta persino che Conte gli ricordi le tutele previste da ogni legge per i migranti minori : “Tutti sanno che se vai a guardare, alla fine questi ragazzi hanno 17 anni, se li hanno davvero. Perché poi si scopre un’altra età“.  “Il mio telefono è sempre aperto e acceso, diciamo che in questi frangenti si è aperta una frizzante comunicazione trasparente con Conte“, dice a sorpresa, il ministro dell’Interno e vicepremier . “Se  Conte preferisce un ministro del Pd e un ritorno ai 200mila sbarchi, allora lo dicano. Il “gentile” Conte me lo dica in faccia, e non mentre coordino Comitato per l’ordine e la sicurezza a Castel Volturno”. continua SalviniComunque, se si sciolgono le Camere la settimana prossima , si può andare ad ottobre , come altri paesi europei. Se qualcun altro vuole fare Ministro dell’Interno in questo periodo, son ben contento, basta che non si smonti ciò che faticosamente abbiamo messo in piedi”. 
Ripensarci?  Secondo me non c’è possibilità, poi se qualcuno vuole dialogare io sono qua, sono la persona più paziente del mondo e il mio telefono è sempre acceso e in questi giorni squilla parecchio” ha poi risposto Salvini a chi gli chiedeva se ci fosse ancora la possibilità di un’apertura ai 5S. Il leader della Lega ha evitato più volte  di rispondere in maniera diretta. “Ogni giorno ha la sua pena, oggi stiamo su oggi e domani stiamo su domani – ha ripetuto – Finché il governo faceva, andava a gonfie vele, quando il governo ha cominciato a dire no era giusto fermarsi. E secondo me oltre questo governo ci sono solo le elezioni”. “Lascio ad altri le considerazioni, il mio telefono è sempre accesso e, anzi – ha concluso – appena esco di qui manderò un messaggio a Conte che è stato così gentile e gli dico che qualunque cosa ci sia da dire me lo può dire direttamente

il premier Conte ed il sottosegretario Giorgetti

Il vero problema è che il sistema circolare dell’informazione tra partiti non consente più di tenere riservate le notizie. Per esempio i leghisti hanno saputo che il leader pd Nicola Zingaretti, dopo aver dato garanzie a Salvini sul voto anticipato, è stato “dissuaso da una perentoria telefonata di Prodi“. Allo stesso modo ieri i democratici hanno intercettato un presunto sfogo del sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti , da tempo in rotta di collisione con il premier Conte, contro la mossa del suo “Capitano”: “Per mesi gli ho detto “stacca stacca”. E quando gli ho detto di non farlo, lui ha annunciato la crisi” Così, come a voler rimarcare quali sono ora le sue priorità, il sottosegretario alla Presidenza ha rinnovato l’abbonamento al Southampton. Sarebbe quindi singolare se avessero fondamento le informazioni raccolte da Forza Italia, se Salvini avesse davvero affidato a Giorgetti il tentativo di riavvicinare Di Maio. Ma questa ipotesi secondo noi è fantapolitica, anche se lo scrive il CORRIERE DELLA SERA….

Rispondendo a un cronista durante la conferenza stampa, il ministro Salvini poi ha detto: “Io ancora ministro dell’Interno l’anno prossimo? A Dio piacendo, d’altra parte oggi è la festa dell’Assunzione. Conto per l’anno prossimo di portare dei dati ancora migliori”.

 




Ispezione dei medici sulla Open Arms ferma davanti a Lampedusa. La Procura apre fascicolo per abuso d'ufficio

ROMA – La nave Open Arms con 147 migranti a bordo dall’alba ha gettato l’ancora nella zona di Cala Francese, a poche centinaia di metri dal porto di Lampedusa in Sicilia. Diverse motovedette della guardia di finanza e della capitaneria di porto stanno monitorando i movimenti dell’imbarcazione della Ong catalana che si è diretta verso l’isola delle Pelagie, scortata da due navi militari, dopo che il Tar del Lazio ha accolto un suo ricorso, sospendendo il divieto di ingresso nelle acque italiane disposto da Salvini. Al momento la Open Arms è all’ancora a ridosso dell’isola, nella zona di Cala Francese, a poche centinaia di metri dall’entrata del porto. Le condizioni del mare non sono buone e, stando alle previsioni, permarranno così per tutta la giornata.

Nell’isola è arrivato anche il veliero Astral, nave di appoggio di Open Arms. Personale della Capitaneria di porto, della Guardia di Finanza e i medici del Cisom sono saliti per un’ispezione a bordo dell’imbarcazione della Ong catalana che si è diretta verso l’isola delle Pelagie, scortata da due navi militari, dopo che il Tar del Lazio ha accolto un suo ricorso, sospendendo il divieto di ingresso nelle acque italiane disposto da Salvini.

Sentenza TAR Open Arms

Un vero e proprio braccio di ferro sulla Open Arms per l’approdo nel porto dell’isola distante solo poche centinaia di metri  con i ministri “grillini” Trenta e Toninelli che non firmano il nuovo divieto emanato da Salvini e la Procura di Agrigento che, dopo aver già iscritto e inviato a Roma un fascicolo per abuso d’ufficio con la Ong spagnola come persona offesa, potrebbe decidere ad horas di intervenire se la decisione del Tar di ieri di consentire l’ingresso della nave in acque italiane per l’immediato soccorso dei 147 migranti a bordo non dovesse essere eseguita in tempi brevi.

Il ministro dell’interno Salvini ieri sera ha firmato un nuovo provvedimento di divieto di ingresso in acque italiane nonostante la decisione del Tar, ribadendo il suo ‘no‘ alla sbarco dei migranti, ma la ministra della Difesa, Elisabetta  Trenta non ha firmato la decisione, e spiega così: ” Non firmo in nome dell’umanità. Non si può infatti ritenere che siano rinvenibili nuove cogenti motivazioni di carattere generale ovvero di ordine e sicurezza pubblica tali da superare gli elementi di diritto e di fatto nonchè le ragioni di necessità e urgenza posti alla base della misura cautelare disposta dall’autorità giudiziaria che anzi si sono verosimilmente aggravati. La mancata adesione alla decisione del giudice amministrativo – continua il ministro Trentapotrebbe finanche configurare la violazione di norme penali“. Ed aggiunge: “Ho preso questa decisione motivata da solide ragioni legali ascoltando la mia coscienza. Non dobbiamo mai dimenticare che dietro le polemiche di questi giorni ci sono bambini e ragazzi che hanno sofferto violenze e abusi di ogni tipo. La politica non può mai perdere l’umanità“.

Anche il ministro dei Trasporti Toninelli ha deciso di non firmare il nuovo divieto: ” Emettere un nuovo decreto identico per farselo bocciare di nuovo dal Tar dopo 5 minuti – spiega – esporrebbe la parte seria del governo, che non è quella che ha tradito il contratto, al ridicolo. Questo non significa che dobbiamo accogliere tutti i migranti di Open Arms. La nostra linea non cambia: mettiamo in sicurezza la nave come ci chiedono i giudici, poi l’Europa e in primis la Spagna inizino ad assumersi le proprie responsabilità facendosi carico di accogiere 116 migranti. Noi come Italia interveniamo per tutelare la salute dei 31 minori a bordo“. In realtà è “guerra” parte della compagine governativa  del M5S (che non vuole andare a casa) contro la Lega, e gioca un nuovo scontro nel governo, sui porti.

Matteo Salvini su Twitter replica: “Sul divieto di sbarco alla #OpenArms siamo soli contro tutti. Contro Ong, tribunali, Europa e ministri impauriti. E col Pd al governo, immigrazione di massa e Ius Soli tornerebbero realtà“,  che poi aggiunge. “La scelta non sorprende visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola“.  “ Umanità non significa aiutare trafficanti e Ong ma investire seriamente in Africa e non certo aprire i porti italiani” il commento del ministro Salvini.

Ieri il Ministro dell’ Interno ha dato  indicazione ai suoi uffici del Viminale di predisporre un ricorso urgente al Consiglio di Stato contro la decisione del TAR Lazio. Secondo il Viminale, infatti, il verdetto del Tar ( che fa riferimento solo al primo soccorso effettuato dalla Open Arms di un gommone in difficoltà) sarebbe stato nei fatti superato dalla circostanza che ai fatti citati nel provvedimento sub judice se ne sono aggiunti altri.  Per giorni, Open Arms si è infatti trattenuta in acque sar libiche e maltesi, ha anticipato altre operazioni di soccorso e ha fatto sistematica raccolta di persone e “si è poi diretta verso nord con il deliberato intento politico di condurre gli immigrati in Italia“.

Il nuovo decreto di Salvini non è stato ancora notificato alla Open Arms che sottolinea su Twitter  di aver fatto ingresso in acque italiane legittimamente. OpenArms già in acque italiane con l’autorizzazione delle autorità. Il decreto Salvini ha cessato di essere in vigore nonostante le nuove minacce. Non abbiamo ancora i permessi per accedere al porto. Una lunga notte, ma la fine è vicina“.

Il ministero della Difesa, come annunciato ieri dalla ministra Trenta, potrebbe dare ordine nelle prossime ore, di trasbordare i 32 minori presenti sulla Open Arms sulle motovedette militari e portarli a terra come sollecitato dal Tribunale dei Minori di Palermo e come espressamente richiesto anche dal premier Giuseppe Conte che in una lettera al ministro Salvini aveva sollecitato immediati soccorsi per i minori e per le persone vulnerabili. Ottenendo, fino a questo momento, il secco rifiuto di Salvini.

Matteo Salvini, infatti non cede.Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte mi ha scritto per lo sbarco di alcune centinaia di immigrati a bordo di una Ong che, però è una Ong straniera in acque straniere. Gli risponderò garbatamente che non si capisce perché debbano sbarcare in Italia”. ed aggiunto: “Staremo attenti perché nei prossimi giorni a Roma non si formi una coppia contro natura” tra Pd e M5s e “tra Renzi e Grillo per riaprire i porti italiani. Cercheremo di opporci con ogni forza che abbiamo in corpo”  ha poi detto il leader della Lega, Salvini durante una diretta Facebook da Recco .

“Gli Italiani hanno bisogno di un governo forte, non è ammessa timidezza quando sono in gioco la sicurezza e i confini della Patria. Che è dovere di ogni cittadino, e a maggior ragione di ogni ministro, difendere”. aggiungendo “Sul divieto di sbarco alla Open Arms siamo soli contro tutti. Contro Ong, tribunali, Europa e ministri impauriti.E col PD al governo, immigrazione di massa e Ius Soli tornerebbero realtà“, scrive il ministro Salvini in un post su Facebook.

 




"Monnezzopoli": il 4 novembre Tamburrano e la "cricca" a processo

TARANTO – E’ stata fissata dal giudice Vilma Gilli la data della prima udienza dinnanzi al Tribunale di Taranto, per i quattro imputati dell’inchiesta “T-Rex” (da noi ribattezzata “Monnezzopoli“) , che avrà come protagonista “principale” l’ex presidente della Provincia Martino Tamburrano, imputato nella richiesta di giudizio immediato avanzata ed ottenuta dalla Procura di Taranto.

Il prossimo 4 novembre i quattro imputati Tamburrano, Lonoce, Natili e Venuti “principale” che si trovano attualmente agli arresti domiciliari, dovranno comparire dinnanzi al giudice, a meno che non decidano di optare per la scelta del rito abbreviato, che prevede in caso di condanna la pena ridotta di un terzo, secondo quanto previsto dal Codice.

Il Gip dr.ssa Vilma Gilli

La decisione del giudice Gilli,  è arrivata pochi giorni dopo ad un altro suo stesso provvedimento con il quale aveva concesso, nonostante il parere ostativo della Procura,  il beneficio degli arresti domiciliari ai quattro imputati che erano in carcere dal 14 marzo scorso,  a seguito della richiesta di giudizio immediato cautelare, avanzata dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dal pm Enrico Bruschi titolare del fascicolo d’indagine.

I magistrati nella loro richiesta hanno messo in evidenza le contestazioni rivolte ai quattro imputati che all’epoca furono destinatari della misura cautelare firmata sempre dal gip Gilli, , e cioè l’ex presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano (esponente politico di Forza Italia), l’imprenditore sanmarzanese Pasquale Lonoce, quale “amministratore di fatto” della società  2Lecologica srl, Lorenzo Natile, ex dirigente del quarto settore Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto, e quindi  Roberto Natalino Venuti procuratore speciale della società Linea Ambiente srl .

Il procedimento si basa su due ipotesi di corruzione, una delle quali contestata ai quattro, l’altra ed una di turbativa d’asta, contestata soltanto  agli imputati Tamburrano e Lonoce (accanto nella foto)

La procura di Taranto avanzando ed ottenendo la richiesta del rito immediato cautelare,  ha voluto “blindare” le evidenze probatorie acquisite nel corso dell’attività investigativa condotta dalla Guardia di Finanza, sulle quali vertono le contestazioni di “concorso in corruzione“, ritenute strumentali e funzionali  all’autorizzazione rilasciata dalla Provincia di Taranto, per l’ampliamento della discarica di Torre Caprarica nell’area di Grottaglie, ottenuta grazie all’intervento decisivo e corruzione di Martino Tamburrano,  e per l’affidamento del servizio di igiene urbana e ambientale del Comune di Sava, appalto aggiudicato attraverso la corruzione  dei due componenti della commissione aggiudicatrice Cangelosi e Natuzzi, sempre grazie all’interessamento di Tamburrano, appalto questo che è stato successivamente revocato in autotutela dall’amministrazione della cittadina jonica.

La discarica di Grottaglie (TA) in località La Torre Caprarica, denominata “III lotto”,

Sono stati questi in fatti i principali appalti d’interesse di Venuti e Lonoce, e che erano al centro del giro di tangenti che aveva come “regista”  e destinatario finale Martino  Tamburrano.

La richiesta dell’immediato cautelare chiesto ed ottenuto dalla Procura, aveva indotto i legali difensori di Tamburrano a rinunciare alla discussione del ricorso presentato al Tribunale del Riesame di Taranto, per cercare ottenere la sostituzione della misura cautelare.

Nel frattempo proseguono senza sosta le indagini della Guardia di Finanza coordinata della procura per altri filoni dell’inchiesta che riguardano altri ipotesi di reato, che da mesi non lasciano dormire tranquillamente alcuni politici e faccendieri locali che erano in contatto e facevano affari con la “cricca” capeggiata da Tamburrano.




Melucci & Emiliano: attenti a quei due

di Antonello de Gennaro

TARANTO – L’accoppiata Emiliano-Melucci che ha letteralmente “distrutto” la politica e le speranze della comunità jonica, è tornata ad amoreggiare dopo una separazione che ha avuto come effetto devastante la defenestrazione del vice sindaco Rocco De Franchi e dell’ingegnere Aurelio Di Paola, entrambi baresi, e facenti parte della prima giunta Melucci su indicazione del governatore Emiliano, anche se Melucci sosteneva da aspirante “Pinocchio“, che li avesse scelti da lui sulla base  dei rispettivi curricula.

I due “amoreggiavano” anche legalmente, dissipando denaro pubblico in spese legali utilizzando lo stesso studio legale (peraltro già coinvolto nello scandato delle Ferrovie Sud Est,  per presentare inutili ricorsi al Tar contro il decreto legge sull’ ILVA emanato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Governo Gentiloni), che volevano usare come “ricatto politico” per conquistare  aspirazioni politiche sul palcoscenico politico nazionale, senza però riuscirvi.

Una scelta legale poco fortunata quello della strana “coppia” in quanto non portò nulla, in quanto il TAR Puglia a cui lo studio legale barese (Vernola n.d.a. ) incaricato da Emiliano e Melucci,  spiegò che essendo Palazzo Chigi, cioè la sede dove era stato emesso il decreto legge a Roma, il TAR competente era quello del Lazio e non della Puglia.

La storia della politica e delle cronache giornalistiche parla da sè, e racconta che quando Melucci si invaghì e non solo politicamente dell’ex ministro Carlo Calenda, all’improvviso ruppe con Emiliano e senza informare nè la Giunta nè il Consiglio Comunale, ritirò il ricorso al TAR. Cosa volete che fossero 17mila euro di spese legali, quando a pagarli sono i contribuenti e non un anonimo cittadino di Crispiano ( paese ove Melucci risiede).

Come per incanto la società MELUCCI Shipping srl che si era trasformata in MERIDIAN Shipping, che esercitata attività di supporto portuale, all’improvviso diventòo subfornitore “profumatamente” pagato il trasporto su gomma (leggasi camion) dalla CIMOLAI , la società di Pordenone che ha realizzato la copertura dei parchi minerali dello stabilimento siderurgico di Taranto. Un incarico più che sospetto dato che la MERIDIAN , società nella quale risulta lavorare come “consulente” il padre di Rinaldo Melucci, non avesse le autorizzazioni necessarie per esercitare tale attività.

