Eni, Enel, Leonardo, Poste, servizi segreti e altre 400 poltrone: tutti i nomi in ballo nell'abbuffata delle nomine

di Emiliano Fittipaldi*

La pazza estate della politica italiana, conclusasi con un clamoroso ribaltone e la nascita del Conte 2 a trazione giallorossa, ha mandato in ambasce mezzo Paese. Dai parlamentari di ogni partito all’opinione pubblica, dalle cancellerie internazionali ai media, i colpi di scena a catena e le capriole dei leader (ultima quella di Matteo Renzi, uscito dal Pd) hanno logorato per un mese protagonisti e osservatori più o meno interessati.

Ma tra le vittime che hanno subito più danni dallo “stress da crisi” vanno annoverati, senza dubbio, gli inquilini dei palazzi del potere. Amministratori delegati delle partecipate di Stato, dirigenti influenti delle authority, boiardi in cerca di riconferma e civil servant smaniosi di un posto al sole, tutti concentrati da mesi sulla grande stagione delle nomine 2019-2020. Un deep state che – dopo essersi dovuto riposizionare sulla Lega dopo il trionfo di Salvini alle elezioni europee di maggio – è stato costretto, all’improvviso, a fare un doppio carpiato con repentina marcia indietro.

Così da due settimane manager e funzionari che affollavano l’anticamera della sede leghista di via Bellerio hanno mollato i leghisti per precipitarsi (di nuovo) in direzione del Nazareno e della Casaleggio Associati, i quartier generali del Pd e del M5S. E chiedere udienza e raccomandazioni ai referenti dei partiti di maggioranza che si spartiranno gran parte delle 400 poltrone da assegnare nei prossimi mesi, contando multinazionali, spa controllate dai ministeri, organismi indipendenti enti economici vari.

Per vincere la partita delle nomine pubbliche i vari candidati dovranno sudare sette camicie. Perché i pretendenti e le ambizioni sono sterminati. E perché a banchetto parteciperanno, oltre ai plenipotenziari di Luigi Di Maio e di Nicola Zingaretti, altri due pezzi da Novanta della Terza Repubblica. Cioè Giuseppe Conte, che da Palazzo Chigi ha già fatto intendere di volere gestire un pacchetto considerevole da intestarsi personalmente. E il redivivo Matteo Renzi, che con il suo nuovo partito Italia Viva farà contare, anche sulla battaglia delle nomine, la golden share sul governo che lui stesso a contribuito a far nascere.

 

LE PARTITE ENI ED ENEL

Partiamo dalla polpa. Cioè dalle nomine delle grandi utilities dai fatturati miliardari e dal poderoso peso politico e strategico, come Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e Poste, tutte previste per la primavera del prossimo anno. Renzi, in un passaggio dell’intervista a Repubblica con cui annunciava l’uscita dal Pd, ha già fatto capire indirettamente che farà le barricate se qualcuno pensa di toccare l’amministratore delegato del colosso elettrico, Francesco Starace.

Il manager è stato nominato a capo dell’Enel proprio dal governo del rignanese, e riconfermato nel 2017 da quello retto da Gentiloni. Ottimi rapporti con il Giglio Magico (conosce bene Marco Carrai dai tempi in cui era ad di Enel Green Power, mentre nel cda siede l’avvocato Alberto Bianchi, amico di Matteo ed ex presidente della Fondazione Open: con Salvini era considerato sicuro uscente, con il ribaltone una sua riconferma nel board è più che probabile, al lordo degli sviluppi dell’inchiesta della procura di Firenze che l’ha indagato qualche giorno fa per traffico di influenze), Starace è tra i registi dell’operazione Open Fiber, e da anni gira allo Stato dividendi monstre.

Non solo: investendo in tempi non sospetti sulle energie rinnovabili, sembra l’uomo giusto per quel “green new deal” annunciato prima dalla neonata Commissione Europea di Ursula von der Leyden e poi dal premier Conte nel suo discorso di fiducia alle Camere. Salvo sorprese, il manager (che ha buone entrature anche con Conte, che sul dossier delle partecipate chiederà più di un consiglio al suo mentore Guido Alpa) dovrebbe rimanere inchiodato alla sua poltrona.

