Quattro inchieste della procura sulla Popolare di Bari: spese allegre e fidi milionari anche alla Gazzetta del Mezzogiorno

ROMA – Le prime accuse di cui si ha conoscenza, avanzate dalla magistratura barese risalgono al 2010  nei confronti dei vertici della Banca Popolare di Bari che si sono succeduti nel tempo nella gestione dell’istituto di credito barese. Dieci anni di fidi milionari “allegri” concessi senza garanzie, bilanci “ritoccati”, azioni a rischio proposte e vendute a ignari correntisti, quasi sempre pensionati che investivano investire i risparmi accantonati nella loro vita. Le indagini avviate sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Roberto Rossi sono almeno quattro.

 

Una ispezione di Banca Italia nel 2011 evidenziò la spartizione di deleghe in casa Jacobini, fra il padre Marco presidente e i due figli direttori centrali ed aggiungevacarenze nell’organizzazione e nei controlli interni da parte dei componenti ed ex componenti del CdA e del direttore generale (…) Carenze nei controlli da parte dei componenti il collegio sindacale “. Vennero sanzionati i componenti dei due organi con 238 mila euro e richiesta di cambiare il vertice.  Due anni dopo nel 2013 una nuova ispezione della vigilanza di Banca Italia portò alla luce la facilità di erogare credito da parte della banca verso certi grandi clienti locali, di “finanziamenti non sufficientemente vagliati”.

L’ultima indagine aperta è quella relativa alla sospetta operazione di aumento di capitale, con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro, tentata circa un anno fa,  – impiantata dall’attuale amministratore delegato Vincenzo de Bustis Figarola– che sarebbero stati sottoscritti da una società maltese, operazione questa avviata nel periodo intercorrente tra il dicembre 2018 ed il marzo 2019, che non si è mai concretizzata,  gettato nuove ombre sulla gestione della banca. Tra il dicembre del 2018 e il marzo 2019, l’amministratore delegato De Bustis propose al consiglio di amministrazione un’iniziativa di patrimonializzazione attraverso uno strumento che ricorda un bond per un ammontare di 30 milioni. Subito dopo, la Popolare ricevette una richiesta irrevocabile di adesione da parte di una società maltese, la Muse Ventures ltd. per l’intero importo: 30 milioni.

Le crisi bancarie e i salvataggi (fonte: Corriere della Sera, 15 dicembre 2019)

De Bustis, a gennaio di quest’anno ha acquistato quote di un fondo lussemburghese, il Naxos plus, per 51 milioni. È un’operazione accreditata come necessaria ad aumentare il valore delle partecipazioni della Popolare e che sarebbe stata in parte coperta dall’impegno con il fondo maltese. Ma alla fine le cose vanno in altro modo. Muse è una “scatola” vuota, con un capitale sociale di appena 1.200 euro ed è riconducibile a tale Gianluigi Torzi, finanziere con una serie di precedenti ed inchieste giudiziarie in cui è stato coinvolto. I 30 milioni, va da sé, da Malta non arriveranno mai, ma, dal Lussemburgo, chiedono in compenso i 51 a Bari.

 Vincenzo De Bustis  amministratore delegato fino a giovedì scorso, ex direttore generale nel 2011 della stessa Popolare, è stato direttore generale di MPS e poi di Deutsche Bank Italia, era già conosciuta in Puglia per la sua disastrata esperienza della “Banca 121″ o “Banca del Salento” dei “Bot Strike “, “My Way” e “4 You”, tutti finiti male. Il suo slogan preferito era “Bisogna fare le cose ieri”. Cosa che a Bari non ha mai fatto.

l’ormai ex amministratore delegato della Popolare di Bari Vincenzo de Bustis Figarola

In questa inchiesta vi sono ancora tante cose da accertare ed approfondire, mentre continua speditamente quella per la quale la Procura di Bari ha notificato alcune settimane fa a De Bustis ed all’ex presidente Marco Jacobini ed altre 8 persone, una proroga delle indagine per i reati di “false comunicazioni sociali“, “falso in prospetto” ed “ostacolo alle funzioni di vigilanza“, oltre a una ipotesi di maltrattamenti su un ex dipendente contestata a Luigi Jacobini, dal 2011 vicedirettore generale, figlio dell’ex-presidente. Un altro della “famiglia” sistemato ai vertici della banca è Gianluca Jacobini vicedirettore generale dal 2011 al 2015, quindi condirettore e direttore generale di fatto sinora.

Uno stralcio dell’indagine è stata archiviata nel marzo 2018 che faceva riferimento ad una ipotesi di una associazione per delinquere finalizzata a truffare i correntisti. Sono invece andati avanti sulle restanti contestazioni Gli accertamenti disposti dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano della Procura di Bari, sono stati delegati alla Guardia di Finanza . Il sospetto degli inquirenti baresi è che la Popolare di Bari abbia depositato  bilanci poco trasparenti e non del tutto rispondenti al vero alla Consob, soprattutto per quanto riguarda la quantificazione dei crediti. Si indaga anche sulla vicenda dell’acquisizione di Banca Tercas .

Il bilancio della Banca Popolare di Bari (fonte: Il Sole 24 Ore, 14 dicembre 2019)

Ai vertici dell’istituto di credito sono state però state contestate singole condotte di presunti raggiri a danno dei soci e correntisti,  a partire da quella al centro dell’indagine per una presunta truffa aggravata da 130 mila euro commessa ai danni di una contribuente 84enne, conclusasi nei mesi scorsi,  che dieci anni fa sarebbe stata commessa  in concorso da cinque persone, l’allora presidente del Cda, Marco Jacobini, l’ex direttore generale, oggi amministratore delegato, Vincenzo De Bustis Figarola, l’ amministratore delegato all’epoca dei fatti, Giorgio Papa e due funzionarie dell’istituto di credito, Alessandra Domenica Siletti, ed Alfonsa Zotti.  Quanto all’ultimo presidente al momento del commissariamento di venerdì, lo stimabile avvocato Gianvito Giannelli, sposato peraltro con un magistrato, è il nipote di Marco Jacobini ma al suo contrario, non risulta indagato.

Come si legge riportato dal capo di imputazionel’avrebbero indotta ad acquistare prodotti finanziari ad elevata rischiosità per 130mila euro, con artifizi e raggiri, profittando della particolare situazione di vulnerabilità” della 84enne, “così procurando alla Banca un ingiusto profitto con rilevante danno patrimoniale” della cliente, “determinato dalla svalutazione dei suddetti prodotti (svalutazione allo stato ancora in corso) e dalla impossibilità di monetizzarli, con conseguente incapacità della stessa di accedere ai propri risparmi di una vita”.

Marco Jacobini, ex presidente e padre-padrone della Popolare di Bari

 

La seconda inchiesta, trasmessa ormai un anno fa per competenza da Bari a Roma, riguarda la vicenda del Bari Calcio e lo “stratagemma“, come lo definivano i pm baresi, usato dall’ex patron della società sportiva Cosmo Giancaspro con la complicità di alcuni funzionari della Banca Popolare di Bari per evitare una penalità per la squadra fornendo documenti retrodatati alla Covisoc (Commissione di Vigilanza sulle società di Calcio Professionistiche).

C’è anche  l’inchiesta coordinata dal pm Lanfranco Marazia che riguarda il fallimento di due società del gruppo Fusillo di Noci (Bari) per quale al momento i vertici della Popolare di Bari non risultano indagati,  che a luglio ha portato gli investigatori della Guardia di Finanza ad eseguire perquisizioni nella sede della direzione generale della banca,  che “hanno consentito di far emergere il ruolo della Banca Popolare di Bari quale principale creditore delle imprese sottoposte a procedura concorsuale, risultate esposte con l’istituto di credito per una cifra di poco inferiore ai 140 milioni di euro, a seguito delle ingenti linee di credito elargite negli anni”.

E’ dal 2015 che i risparmiatori in Italia vengono lasciati in balia di banchieri e bancari senza scrupoli.  E le banche “saltano” : CariFerrara, CariChieti, Banca Marche e Popolare dell’Etruria, poi VenetoBanca e la Banca Popolare di Vicenza sono state liquidate con conseguenze non da poco per i risparmiatori che avevano azioni ed obbligazioni di quegli istituti. Il clima di sfiducia è cresciuto anche per il coinvolgimento di altre banche importanti come il Monte dei Paschi di Siena e Carige nel novero degli istituti in crisi. Ed ora è il “turno della Banca Popolare di Bari.

Come hanno raccontato i colleghi Carlo Bonini e Giuliano Foschini, del quotidiano La Repubblica, il 18 luglio scorso, dopo la pubblicazione di un’inchiesta in due puntate del quotidiano romano sulla Popolare di Bari, sono stati querelati per una “palese falsità di notizie gravemente lesive della sua immagine”.  Evidentemente la Popolare di Bari non voleva far conoscere ancora ila verità. Alla Repubblica, con la querela era arrivata anche una diffida a desistere dal suo giornalismo. A “non reiterare le condotte diffamatorie” con la minaccia di un risarcimento “per una somma non inferiore a 100 milioni di euro”.

I riferimenti politici della Popolare di Bari ? Un tempo Raffaele Fitto e Gaetano Quagliariello poi Michele Emiliano e Francesco Boccia il quale ha più volte tentato di cambiare la “riforma Renzi” delle Popolari, che interessava in particolar modo la Popolare di Bari, spendendosi molto in parlamento per la famiglia Jacobini. Ne avrà tratto anche lui qualche vantaggio ?

La Popolare di Bari nonostante fosse creditrice di oltre 100 milioni di euro, nel marzo 2019 avrebbe erogato in favore delle società in crac nuova finanza per circa 40 milioni di euro, rinunciando anche a più di 80 milioni di euro di crediti vantati. Secondo fonti interne all’indagine vi sarebbero anche alcune operazioni a rischio, consentite dai vertici della banca barese che riguarderebbero dei finanziamenti “allegri” al quotidiano barese LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, confiscato dal Tribunale Antimafia di Catania, concessi alla società editrice EDISUD spa, della quale la Popolare di Bari detiene in pegno anche le azioni , e di finanziamenti a rischio concessi ad alcuni azionisti dell’emittente televisiva TELENORBA. Solo per avere la stampa locale “amica” ?

Questa sera si terrà alle 21 a Palazzo Chigi  un Consiglio dei ministri che dovrà decidere se adottare lo schema di decreto sulla Banca Popolare di Bari riunione che arriva 48 ore dopo la precedente fallimentare  riunione disertata da M5s e Italia Viva, che non sono d’accordo sulle misure da adottare. La riunione del governo dovrebbe essere preceduta da un vertice di maggioranza.  All’ordine del giorno risulta un decreto recante misure urgenti per la realizzazione di una banca di investimenti.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla fine del concerto di Natale in Senato ha confermato il proposito di salvataggio: “Sì, stasera chiuderemo su Banca Popolare di Bari. Faremo un intervento. Tuteleremo i risparmiatori e non concederemo nulla ai responsabili di quella situazione critica e auspichiamo anzi azioni di responsabilità a loro carico” ha aggiunto il premier ” creeremo le condizioni, attraverso l’intervento di Mediocredito Centrale e anche potenzialmente del fondo interbancario, per rilanciare una banca che potrebbe essere la banca del Sud, che darà respiro, un polmone creditizio finanziario del Sud“. “Tuteleremo i risparmiatori e non concederemo nulla ai responsabili di quella situazione critica e auspichiamo anzi azioni di responsabilità a loro carico” ha concluso Conte.




Il trionfalismo prematuro dei sindacalisti dell' Assostampa Puglia "specialisti" in diffamazioni. Alcune domande a cui non risponderanno mai...

di Antonello de Gennaro

Secondo il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Bari, Antonella Cafagna, redigere  diffondere un comunicato sindacale (diffamandoci !) , con la scusa di voler denunciare un potenziale pregiudizio per i diritti dei lavoratori è “legittimo esercizio della libertà sindacale“, non costituisce una diffamazione. Non era evidentemente della sua stessa opinione il pm Fabio Buchicchio della Procura della Repubblica di Bari il quale aveva richiesto il giudizio dell’allora presidente del sindacato giornalistico pugliese Raffaele Lorusso, richiedendone persino in udienza il suo rinvio a giudizio. Un giudizio iniziato con appena…4 anni di ritardo da parte del Tribunale di Bari, che è veloce solo quando deve giudicare qualche politico !

Il Gup ha accolto la tesi difensiva e ha disposto il “non luogo a procedere “ ai sensi dell’ art. 425 c.p.p. di Raffaele Lorusso e non perché “il fatto non sussiste” (previsto dall’ art. 530 C.P. ) come scrive qualche incompetente anonimo giornalista barese. La circostanza più vergognosa è leggere la solita nota “anonima” pubblicata ad opera delle solite manine (ben note) della Gazzetta del Mezzogiorno, che dimenticano di avere avuto per oltre 20 anni un editore attualmente sotto processo per “concorso esterno in associazione mafiosa e di scrivere per un giornale confiscato e sottoposto a procedura pre-fallimentare. Ma chissà come mai….qualche “giornalista” anonimo, che forse si vergogna di firmarsi, tutto questo non lo racconta ai lettori della Gazzetta !

Secondo quanto riporta la Gazzetta del Mezzogiorno di ieri nella sua edizione online, i fatti risalgono al 2014 e riguardano la vertenza del “Corriere del Giorno di Puglia e Lucania“, edito dalla fallita “Cooperativa 19 Luglio“.

Ma la Gazzetta non spiega ai suoi sempre minor lettori che la collocazione in amministrazione straordinaria della cooperativa “19 Luglio”, è avvenuta nonostante gli oltre 25 milioni di euro di contributi pubblici a fondo perduto incassati dalla cooperativa editrice del quotidiano cartaceo Corriere del Giorno di Puglia e Lucania negli ultimi 10 anni di attività editoriale, con un fallimento e cessazione delle pubblicazioni avvenuta a marzo 2014, dopo aver accumulato una massa debitoria di oltre 5 milioni di euro !

Invece la Gazzetta preferisce occuparsi di noi,  scrive che a marzo 2014, a distanza di pochi mesi era stato registrato al Tribunale di Roma “Il Corriere del Giorno”, pubblicato online”, quasi come se noi avessimo rubato qualcosa o truffato qualcuno, manifestando non soltanto una slealtà professionale ed editoriale, ma anche la loro propensione alla menzogna mistificando la realtà dei fatti. Per non parlare di una evidente inconfutabile macroscopia ignoranza giuridica !

La registrazione della nostra testata giornalistica è più che legittima, svolgendo un’ attività giornalistica che continua positivamente da 5 anni mentre altri organi di informazione, a partire proprio dalla Gazzetta del Mezzogiorno sono sull’orlo del fallimento con un’imminente licenziamento di numerosi giornalisti, dal quale  siamo certi, i “soliti sindacalisti” cercheranno di salvare prima se stessi e poi forse anche gli altri colleghi.

il vecchio Corriere del Giorno di Puglia e Lucania chiuso e fallito da oltre 5 anni !

Continua la Gazzetta ( o Mazzetta ?) del Mezzogiorno : “La circostanza era stata denunciata alla Polizia Postale dai colleghi del Corriere del Giorno di Puglia e Lucania” scrive l’anonimo redattore di questa fake-news , il quale ha sostenuto che  “a parte la piccola variazione nel nome della testata, avevano segnalato anche il danno potenziale rappresentato dalla sostanziale riproduzione del logo della loro testatadimenticando o meglio omettendo di raccontare ai lettori del loro giornale siculo-barese confiscato, che quella denuncia è finita nel cestino della carta straccia, venendo archiviata  dalla Procura competente. Denuncia questa che quindi costituiva una calunnia che non abbiamo perseguito giudiziariamente solo e soltanto per non rovinare ulteriormente dei giornalisti già finiti in mezzo ad una strada per le loro evidenti limitate capacità giornalistiche ed editoriali. Ma forse evidentemente siamo stati troppo buoni…

La denuncia archiviata nei nostri confronti  ( all’epoca dei fatti peraltro coperta da segreto istruttorio ) venne utilizzata da Raffaele Lorusso ( o da chi per lui…che non ha mai avuto il coraggio di venire allo scoperto) , all’epoca presidente dell’Associazione della Stampa di Puglia, che come racconta la Gazzetta del Mezzogiorno  “in una nota, pubblicata anche sul sito del sindacato dei giornalisti pugliesi, segnalò il pregiudizio che la pubblicazione di una testata quasi uguale a quella che aveva cessato le pubblicazioni qualche mese prima avrebbe potuto rappresentare per i 15 giornalisti e gli 8 poligrafici della cooperativa “19 Luglio”, in quanto la testata era l’unico bene da poter mettere sul mercato nella procedura di liquidazione.

Scrive la Gazzetta del Mezzogiorno ieri: “Per il contenuto di quel comunicato l’allora presidente dell’Associazione Stampa di Puglia fu querelato per diffamazione a mezzo stampa dalla proprietà della testata “Il Corriere del Giorno”, diventando oggetto di una campagna denigratoria da parte del direttore responsabile del giornale online, Antonio detto Antonello De Gennaro, giornalista professionista iscritto all’Ordine del Lazio. “

La solita mano “anonima” aggiunge: “Il provvedimento del Gup del Tribunale di Bari ha riconosciuto la correttezza dell’operato di Raffaele Lorusso, con la formula piena “il fatto non sussiste“” . E qui ancora una volta dicono il falso, in quanto le motivazioni della sentenza non sono ancora state depositate , è la decisione  ai sensi dell’ art. 425 c.p.p con la decisione di  “non luogo a procedere” è stata soltanto letta in udienza e quindi le affermazioni scritte sono solo frutto di fantasia della Gazzetta del Mezzogiorno !

E secondo voi poteva mancare il trionfalismo dell’ Assostampa ? Certo che no ! Infatti eccolo : “Si tratta di un risultato importante per l’Associazione della Stampa di Puglia e per tutto il sindacato – afferma Bepi Martellotta, presidente del sindacato pugliese dei giornalisti – Questa associazione è da sempre schierata al fianco dei colleghi. Raffaele Lorusso, attuale segretario generale della FNSI, in quella come in tutte le altre vertenze (mai risolte ! n.d.r) , ha cercato di tutelare gli interessi dei giornalisti. Il provvedimento del Gup rende giustizia degli insulti rivolti a lui e al sindacato da parte di un iscritto all’Ordine che si è distinto più volte per aggressioni, non solo verbali, nei confronti dei colleghi e i cui comportamenti meriterebbero maggiore attenzione da parte dei competenti organismi ordinistici di disciplina“.

In realtà al contrario, la verità è che gli insulti li abbiamo ricevuti noi, ed infatti non siamo mai stati querelati nè dall’ Assostampa nè dalla FSNI. Ma tutto ciò il “sindacalista” Martellotta non ha il coraggio, o come si suol dire le “palle”, per raccontarlo ai quei pochi lettori che sono rimasti al loro giornale confiscato dall’ Antimafia di Catania, e che  come dicevamo, esce tuttora in un regime pre-fallimentare.

Gli insulti in realtà li meriterebbe Martellotta in prima persona allorquando calpesta la verità, omette di raccontare che l’esposto disciplinare presentato dal suo vice Cosimo (Mimmo) Mazza nei mie confronti e le successive decisioni arbitrarie dai consigli disciplinari (regionale e nazionale) dove guarda caso i relatori erano esponenti sindacali (coincidenze ?)  sono state annullate e rase al suolo da una sentenza definitiva del Tribunale Civile di Roma, che ha legittimato e visto prevalere in un giudizio serio le mie ragioni !

Martellotta dimentica inoltre di raccontare che in realtà è il suo caro “”vice” Mimmo Mazza ad essere sotto procedimento disciplinare in Puglia, su richiesta del Consiglio Nazionale dell’ Ordine e del Consiglio Nazionale di Disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti, oltre ad essere “indagato” da diverse Procure (Taranto, Bari e Roma) e citato per danni ingenti per i suoi articoli ritenuti diffamatori. Chissà come mai queste cose i “sindacalisti” baresi non le raccontano e scrivono ? E questo sarebbe giornalismo…?

In ogni caso qualcuno ricordi ai “sindacalisti” che la decisione del Gup di Bari, non è definitiva , come si vorrebbe far credere, in quanto presenteremo ricorso in Cassazione.

Le nostre domande “pubbliche” all’ Assostampa di Puglia

La 1a domanda a cui vorremmo tanto che il sindacato pugliese ci rispondesse

Come mai non dicono nulla sulla questione che nel Tribunale di Taranto all’atto della registrazione (luglio 1984) esistevano altre due testate inserite in rispettivi fallimenti e cioè il “CORRIERE DEL GIORNO” ed il “CORRIERE DEL GIORNO NUOVO” editati da due differenti società. Possibile che dei “certosini” sindacalisti non si siano mai accorti e che non abbiano mai fiatato a suo tempo per tutelare i giornalisti colpiti da quei fallimenti ?

La 2a domanda a cui vorremmo tanto che il sindacato pugliese ci rispondesse

Ma qualcuno di voi ha mai studiato legge, si è mai informato ? Lo sapete cari sindacalisti che dopo due anni di non pubblicazione una testata è “libera” e che quindi il CORRIERE DEL GIORNO era libero da qualsiasi privilegio e/o proprietà ? Lo sapete  che quel giornale è stato fondato nel 1947 da quattro coraggiosi giornalisti fra cui mio padre e non certo da quegli scribacchini “sindacalisti” che auto-assegnandosi stipendi esagerati, facendo assumere nella cooperativa di cui erano soci e dipendenti (di se stessi quindi) sorelle, figli e parenti vari, hanno contribuito al fallimento ed alla chiusura del Corriere del Giorno di Puglia e Lucania, ?

La 3a domanda a cui vorremmo una risposta dal sindacato pugliese

Come mai i giornalisti della Cooperativa 19 luglio che editava il Corriere del Giorno di Puglia e Lucania, non si sono mai costituiti in una nuova cooperativa,  dando vita ad una nuova edizione del loro “giornaletto” tarantino, come invece ha fatto la cooperativa romana che edita il quotidiano IL MANIFESTO ? Peraltro il commissario liquidatore era lo stesso e cioè tale dr. Damiani  ! O forse era più conveniente per loro approfittare della disoccupazione e relativi ammortizzatori sociali e gravare sulle casse sofferenti dell’ INPGI e dei contribuenti ?