Secondo nostre informazioni furono i commissari dell’ amministrazione straordinaria dell’ ILVA (che erano stati nominati dal ministro Carlo Calenda, a cui rispondevano per il loro incarico n.d.a.) , a chiedere alla CIMOLAI di avvalersi dei servizi in subappalto della MERIDIAN. Tutte cose già scritte da questo giornale  e raccontate da chi scrive nelle sue dirette giornalistiche sui social, e mai rettificate o smentite dalle parti interessate.

Un ulteriore occasione di scontro fra Emiliano e Melucci fu l’elezione per la presidenza della Provincia di Taranto, dove il governatore pugliese mise in moto gli esponenti della sua corrente nella provincia tarantina, che sostennero e fecero eleggere il sindaco (di centrodestra) di Castellaneta, Giovanni Gugliotti che stracciò letteralmente il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci al punto tale questi si dimise (l’ennesima pagliacciata) da sindaco di Taranto, salvo poi ripensarci e ricordandosi di essere di fatto un disoccupato, ritirò le dimissioni.

Adesso la “strana coppia” si è ricomposta ed i due vanno d’amore e d’accordo, con una serie di azioni anche finanziarie della Regione Puglia a sostegno delle strampalate iniziative di facciata di Melucci (leggasi Giochi del Mediterraneo, Ocean Race ecc.) che porteranno solo debiti a carico dei contribuenti pugliesi.

La ciliegina sulla torta della ritrovata “unione” fra Melucci ed Emiliano è stata la presentazione del nuovo piano per la ristrutturazione dell’aeroporto di Taranto-Grottaglie, avvenuta parte della Regione Puglia, con la puntuale conferenza stampa a Palazzo di Città di Taranto, che in realtà è solo una trovata propagandistica.

La stragrande maggioranza degli esponenti del mondo associativo e delle imprese, ritiene che sia solo un annuncio “bluff” cioè con inesistente concretezza, in quanto non vi alcuna compagnia aerea interessata ad attivare dei voli passeggeri . Michele Emiliano ha raccontato di aver chiesto alla compagnia Ryanair di fare base anche nello scalo di Taranto,  una dichiarazione di chiaro stampo “elettorale” che non generato alcun effetto. Nessun facile entusiasmo. Anzi al contrario, un maggiore e crescente scetticismo.

Resta da chiedersi quante pagliacciate politiche dovrà sopportare ancora la città di Taranto che in realtà andrebbe volentieri alle elezioni amministrative anticipate pur di liberarsi da un sindaco che si è manifestato per la sua arroganza e presunzione, e l’uso spregiudicato di denaro pubblico. E tanta, troppa attenzione per la sua “staffista” del cuore.




"Toghe sporche". Continua il rimpallo di versioni strumentali fra i magistrati di Trani

ROMA – L’ex gip del Tribunale di Trani Michele Nardi , successivamente passato a fare il pm a Roma prima di essere sospeso dal Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura, al contrario di Antonio Savasta, che non solo si è dimesso dalla magistratura ma ha collaborato con la Procura di Lecce nel corso delle indagini ammettendo le sue malefatte, ha aperto bocca una sola volta, in occasione dell’interrogatorio di garanzia relativo al suo arresto avvenuto il 17 gennaio scorso, con le accuse di “associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari ” .

Antonio Savasta e Michele Nardi

Dopodichè l’ex gip di Trani si è trincerato dietro un silenzio assordante, restando detenuto in carcere da sette mesi in quanto la Procura di Lecce non ha mai dato credibilità alle sue dichiarazioni. Nardi ha sostenuto da subito  di non aver ricevuto soldi o regali da Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che ha denunciato di aver consegnato 2 milioni di euro al duo  NardiSavasta. Con sfacciataggine Nardi è arrivato a sostenere persino che era D’Introno a pretendere soldi da lui.

L’imprenditore Flavio D’Introno nei suoi racconti ai Carabinieri, coordinati dalla Procura di Lecce, ha riferito di essersi dovuto recare spesso a Roma per portare le somme di denaro in contanti a Nardi che nel frattempo era stato trasferito a Roma, dove faceva il sostituto procuratore della repubblica . Ma Nardi ha negato dicendo “Perché doveva venire a Roma a portarmi i soldi? Prendere l’aereo, quando il fine settimana io tornavo a Trani, veniva a casa e mi lasciava i soldi se mi doveva lascare i soldi, doveva venire fino a Roma a portarmeli, che senso ha una cosa del genere?” sostenendo che quei viaggi a Roma erano “una copertura”  creata ad hoc da D’Introno, che a suo dire “gestiva due o tre amichette contemporaneamente, allora doveva giustificare perché andava a Roma“.

Secondo l’accusa, Michele Nardi avrebbe preteso da D’Introno un sorta di tangente del 10% di tutto quello che pagava agli altri magistrati coinvolti nell’inchiesta. Ma Nardi per difendersi accusa Savasta: “È una cosa studiata ad arte per un motivo molto semplice: coinvolgermi in tutte le porcate che ha fatto con Savasta“.  e per difendersi dalle accuse di D’Introno di aver preteso 500 euro al giorno che gli sarebbero serviti per il suo “tenore di vita” costellato di viaggi e donne. “Le sembra un tenore di vita da 500 euro al giorno? Ho fatto la doppia cessione del quinto dello stipendio l’anno scorso quando mi sono separato da mia moglie e in banca ho 21 mila euro” si è difeso Nardi.

Nardi ha negato di essere intervenuto per aggiustare processi: “L’aiuto che io ho dato a D’Introno è stato questo, mi sono letto le sue carte, gli ho detto quello che pensavo della sua situazione processuale“. Ed accusato Antonio Savasta, l’ex pm con cui è accusato di aver creato la cricca delle inchieste truccate,  di aver fatto  il “doppiogiochista”, dichiarando  “Sì, purtroppo sì. Io quando ho letto queste intercettazioni sono rimasto scioccato, perché lui faceva l’amicone con me e faceva l’amicone con lui, diceva una casa a me e diceva una cosa a lui, è stato un doppiogiochista“. Nardi nel suo interrogatorio ha ammesso tre incontri a Roma, avvenuti a suo dire tutti in chiesa durante cerimonie mistiche, sostenendo che i rapporti si erano rotti per via della gestione dell’inchiesta Casillo (il re del grano, che venne arrestato e successivamente assolto, il quale ha dichiarato di aver dovuto pagare per poter uscire dal carcere.

L’unica volta che ci siamo incontrati per caso  è stato il giorno prima che ci hanno arrestati alla stazione perché tutt’e due abbiamo preso casualmente il treno” ha detto  Nardi riferendosi a Savasta. L’indomani mattina Nardi doveva recarsi a Firenze. Ma non è mai arrivato a destinazione.

Su Michele Nardi , il CORRIERE DEL GIORNO ha scoperto anche un episodio a dir poco imbarazzante… In un procedimento giudiziario tuttora in corso a Roma,  di cui il pm Michele Nardi era titolare del fascicolo d’indagine, dispose una perquisizione (infruttifera n.d.r.) nei confronti di una donna tarantina, che gestiva un centro estetico a pochi passi da piazzale Clodio, sede della Procura e del Tribunale Penale di Roma. Piccolo particolare, guarda caso,  una “amichetta” del Nardi era stata da poco licenziata da quel centro in cui faceva la segretaria-estetista . Soltanto coincidenze ?

Ma non sono sole le accuse di D’ Introno ad inchiodare Michele Nardi, in quanto gli vengono contestati i 200mila euro ottenuti dall’imprenditore Paolo Tarantini di Corato, per bloccare una falsa indagine fiscale. Secondo le accuse di D’Introno verbalizzate dalla Polizia Giudiziaria, la percentuale spettante al Nardi sarebbe stata consegnata alla sorella in una stazione di servizio. Circostanza questa che viene negata da Nardi: “Vi invito a chiamare questo Tarantini e a fare un riconoscimento, vedere se riconosce mia sorella, mia sorella non guida la macchina e quindi non so come sarebbe potuta arrivare alla Esso“.

L’ ex Gip di Trani Michele Nardi nel suo interrogatorio di garanzia ha raccontato di aver fatto la conoscenza dell’imprenditore coratino Flavio D’Introno che gli venne presentato l’avvocato Mimmo Tandoi, che ha rapporti di parentela con la famiglia, raccontando a verbale: “Divenni amico di Domenico D’Introno, che è il fratello di questo Flavio, un imprenditore con cui condividevamo questa passione per gli scacchi. Un giorno questo Domenico, forse era nel 2007, mi disse che suo fratello Flavio era stato arrestato, e una volta che ci eravamo visti per giocare a scacchi se ne venne con questo fratello Flavio, il quale era un uomo distrutto da un anno di custodia cautelare in carcere“.

Nardi ha ammesso  al Gip di aver “sfruttato” D’Introno per nascondere una propria relazione extraconiugale “Per sfuggire all’attenzione di mia moglie quand’ero a Trani usavo questo D’Introno, dicevo “Vienimi a prendere”, mia moglie pensava che stessi con lui a farmi una passeggiata, invece poi insomma stavo in casa di questa mia collega“. Sarebbe stato l’imprenditore  D’Introno (secondo Nardi n.d.r.) a chiedere denaro a lui, raccontando di un incontro avvenuto all’interno di un supermercato. “Sembrava in preda alla cocaina, urlava, gridava, diceva: “Sono nei guai perché io ho speso i soldi di mia moglie, mia moglie vuole i soldi indietro perché altrimenti il 20 agosto mia moglie deve essere sentita dai Carabinieri se non gli restituisco i soldi mia moglie chissà cosa…”, e di avergli detto  detto: “Scusa, da me che cosa vuoi?”. Secondo la versione data al Gip di Lecce, D’Introno gli avrebbe detto “No, ti prego: prestami 60 mila euro perché io devo tamponare mia moglie”. sostenendo che la situazione si sarebbe ripetuta il 18 agosto 2018, a Roma. Dice Nardi  “Sotto il portone trovo una macchina parcheggiata, dalla quale scende improvvisamente con la gamba ingessata il D’Introno e la macchina era guidata a un ceffo che stava avanti. (…) Come faceva a giustificare che era venuto il 18 agosto sotto casa mia? Perché era venuto che voleva i soldi da me, ecco perché io poi ho sporto una denuncia per estorsione a Perugia, che è tuttora pendente“.

Il punto centrale dei rapporti intercorsi tra D’Introno e Nardi verte sulla villa dell’ex gip a Trani, che l’imprenditore di Corato (Bari) sostiene di aver dovuto ristrutturare a proprie spese. Una circostanza che Nardi nega, riferendo di un accordo concordato con D’Introno per venderla  a 600mila euro dopo 10 anni di fitto che, però, non risulterebbero essere mai stati pagati, che di fatto  smentisce la versione dei fatti dell’ ex-Gip di Trani. “Stiamo parlando di una villa di pregio, quindi non un rudere – dice Nardi –  Era previsto che entrambi possedessimo questa villa per dieci anni, è una villa grandissima, quindi ci potevano benissimo stare due famiglie. (…) Mi ricordo che una volta mia moglie e mia suocera andarono alla villa e trovarono qualcosa come una cinquantina di persone sdraiate sul prato in bikini a prendere il sole. (…) Fino a quando, nell’agosto del 2012, tornati dalle vacanze io e mia moglie, andiamo alla villa e D’Introno aveva cambiato le serrature».

A quel punto dell’interrogatorio Nardi ha sostenuto di  essersi accordatocon D’Introno per cedergli in locazione la villa a 10.000 euro all’anno, soldi che andavano scalati dal prezzo di vendita convenuto, accordo questo, che come dicevamo,  non ha mai avuto seguito. Adesso su quel contratto sono in corso i dovuti accertamenti da parte della Procura di Lecce.

 




"Monnezzopoli": ai domiciliari Tamburrano ex-presidente della Provincia di Taranto e la sua "cricca"

TARANTO – E’ stato disposta questa mattina la scarcerazione dalla casa circondariale di Taranto a seguito dell’ ordinanza disposta dal Gip di Taranto dr. Vilma Gilli, dell’ex presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano, insieme alla “cricca” composta dall’imprenditore Pasquale Lonoce, dall’ ex- dirigente del quarto settore Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto Lorenzo Natile e da  Roberto Venuti procuratore speciale della società Linea Ambiente Srl proprietaria della discarica di Grottaglie in località “La Torre Caprarica”, denominataIII lotto” , la cui detenzione carceraria è stata trasformata dal Gip  in arresti domiciliari, accogliendo la richiesta dal collegio dei difensori dei quattro indagati, “domiciliari”  ottenuti peraltro nonostante il parere negativo espresso dalla Procura di Taranto.

ADG Tamburrano DEF

La scarcerazione dei quattro indagati , posti agli arresti domiciliari, pare non essere stata presa molto bene dalla Procura, infatti negli ambienti giudiziari è trapelato qualcosa di incredibile, ilche spiega ancora meglio il perchè la Procura di Taranto si sia sempre opposta alla loro scarcerazione.

Cinque giorni dopo l’arresto avvenuto il 14 marzo, e per la precisione il 19 marzo scorso, data ed evento richiamati dal Gip Gilli nella sua ordinanza, dopo un colloquio avvenuto in carcere fra l’indagato Pasquale Lonoce (a lato nella fotografia) e sua moglie, gli agenti della Polizia Penitenziaria di Taranto  avevano scoperto il passaggio di un “papiello” (cioè degli appunti) che i due si erano scambiati con delle istruzioni del Lonoce (che peraltro in un lontano passato è stato anche un carabiniere) alla moglie che violavano le norme di Legge.

Mettere ai domiciliari i quattro indagati e mandarli a casa “liberi”  , cioè senza accompagnamento della Polizia Giudiziaria, non sembra essere stata una buona idea, in quanto  sembra essere alquanto rischioso farli uscire dal carcere, rischiando un possibile occultamento e manipolazione delle prove, sopratutto da parte coloro i quali avevano già provato in passato a farlo, grazie all’informazione “attenti vi stanno intercettando” ricevuta da Roberto Venuti da parte dell’imprenditore Antonio (per tutti Tonino) Albanese, attualmente indagato, che indusse proprio Lonoce a cambiare telefono per sviare i criptatori installati nei suoi telefoni dalle Fiamme Gialle.

Nel frattempo proseguono gli altri filoni dell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Taranto, le cui indagini da qualche mese sta facendo dormire in tensione non pochi politici locali, dirigenti di enti pubblici ed imprenditori, consapevoli delle loro malefatte

 

 




Il Tribunale di Taranto rigetta la concessione della facoltà di uso di AFO2 che ora va spento. Lo spettro della chiusura è sempre più vicino

ROMA – Il giudice monocratico del Tribunale di Taranto, Francesco Maccagnano ha rigettato l’istanza avanzata da Ilva spa in amministrazione straordinaria con la quale, l’azienda stessa, aveva chiesto l’utilizzo dell’impianto nonostante l’applicazione del provvedimento giudiziario. Di conseguenza l’Altoforno AFO2 che era stato sottoposto a sequestro il 26 giugno del 2015 adesso dovrà essere definitivamente spento dando esecuzione, come riportato nell’ordinanza, a quanto già indicato nel cronoprogramma predisposto dal custode giudiziario ing. Barbara Valenzano, notoriamente molto “vicina” al governatore della Regione Puglia Michele Emiliano.

Naturali e prevedibili i conseguenti riflessi occupazionali della prossima chiusura dell’altoforno Afo2, che alimenta da solo un terzo della produzione dello stabilimento siderurgico di Taranto, il cui attuale gestore in locazione  ArcelorMittal, “eredita” dall’ ILVA in Amministrazione Straordinaria questa decisione del Tribunale di Taranto .

Ecco il testo integrale dell’ ordinanza:

RIGETTO TER FACOLTA' D'USO ILVA SPA

ArcelorMittal in una nota prende atto della decisione del Tribunale di Taranto, di rigettare la revoca del sequestro dell’altoforno Afo2 notificata ad ILVA in Amministrazione straordinaria, e ricorda di non essere “parte” nel procedimento legale, e sta quindi valutando le ripercussioni che possono conseguire per l’operatività dello stabilimento di Taranto a seguito di questa decisione giudiziaria .

Il gruppo franco-indiano ha preparato un calendario per la chiusura dell’altoforno 2 come disposto,  continua ancora il comunicato emesso ieri sera.   In ogni caso ArcelorMittal auspica che venga trovata una soluzione alternativa poichè il funzionamento dell’altoforno 2 è parte integrante della sostenibilità del sito di Taranto.