“Starace? Lascerà l’Enel solo in caso di una sua promozione all’Eni”, dicono i ben informati da Palazzo Chigi. I manager del colosso petrolifero, in effetti, appaiono assai più traballanti dei cugini dell’elettrico. Claudio Descalzi, pur considerato da tutti un oilman più che capace, in primavera rischia di scontare gli scandali che hanno costellato il suo regno, iniziato nel 2014 grazie all’esecutivo Renzi.

Già imputato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano per alcune presunte tangenti in Nigeria, il manager è finito nella bufera anche per i denari (oltre 310 milioni di dollari) che il gruppo Eni ha girato a una cordata di aziende africane che un’inchiesta dell’Espresso ha dimostrato essere state costituite, attraverso una società anonima di Cipro, dalla moglie (di cittadinanza congolese) di Descalzi stesso .

Non solo. I grillini imputano all’ad di essersi avvicinato troppo a Salvini, (secondo alcuni anche favorendo l’assunzione di giovani nel gruppo al fine di evidenziare la bontà del decreto Quota 100, fortemente voluto dal leghista), mentre gli uomini di Zingaretti non dimenticano le altre inchieste che hanno inguaiato alcuni fedelissimi su cui Descalzi cui aveva puntato moltissimo. Come Massimo Mantovani, coinvolto nell’indagine sui tentati depistaggi dell’indagine milanese portati avanti dal gruppo di faccendieri capitanati dall’ex legale dell’Eni Piero Amara.

Il manager e l’azienda hanno sempre respinto ogni addebito e ogni accusa, compresa qualsiasi partecipazione al Russiagate di Gianluca Savoini o alle trame di Lotti e Palamara contro il pm Paolo Ielo. Eppure – al netto dell’esito giudiziario dei procedimenti – una riconferma di Descalzi, come pure quella del presidente Emma Marcegaglia, sembra in salita.

Se la promozione di Starace appare un’ipotesi percorribile (per la poltrona di ad dell’Enel, a quel punto, potrebbe avere qualche chance il numero uno della multi utility bresciana A2A, Luca Valerio Camerano), altri decisori di peso stanno invece pensando a una soluzione “interna” all’azienda.

Esattamente come accaduto con Descalzi, che fu promosso amministratore delegato dopo essere stato capo della divisione Exploration & Production, i cacciatori di teste della maggioranza hanno cerchiato in rosso i nomi di alcuni profili che vengono dalla “scuola” dell’Eni. In particolare, quelli di Alessandro Puliti e di Luca Bertelli. Il primo, geologo con natali fiorentini, è da poco a capo della fondamentale divisione “Upstream”, ed ha ereditato deleghe importanti un tempo appannaggio dell’ex braccio destro di Descalzi Roberto Casula, anche lui imputato per l’affaire nigeriano, e di Antonio Vella, in uscita per pensionamento.

Pure Bertelli, numero uno dell’Exploration Officier, è nato in Toscana ed è laureato in geologia. E, come Puliti, ha scalato posizioni in azienda tenendosi lontano da scandali e polemiche. Ma Bertelli è anche l’uomo che è stato capace di individuare, grazie all’aiuto del suo team e di un super-software sviluppato dal colosso petrolifero, alcuni tra i più grandi giacimenti di gas del mondo scoperti degli ultimi decenni. Ultimo successo di Bertelli è arrivato nel 2015 quando nello specchio d’acqua di fronte a Zohr, in Egitto, è spuntato fuori – in un’area studiata per anni dalle multinazionali rivali – il più grosso giacimento del Mediterraneo.

“Manager come Starace o come Marco Alverà di Snam, pur bravissimi, di petrolio non sanno nulla. Meglio continuare con uno dei nostri“, sostiene chi all’Eni vuole continuità in azienda. Vedremo. Se la scelta cadesse su un interno, però, è probabile che il presidente sia un garante della nuova maggioranza politica. E tutti indicano Franco Bernabé, già all’Eni negli anni ’80 e ’90, come l’uomo che potrebbe tutelare al meglio sia la nuova cosa renziana Italia Viva (Bernabè è stato socio di Carrai), sia il Pd, sia il M5S.