5 anni di inutili attese e speranze: un giornale fallito non lo vuole nessuno !

Il semplice fatto che dopo 5 anni nessuno abbia mai ipotizzato o pensato di rimettere in vita un giornale fallito come il Corriere del Giorno di Puglia e Lucania, scritto da giornalisti incapaci che hanno fatto fallire il proprio giornale di cui erano comproprietari e dipendenti, spiega ogni cosa. Altro che la “Federazione Nazionale della Stampa Italiana può così serenamente proseguire nella sua quotidiana opera di difesa dei diritti dell’informazione“, come ha dichiarato trionfalmente il suo difensore Avv. Francesco Paolo Sisto, deputato barese di Forza Italia.

Come dicevano i nostri “padri” latini: “similia cum similibus”.  Ma che dichiarazioni ci si poteva aspettare da un legale come l’ Avv. Sisto, cioè colui che difende nel noto processo delle escort baresi,  Silvio Berlusconi (che lo ha profumatamente ripagato con un seggio blindato e garantito alla Camera) , cioè l’artefice dell’editto bulgaro contro Enzo Biagi e Michele Santoro ? Meglio stendere un velo pietoso !

Come mai l’ Assostampa di Puglia, ed il CdR della Gazzetta del Mezzogiorno non proferisce neanche una parola sulla circostanza che il loro caro collega sindacalista Mimmo Mazza, dopo aver venduto il proprio cosiddetto lavoro giornalistico sotto forma di “marketta” pubblicitaria al Sindaco di Taranto ( di cui abbiamo ampia documentazione) attraverso una sua nuova società, recentemente  si è messo  a vendere pubblicità agli enti pubblici per una semiclandestina radio privata di proprietà della Curia di Taranto?

Così come sarebbe divertente conoscere la posizione “pubblica” del sindacato che ha candidato ed eletto fra i suoi delegati al prossimo congresso regionale pugliese, una loro iscritta e cioè la pubblicista tarantina Doriana Imbimbo, la “staffista” del sindaco Melucci, rinviata a giudizio per truffa al Comune di Taranto su richiesta del Procuratore Capo e del Procuratore aggiunto della  Procura tarantina . Ne avranno il coraggio ? Dubitiamo….

E questo cari amici lettori, sarebbe il giornalismo libero ed indipendente pugliese millantato e decantato dai sindacalisti dell’ Assostampa e dai loro “cuginetti” dell’ ordine pugliese ? Allora a malincuore, anche questa volta,  mi tocca dire che qualche volta Marco Travaglio ha veramente ragione !

 




Ex Ilva: lo Stato di diritto vacilla quando la magistratura impera sugli altri poteri

di Giuliano Cazzolla*

A noi ragazzi della scuola media quella storia veniva raccontata così: il valoroso Francesco Ferrucci giaceva a terra agonizzante per le ferite ricevute in combattimento. A lui si accostava Maramaldo che lo finiva a coltellate. Ma l’eroe, prima di spirare, infamava il suo assassino con parole destinate a sopravvivergli per secoli: “Vile, tu uccidi un uomo morto”.

Ignoro quali pensieri abbiamo attraversato la mente dei lavoratori dell’ex ILVA (ora anche ex Arcelor Mittal) quando hanno saputo che il Tribunale di Taranto aveva respinto la richiesta di proroga, avanzata (sic!) dalla procura, della chiusura dell’altoforno n.2 (che una precedente ordinanza aveva fissato per il 13 dicembre se nel frattempo non fosse stato automatizzato). “Il termine richiesto – ha stabilito il giudice – risulta troppo ampio, in palese contrasto con tutte le indicazioni giurisprudenziali e normative, e dunque tale da comprimere eccessivamente l’interesse alla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dei lavoratori”.

L’ordinanza si è abbattuta come un violento starnuto su di un precario castello di carte, proprio nel momento in cui è in corso il tentativo di cercare una soluzione – sempre più difficile – per mantenere in vita lo stabilimento. La società franco-indiana aveva motivato la sua intenzione di ritirarsi dall’operazione-acciaio ritenendo impossibile realizzare gli obiettivi produttivi e di risanamento ambientale a cui era impegnata, se costretta a chiudere l’altoforno come imposto dalla magistratura tarantina. La vertenza era poi finita nella morsa di un paradosso giudiziario, dopo l’intervento della Procura di Milano, la “madre” di tutte le procure d’Italia.

Alla società era stato ordinato di spegnere e contemporaneamente di lasciare in funzione l’altoforno più importante dello stabilimento. In sostanza, con la minaccia di rispondere penalmente (ecco dove sta la necessità di un usbergo contro l’accanimento giudiziario) sia della continuità del funzionamento che della chiusura degli impianti. Questa contraddizione era apparsa talmente evidente a tutti che si era riaperto un negoziato avente per oggetto le dure condizioni dettate da Arcelor Mittal per rimanere.

A prescindere da come si pronuncerà il Tribunale del Riesame non si può negare la persistenza di un clima di ostilità da parte della magistratura ionica nei confronti di quello stabilimento. L’ex ILVA vive da sette anni sotto assedio, senza una guida e priva di una visione per il futuro. Sostanzialmente in apnea, in una condizione cioè in cui è quasi impossibile gestire un’unità produttiva. Ma il caso dello stabilimento tarantino pone problemi più seri e inquietanti che riguardano la tenuta dello Stato di diritto.

A questo proposito è interessante leggere il saggioIl diritto penale totale: punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi” (Il Mulino) un lepidus libellus di Filippo Sgubbi, già professore di Diritto penale in importanti Atenei italiani. Sgubbi non si limita a sottolineare il predominio assunto dalla magistratura sulle altre funzioni dello Stato, ma denuncia una vera e propria trasformazione sia del giudizio che dello stesso diritto penale, coinvolto in un’inquietante prospettiva in cui la giurisprudenza non diventa, soltanto e impropriamente, fonte del diritto, ma persino creatrice della norma, al posto e in sostituzione del potere legislativo.

“L’apparato penale  costruito per definire l’area dell’illecito e per legittimare l’applicazione delle sanzioni – spiega Sgubbadiventa il supporto per l’adozione di scelte decisionali di governo economico-sociali”. La “distorsione istituzionale” viene così spiegata: “la decisione giurisprudenziale diventa – secondo l’autore – una decisione non soltanto di natura legislativa, quale regola di comportamento, ma anche di governo economico-sociale imperniato sull’opportunità contingente”.

Ma la critica (“le norme penali così assumono un ruolo inedito. Sono fattori non di punizione, ma di governo”) non si ferma qui. “Il sequestro di aree, di immobili, di un’azienda o di un suo ramo, il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi. Con tali provvedimenti cautelari reali – prosegue Sgubbala magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari.

Filippo Sgubbi non cita degli esempi concreti. Ma le sue considerazioni, ad avviso di chi scrive, non si discostano dal profilo del caso ex ILVA.

*giuslavorista



"Monnezzopoli": legittime le intercettazioni operate dalla Finanza, attraverso il captatore informatico

Martino Tamburrano

ROMA – Le intercettazioni operate dai finanzieri, attraverso il captatore informatico, che hanno svelato gli sporchi affaristici relativi alle autorizzazioni ambientali rilasciate dalla Provincia di Taranto, durante la presidenza di Martino Tamburrano sono legittime, mentre sono state respinte le eccezioni di difensori della “cricca di Monnezzopoli”  che avevano contestato la legittimità dei «trojan» usati dai finanzieri per intercettare e registrare i dialoghi.  Esclusa soltanto quella sulle presunte irregolarità nell’area di Leporano (Taranto).

Questa la decisione del collegio giudicante del Tribunale di Taranto presieduto dal giudice Patrizia Todisco che ha rigettato le eccezioni della difesa nel processo che vede imputati Tamburrano, con l’imprenditore di San Marzano Pasquale Lonoce, che era di fatto amministratore di fatto della società  2Lecologica Srl in cui rappresentante legale di facciata era la figlia, il “faccendiere” Roberto Natalino Venuti, procuratore speciale della società Linea Ambiente srl, e Lorenzo Natile, ex dirigente del Settore Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto .

La discarica di Grottaglie (TA) in località La Torre Caprarica, denominata “III lotto”,

Come documentato a suo tempo dal CORRIERE DEL GIORNO (leggi QUI), è stato contestato dalla Procura di Taranto agli imputati, per le diverse responsabilità ed operato, il reato di “concorso in corruzione” relativo all’autorizzazione concessa,  al sopralzo illegittimo della discarica di Torre Caprarica a Grottaglie (Taranto), e per l’affidamento del servizio di igiene urbana e ambientale del Comune di Sava, successivamente revocato in autotutela dal sindaco di Sava, l’ avv. Dario Iaia.

Questo ultimo appalto di Sava interessava sia Lonoce che Venuti  con pressioni esercitate  sull’ex dirigente della Provincia, secondo la Procura, da Martino Tamburrano che in cambio avrebbe ottenuto della tangenti ovvero dei benefici per se e per i suoi familiari, in particolare per la moglie candidatasi al Senato nelle liste di Forza Italia, di importante consistenza economica .

L’ accusa rappresentata dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dal pm Enrico Bruschi riguardava anche una intercettazione contenuta nell’indagine aperta in passato sul Comune di Leporano, ma  per i difensori degli imputati  quelle intercettazioni non potevano essere inserite cittadinanza nel giudizio in corso in quanto connesse a fatti ed eventi differenti da quelli per cui si celebra il processo.

I difensori degli imputati avevano depositato una “massima provvisoria”  presente in una pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha chiarito che le intercettazioni telefoniche di un fascicolo di indagine sono utilizzabili in un altro procedimento esclusivamente in presenza di una “connessione” tra i due procedimenti, che nel caso specifico non è stata rilevata dal Tribunale che, appunto, ne ha deciso l’esclusione. Permangono però tutti le altre importanti conversazioni intercettate dalla Guardia di Finanza di Taranto, che costituiscono l’ossatura delle accuse a carico di corrotti e corruttori di questo processo. Conversazioni avvenute nei ristoranti della provincia di Taranto e di Bari, che erano le basi operative decisionali della “cricca” per concordare i loro sporchi affari.

Tonino Albanese

Il procedimento tornerà nell’ aula del Palazzo di Giustizia di Taranto, il prossimo 27 gennaio 2020 con l’avvio del dibattimento, mentre si attendono gli ulteriori provvedimenti della Procura di Taranto per i tronconi d’ indagine che hanno comportato l’apertura di altri procedimenti connessi , che vedono fra l’indagati il proprietario del Gruppo CISA spa di Massafra, rag. Antonio (noto come “Tonino“) Albanese, che sarebbe stato il responsabile dell’allerta alla “cricca” che venne così a scoprire di essere intercettata. A seguito di tutto ciò partirono le misure cautelari che vede tuttora agli arresti domiciliari, Tamburrano, Venuti, Lo Noce e Natile.

Albanese come è noto ai nostri lettori, e va ricordato,  è attualmente sotto processo per la vicenda del boschetto di Massafra,  per aver fatto tagliare e distruggere un’area boschiva di circa 2900 metri quadrati per consentire alla società APPIA ENERGY di cui la CISA è socia al 49% di poter superare il provvedimento di revoca della precedente Aia che era stata rilasciata dalla Provincia di Taranto. Coincidenze ?

I legali di Albanese hanno avanzato per il loro cliente richiesta di abbreviato,  rito alternativo di celebrazione del processo rispetto al rito ordinario (ovvero al dibattimento ove la prova è assunta avanti al Giudice in contraddittorio tra le parti ed il Giudice nulla – o quasi nulla – conosce degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero), che in caso di condanna il rito prevede uno”sconto” per l’imputato: ovvero la riduzione di un terzo della pena eventualmente inflitta




Impianti sportivi, c'è l'accordo fra la Regione ed il Credito Sportivo. Ma Sannicandro (Asset) sfugge alle domande... sui Giochi del Mediterraneo

di Antonello de Gennaro

È stato siglato a Bari, il rinnovo dell’accordo della convenzione in essere tra Regione Puglia, Istituto per il Credito Sportivo e Puglia Sviluppo con la firma del protocollo d’intesa,  che dovrebbe consentire ulteriore impulso alla crescita degli impianti sportivi a livello regionale, attraverso gli incentivi sia come contributi in conto capitale sia come riduzione dei tassi di interesse dei mutui ICS.

Presenti all’incontro l’ assessore regionale allo sport Raffaele Piemontese , Andrea Abodi  presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo, il presidente Coni Puglia Angelo Giliberto, Grazia D’Alonzo e Antonio Devito , rispettivamente presidente e direttore di Puglia Sviluppo, il dirigente sezione promozione della salute e del benessere della Regione Puglia Benedetto Pacifico ed il chiacchierato e poco educato Elio Sannicandro direttore generale dell’ Asset – l’ Agenzia regionale e strategia per lo sviluppo ecosostenibile del territorio.

da sinistra Elio Sannicandro, Grazia D’ Alonzo, Andrea Abodi e Raffaele Piemontese

Dopo tante slides e tante chiacchiere, da cui si è salvato il solo Abodi, che ha dimostrato ancora di essere un manager di alto livello istituzionale, essendo presente alla conferenza ho ringraziato il Presidente dell’ Istituto per il Credito Sportivo per aver “risparmiato” alla città di Taranto e sopratutto ai suoi contribuenti un indebitamento di oltre 20 milioni di euro dell’ Amministrazione Comunale di Taranto, il cui sindaco Rinaldo Melucci voleva ottenere per organizzare la “Ocean Race” competizione velica che peraltro da circa quattro anni non si svolgeva più…Un risparmio che si è basato anche sulla rigida posizione contraria della Corte dei Conti di Puglia che si è ben guardata dal dare semaforo “verde” all’ Istituto per il Credito Sportivo.

“Abbiamo previsto 50 milioni di euro per i prossimi 3 anni a sostegno dello sport pugliese – ha affermato nel suo intervento  Andrea Abodi -. L’accordo sottoscritto è finalizzato ad ottimizzare gli interventi finanziari utilizzando il Fondo regionale per l’impiantistica, compresa anche la realizzazione di spazi sportivi all’aperto e playground, e per concedere contributi in conto interessi, in una logica integrata e complementare con altre misure finanziarie in conto capitale messe in campo dalla Regione Puglia e da Pugliasviluppo. Un passaggio importante per incentivare la pratica sportiva, rendere gli impianti più moderni e accessibili, più efficienti energeticamente, migliorando anche l’impatto ambientale per uno sviluppo ecosostenibile“.

“Confermiamo l’impegno della Regione Puglia per le politiche sportive incrementando ulteriormente gli investimenti. Quest’anno abbiamo investito 17 milioni di euro per l’impiantistica ed ulteriori 5 milioni per la promozione di azioni che favoriscono e promuovono la pratica motoria e sportiva ad ogni livello – ha detto l’assessore Raffaele Piemontese (Pd)  -. Abbiamo approvato la programmazione triennale 2019-2021 per le attività sportive. Ci siamo attivati per definire nuove strategie per ottimizzare gli interventi e definire nuove opportunità di finanziamento dell’impiantistica mediante nuovi accordi con l’ Ics e con PugliaSviluppo . L’Ics ed il Coni hanno in Puglia una regione all’avanguardia nell’utilizzo delle risorse disponibili ed estremamente ricettiva per sperimentare nuovi modelli di sviluppo dello sport“.

ELIO SANNICANDRO, DIRIGENTE REGIONALE PUGLIESE, ATTUALMENTE SOTTO PROCESSO PER “CALUNNIA”

Dopodichè abbiamo fatto qualche domanda al più che “chiacchierato” Elio  Sannicandro, dirigente regionale molto “vicino” a Michele Emiliano, che esattamente un mese fa è stato rinviato a giudizio dal GUP del Tribunale di Bari Rosa Anna Depalo. Il grave reato d’accusa che gli è stato contestato e di cui dovrà rispondere è quello di “calunnia“, previsto dall’articolo 368 del Codice Penale, che prevede la reclusione compresa tra un minimo di due anni e un massimo di sei anni. e che, ai commi due e tre contempla anche delle ipotesi aggravate in cui la pena è aumentata. Domande dalle quali Sannicandro è letteralmente scappato persino fisicamente !

La vicenda per cui Sannicandro verrà processato risale al 2014 quando l’uomo, oggi a capo dell’ ASSET, l’ Agenzia regionale Strategica per la Sviluppo Ecosostenibile del Territorio, aveva accusato l’Accademia Pugilistica Portoghese di abusivismo edilizio, occupazione illecita di alcuni locali dello Stadio della Vittoria di Bari e manomissione degli impianti termici, procedimento penale questo che si è concluso qualche mese fa con l’assoluzione , a seguito del quale,  Antonio Portoghese, titolare della palestra, e Mariarosaria Autorino, ex presidente dell’associazione sportiva hanno deciso di denunciare Sannicandro .

Il presidente dell’ ASSET a seguito di una segnalazione, con relativa documentazione, da parte del Procuratore generale dello sport, il Garante del codice di comportamento sportivo, nel 2017 decise di infliggere la sanzione della censura al membro del Consiglio nazionale del Coni, Elio Sannicandro. in occasione della 1066ª riunione della Giunta nazionale Coni tenutasi al Foro Italico. La Giunta nazionale del CONI in quell’occasione ha anche recepito le dimissioni presentate dallo stesso Sannicandro da delegato del Coni della provincia di Bari. per evitare di essere cacciato.

L’ex “padre-padrone”dello sport pugliese era finito nella bufera a causa dell’affidamento della progettazione preliminare della pista di atletica nello stadio di Barletta che fu di Pietro Mennea con un finanziamento da 3,5 milioni, che contemplava un studio di fattibilità da 785mila euro,  a suo nipote, Luca La Bombarda, e al suo socio-collega di studio, Pierino Profeta. Due persone che Elio Sannicandro conosce bene. E non solo perché il Comune di Giovinazzo, dove Sannicandro è stato assessore fino a poco tempo fa, aveva affidato incarichi allo studio dove lavorano i due professionisti. Ma perché, come aveva denunciato l’estate scorsa il Comitato per la salute pubblica di Giovinazzo, Sannicandro potrebbe avere un conflitto di interesse con questi professionisti.

“Il nostro Comune le ha assegnato un incarico nel novembre 2013 relativo al collaudo statico di opere per un campo a 5. – scrivevano in una nota a Sannicandro all’epoca dei fatti  presidente del Coni Puglia –  Per queste sue attività lei indica lo studio che ha sede in corso Alcide de Gasperi 340, in Bari, con telefono […], numero che compare ancora nel curriculum da lei depositato. Alla stessa sede – continuavano – fanno riferimento gli ingegneri Pierino Profeta e Luca La Bombarda, soci della società cooperativa Architesis che ha sede allo stesso indirizzo“.

In pratica Sannicandro lavorava nello stesso studio dei tecnici che nominava come assessore al Comune di Giovinazzo prima e come presidente regionale del Coni poi. Ma c’è di più grave : Sannicandro conosce La Bombarda da quando è nato: è suo nipote, essendo figlio della sorella di sua moglie. Ciò nonostante, come avevano denunciato a Giovinazzo, il 5 agosto del 2015, da assessore al Comune di Giovinazzo, gli ha dato un incarico di manutenzione straordinaria per la manutenzione straordinaria della palestra di una scuola media.

 

Il Coni Puglia presieduto da Sannicandro  si candidò al  il rifacimento della pista di Barletta integrato nel progetto “Sport per le periferie” che si avvaleva di soldi pubblici per ristrutturare impianti in zone degradate. In tutta Italia vennero finanziati sette progetti , compreso quello di Barletta., il cui  finanziamento era di 3,5 milioni di euro. Il 21 gennaio di quell’anno è “stato approvato – si legge nella delibera di giunta del Comune – lo schema del protocollo d’intesa fra il comitato regionale del Coni e il Comune.  Una settimana dopo, esattamente il 28 gennaio, a tempi di record, il Conipresenta uno studio di fattibilità con l’indicazione degli interventi necessari e indispensabili per il completamento e adeguamento dello stadio“.

Uno studio di fattibilità che prevedeva una serie di interventi per 785mila euro. Progetto firmato dal Servizio impianti sportivi del Coni. Un ente che come si si legge sulle pagine web del Coni “svolge attività di programmazione, coordinamento, studi e ricerche sugli impianti“. Ma i nomi dei tecnici che si occupano del “fascicolo Barletta” non sono quelli che vengono riportati in alcune pagine ufficiali del Coni come consulenti abituali cioè l’architetto Marco Costanza e l’ingegner Gianluca Natale, ma bensì altri due professionisti: l’ingegner Pierino Profeta e l’ingegner Luca La Bombarda (a lato nella foto). Cioè il nipote di Elio Sannicandro.

Il Coni nazionale aveva aperto un’inchiesta interna e convocato Sannicandro a Roma. Al termine dell’incontro era stato trovato un compromesso: il Coni non avrebbe infierito sulla questione Barletta, occupandosene però da quel momento direttamente. E Sannicandro avrebbe annunciato che alla scadenza del suo mandato, tre mesi dopo, avrebbe fatto un passo indietro. La questione sembrava chiusa e risolta. E invece, mentre i tecnici romani del Coni erano a Barletta per incontrare il sindaco (all’epoca dei fatti) Pasquale Cascella e affrontare il tema pista, Sannicandro (che era “indagato2 per abuso di ufficio dalla Procura di Bari in un’inchiesta sulla gestione della palestra Portoghese) tenne una conferenza stampa a Bari nella quale si difese dall’inchiesta di Repubblica  “le informazioni diffuse sono false o fortemente distorte nella sostanza”, diceva, pur confermando tutto quello che era stato scritto,  ed annunciando querele civili e penali spiegava: “Io candidato? Lo scenario non è ancora chiaro. Abbiamo rinviato eventuali decisioni a dopo le Olimpiadi quando ci saranno regolamenti aggiornati. Chi deciderà? Non Roma né la politica, ma il consiglio regionale del Coni, nel quale apriremo il dibattito e nel quale deciderò se candidarmi o meno“.