Immediate le redazioni dei sindacati che prevedono circa un migliaio di nuovi possibili cassintegrati.  “Da tempo segnaliamo i ritardi proprio su Afo2 e tutta l’area altoforni relativi ad alcune prescrizioni vigenti –  dichiara Marco Bentivogli segretario generale della Fim Cisl –  Questa ulteriore tegola si aggiunge ai 1400 lavoratori in cassa integrazione dal 2 luglio a cui potrebbero aggiungersi altri 1000 proprio a causa del sequestro di Afo2“.

“Da qui al 6 settembre, data di cessazione dello scudo penale, la tensione in stabilimento aumenta ogni ora . Se aggiungiamo a questi 2400 i 1700 in cassa integrazione comprendiamo come la lentezza con cui si cerca di disinnescare i problemi ambientali si somma ad un’incertezza del Governo che innesca una bomba sociale inaccettabile” aggiunge  Bentivogli, ricordando che “ancora oggi in audizione al Senato un rappresentante del M5S ha ribadito la necessità di riconvertire l’area ex Ilva ad altra attività economica. I lavoratori non vogliono sussidi ma rientrare al lavoro, in un’ambiente salubre. Il benaltrismo non aiuta né il lavoro né l’ambiente. Il ministro Di Maio chiarisca definitivamente se rispetto all’accordo del 6 settembre 2018 ha cambiato idea  – conclude Bentivogli – e dia risposte chiare a lavoratori di tutto il Gruppo e ai cittadini di Taranto“.

Gianni Venturi

Ieri si è riunita la Commissione Industria e Attività Produttive del Senato con i rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm per un confronto sulle prospettive industriali, ambientali ed occupazionali del sito di Taranto e del gruppo ArcelorMittal. Gianni Venturi,  segretario nazionale Fiom-Cgil, che ha partecipato all’audizione ha chiesto con una nota che “il Governo ed il Parlamento si assumano la responsabilità di scegliere e di garantire le prospettive del sito ex Ilva di Taranto e del gruppo ArcelorMittal a cominciare dal rispetto degli impegni che sono stati sottoscritti con l’accordo di settembre del 2018 dal punto di vista del piano industriale, ambientale e occupazionale“.

“Le vicende di questi mesi con il superamento delle esimenti penali, – continua Venturigià previsto dal decreto Salva Ilva del 2015, hanno introdotto invece elementi di incertezza che insieme alla insicurezza prodotta tra i lavoratori per gli incidenti ricorrenti, purtroppo anche mortali, hanno riportato le prospettive dell’ex Ilva ad un tornante particolarmente drammatico. Abbiamo quindi chiesto alla Commissione – conclude  il segretario nazionale della  Fiom-Cgil  – di farsi carico di rappresentare e di audire il Governo in merito all’urgenza di trovare una soluzione equilibrata in vista della scadenza del 6 di settembre, data fissata per il definitivo superamento delle esimenti penali. A conclusione dell’audizione il Presidente della Commissione si è assunto l’impegno di dare seguito alle richieste delle organizzazioni sindacali nell’ambito di un’iniziativa più generale tesa alla salvaguardia di un settore strategico per l’economia complessiva del Paese“.

“ Abbiamo chiesto e ottenuto questo incontro per informare e aggiornare la Commissione Industria, commercio e turismo del Senato e il Parlamento tutto sulla situazione drammatica dell’ex Ilva di Taranto e sulle preoccupanti prospettive occupazionali per i lavoratori” ha dichiarato a sua volta Rocco Palombella, Segretario Generale della Uilm, durante l’audizione da parte della Commissione Industria, commercio e turismo del Senato della Repubblica sulla situazione dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

A circa un anno dall’accordo del 6 settembre 2018 e a 9 mesi dall’inizio della gestione di Arcelor Mittal la situazione rischia di precipitare con tutte le conseguenze nefaste per i lavoratori e per tutta la comunità di Taranto e della Puglia . La gestione di questa multinazionale  – continua il leader della Uilmsi è dimostrata fin da subito complicata per i gravi problemi ereditati ma la situazione nell’ultimo mese è diventata allarmante. La grave crisi del mercato dell’acciaio ha fatto assumere la decisione ad AM di ridurre la produzione negli stabilimenti euopei e in Italia ha fatto ricorso alla cigo per 1.400 lavoratori nel sito di Taranto”.

“Accanto a questa decisione unilaterale da parte della multinazionale – aggiunge Palombella c’è la decisione del Ministro dello sviluppo economico di eliminare l’immunità legale con il Decreto Crescita del 26 giugno 2019 che ha visto la reazione di ArcelorMittal con il conseguente annuncio da parte del Ceo Geert Van Poolverde della chiusura dello stabilimento dal 6 settembre 2019.Il nuovo sequestro dell’Altoforno Afo2 da parte della Magistratura e, soprattutto, la tragica morte del giovane operaio Cosimo Massaro – prosegue – hanno fatto precipitare la situazione dal punto di vista della sicurezza e del clima all’interno e all’esterno del sito di Taranto”.

“Ora nella fabbrica  si è creata una situazione di punto di non ritorno. – continua il Segretario Generale della Uilm – All’insicurezza si è aggiunta una prospettiva occupazionale e industriale drammatica, nonostante l’accordo del 15 luglio al Mise. Sono diminuiti notevolemente i livelli di produzione arrivando ad un dimezzamento dalle sei milioni di tonnellate previste dal piano industriale alle tre che si potranno produrre con gli attuali impianti in esercizio entro la fine dell’anno” e conclude “La situazione rischia di arrivare a una condizione ingovernabile e per questo vogliamo sapere cosa intende fare il Parlamento e questa Commissione ma soprattutto quali sono i provvedimenti che il governo metterà in campo per salvaguardare la sicurezza e i livelli occupazionali dello stabilimento di Taranto e la salute dei cittadini all’esterno dell’acciaieria”.

 

 

 

 




Carabiniere ucciso a Roma. La Procura: "Gli indiziati sono stati individuati e interrogati dai magistrati nel rispetto della legge"

Gen. Francesco Gargaro

di Antonello de Gennaro

ROMA – Il comandante provinciale dei Carabinieri di Roma, Gen. Francesco Gargaro, ha condotto questa mattina una lunga conferenza stampa sull’omicidio del vicebrigadiere, ucciso a coltellate nella Capitale, per il quale sono in carcere gli americani Gabriel Christian Natale-Hjorth e Finnegan Lee Elder, di 18 e 19 anni, dopo la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ed   ha reso noto un particolare importante sull’uccisione del carabiniere accoltellato in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati a Roma. Il vice brigadiere  “aveva solo le manette, non aveva la pistola, l’aveva dimenticata, l’abbiamo trovata nel suo armadietto in caserma. E’ stata probabilmente una dimenticanza, ma ciò non toglie che non aveva alcuna possibilità di reagire“. Il comandante provinciale dei carabinieri di Roma   a chi gli chiedeva se ci fossero stati errori nell’intervento di Cerciello Rega Andrea Varriale , ha risposto che si è trattato “di un servizio che si fa ripetutamente ogni giorno.

Mario Cerciello Rega e Andrea Varriale sono stati aggrediti immediatamente dai 2 americani” quindi “non c’è stata possibilità di usare armi, di reagire”  ha precisato il comandante dei carabinieri di Roma Francesco Gargaro. “Nel momento in cui si sono qualificati sono stati immediatamente aggrediti, pochi attimi in cui Varriale è stato sopraffatto e buttato a terra” ha aggiunto Gargaro che ha sottolineato che in zona “c’erano 4 pattuglie, che non dovevano essere visibili per non pregiudicare l’operazione e che sono intervenute pochi minuti dopo l’allarme“.

Se avesse usato l’arma il carabiniere Varriale oggi sarebbe indagato. Non immaginavano di trovarsi di fronte una persona con un coltello di 18 centimetri, e non si aspettavano neanche di essere aggrediti nel momento in cui si qualificavano come carabinieri .” Non c’è stato tempo di reagire,  Andrea Varriale (il collega del carabiniere ucciso Mario Cerciello Rega – n.d.r) non poteva sparare ad un soggetto in fuga altrimenti sarebbe stato indagato per un reato grave. I colpi in aria a scopo intimidatorio non sono previsti dal nostro ordinamento” ha aggiunto il generale Gargaro.

Alla presenza del procuratore facente funzioni di Roma Michele Prestipino, e al procuratore aggiunto, Nunzia D’Elia, il comandante provinciale dei Carabinieri è stato reso noto che “Gli indiziati sono stati individuati e interrogati dai magistrati nel rispetto della legge” come ha chiarito il procuratore facente funzione di Roma, Michele Prestipino, confermando che “Gli interrogatori sono stati effettuati con tutte le garanzie difensive – spiega -, alla presenza dei difensori, dell’interprete e previa lettura di tutti gli avvisi di garanzia previsti dalla legge. Gli interrogatori sono stati anche registrati”.

La ricostruzione della notte dell’omicidio Cerciello Rega

Il generale Gargaro ha ricostruito i fatti che hanno preceduto e seguito l’uccisione del vicebrigadiere e ha definito “giusta” la decisione della sala operativa dei Carabinieri di mandare i due militari in borghese all’appuntamento con gli americani. “Esprimo il disappunto e dispiacere mio e di tutti i carabinieri di Roma per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda in questi giorni, laddove una ricostruzione attenta e scrupolosa dell’intervento dei carabinieri ha dimostrato la correttezza e la regolarità dell’intervento, tra l’altro analogo e ricorrente a Roma non dico ogni giorno ma quasi, anche per i cosiddetti cavalli di ritorno. Tutti questi interventi vengono adottate con le stesse modalità nel rispetto delle regole”

Sull’intervento di militari liberi dal servizio, poi, il generale Gargaro ha aggiunto che “quello che dice la vedova ossia che Cerciello fosse in servizio in caserma, non è corretto. Era in pattuglia in borghese e andò in caserma solo per portare del gelato ai colleghi. Non è biasimabile ma apprezzabile che dei carabinieri liberi dal servizio si preoccupino di individuare spacciatori e ladri nei loro quartieri o in quelli limitrofi, si è Carabinieri anche quando si è liberi dal servizio“. Riguardo alla presenza di altre unità in zona il comandante provinciale ha precisato  che “c’erano quattro pattuglie che non dovevano essere visibili per non pregiudicare esito operazione”.

La Procura: “Ci sono ancora dei punti oscuri”. Il procuratore reggente di Roma Michele Prestipino durante la conferenza stampa per ricostruire l’omicidio di Mario Cerciello Rega, ha risposto ad una domanda  in merito alla foto dell’americano  Christian Gabriel Natale Hjort bendato e ammanettato, affermando che “accerteremo i fatti senza alcun pregiudizio e con il rigore già dimostrato da questa procura in altre analoghe vicende. La procura – ha aggiunto  Prestipino ha già avviato le indagini per accertare quanto accaduto, per consentire la più adeguata qualificazione giuridica e per individuare tutte le responsabilità“.

“Ci sono ancora diversi aspetti su cui dobbiamo lavorare e fare degli approfondimenti. – ha spiegato il magistrato – Ci sono indagini in corso ma dire a distanza di 3 giorni che non ci siano ancora aspetti oscuri sarebbe quantomeno precipitoso. Stiamo facendo indagini per ricostruire ancora più nel dettaglio la vicendaOvviamente per farlo ci sono degli accertamenti di natura tecnica che non si possono fare in una notte e richiedono tempo, come l’analisi completa dei tabulati, la perizia medico legale, le verifiche sul coltello“. Quindi , ha concluso il procuratore Prestipino, “dobbiamo aspettare che si completa questo quadro, al termine del quale prenderemo, come per tutte le altre indagini le nostre decisioni“.

I due maghebrini di carnagione scura

L’indicazione del fatto che fossero stati due maghrebini è stata data da Brugiatelli cioè dalla persona che era stata derubata della zaino“, ha affermato nella conferenza stampa il Generale Francesco Gargaro,  “Ha parlato di due persone di carnagione scusa, presumibilmente maghrebini. – è intervenuto il procuratore facente funzione di Roma, Michele Prestipino –  perché aveva il timore di dire che conosceva gli autori dell’omicidio. Non voleva essere associato al fatto. Solo dalle immagini si è scoperto l’antefatto”

Brugiatelli, ha chiarito il generale Gargaro, “non è una persona nota, ha dei precedenti molto datati. I carabinieri non lo conoscevano, lo hanno identificato quando è giunta la pattuglia composta da Varriale e Cerciello Rega”.

Le regolarità degli interrogatori della Procura

Ai giornalisti americani presenti, che facevano domande nell’affollata conferenza stampa, sul trattamento riservato ai propri concittadini, come l’assistenza linguistica, e ipotizzavano parallelismi con il “caso” di Amanda Knox, gli inquirenti hanno replicato lapidariamente “la Procura di Roma è abituata a trattare con indagati di ogni nazionalità“.

Quando sono arrivati per essere interrogati, i due giovani americani ritenuti responsabili dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, erano liberi da qualunque tipo di vincolo, in ottime condizioni, senza segni di nessuno genere”.  ha detto il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia che segue le indagini in prima persona aggiungendo che “abbiamo fornito l’avvocato d’ufficio, nominato l’interprete e consentito a Gabriel Natale di aver un colloquio preliminare con il suo avvocato da soli”.

Il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia, che ha interrogato i due americani, ha precisato che “l’interrogatorio è stato svolto in presenza degli avvocati e di un traduttore, anche per Natale che parla italiano, ma per ulteriore garanzia che ci fossero malintesi. Non solo: prima di aprire il verbale, Natale ha avuto la possibilità di parlare da solo con il suo avvocato che ce l’aveva chiesto per valutare l’opportunità o meno di rispondere alle domande. Entrambi hanno risposto e pur apparendo provati, anche per aver bevuto birre e superalcolici, hanno reso dichiarazioni lunghe e dettagliate. Non sempre verificabili”. “Gli interrogatori sono stati effettuati con tutte le garanzie difensive ha aggiunto  Prestipino –  alla presenza dei difensori, dell’interprete e previa lettura di tutti gli avvisi di garanzia previsti dalla legge. Gli interrogatori sono stati anche registrati.” 

Il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia ha anche ricordato come Elder Finnegan Lee si sia presentato all’appuntamento di via Federico Cesi armato di coltello perché “temeva gli potesse succedere qualcosa” aggiungendo “Gli abbiamo chiesto se avesse visto se il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega fosse armato o no. E lui ha ammesso di non aver visto alcuna arma, e neanche se il militare avesse cercato di prenderla. Lui non ha dato spiegazione del fatto che avesse portato il coltello dagli Usa, ma ha precisato che lo ha portato all’incontro perché temeva che gli potesse succedere qualcosa“.

“Non è stato un interrogatorio veloce, dove loro hanno raccontato tante cose e hanno avuto l’opportunità di raccontare la loro versione dei fatti. Gli elementi raccolti ci hanno consentito di ricostruire la dinamica dei fatti”. Il procuratore aggiuntoda cittadina ha ringraziato le forze dell’ordine” aggiungendo  “come magistrato devo sottolineare la correttezza nei rapporti che ha consentito il risultato in breve tempo”. L’episodio della foto del ragazzo bendato “non è stato bello. C’è una denuncia e un procedimento per capire cosa è successo“.

“Quando gli abbiamo detto che un carabiniere era rimasto ucciso, Natale Hjorth ha chiesto più volte conferma di ciò, ‘ma e’ proprio morto?, è morto davvero?‘” ha raccontato il procuratore aggiunto D’Elia raccontando la reazione dei due indagati. Elder Finnegan Lee  invece quando ha saputo che il vicebrigadiere era morto “ha versato qualche lacrima” .

Il procuratore Prestipino ha anche spiegato che sulla questione  della benda intorno agli occhi che impediva la vista, vi è stata “una tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma“, i cui stessi vertici “hanno definito il fatto grave e inaccettabile” e che  sul punto la Procura di Roma ha avviato “indagini necessarie per accertare quanto accaduto, per darne una qualificazione giuridica, senza pregiudizio, con determinazione e rigore, già dimostrati in altre vicende“.

La correttezza dell’operato dei Carabinieri

Il generale Gargaro ha anche espressoil disappunto e dispiacere per le ombre e i presunti misteri sollevati e diffusi in merito a questa vicenda” ricordando ancora una volta che la ricostruzione dei fatti accaduti quella notte  “ha dimostrato la correttezza e la regolarità dell’intervento“. Anche se, ha aggiunto il procuratore Prestipino, “vi sono alcuni aspetti della vicenda che devono essere ancora approfonditi. Accertamenti saranno condotti dal mio ufficio con scrupolo e tempestività“.