Già: da sempre considerato vicino ai democratici, Bernabé è uno dei pochi finanzieri a cui Davide Casaleggio chiede consigli spesso e volentieri. I rapporti tra i due sono di antica data: “Bebè”, come lo chiamano i nemici, ha conosciuto bene il padre Gianroberto ai tempi in cui guidava Telecom, e la stima reciproca si è cementata nel tempo. Ospite di Sum, la kermesse che Davide organizza per ricordare il padre, Bernabé era addirittura dato qualche settimana fa in pole position come possibile presidente del Consiglio “terzo”, in caso non si fosse trovata la quadra su Conte.

LA GRANDE ABBUFFATA

Oltre alle utility dell’energia, la grande abbuffata interesserà altre big di peso. Fabrizio Palermo, ad della potentissima Cassa depositi e prestiti, non è in scadenza. Anche se non è amato dal Pd, difficilmente il M5S, suo grande sponsor, a partire da Stefano Buffagni, ne permetterà un defenestramento. Potrebbe però restare anche il suo competitor, il presidente Massimo Tononi, l’uomo delle fondazioni bancarie che qualcuno dava in uscita per gli scontri continui (in tema di spoil system sulle controllate) con Palermo.

Tononi spera adesso di poter fare proficuamente sponda con il nuovo inquilino del Mef, lo zingarettiano Roberto Gualtieri, che da ministro politico avrà un peso specifico assai maggiore rispetto a quello che aveva il suo predecessore Giovanni Tria. Presto – giurano dal governo e dal Pd, dove il deputato Claudio Mancini ha confessato a qualche suo amico di avere già la fila fuori di lobbisti che vogliono accreditarsi con il partito – potremmo così assistere alla fumata bianca su Sace. Una spa di Cdp attiva nell’assicurazione dell’export, i cui vertici sono scaduti da mesi, e il cui rinnovo (che era voluto da Tria senza se e senza ma) è stato bloccato per mesi da Palermo, che chiedeva invece un rinnovamento totale in salsa gialloverde.

A marzo vanno certamente rinnovati i vertici di Leonardo. L’ad Alessandro Profumo era considerato debole prima del ribaltone, ma non sembra che il cambio di maggioranza gli gioverà più di tanto. Mentre un nuovo rinnovo del presidente Gianni De Gennaro, ex poliziotto e nemico giurato dei grillini, dimostrerebbe in maniera plastica la metamorfosi del Movimento da partito di lotta a movimento pronto a collaborare con i poteri forti del Paese. A Fincantieri (che Renzi ha detto di sognare di “fondere” con Leonardo) rischia invece di continuare l’epopea di Giuseppe Bono, da ben 17 anni in sella al gigante della cantieristica che costruisce navi da crociera e militari.

Presidente dell’azienda è (e dovrebbe essere ancora) Giampiero Massolo, proveniente – come De Gennaro – dagli apparati di sicurezza dello Stato. Un altro settore che il nuovo governo potrebbe terremotare prima del previsto.

Al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, non tutti sono infatti contenti del comando del generale Gennaro Vecchione, scelto solo un anno fa da Conte in persona. Finito qualche giorno fa (per fortuna senza conseguenze gravi) con la sua auto di servizio contro i dissuasori in acciaio che proteggono l’ingresso della nuova sede dei servizi a Piazza Dante a Roma, l’operato di Vecchione ormai è messo in discussione anche dal premier, che – è cosa nota – ha mantenuto le deleghe sulle nostre barbe finte. L’ipotesi più accreditata è quella di un suo spostamento a Palazzo Chigi in veste di consigliere personale dell’ex avvocato del popolo, con la conseguente promozione di un interno (come Bruno Valensise, da poco nominato vicedirettore vicario) a nuovo numero uno.

Ma c’è un’altra opzione che non dispiacerebbe né a Conte né al Quirinale: lo spostamento del capo dell’Aise Luciano Carta (generale stimato dall’intero arco costituzionale) al Dis, e il contestuale avanzamento, come nuovo padrone della nostra sicurezza esterna, di Giovanni Caravelli. L’uomo che da anni gestisce le deleghe del complicatissimo dossier libico.