Giovanni Malagò presidente nazionale del CONI

Dichiarazioni che fecero infuriare il Presidente nazionale del Coni: nel giro di qualche ora la pagina con il report della conferenza stampa sul sito del Coni Puglia venne oscurata, a cui fece seguito  una  lunga e durissima nota di Malagò contro Sannicandro. “Leggo con vivo stupore le affermazioni del signor Elio Sannicandro che contraddicono apertamente quanto da lui affermato nel mio ufficio lo scorso 7 aprile – scriveva Malagòdi fronte a quattro testimoni: con me c’erano il segretario generale del Coni, Roberto Fabbricini; l’amministratore delegato di Coni Servizi, Alberto Miglietta, e la responsabile dell’Organizzazione territoriale del Coni, Cecilia D’Angelo.

“In quell’occasione è stato illustrato a Sannicandro che, sulla base delle relazioni emerse dagli uffici, non c’erano gli estremi per un commissariamento del Comitato  – continuava Malagòma si è convenuto con Sannicandro, come da lui stesso confermato, che per evidenti ragioni di opportunità e stile la sua esperienza alla guida del Coni Puglia si sarebbe esaurita a scadenza naturale al termine del quadriennio senza riproporsi per un nuovo mandato. L’incontro è durato circa un’ora – continuava Malagò – come si può facilmente vedere dalla mia agenda personale disponibile in segreteria. A questo punto la credibilità personale di Sannicandro ha raggiunto un livello tale che eviterò in futuro di avere rapporti con lui. Resta inteso che la priorità del Coni è quella di restituire alla cittadinanza di Barletta la pista di atletica in cui mosse i primi passi al grande Pietro Mennea e a tale scopo i tecnici e gli uffici della Coni Servizi a Roma sono già al fianco del Comune di Barletta per ogni necessità. “.

Nasceva da tutto ciò la nota “ufficiale” della giunta nazionale del Coni, riunitasi il 24 ottobre 2017 al Foro Italico, con la quale si comunicava la conclusione del procedimento a carico dell’ingegnere barese Elio Sannicandro che per sedici anni aveva guidato il Coni regionale prima di lasciare il timone, a marzo 2017 e tra le polemiche, al suo vice Angelo Giliberto.  Sannicandro  con scarso senso etico rimase però ugualmente ai vertici degli organismi sportivi ottenendo la nomina di delegato provinciale del Coni per Bari,  rimanendo nel consiglio nazionale.

Ma non c’era soltanto Barletta fra gli scheletri nell’ armadio di Sannicandro. Secondo quanto scrivevano i colleghi di REPUBBLICA vi erano anche vecchie segnalazioni. Tra cui un esposto al Coni datato 2013 firmato dall’avvocato barese Davide De Vivo, rappresentante dell’associazione sportiva dilettantistica Apulia Nuoto, con i qualeil  legale segnalava delle irregolarità nella gestione della piscina comunale di Bitonto affidata prima direttamente al Coni e poi, a seguito di una lettera di “suggerimento” da parte di Sannicandro al Comune di Bitonto, alla Acquazzurra srl. Società che come scriveva Sannicandro, “ha affiancato il Coni negli ultimi due anni”. E nonostante ci fossero altre società disposte a prendere in gestione  a titolo oneroso la piscina comunale , il Comune l’aveva affida ad Acquazzurra senza pretendere soldi. “Tra i collaboratori di Acquazzurra – si leggeva nell’esposto – vi sarebbero la moglie e la sorella del segretario del Coni Puglia. Si potrebbe scorgere in questa tenace sponsorizzazione un danno all’immagine di un’istituzione che invece di tutelare le società sportive, verrebbe ridotta a mero soddisfacimento di interessi patrimoniali dei singoli collaboratori».

Per finire al caso del sito internet sportpuglia.net , che Sannicandro ha tenuto in vita a lungo. Un sito web “parallelo” a quello “ufficiale” del Coni Puglia , nonostante le ripetute sollecitazione di chiusura di quel sito ritenuto “fuorviante”… Ciliegina sulla torta, il Comune di Bari che Emiliano portava ad esempio di legalità ed etica dinnanzi al Csm nel procedimento disciplinare che lo ha visto sanzionato. Comune dove l’ingegner Sannicandro è stato per anni assessore ai tempi delle giunte di Michele Emiliano: ed anche qui Profeta ha ottenuto numerosi incarichi, ma all’epoca nessuno ha sollevato l’inopportunità. Alla faccia della “legalità” millantata dal plurindagato Emiliano.

Il “caso Sannicandro” era stato sollevato dai colleghi del quotidiano La Repubblica nel marzo 2016, che aveva indotto il presidente del Coni Giovanni Malagò ad aprire un’inchiesta per violazione del regolamento sul conflitto di interessi. Il Codice di comportamento sportivo, all’articolo 10 è molto chiaro  : “i tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo  sono tenuti a prevenire situazioni, anche solo apparenti, di conflitto con l’interesse sportivo, in cui vengano coinvolti interessi personali o di persone ad essi collegate“. E fu proprio a causa della “sussistenza anche solo apparente di un conflitto di interessi ” e “considerando le finalità anche preventive della norma suddetta”   recitava il provvedimento firmato dal Garante,  che Elio Sannicandro, in qualità di membro del consiglio nazionale del Coni, aveva ricevuto la sanzione disciplinare.

Michele Emiliano ed Elio Sannicandro

Elio Sannicandro ex-assessore al Comune di Bari nelle Giunte comunali guidate nei due mandati da Michele Emilian0, ed al Comune di Giovazzo, si è dovuto “accontentare” … del suo attuale ruolo di guida della nuova agenzia regionale “Asset” che maneggia non pochi soldi ed incarichi “pubblici”, nella quale  Sannicandro era già stato nominato come sempre dal governatore pugliese Michele Emiliano a febbraio 2017. A Sannicandro, commissario dell’Arem arrivò un incarico da 108mila euro annui, e nello scorso mese di settembre è stato nominato direttore generale di ASSET per una durata di tre anni, rinnovabile una sola volta, il cui trattamento economico è equiparato a quello lordo omnicomprensivo previsto per i Direttori di Dipartimento della Regione Puglia.

Dichiarazione redditi 2018 Sannicandro

Questo nuovo organismo creato dalla Regione Puglia per volere di Michele Emiliano, è una delle tante agenzie create ad hoc per collocare i suoi fedelissimi,  avrebbe dovuto avere sulla “carta” maggiori competenze e più poteri (rispetto alla vecchia Arem)  venendo chiamato a dare supporto tecnico agli uffici della Protezione civile, Enti locali e concessionari di opere pubbliche quanto alla prevenzione ed alla salvaguardia del territorio dai rischi idrogeologici e sismici. Peccato che Sannicando pur profumatamente pagato non si sia mai accorto di quanto risulta dagli atti del Comune di Taranto (a seguito di una perizia tecnica disposta dall’ ex-Sindaco Ippazio Stefàno), e cioè che la piscina comunale di via Bruno, affidata per 30 anni  in gestione dall’ ex-sindaco Rossana Di Bello (Forza Italia) alla famiglia Cassalia,  con un incasso per quest’ultima di 18 milioni di euro di soldi comunali e quindi “pubblici”, non sia in possesso dei requisiti anti-sismici e quindi priva di agibilità ai sensi di Legge !

Eppure Sannicandro, come risulta dal suo curriculum dovrebbe avere una certa “competenza” sull’agibilità delle piscine, essendo stato “Omologatore Ufficiale” della FIN (Federazione Italiana Nuoto) dal 1983 al 2001,omologando alcune delle più importanti piscine omologate: Piscina olimpica coperta Bellariva a Firenze, Piscina olimpica Villaggio SNAM a Pugnochiuseo (Foggia),  Piscina coperta comunale di Foggia, Piscina coperta comunale di Matera, Piscina olimpica Villaggio Montedoro a Trepuzzi (Lecce), Piscina coperta comunale a Rubo (Bari):  Piscine coperte Società sportiva ICOS a Lecce e Tricase (LE): Piscina coperta Hotel Majestic a Bari, e persino la Piscina olimpica del FORO ITALICO a Roma.

Al termine della conferenza e presentazioni di tante slides, abbiamo chiesto all’ assessore Piemontese quale sia il contributo finanziario della Regione Puglia all’organizzazione dei “Giochi dei Poveri”, cioè i “Giochi del Mediterraneo”, che nessun Paese-Stato voleva organizzare, e che costeranno ai contribuenti italiani la bellezza di 290 milioni di euro previsti dallo studio-progetto dell’ ASSET, costato peraltro circa mezzo milione di euro (ma sul quale Sannicandro non risponde, non nega e non conferma) che nessuno sa come siano stati spesi.

Infatti mentre il governo giallo verde (M5S-Lega) ha stanziato 100 milioni di euro grazie all’intervento del’ ex-sottosegretario alla Presidenza del Consiglio on. Giancarlo Giorgetti (Lega)  e grazie all’interessamento dell’ deputato barese Rossano Sasso (Lega) , abbiamo appreso che ad oggi nè il governo giallorosso in carico (M5S-Pd-Leu),  nè la Regione Puglia e tantomeno i comuni pugliesi interessati e coinvolti hanno ancora stanziato nulla. ZERO assoluto !

Alla nostra contestazione sulla fattibilità e mobilità prevista dal progetto dell’ ASSET, e sulla circostanza di aver deciso di utilizzare un villaggio turistico in provincia di Castellaneta (Taranto) di proprietà dell’imprenditore massafrese Antonio (Tonino) Albanese attualmente sotto processo dinnanzi al Tribunale di Taranto, e pluri-indagato per reati contro lo Stato e la giustizia, Sannicandro è andato via dal tavolo dell’evento, dicendomi davanti a tutti Lei già si è salvato da mia una querela, stia attento a quello che dice, che questa volta se parla ancora gliela faccio ! e quindi letteralmente scappato via aggiungendo “se ne vada via lei non è gradito dimenticandosi poveretto che la Regione Puglia è un “ente pubblico“, e non a casa sua. Ma forse un nostro articolo precedente non deve essergli andato molto giù, visto che subito dopo ha sguinzagliato i suoi sgherri a prendere informazioni su chi vi scrive.

Adesso però sarà il sottoscritto a procedere legalmente dinnanzi alla Procura di Bari, della quale Sannicandro è già un “cliente” affezionato. Nonostante Elena Laterza la portavoce del Governatore Emiliano, sia stata informata dell’ accaduto,  tutto tace, nessuno della Regione Puglia ha avuto l’educazione ed il buon gusto istituzionale di chiedere scusa. Nessun problema.

Come sempre ci affidiamo alla giustizia, quella “vera”, e non quella che cerca di utilizzare la toga senza indossarla, un abitudine molto “cara” più volte esercitata dal pluri-indagato Michele Emiliano, sanzionato dal Consiglio Superiore della Magistratura, che starebbe per aprire un nuovo procedimento a suo carico.

 

 

 

 

 




ArcelorMittal bocciato il nuovo piano. Indetto sciopero dei sindacati il 10 dicembre

ROMAIl nuovo piano industriale illustrato ai sindacati oggi al Mise da Lucia Morselli, ad del gruppo franco-indiano in Italia prevede 4.700 esuberi, di cui 2891 già nel 2020, che farebbe passare l’organico dell’ex ILVA  dagli attuali 10.789 occupati , ai 6.098 del 2023, ed un aumento dei volumi di produzione dagli attuali 4,5 milioni di tonnellate di acciaio ai 6 milioni dal 2021.

Dopo la presentazione della Morselli il tavolo è stato sospeso. I sindacati respingono il nuovo piano. Per loro resta valido l’accordo del 6 settembre 2018 definendo “irricevibili” i tagli annunciati da Arcelor Mittal proclamando lo sciopero per il prossimo 10 dicembre all’ex Ilva.

Lo ha reso noto la segretaria della Cisl, Annamaria Furlan, parlando a nome di tutti i sindacati presenti al Mise nel corso del tavolo su Arcelor Mittal bocciando l’aggiornamento del piano industriale presentato dall’azienda. Sciopero dei lavoratori ex ILVA e manifestazione nazionale a Roma il 10 dicembre, hanno deciso i sindacati al termine del tavolo su ArcelorMittal al Mise, respingendo il nuovo piano industriale presentato dall’azienda che prevede 4.700 esuberi al 2023.

“Non ci sono condizioni per aprire confronto per un accordo. Si deve ripartire dall’accordo di un anno fa, con i livelli occupazionali e investimenti indicati dal piano del 2018″,   ha aggiunto il segretario generale Cisl, Anna Maria Furlan, a nome di tutti le organizzazioni.

L’azienda ha avuto quest’anno uscite di cassa di un miliardo di euro“, avrebbe affermato l’ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, all’incontro al Mise, come viene riferito da fonti presenti.

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, secondo quanto riferiscono fonti presenti all’incontro al Mise su Arcelor Mittal, avrebbe affermato che “la è strada è stretta e in salita. L’obiettivo sta nel garantire la continuità produttiva. E’ necessario un confronto costruttivo onesto che sia sviluppato nel tempo, parallelamente alle previsioni sul piano industriale ed a tutto quello che stiamo cercando di fare” aggiungendo “Tra venerdì e lunedì il governo presenterà un suo piano industriale che farà diventare ILVA un esempio di impianto industriale siderurgico, con uso di tecnologie sostenibili, con forni elettrici e altri impianti ecosostenibili per arrivare a una produzione di 8 milioni per tutelare livelli occupazionali“, secondo quanto riferiscono fonti sindacali.

Patuanelli  si è detto “molto deluso” dall’incontro con Arcelor Mittal.  “L’azienda invece di fare un passo avanti ha fatto qualche passo indietro, ricominciando a parlare di 4.700 esuberi alla fine del nuovo piano industriale, che prevede comunque un forno elettrico e una produzione finale di 6 milioni di tonnellate. Questa non è l’idea che ha il Governo sullo stabilimento. Riteniamo che la produzione a fine piano debba essere più alta, arrivando almeno ad 8 milioni di tonnellate”  – così Patuanelli, su Arcelor Mittal – “Noi vogliamo far diventare lo stabilimento ILVA all’avanguardia nella produzione siderurgia europea . Su questo lo Stato, il governo, è disponibile a investire, ad essere presente, a partecipare e accompagnare l’azienda a questo percorso di transizione. Su queste basi siamo disponibili e ci sembrava che ci fosse una disponibilità dell’azienda che oggi non ho trovato nel piano illustrato“.

Un esordio poco felice per Francesco Caio attuale presidente di Saipem, nuovo “protagonista nella trattativa nominato dal Governo come proprio consulente – ha preso già parte a una riunione tecnica tra i vertici dell’azienda guidata dall’ad Lucia Morselli e lo staff del Ministro Sviluppo economico. Il manager ha guidato le Poste Italiane (dove non ha lasciato molti rimpianti) alla quotazione, vanta esperienza nella scrittura dei piani industriali e – come riferiscono persone “vicine al dossier2 – conosce la Morselli. Quindi secondo l’entourage del ministro Patuanelli, sarebbe un pontiere ideale per unire le competenze all’apertura costruttiva verso la controparte.

E’ un manager italiano di comprovato valore. Ritengo che possa essere una figura che sia messa a disposizione dello Stato e abbia la capacità per trattare a pari livello con i manager di ArcelorMittal nel pieno interesse dello Stato” ha detto di lui il ministro Patuanelli.

Salvini: mentre ILVA affonda , Conte bugiardo in gita – “ILVA, Alitalia, giustizia, autonomia, tasse su plastica e zucchero, Mes: ogni dossier si conclude con un fallimento firmato da un governo incapace. Mentre Conte bugiardo va in gita a Londra, in Italia altri 4700 operai dell’ ILVA rischiano il licenziamento. Per il bene dei cittadini italiani mi auguro che questo governo tolga il disturbo il prima possibile” afferma Matteo Salvini leader della Lega .




La parcella "equivoca" tra il premier Conte e l'avvocato Alpa

ROMA – “Un nuovo documento esclusivo confermerebbe che il premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economicie professionali e quindi quest’ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d’esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte è diventato professore ordinario di diritto privato”. E’ quanto è stato pubblicato ieri dal sito de Le Iene, che anticipava “la nuova clamorosa scoperta di Le Iene che è stata svelata nel corso della puntata di ieri sera.

Il programma “Le Iene” (Italia 1) ha esibito una parcella “su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, il tutto firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte“.

“È ancora possibile a questo punto sostenere, come ha fatto Giuseppe Conte nell’ultimo anno ai microfoni delle Iene, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario? Il primo ministro ha mentito sul fatto che ognuno avesse fatturato per conto suo?, si domandano Le Iene.

Palazzo Chigi respinge questa accusa, rispondendo che “si tratta di un progetto di parcella ma non una fattura unica“.

Le Iene ricordano inoltre cheil presidente del Consiglio ha sempre negato il rapporto professionale con Guido Alpa, nonostante nel suo curriculum vitae lui stesso avesse scritto così: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, diritto societario e fallimentare“.

Per essere precisi, si sarebbe trattato di uno studio ubicato  a Roma, in via Cairoli, dislocato su due piani, dei quali il giovane Conte occupava il piano superiore, in uno studio legale che in realtà aveva un unico numero di telefono e la stessa segretaria che veniva retribuita da entrambi.

Il premier Conte aveva invece sempre sostenuto che non c’è mai stata un’associazione professionale, formale o anche solo sostanziale, tra il prof. Alpa e l’allora avv. Conte sia all’epoca del concorso che successivamente , e smentisce che ci sia mai stato un conto corrente unico utilizzato da entrambi. All’epoca del concorso (2002) il prof. Alpa aveva uno studio professionale associato con un avvocato genovese e comunque non avrebbe potuto avete due differenti studi associati.

A conferma di quanto sostenuto – secondo l’ufficio stampa di Palazzo Chigi – non è mai esistita una partita iva comune o anche solo un conto corrente cointestato o comunque utilizzato per proventi in comune. Secondo i portavoce  di Conte è quindi scorretto affermare che ci sia o ci possa essere una fattura in comune tra Guido Alpa e Giuseppe Conte sostenendo che “Il documento mostrato dalle Iene non vale a dimostrare il contrario ed è una chiara sciocchezza che esso smentisca la ricostruzione sin qui fornita dal Presidente Conte”.

Il premier Conte ribadisce:Non abbiamo mai fatto una fattura insieme, cioè avevamo conti separati. Guardi io ho controllato, questo chiariamolo, allora io ho controllato per il primo grado, in realtà la mia fattura non l’ho trovata, invece ho trovato la fattura del secondo grado e del terzo grado della Cassazione”. A Monteleone ha detto: “Lei non sa nulla di diritto, si fidi e le hanno spiegato male come funzionano i processi… È normale che se ci sono 10 avvocati al collegio difensivo non vanno tutti e 10. Basta che vada uno a coprire l’udienza, in rappresentanza di tutti”.

Secondo la versione di Conte è quindi normale che due professionisti, autonomi ma coinquilini, e quindi dotati di una segreteria comune, abbiano emesso un unico progetto di parcella, a firma congiunta, con riferimento alla causa per la quale facevano parte del medesimo collegio difensivo. Questo non preclude in alcun modo che, sulla base di quel singolo, complessivo progetto di parcella, poi ciascun professionista emetta autonomamente e distintamente la propria fattura, per ottenere il pagamento dei propri compensi.

Alla fine in circa mezz’ora di intervista il premier ha cambiato più volte la sua versione: “si è passati da non esiste una fattura unica”, al “io la mia fattura per il primo grado non l’ho trovata“, all’ultima versione “sì effettivamente per quel lavoro fatturò solo Alpa“. E se fatturò solo Alpa, con Conte che partecipò a quasi tutte le udienze, mentre Alpa mai !

Ne è la riprova la circostanza che la fattura emessa da Guido Alpa in relazione al processo di primo grado nella causa Garante Privacy/Rai è la fattura del solo Guido Alpa. I relativi compensi sono stati erogati sul conto corrente personale di quest’ultimo, e non su un conto corrente comune relativo a una presunta società di professionisti. La decisione di Conte di non farsi pagare è dettata dal fatto che, nel primo grado di giudizio, il suo apporto all’istruzione e alla conduzione della causa era stato marginale rispetto a quello del professor Alpa.

Del resto, come riconoscono correttamente anche gli inviati delle Iene, vi sono stati altri incarichi che il professor Conte ha svolto per il Garante, anche senza il coinvolgimento professionale di Alpa, decidendo poi di non farsi pagare.

Ma le Iene insistono nel sostenere cheil premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economici e professionali e quindi quest’ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d’esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte diventò professore ordinario di diritto privato“.

Il documento in realtà sembra raccontare una storia differente: la lettera inviata allo studio ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo. E soprattutto è indirizzata “al Prof. Guido Alpa e al Prof Avv. Giuseppe Conte, Via Sardegna, 38, Roma”. Ci siamo chiesti, dicono Le Iene,  perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sostenuto il premier  Giuseppe Conte, “si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto né di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate“.

“Se la collaborazione era in corso, il premier Conte non sarebbe potuto essere valutato dal professor Guido Alpa. Ma se il rapporto di lavoro era stato interrotto almeno due anni prima il problema non si pone” è l’opinione di Umberto Fantigrossi, presidente uscente degli avvocati amministrativisti, il quale per chiarire la problematica sollevata dal programma tv Le Iene ha spiegato che “non esistono regole precise, ci muoviamo nell’ambito dei principi poiché per orientarci in questo campo dell’incompatibilità si applicano alle commissioni di concorso, per via analogica, le norme che valgono per i giudici in base al codice di procedura civile”.

Quindi secondo il professor Fantigrossil’incompatibilità tra esaminando ed esaminatore, tra allievo e maestro, sussiste qualora la collaborazione sia in atto, ma se invece è passata il vantaggio cessa di esistere“. Per l’avvocato Fantigrossiè tutta una questione di tempi, se tra la collaborazione e il concorso è trascorso un tempo congruo, il problema non esiste“.




Ex-Ilva. Conte: "porteremo risultato a casa con Arcelor Mittal"

ROMA – “E’ impensabile risolvere tutto in pochi giorni ma io dico: siamo partiti con il piede giusto e sono convinto che potremo portare un risultato a casa” ha dichiarato il premier Giuseppe Conte alla presentazione di Photansa 2019.

Per lo stabilimento credo si possa offrire  – ha aggiunto Conteuna transizione energetica, abbandonando i combustibili fossili. Il sig. Mittal mi sta venendo dietro. Lui è un global player e gli ho detto facciamo di Taranto uno stabilimento che possa scommettere sulla transizione“. Il premier ha poi annunciato che “faremo un decreto legge per Taranto già, spero, a fine anno, in cui faremo confluire progetti per Taranto. Noi vogliamo restituire alla comunità tarantina un ristoro”.