Il carabiniere Varriale “è provato – ha detto GargaroNon auguro a nessuno di vedere un collega morire. Attualmente sta ultimando i 6 giorni di malattia dati dal referto. Tornerà in servizio. Ha riportato alcune contusioni e graffi al collo”.  Il coltello “modello marines” con cui è stato ucciso il militare, secondo le dichiarazioni di Elderproviene dagli Stati Uniti ed è stata portato in Italia da lui, prima di arrivare. Forse lo aveva nella tasca del pantalone, lui stesso dice che lo aveva addosso”.

Il procuratore Prestipino ha commentato la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega definendolo “un servitore dello Stato caduto nell’adempimento di un dovere duro ma essenziale per garantire l’esistenza dello Stato e assicurare il rispetto della legge sempre e comunque“.

 

 

 




L 'ultimo saluto di Somma Vesuviana a Mario Cerciello Rega il carabiniere ucciso a Roma

ROMA – Si sono celebrate a Somma Vesuviana nella chiesa di Santa Maria del Pozzo stracolma di persone,  dove circa un mese fa il carabiniere si era sposato con Rosa Maria Esilio, le esequie del vice brigadiere Mario Cerciello Rega . Gremita di persone anche la piazza che ha accolto uno scrosciante applauso commosso l’ingresso del feretro, avvolto dal tricolore, portato in chiesa a spalla da sei carabinieri, scortati da colleghi in alta uniforme. Al suo arrivo, i tre squilli di tromba del silenzio fuori ordinanza dell’Arma e i rintocchi delle campane.

A seguire, la famiglia di Mario Cerciello Rega, la moglie accanto alla madre, Silvia, i fratelli Paolo e Lucia, e gli altri familiari. La moglie ha deposto sopra alcune foto del loro matrimonio, il cappello d’ordinanza e la maglia del Napoli, di cui Mario era tifoso.

Ad officiare la cerimonia funebre è stato l’Ordinario militaremonsignor Santo Marcianò, il quale durante l’omelia ha detto: “Cari amici, quanto è accaduto è ingiusto! E l’essere qui, professare la nostra fede in Cristo Risorto, non ci esime, anzi ci obbliga, alla denuncia di ciò che è ingiusto. Ci spinge, oggi, a levare un grido che si unisce alla tante e diverse voci che in questi giorni hanno formato un unico coro, testimoniando la straordinarietà dell’uomo e del carabiniere Mario, ma anche chiedendo che venga fatta giustizia e che eventi come questo non accadano più” aggiungendo “Quello che è accaduto è ingiusto. Basta piangere servitori dello Stato, figli di una Nazione che sembra aver smarrito quei valori per i quali essi arrivano a immolare la vita!“. Il monsignore rivolgendosi alle istituzioni presenti in chiesa, le ha invitate a prendere Cerciello Rega come “esempio“.

Molte le cariche istituzionali presenti, compresi il presidente della Camera Roberto Fico, i due vice premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini,  e la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Al suo arrivo, Salvini è stato accolto dagli applausi ed alcune donne lo hanno intercettato dicendogli: “Proteggete i nostri ragazzi”. Tra gli esponenti del Governo presenti alle esequie, anche il ministro della Difesa Elisabetta Trenta e il ministro dell’ambiente Sergio Costa, oltre alla vicepresidente della Camera Mara Carfagna e al vicepresidente del Senato Ignazio La Russa . In chiesa erano presenti anche i anche i componenti dell’associazione Cavalieri dell’ Ordine di Maltadella quale il vicebrigadiere dei Carabinieri Cerciello Rega faceva parte svolgendo attività di volontariato.

Nella chiesa c’era la corona di fiori inviata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre all’esterno sono esposte quelle delle altre autorità, compresa quella del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ieri ha trascorso più di un’ora con i familiari nella camera ardente a Roma, e che oggi non gli è stato possibile essere presente alla cerimonia. Il sindaco del paese di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, ha disposto il lutto cittadino.

L’Ordinario militare ha ricordato l’empatia e lo spirito di servizio di Mario Cerciello Rega, che incarnava “la missione del carabiniere alla perfezione”. Marcianò ha indirizzato anche un monito al Paese: “Non è nostro compito dire se servano leggi più rigide o soltanto leggi più giuste, ma una cosa osiamo chiedervela: Metteteci il cuore! Fate anche voi della vita degli altri il senso della vostra vita, consapevoli che quanto operate o non operate è rivolto a uomini concreti: a cittadini e stranieri, a uomini e donne delle Forze Armate e Forze dell’Ordine, ai quali non possiamo non rinnovare il grazie e l’incoraggiamento della Chiesa e della gente! E se voi, responsabili della cosa pubblica, e tutti noi sapremo meglio imparare, da uomini come Mario, il senso dello Stato e del bene comune, l’Italia risorgerà”.

L ‘ultimo saluto al carabiniere Mario Cerciello Rega ucciso a Roma

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​Maria Rosa Esilio, moglie di Mario Cerciello Rega, ha scelto con il cuore cosa leggere in chiesa per i funerali di suo marito: la lettera dedicata alle mogli dei carabinieri, la stessa lettera che le avevano dedicato al matrimonio con il suo Mario lo scorso 13 giugno, e che esattamente un mese dopo, il 13 luglio, giorno del compleanno del militare, la moglie di un altro carabiniere le ha postato sulla pagina Facebook, ringraziandola per avergliela fatta conoscere. “Un giorno il buon Dio – ha cominciato Rosa Mariastava creando un modello di donna da destinare a moglie di carabiniere“.

Nella lettera il dialogo tra Dio e un angelo con il Signore che spiega perché la moglie del carabiniere deve essere diversa dalle altre. “Deve essere indipendente – ha proseguito Rosa Mariapossedere le qualità di un padre e di una madre allo stesso tempo. Le daremo un cuore particolarmente forte, capace di sopportare il dolore delle separazioni, di dare amore senza riserve, di offrire energie al marito nei momenti più difficili e di continuare a lottare anche quando è carico di lavoro è stanco“.

Dopo l’omelia, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Giovanni Nistri, ha chiestorispetto e riconoscenzaleggendo un discorso di commiato. “Mi compete l’onere più pesante, parlare di un ragazzo morto a 35 anni“. Dopo aver raccontato la carriera di Cerciello Rega e averne tracciato un ritratto, il comandante generale ha detto :”Il cuore di Mario è stato trafitto da undici coltellate, è bene che noi tutti si eviti la dodicesima: giusti i dibattiti, sono legittimi, ma non oggi. E i toni non siano la dodicesima coltellata”.

Nel corso della commemorazione il Generale Nistri ha voluto anche ricordare  i 953 carabinieri feriti o gravemente contusi nell’adempimento del dovere e “che dall’inizio dell’anno hanno tutelato i diritti di tutti a cominciare dalle vittime fragile, a cominciare dai diritti dei più poveri, a cominciare dai diritti dei criminali. Questo è il rispetto che mi permetto di chiedere.“.

Nistri ha chiesto rispetto “per un uomo che è morto per tutelare i diritti di tutti, a partire dal diritto all’equo trattamento che ha ogni persona, anche una persona che viene arrestata per aver compiuto un orrendo crimine“ed ha quindi ha ricordato i colleghi Emanuele Anzini (falciato all’alt da un ubriaco a giugno, in provincia di Bergamo) e Vincenzo Di Gennaro, ucciso questa primavera nel foggiano, durante una sparatoria, oltre ai 953 carabinieri feriti dall’inizio dell’anno. Il generale Nistri ha concluso con un ringraziamento: “Grazie Mario, per aver ricordato a me e a tutti, testimoniandolo con i fatti, chi sia davvero il Carabiniere, cosa davvero debba fare un carabiniere e quali siano i valori a cui si deve ispirare”.




Folla alla camera ardente di Mario Cerciello Rega il carabiniere ucciso a Roma

ROMA – Nonostante un temporale una folla composta e commossa si è radunata oggi in piazza del Monte di Pietà per onorare il vice brigadiere dei Carabinieri, Mario Cerciello Rega, ucciso il 26 luglio con ultimo saluto. Sono tante le persone che hanno in mano dei fiori, molti si fanno il segno della croce, altri si chiedono come sia stato possibile morire così. Verso le 15:30 è arrivata la moglie che si era sposata soltanto 45 giorni fa con il carabiniere ucciso che ha voluto accompagnare l’ingresso della bara del marito accarezzandola più volte , quasi a non volerlo lasciare andare via.

Presente anche Salvatore Di Sarno  sindaco di Somma Vesuviana, paese che ha dato le origini al povero carabiniere, che uscendo dalla camera ardente ha detto: “Era mio dovere essere qui oggi perché rappresento la sua città e perché ero un suo amico. Non infanghiamo il nome di Mario, come sto leggendo su alcuni articoli di giornale, non lo merita. Era un galantuomo, un umile servitore dello Stato che ha pagato a caro prezzo il suo lavoro” aggiungendo “Ai giudici dico non siate parsimoniosi, c’è bisogno di rispetto per la divisa, per gli uomini che prestano la loro vita allo Stato“.

 

Tre giorni dopo all’ omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, l’ Arma dei Carabinieri dopo aver dato notizie col contagocce rompe il silenzio attuato anche per non ostacolare il corso delle indagini che sono ancora in corsa ed ha deciso di cominciare a sciogliere alcuni interrogativi che hanno alimentato non pochi dubbi su questa tragica vicenda.

Uno dei tanti punti da chiarire era l’intervento dei due carabinieri della Stazione Piazza Farnese,  e come il vicebrigadiere accoltellato per 8 volte e il suo collega siano arrivati in via Cossa ad alcune decine di metri dalla Stazione Carabinieri Prati-San Pietro, all’appuntamento con i due americani fermati per omicidio? L’audio che arriva dal Comando Generale ha sciolto questo primo quesito.

A richiedere l’intervento del 112  alle 4 e 7 minuti chiamando il 112 sostenendo di aver subito il furto di borsello e di una successiva richiesta di riscatto è Sergio Brugiatelli, noto e con precedenti, il broker dei pusher che in piazza Mastai aveva accompagnato i due americani dallo spacciatore che in cambio di 100 euro gli ha rifilato una dose di aspirina invece che di cocaina. “Sono stato derubato del borsello – dice l’uomo alla sala radio operativa dei Carabinieri – ho chiamato sul mio cellulare e i due mi hanno chiesto in cambio soldi per restituirmi il borsello”.

A quanto spiegato dall”Arma dei Carabinieri la telefonata al 112 e ancora prima sul suo telefonino rubato nelle mani dei due statunitensi, Brugiarelli l’ha effettuata dal cellulare di un clochard di sua conoscenza. “Sono a piazza Gioacchino Belli – dice l’uomo chiedendo l’intervento dei Carabinieri – Mi hanno chiesto 80, 100 euro per riavere la borsa… Me l’hanno presa alla fontanella… Quei due li ho visti scappare in una traversa… Almeno vi do il numero e se vi rispondono provate a rintracciarli”. “Così gli dico: vi do i soldi“, continua ancora.

Folla alla camera ardente del carabiniere ucciso a Roma

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La centrale della sala operativa dei Carabinieri avverte via radio la stazione di piazza Farnese, chiedendo un intervento in abiti civili. Secondo una versione non ufficiale invece Brugiatelli sarebbe una fonte “confidenziale” dei Carabinieri  sul mondo dello spaccio della movida nella Capitale ed è a quattro militari che incontra per strada a Trastevere che denuncia quanto accaduto. Una versione poco credibile che si scontra con la telefonata fatta al 112 .ù

E’ Brugiatelli che fornisce una descrizione fisica dei due assassini, sostenendo che si tratta di due magrebini. Lo ha fatto buona fede? Al momento non è possibile saperlo. Ma è bastato scriverlo su un brogliaccio di una sala radio per scatenare una violenta campagna politica in cui purtroppo la morte di un vicebrigadiere dei Carabinieri e la ricerca della verità per ore sono passate in secondo piano.

La foto alimenta lo scontro politico

In queste ore, inoltre, è polemica per una foto diffusa online, forse dopo essere circolata in alcune chat, di uno dei due americani arrestati mentre era bendato in caserma. Nello scatto si vede il giovane americano seduto in un ufficio della caserma con gli occhi coperti, forse in attesa di essere interrogato. Il Comando generale dell’Arma dei carabinieri ha preso “fermamente le distanze dallo scatto e dalla divulgazione” della foto. Il militare che avrebbe messo la benda all’americano arrestato è stato identificato e i Carabinieri hanno fatto sapere che è stato immediatamente spostato a un reparto non operativo. Intanto la Procura di Roma è in attesa di un’informativa sulla vicenda, dopo la quale si procederà all’apertura formale di un fascicolo di indagine.

Finnegan Lee Elder a destra nell’albergo di Roma, a sinistra nella foto bendato e ammanettato che ha scatenato le polemiche

A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita. Lavorando. Punto“. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini commenta la vicenda della foto .

 

Sulla stessa linea Giorgia Meloni: “A tutti quelli che ora si affannano a montare il caso del delinquente bendato in caserma vogliamo ricordare che la vittima è un carabiniere barbaramente ammazzato a 35 anni, il carnefice un balordo drogato americano. Punto” scrive il presidente di Fratelli d’Italia su Facebook .

(notizia in aggiornamento)




Carabiniere ucciso a Roma . Il gip convalida i due fermi degli americani

I due giovani americani fermati per l’omicidio

ROMA – Restano in carcere Elder Finnegan Lee  di 19 anni  e Christian Gabriel Natale Hjort di 18 anni, i due cittadini americani, entrambi californiani , in vacanza a Rom,  accusati  per l’uccisione del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega nella notte tra giovedì e venerdì. Il gip di Roma Chiara Gallo di indiziato di delitto per tentata estorsione e omicidio aggravato in concorso ha infatti convalidato il fermo di indiziato di delitto per tentata estorsione e omicidio aggravato in concorso  per l’uccisione del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega nella notte tra giovedì e venerdì.  così come sollecitato dalla Procura le cui indagini vengono coordinate dal procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e dal pm Sabina Calabretta. I due americani rispondono delle accuse di “concorso in omicidio” e “tentata estorsione” sono stati associati alla casa circondariale di Regina Coeli a Roma.

Durante l’interrogatorio di convalida del fermo davanti al gip Gallo, Finnegan Lee si è avvalso della facoltà di non rispondere e Natale Hjorth si è rimesso a quanto dichiarato a verbale, rimanendo anche lui in silenzio. “Per rispetto del militare è meglio non parlare“, ha detto fuori dal carcere di “Regina Coeli” il suo difensore, Francesco Codini. Secondo la ricostruzione della Procura, dopo aver stabilito un appuntamento in zona Prati per la riconsegna dello zainetto rubato, “raggiunto il luogo concordato e avvicinatisi i due carabinieri Mario Rega Cerciello e Andrea Varriale in borghese allertati dal Brugiatelli, nonostante i due militari si fossero qualificati come appartenenti all’Arma dei Carabinieri, dapprima ingaggiavano una colluttazione rispettivamente il Cerciello con Elder e il Varriale Andrea con Natale Hjorth“. Dopodiché Elder – si legge ancora nel decreto – colpiva con “numerosi fendenti il Cerciello ferendolo in zone vitali” tanto che a seguito dei fendenti inferti “il carabiniere Cerciello decedeva presso il pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito“. Dopo l’aggressione entrambi i responsabili scappavano “incuranti delle condizioni del Cerciello, esanime” e rientravano nel loro hotel a poche decine di metri dal luogo dell’ assassinio.

Secondo la procura artefice dell’accordo estorsivo con la vittima del furto del borsello, “in termini di partecipazione al colloquio telefonico“, come scrivono anche il pm Calabretta e il procuratore aggiunto D’Elia nel decreto di fermo, è Christian Gabriel Natale Hjort, “l’unico dei due in grado di comprendere la lingua italiana“. Usciti dall’hotel  Visconti Le Meridien in Prati per raggiungere il luogo deciso per lo scambio, i due americani si trovano davanti non il ragazzo dal quale pretendevano soldi e droga, ma i due militari in borghese, Mario Rega Cerciello e Andrea Varriale. “A questo punto, le versioni dei due sono parzialmente coincidenti in quanto il Natale ammette che il carabiniere che gli si è avvicinato si è qualificato, benché non fosse in divisa, mentre Elder nega la circostanza o comunque si nasconde dietro la propria difficoltà di comprendere la lingua italiana“.