All’Aisi, il nostro servizio interno, si lavora invece da tempo al successore di Mario Parente. Qualcuno dava in vantaggio l’attuale vicedirettore (ed ex cacciatore di boss casalesi latitanti) Vittorio Pisani, ma il suicidio politico di Matteo Salvini – che lo stimava molto – potrebbe indebolire la sua candidatura.

Il ritorno di Renzi come protagonista assoluto della politica nazionale rafforza invece quella di Valerio Blengini: dato solo qualche settimana fa verso il pensionamento, lo storico dirigente del servizio potrebbe giocarsi ora più di una fiches per la poltrona che coronerebbe la sua carriera. Su ogni nomina dei servizi, come quella degli apparati di sicurezza dello Stato, Polizia in primis, i partiti e il premier dovranno sempre fare i conti con Sergio Mattarella e i suoi consiglieri, che intendono esercitare tutta la loro moral suasion in caso di candidati considerati dal Quirinale non all’altezza del compito.

Tornando alle partecipate, Invitalia potrebbe essere ancora casa del potente Domenico Arcuri, l’amministratore delegato in scadenza ma molto amato da Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha apprezzato anche il modo con cui il manager ha gestito, ad inizio anno, la partita del Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata: grazie al Cipe e all’abilità di Arcuri, per la provincia di Foggia così cara al premier sono arrivati ben 280 milioni di euro, tutti a favore di Comuni e imprese locali.

Anche Matteo Del Fante, ex renziano di ferro convertitosi al salvinismo, sta tentando di convincere il nuovo governo giallorosso a confermarlo ad di Poste spa. Un lavoro di persuasione affidato anche a Giuseppe Lasco, ex Guardia di Finanza che segue come un’ombra Del Fante dai tempi in cui i due erano insieme a Terna: già direttore delle relazioni istituzionali e del personale, Lasco è da qualche mese pure vicedirettore generale del gruppo. Per qualche osservatore malizioso, è lui il vero uomo “forte” di Poste.

Lust but not least, tra le nomine da sbrogliare con urgenza c’è quella dell’Anac (improbabile che a Raffaele Cantone succeda il numero due della procura di Roma Paolo Ielo, che non sembra disponibile) e quelle dei nuovi vertici del Garante della Privacy e dell’Agcom. Qui, all’authority per le Comunicazioni, si parla con insistenza del piddino Antonello Giacomelli, ma in lizza per la presidenza resta anche Vincenzo Zeno-Zencovich, che tanto piace al centrodestra. Il grillino Emilio Carelli – l’ex direttore di Sky che ha perso la battaglia dei sottosegretari – potrebbe invece sedersi nel board come consigliere. A quel punto, difficile ce la facciano altri due candidati forti della vecchia maggioranza gialloverde. Ossia la dirigente del Mise Laura Ria, che comunque vanta un curriculum più che adeguato, e l’avvocato Tommaso Paparo. Un outsider che ha buoni rapporti con il Movimento, qualche entrature nella Chiesa e pure nella comunità ebraica: siede infatti nel collegio sindacale della Fondazione Museo della Shoah.

La grande abbuffata è solo all’inizio. Ma i piatti in tavola sono così golosi che in tanti scommettono che il Conte bis, nato debole e già terremotato dalla mossa di Renzi, sopravviverà. Almeno finché tutti i territori del risiko delle nomine non saranno stati spartiti tra i nuovi padroni dell’esecutivo.

*articolo tratto dal settimanale L’ESPRESSO




Scissione Pd. Renzi accelera sul nuovo partito: gruppi parlamentari autonomi prima della Leopolda

ROMA – “Serve un partito del Pil, pro business e pro crescita, un partito che porti alta la bandiera delle riforme e che guardi anche ai tanti moderati che non vogliono seguire Forza Italia nell’abbraccio con il sovranista Matteo Salvini. Va benissimo il sostegno al governo Conte, ma noi non moriremo grillini“. Le settimane che hanno portato alla formazione e alla messa in sicurezza del Conte Bis, la cui strada è stata aperta proprio dal via libera di Matteo Renzi a un governo istituzionale con il M5s per arginare le velleità dei «pieni poteri» del leader leghista, non hanno fatto cambiare idea all’ex premier ed ex leader democratico.