Governo e ArcelorMittal: parte la trattativa sui 5mila esuberi

ROMA – Il Governo con il ministro dell’ economia Roberto Gualtieri (Pd) delegato a gestire la trattativa in accordo con il Mise, pur avendo l’ultima parola, sta formando il proprio team di negoziatori, mentre ArcelorMittal, invece, ha già predisposto la sua “squadra”, si incontreranno, presumibilmente, all’inizio della prossima settimana anche se ad oggi non c’è ancora un calendario degli incontri.

La tentazione-rischio di allungare i tempi di risoluzione della vicenda  rinviando di giorno in giorno se non di settimana in settimana, la risoluzione delle questioni in ballo è di fatto scomparsa. Ogni ipotesi e strategia di attendismo non è più funzionale. Il tatticismo è stato sinora attuato sia dal Governo che dalla famiglia Mittal che ha ridotto il raggio d’azione dell’ Ad di Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli. Sulla questione industriale dell’ex-Ilva di Taranto non c’è più tempo da perdere e gli equilibri nono sempre più “ballerini” .

Dall’incontro di una settimana fa a Palazzo Chigi le due controparti  non hanno fatto nulla. Adesso è arrivato il tempo di mettersi al lavoro per trovare una soluzione o per congedarsi definitivamente lasciando il posto ai rispettivi avvocati ed alle decisioni dei giudici, alle più che possibili e rischiose cause milionarie e ai probabili avvisi di garanzia della magistratura. Il Tribunale di Milano mercoledì scorso ha rinviato al 20 dicembre l’udienza per il ricorso formale depositato dai commissari dell’ILVA in Amministrazione Straordinaria contro la decisione di spegnimento degli altoforni assunta con arroganza e senza alcun titolo da Arcelor Mittal Italia.

Il primo vero problema più difficile per gli incaricati di seguire la trattativa sarà rappresentato dal numero degli occupati. Si parte dall’accordo firmato da azienda e sindacati lo scorso 6 settembre 2018.  I 1.912 addetti attualmente alle dipendenze dell’ ILVA in in amministrazione straordinaria andranno aggiunti, nell’agosto del 2023 ai 10.777 addetti oggi occupati a busta paga la AM Investco Italy  (ciè Arcelor Mittal Italia)  per un totale di 12.689 persone. Un numero che per l’azienda è insostenibile, ed infatti ne vuole tagliare 5mila.

Una prima distanza questa, che appare molto difficile da risolvere, che vede i sindacati, che sono i co-autori e co-firmatari dell’accordo, non molto allineati con il Governo che invece ha assunto una posizione differente da due angolature: 5mila persone in meno sono politicamente insostenibili, come è insostenibile politicamente la richiesta di esubero secco, cioè li licenziamento. Quindi bisognerà verificare le eventuali soluzioni tecnico-politiche, magari partendo  dalla cancellazione dell’obbligo di riassunzione dei 1.912 addetti ora stipendiati dall’ amministrazione straordinaria. Qualcuno ha persino ipotizzato la costituzione di una “bad company“, all’interno della quale trasferire gli esuberi che finirebbero in cassa integrazione e cioè a carico dell’incolpevole contribuente italiano. Incredibilmente al momento nessuno ha coinvolto i sindacati, che rischiano di trovarsi di fronte nuovamente ad un dilemma ancora più duro estremo da risolvere: accettare o non accettare una soluzione trattata e definita da altri.

In questa situazione a dir poco “ingarbugliata” fra Governo ed Arcelor Mittal  è più che evidente che in caso di un retrofront alla decisione iniziale di uscita dall’Italia , il gruppo franco-indiano non può che ipotizzare agli stabilimenti ex Ilva di  Taranto, Cornigliano e Novi Ligure come ad una “Ilva small“: secondo Arcelor Mittal per produrre un massimo di 8 milioni di tonnellate basterebbero dal punto di vista del lavoro, 8.500 addetti; per produrne 6 milioni, sempre secondo Arcelor Mittal,  scenderebbero a 7.500 addetti. Per arrivare ad “Ilva small“, sono due le opzioni disponibili: uno stabilimento siderurgico formato da tre altiforni più piccoli , con AFO 1, AFO2 ed AFO4 che sono a fine ciclo, anche se hanno ancora fra i 5 e gli 8 anni di funzionamento produttivo,  oppure uno stabilimento siderurgico funzionante con un solo altoforno grande e cioè AFO5 (il più grande d’ Europa) attualmente spento ed improduttivo, per il quale ci vorranno ancora due anni per sistemarlo.

Il Governo vorrebbe aggiungere un forno elettrico, che si potrebbe alimentare con il rottame oppure con il preridotto , di fatto “riciclando” il vecchio progetto dell’ex commissario unico Enrico Bondi (nominato dal Governo Letta). Tre ipotesi di trattativa difficili per una e l’altra parte,  infatti nella cultura industriale di ArcelorMittal, un altoforno elettrico non appartiene per nulla almeno negli impianti in Europa. Un altoforno elettrico si progetta, realizza ed installa in due anni e può costare fra i 200 e i 300 milioni di euro. Ipotesi per la quale non c’è denaro da investire ed in cui la maggioranza  in particolare quella del PD che discende da Gentiloni  a Gualtieri ,  prova a lavorare per mantenere in piedi il contratto con ArcelorMittal ed ipotizza di coinvolgere nell’azionariato AM Investco Italy società pubbliche come Invitalia o società partecipate dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Come dicevamo all’inizio ad oggi non c’è ancora un calendario delle trattive. Ma tutti gli interessati non potranno non mettersi al lavoro per trovare un accordo  fin dalla prossima settimana. I Mittal in realtà hanno capito venerdì scorso, che conveniva loro sedere nuovamente al tavolo con il Governo, dopo che il capo della Procura di Milano, Francesco Greco, si è dedicato alla questione Ilva. Il procuratore milanese è noto per avere “convinto” le grazi aziende del web ed il lusso “esterovestito” a pagare le imposte sui redditi prodotti in Italia.

La decisione arrogante adottata tre giorni fa da ArcelorMittal di rimuovere  Sergio Palmisano, dopo che il dirigente che era stato sentito come persona informata dei fatti dalla Procura di Milano non è piaciuta ai magistrati.

L’intera questione giudiziaria è adesso in itinere sia nella procura di Taranto che in quella di  Milano. Alla prossima udienza del 20 dicembre, soltanto tutte e due le parti potranno chiedere insieme un nuovo rinvio. Inizialmente il Governo ed i Mittal erano convinti di poter avere fino a gennaio 2020 inoltrato campo libero sul quale sviluppare tatticismi e strategie. Ma in realtà non è possibile in quanto adesso le vicende del piano industriale si intrecciano con le vicende giudiziarie.




La banda del "Grande Raccordo Criminale" smantellata a Roma dalla Guardia di Finanza

ROMA – A capo dell’ organizzazione di narcotrafficanti alla quale è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso, che è stata smantellata dalla Procura di Roma e dal Gico della Guardia di Finanza, c’era Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà della Lazio morto ucciso lo scorso  7 agosto .

Gli accertamenti svolti e le evidenze investigative emerse grazie al prezioso ed efficace lavoro degli investigatori  delle Fiamme Gialle che hanno condotto l’indagine chiamata “Grande raccordo criminale“, hanno condotto a 50 arresti eseguiti oggi.

Quattrocento militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, con il supporto di elicotteri e unità cinofile, hanno eseguito – nel Lazio, in Calabria e in Sicilia – un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Giudice delle Indagini Preliminari del  Tribunale, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, nei confronti di 51 persone (50 in carcere e 1 ai domiciliari), appartenenti ad un’organizzazione criminale specializzata nel traffico di sostanze stupefacenti, in grado di rifornire gran parte delle “piazze di spaccio” dei quartieri della Capitale, e che aveva messo in piedi una “batteria di picchiatori” composta da persone incaricate che mediante l’impiego della violenza si occupavano esclusivamente dell’esecuzione di attività estorsive per il recupero dei crediti maturati.

All’esito delle indagini coordinate dalla D.D.A. capitolina, gli specialisti del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Roma hanno smantellato uno strutturato sodalizio dedito al traffico di cocaina e hashish, capeggiato dai pregiudicati Fabrizio Piscitelli , classe 1966 ,  il capo ultrà laziale ucciso il 7 agosto scorso al Parco degli Acquedotti, e Fabrizio Fabietti classe 1977.

Nell’ambito delle indagini, svolte nel periodo febbraio-novembre 2018, è stata ricostruita la compravendita di circa kg. 250 di cocaina e kg. 4.250 di hashish, per un valore complessivo stimato “al dettaglio” di circa 120 milioni di euro. L’attività d’indagine ha consentito di evitare contestualmente che parte dello stupefacente (oltre kg. 60 di cocaina e circa kg. 3.800 di hashish) venisse immessa sul mercato. In occasione dei sequestri operati sono state tratte in arresto, in flagranza di reato, 18 persone tra “corrieri” e “fiancheggiatori”.

 

 

L’associazione poteva contare su un flusso costante di droga proveniente dal Sud America (la cocaina da Colombia e Brasile) e dal Nord Africa (hashish dal Marocco), garantito dai fornitori abituali, quali Dorian Petoku (classe 1988), Francesco Maria Curis (classe 1961) e Alessandro Savioli (classe 1961), tutti arrestati a seguito dell’odierna ordinanza.

Se l’operazione delle Fiamme Gialle non ha condotto all’identificazione degli assassini di “Diabolik”, ha però portato alla luce un giro di affari legati al mondo della droga, all’interno del quali  è maturato l’omicidio del capo “ultras della curva nord laziale, sopratutto per il ruolo ricoperto nel tempo da Piscitelli e per il suo modo di agire. Secondo l’accusa della Procura di Roma, infatti, sulle basi delle intercettazioni, erano i suoi stessi amici e complici  a mostrarsi preoccupati per i comportamenti di “Diabolik” e per i suoi atteggiamenti manifestati nei confronti di rivali e debitori, che hanno causato reazioni violente nei suoi confronti.  Una delle persone arrestate oggi, considerato un suo “fedelissimo” in una conversazione intercettata il 13 maggio dello scorso anno diceva: “Non sta bene… lui è Fabrizio Piscitelli… pensa che comunque non ci può essere un matto che prende e gli tira una sventagliata sul portone, non lo capisce…“.

Esattamente un anno e quattro mesi dopo quell’intercettazione Piscitelli è stato ammazzato con un colpo di pistola alla nuca, e secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del pm Nadia Plastina, l’esecuzione di Diabolik è la dimostrazione di un “prestigio criminale” consolidatosi e riconosciuto nella Capitale, che lo aveva indotto a sentirsi troppo convinto di sé, arrivando al punto di commettere azioni ed atteggiamenti imprudenti che preoccupavano, causando timori, i suoi stessi amici e sodali.

Suggestiva l’espressione con la quale il Fabietti manifestava ad un sodale l’influenza esercitata sul mercato illegale capitolino: “…la devo dà a tutta Roma …”. Parallelamente alle attività illecite strettamente connesse al traffico di droga, le indagini hanno consentito di ricostruire il ruolo di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, il quale, comunque coinvolto nella compravendita di stupefacenti, si ergeva a figura di riferimento nel “controllo” del territorio, nonché di garanzia e affidabilità dell’associazione, che si avvantaggiava della sua leadership.

Fabietti, in particolare, si colloca sulla scena criminale quale importante broker del narcotraffico capitolino, dotato di qualificate relazioni sia sul fronte degli approvvigionamenti di droga – risultando in affari con soggetti contigui a organizzazioni di matrice mafiosa della cosca di ‘ndrangheta Bellocco, quali i fratelli Emanuele (classe 1986) e Leopoldo Cosentino (classe 1983), entrambi destinatari del provvedimento cautelare – sia rispetto a un nutrito “portafoglio clienti”.

Piscitelli godeva, infatti, di un particolare riconoscimento nella malavita ed operava avvalendosi di soggetti, alcuni dei quali coinvolti anche nella presente associazione dedita al traffico di droga Ettore Abramo detto “Pluto” (classe 1966), Aniello Marotta (classe 1976), Alessandro Telich (classe 1987), che fanno parte di una frangia ultrà di tifosi della Lazio, di cui “Diabolik” era divenuto il capo.

I fratelli Cosentino rappresentano gli acquirenti all’ingrosso, a loro volta, erano i referenti-responsabili di sotto-gruppi criminali che riforniscono le diverse “piazze” di spaccio di quartiere, esercitando il business della droga sull’intero territorio della Capitale con basi nel quartiere Bufalotta a Roma Nord , nei quartieri San Basilio, Colli Aniene, Tor Bella Monaca e Borghesiana a Roma Est,  nei quartieri Tuscolano e Romanina, a Ovest nei quartieri Ostia e Primavalle a Roma Sud e nei limitrofi comuni di Frascati, Ardea e Artena, secondo una vera e propria logica imprenditoriale di divisione dei compiti.

Le investigazioni hanno fatto emergere uno spaccato delittuoso che vede il sodalizio di narcotrafficanti evolversi e costituire una “batteria di picchiatori(“…oh gli ho preparato una macchina, li massacriamo tutti eh…”) composta da soggetti appositamente incaricati dell’esecuzione di attività estorsive per il recupero dei crediti maturati nell’ambito del traffico di droga, mediante l’impiego della violenza, non escludendo l’uso delle armi (“…vabbè spariamogli, che dobbiamo fare?…).

Una batteria di picchiatori che agisce in concreto: sono almeno due gli episodi di estorsione con metodi violenti ricostruiti. Il primo episodio estorsivo è ai danni di un vecchio compagno di cella del Fabietti , responsabile di non aver onorato un pregresso debito di droga di circa 100.000 euro, diventa vittima di una brutale aggressione, prima di sottomettersi alle richieste dei vertici del sodalizio.  Il secondo episodio matura, invece, nei confronti di altri due soggetti già noti alle cronache giudiziarie per i loro trascorsi nel settore del narcotraffico. Ancora una volta, dopo le minacce di morte, gli associati riescono a farsi promettere il pagamento di 90.000 euro.

L’operatività del sodalizio veniva garantita e supportata anche attraverso il ricorso a dei sistemi di comunicazione all’avanguardia, che venivano  forniti dall’associato Alessandro Telich, già tratto in arresto nell’ottobre del 2013 per aver favorito la breve latitanza di Piscitelli. TELICH, meglio noto negli ambienti come “Tavoletta”, è un tecnico informatico, titolare di una società con sede a Dubai (Emirati Arabi Uniti), operante nel settore del controspionaggio industriale e delle telecomunicazioni, che esegue bonifiche sulle autovetture e nelle abitazioni degli associati, fornendo avanzati sistemi di comunicazione criptati che mettevano al sicuro i dati informatici trasmessi presso dei server ubicati negli Emirati Arabi, in maniera tale da rendere il sistema ancora più impenetrabile agli investigatori.

 

La costante e immediata disponibilità di rilevanti somme di denaropermetteva all’organizzazione criminale di ottenere condizioni economiche favorevoli nel corso delle trattative promosse con i fornitori dello stupefacente. Potendo pagare con la formula “subito e cash”, il prezzo ottenuto era sempre vantaggioso ed il “giro” si ero allargato a dismisura, anche perché garantiva la consegna “a domicilio” attraverso la partecipazione associativa di  Fabrizio Borghi (classe 1977) e Daniela Viorica Gerdano (classe 1980).

Ad affiancare i promotori del sodalizio, si era affiancata una schiera di acquirenti “all’ingrosso” che, in ragione dello stabile rapporto di fornitura che li lega, sono considerati parimenti degli “associati” all’organizzazione, garantendole costanti disponibilità economiche, fondamentali per la sua esistenza e operatività. Tra questi emergevano i fratelli Nicolas ed Emiliano Pasimovich (entrambi classe 1985), originari del Sudamerica ma residenti sul litorale pontino. I due sono tra i più affidabili acquirenti selezionati dal Fabietti, cui si aggiungevano Adnan Ibrakovic (classe 1981), Stefano Piccioni (classe 1971), Paolo Salvemini (classe 1977), Stefano Coniglio (classe 1983), Adamo Castelli (classe 1967), Angelo Bartocci (classe 1963), Giuliano Cappoli (classe 1993), Roberto Montanaro (classe 1961) e Marco Tripodi (classe 1976),  Abramo Di Guglielmo (classe 1980) e Sabatino Di Guglielmo(classe 1968) , questi ultimi due contigui al “clan Casamonica“.

Nonostante l’elevato numero degli associati (trentadue), l’organizzazione criminale era comunque aperta alle nuove occasioni di profitto generate dai soggetti che ruotano attorno ad essa. Questi ultimi, che siano fornitori occasionali come i fratelli Cosentino o Maurizio Cannone (classe 1973), acquirenti saltuari come Gianluca Almaviva (classe 1979), Marco De Vincentiis (classe 1979), Fabio De Tommasi (classe 1962), Ruben Alicandri (classe 1977), Danilo Perni (classe 1970),  nonchè di  corrieri e factotum arruolabili all’occorrenza come Umberto Scarpellini (classe 1974), Marco Adano (classe 1980) e Luigi Centi (classe 1974), rispettavano l’organizzazione e ne individuano un’opportunità di investimento.

“Si tratta di un gruppo criminale che non ha eguali in altre città italiane che operava a Roma Nord e che coinvolge criminalità sportiva, politica e non solo. Tutto ruotava attorno a Piscitelli, che era indagato prima di essere ucciso“. Così il procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino. “Questa operazione ci permette di squarciare il velo rispetto al traffico di droga sulla piazza di Roma, con un’indagine trasversale multilivelli che ci permette di ricostruire in modo verticale come funziona lo spaccio”  ha spiegato il magistrato che ha poi aggiunto: “C’è una vera attività di brokeraggio nel mercato della droga, costituita da coloro che hanno i contatti per l’importazione della droga e tengono i rapporti con i grandi grossisti e a loro volta con le principali piazze di spaccio di Roma“.

Dei 51 provvedimenti emessi dal Gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, 50 sono misure cautelari in carcere mentre nei confronti di una sola persona sono stati disposti gli arresti domiciliari.




Arcelor Mittal si è impegnata a saldare i crediti dell' indotto entro domani

ROMA – “Abbiamo raggiunto un accordo per il quale entro domani sarà pagato il 100 per cento dello scaduto al 31 ottobre. Significa che si allineano con i pagamenti”  ha annunciato il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano al termine dell’incontro di questa mattina a Taranto, nello stabilimento di Arcelor Mittal. Incontro che sembrerebbe essersi concluso positivamente. Il governatore Emiliano si è confrontato con i dirigenti dell’azienda siderurgica per verificare lo stato dei pagamenti dovuti alle imprese dell’indotto. Presenti anche il nuovo capo del personale Arturo Ferrucci insieme agli altri dirigenti della fabbrica ed i rappresentanti di Confindustria Taranto.

Arcelor Mittal si è impegnata a saldare domani il 100 per cento del dovuto alle imprese dell’indotto. “Domani – ha dichiarato Emiliano al termine, fermandosi con giornalisti, imprenditori e lavoratori all’uscita – è previsto un nuovo incontro qui per verificare, davanti ai nostri occhi, l’emissione dei bonifici. Speriamo che tutto vada bene. Io non sono né ottimista né pessimista: devo però dare atto che dopo la riunione di ieri e con la presa di posizione così severa e forte di tutte le imprese che rimangono unite e compatte, Arcelor Mittal ha risposto positivamente e questa sicuramente è una buona notizia.

Lucia Morselli

Quindi lo stabilimento rimane ancora e continua pur sotto pressione a funzionare. “Noi comunque non molliamo il presidio e domani, se verrà pagato il 100 per cento dello scaduto al 31 ottobre, è chiaro che il blocco verrà rimosso e si ricomincerà a lavorare normalmente” dice CONFINDUSTRIA Taranto. È possibile che domani ci sia un nuovo incontro, questa volta anche con Lucia Morselli l’amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia .

Emiliano rispondendo alle domande ha chiarito cheQueste sono tutte obbligazioni già scritte. Oggi l’azienda ha preso un impegno davanti al Presidente della Regione, e nei confronti del Governo, perché abbiamo lavorato come se fossimo un’unica istituzione. Questa è una cosa importantissima. Ieri abbiamo evitato il blocco della della produzione grazie alla responsabilità di tutte le imprese dell’indotto che stanno pazientemente aspettando il pagamento di debiti che erano scaduti da mesi. Se domani si regolarizza tutto, si ricomincia con maggiore serenità la trattativa che si sta svolgendo a Roma, e quindi almeno dal punto di vista dell’indotto la crisi è superata. Resta il fatto che l’azienda poi deve continuare a pagare anche quello che scadrà nei prossimi mesi, ci mancherebbe”.

All’incontro non era presente Patrizia Carrarini che dallo scorso 13 novembre non dirige più la comunicazione e le relazioni istituzionali di ArcelorMittal Italia: al suo posto a capo della comunicazione è stata nominata Emanuela Cherubini, attualmente dell’ufficio stampa ArcelorMittal proveniente dall’ufficio stampa Confindustria a Roma. La rimozione e sostituzione a capo della comunicazione è stata voluta e disposta dall’amministratore delegato Lucia Morselli che ha trasferito la Carrarini ad ArcelorMittalCommercial Italy Srl, società dove é stata assegnata anche Annalisa Pasquini, che sino a poche settimane fa ricopriva l’incarico di capo delle Risorse umane del gruppo.

Una posizione, quella che ricopriva  Patrizia Carrarini, ( a lato nella foto del suo profilo Twitter ) ritenuta “strategica, per un’azienda che in Italia è sempre sotto i riflettori – scriveva il mensile “specializzato” Prima Comunicazione all’atto della sua precedente nomina un anno fa –   dal destino incerto per le vicende politiche, sindacali e ambientali che (soprattutto in riferimento al sito industriale di Taranto) coinvolgono governi, sindacati e tutto il mondo della politica e delle relazioni industriali italiane”.