Il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e la pm Sabina Calabretta lasciano la sede del nucleo investigativo di via in Selci a Roma

Anche sull’occultamento dell’arma i due americani forniscono versioniassolutamente contrapposte, accusandosi reciprocamente“. Il coltello è stato trovato nella stanza dell’hotel, riconosciuta da Elder come propria “e l’ha indicata come arma del delitto” e comunque difficilmente non notata dall’amico che però ha negato la circostanza. Fondamentali le testimonianza del portiere dell’hotel Roberto Altezza e del facchino in servizio di notte Biagio Di Paola che ha descritto “l’abbigliamento di uno dei ragazzi e il passo veloce con il quale è entrato nell’albergo“.

La versione di una chiamata al 112 non trova conferme nel decreto di fermo e resta in piedi l’ipotesi che l’uomo si sia rivolto di persona a una pattuglia in zona. Piazza Mastai è di competenza della Caserma Carabinieri Monteverde, il luogo dello scambio è a poche decine di metri dalla Stazione Carabinieri San Pietro, ma per il recupero della refurtiva si attivano Cerciello e il collega Varriale della caserma Farnese. Forse perché sono la pattuglia in borghese più a tiro, forse perché il doppio ruolo di Brugiatelli va protetto.

Sergio Brugiatelli, 47 anni, residente a Roma in una modesta casa al Portuense, con piccoli precedenti per reati contro il patrimonio e vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, avrebbe spiegato agli investigatori parte delle incongruenze che lo riguardano nell’ambito dell’inchiesta sull’uccisione del vicebrigadiere Cerciello Rega in via Pietro Cossa. L’uomo al momento non è indagato e neppure agli arresti domiciliari, malgrado ieri si fosse diffusa questa voce. Ma dal quartiere Prati, il luogo del delitto, bisogna spostarsi di quasi 3 chilometri (più di mezz’ora a piedi) e arrivare a Trastevere in piazza Mastai.

É qui che una telecamera di sorveglianza inquadra la sera del 25 Brugiatelli, con la sua bicicletta e lo zainetto nero sulle spalle, che entra in scena precedendo di qualche passo i due americani. L’uomo gira in bicicletta fra le piazze della “movida” romana e conosce bene gli spacciatori locali. Nelle immagini del video lo si vede chiedere qualcosa a un barbone che riposa su una panchina, il quale gli indica un punto. Dev’essere lì che si trova il pusher da cui i due statunitensi vorrebbero acquistare il grammo di cocaina.

 I Carabinieri gli hanno estorto la verità chiamandolo più volte in causa, nel tentativo di smuovere in lui i sensi di colpa, fin quando non ha ammesso di aver dichiarato fossero maghrebini, i due americani, perché lui già li conosceva. E soprattutto li temeva. Ben consapevole di avergli “tirato il pacco”, vendendogli aspirina spacciata per cocaina. È il “pacco” di cui parla Brugiatelli: al posto della cocaina, il pusher cede loro aspirina. Quando i due americani  Hjorth e Lee, se ne rendono conto, il pusher è già sparito ed allora decidono di “punire” Brugiatelli.

Elder Finnegan Lee , il vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega e Christian Gabriel Natale Hjort

Dai primi risultati della autopsia svolta sul corpo del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è emerso che una forte emorragia causata dalle 8 coltellate inferte da Elder Finnegan Lee ha provocato la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega  , il 19enne americano che ha confessato di essere l’autore dell’aggressione con il coltello. Il giovane, fra l’altro, fa uso di psicofarmaci. Nella stanza di albergo dove alloggiava insieme all’altro fermato gli inquirenti hanno rinvenuto un flacone di Xanax, un potente ansiolitico.

Come si legge nel decreto, non solo Natale non può non aver visto l’arma (come ha sostenuto nell’interrogatorio ) date le sue dimensioni, ma “ha fornito un decisivo contributo alla causazione dell’evento morte quantomeno perché ha bloccato l’intervento del Varriale (il carabiniere collega di Cerciello, ndr) in aiuto del compagno“.

“Siamo scioccati. Esprimiamo le più profonde condoglianze alla famiglia del brigadiere Cerciello Rega“, dichiara la famiglia di Finnegan Lee Elder in un comunicato pubblicato da Abc. “Non abbiamo informazioni indipendenti sull’accaduto, non siamo stati in grado di avere comunicazioni con nostro figlio. Chiediamo il rispetto della nostra privacy durante questo momento difficile. I nostri pensieri vanno a coloro che sono stati colpiti da questa tragedia”.

 

Finnegan Lee Elder è nato a San Francisco (California, USA) nel 2000 e si è diplomato alla Tamalpais High School nel 2018, insieme a Natale Hjorth. Per un breve periodo – lo riferisce l’Abc – ha frequentato la scuola “Sacred Heart Cathedral Preparatory” di San Francisco, dove ha giocato a football. La scuola Sacred Hearth è un istituto cattolico, con una retta annuale di 21.250 dollari.

Nella stanza dell’ Hotel Le Meridien Visconti dove alloggiavano i due ragazzi americani sono stati ritrovati un coltello di notevoli dimensioni, sporco di sangue, nascosto dietro a un pannello del soffitto, e i vestiti indossati durante l’aggressione. Uno dei due americani ha ammesso le proprie responsabilità affermando di essere lui l’autore materiale dell’accoltellamento.

I Carabinieri presidiano il luogo dove è stato ucciso il Vice Brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega 

I due giovani erano in cerca di droga a Trastevere ma la sostanza (spacciata dai pusher per cocaina) acquistata in realtà era semplice aspirina: dopo essersi resi conto di essere stati ingannati hanno rubato la borsa del pusher che conteneva il suo cellulare. L’uomo ha quindi contattato i due chiamando il suo numero di telefono per avere indietro la borsa. Il pusher avrebbe poi chiamato il 112 per comunicare che era stato scippato e che si era accordato con i due americani per la restituzione della borsa. A questo punto, all’orario stabilito, i due carabinieri in borghese si sono recati in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati, una zona centrale piena di studi di avvocati e famiglie borghesi. Lì hanno incontrato i due ragazzi con i quali è scoppiata una violenta colluttazione durante la quale il vicebrigadiere è stato colpito con otto coltellate.

Elder soffre di attacchi di panico e per gestirli fa uso dello psicofarmaco Xanax. Inoltre i due avevano bevuto e probabilmente assunto droghe. Nondimeno, la procura parla di “reazione del tutto spropositata” quando il ragazzo con la chioma mechata viola estrae il coltello e si scaglia con otto colpi sul brigadiere Cerciello Rega , accanendosi fin quando non l’ha sopraffatto. Nell’altro corpo a corpo l’amico cerca di divincolarsi da Varriale, che molla la presa solo quando vede Cerciello a terra in una pozza di sangue. Non estrae l’arma e cerca di salvarlo. Un tentativo vano. Come la fuga dei due, che vengono bloccati da altri carabinieri in tempi rapidi nell’albergo lì vicin a poche decine di metri, con le valigie già pronte sul letto, probabilmente per scappare via da Roma e dall’ Italia.

A sx il carabiniere ferito, lascia il nucleo investigativo di via in Selci a Roma

“Quando ho sentito Mario urlare ho lasciato quell’uomo e ho provato a salvarlo, perdeva molto sangue”. E’ quanto avrebbe raccontato ai magistrati il collega del vicebrigadiere. “Non pensavo fosse un carabiniere, avevo paura di essere nuovamente ingannato“, ha dichiarato Elder Finnegan Lee, il cittadino americano che ha confessato di essere l’autore materiale dell’omicidio.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato su Facebook. “Sperando che l’assassino del nostro povero Carabiniere non esca più di galera, ricordo ai buonisti che negli Stati Uniti chi uccide rischia la pena di morte. Non dico di arrivare a tanto, ma al carcere a vita (lavorando ovviamente) questo sì!“.

La camera ardente del vice brigadiere dell’ Arma sarà oggi, dalle 16 alle 20.30 nella cappella di piazza Monte di Pietà, a pochi passi dalla caserma dei Carabinieri di piazza Farnese dove da anni il militare prestava servizio. I funerali saranno celebrati lunedì 29 luglio alle 12 a Somma Vesuviana, nella chiesa di Santa Croce in via Santa Maria del Pozzo 114, la stessa dove un mese e mezzo fa il Carabiniere si era sposato. “Spero marciscano in galera per sempre e chiedo alle autorità giudiziarie di essere quanto più intransigenti possibile con questi individui che hanno ucciso un giovane d’oro“, ha detto Salvatore Di Sarno sindaco di Somma Vesuviana .




Carabiniere ucciso a coltellate nella notte in centro a Roma. Uno dei due americani fermati confessa: "sono stato io"

ROMA – Uno dei due cittadini americani ventenni in vacanza in Italia  fermati ieri per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ha ammesso le proprie responsabilità affermando di essere lui l’autore materiale dell’accoltellamento. Si tratta della persone con i capelli mesciati apparso in una foto e ripreso da alcune telecamere. Sono arrivati in caserma intorno a mezzogiorno e mezzo dopo essere stati prelevati dalla stanza del loro albergo a quattro stelle da più di 200 euro a notte, l’ Hotel Meridien Visconti a pochi passi dalla Corte di Cassazione, nel pieno centro di Roma.

Per tutto il giorno si sono susseguite piste, teorie, versioni diverse e poco chiare. Anche dall’Arma arrivavano ricostruzioni ufficiali che lasciavano troppi dubbi e pochissime certezze. Solo a sera ormai inoltrata, interrogati per diverse ore dalle pm Nunzia D’Elia e Sabina Calabretta  la confessione. I due ventenni sarebbero stati incastrati dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza e da alcune testimonianze. Uno dei due americani, quello con i capelli tinti di biondo, ha confessato di essere l’autore dell’omicidio, si è chiarito cosa fosse successo.

LE INDAGINI

Sin dalle prime ore dell’alba, i carabinieri di via In Selci, incaricati delle indagini, danno la caccia a sei uomini. Probabilmente anche gli inquirenti hanno dubbi sulla dinamica. Due americani e quattro nordafricani, forse i pusher che, però, non sembra fossero a Prati al momento dell’aggressione (e che ieri sera sono stati rilasciati), vengono portati in caserma e identificati.

I due giovani americani fermati per l’omicidio

A incastrarli sono state le telecamere di videosorveglianza della zona, messa a ferro e fuoco dai militari che hanno pure chiuso la strada per qualche ora. Gli investigatori li hanno rintracciati nella loro stanza, al primo piano dell’Hotel Le Meridien. Il carabiniere Andrea Varriale, che si trovava in servizio insieme al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega al momento della sua uccisione, non ha esitato un attimo. Appena li ha visti li ha riconosciuti. Quando i pm sono arrivati in caserma, i Carabinieri del nucleo investigativo erano ormai certi che si trattasse di loro. Dopo nemmeno un’ora di interrogatorio, il biondo ha confessato. “Sono stato io”.

 

LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI

I due stranieri, nella capitale per turismo comprano della droga. Poco dopo si rendono conto che non è cocaina, ma aspirina tritata. Tornano indietro per cercare il pusher e iniziano a discutere. Sono furiosi, pretendono la “roba” che hanno pagato. Lo spacciatore fa il vago, non cede. E loro, per vendicarsi, gli rubano il borsello. Dentro ci sono soldi, probabilmente altre sostanze da vendere, sicuramente il telefonino. Il pusher chiama il suo cellulare e i due rispondono: “So chi siete, se non mi restituite le mie cose vi vengo a cercare e vi ammazzo”. I turisti insistono: vogliono la cocaina. E si accordano per uno scambio, sotto al loro albergo, a pochi metri da piazza Cavour. Droga buona in cambio della borsa. Il pusher a quel punto contatta i Carabinieri. Chiama il 112 ma omette la parte della droga, si presenta come un uomo derubato, racconta dell’accordo. Dice che i rapinatori vogliono 100 euro in cambio dei suoi effetti personali.

A questo punto, all’orario stabilito i due carabinieri, in borghese, si sono recati in via Pietro Cossa nel quartiere Prati. Li’ hanno incontrato i due ragazzi con i quali è scoppiata una violenta colluttazione durante la quale il vicebrigadiere è stato colpito con otto coltellate risultate poi fatali.

Visualizza l'immagine su TwitterDa una prima ricostruzione, il vice brigadiere Mario Cerciello Rega 35anni, originario di Somma Vesuviana, si trovava in servizio con alcuni colleghi ed avevano fermato due uomini ritenuti responsabili di furto e estorsione quando uno di loro avrebbe estratto il coltello ferendolo più volte. I due uomini che lo hanno ucciso con otto coltellate nella notte fra giovedì e venerdì avevano indosso una felpa nera e una felpa viola ed erano incappucciati.

La vicenda è cominciata nella serata di giovedì, quando un italiano, è stato derubato a Trastevere della sua borsa al cui interno ci sono un centinaio di euro ed il telefonino. Nel video che riprende le immagini prima del furto, girato a piazza Mastai, si vede un uomo in canottiera con uno zaino nero e una bicicletta che sta passeggiando e si avvicina a un uomo su una panchina, forse per chiedere un’informazione.

Alle sue spalle ci sono due giovani, con indosso una camicia e una tshirt, che lo seguono: uno è più vicino, l’altro resta a una distanza maggiore. L’uomo con la bicicletta si allontana ed esce dalla telecamera: i due giovani lo seguono. In un altro video, successivo, gli attimi subito dopo il furto: due ragazzi che fuggono nei vicoli di Trastevere. Quello dietro, con indosso la camicia, ha in mano uno zaino nero. L’altro, con la tshirt, lo precede.

Dopo il furto l’uomo rapinato chiama il cellulare nello zaino. Gli rispondono altre persone (non gli autori del furto) con accento nordafricano, che gli dicono: “se vuoi indietro la borsa, paga”. Lui accetta e i due gli danno appuntamento la stessa notte, dopo le 2, in via Pietro Cossa, una piccola strada che collega via Cicerone al Lungotevere, a meno di cento metri da piazza Cavour dove ha sede la Corte di Cassazione. Ma l’uomo, prima di andare, avvisa i Carabinieri che hanno organizzato un’operazione per bloccare i banditi e vanno con lui appostandosi.

Un intervento effettuato con più pattuglie fra le quali anche quella della stazione Trastevere composta dal vice brigadiere e un collega, in borghese. Al loro arrivo, con la vittima, all’appuntamento non c’era nessuno. Dopo aver messo al sicuro il cittadino rapinato che stava con loro, i due carabinieri – appoggiati nei dintorni da altri colleghi pronti a intervenire – hanno notato i sospetti incappucciati o comunque con il volto semi coperto in un angolo e hanno deciso di identificarli e controllarli. Da qui la reazione dei due, uno dei quali ha estratto il coltello con il quale in pochi attimi si è avventato su Rega mentre il collega Andrea Varriale ( ancora sotto choc) tentava di aiutarlo, mentre veniva  accoltellato più volte in varie parti del corpo con 8 coltellate. Una di queste all’altezza del cuore e anche una alla schiena. “Mario era in una pozza di sangue, ho cercato di soccorrerlo, ma era già gravissimo“. Il giovane carabiniere, sebbene lievemente ferito, ha immediatamente partecipato alle indagini per rintracciare i due criminali in fuga.

L’INDAGINE PROSEGUE CON ALTRI SOSPETTATI

Nelle ore precedenti al loro fermo dei due ragazzi americani sono stati identificati tre marocchini e un franco-algerino, il cui ruolo al momento è rimasto misterioso. Acquisite tutte le immagini disponibili della videosorveglianza, passati al setaccio i tabulati telefonici, mentre gli esperti del R.I.S. dei Carabinieri hanno effettuato gli esami del Dna. Perché otto colpi dati con estrema violenza possono ferire chi li infligge e le tracce di sangue recuperate costituiscono una prova molto forte contro l’assassino.

Poi, è arrivata la confessione, anche se la vicenda continua ad avere molti aspetti non chiari. I Carabinieri Cerciello e Varriale sono intervenuti in una zona che non sarebbe stata di loro stretta competenza. D’estate, però – viene spiegato dall’ Arma dei Carabinieri – ci sono le ferie e i turni vengono rivoluzionati. Nonostante ciò sembra che, dietro questa storia, ci sia ancora qualcosa da scoprire: qualcuno parla di un’indagine più ampia su una banda che, attraverso furti e ricettazioni, finanzia altri traffici illeciti. Una delle tante operazioni di “intelligence” e sorveglianza del territorio. Qualcosa che il vicebrigadiere Cerciello poteva aver cominciato a seguire e che purtroppo non potrà finire.