Nelle ultime ore il progetto di un partito autonomo dal Pd, a partire dai gruppi parlamentari, ha subito un’accelerazione: la “dead line” è la decima kermesse della “Leopolda” in agenda a Firenze dal 18 al 20 ottobre.

Naturalmente non è in discussione il sostegno al governo, che  ha completato la sua squadra con la nomina dei 42 sottosegretari tra cui alcuni considerati “vicinissimi” a Renzi come Anna Ascani e Ivan Scalfarotto . Ma certo tutta l’operazione non potrà non avere conseguenze, oltre che sull’assetto futuro del centrosinistra, anche sulla navigazione del governo.

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti

Da una parte la nascita di un nuovo gruppo parlamentare alla Camera (gli aderenti del Pd saranno poco oltre i 20, numero minino per fare un gruppo), dall’altra lo “scisma” – per riprendere l’espressione usata ironicamente nelle scorse ore dal segretario dem Nicola Zingaretti – di una decina di senatori a Palazzo Madama, dove non è possibile formare gruppi nuovi: gli interlocutori del premier Giuseppe Conte passeranno da due a tre. Oltre a Zingaretti e al leader politico del M5s Luigi Di Maio, anche Renzi potrà dire ufficialmente la sua sulle scelte dell’esecutivo dei prossimi mesi (e anni, se si arriverà, come molti osservatori scommettono, all’elezione del successore di Sergio Mattarella nel 2022).

Renzi e i suoi sono consapevoli che la decisione di prendere il largo proprio nel momento in cui tutto il Pd è infine unito nell’appoggio al governo giallo-rosso è rischiosa. “L’unica cosa che non si capisce è quali motivi possano esserci alla base di un fatto lacerante“, ha commentato Zingaretti mettendo le mani davanti. Contrari al “movimentismo” di Matteo Renzi sono anche tanti suoi ex-compagni di corrente: a partire dal neoministro della Difesa Lorenzo Guerini e dall’ex braccio destro Luca Lotti, con il quale l’ex premier ha avuto un’accesa discussione in proposito solo qualche giorno fa. Secondo Guerini e Lotti, ma anche per il capogruppo alla Camera Graziano Delrio, invece, occorre presidiare il fronte riformista dall’interno.

Renzi al contrario da tempo è convinto che serve qualcosa di nuovo, fuori dal Pd anche se in prospettiva di alleanza e vicinanza con il Pd dove stanno per rientrare gli ex-scissionisti Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani – si fa notare in casa renziana – e dove hanno infine prevalso le posizioni più legate alla storia del Pds in negazione della stagione riformista dei governi Renzi-Gentiloni. Sotto tiro anche il tentativo della dirigenza di Largo del Nazareno di trasformare l’attuale alleanza di governo in un’ alleanza strutturale, a partire dalla prossime regionali. “Non moriremo grillini, dobbiamo restare alternativi, siamo un’altra cosa”, continua a dire in queste ore Renzi ai suoi: una cosa è un’alleanza di governo nata da un’emergenza democratica, ben altra cosa invece sono delle alleanze pre elettorali ovunque sul territorio.




Di tutto di più...

Le “perle”… di Luigi Di Maio

Stringe la mano al leader dei gilet gialli, parla di democrazia millenaria in Francia, colloca Pinochet in Venezuela, chiama più volte il presidente cinese Xi Jinping ‘PING’, dice che gli americani dovrebbero lanciare soldi e non missili in Siria” e fatica pure con l’inglese. Il nuovo ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

Virginia Saba la fidanzata di Di Maio alla buvette della Camera, nel giorno che sancisce il matrimonio tra M5s e Pd 

La cosa più importante è il garbo. Ecco, la parola chiave deve essere: garbo. Mi hanno detto che la Farnesina è bellissima, spero che riuscirò a vederla, sono curiosa. E inoltre non è vero, come continuate a dire, che Luigi non sa l’inglese. Lo sa bene, ha studiato” (fonte: La Repubblica)

Il leader leghista Matteo Salvini intervistato da Libero

Vigliacchi, non durate! Torneremo presto… L’unica colpa che ho è di essere stato ingenuo, ritenevo di vivere in un Paese democratico. I miei genitori mi hanno educato con sani principi

Il gioco di parole di Francesco D’Uva capogruppo M5s alla Camera, durante la fiducia al Conte bis

Rivolgendosi agli ex alleati della Lega: “Perché avete aperto la crisi a Ferragosto? Dovete ancora spiegare per quale MOJITO… ehm, per quale motivo l’avete fatto…” (con standing ovation dei grillini)

Il lapsus della presidente del Senato Elisabetta Casellati in aula durante la discussione per la fiducia al Governo Conte Bis

Senatore CASINI concluda per cortesia… ehm, Salvini. Ed il leader leghista, alzando le braccia: “No… Casini no, per favore!