La Pasquini è stata sostituita nei giorni scorsi nell’incarico da Arturo Ferrucci, già direttore del personale di Ast Terni  dove ha lavorato insieme alla Morselli, ed è considerato un suo “manager di fiducia” sin da quando ricopriva lo stesso incarico nelle acciaierie in Umbria.

 

 

 

 

 

 




Aditya Mittal, il manager indiano che voleva rivoluzionare l' Ilva...

ROMAAditya Mittal, è il figlio 41enne di Lakshmi Mittal, fondatore e Ceo di ArcelorMittal, colosso industriale dell’acciaio. “Nato nel 2006 dalla fusione tra Arcelor e Mittal steel company – si legge sul Sole 24 Ore -, ArcelorMittal è oggi il maggiore produttore di acciaio al mondo, con una presenza in 60 paesi, 209mila dipendenti e un output che l’anno scorso ha superato i 90 milioni di tonnellate. La maggior parte del fatturato europeo è realizzato sul mercato tedesco (18%), seguito dalla Francia (13%), dalla Spagna (11%) e dalla Polonia (10%); in Italia oggi ArcelorMittal fattura l’8% del dato complessivo europeo”. Erano questi i numeri della multinazionale indiana, prima dell’ acquisizione del gruppo ILVA,

Era l’11 ottobre 2017 quando nel corso del forum di Conftrasporto Aditya Mittal, cfo di ArcelorMittal e Ceo del gruppo in Europa, prendendo la parola pronunciò queste parole “L’Ilva è una sfida non facile, ma io sono giovane e sono qui per rimanere nel lungo termine e portare avanti con successo questo nel lungo termine”. Ad ascoltarlo fra il pubblico il premier (in carica all’epoca dei fatti) Paolo Gentiloni ed il ministro della difesa Roberta Pinotti. Entrambi esponenti di punta del Pd.

Aditya Mittal al forum di Conftrasporto (settembre 2017)

“Nel business dell’acciaio si tratta gestire gli stakeholder, i dipendenti, il business, vanno tutti gestiti – sottolineava Aditya Mittal l’industria dell’acciaio è molto importante all’interno di una comunità perché ha un impatto importante su tante cose, sui tanti posti di lavoro e quindi dal punto di vista economico e strategico riveste un’importanza di grande rilievo e noi – disse ancora il giovane Mittalci prendiamo questa responsabilità molto seriamente, è qualcosa che noi sappiamo che dobbiamo gestire su base quotidiana e sui cui dobbiamo eccellere”.

L’Ilva, continuò il “giovane” rampollo della famiglia Mittal, “ha sofferto moltissimo nel corso degli ultimi anni, si è visto soffrire i dipendenti per via delle incertezze del suo futuro, si è vista la sofferenza dell’operatività che non è migliorata, anzi c’è stato un declino della produzione su base annuale. E, ancora più importante, abbiamo visto una comunità che ha largamente e fortemente sofferto per via di tutti i problemi ambientali che conosciamo”. “C’è stato un non rispetto ambientale di tutte le comunità dove si trova ILVA – proseguì il cfo del gruppo ArcelorMittal Il nostro lavoro è prima di tutto migliorare queste condizioni. Come possiamo noi gestire un business in maniera adeguata, giusta, come possiamo assicurare che ci occuperemo degli stakeholder e dell’ambiente”. Parole rassicuranti, o meglio di disponibilità al dialogo, quelle pronunciate dai vertici del gruppo Mittal in occasione del convegno a Cernobbio, che però non convincevano del tutto din d’allora gli esponenti del Governo.

Quelle parole del Ceo di ArcelorMittal arrivarono all’indomani della frenata del governo sugli accordi sottoscritti dai commissari ILVA. “Non possiamo, come governo, accettare alcun passo indietro – disse l’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calendasu retribuzioni e scatti di anzianità acquisiti che facevano parte degli impegni”  nel suo intervento ben poco “tecnico” e molto politico, venendo sostenuto anche dalla ministra della Difesa Pinotti e dallo strano silenzio assenso di Gentiloni,

Quell’interno non ebbe opposizione di Palazzo Chigi così come la porta chiusa che venne annunciata  da  Carlo Calenda, che aveva criticato la cordata Am Investco (composta dal gruppo Arcelor Mittal e dal Gruppo Marcegaglia): “Non possiamo, come governo, accettare alcun passo indietro su retribuzioni e scatti di anzianità acquisiti che facevano parte degli impegni”, ha detto Calenda, sconfessando implicitamente gli accordi sottoscritti dai commissari Ilva  GnudiCarrubba e Laghi, che avevano reso noti i livelli occupazionali complessivi – pari a 10.020 unità – che Arcelor Mittal  intendeva mantenere e la loro distribuzione impianto per impianto che, per Taranto in particolare, prevederebbe un organico di 7.600 addetti – con una importante riduzione di ben 3.311 unità – ed a Genova di 900 unità con una diminuzione di alcune centinaia di addetti.

La decisione di Calenda era arrivata  con il silenzio-assenso della Presidenza del Consiglio (il premier era Paolo Gentilonin.d.r.), sollecitata in particolare modo dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti, attenta in particolare alle ricadute su Genova, dove ha sede uno degli impianti Ilva rilevati dagli indiani di Mittal oltre a quello di Taranto. Queste le parole più significative pronunciate dalla Pinotti, prima dell’annuncio di Calenda: “Il governo sta al fianco delle preoccupazioni dei lavoratori e non certo dall’altra parte”.

Quella frase di Pinotti era stata la dichiarazione di “guerra” contro il gruppo indiano , secondo quanto riportato da RepubblicaStampa e Secolo XIX, che, dopo aver indicato meno esuberi rispetto al passato per effetto anche del pressing governativo, ha detto che non garantiva livelli salariali e scatti di anzianità del passato. Ma non solo. Infatti la Pinotti era andata anche oltre, preannunciando una ulteriore “pressione” anche rispetto agli esuberi indicati: “Noi vogliamo lavorare per diminuire il numero degli esuberi e per rivedere le condizioni che possono essere peggiorative dal punto di vista dei lavoratori”.

Molti addetti ai lavori scommettevano a suo tempo su un potenziale intervento della Cassa depositi e prestiti sul “dossier” nel caso il Governo decidesse di nazionalizzare. Si vedrà. Ma c’è un dato politico che emerge dalla vicenda Ilva: la sintonia fra Gentiloni, Pinotti (democratici al 100% ), Calenda (riformista non troppo renziano) e della “fedelissima”  alla ortodossia renziana Teresa Bellanova che all’epoca dei fatti era viceministro allo Sviluppo economico. Si parlava di siderurgia, certo, ma anche quella volta, come ora di elezioni prossime venture…

Aveva quindi ragione il prof. Federico Pirro quando a suo tempo sosteneva che sarebbe stato “un grave errore considerare la trattativa che doveva avviarsi oggi come una delle tante aperte al tavolo del Mise per fronteggiare situazioni di crisi aziendali, non solo perché stiamo discutendo del maggior gruppo siderurgico italiano e della più grande fabbrica manifatturiera del Paese” – che è lo stabilimento siderurgico di Taranto con i suoi 10.980 occupati diretti – “ma perché la questione del riassetto della Ilva, e di conseguenza della siderurgia italiana, è tuttora una grande questione nazionale. Se lo ricordino tutti“.

In realtà, gli assetti occupazionali previsti per Taranto avevano come punto di riferimento – per quel che concerne la produzione – quanto stabilito nel Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017, pubblicato in Gazzetta ufficiale del 30 settembre, recante il “Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria”. All’articolo 2 di quel decreto si stabiliva che la produzione dello stabilimento dell’ILVA di Taranto non avrebbe potuto superare le 6 milioni di tonnellate all’anno di acciaio fino al completamento di tutti gli interventi previsti per l’Aia, la cui scadenza è fissata al 23 agosto 2023, fatte salve le diverse tempistiche espressamente previste negli allegati I e II del Dpcm.  6 milioni di tonnellate che ora gli Arcelor Mittal vorrebbero far scendere ad appena 4.

Am Investco si era impegnata a raggiungere la soglia dei 6 milioni di tonnellate di acciaio liquido entro il 2018 e a mantenere tale livello sino alla completa implementazione del piano ambientale alla data del 23 agosto 2023. Entro il 2020 si giungerebbe a 8,5 milioni di tonnellate di spedizione di prodotti finiti con la lavorazione di bramme provenienti da altri siti di Arcelor Mittal. Un cambiamento che legittimale affermazioni di chi oggi accusa il “top management” di Arcelor Mittal di aver sbagliato il proprio piano industriale, o come altri sostengono di aver barato al tavolo della gara e successiva trattativa dopo l’aggiudicazione.

Vi era allora un primo elemento su cui il prof. Pirro invitava a riflettere: fissare al 23 agosto del 2023 il completamento degli interventi per l’Aia non ha significato spostarlo in un futuro troppo remoto? Quel termine, qualora venisse rispettato, ricadrebbe nella legislatura del nostro Parlamento iniziato nella primavera del 2018. “Le esperienze degli ultimi decenni” – aggiungeva Pirro – “ci dicono che in sei anni possono sconvolgersi gli equilibri economici mondiali e di conseguenza la produzione di acciaio. Perché allora non introdurre una modifica al Dpcm che anticipi la conclusione dell’Aia dal 23 agosto del 2023 al 31 dicembre del 2019? O questa anticipazione creerebbe difficoltà alla cordata Am Investco?

Far dipendere il sito di Taranto da un 25-30% di importazione di bramme significherebbe privarlo di quell’autonomia produttiva che esso ha sempre avuto dalla sua impostazione impiantistica originale. Era evidente sin d’allora una persona intelligente e preparata come il prof . Pirro che il  gruppo Arcelor Mittal volesse integrare il sito ionico nel suo sistema di produzione europeo. Ma nessuno al Governo si chiese se tale integrazione rispondeva pienamente alle esigenze e alla redditività di quel sito e agli interessi siderurgici del nostro Paese.  Si domandava Pirrose non sarebbe più conveniente per la stesso gruppo Arcelor conservare intatta – dopo tutti gli interventi di ambientalizzazione – la capacità produttiva di Taranto, che una volta risanata, dispiegherebbe una potenza competitiva fra le maggiori in Europa, essendo tuttora quello tarantino il primo stabilimento nella Ue per capacità installata?

Ecco quindi un primo elemento su cui riflettere: fissare il completamento degli interventi per l’Aia al 23 agosto del 2023  non ha significato spostarlo in un futuro troppo remoto? Si pensi in proposito che quel termine, se rispettato, cadrebbe nella legislatura del nostro Parlamento successiva alla prossima, che inizierà nella primavera del 2018. Ma le esperienze degli ultimi decenni ci dicono che in sei anni possono sconvolgersi gli equilibri economici mondiali e di conseguenza la produzione di acciaio. Perché allora non introdurre una modifica al Dpcm che anticipi la conclusione dell’Aia dal 23 agosto del 2023 al 31 dicembre del 2019? O questa anticipazione avrebbe creato delle difficoltà alla cordata Am Investco (ora Arcelor Mittal Italia) ?

Un’altro quesito che del prof. Pirro, quanto mai di attualità nei nostri giorni era quello relativo alle aziende dell’indotto che a Taranto costituiscono – ma pochi lo sanno e ricordano  – il più grande raggruppamento di imprese impiantistiche del Sud, insieme a quello del polo petrolchimico di Augusta e Priolo in Sicilia. Perchè vengono coinvolte nelle attività dello stabilimento dalla nuova proprietà, che poi non le paga ? Il silenzio ufficiale sull’argomento è assordante, così come sono assordanti nelle ultime ore le futili motivazioni dell’ Ad Lucia Morselli (che prima o poi dovrà chiarire i suoi intercorsi rapporti con Di Maio quando era ministro dello Sviluppo Economico) per le quali ad oggi Arcelor Mittal ha cumulato debiti nei confronti dell’indotto per circa 60 milioni di euro.

Certo, quelle aziende avrebbero dovuto e potuto diversificare le loro attività, riqualificarsi, aggregarsi, spostarsi su altri mercati anche esteri, ove potrebbero – con il sostegno del nuovo Ice, del ministero degli Esteri e di grandi gruppi pubblici e privati presenti in certe aree – acquisire in logiche di mercato commesse anche di rilevanti dimensioni, purché eseguibili in gruppi integrati. Ma non lo hanno fatto preferendo restare  aziende “mono ILVA“, che è la ragione per cui in queste ore rischiano di dover portare i libri in Tribunale, se il gruppo franco-indiano non dovesse onorare i propri debiti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Ilva, la produzione è ripartita. Ma l'indotto batte cassa

ROMA – Dopo una lunga notte di Palazzo Chigi, a Roma sembra tornato il giorno dell’ottimismo sull’ILVA ed a parole, arriva quella continuità produttiva chiesta dal premier Giuseppe Conte a fronte del possibile congelamento delle azioni giuridiche. Ieri, Arcelor-Mittal ha definito l’incontro con il governo “costruttivo”, assicurando in una nota che “le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto” e la multinazionale franco-indiana per rafforzare il proprio pensiero, ha fatto trapelare che “gli ordinativi dei clienti nella scorsa settimana sono soddisfacenti, la produzione è in marcia e le materie prime sono state ordinate secondo i consueti programmi di approvvigionamento” .
Ora toccherà ai protagonisti della trattativa raggiungere degli accordi per tutte le questioni in esame, contenute nella riassuntiva nota ufficiale di Palazzo Chigi, venerdì notte: “L’obiettivo è pervenire alla elaborazione di un nuovo piano industriale che contempli nuove soluzioni produttive con tecnologie ecologiche e che assicuri il massimo impegno nelle attività di risanamento ambientale”.
Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, commenta la situazione come “rimessa su binari positivi e che può concludersi con il rilancio dell’Ilva, con un piano di investimenti per una prospettiva di sviluppo industriale e, al contempo, di risanamento ambientale“. Ed a sostegno dell’eurodeputato del Pd, ora ministro economico del Governo Conte ,  arrivano i suoi compagni di partito  David Sassoli presidente del Parlamento Europeo  ed il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, che sostengono come necessari gli sforzi per salvaguardare la siderurgia italiana e promettono nuove regole sulla concorrenza.

Il premier Conte in conferenza stampa al termine dell’incontro ha detto di “non aver discusso dello scudo penale con i Mittal”, anche per evitare ulteriori tensioni politiche all’interno della maggioranza di Governo, ma è molto ben chiaro e noto a tutti che un accordo finale tra le parti dovrà prevedere la reintroduzione di una qualche forma di tutela giudiziaria per i gestori dello stabilimento siderurgico.Anche secondo le organizzazioni sindacali lo scudo penale va ripristinato. Nel caso della tutela giudiziaria e in quello del “Cantiere Taranto“, non è escluso l’utilizzo dello strumento dei decreti.

Permane l’impegno delle aziende pubbliche nei piani di rilancio dell’economia di Taranto, ma anche in un possibile affiancamento societario diretto (o con una newco) ad ArcelorMittal.  La società energetica Snam sarebbe  in prima fila ed ha già annunciato la previsione di 40 milioni di investimenti sul territorio ( con l’ambizione di avere un ruolo nella decarbonizzazione dell’ILVA), mentre potrebbero aggiungersi altri gruppi pubblici compresa la Cassa Depositi e Prestiti che andrebbe a rafforzare nell’azionariato  la presenza di Intesa Sanpaolo, che ha rilevato la quota del Gruppo Marcegaglia in Am Invesco.
Ma a Taranto in realtà al momento non si sente tranquillo nessuno. L’impressione è che, per il momento, si tratti solo del sollievo di tutti per aver scongiurato in extremis il colpo finale al cuore d’acciaio del Paese, mentre gli operai dell’acciaieria, quelli dell’indotto continuano a guardare con ansia e preoccupazione il futuro dell’ ILVA con i suoi impianti ed i suoi altoforni. Un nuovo piano industriale  significa rivedere al ribasso gli obiettivi produttivi , da ridimensionare a causa della crisi del mercato che giustifica l’attuale limitata produzione nell’ ILVA   di 4 milioni di tonnellate annue  rispetto alle 6 previste un anno fa nel contratto ed accordo sindacale successivamente sottoscritto, e quindi conseguentemente livelli occupazionali diversi da quelli dell’accordo del 2018. I Mittal hanno chiesto a Conte nel primo incontro 5.000 esuberi strutturali nell’azienda di Taranto, numeri che il Governo non condivide offrendo solo 2.500 e temporanei,  manifestando la propria disponibilità ad attivare ammortizzatori sociali.
“Sia chiaro il punto da cui si parte è l’accordo firmato un anno fa”  dice il leader della Cgil, Landini, che non prevedeva nessun esubero e la conferma dell’impiego di 10.700 lavoratori, come sostengono anche la Cisl e la Uil.  Altrettanto complicato sembra il lato “ambientale” del nuovo piano, perché al di là della conferma degli impegni già sottoscritti, l’ILVA in un prossimo futuro dovrà essere accompagnata in un percorso di decarbonizzazione degli stabilimenti che può prevedere sia un alternanza tra altiforni e forni elettrici, sia una soluzione più drastica indirizzata all’utilizzo del gas in alternativa al carbon coke. Soluzioni condizionate dal costo economico poco competitivo dell’energia. “Intanto — aggiunge  Marco Bentivogli, segretario della Fim-Cisl si riprenda in considerazione il progetto Meros deliberato a giugno, avviando subito il rifacimento con nuove tecnologie dell’altoforno 5″ che è il più grosso d’ Europa ed attualmente spento da tempo.
A Taranto il clima in realtà è ancor più in ebollizione di ventiquattr’ore fa per le società fornitrici dell’indotto, che sono sono sul piede di guerra permanendo in presidio per il sesto giorno consecutivo  davanti alle portinerie della fabbrica. Le assicurazioni sui pagamenti promesse fatte in prima persona dall’ad Lucia Morselli non sono state mantenute: gli attesi bonifici di pagamento per saldare le decine di milioni di crediti vantati dalle imprese appaltatrici restano parole al vento nonostante le varie spiegazioni tecnico-organizzative fornite dai dirigenti della multinazionale, che ieri sera ha fatto sapere di essere pronta a versare il 60% del dovuto.
La situazione è così esplosiva che Confindustria Taranto ha convocato, alle 11.30 di oggi, un incontro con la stampa per illustrare lo stato delle cose. “Nessun pagamento è avvenuto fatta salva una mezza dozzina di aziende preposte alla manutenzione degli impianti e la platea degli autotrasportatori, ristorati nella misura del 70 per cento del fatturato. Sono sconcertato dall’atteggiamento della multinazionale che solo tre giorni fa aveva assicurato, dati alla mano, che avrebbe disposto i bonifici per una buona metà della platea dell’indotto, dopo aver assicurato i pagamenti dell’autotrasporto. La promessa si è rivelata in tutta la sua infondatezza”  ha spiegato Antonio Marinaro, presidente degli industriali tarantini,



In corso l'incontro fra il Governo e Mittal. Ma nel frattempo escono tante sorprese...

Il ministro dell’ Ambiente, Sergio Costa

ROMAArcelor Mittal rispetta il piano ambientale. Questo va detto. Tanto è vero che lo scudo non ha nessun senso per il semplice motivo che sta rispettando quello che doveva fare. Quindi dal punto di vista ambientale lo sta rispettando. Poi è chiaro che noi chiediamo di più“. Queste le dichiarazioni ad “Agorà” su Rai3 pronunciate dal ministro dell’Ambiente di Sergio Costa,  sulla questione dello scudo penale per gli attuali “gestori” del gruppo siderurgico ex-ILVA.  i commissari dell’ILVA in amministrazione straordinaria. Le verifiche hanno riguardato la situazione generale della fabbrica, le attività di manutenzione finora eseguite e la sicurezza sul lavoro e le operazioni di bonifica nello stabilimento. Accertamenti ed indagini a cui collaborano anche i tecnici Ispra.

Le attenzioni dei Carabinieri di Roma e Taranto si  è concentrata su “un attento controllo dell’area a caldo“.  L’indagine affidata ai militari dell’ Arma mira ad appurare se vi sia stato stato un depauperamento delle materie prime, se sono state eseguite manutenzioni o se gli impianti rappresentano un pericolo per i lavoratori, poi una verifica complessiva di parchi minerali, nastri trasportatori, cokerie, agglomerato, altiforni e acciaierie in generale.

il Tribunale di Milano

La Procura di Milano a sua volta ha depositato oggi l’atto di intervento nella causa civile fra il gruppo franco-indiano e i commissari di  ILVA in A.S. inerenti al procedimento con cui i commissari chiedono di evitare la cessazione delle attività.  nell’ambito dell’indagine per aggiotaggio informatico e reati fallimentari. Negli uffici della procura milanese sono stati ascoltati come “testimoni” Giuseppe Frustaci, direttore Finishing degli impianti di Genova e Novi Ligure, Sergio Palmisano, direttore Salute e Sicurezza, e Salvatore De Felice. Alcuni passaggi dei loro verbali sostanziano con la viva voce di uomini dell’azienda le accuse avanzate dai commissari straordinari Franco Ardito, Alessandro Danovi ed Antonio Lupo nell’esposto alla Procura di Taranto e nel ricorso al Tribunale civile di Milano.

I manager esteri sostenevano che per l’attuale ‘marcia’ degli impianti (cioè la produzione di 6 mln di tonnellate di acciaio n.d.r.), la qualità delle materie prime fosse troppo alta e che occorresse utilizzarne di qualità inferiore per abbattere i costi“. E’ quanto emerge da un passaggio della deposizione resa ai Pm di Milano , da Giuseppe Frustaci, dirigente di ArcelorMittal Italia . Il verbale contenente questa dichiarazioni sono allegati all’atto di intervento della Procura nel contenzioso civile tra la multinazionale franco-indiana e l’ex ILVA.  L’ad di Arcelor Mittal Lucia Morselliha dichiarato ufficialmente in un incontro ai primi di novembre con i dirigenti e i quadri” e che “erano stati fermatigli ordini, cessando di vendere ai clienti”.

In un altro passaggio di un verbale si legge: “In più riunioni tenute da settembre ad oggi sia il precedente amministratore delegato Mathieu Jehl, sia il nuovo amministratore delegato Lucia Morselli, hanno dichiarato che la società aveva esaurito la finanza dedicata all’operazione”  dichiarazioni queste messe a verbale lo scorso 18 novembre da un dirigente della stessa ILVA  che è stato ascoltato come “testimone” dai pm di Milano .