Il comandante: «Un ragazzo d’oro, anche volontario a Lourdes»

“Mario era un ragazzo d’oro, non si è mai risparmiato nel lavoro. Era un punto di riferimento per l’intero quartiere dove ha sempre aiutato tutti. Era un volontario per l’Ordine dei Cavalieri di Malta dove faceva il barelliere e accompagnava i malati a Lourdes e a Loreto. Tutti i martedì andava alla stazione Termini per dar da mangiare ai bisognosi”.

Così Sandro Ottaviani il comandante della stazione Carabinieri di Piazza Farnese , ricorda la vittima e racconta: “Era tornato dal viaggio di nozze lunedì scorso, per festeggiare nella capitale il suo compleanno. Non aveva ancora nemmeno disfatto i bagagli“. “Ho provato io stesso a rianimarlo mentre era in pronto soccorso ma purtroppo non c’è stato nulla da fare. Ho perso un carabiniere ma soprattutto un amico”  aggiunge il comandante della stazione dei carabinieri di piazza Farnese dove prestava servizio il vice brigadiere ucciso a coltellate. Sorprendente la conclusione: “Sono in servizio da 37 anni e anche oggi posso dire che fare il carabiniere è una gioia“, dice con le lacrime agli occhi.

Il vice brigadiere Mario Cerciello Rega  si era sposato da poco più di un mese con Rosa Maria Esilio, 33 anni.  Sul profilo Facebook del carabinierie compaiono le foto delle nozze, celebrate lo scorso 19 giugno, in cui è ritratto sorridente con la moglie, che ieri straziata dalle lacrime sfogava la sua disperazione “Me lo hanno ammazzato. fuori dalla camera mortuaria dell’ Ospedale Santo Spirito a Roma. “Lei viveva per lui, è una tragedia“, racconta un amico in lacrime. “Ancora non ci posso credere“, ripete un fratello della vittima. Presenti fuori la camera mortuaria dell’ospedale romano almeno 100 tra amici e parenti arrivati dalla Campania, terra d’origine di Mario Rega Cerciello.

Gli striscioni dei romani :Eroe della patria, giustizia per Mario”, “I cittadini hanno fiducia nei carabinieri, i cittadini perbene hanno rispetto dei carabinieri, onore al carabiniere Mario. Onore a te, la città di Roma ti onora”, “Un uomo di Stato non può morire così”. “Meno politica, meno chiacchiere e più carabinieri”. Sono questi i testi dei tre cartelli affissi da alcuni cittadini del rione Trevi, nella Capitale, sulla facciata della Stazione Carabinieri di piazza Farnese dove prestava servizio il vicebrigadiere ucciso ieri notte.

 

All’angolo con via Federico Cesi di fronte alla farmacia che è rimasta chiusa per tutta la mattina fino alle 13 nell’area delimitata dai nastri bianchi e rossi dei Carabinieri ci sono mazzi di fiori bianchi adagiati prima da due bambini venuti con il loro papà a rendere un “doveroso omaggio a una persona che ha trovato la morte facendo il suo lavoro“. Ad aggiungere delle rose bianche e una bandiera italiana ci pensa poco dopo un avvocato civilista che ha lo studio in via Lucrezio Caro.

 

Il cordoglio delle istituzioni

“Ho appreso con profonda tristezza – scrive in una nota il capo dello Stato Sergio Mattarella la notizia del decesso del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega , ferito mortalmente mentre era impegnato in un controllo di polizia. Nel confidare che si arrivi rapidamente alla cattura dei criminali responsabili, desidero esprimere a lei, signor Comandante Generale, e all’Arma dei Carabinieri, la mia solidale vicinanza , rinnovando i sentimenti di considerazione e riconoscenza per il quotidiano impegno degli operatori dell’Arma a servizio dei cittadini. La prego di far pervenire ai familiari del militare le espressioni della mia commossa partecipazione al loro dolore e gli auguri di pronta guarigione al carabiniere Andrea Varriale rimasto ferito“.

“Stanotte il Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega è stato accoltellato mentre era in servizio” così il ministro della Difesa Elisabetta Trenta Stringo in un forte abbraccio sua moglie, la sua famiglia e i suoi cari. Sono vicina all’Arma dei Carabinieri e a tutti agli uomini e le donne che quotidianamente mettono a rischio la loro vita per garantire la nostra sicurezza. Chiedo tolleranza zero per i delinquenti che hanno commesso questo vile atto!“.

“Caccia all’uomo a Roma per fermare il bastardo che stanotte ha ucciso un carabiniere a coltellate” ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini.“Sono sicuro che lo prenderanno e che pagherà fino in fondo la sua violenza: lavori forzati in carcere finché campa“.

L’ Ordine dei Cavalieri di Malta ha espresso il proprio “profondo cordoglio” per il vice brigadiere Mario Cerciello Rega che dal 2009 prestava servizio come volontario per la delegazione romana dell’ Ordine di Malta, distribuendo pasti ai senzatetto ed alle persone in difficoltà alla Stazione Termini e dalla Stazione Tiburtina di Roma. Per questo suo impegno umanitario nel 2013 gli era stata conferita un’onoreficenza al merito. Il vicebrigadiere dell’ Arma partecipava inoltre ai pellegrinaggi dell’Ordine di Malta a Lourdes e a Loreto, insieme alla moglie anch’essa volontaria dell’Ordine, dove si dedicava all’assistenza ai malati.

È stato sempre partecipe agli interventi su strada programmati due volte a settimana nella tarda serata, in aree critiche Capitoline come le maggiori stazioni ferroviarie ove è più solito trovare persone bisognose ed emarginate” si legge nella motivazione relativa al conferimento di una medaglia di bronzo con spade dall’allora Gran Priore di Roma, Fra’ Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, attuale Gran Maestro dell’Ordine di Malta. “Una perdita terribile per tutta la comunità. Perdiamo tutti un uomo generoso, leale, animato da un profondo senso di responsabilità. L’Ordine di Malta si stringe alla famiglia di Mario Cerciello Rega e condanna questo vile atto di violenza” ha dichiarato il Gran Maestro.

La solidarietà della Polizia di Stato per la morte del Carabiniere Mario Cerciello Rega, è stata manifestata dagli uomini delle Volanti che con decine di macchine sono andati a posizionarsi sotto il Comando Generale dell’ Arma in viale Romania dove hanno innestato le sirene in segno di rispetto e vicinanza ai colleghi carabinieri.

Il Comandante generale dell’ Arma Gen. Giovanni Nistri è voluto scendere dal suo ufficio per ringraziare i poliziotti stringendo loro la mano uno ad uno. L’account Twitter dell’Arma dei Carabinieri ha condiviso il gesto di solidarietà di un gruppo di poliziotti dopo l’uccisione di Mario Cerciello Rega, “Volanti della Polizia di Stato, a sirene spiegate, davanti al Comando Generale dei Carabinieri, per solidarietà all’Arma che oggi perde uno dei suoi uomini. Un momento pieno di emozione che ci sembra giusto condividere, ringraziando i colleghi della Polizia per il gesto“.

Subito dopo il Questore di Roma Carmine Esposito ha parlato via radio a tutte le Volanti per ringraziarli del loro gesto di vicinanza all’ Arma dei Carabinieri, che è stato ripetuto da tutte le Questure d’ Italia. “Un gesto partito dal basso – ha detto il Questore della Capitale – da chi sta per strada e da chi ogni giorno rischia la propria vita. Grazie ai colleghi per questo gesto che passerà alla storia come il miglior gesto di solidariera tra forze di Polizia“.

Il prefetto Franco Gabrielli, capo della Polizia di Stato si è detto “Profondamente addolorato per la morte del vice brigadiere dell’Arma” ed ha espresso il suo cordoglio al Comandante Generale Nistri e la “profonda vicinanza ai familiari della vittima che hanno perso il loro congiunto nell’efferata aggressione“. “Ancora una volta – ha aggiunto Gabrielliun uomo delle Istituzioni viene colpito, pagando con la vita, il proprio impegno per la tutela della legalità e del vivere civile“.

 

 

Oggi intanto sarà svolta l’autopsia sul corpo del vicebrigadiere, mentre i funerali per volere della famiglia, saranno celebrati lunedì, a Somma Vesuviana. Nella stessa chiesa dove lo scorso 13 giugno il vicebrigadiere aveva sposato la sua Rosa Maria.

Il quotidiano dell Capitale, il Messaggero ha deciso di lanciare una sottoscrizione  a nome e a beneficio della vedova del vicebrigadiere: la signora Rosa Maria Esilio, che il vice brigadiere Cerciello aveva appena sposato.  Il conto corrente è già attivo e aperto al contributo di tutti gli italiani ( che ringraziamo sin d’ora ) che intendono rendere omaggio con un gesto concreto al sacrificio di questo servitore dello Stato che ha perso la vita per la sicurezza di Roma. Dare un colpo all’indifferenza non solo è possibile ma è anche necessario. Ed anche il CORRIERE DEL GIORNO ha deciso di aderire a questa giusta iniziativa di solidarietà e vicinanza umana. Invitiamo tutti i nostri lettori ad aderire. Queste le coordinate bancarie:

IL MESSAGGERO PER ROSA MARIA ESILIO
IBAN IT 40 V 03087 03200 CC0100060434
c/o Banca Finnat Spa

 




"Monnezzopoli": chiesto giudizio immediato per Tamburrano ex-presidente della Provincia di Taranto e la sua "cricca"

Martino Tamburrano

TARANTO – Il procuratore aggiunto Maurizio Carbone ed il sostituto procuratore della repubblica Enrico Bruschi della Procura di Taranto hanno formulato richiesta al Gip del tribunale jonico il giudizio immediato per l’ex presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano (esponente di Forza Italia), per Pasquale Lonoce  di San Marzano di San Giuseppe, amministratore di fatto dell’ azienda 2Lecologica Srl,  operante nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, per Lorenzo Natile dirigente del quarto settore Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto, e per Roberto Venuti procuratore speciale della società Linea Ambiente Srl proprietaria della discarica di Grottaglie,  che comunque restano nel proprio stato di detenzione.

La discarica di Grottaglie (TA) in località La Torre Caprarica, denominata “III lotto”,

I reati contestati sono, a vario titolo, di “corruzione che viene contestata ai quattro indagati, in concorso con tre figli di Lonoce, e “turbata libertà degli incanti” nei confronti di Tamburrano e Lonoce, in concorso con Cangialosi e Natuzzi.

I quattro vennero arrestati e portati in carcere dalla Guardia di Finanza lo scorso 14 marzo a seguito dell’ordinanza di arresto convalidata dal Gip dr.ssa Vilma Gilli nell’ambito di un’indagine che portò alla lucegrazie ad una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali  gli affari illeciti e accordi corruttivi della “cricca” che manovrava al di fuori della legalità ottenere per l’autorizzazione e l’ampliamento della discarica Torre Caprarica di Grottaglie e per aggiudicarsi la gara d’appalto per i servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti del Comune di Sava. poi revocato in autotutela dall’ente comunale savese guidato dall’ Avv. Dario Iaia.

Proseguono invece le indagini per gli altri indagati Rosalba Lonoce (figlia di Pasquale), l’ingegnere Federico Cangialosi ex presidente dell’ Amiu di Taranto , e Mimmo Natuzzi  direttore tecnico dell’Amiu  nelle sue vesti di presidente e membro della Commissione di gara per la Raccolta di Rifiuti Solidi Urbani nominata dal Comune di Sava , tutti finiti agli arresti domiciliari,  e nei confronti di Antonio Albanese, ( a lato nella foto) presidente del Gruppo CISA di Massafra, che rivelò alla “cricca” attraverso il Venuti  che venivano intercettati dalla Guardia di Finanza.

Il gruppo di faccendieri che faceva riferimento all’ex presidente della Provincia Taranto, secondo l’impianto accusatorio della Procura di Taranto alla luce delle approfondite indagini delle Fiamme Gialle,  avrebbe ricevuto vantaggi in denaro e beni attraverso degli atti corruttivi che hanno portato loro dei notevoli guadagni illeciti .   Tamburrano  tuttora ristretto nel carcere di Taranto  avrebbe richiesto e percepito una tangente di 5mila euro al mese, un Suv Mercedes del valore di oltre 50mila euro ed un contributo di 250mila euro come finanziamento della campagna elettorale di sua moglie, Maria Francavilla, candidatasi al Senato alle Elezioni Politiche del 2018 per Forza Italia, senza riuscire ad essere eletta, per sbloccare l’autorizzazione all’ampliamento della discarica Torre Caprarica di Grottaglie e pilotare la gara d’appalto per la gestione dei rifiuti solidi urbani a Sava,
A seguito della della richiesta di rito immediato della Procura di Taranto, i difensori degli imputati possono scegliere due strategia, e cioè o andare a giudizio direttamente, sperando di poter dimostrare nel processo la propria assoluzione ed estraneità ai fatti che vengono contestati agli imputati; o in alternativa richiedere il rito abbreviato, che comporta la riduzione ad 1/e della pena massima prevista dal codice penale. La decisione inaspettata della Procura ha bloccato ieri  gli avvocati Giuseppe Modesti e Carlo Raffo difensori di Martino Tamburrano , i quali hanno rinunciato al previsto ricorso davanti al tribunale del Riesame, che era fissato proprio per ieri .



La Procura chiede il processo per Tonino Albanese per il "boschetto" scomparso

TARANTO – Concluse le indagini svolte dal pm Mariano Buccoliero della Procura della repubblica di Taranto, saranno in quattro a dover affrontare il prossimo 15 novembre  il giudizio del Gup dr. Giuseppe Tommasino del Tribunale di Taranto per la distruzione e scomparsa del “boschetto” di Massafra adiacente alla seconda linea di rifiuti per l’ampliamento della centrale termoelettrica dell’ Appia Energy spa (51% Gruppo Marcegaglia, 49% Gruppo CISA spa-Massafra).

Una vicenda resa pubblica dall’inviato Pinuccio del noto programma di satura e denunciaStriscia la Notizia“, leader di ascolti di Canale5, ed approfondita ulteriormente ed unicamente dal CORRIERE DEL GIORNO nell’ottobre 2018 (leggi QUI) mentre i giornali locali facevano a gara nel fare finta di nulla e qualche giornalista…persino difendeva l’operato di Albanese.

Secondo l’ipotesi accusatoria della Procura di Taranto, Tonino Albanese avrebbe fatto distruggere e tagliare un’area boschiva di circa 2900 metri quadrati al fine di fare annullare il provvedimento di revoca della precedente AIA che era stata rilasciata dalla Provincia di Taranto, i cui firmatari come noto, per altre illegalità si trovano attualmente in carcere.

A finire sul banco degli imputati l’imprenditore Antonio Albanese (detto Tonino) , rappresentante legale dell’ Appia Energy spa,  insieme a lui Luigi Traetta  dirigente dell’ufficio urbanistica del Comune di Massafra, e dei verificatori incaricati dal Consiglio di Stato di effettuare gli accertamenti, Saverio Riccardi ed Anna Cecca, i quali avrebbero omesso di segnalare che in precedenza nell’area in questione vi erano circa 2900 metri di bosco eliminati “dalla mano dell’uomo” come si legge negli atti della Procura.

La società Appia Energy secondo le indagini  svolte dall’ Autorità Giudiziaria  avrebbe ottenuto grazie al concorso compiacente degli altri indagati, un giudizio favorevole dinnanzi al Consiglio di Stato che venne tratto in inganno dalle relazioni di due verificatori incaricati, e dalle false attestazioni di un dirigente comunale. Secondo il pm Buccoliero avrebbero alterato la sostanza della relazione attestando che i nuovi corpi di fabbrica della società guidata da Tonino Albanese  si trovavano al di fuori dell’area annessa ed a quella del Parco delle Gravine.

L’imprenditore massafrese Albanese è accusato di distruzione di bellezze naturali” e di “falso ideologico” in concorso insieme a Traetta, Riccardi e Cecca . Il procedimento penale a loro carico è collegato al progetto di ampliamento della centrale termoelettrica, oggetto di forti contrasti politici e di un contenzioso legale amministrativo sfociato dinnanzi al Consiglio di Stato.

Il dirigente del Comune di Massafra Luigi Traetta avrebbe rilasciato nel 2014 una falsa attestazione alla società Appia Energy sui limiti del bosco, che era arrivata con una tempistica impensabile o meglio, impossibile sui banchi del Consiglio di Stato che venne così tratto in inganno.

A conclusione delle indagini preliminari i quattro indagati vennero chiamati a a fornire indicazioni e chiarimenti e difensivi, che non hanno scalfito minimamente il quadro probatorio conseguenti alle approfondite indagini effettuate dai Carabinieri sotto il coordinamento del pm Buccoliero.




Mafia, blitz della Polizia ed FBI fra Palermo e New York: 19 arresti.