Il direttore di Libero Vittorio Feltri accoglie così il nuovo esecutivo, con un editoriale di prima pagina

Non riesco a immaginare quale sia l’umore di Mattarella, costretto a benedire questa porcata. Lasciamo a Conte il suo zoo pieno di terroni e ostile al Nord che li mantiene tutti

Il leader pentastellato Luigi Di Maio saluta via mail, con strafalcione annesso, i dipendenti del Ministero dello Sviluppo economico, che lascia per gli Esteri 

Carissimi, questi ultimi 14 mesi sono stati molto intensi, abbiamo lavorato tanto e portato a casa provvedimenti e riforme di cui NE sono orgoglioso” (fonte: Corriere.it)

Andrea Cpi esponente di Casa Pound pubblica su Facebook una foto dell’esponente dem Paola De Micheli, alla Camera in abito rosso, e commenta così (post poi rimosso)

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti… appena staccato dal TURNO SULLA SALARIA” (strada di Roma su cui sostano signorine…allegre , per non dire altro ! )

Giuramento del Governo Conte Bis : dalla diretta WhatsApp del giornalista Aldo Cazzullo 

In rosso scarlatto la ministra Bonetti di cui si favoleggia abbia un piercing sulla lingua”. La risposta della neo ministra per le Pari Opportunità, su Twitter: “Ho grande stima per Aldo Cazzullo. Ma la sua battuta sul mio (inesistente) piercing mi dispiace. E vorrei essere giudicata per la mia attività di professoressa universitaria, di educatrice, di donna. E da adesso di Ministra. Non sul fatto che io possa o no avere dei piercing” (fonte: Corriere.it)

L’ex portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone riciclatori come giornalista del quotidiano  La Verità sull’outfit della neo ministra per le Politiche Agricole Bellanova, già bracciante agricola e sindacalista, nel giorno del giuramento 

Carnevale? Halloween?” (fonte: Twitter)

Fabio Sanfilippo caporedattore di Rai Radio1 ha attaccato duramente l’ex ministro Salvini, su Facebook

Ti sei impiccato da solo e questo è evidente. Io ne sono felice. Vabbè, si era capito. Ora perderai almeno il 20, 25 per cento dei consensi che ti accreditano i sondaggi, lo sai? E che fai? Non hai un lavoro, non sai fare niente, non hai un seggio da parlamentare europeo, hai perso il posto da ministro. Certo stai in Parlamento. Con la vita che ti eri abituato a fare, tempo sei mesi e ti spari nemico mio… Quello che non ti perdonerò è di aver plagiato la mente di due miei nipoti, con i miei figli non ci sei riuscito, cazzo. Ma li recupero, fidati. Mi dispiace per tua figlia, ma avrà tempo per riprendersi, basta farla seguire da persone qualificate”. E Salvini: “Vergognati schifoso che non sei altro, prendertela con una bambina di sei anni

Leggiamo da Libero

L’allarme di Berlusconi: “Sono tornati i comunisti” .

 

Il deputato Vittorio Sgarbi nel corso delle dichiarazioni in dissenso, dopo l’intervento del premier Conte

Quando il figlio dell’elevato Grillo è stato accusato di stupro, Grillo ha fatto Di Maio ministro degli Esteri, cercando la copertura del Pd che controlla i giudici, come si è visto bene con il caso Palamara

Dopo l’alleanza con il Pd Debora Billi  una delle responsabili della comunicazione pentastellata,  “fedelissima” di Casaleggio,  dice addio al Movimento 5 Stelle 