“C’è massima collaborazione fra la Procura di Milano e quella di Taranto ha detto il procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli che con i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici coordina l’inchiesta con al centro la richiesta di recesso del contratto di affitto dell’ex ILVA da parte di ArcelorMittal, su cui è aperto, sotto profili diversi, un fascicolo anche dalla magistratura tarantina. Insomma nessuno scontro, ma una cooperazione totale con anche scambi di informazioni.

il Tribunale di Taranto

Infatti  vi è stato uno scambio di atti istruttori  tra le Procure di Taranto e Milano che hanno avviato indagini parallele sul caso ArcelorMittal, come riferiscono fonti di giustizia,  aggiungendo che “c’è pieno coordinamento e piena sintonia tra le due Procure nell’ambito dei rispettivi filoni investigativi. Non c’è alcun conflitto“. L’indagine milanese ipotizza i reati di “distrazione di beni dal fallimento” e di “aggiotaggio informativo“, oltre ad un fascicolo autonomo per “omessa dichiarazione dei redditi” di una società lussemburghese di ArcelorMittal. I magistrati tarantini a loro volta indagano per i reati di “distruzione di mezzi di produzione” ed  “appropriazione indebita”.   

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l’atto della Procura di Milano a sostegno del ricorso d’urgenza di ILVA in A.S.

 

Sempre nell’atto di intervento della Procura di Milano nella causa civile tra ArcelorMittal e l’ILVA in A.S. si legge: “Evidentemente lo stato di crisi di ArcelorMittal Italia, essendovi pericolo di diminuzione delle garanzie patrimoniali per il risarcimento di eventuali danni, rende ancor più necessaria ed urgente una pronuncia giudiziale che imponga alle affittuarie di astenersi dalla fermata degli impianti e di adempiere fedelmente e in buona fede alle obbligazioni assunte”.  Secondo la Procura di Milano “la vera causa della disdetta” del contratto d’affitto dell’ex ILVA da parte di ArcelorMittal è “riconducibile alla crisi di impresa” della multinazionale franco-indiana ed alla conseguente volontà di disimpegno dell’imprenditore estero e non è invece il “venir meno del così detto scudo ambientale abrogato” che è stato utilizzato come motivo “pretestuosamente“.

In altre parole  come dichiarato da alcuni testimoni e come riportano i pm nell’atto di accusa, “la vera causa della disdetta, pretestuosamente ricondotta al venir meno dello scudo ambientale è eziologicamente riconducibile alla crisi di impresa e alla conseguente volontà di disimpegno dell’imprenditore estero”. A confermare la grave crisi del colosso sono state le parole  di Claudio Sforza direttore generale della ex ILVA ascoltato anch’egli come “teste” dai pm di Milano. “A questi incontri — ha riferito Sforzaera presente anche Samuele Pasi e i tre attuali commissari“, precisando che l’ultimo incontro si è tenuto il 17 ottobre nello studio milanese del commissario Alessandro Danovi. Aggiunge il testimone Sforzanon solo l’affermazione di aver esaurito la finanza non è usuale in incontro tra rappresentanti di due società, ma circostanza analoga è stata pure ufficialmente pubblicamente esposta il 15 novembre in sede di incontro sindacale tenuto alla presenza del ministro Patuanelli al Mise. Preciso che in questa occasione l’ad Morselli non ha parlato di crisi di finanza ma di disastrosa crisi economica“.

Sempre dalle carte della Procura emerge anche un altro inquietante aspetto: quello sull’affitto non pagato Arcelor Mittal . “Il canone di affitto di ramo  d’azienda è trimestrale anticipato per ratei di 45 milioni di euro. L’ultima scadenza del 5 novembre non è stata onorata e stiamo quindi iniziando il processo di escussione della garanzia”. ha spiegato ai pm di Milano un dirigente dell’ILVA in amministrazione straordinaria ascoltato nell’ambito dell’inchiesta con al centro i comportamenti del gruppo franco-indiano.

Così continuano le dichiarazioni verbalizzate:. “Nella prima riunione di febbraio del 2019, i manager esteri sostenevano che per l’attuale ‘marcia degli impianti‘ (vale a dire la produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio), la qualità delle materie prime fosse troppo alta e occorresse utilizzarne di qualità inferiore per abbatterne i costi”. Il testimone racconta: “i manager stranieri ricordo che furono molto critici sulla gestione, in quanto ritenevano che i costi industriali fissi (manodopera, manutenzione) e variabili (materie prime) fossero molto alti. Le critiche erano indirizzate soprattutto all’ad Jehl ed alla direzione dello stabilimento di Taranto (retto da Van Campe), entrambi uomini Arcelor Mittal“.

L’ad di Arcelor Mittal Lucia Morselli in un incontro “ai primi di novembre con “i dirigenti e i quadri”  di Taranto, ha dichiarato ufficialmente “che erano stati fermati gli ordini, cessando di vendere ai clienti“. si legge

Salvatore De Felice nel suo interrogatorio ha spiegato ai pm Civardi e Clerici lo scorso 19 novembre , che l’amministratore delegato Lucia Morselli “ha dichiarato ufficialmente  in un incontro ai primi di novembre con i dirigenti e i quadri che erano stati fermati “gli ordini, cessando di vendere ai clienti”. De Felice in un altro passaggio del suo verbale , riportato nell’ atto di costituzione della Procura di Milano con cui aderiscono alla richiesta dei commissari nel contenzioso civile tra l’ex ILVA e il gruppo franco indiano,  ha anche aggiunto che ogni fermata di un altoforno “non è mai senza danni” spiegando che le cokerie sono “ancora più complicate e delicate perché eventuali danni hanno immediatamente un risvolto ambientale” in quanto le polveri del fossile finiscono nei “fumi di combustione con le relative emissioni”. Sempre De Felice ha raccontato che ArcelorMittal ha cancellato” l’approvvigionamento delle materie prime necessarie per alimentare l’acciaieria.

Inoltre ha spiegato De Felice chenonostante la sospensione del cronoprogramma di spegnimento, l’azienda  non ha tutto quello che serve per proseguire l’attività”. Il piano, che è stato arrestato da Arcelor Mittal su invito del Tribunale di Milano, “prevedeva di lasciare unascorta minima di materie prime solo per un altoforno per un mese”. Le dichiarazioni del dirigente di ArcelorMittal hanno confermato di fatto le denunce dei sindacati e l’allarme dei commissari straordinari dopo l’ispezione nell’acciaieria tarantina effettuata nei giorni scorsi. Infatti, all’uscita dall’impianto Ardito, Danovi e Lupo avevano riferito che le riserve di materie prime sono “al minimo” e che la fabbrica con quello stock a disposizione al momento può andare avanti soltanto per “un raggio di azione molto ridotto“.

Sulla base di questi verbali e della previsione di circa 700 milioni di perdita nel 2019 verbalizata dal direttore finance Steve Wampach i magistrati della Procura di Milano sostengono che di fatto esista un serio “pericolo di diminuzione delle garanzie patrimoniali per il  risarcimento di eventuali danni” e quindi si “rende ancor più necessaria e urgente una pronuncia del giudice che imponga ad ArcelorMittal di astenersi dalla fermata degli impianti e di adempiere fedelmente al contratto firmato”.

Non possiamo accettare un disimpegno dagli impegni contrattuali – ha detto il premier Giuseppe Conte a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola superiore di Polizia. a chi gli chiede dell’incontro, (attualmente in corso)  con i vertici di Arcelormittal   “Ci venga detto chiaramente qual è la posizione di Mittal e da lì partiremo. Se ci viene garantita la possibilità di rispettare gli impegni, ricordo che non abbiamo proposto noi la battaglia giudiziaria, che è stata promossa da Mittal”. “Se invece prosegue la battaglia – ha aggiunto il premier “noi reagiamo adeguatamente“.

 

 

 

 

 

 




La Morselli "commissariata" a Roma dalla famiglia Mittal. Ora rischia anche lei il posto

Aditya Mittal

ROMAAditya Mittal anche ieri è rimasto a Roma  per continuare la trattativa con il Governo in preparazione dell’incontro a Palazzo Chigi di venerdì, ma sopratutto per condividere con gli avvocati italiani del gruppo  la propria difesa per difendersi dell’offensiva congiunta delle procure. C’è, in questa decisione di restare a Roma, però anche una sorta di “commissariamento” dell’ad del gruppo in Italia Lucia Morselli. È trascorso poco più di un mese, dal 15 ottobre quando la multinazionale ha deciso un improvviso cambio alla guida del gruppo in Italia, affidando la guida alla top manager nota per il suo carattere  di “dura”.

Troppo d’acciaio, forse. Di certo da quel dì la situazione è precipitata. La Morselli aveva l’incarico di intrecciare rapporti con i politici e le istituzioni in modo da evitare quello che il colosso temeva più di tutto: l’abolizione definitiva dello scudo penale. Obiettivo fallito: l’immunità, è ancora “sub judice” sulla graticola delle lotte interne e dei rancori presenti fra le correnti del Movimento Cinquestelle. E la Morselli non è riuscita ad ottenere alcunchè dalla politica. In queste ore infatti, continua il lavoro dei “tecnici”dei ministeri coinvolti  sugli altri punti di un possibile accordo: sconto sull’affitto, risoluzione del blocco dell’altoforno AFO2 ed impegni sulla futura decarbonizzazione.
I commissari straordinari dell’ILVA in A.S. accompagnati da dirigenti e tecnici, hanno avuto accesso ieri e compiuto delle  verifiche in particolare nell’area dei parchi minerali, dove vengono stoccati i materiali che servono ad alimentare l’attività della fabbrica. Da quanto è trapelato da fonti “vicine” alla gestione commissariale di ILVA in A.S. , l’ispezione compita avrebbe sostanzialmente confermato quanto ipotizzato nell’esposto presentato alla Procura di Taranto che ha dato luogo all’apertura da parte della procura di un fascicolo di inchiesta sulle ipotesi di reati di ‘Distruzione di mezzi di produzione’ e di ‘Appropriazione indebita‘. Subito dopo la visita i commissari hanno incontrato il procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo.
L’Ilva in amministrazione straordinaria presenterà entro questa settimana una richiesta di proroga all’autorità giudiziaria di Taranto  del precedente termine del 13 dicembre fissato dal Tribunale per la realizzazione degli adeguamenti di sicurezza dell’Altoforno AFO2 sottoposto a sequestro dopo l’incidente del giugno 2015 in cui è morto l’operaio Alessandro Morricella. Fonti vicine alla gestione commissariale confermano che non ci sarebbe alcun “automatismo” tra il termine del 13 dicembre e la chiusura dell’altoforno in quanto prima di avviare eventualmente lo spegnimento bisognerà compiere le verifiche necessarie che richiedono dei tempi tecnici. La gestione commissariale, infatti, avrebbe già realizzato 20 delle 21 prescrizioni indicate dall’Autorità Giudiziaria. L’ ultima, la ventunesima, riguarda la realizzazione delle macchine automatiche, è quella tecnicamente più complessa e richiede ancora tempo. La proroga verrà richiesta per rendere possibile il completamento dell’ultimo adempimento non ancora del tutto realizzato.
Sul fronte dell’ inchiesta avviata dalla Procura di Milano, il pm di Milano Stefano Civardi, che insieme al collega Mauro Clerici coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli , conducono l’indagine con al centro l’addio di ArcelorMittal all’ex Ilva, ha sentito come testimone Steve Wampach, General Manager del gruppo franco indiano e Direttore Finance di ArcelorMittal Italia.
Da quanto è trapelato, le indagini degli inquirenti milanesi in questi giorni si stanno concentrando sul presunto depauperamento del polo siderurgico per depositare i primi esiti dei loro accertamenti nell’ambito della causa civile nella quale interverranno come “parte” a sostegno dei commissari. Un alleato di non poco conto.
Nel frattempo si è è svolto oggi un nuovo incontro “tecnico” al Ministero dell’ Economia e Finanze. Sul tavolo il ruolo delle società a partecipazione pubblica che il Governo vuole coinvolgere nel salvataggio dello stabilimento siderurgico di Taranto. Iniziando da quelle che hanno rapporti con ILVA in qualità di ” clienti” , come  ad esempio Fincantieri, ed i e fornitori.
La Cassa depositi e prestiti ha già rivolto un invito alle sue società partecipate di cominciare a ragionare delle iniziative da poter mettere in campo per  investire rapidamente sul territorio nell’ambito del “Cantiere Taranto”.
Per favorire una mediazione fra l’atto di recesso e il ricorso d’urgenza per indurre Arcelor Mittal a recedere dai suoi propositi, sono stati attivati studi legali di altissimo livello, tutti nomi di “grido” del diritto societario ed industriale,  che hanno partecipato al  vertice del Mef , in un incontro che ha avuto lo scopo anche di stemperare le tensioni pre-esistenti causate anche dall’ eccessiva “durezza” fuoriluogo della Morselli, ed aperto la strada ad un possibile negoziato. Ad assistere i commissari di ILVA in AS sono stati chiamati Marco Annoni di Roma, esperto di piani finanziari, Giorgio De Nova, ritenuto un “luminare” del diritto civile, ed Enrico Castellani dello studio Freshfield; ad assistere Arcelor Mittal l’ avv.  Scassellati con Ferdinando Emanuele dello studio Cleary Gottlieb, e Franco Gianni, senior partner dello studio Gianni Origoni Grippo Cappelli & partners,  consulenti legali che stanno stendendo da ieri una  dichiarazione di intenti basata sui punti qualificanti del contenzioso per costituire una nuova base negoziale.

Sono quattro i punti-guida cardine del documento lungo diverse pagine e redatto in inglese. Il punto 1 sarebbe quello sulla certezza del diritto mediante il ripristino dello “scudo penale“. Il punto 2 riguarda la funzionalità dell’Altoforno AFO2, che dovrebbe venire svincolato dalla “mannaia” giudiziaria” per poter tornare a produrre a regime; il punto 3 riguarda le misure “a supporto del rilancio del territorio mediante una combinazione pubblico-privato per creare condizioni di lavoro sostenibili”.

Quest’ultimo è uno dei passaggi più delicati in quanto necessita di circa 1 miliardo di investimenti: ed è in questo ambito che il governo avrebbe allertato Banca Intesa Sanpaolo che  è il principale creditore dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, debitrice della non indifferente somma di 1,7 miliardi nei confronti del pool creditizio formato da sette banche. I banchieri avrebbero dato disponibilità a esaminare un progetto concreto, contenente sopratutto obiettivi raggiungibili ed in presenza di queste condizioni Intesa Sanpaolo sarebbe disposta persino a rafforzare il proprio impegno.

Infine, il punto 4 riguarda la tecnologia verde legata alla riconversione del piano ambientale che comporta una sensibile riduzione della forza lavoro, che potrebbe venire assorbita dalla Cassa Depositi e Prestiti attraverso delle misure compensative, schierando Cdp Immobiliare società del gruppo attiva nell’housing sociale, i cui immobili di proprietà potrebbero accogliere gli sfollati residenti nel rione Tamburi, adiacente lo stabilimento siderurgico.

Fonti di Palazzo Chigi fanno trapelare che il premier Giuseppe Conte, ieri a Berlino, ha sondato la disponibilità della cancelliera Angela Merkel a supportare l’Italia nel risolvere la “questione Taranto” almeno su due fronti europei: l’impiego di fondi comunitari per l’occupazione e per l’innovazione, ed il via libera a un eventuale ingresso dello Stato nell’azionariato del gruppo siderurgico ex-ILVA.




Il Governo a Mittal: prima l'accordo sugli esuberi, e dopo lo scudo

ROMA – Nelle ultime ore sta prendendo forma nelle stanze del Governo la volontà, che è anche necessità,  di non arrivare al buio all’incontro di venerdì con Mittal a Palazzo Chigi sul futuro dell’ex ILVA di Taranto. Una trattativa seppure “ufficiosa” è già in corso dietro le quinte passando per colloqui intercorrenti tra il premier Conte, i ministri Patuanelli e Gualtieri, ed i vertici della multinazionale dell’acciaio che fonti vicine alla vicenda raccontano essere “frequenti” .

Il concetto su cui si base la posizione ma anche la strategia del Governo Conte è di capire subito se vi sono realmente dei margini per arrivare a un’accordo, da raggiungere e definire  nell’incontro di venerdì di venerdì. Il punto fondamentale, ma anche il più critico, è quello degli esuberi richiesti dai Mittal, su cui si sta trattando. Il ragionamento del Governo è il seguente: se si giungerà ad un accordo sull’occupazione soltanto allora il premier Conte metterà sul piatto l’offerta di ripristinare lo scudo penale.

Lakshmi Mittal

L’esecutivo di Governo non vuole assistere al ripetersi delle modalità con cui è stato gestito e si è concluso il primo incontro con i due pesi massimi dell’azienda Arcelor Mittal, e cioè  Lakshmi Mittal e suo figlio Aditya Mittal. Lo scorso 6 novembre l’incontro si concluse in malo modo dopo che i Mittal misero sul tavolo della trattativa delle condizioni pesantissime, a partire dalla richiesta di 5mila esuberi. Il messaggio “diplomatico” che il premier Conte ed i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli che si occupano della “questione Ilva” stanno facendo arrivare  ad Arcelor Mittal è la disponibilità a trattare su un massimo di 3mila esuberi, transitori e non strutturali. L’idea del Governo è quella di sostenere questi lavoratori per un anno, al massimo un anno e mezzo, attraverso la cassa integrazione, per poi farli rientrare in fabbrica a pieno titolo, parallelamente alla ripresa della produzione.

La proposta del Governo Conte ha l’intento di ridimensionare fortemente le richieste dei franco-indiani per tre motivi. Innanzitutto si vuole dimezzare il numero degli esuberi . Argomento  che si riflette sul piano delle relazioni con i sindacati e più in generale sul tema scottante del consenso, che è la natura di questi esuberi: il Governo, pretende che siano transitori. Le parole del segretario generale della Uilm Rocco Palombella, fanno presagire quali saranno le conseguenze nel caso in cui Arcelor Mittal dovesse accettare il ridimensionamento degli esuberi richiesti ma solo in chiave strutturale: “Non firmeremo mai un accordo che prevede esuberi strutturali”.

Le barricate sindacali sono solide e compatte: la Fim-Cisl, la Fiom-Cgil,  e la Uilm hanno deciso di non partecipare all’incontro proposto da Arcelor Mittal a Roma, venerdì, poche ore prima del vertice di Palazzo Chigi per confrontarsi sulle procedure del recesso. Chiara la posizione sindacale:  “È superfluo, perché noi abbiamo chiesto di sospendere quella procedura“. I sindacati vogliono delle risposte chiare e definitive dal Governo Conte sul rilancio di Taranto, e non vogliono discutere sull’eventuale addio del gruppo franco-indiano.

Una ragione importante è che la natura degli esuberi è collegata a un’altra condizione di Mittal, cioè la riduzione degli impegni sulla produzione da 6 milioni a 4 milioni di tonnellate all’anno. Secondo Arcelor Mittal a Taranto si possono produrre al massimo 4 milioni di tonnellate, ed è questo secondo loro il motivo per cui servono 5mila lavoratori in meno degli occupati attuali. Una condizione quella dei Mittal che non ha limiti temporali, basata sul presupposto che la produzione prevista allo stato attuale è di 4 milioni di tonnellate da ora in avanti.

È proprio il problema occupazionale ad accelerare il lavoro di chi prepara il vertice di venerdì in presenze delle tensioni sociali che scuotono le 20 mila famiglie, cioè quelle strettamente interessate e legate al lavoro dei dipendenti diretti dell’ILVA e di quelli dell’indotto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ieri, non a caso  è tornato ad esprimere “vicinanza a Taranto, investita da una grave questione la cui soluzione è prioritaria, di primaria importanza per l’economia e il lavoro dell’Italia”.

La volontà  del governo Conte si inserisce qui nel provare a ribaltare questa previsione, fissando un periodo temporale molto breve , cioè un anno al massimo un anno e mezzo, entro il quale giustificare lo scongelamento degli esuberi proprio in relazione a una produzione di acciaio più consistente. In poche parole il tema degli esuberi si deve interfacciare con le leggi del mercato e degli affari. Una posizione complessa anche a seguito del riposizionamento di Arcelor Mittal a livello mondiale, con nuovi mercati aperti ed altri irrimediabilmente chiusi.

Un altro punto della trattativa  è quello relativo al canone d’affitto della fabbrica: 180 milioni di euro in tutto che Palazzo Chigi è disponibile a scontare ad ArcelorMittal a fronte della salvaguardia degli impianti, compreso, ovviamente, l’altoforno AFO2 per l’utilizzo del quale occorre però il “nulla osta” del  Tribunale di Taranto i cui magistrati stanno valutando una posizione meno rigida e più soft per consentire l’ ammodernamento ambientale dell’ altoforno. Posizione che peraltro era stata tratta in inganno da un discutibile parere del custode giudiziario Barbara Valenzano, che secondo le controparti  di “tecnico” ha ben poco.

Il premier Conte ha rassicurato i rappresentanti dei lavoratori sugli ammortizzatori, ma è disposto anche a rispolverare una vecchia proposta di Carlo Calenda, garantendo ad almeno un paio di migliaia di addetti un percorso di occupazione nella “svolta green” del territorio tarantino e nella futura riconversione a gas proprio dell’acciaieria. La proposta dell’allora ministro dello Sviluppo Economico del Governo Gentiloni era di utilizzare finanziariamente Invitalia (l’agenzia pubblica di attrazione degli investimenti), ma è anche possibile che in questo caso si decida di fare leva su Cassa Depositi e Prestiti (che era peraltro presente nella cordata Acciaiitalia con gli indiani di Jindal) per arruolare aziende partecipate, quali Eni, Fincantieri e Leonardo.

Tra le ipotesi di lavoro anche quella della creazione di una newco con nuove prospettive di business, tali da consentire legittimo un eventuale intervento della Cassa Depositi e Prestiti , in conformità con il suo statuto. Il tutto nel quadro di un piano industriale rivisto. Anche perchè allo stato attuale  lo statuto di Cdp non le consente di poter investire in azienda in perdita e sopratutto considerato che le Fondazioni bancarie al momento sono rigorosamente contrarie ad un intervento.