ROMA – Più di 200 uomini della Squadra Mobile di Palermo, del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dell’  F.B.I. (Federal Bureau of Investigation) di New York hanno eseguito arresti e fermi, disposti dalla Dda del capoluogo siciliano, di boss e gregari del mandamento mafioso di Passo di Rigano nella zona a sud di Palermo. Il blitz, denominato “New connection“, ha svelato il forte legame tra Cosa Nostra palermitana e la criminalità organizzata statunitense, in particolare il potente “Gambino Crime Family” di New York.

Nel quartiere di Passo di Rigano avevano ricostituito la loro roccaforte importanti esponenti della famiglia mafiosa degli Inzerillo, una storica cellula criminale palermitana decimata dal capomafia Totò Riina negli anni ’80, durante la seconda guerra di mafia. Gli esponenti della famiglia Inzerillo, costretti a rifugiarsi negli Usa, rientrati in Italia nei primi anni 2000, avevano ricostituito le fila della ‘famiglia’, anche grazie al ritrovato equilibrio con i vecchi nemici.

Un messaggio di WhatsApp è transitato da Palermo a New York : il segnale che gli operanti della Squadra Mobile di Palermo ed i colleghi dell’Fbi stavano aspettando. Le operazioni di polizia sono partite in simultanea fra i vicoli e le stradine di Passo di Rigano, di Boccadifalco, di Torretta e nello stesso momento fra le ville di Brooklyn, di Staten Island, del New Jersey. Sono scattati diciannove arresti a Palermo fra gli Inzerillo e i Gambino, decine di perquisizioni negli Stati Uniti.

Gli Inzerillo e i Gambino erano stati messi sotto controllo giorno e notte dalla sezione Criminalità organizzata della Squadra Mobile palermitana diretta da Gianfranco Minissale. Un’operazione complicata, perché gli eredi di Totuccio Inzerillo e di John Gambino si muovevano tenendo un basso profilo, senza alcun clamore, pensavano soltanto a fare tanti affari,  comportavandosi tutto l’opposto dei “Corleonesi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano .

Dalla Sicilia agli Stati Uniti la vecchia mafia degli Inzerillo e dei Gambino era tornata ad essere forte. E’ la mafia su cui avevano indagato negli anni ‘70 prima il capo della Mobile Boris Giuliano  e poi il giudice Giovanni Falcone. Oggi inchiesta condotta dal pool di Palermo coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Salvatore De Luca ha scoperchiato un drammatico ritorno al passato.

Francesco e Tommaso Inzerillo, u truttaturi e u muscuni, il fratello e il cugino di Totuccio, il “re” del traffico internazionale di droga ucciso nel 1981 per volere di Riina, erano rientrati in Italia,  espulsi dagli  Stati Uniti in quanto ritenuti “indesiderabili ” dal Governo  americano.

attentato a Giovanni Falcone

I loro nomi comparivano già nell’ordinanza sentenza del processo Spatola firmata nel 1980 dall’allora giudice istruttore Giovanni Falcone appena arrivato dalla sezione Fallimentare. Falcone in quel processo diventò il nemico “numero uno” della mafia applicando e perfezionando il suo metodo che poi ha fatto scuola: “Bisogna seguire i soldi“, diceva sempre ai suoi collaboratori

Un insegnamento quello di Falcone,  seguito dai pm Amelia Luise e Roberto Tartaglia attualmente consulente della commissione antimafia, che tre anni fa hanno avviato questa indagine, ; le richieste di arresti (che hanno portato a un fermo per 15 persone e a un’ordinanza del gip per 4, fra cui il sindaco) portano anche le firme dei pm Francesco Gualtieri e Giuseppe Antoci. Anche se non siamo più nel 1980, sembra di rileggere le carte del giudice Falcone,

Fra gli arrestati compare Alessandro Mannino, il nipote prediletto che Totuccio prima aveva fatto studiare, e poi gli aveva regalato un elegante guardaroba, incaricandolo di tenere i rapporti con le banche. In manette è finito anche  Rosario Gambino, uno dei trafficanti di droga che Falcone aveva seguito nei suoi continui viaggi fra Palermo e gli Stati Uniti.

Nella nuova commissione provinciale mafiosa si era seduto Giovanni Buscemi, anch’egli arrestato questa notte, che negli anni Ottanta faceva il killer, successivamente era finito in galera, ma nei mesi scorsi l’ergastolo gli era stato commutato in 25 anni, ed era stato scarcerato. Il giorno dopo, la famiglia l’ha promosso per meriti straordinari, in tanti anni di carcere duro non ha mai detto una sola parola a un giudice.

Oggi come anni fa   i cugini Inzerillo curavano l’aspetto finanziario della famiglia. Negli ultimi tempi, a Palermo, erano addirittura corteggiati per fare parte della nuova Cupola da Settimo Mineo ritenuto un “fedelissimo” di Riina . Ancora una volta, però gli erano Inzerillo voluti restare nell’ombra. Anche perché non si fidavano degli altri mafiosi: “Appena li arrestano, parlano” . E non caso così è accaduto con due capimafia.

Francesco Inzerillo

Francesco Inzerillo se ne stava nel negozio di famiglia, un ingrosso di prodotti per la casa la “Karton Plastik” di via Castellana 81 . Nel dicembre scorso, dopo il blitz dei Carabinieri che svelò le visite di Mineo, erano andati a cercarlo. Ma rispondeva sempre: “Non lo conosco. Non so nulla”. Invece sapeva tutto.

Il boss Benedetto Gabriele Militello, uno degli arrestati nel blitz di questa notte, minacciava propositi di vendetta contro il nostro collega Salvo Palazzolo della redazione del quotidiano La Repubblica a Palermo il quale si era recato nel negozio di Francesco Inzerillo, con tanto di telecamera, per chiedergli del perché dei suoi incontri con l’anziano della Cupola Settimo Mineo, come emergeva dalle carte dell’operazione “Cupola 2.0” di inizio dicembre 2018.

Lo scorso  6 dicembre 2018  alle 21.10, la Squadra Mobile di Palermo ha intercettato una conversazione di Militello con Tommaso Inzerillo, nella quale i due mafiosi commentavano il video uscito su Repubblica.it realizzato da Palazzolo nel quartiere dove Mineo gestiva una gioielleria.

Francesco Inzerillo, che è il fratello di Salvatore, il “capomafia” ucciso nel 1981, aveva negato di conoscere il boss Mineo, mentendo consapevolmente di mentire, infatti l’operazione della Dda di Palermo ha portato alla luce che l’anziano della “Cupola” era andato a Passo di Rigano per chiedere agli Inzerillo di fare parte della commissione provinciale di Cosa nostra. “Non so nulla”, aveva detto Inzerillo al giornalista, che aveva continuato a incalzarlo con le sue domande. E questo per Militello era uno “sgarbo” motivo per cui diceva: “Due colpi di mazzuolo gli avrei dato … due colpi di legno glieli avrei dato. Tanto che mi può fare? Che ci possono fare?  … due colpi di legno. Ma per l’azione”. I boss commentavano pure un altro video di Palazzolo che quel giorno era andato .

 

(notizia in aggiornamento)




Per Matthieu Jehl ad di Arcelor Mittal "il Governo è contro di noi"

ROMA – Quello di ieri al Mise è stato il terzo incontro in un mese sulla situazione dello stabilimento ex-Ilva di Taranto,  convocato dal ministro Di Maio con i rappresentanti di ArcelorMittal Italia e i sindacati a seguito della tragedia causata da una tromba d’aria che lo scorso mercoledì sera 10 luglio ha fatto crollare in mare una delle tre gru, provocando la morte del gruista Cosimo Massaro che era nella cabina di guida che. Il suo corpo è stato ritrovato soltanto nel pomeriggio di sabato grazie all’intervento dei sommozzatori del Nucleo Carabinieri di Pescara.

Finora vi sono stati nove iscrizioni nel registro degli indagati della Procura di Taranto arrivati ai responsabili delle varie funzioni operative, di area, di reparto, di turno a cui si è aggiunto anche il nome di Teodoro Zezza, il capo turno precedente rispetto a quello durante il quale si è verificato l’incidente mortale.

Tra gli indagati figura anche il datore di lavoro e gestore del siderurgico di Taranto di Arcelor Mittal, Stefan Michel Van Campe. I sindacati dopo l’incidente  avevano proclamato uno sciopero ad oltranza che poi è stato revocato a seguito della convocazione al Mise. Al vertice erano presenti  anche Marco Bentivogli , segretario generale di Fim Cisl il quale ha parlato di “rischio di bomba sociale ed ecologica” , in quanto “gli altoforni  che sono rimasti accesi, e cioè Afo 1,2 e 4,  sono attualmente in stand-by, non accadeva da 60 anni, il siderurgico è ripiegato su se stesso e se non viene rimesso in pista e ambientalizzato potrebbe creare una bomba sociale di 20mila disoccupati e una bomba ecologica perché sarà interrotta l’ambientalizzazione“.

La riunione è iniziata con  un’ora e mezza di ritardo sulla tabella di marcia prevista, ed è stata sospesa a diversi intervalli, e  dopo circa due ore di infruttuose discussioni, il tavolo è stato sospeso per cercare di redigere un verbale congiunto fra sindacati e azienda contenente una serie di impegni da parte di Arcelor Mittal Italia sulla sicurezza,  per poi procedere nel confronto sino a tarda sera. Le condizioni sul lavoro e le manutenzioni ordinarie e straordinarie sono state il punto principale del confronto

Matthieu Jehl

Matthieu Jehl

“Nessuno vuole chiudere l’azienda – ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio -, ma ci sono un morto e un sequestro della magistratura, non si possono accusare governo e sindacati per questo“. ArcelorMittal ha replicato “Serve spirito collaborativo, non possiamo fare da solo“.  Il clima è stato particolarmente teso e fonti che hanno partecipato all’incontro raccontano che Matthieu Jehl l’ad di ArcelorMittal Italia abbia esternato il dubbio “che si stia lavorando contro la nostra l’azienda” sostenendo che “una situazione complessa come quella dell’ex Ilva si risolve con il Paese che aiuta, ma l’impressione sembra un’altra“. “L’incidente della scorsa settimana è una tragedia – ha aggiunto  l’ad di ArcelorMittal Italiadato che abbiamo lavorato duramente per migliorare gli standard di sicurezza, continuando con il nostro programma di investimenti ambientali, che sta procedendo bene e secondo i piani

Una nota dell’azienda diramata alla conclusione del vertice, ha spiegato come “ArcelorMittal ha espresso la necessità di un impegno da parte di tutti gli stakeholder per mantenere operativo l’impianto che ha un futuro“, aggiungendo che “dobbiamo lavorare insieme per raggiungere questo obiettivo mentre  nell’ultima settimana lo spirito collaborativo e il senso comune di intenti di cui abbiamo bisogno sono stati assenti . Nella nota,  si legge ancora  che “siamo sempre stati e continueremo ad essere aperti al dialogo, ma è fondamentale che tutte le parti si concentrino sulla ricerca di soluzioni per far fronte alle sfide che ci troviamo ad affrontare, non è qualcosa che possiamo fare da soli”.

Al termine dell’incontro i sindacati si sono dichiarati però “insoddisfatti” in quanto si aspettavano delle assicurazioni e risposte sul tema delle sicurezza che non sono arrivate. Bentivogli ha ricordato che “Il tempo massimo per la sicurezza, l’ambiente, il rilancio e la riqualificazione industriale dello stabilimento di Taranto è scaduto ormai da anni. Bisogna, quindi, lavorare con tutt’altro passo e tutt’altra celerità” soffermandosi sull’incidente mortale della scorsa settimana ha  detto che “Bisogna che l’azienda ascolti con maggiore attenzione tutte le segnalazioni dei rappresentanti dei lavoratori, abbiamo chiesto anche al governo, alla gestione commissariale e all’azienda di inserire un elemento di discontinuità rispetto alle sottovalutazioni che sono state fatte sin qui”.

Al termine dell’ incontro il segretario generale della FIM-CISL ha ritenuto l’ “incontro assolutamente insoddisfacente: siamo ancora agli impegni che dovranno essere presi, per soluzioni che forse arriveranno“. Rocco Palombella segretario generale di Uilm ha chiesto  “una task force di sicurezza con 6-700 manutentori ora in cassa integrazione” ed all’uscita dell’incontro al Mise ha dichiarato: “Dopo un lungo confronto si è arrivati a un verbale di riunione sottoscritto dal Ministro Di Maio, ArcelorMittal, sindacati e commissari straordinari”.L’ articolato accordo – ha aggiunto Palombellaè stato realizzato in conseguenza della tragica morte di giovedì scorso e introduce una serie di impegni in capo al ministro e all’azienda. In particolare  il ministro Di Maio ha riconfermato l’impegno di dare piena applicazione agli accordi sottoscritti come il piano ambientale e l’accordo del 6 settembre 2018. Inoltre ha riconfermato la continuità produttiva dei vari stabilimenti e in modo particolare quello di Taranto“.

“Il ministro Di Maio si è impegnato a perseguire la strada della tutela legale a fronte dello svolgimento relativo al piano ambientale, anche per via legislativa” ha proseguito Palombellaper quanto riguarda il sequestro dell’altoforno Afo2 il ministro ha confermato l’impegno affinché Arcelor Mittal e commissari straordinari avviino una nuova richiesta di dissequestro a fronte della presentazione di interventi manutentivi rispondenti alle prescrizioni previste“. “Rispetto agli impegni che ha assunto Arcelor Mittal  – ha spiegato il segretario generale di Uilm   – è prevista la presentazione di un piano di investimenti straordinari legati alla manutenzione. A partire da subito si avvieranno incontri con le Rsu delle diverse aree dello stabilimento per effettuare una verifica di interventi manutentivi necessari per mettere in sicurezza gli impianti“.

“L’accordo prevede anche l’istituzione una task force con l’obiettivo di monitorare lo stabilimento e verificare sicurezza di tutte le aree e un presidio con l’ausilio di enti, organi di vigilanza e ispezione. Infine – conclude – per quanto riguarda invece le cause che hanno determinato il crollo della gru, l’azienda si è impegnata a effettuare uno studio di fattibilità e di realizzazione rispetto all’adozione di soluzioni tecniche/organizzative. Gli impegni assunti oggi dal governo e AM possono rappresentare un importante contributo alla ricerca di soluzioni affinché non ci siano più tragedie come quella di giovedì scorso e che rendano realmente sicuro i luoghi di lavoro all’interno dello stabilimento di Taranto“.  Gianni Venturi della Fiom Cgil ha chiesto a sua volta “risposte concrete, altrimenti, è molto probabile che ripartano gli scioperi“.




Crollo della gru ex-Ilva al Porto di Taranto. Al via le indagini.

ROMA – Fra gli otto indagati per il crollo della gru di Arcelor Mittal Italia al Porto di Taranto che ha causato la morte dell’ operaio Cosimo Massaro, 40anni di Fragagnano (TA) precipitato in mare con la gru il 10 luglio scorso vi è anche  Stefan Michel Van Campe, quale “datore di lavoro e gestore dell’unità produttiva di Taranto” dello stabilimento siderurgico ex-Ilva, insieme ad altre sette persone fra i quali Domenico Blandamura capoturno di esercizio del IV sporgente,  Vincenzo De Gioia capo Divisione “Sbarco Materie Prime Parchi Primari e Rifornimenti”, Andrea Dinoi capo del Reparto di manutenzione elettrica della fabbrica, Giuseppe Dinoi capo Reparto di esercizio, Mauro Guitto capo del Reparto manutenzione meccanica,  Carmelo Lucca capo Area “Sbarco Materie Prime” dello stabilimento, e Stefano Perrone membro della squadra di esercizio del IV sporgente,  tutti dipendenti di Arcelor Mittal .

I loro nominativi sono contenuti nella convalida del sequestro dell’area disposta dai sostituti procuratori della repubblica di Taranto,  Filomena Di Tursi  e Raffaele Graziano  che stanno svolgendo le indagini affidate alla Guardia Costiera, ai Carabinieri ed agli ispettori dello Spesal per fare chiarezza sulla dinamica e sulle eventuali responsabilità penali conseguenti al tragico evento di mercoledì scorso . I magistrati al momento ipotizzano due  possibili reati, cioè quello di omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. In pratica avrebbero consentito come si legge nel capo di imputazione, atto dovuto per lo svolgimento delle indagini,  “l’utilizzo di apparecchiature di sollevamento (gru di banchina) non idonee all’uso da parte dei prestatori di lavoro, omettendo di collocare impianti destinati a prevenire infortuni sul lavoro“.