L’obbrobrio che si è consumato nel Palazzo ha superato in nefandezza il golpe del 2011, e la mano che ha riconsegnato il mio Paese ai carnefici della Grecia stavolta porta il nome di MoVimento 5 Stelle (…). Ho sempre combattuto, malgrado tutto. Sono riuscita a togliermi soddisfazioni a dispetto di molti: la campagna di Luigi sui ‘taxi del mare’ è stata un’idea mia (…) (fonte: Facebook)

Il ritorno delle grandi metafore del deputato LeU Pierluigi Bersani 

Gli italiani stiano tranquilli: se questo nuovo governo non saprà pedalare, la bicicletta casca”  (fonte:  Di Martedì , La7)

Il riconfermato ministro dell’Ambiente Sergio Costa intervistato dal Corriere della Sera

Non ho voluto seguire le trattative sulla lista dei ministri. Mentre Conte si occupava della formazione del nuovo governo stavo giocando a ‘Un, due, tre stella’ con le mie nipotine

Il parlamentare leghista Claudio Borghi commenta sul premio consegnato al Festival del Cinema di Venezia a Luca Marinelli, vincitore della Coppa Volpi come miglior attore protagonista per l’interpretazione di Martin Eden 

Se Marinelli fosse stato uno con idee di destra, dicendo che andavano controllati i confini e cose del genere, quel premio non lo vinceva, ma lo sanno tutti, lo sanno tutti… Preciso: Marinelli lo merita, bravissimo eh, ma se fosse stato di destra, non avrebbe vinto” (fonte: Agorà, Rai 3, via Open)

L’imprenditrice ed influencer Chiara Ferragni alla mostra di Venezia con il suo film, “Chiara Ferragni unposted

Sentivo che c’era il bisogno di raccontarmi per far capire meglio che persona sono e quale sia veramente il mio lavoro

L’ex senatore forzista Antonio Razzi intervistato da Tuttosport

Che colpo Han! Che colpo! L’avevo già consigliato a Beppe Marotta, meno male che adesso lo ha preso Paratici. Il massimo sarebbe portare la Juventus allo stadio Primo Maggio di Pyongyang. Anzi ne parlerò con Kim Jong-un già a metà settembre: organizziamo una partita con la Juventus che schiera Han e Kim dà il calcio d’inizio. Han ama il calcio, ama l’Italia e ama la Corea. Adesso amerà anche la mia Juventus: il massimo!

Il titolo del quotidiano Il Giornale diretto da Alessandro Sallusti su Massimo Sebastiani, il 45enne accusato dell’omicidio di Elisa Pomarelli

Le due facce del killer. Il GIGANTE BUONO e quell’amore non corrisposto

Una delle “perle” di Giuseppe Conte durante il suo discorso alla Camera, nel giorno della fiducia

Riserveremo la massima attenzione al rafforzamento delle regole europee per l’etichettatura e la tracciabilità degli alimenti

La primissima proposta del nuovo ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti (M5S). 

Lei chiede due miliardi per la scuola e uno per l’università e la ricerca. Dove si trovano? “Non voglio togliere soldi a nessuno. Vorrei delle tasse di scopo: per esempio sulle bibite gasate e sulle merendine, o tasse sui voli aerei che inquinano”” ( fonte:  Corriere della Sera )

Il sentimento “politico” del senatore Pd Matteo Renzi esternato e diffuso sui social network 

La politica si fa con i sentimenti e non con i risentimenti”.

 




Governo Conte Bis: l'elenco completo dei viceministri e sottosegretari

ROMA – Il premier  Conte avrebbe voluto chiudere già da ieri la partita di sottosegretari e viceministri e ha esternato la sua irritazione per il ritardo del pacchetto di nomine sopratutto perché non vuole concedere la possibilità di eventuali critiche da parte dell’opposizione ed in particolar modo alla propaganda “salviniana”. Questa mattina quindi nel vertice a Palazzo Chigi, è arrivata l’ accordo sulle 42 nomine, con 10 viceministri. 21 le nomine assegnate ai Cinquestelle, 18 è la  quota per il Pd (cinque delle quali di area “renziana”), 2 indicati da Leu, uno al Maie (gli italiani all’estero). 6 viceministri sono M5S, 4 per il Partito Democratico. Il giuramento al Quirinale lunedì mattina.