Ma una trattativa va fatta considerato che anche la controparte a questo punto ha bisogno di sedersi al tavolo per negoziare. L’offensiva giudiziaria “muscolare” delle procure di Milano e Taranto, che insieme ai moniti e al lavoro sotterraneo e silente del capo dello Stato,  ha indotto alla riapertura della trattativa, è proseguita anche ieri. Come noto nelle sedi di Arcelor Mittal a Taranto ed a Milano si è presentata la Guardia di Finanza che ha effettuato perquisizioni e sequestri, e le indagini della magistratura vanno avanti senza soste.

Il problema da risolvere nelle prossime ore è chi dovrà fare il primo passo per un accordo. Conte ha già comunicato informalmente ai Mittal che toccherebbe a loro: “Appena vi rivolgerete al Tribunale di Milano per ritirare la procedura di recesso, noi convocheremo il Consiglio dei ministri per approvare il decreto sullo scudo”. Questo in sintesi il messaggio fatto recapitare da Palazzo Chigi. Ad affiancare a rafforzare il Governo nel chiedere il dietrofront dell’azienda, sono arrivati anche i sindacati, e i commissari di ILVA in amministrazione straordinaria.

La lista dei reati contestati ad Arcelor Mittal cresce di ora in ora e diventa  sempre più pericolosa con l’introduzione dell’omessa dichiarazione dei redditi e l’accertamento della programmazione di una “crisi pilotata”. Una pressione pesante sui Mittal che hanno indotto il gruppo franco-indiano mercoledì a ritornare sui propri passi inizialmente mossi con arroganza, adottando la “saggia” decisione (consigliata dai propri legali) di fermare le operazioni di spegnimento degli altiforni, e di tornare a sedersi al tavolo delle trattative . Durante lo scorso week end, Lucia Morselli, l’amministratore delegato del gruppo, ha incontrato il ministro Gualtieri. Mentre Aditya Mittal ha avuto un faccia a faccia con il ministro Patuanelli. Di qui la decisione dei Mittal, padre e figlio. di tornare a Palazzo Chigi venerdì.

“Un passo alla volta. Intanto è positivo che non si spengano gli altiforni. Siamo stati costretti a difenderci come governo in sede giudiziaria, adesso torniamo al tavolo per far rispettare gli impegni assunti su produzione e ambientalizzazione” sostiene con cauto ottimismo il ministro del Sud Peppe Provenzano (Pd).

L’esito della trattativa al momento è ancora tutto da raccontare, ma si parte da punto fermo . Il premier Conte non vuole assicurare  il ripristino dello scudo, se prima dai Mittal non arriva la garanzia di un’intesa sugli esuberi e sugli altri punti che mantengono ancora distanti le rispettive posizioni . Giovedì è in programma una riunione del Consiglio dei ministri, ma non è previsto al momento  al momento un decreto legge o una norma sull’immunità penale.

Sarà necessario aspettare venerdì e se si arriverà a un’intesa di massima, soltanto allora il premier Conte andrà dai parlamentari grillini dissidenti, quelli che non vogliono lo scudo, per dire loro più o meo questo concetto: “Ci sono tutte le condizioni affinché Mittal resti a Taranto, manca solo lo scudo. Chi si prende la responsabilità di non ripristinarlo?”. Un quesito “pesante” che resta nel cassetto fino a venerdì. Perché se qualcuno del M5S si irrigidisse ancora per lo stop allo scudo, la trattativa con Arcelor Mittal salterebbe definitivamente con tutto quello che ne consegue. E questo è un rischio che il governo non può permettersi. Significherebbe la fine dell’alleanza giallorossa, ed andare alle elezioni.




Dopo l'intervento delle procure sull'ex Ilva, ArcelorMittal sospende il piano di chiusura

ROMAPressata dall’attività immediata messa in atto dalle Procure di Milano e Taranto, che hanno messo in moto i Carabinieri e la Guardia di Finanza, la società ArcelorMittal Italia ha reso noto di aver sospeso il piano di fermata degli impianti dello stabilimento siderurgico di Taranto. L’annuncio è stato reso noto questa sera dall’azienda, nel corso dell” incontro svoltosi in fabbrica con i sindacati metalmeccanici .

Con una una nota ArcelorMittal afferma : “A seguito della recente richiesta dei commissari dell’Ilva al Tribunale di Milano volta all’ottenimento di provvedimenti provvisori relativi all’acciaieria di Taranto, AM InvestCo Italy prende atto e saluta con favore l’odierna decisione del Tribunale di non accogliere la richiesta di emettere un’ordinanza provvisoria senza prima aver sentito tutte le parti. L’udienza in Tribunale è fissata per il 27 novembre”.

“AM InvestCo  seguirà l’invito del Tribunale a interrompere l’implementazione dell’ordinata e graduale sospensione delle operazioni in attesa della decisione del Tribunale. Tale processo – conclude la nota di Arcelor Mittal Italiaè in linea con le migliori pratiche internazionali e non recherebbe alcun danno agli impianti e non comprometterebbe la loro futura operatività“.

“Non spegnere gli altiforni della ex Ilva fino alla definizione della causa civile”. È stato questo l’invito fatto questa mattina ad ArcelorMittal dal Tribunale di Milano, tramite una nota ufficiale del presidente del Tribunale, Roberto Bichi. Fonti del Palazzo di Giustizia milanese spiegano che poiché la prima udienza è il 27 novembre, non essendoci un provvedimento diretto alle parti , quello di Bichi è stato solo un “invito” importante alle parti,  visto che arriva da chi dovrà esprimersi sul ricorso d’urgenza promosso dalla ex Ilva nei confronti della multinazionale. Arcelor Mittal aveva presentato nei giorni scorsi  ai sindacati, ai ministeri competenti ed alle istituzioni locali un programma di chiusure scadenzate del siderurgico di Taranto che prevedeva che l’altoforno AFO2 sia fermato il 13 dicembre, l’altoforno AFO4 a fine dicembre e l’altoforno AFO1 a metà gennaio.

“Mittal ha i prossimi minuti, le prossime ore e i prossimi giorni ma noi non possiamo aspettare troppo, l’azienda deve chiarire quali sono le sue reali intenzioni“ha detto il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ospite di Sky Start. “il ricatto che non accettiamo non è generico perché riguarda l’occupazione. Noi per settimane – ha aggiunto – abbiamo discusso dello scudo, ma io ero seduto al tavolo quando il presidente Conte ha detto “se il problema e’ lo scudo lo rimettiamo in cinque minuti” e loro hanno risposto “malgrado lo scudo abbiamo 5mila esuberi’.

“Questi signori hanno sulla coscienza presente e futuro dell’Ilva che è Taranto, Genova, Novi Ligure che rappresenta migliaia di imprese e artigiani. Incoscienti, pazzi incoscienti coloro che al governo rischiano di far scappare le imprese che hanno investito in Italia. Prima di stracciare i contratti uno dovrebbe avere l’idea di che cosa fare per l’Italia”  afferma il leader della Lega Matteo Salvini su Facebook. “Forse pensavano di mettere a Taranto un parco giochi? ” prosegue  Salvini che aggiunge “Il governo sta facendo scappare le imprese italiane e straniere. E’ un governo tasse, sbarchi e manette ma l’Italia a furia di queste cose rischia di andare a fondo e noi cercheremo di impedirlo con ogni mezzo democraticamente permesso. Alla guida c’è gente che non sa guidare una bici e vuole salvare il Paese. Questi vogliono solo salvare la poltrona di un governo che ha perso credibilità”.

Questa mattina i pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, titolari del fascicolo di indagine della Procura di Milano, coordinato dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, hanno ascoltato alcune persone informate sui fatti. Dopo le audizioni dei primi testimoni, i magistrati potrebbero definire le ipotesi di reato da contestate nel fascicolo di indagine inizialmente avviato a “modello 45”, vale a dire al momento senza ipotesi di reato né indagati.Il ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha commentato la decisione: “Voglio ringraziare la magistratura per il lavoro che sta svolgendo e per aver acceso un faro sulla gestione dell’ex Ilva.

Anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha parlato della vicenda dello scudo penale ed assicura: “Se si definisce un accordo con Mittal nel quadro di questo accordo ci sarà anche la componente dello scudo penale. Io penso che debba essere fatto ma in un quadro complesso”. Gualtieri ha anche smentito l’ipotesi di un prestito ponte ventilata dai giornali a seguito delle dichiarazioni del ministro Boccia.  “Ilva non chiuderà. Occorre una soluzione industriale perché l’Italia ha bisogno di un’acciaieria. Auspico una ripresa del negoziato. Questo  – ha detto – è un momento delicato. Da Arcelor Mittal è arrivato un primo segnale positivo anche se legato alla vicenda processuale”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale nel tardo pomeriggio di oggi i Segretari generali della CGIL, Maurizio Landini, della CISL, Annamaria Furlan, e della UIL, Carmelo Barbagallo. Per il presidente della Repubblica Mattarella l’”ILVA è un grande problema nazionale che va risolto con tutto l’impegno e la determinazione, non solo per le implicazioni importantissime sul piano occupazionale ma anche  per quanto riguarda il sistema industriale italiano” come ha detto ai sindacati ricevuti questa sera al Quirinale .

Il Capo dello Stato non è entrato in nessun modo sul come risolvere la crisi, dato che spetta al Governo ed al premier Conte. La richiesta di incontro è venuta dalle sigle sindacali che hanno chiesto di incontrare il presidente e Mattarella, nel corso dell’incontro, avrebbe soprattutto ascoltato, secondo quanto trapela dal Quirinale.

“Mentre eravamo all’incontro al Quirinale ci è giunta la notizia, data dall’azienda ai delegati, che è stata sospesa la procedura di spegnimento. Questo sicuramente è un primo risultato importante, ma ora non c’è tempo da perdere” dice il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, al termine dell’incontro al Quirinale con il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per parlare della crisi dell’ex Ilva. “Ora serve che Ilva si segga al tavolo con il governo per discutere al tavolo come si applica l’accordo che è stato firmato” precisa il segretario Cgil.

“Riteniamo che questa comunicazione sia un primo passo importante per poter avviare un confronto serio e impegnativo per scongiurare un disastro ambientale, occupazionale e industriale”. ha commentato Rocco Palombella, Segretario Generale Uilm . “Come abbiamo richiesto oggi insieme alle altre organizzazioni sindacali  ora si deve aprire un tavolo tra sindacati, azienda e governo per risolvere questa situazione che riguarda 20mila lavoratori, partendo dall’accordo del 6 settembre 2018”.
“Continueremo a svolgere le nostre azioni, coinvolgendo tutte le istituzioni italiane, affinché questo spiraglio possa portare a una rapida risoluzione che garantisca risanamento ambientale, tutela dei livelli occupazionale e continuità industriale” ha concluso Palombella.

In serata è stato reso noto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontrerà  venerdì 22 alle 18.30 a Palazzo Chigi insieme al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli,  i vertici di Arcelor Mittal .




Ex-Ilva, magistratura in campo. Arcelor Mittal Italia inizia a preoccuparsi

ROMA –  Le aziende dell’indotto-appalto siderurgico di ArcelorMittal Italia (ex Ilva), sono attualmente in presidio davanti alla portineria C dello stabilimento di Taranto con i propri mezzi e dipendenti e mezzi. Confindustria Taranto precisa che “non si tratta un blocco, ma di un presidio per protestare per i mancati pagamenti di ArcelorMittal Italia alle stesse imprese ed a rivendicare la continuità produttiva e occupazionale della fabbrica“.

 

Non vogliamo accelerare lo spegnimento della fabbrica – aggiunge Antonio Marinaro presidente di Confindustria Tarantonon vogliamo assestare l’ultimo colpo ad una fabbrica già in declino. Confindustria Taranto ritiene che, pur dando un segnale di protesta, pur dichiarando tutta la sua insofferenza per il mancato pagamento, non debba tuttavia venire meno, anche in una situazione estrema, la responsabilità”. Secondo le imprese, Arcelor Mittal Italia deve saldare 50 milioni di fatture ai propri fornitori, dei quali circa 10-12 sono relativi a fatture già scadute per prestazioni effettuate mentre il resto è in scadenza.

Il presidente di Confindustria Taranto aggiunge: “I cantieri edili delle imprese nell’ex Ilva saranno fermi da oggi 18 novembre. Poiché questi operano sugli investimenti, se il committente non paga e il cantiere, il progetto, si fermano, non succede nulla di grave. Non si pregiudica nulla. Assicureremo invece le manutenzioni e tutti i lavori correnti quelle attività che servono a tenere in marcia gli impianti perché noi, come imprenditori, non possiamo contribuire allo spegnimento” dice Marinaro.

Lucia Morselli, Ad di Arcelor Mittal Italia

La protesta delle imprese tarantine vuole mettere in evidenza che, nonostante per tre volte, negli ultimi giorni , Lucia Morselli l’ amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia,  avesse garantito che le imprese sarebbero state pagate pagate, nulla in realtà è stato fatto, e le linee telefoniche riservate alle informazioni per i fornitori risultano mute squillando a vuoto senza che nessuno risponda. Secondo fonti confidenziali di Arcelor Mittal non si tratterebbe di un blocco dei pagamenti ma solo di ritardi conseguenti alla sostituzione del personale preposto alla parte amministrativa e contabile. resta da capire per quale motivo si sostituisca il personale, allorquando si dichiara  di voler lasciare lo stabilimento.

Le reazioni dello Stato

Questa mattina nello stabilimento di Taranto hanno avuto accesso un nucleo di ispettori dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dell’Inail e dell’Inps. La Procura di Taranto dopo aver avviato l’inchiesta contro ignoti, prefigurando l’ipotesi di reato di distruzione di materie prime e prodotti industriali, nonché di mezzi di produzione con danni all’economia nazionale (articolo 499 del Codice penale), ha già disposto le prime ispezioni all’interno del siderurgico.

“È una cosa seria, ci stiamo già attivando” è il commento il procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo, poco dopo aver ricevuto, insieme al procuratore aggiunto, Maurizio Carbone, i commissari dell’amministrazione straordinaria Ilva, Ardito, Danovi e Lupo, che gli hanno presentato e depositato  un esposto-denuncia che indicano comportamenti lesivi dell’economia nazionale da parte di ArcelorMittal,

Nell’esposto si sostiene infatti che il gruppo dell’acciaio con quartier generale in Lussemburgo abbia già messo in atto un processo di abbassamento della produzione degli impianti e di riduzione del loro calore. Un processo industriale che comporterebbe un grave danno agli altiforni, rendendo difficile da utilizzare la fabbrica in futuro, in quanto le eventuali conseguenti procedure di adeguamento sarebbero lunghe e, soprattutto, molto costose. Un danno che si rifletterebbe anche sull’economia italiana, visto che lo stabilimento di Taranto è strategico dal punto di vista industriale.

I riflettori investigativi che la Procura di Taranto ha acceso riguarda infatti il magazzino dell’ex Ilva, ipotizzando anche il reato di “appropriazione indebita“. Probabilmente, i primi ad essere convocati saranno i dirigenti del gruppo franco-indiano, a partire dall’ amministratore delegato  Lucia Morselli, convocazione che potrebbe arrivare dopo la disposta acquisizione della documentazione in azienda. Successivamente i magistrati e gli investigatori passeranno a sentire i dirigenti ed i dipendenti del polo siderurgico.

Ilva in amministrazione straordinaria infatti ha ceduto un anno fa, esattamente il 30 ottobre 2018,  ad ArcelorMittal Italia un magazzino di materie prime del valore di 500 milioni di euro ed il magazino di pezzi di ricambio per un valore di  circa 100 milioni. Dopo gli ultimi comportamenti di Arcelor Mittal, si  vuole accertare se non vi sia stato un impoverimento preordinato da parte dell’affittuario, con il chiaro obiettivo di indebolire l’azienda e quindi abbandonarla.

Sempre sulla decisione di ArcelorMittal di restituire allo Stato lo stabilimento di Taranto e lasciare l’ Italia, la Procura di Milano indaga nel fascicolo esplorativo aperto alcuni giorni fa, ancora formalmente a carico di ignoti e senza ipotesi di reato, anche su eventuali illeciti tributari e su presunti reati pre-fallimentari, con un focus sul mancato pagamento dei creditori dell’indotto. Filoni questi che si aggiungono a verifiche su presunte appropriazioni indebite di materiale relativo al magazzino di materie prime, su false comunicazioni societarie e al mercato. Il procuratore capo della procura milanese Francesco Greco , a lungo in passato a capo del pool che si occupa dei reati finanziari e societari della Procura di Milano, ha incontrato anche i commissari dell’Ilva e dopodichè vi sono state negli uffici della Procura delle riunioni tra i magistrati e gli investigatori della Guardia di Finanza.

Questa mattina, a Milano, l’aggiunto Maurizio Romanelli e i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici si sono incontrati per mettere a punto l’atto della loro costituzione nella causa civile con cui Arcelor Mittal chiede di rescindere il contratto di affitto dell’ex stabilimento, mentre i commissari, con il loro ricorso cautelare, cercano di fermarli per preservare l’azienda.

Il giudice Claudio Marangoni, presidente della sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale di Milano che ha fissato per il prossimo 27 novembre l’udienza sul ricorso cautelare dei commissari ex Ilva, ha diffidato ArcelorMittal Italia a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti» dello stabilimento siderurgico”. Lo si legge in una nota firmata e diffusa dal presidente del Tribunale di Milanotenuto conto – continua il comunicato – della non adozione di provvedimenti ‘inaudita altera parte”, cioè  del fatto che le decisioni arriveranno solo dopo la discussione in udienza e non ‘de planò, si invitalo “le parti resistenti”, cioè  ArcelorMittal, “in un quadro di leale collaborazione con l’Autorità Giudiziaria e per il tempo ritenuto necessario allo sviluppo del contraddittorio tra le parti, a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti, eventualmente differendo lo sviluppo delle operazioni già autonomamente prefigurate per il limitato tempo necessario allo sviluppo del presente procedimento”.

IL RICORSO D’URGENZA DEI COMMISSARI ILVA IN A.S. AL TRIBUNALE DI MILANO

ricorso Commissari_ILVA

I sopralluoghi negli stabilimenti ex-Ilva. Ai sopralluoghi con i commissari parteciperanno anche i Carabinieri del Noe, i quali dovranno verificare l’eventuale presenza di pericolo di danni all’ambiente, legati principalmente alla decisione di Arcelor Mittal di spegnare gradualmente gli altiforni, iniziativa questa che, oltre a deteriorare gli impianti, potrebbe provocare anche nuove emissioni inquinanti. Per quantificare un possibile impatto ambientale non è escluso che nei prossimi giorni le procure possano nominare un consulente tecnico per effettuare ulteriori accertamenti. Mentre i Carabinieri del Nil, la sezione dell’ Arma che si occupa di illegalità in ambito occupazionale-lavorativo, i quali dovranno acquisire e controllare i contratti con i dipendenti: infatti vi è sospetto è che, anche in questo caso, vi potrebbero essere delle irregolarità poste in essere dal gruppo franco-indiano..

Il governo nel frattempo comincia comunque ad attrezzarsi in caso si confermasse il disimpegno di ArcelorMittal Italia “Dovesse accadere, ha chiarito il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia a “Circo Massimo”, su Radio Capitalscatterà “l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte” (cioè come fece quattro anni fa il Governo Renzi) da parte dello Stato, e quindi con l’incarico a dei commissari, in modo da riportare l’azienda sul mercato entro un paio d’anni.

Il ministro Boccia ha aggiunto cheMittal ha posto un ricatto occupazionale inaccettabile, che il governo ha già respinto. E dunque deve assumersi le proprie responsabilità e rispettare le leggi della Repubblica italiana. Alternativa non c’è. Solo una volta stabilita l’amministrazione straordinaria si deciderà se ci sono altre aziende dello Stato che possono entrare nella cordata. Io – ha concluso Bocciapenso che abbia assolutamente fondamento la possibilità che entrino altre aziende, tra cui Cdp, ma è un tema che si porranno i commissari”.

Questa mattina  si è riunito il consiglio di fabbrica di Fim, Fiom e Uilm per affrontare la difficile fase che attraversa il sito produttivo di Taranto con il conseguente rischio di disastro occupazionale e ambientale. Una situazione che rischia di implodere soprattutto in assenza di risposte chiare da parte di due attori principali quali ArcelorMittal e il Governo. Secondo i sindacati “Bisogna, pertanto, dare risposte certe e immediate a lavoratori e cittadini, ognuno in base alle proprie responsabilità, per garantire il futuro ambientale, occupazionale e produttivo di Taranto”.

Il Consiglio di Fabbrica, a seguito di una ampia discussione, ha deciso quanto segue: – Rispetto dell’accordo ministeriale del 6 settembre 2018; – Sospensione immediata delle procedura ex. art.47 da parte della multinazionale per porre definitivamente fine al caos generato che rischia di far implodere lavoratori e cittadinanza; – Garanzie della continuità produttiva con sospensione immediata della procedura del piano di fermata; – Appalto: in attesa dell’incontro con Confindustria si richiede l’immediata sospensione delle procedure di cassa integrazione e di provvedere a regolare pagamento delle retribuzioni dei lavoratori; – Programma di assemblee con i lavoratori Arcelor Mittal  e appalto. In caso di mancate risposte da parte di Arcelor Mittal e Governo, così come nei gironi scorsi, si programmerà una mobilitazione di gruppo a Roma per impedire il disastro sociale e ambientale irreversibile di un territorio già fortemente provato.

Questa sera i sindacati saranno ricevuti al Quirinale. I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil  stasera alle 19.30 saliranno al Quirinale dove saranno ricevuti dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per affrontare la questione dell’ex Ilvae in generale delle crisi industriali. 

 




"Fuga Arcelor Mittal". Indotto di Taranto in ginocchio: seimila posti di lavoro a rischio occupazione

ROMA – Il centinaio di imprenditori dell’indotto-appalto siderurgico ArcelorMittal  partiti con due pullman da Taranto  per incontrare giovedì pomeriggio il ministro Stefano Patuanelli, esponendo i loro cartelli di protesta davanti al Mise, hanno voluto evidenziare con i numeri il dramma che stanno vivendo 6.000 dipendenti, 150 imprese del territorio che tra fornitori e subfornitori,  i quali vantano  crediti per 200 milioni di euro.  Crediti che però vanno differenziati fra l’ ILVA (dalla gestione commissariale all’amministrazione straordinaria ), equivalenti  a 150 milioni di euro ed i 50 milioni di competenza alla gestione ArcelorMittal a cui sono stati fatturate prestazioni, forniture e servizi.