La seconda ipotesi di reato contenuta nel sequestro, è di ” lesioni gravissime”  che si è aggravata con l’integrazione per “omicidio” conseguente al recupero della salma di Cosimo Massaro. I pm nel loro atto giudiziario hanno motivato il sequestro dell’area ove è crollata la gru in quanto necessario “per l’accertamento dei fatti” e sopratutto per la “prosecuzione delle indagini volte a ricostruire, anche attraverso lo svolgimento di accertamenti tecnici o richieste di incidente probatorio, la compiuta dinamica” del tragico incidete e per accertare le “condizioni di esercizio” delle apparecchiature di sollevamento della gru.

Il provvedimento di sequestro come reso noto dal procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo, nella conferenza stampa di sabato,  è stato notificato agli indagati venerdì pomeriggio, quindi il giorno prima del recupero dal Mar Grande del corpo di Cosimo Massaro.  La procura ha nominato come custode giudiziario dell’area sottoposta a sequestrata, l’ingegnere Pasquale Todaro che è il “Capo Area Parchi Primari” dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto.

Come già annunciato in conferenza stampa il numero di indagati per la il tragico incidente mortale potrebbe aumentare ed oltre ai dirigenti della fabbrica potrebbero essere coinvolti tecnici esterni che hanno operato nelle fasi di ripristino e manutenzione della gru, a seguito del precedente  crollo del novembre 2012 in occasione del quale perse tragicamente la un altro operaio gruista, Francesco Zaccaria.

Il procuratore Capristo ha ricordato e messo in evidenza nel corso della conferenza stampa che quella gru in un recente passato era stata sottoposta a lavori di manutenzione e a operazioni di collaudo, ed occorre quindi accertare se tutto sia stato fatto in regola,  e se le autorizzazioni per il successivo funzionamento della gru siano state concesse regolarmente o meno.  Nell’inchiesta potrebbero essere coinvolti anche i responsabili di chi gestisce il sistema di allerta meteo, infatti i magistrati inquirenti, che indagano a 360 gradi, vogliono accertare se  nel flusso di informazioni rese note in merito all’allerta meteo, per determinare se vi siano state delle falle, omissioni o leggerezze di valutazione o comunicazione.

Dubbi che potrebbero essere già chiariti questa mattina dall’autopsia sul corpo di Cosimo Massaro, e qualora emergessero delle novità. in tal caso la procura amplierebbe il raggio di investigazione e quindi gli indagati potrebbero aumentare. Chiaramente gli indagati al momento non vanno considerati in alcun modo colpevoli di nulla, in quanto le loro iscrizioni nel registro degli indagati è esclusivamente propedeutica quale atto dovuto allo svolgimento delle indagini. Quindi non è il caso di fare ipotesi colpevoliste come al solito amano fare alcuni soliti “cronisti-fotocopiatori” della stampa locale.

Da non trascurare una circostanza importante, e cioè che gli impianti dell’ex-Ilva di Taranto sono al momento affidati in locazione ad Arcelor Mittal Italia, dall’ ILVA in Amministrazione Straordinaria, i cui nuovi commissari non sono coperti da immunità penale e quindi potrebbero essere coinvolti a pieno titolo nel corso delle indagini, in quanto gli impianti dello stabilimento siderurgico di Taranto sono ancora di loro proprietà, cioè dello Stato.




Recuperato in mare dai Carabinieri il corpo del gruista di Arcelor Mittal disperso a Taranto

Cosimo Massaro

ROMA – Il corpo dell’operaio di ArcelorMittal precipitato in mare nel porto di Taranto dentro la cabina di una gru travolta dal ciclone di vento dello scorso 10 luglio, che ha sfondato il tetto dei 110 chilometri orari. Il corpo è stato trovato e recuperato alle 16.40 di oggi dal Nucleo Subacqueo dei Carabinieri di Pescara a sei metri di profondità nelle acque antistanti il molo polisettoriale del porto di Taranto ove opera in concessione Arcelor Mittal Italia.

Cosimo Massaro si trovava privo di vita accanto alla cabina di comando dove il gruista di Arcelor Mittal stava lavorando quando il tornado di vento l’ha travolto. Da un primo esame medico legale effettuato, e che verrà approfondito  con l’autopsia disposta dalla Procura,  la testa del povero gruista presenta una lacerazione alla testa.   Le ricerche  coordinate dalla Capitaneria di Porto di Taranto  e con l’ausilio dei sommozzatori dei Vigili del Fuoco sono andate avanti per tre giorni con alcune interruzioni causate dal maltempo e dal pericolo di crollo delle gru pericolanti.

Era a circa sette metri di profondità. Lo abbiamo notato a fatica, in quanto lì sotto si vede al massimo a mezzo metro” ha raccontato l’appuntato dei Carabinieri del Nucleo Subacquei di Pescara “incastrato in quel delirio di rottami a circa dieci metri dalla banchina laddove è venuta giù la gru“.  “Ho notato immediatamente che aveva una larga ferita sulla testa – continua il carabiniere – ed un taglio profondo su un braccio. Sulle spalle aveva ancora lo zainetto che conteneva alcuni oggetti personali ed un piccolo computer. Più in basso di alcuni metri ho visto la cabina di guida della gru, e quindi siamo riemersi per comunicare che lo avevamo trovato“. Immediatamente è partita l’azione di recupero della salma che è stata prelevata dall’ acqua e condotta alla calata uno del porto.

Su incarico della procura il medico legale Marcello Chironi  ha effettuato sul molo una prima ispezione del cadavere di Cosimo Massaro e successivamente nella sala mortuaria dell’ospedale, individuando sul corpo diversi segni dell’impatto tra l’operaio e la struttura della gru. Sarà la successiva l’autopsia ad accertare se il decesso è avvenuto a causa dei traumi subiti o per annegamento.

Sul posto si è voluto recare anche il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo che coordina le indagini affidate ai pm Raffaele Graziano e Filomena Di Tursi della Procura di Taranto che hanno posto sotto sequestro l’ area dell’incidente, ed hanno aperto un fascicolo sull’incidente sul lavoro. Adesso si indaga per “omicidio colposo“.  Ieri pomeriggio, poco dopo aver recuperato il corpo di Cosimo Massaro, la Procura di Taranto ha inviato i primi avvisi di garanzia ad otto dirigenti della fabbrica, atto dovuto per il prosieguo delle indagini. La Guardia Costiera delegata dall’Autorità Giudiziaria alle indagini, continuerà nei prossimi giorni tutti accertamenti tecnici e la ricerca di tutto quanto utile al fine di accertare responsabilità e dinamica dell’accaduto.

“Ho voluto questo incontro perché mezz’ora fa abbiamo ritrovato il corpo del povero operaio Cosimo Massaro” ha detto in conferenza stampa  il procuratore Capristo Un ritrovamento che non è affatto casuale, perché c’erano state una serie di attività preparatorie, anche ad opera dei Vigili del Fuoco e oggi, con la collaborazione del Comandante Provinciale dei Carabinieri Col. Luca Stefenssen, è intervenuto il Nucleo Sommozzatori Carabinieri di Pescara (che ha competenza anche sulla Puglia n.d.r)”

“Quando lo sforzo, la sinergia e tutte le componenti che in questo momento si sono aiutate tra loro – ha continuato il Procuratore Capo di Taranto – per arrivare al ritrovamento del corpo del povero Massaro, e ringrazio anche la Capitaneria di Porto per il grande impegno profuso in questi giorni, i risultati non mancano. Stiamo sulla strada della chiarezza. Il nostro primo obiettivo era quello di ritrovare il corpo dell’operaio. Adesso verrà fatta in tempi molto rapidi l’autopsia  per consentire alla famiglia di ottenere la salma e di poter seppellire degnamente il loro caro che va rispettato, ed a cui noi dobbiamo un risultato di chiarezza assoluta su ciò che è accaduto. Sarà fatta piena luce. Lo dobbiamo a questo figlio di Taranto, ed alla sua famiglia, ma lo dobbiamo anche a tutti noi.

La gru DM5 la mega struttura spezzata dal ciclone di vento che viaggiava a oltre 110 chilometri di velocitò,  su sui stava lavorando Cosimo Massaro, è stata sottoposta ad interventi di manutenzione tra il 2012 e il 2019 come ha spiegato in conferenza stampa il procuratore capo Capristo,   a seguito dell’incidente del 2012 in cui perse la vita Francesco Zaccaria, era stata oggetto di lavori di ripristino e quindi anche di un successivo collaudo.  Adesso la procura, vuole verificare se vi siano state delle eventuali negligenze non solo da parte dell’azienda, ma sopratutto di eventuali responsabili di società esterne che hanno certificato la piena utilizzabilità della gru, sulla quale stanno effettuando i dovuti accertamenti i tecnici dello Spesal dell’ ASL Taranto.

“In queste ore drammatiche, il nostro pensiero e le nostre preghiere vanno a lui, alla sua famiglia, ai suoi amici e a tutti i colleghi, ai quali fin da subito abbiamo cercato di fornire tutto il supporto possibile. Come segno di massimo rispetto nei confronti del nostro collega, le bandiere dello stabilimento sono stata abbassate a mezz’asta e tali rimarranno fino al giorno dei funerali, aderendo al lutto cittadino indetto dal Sindaco di Taranto” scrive  Arcelor Mittal in una nota diffusa dopo il ritrovamento del “corpo senza vita di Cosimo Massaro, 40 anni, originario di Fragagnano, operaio gruista presso lo sporgente 4 dello stabilimento ArcelorMittal Italia di Taranto, che stava lavorando nella cabina della gru DM5 ed era stato dato per disperso nella serata del 10 luglio scorso“, allorquando il ciclone di vento forte tempesta ha abbattuto ben tre gru sulla banchina di Arcelor Mittal nell’area portuale di Taranto.

“È un momento di grande dolore per quanti lavorano in ArcelorMittal Italia a Taranto – continua il comunicato –   siamo tutti scioccati da quello che è successo mercoledì sera. Da parte nostra, continueremo a collaborare con le Autorità per assisterle nelle indagini. Oggi più che mai serve restare uniti e lavorare con spirito di collaborazione e fiducia“.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, a seguito del ritrovamento del corpo dell’operaio di ArcelorMittal Cosimo Massaro scrive su su Twitter  “È stato ritrovato il corpo di Cosimo. Un abbraccio alla sua famiglia, ai suoi cari, a chi in questo momento sta vivendo ore di dolore” cordoglio a cui si è unita il ministro per il Sud Barbara Lezzi che scrive su Facebook “È stato ritrovato il corpo di Cosimo Massaro, l’operaio precipitato da una gru dell’ex Ilva di Taranto. Esprimo il mio sincero cordoglio alla famiglia e a tutta la città




Tragedia ex-Ilva. La Procura di Taranto indaga

TARANTO – Il 28 novembre 2012 Simeone Piergianni era miracolosamente scampato all’incidente quasi identico in cui perse la vita Francesco Zaccaria, restando per due ore appeso a una gru, mentre mercoledì si è trovato a dover assistere impotente a un’altra tragedia, avvenuta nello stesso punto del porto a causa di un improvviso ed imprevisto tornado di vento e maltempo
“Ha chiamato tre volte alla radio, diceva che non riusciva a scendere, – racconta Simeone Piergianninonostante il forte vento imponesse ai gruisti di smettere di lavorare, perché qualcosa nella cabina della gru si era bloccato” e continua “abbiamo seguito tutta la procedura per salvare le persone che erano sulle macchine gli altri sono stati avvisati, sono andati alla passerella dove c’è la scala e sono scesi e si sono salvati tutti. Cosimo ha avuto l’anomalia che la cabina si è bloccata e via radio ripeteva che la cabina era bloccata. Se la cabina non cammina c’è la scaletta di emergenza che lui ha fatto, ma a quanto pare ha ceduto tutto“.
“Ho sentito le vibrazioni e poi la voce di Mimmo che diceva non funziona, non funziona” – aggiunge  Simeone Piergianni poi la voce è andata via. Tutto era avvolto da una nube di sabbia: quando si è diradata, la terza gru era sparita in mare. E il nostro collega è andato giù con lei . Sono state queste le ultime parole di Cosimo (per tutti gli amici “Mimmo” ) Massaro, 41anni di Fragagnano (Taranto) l’operaio gruista di Arcelor Mittal  disperso dal tardo pomeriggio del 10 luglio. Il suo corpo non è stato ancora trovato.

Simeone Piergianni  diventerà uno dei testimoni chiavedell’inchiesta che è stata aperta attualmente  con l’ipotesi di incidente sul lavoro dalla Procura della Repubblica di Taranto. Le indagini sono state affidate ai sostituti procuratori Raffaele Graziano e Filomena Di Tursi, sotto la supervisione del procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo, che si è recato ieri sul posto.

Le ricerche continuano e Cosimo Massaro ufficialmente è disperso e  le speranze di trovarlo vivo sono pressochè inesistenti. Per tutta la giornata di ieri le motovedette della Guardia Costiera coordinate dal comandante Gianluca Traversa hanno ispezionato la rada del Mar Grande dove è avvenuto il crollo della gru, di fronte a quel maledetto quarto sporgente, che a fu teatro di un incidente in cui morì Angelo Fuggiano, dipendente di una ditta che effettuava in appalto dall’ ILVA in Amministrazione Straordinaria  la manutenzione della stessa gru.
I sommozzatori dei Vigili del Fuoco non sono ancora riusciti a riprendere le ricerche subacquee a causa del rischio crollo delle altre due gru, spostate dal vento ed appoggiate su quella adiacente al mare. È stato immerso sott’acqua un robot che ha individuato il posizionamento della cabina della struttura metallica della gru, ma per poter intervenire ed operare Arcelor Mittal dovrà prima mettere in sicurezza l’area in cui si è verificato l’incidente, che peraltro è stata sottoposta a sequestro probatorio, così come le gru dalla Procura della repubblica.
Gli accertamenti sono stati delegati alla Guardia Costiera e allo Spesal, il servizio dell’ASL Taranto a cui competono le verifiche della sicurezza sui luoghi di lavoro. Infatti il punto centrale delle indagini è  la sicurezza, e bisognerà  controllare e verificare le condizioni delle gru, il loro funzionamento, senza dimenticare che in un recente passato hanno già causato due morti. Secondo il racconto degli altri operai che l’altro pomeriggio si trovavano al quarto sporgente, qualcosa potrebbe non aver funzionato nella gru su cui si trovava Massaro, ma chiaramente queste sono solo ipotesi che dovranno trovare i necessari riscontri . Andrà considerato anche che  al momento della tragedia il vento era improvvisamente aumentato fino a toccare i 130 nodi di velocità, altri due gruisti si sono messi in salvo, e bisognerà capire e determinare probatoriamente  cosa sia successo alla gru su cui stava lavorando Cosimo Massaro.

Alcune immagini tratte dalla rete sul ciclone di vento e maltempo che ha colpito Taranto

La Protezione Civile nella mattinata di mercoledì scorsoaveva diramato un’ allerta meteo sul quale non era previsto o indicato l’arrivo di una burrasca forte, ma soltanto burrasca,  secondo quanto hanno riferito alcuni operai in servizio nell’ufficio che gestisce le gru. Un’indicazione che significa che il lavoro sulle gru poteva proseguire tranquillamente, così come è proseguito, sino al momento in cui i tre manovratori, dai loro 40 metri di altezza, hanno visto avanzare la tromba d’aria  da nord verso il mare. Ed il pericolo sarebbe stato immediatamente comunicato dai gruisti all’ufficio.
“Dopo una consultazione con il caporeparto – racconta sempre il gruista Piergiannigli abbiamo detto che potevano scendere” . Due di loro ce l’hanno fatta, mentre purtroppo Cosimo Massaro invece no. “Ha chiamato tre volte alla radio, diceva che era bloccato, probabilmente c’è stata un’anomalia alle tenaglie della cabina“, ha aggiunto Piergianni. I colleghi  hanno riferito che lo sentivano urlare, perché capiva di essere in trappola, ma loro purtroppo non potevano fare niente per aiutarlo salvarlo, e la tragedia si è consumata sotto i loro occhi disperati.

Il Ministero dello Sviluppo Economico con uno scarno freddo comunicato  ha reso noto di seguire ” con la massima apprensione le ricerche condotte dalla Capitaneria di Porto e dai Vigili del Fuoco, con cui il contatto è diretto e costante, a seguito dei tragici avvenimenti accaduti ieri a Taranto. In relazione al comunicato stampa di Arcelor-Mittal e con la massima comprensione della situazione, estremamente critica, che la città di Taranto sta vivendo in questo momento, il MiSE invita la proprietà e le organizzazioni sindacali alla massima responsabilità“.