 

Una protesta che ha visto la presenza di numerosi sindaci dei comuni interessati della provincia di Taranto, fra i quali spiccavano le imbarazzanti assenza al tavolo ministeriale del Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci e del presidente della Provincia, Giovanni Gugliotti. Cosa avranno avuto di più importante da fare, di non occuparsi della questione ILVA ?

Confindustria Taranto analizzando i crediti vantati per 50 milioni,  dalle imprese associate con i settori edilizia, metalmeccanica e servizi  maggiormente colpiti. rende noto che il credito maggiore è di un’azienda per 6 milioni, seguono due imprese che avanzano, rispettivamente, 4,5 e 4,3 milioni di euro, mentre un terzo delle imprese è nella fascia di crediti vantati tra gli 800mila euro ed i 2 milioni di euro.  Conseguenza di questa situazione le richiesta di avviamento delle procedura della cassa integrazione avanzate già da  5 aziende per un totale di quasi 300 dipendenti, e nella sospensione o ritardo degli stipendi di ottobre !

 

Confindustria Taranto raccogliendo le segnalazioni degli associati, ha scritto ai sindacati informandoli che esiste “il rischio che la crisi di liquidità conseguente ai mancati pagamenti di ArcelorMittal possa determinare l’impossibilità e/o il ritardo nel pagamento delle retribuzioni già a decorrere da novembre“. Al momento tra cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, risultano attuale allo stato le richieste della società Enetec ( Giove) per 50 dipendenti , che è stata la prima società a presentarla, la FC per una trentina di dipendenti, la Iris (Franzoso) di Torricella per 150 dipendenti , la Somin per 25,  Allestimenti elettrici Martucci per 38. Un elenco di società in crisi di liquidità che  potrebbe anche crescere. E pensare che appena due mesi fa ArcelorMittal aveva reso noto di aver rinnovato contratti per 200 milioni verso società fornitrici dell’ indotto-appalto . La assoluta necessità  delle imprese questo momento è però quella di incassare i crediti maturati per non affondare ed essere costretti a portare i libri sociali in Tribunale e chiudere.

Il ministro Patuanelli, l’ AD ArcelorMittal Morselli ed il premier Conte: controparti o alleati ?

Insieme alle aziende che lavorano nell’ex Ilva, vi sono anche i subfornitori primari. Società che forniscono ad Arcelor Mittal tutto quanto serve per l’attività industriale nello stabilimento. Il quadro è desolante se non preoccupante: “L’amministratore delegato di ArcelorMittal, Lucia Morselli, ha detto mercoledì al presidente Emiliano e giovedì ai sindacati che le fatture sarebbero state pagate. A oggi, non abbiamo visto nulla, nemmeno un cenno, una comunicazione, a parte il fatto che Morselli ha dato quest’annuncio alla Regione Puglia e alle sigle metalmeccaniche ma non a noi, direttamente interessati. Abbiamo mandato una seconda richiesta di incontro all’ad Morselli ed aspettiamo che ci risponda“.

 

 

Le riunioni negli uffici della sede di Confindustria in via Dario Lupo a Taranto, sul problema “crediti da riscuotere”,  sono quotidiane e spesso ininterrotte. La protesta di giorno in giorno potrebbe assumere anche risvolti problematici per la sicurezza e l’ordine pubblico. Ieri si svolta una riunione tra le imprese e gli autotrasportatori che oggi si riuniranno. Allo studio  la decisione di rifare un blocco con i Tir ed i mezzi pesanti davanti alle portinerie del siderurgico come avvenne nel 2015.

Vladimiro Pulpo, a capo degli autotrasportatori racconta: “Lo ricordo ancora, durò 42 giorni , e parla uno che di blocchi all’Ilva ne ha fatti sinora 8” . Gli automezzi mezzi nel 2015 bloccarono di fatto  l’accesso alla portineria C dello stabilimento di Taranto. “In  fabbrica  ci sono anche altri due varchi per il transito dei mezzi – continua Pulpoed all’occorrenza altre portinerie possono essere usate smontando i guardrail. Nel 2015 organizzammo i presidi h24 perché non puoi lasciare solo i camion e andartene. Non facemmo entrare ed uscire nulla“. E tutto ciò potrebbe avvenire nuovamente nei prossimi giorni .

Sullo stabilimento siderurgico di Taranto è intervenuto il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia che ha rivolto un appello al Governo .”Bisogna rimettere immediatamente lo scudo penale, perché senza quello non c’è commissario né privato che venga a firmare alcunché“.  Secondo Boccia, senza scudo nessuno investirebbe nel Paese con il rischio “di essere arrestato“. “Il governo rimetta lo scudo, convochi l’azienda e apra un confronto serrato a tutto campo nella salvaguardia dell’azienda e dell’occupazione”, dice il presidente della Confederazione generale dell’industria italiana. E mette in guardia: “Sull’Ilva occorre una grande operazione di realismo e di buonsenso. I tempi sono stretti”.




E' ancora "Stato contro lo Stato": la Procura della Repubblica di Milano apre un fascicolo sulla vicenda Arcelor Mittal-ex Ilva. Le ombre sui rapporti Morselli-Di Maio

il procuratore capo di Milano Francesco Greco

di Antonello de Gennaro

Con un comunicato stampa  il procuratore capo della Repubblica Francesco Greco ha reso noto questa mattina che la Procura della Repubblica di Milano ravvisando un preminente interesse pubblico relativo alla difesa dei livelli occupazionali, alle necessità economico-produttive del Paese, agli obblighi del processo di risanamento ambientale” ha aperto un fascicolo esplorativo (modello 45) per verificare “l’eventuale sussistenza di ipotesi di reato” sul caso Arcelor Mittal-ex Ilva.

La Procura di Milano, ha deciso di esercitare il “diritto-dovere di intervento” previsto dal codice di procedura civilenella causa di rescissione del contratto di affitto d’azienda promosso dalla società Arcelor Mittal Italia contro l’ Amministrazione Straordinaria dell’Ilva.

Incredibilmente a Taranto i magistrati di Taranto sono il convitato obbligatorio ad ogni tavolo tecnico e politico sull’ ex Ilva. Non è un caso che buona parte della lettera con la quale ArcelorMittal ha annunciato il proprio abbandono dello stabilimento di Taranto, riguarda proprio aspetti giudiziari. A partire dallo “scudo penale” istituito dal Governo Renzi (è bene ricordarlo) per tutelare i commissari Carruba, Gnudi e Laghi dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria, garanzia che durante la gara pubblica internazionale era stato estesa dal Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Carlo Calenda (Governo Gentiloni) all’aggiudicatario, quindi Arcelor Mittal, salvo poi venire revocato dal ministro Di Maio, per arrivare poi all’ ordine di spegnimento dell’ altoforno AFO2  disposto da parte del Tribunale se i lavori di adeguamento non saranno terminati entro il 13 dicembre (e già si sa che è impossibile) e tutto ciò a causa delle mancante ottemperanze alle prescrizioni da parte dei commissari Carruba-Gnudi e Laghi dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria (cioè lo Stato) che disponeva dei 1.083 milioni di euro, per la precisione, sequestrati dalla Fiamme Gialle in Svizzera. Il “tesoretto” della famiglia Riva, era stato scovato nel 2013 dai magistrati milanesi in Svizzera e disponibili da giugno 2017, è stato vincolato dal Tribunale di Milano al risanamento ambientale (decontaminazione e bonifica) dell’area Ilva di Taranto.

Abbiamo provato a contattare telefonicamente uno dei tre commissari dell’ ILVA in A.S. nominato dal Governo Renzi, e cioè l’ avvocato romano Claudio Carruba il quale si è dichiarato indisponibile a rispondere alle nostre domande giornalistiche per meglio chiarire ai lettori, ai contribuenti ed ai cittadini (sopratutto quelli di Taranto) come mai insieme ai colleghi Gnudi e Laghi non abbiano rispettato le prescrizioni giudiziarie sul risanamento di AFO2. Vedere qualcuno pagato profumatamente dai soldi pubblici che si rifiuta di rispondere a delle legittime domande, prefigura più di qualche legittimo dubbio…

Dal 1° giugno scorso Carruba, Gnudi e Laghi hanno lasciato il posto ai loro successori nominati dal ministro Di Maio: i pugliesi Francesco Ardito (commercialista e dirigente di Acquedotto Pugliese) e Antonio Lupo (avvocato amministrativista di Grottaglie ed attivista del M5S) ed il lombardo Antonio Cattaneo (partner di Deloitte). ma proprio quest’ultimo, prima ancora di insediarsi con grande etica professionale e correttezza legale ha deciso di rinunciare all’incarico per evitare un conflitto d’interesse, infatti  tra gli “audit client” di Deloitte vi è una società che controlla una controparte di ArcelorMittal, diventata locataria-proprietaria di ILVA. I tre commissari uscenti “ufficialmente”si sono dimessi dopo aver portato a termine il passaggio ad ArcelorMittal, conclusosi il 1° novembre 2018. Ma in realtà il cambio della guardia è stato deciso dal ministro Luigi Di Maio e del suo staff di gabinetto al MISE, che ha voluto iniziare quella che lo stesso vicepremier chiamava la “Fase 2 di Taranto” e dell’acciaieria. Che è inizia già zoppa: con un commissario in meno, e sopratutto a causa del 20% dei consensi del M5S persi in un anno a Taranto (dalle Politiche 2018 alle Europee 2019).

Tornando ai numeri: in cassa dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria , del “tesoretto” sequestrato e successivamente confiscato ai Riva sarebbero rimasti circa 450 milioni di euro , che non stati nè assegnati nè tantomeno né spesi. Soldi questi avrebbero dovuti essere destinati ad altri interventi di bonifica dell’area Ilva, che sono attualmente sotto sequestro, come quelle delle discariche adiacenti alla gravina Leucaspide, alla Cava Mater Gratiae e quella delle collinette che separano l’acciaieria dal quartiere Tamburi.

Collinette ecologiche che avrebbero dovuto tutelare il quartiere di Taranto adiacente allo stabilimento siderurgico dell’ ex-Ilva dall’inquinamento dell’acciaieria ed invece si erano trasformate in altre discariche, inquinate a tal punto che i ragazzi che frequentavano le adiacenti scuole “De Carolis” e “Deledda” nell’ultimo anno scolastico sono stati costretti a dover frequentare le lezioni nelle aule di altri istituti scolastici di Taranto. Per fortuna sulle collinette c’è stato l’intervento del procuratore capo di Taranto Capristo ed i lavori sono stati effettuati e portati a termine

Un vero e proprio paradosso  considerato che si trattava di due scuole (sulle 5 totali) che erano state rimesse a norma nel 2016, con un’altra bonifica costata 9 milioni di euro,  dell’area Sin (Sito di interesse nazionale) di cui è commissario dal 2014 Vera Corbelli. Partendo dal presupposto che per le aree sequestrate ogni intervento di fatto andrò valutato e deciso di concerto con l’Autorità Giudiziaria di Taranto (che non ha molte competenze in materia industriale) con i 450 milioni restanti, con i quali al momento i nuovi commissari nominati da Di Maio, di fatto, potranno fare ben poco. E’ forte il dubbio ed il timore a questo punto che adesso questi fondi stano stati impiegati o addirittura dirottati altrove, nonostante una norma legale li vincoli al risanamento ambientale di Taranto. Va ricordato che per superare la  legge 123 dell’agosto 2017,  bisognerebbe farne un’altra, operazione fattibile dal Governo con un decreto.

Lo spegnimento  conseguente spegnimento di AFO2 comporta conseguentemente anche quello degli altiforni AFO1 e AFO4 in quanto “ragionevolmente andrebbero estese le stesse prescrizioni», fino al parziale sequestro del molo 4 per lo scarico di materiali grezzi disposto dalla Procura di Taranto a seguito di un incidente causato da avverse condizioni meteo, per il quale non sono state ancora accertate responsabilità penali. È facile capire, quindi, le ragioni per cui il premier Giuseppe Conte nella sua “missione” personale a Taranto abbia voluto parlare direttamente e riservatamente con il Procuratore Capo di Taranto Carlo Maria Capristo.

A questo punto solo un incontro tra il premier Conte e la proprietà Mittal potrebbe dirimere il duro braccio di ferro, che al momento sembra aver preso la vita esclusiva della strada giudiziaria. Il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli a margine dell’inaugurazione dell’elettrodotto Terna tra Italia e Montenegro ha reso noto che “l’azienda ha vietato le ispezioni ai commissari, credo sia un fatto gravissimo che dovrà avere una adeguata risposta”.

Sono ore decisive per l’ex Ilva di Taranto. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato per il pomeriggio di oggi alle 15:30  l’ azienda ed i sindacati nel tentativo di aprire un canale di confronto istituzionale con un’azienda. Ci saranno l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, e i leader sindacali di Fim, Fiom e Uilm. Ma con la posizione “grillina” di opposizione ad oltranza per chiari ed evidenti motivi politici-elettorali è pressochè inutile sperare in una mediazione “politica” in sede ministeriale. Oggetto ufficiale dell’incontro in realtà è la procedura ex articolo 47 di retrocessione dei rami d’azienda ai commissari.

 

In questo periodo di grande confusione politica, occupazionale ed industriale,  sono emerse dietro le quinte nelle scorse settimane  non poche variabili sospette. Dopo la firma del contratto, che prevedeva delle prescrizioni ambientali ed un crono-progamma ben preciso,  il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa (M5S) un “fedelissimo” di Di Maio, ancor prima dell’ Arma (Costa è un generale dei carabinieri Forestali) ha infatti deciso recentemente di modificare le prescrizioni anti-inquinamento per l’acciaieria ArcelorMittal Italia, firmando un nuovo decreto per riesaminare l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il ministro Costa  si è limitato a rendere noto la scorsa estate che “si procederà eventualmente fissando più adeguate condizioni di esercizio“.

Un comportamento fuori dalle norme contrattuali che non è piaciuto molto ad ArcelorMittal. “Abbiamo preso un impegno — aveva dichiarato l’ Ad Matthieu Jehl  prima di essere sostituito dalla Morsellie fatto un contratto con Ilva con un certo quadro di leggi. Dobbiamo andare avanti con la certezza che questo quadro c’è“. Un quadro, però, modificato anche ArcelorMittal, il gruppo guidato dalla famiglia indiana Mittal, che, dopo poco meno di dieci mesi dall’accordo ha deciso per lo stabilimento di Taranto di dar via alla cassa integrazione. A causa della crisi di mercato.

Ed adesso la famiglia Mittal aveva chiesto al Governo nell’incontro avuto dalla a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte di tagliare addirittura un totale di 5.000 dipendenti attualmente a libro paga (invece dei 1.400 inizialmente previsti ed autorizzati)  il personale alle proprie dipendenze, dimezzando quello previsto in sede di gara e di stipula contrattuale. Una vicenda che soltanto una seria auspicata inchiesta della magistratura milanese e tarantina potrà chiarire fino in fondo. E non un caso che proprio la Procura Milano sia immediatamente partita

Il ruolo imbarazzante di Lucia Morselli ed il M5S

Ma abbiamo scoperto qualcosa di molto imbarazzante sul ruolo di Lucia Morselli, da qualche settimana diventata presidente-amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia, con il chiaro intento di abbandonare l’investimento della multinazionale franco-indiana in Italia ed in particolare a Taranto. Era il 24 agosto 2018, come scriveva il collega Francesco Pacifico sul quotidiano online Lettera 43 che raccontava che Lucia Morselli  “con chiunque parlasse – e sono pochi, selezionati e potenti amici – ripete da giorni: «Ci riprendiamo l’Ilva“.

L’anno scorso la cordata AcciaItalia guidata dagli indiani di Jindal, con la presenza e partecipazione italiana della Cassa depositi e prestiti, del Gruppo Arvedi di Cremona e la Delphin Holding S.à.r.l., società finanziaria con sede a Lussemburgo, amministrata da Romolo Bardin, della quale Leonardo Del Vecchio possiede a suo nome il 25% , ed alla sua morte passerà alla moglie Nicoletta Zampillo; mentre il restante 75% è diviso equamente tra i suoi sei figli (12,5% a testa),  “cordata” della della quale la Morselli era la “pivot” e perse contro Arcerlor Mittal nell’asta per conquistare il gruppo italiano.

 

“La manager sessantaduenne è convinta scriveva Lettera 43 sia che la partita si possa ribaltare, sia che la vecchia cordata possa riscendere in campo (almeno in parte: al momento ci sarebbe il sì soltanto di Jvc e Cdp). E questa assicurazione l’avrebbe data anche al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, del quale la Morselli sarebbe un’importante “consigliere” sul dossier Ilva. Pare che il Movimento Cinque Stelle si sia informato anche con lei se era il caso di chiedere l’intervento prima dell’Anac e poi dell’Avvocatura dello Stato”. Il quotidiano milanese solitamente bene informato aggiungeva che ” Dopo aver deciso di non rendere noto il parere dell’Avvocatura, Di Maio ha fatto sapere nelle ultime ore davanti alle telecamere di Agorà (RAI ) che «la questione dell’annullamento della gara non è finita. Per annullarla non basta che ci sia l’illegittimità, ci vuole anche un altro semaforo che si deve accendere, quello dell’interesse pubblico, e lo stiamo ancora verificando». Soprattutto non ha escluso che possa esserci un altro compratore. E qui entra in scena Lucia Morselli

La manager che Letizia Moratti volle alla guida di Stream in questi giorni starebbe tirando le fila per rimettere in piedi AcciaItalia. – concludeva Lettera43 Gli analisti del settore sono molto scettici su questa ipotesi, ma gli indiani di Jindal – conclusa l’acquisizione dell’ex Lucchini a Piombino – potrebbero tornare nella partita anche soltanto per dare un colpo allo storico concorrente Mittal. Inutile dire che la nuova Cdp dell’era sovranista non si farebbe grandi scrupoli a prendere una quota dell’acciaieria. Non ha velleità di tornare in partita, invece, Giovanni Arvedi, anche Leonardo Del Vecchio – che in passato ha polemizzato non poco con l’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda – non sarebbe interessato”. Francesco Pacifico, su Lettera 43, infatti, accreditava l’ipotesi, sia pure usando il condizionale, che la Morselli sia un consigliere del ministro Di Maio nel dossier ILVA.

 

“Il ministro Luigi Di Maio smentisca, nella vicenda ILVA di Taranto, qualsiasi coinvolgimento di cordate fantasma.”

Tutto ciò era ben noto anche ai sindacati, infatti a seguito di quell’articolo arrivò la richiesta di chiarimenti dal segretario nazionale della FIM-CISL Marco Bentivogli attraverso una nota in cui qualche giorno spiega:”apprendiamo da LETTERA 43 dell’attivismo dell’ex amministratore delegato di Acciai Speciali Terni, Lucia Morselli, un anno fa nominata in quota Cassa Depositi e Prestiti amministratore delegato di Acciai Italia.La cordata con Jindal, Arvedi e Delphin che ha perso, nel giugno 2017, la gara di acquisizione dell’Ilva di Taranto. Non sappiamo quale sia la casacca di queste ultime ore della Morselli, CDP? Fondo Elliott? Consulente del governo? Ci auguriamo che il ministro Di Maio smentisca questa collaborazione.

Marco Bentivogli FIM Cisl

“Ricordiamo  che di Jindal allora in una offerta di 1,2 miliardi metteva solo 3/400 milioni a differenza di 1,8 miliardi di Arcelor-Mittal” sottolineava Bentivogli . “Il resto era a carico di Arvedi, Delphin e Cassa Depositi e Prestiti. Non sappiamo che intenzioni abbia Jindal – aggiunge il segretario della FIM-CISL – ma, gareggiare perché un Fondo finanziario come Elliott prenda gli asset siderurgici italiani è inaccettabile. Trapela in queste ore, infatti, l’interesse del Fondo finanziario per il sito di Terni di Thyssenkrupp. E la Cassa Depositi e Prestitisi domandava  Bentivogli – dovrebbe favorire l’ingresso di un Fondo finanziario americano in una cordata dalla quale si sono defilati gli unici italiani, Luxottica e Arvedi?

Allora concludeva Bentivogli,ricordiamo i 36 giorni di sciopero che furono necessari per riportare l’amministratore delegato di Acciai Speciali Terni alla ragione e soprattutto chiediamo a Di Maio di smentire immediatamente un conflitto di interessi che sarebbe senza precedenti.”

La strizzata d’occhio della Morselli al programma del M5S sull’ ambiente

Detto questo, la Morselli  considerato il suo curriculum e le poltrone sulle quali siede ha notoriamente grandi collegamenti nel mondo finanziario. Ma non è soltanto questo il suo ruolo in questa vicenda. Ha ottimi rapporti nel mondo bancario e fino all’anno scorso era guardata con simpatia anche dai sindacati. Inoltre è pronta a venire incontro a quella che è la principale richiesta di Di Maio sul fronte ambientale. Come ha ricordato in una recente intervista a Repubblica, “relativamente all’inquinamento, le tecnologie per non inquinare ci sono. Non a caso la cordata di Acciaitalia aveva stanziato un miliardo di investimenti in due nuovi forni elettrici a preridotto, introducendo un serio processo di decarbonizzazione”. Come sta scritto guarda caso…nel contratto di governo.

Abbiamo quindi contattato e raggiunto telefonicamente il collega Paolo Madron, direttore responsabile del quotidiano Lettera43.it , il qual ci ha confermato di “non aver mai ricevuto alcuna richiesta di rettifica, lettera di replica, querela nè da Lucia Morselli che da Luigi Di Maio e dal Movimento Cinque Stelle. Sarà stata una dimenticanza.. un disinteresse… o forse l’applicazione di un vecchio teorema del “chi tace acconsente…“?

A questo punto riteniamo che la Procura di Milano e quella di Taranto certamente avranno molto lavoro per verificare ed indagare facendo luce su questa torbida vicenda, diventata ormai un intrigo politico-industriale-occupazione che rischia di far diventare la città di Taranto e la sua provincia una vera e propria “polveriera” sociale pronta ad esplodere da un momento all’altro.