Dei 42 sottosegretari, 14 sono donne. Anche tra i ministri le donne sono solo 7 su 22. Il dicastero più “rosa” sarà il Mise, con tre sottosegretarie (Alessandra Todde, Mirella Liuzzi e Alessia Morani). Due sottosegretari donna li avrà la Cultura (Anna Laura Orrico e Lorenza Bonaccorsi), l’Istruzione (Lucia Azzolina e Anna Ascani, che sarà viceministro) e il Mef (Cecilia Guerra e Laura Castelli, confermata viceministro). Simona Malpezzi sarà ai Rapporti con il Parlamento, Laura Agea alle Politiche Ue, Marina Sereni, sarà viceministro degli Esteri, Francesca Puglisi al Lavoro e Sandra Zampa alla Salute. 

Questo l’elenco completo dei viceministri e sottosegretari scelti nella riunione convocata a Palazzo Chigi dal premier Conte.  Al dem Martella la delega all’editoria.

Presidenza Consiglio dei Ministri:

Mario Turco (M5S, programmazione economica e investimenti)
Andrea Martella (Pd, editoria)

Rapporti con il parlamento:
Gianluca Castaldi (M5S)
Simona Malpezzi (Pd)

Affari Ue:
Laura Agea (M5S)

Esteri:
Emanuela Del Re (M5S, viceministro)
Manlio Di Stefano (M5S)
Marina Sereni (Pd, viceministro)
Ivan Scalfarotto (Pd)
Ricardo Merlo (Maie)

Interni:
Vito Crimi (M5S, viceministro)
Carlo Sibilia (M5S)
Matteo Mauri (Pd, viceministro)
Achille Variati (Pd)

Giustizia:
Vittorio Ferraresi (M5S)
Andrea Giorgis (Pd)

Difesa:
Angelo Tofalo (M5S)
Giulio Calvisi (Pd)

Economia:
Laura Castelli (M5S, viceministro)
Alessio Villarosa (M5S)
Antonio Misiani (Pd, viceministro)
Pierpaolo Baretta (Pd)
Cecilia Guerra (Leu)

Mise:
Stefano Buffagni (M5S, viceministro)
Alessandra Todde (M5S)
Mirella Liuzzi (M5S)
Gianpaolo Manzella (Pd)
Alessia Morani (Pd)

Politiche agricole:
Giuseppe L’Abbate (M5S)

Ambiente:
Roberto Morassut (Pd)

Mit:
Giancarlo Cancelleri (M5S, viceministro)
Roberto Traversi (M5S)
Salvatore Margiotta (Pd)

Lavoro:
Stanislao Di Piazza (M5S)
Francesca Puglisi (Pd)

Istruzione:
Lucia Azzolina (M5S)
Anna Ascani (Pd, viceministro)
Giuseppe De Cristofaro (Leu)

Cultura:
Anna Laura Orrico (M5S)
Lorenza Bonaccorsi (Pd)

Salute:
Pierpaolo Sileri (M5S, viceministro)
Sandra Zampa (Pd)




Conte incassa la fiducia al Senato. Scontro con Salvini. I Cori dai banchi dei leghisti: 'Vergogna'

ROMA – Il Governo Conte bis, dopo la fiducia alla Camera, ha incassato questa sera anche quella del Senato. I voti a favore sono stati 169, 133 i contrari e 5 gli astenuti. Durante il dibattito Matteo Salvini è andato all’attacco del premier chiamandolo “Conte-Monti” e accusando un governo di ‘affamati di poltrone’.  Dura la replica del premier.

Dopo il “match” del 20 agosto scorso, Palazzo Madama oggi è tornato ad essere teatro di un nuovo duello dialettico fra Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Il leader leghista ha attaccato il premier in aula, accusandolo di “poltronismo” e di subalternità all’Europa, oltre che di mancanza di stile. Conte gli ha risposto, rinfacciandogli l’arroganza per aver chiesto i “pieni poteri” con l’idea di portare il Paese alle elezioni un maniera unilaterale.

Prima di intervenire in aula, Salvini si era concesso ai giornalisti appena fuori commentando la notizia ufficiale di Paolo Gentiloni neo commissario europeo agli Affari economici: “È la conferma che Conte ha fatto il  patto col diavolo, con Macron e Merkel. È l’ennesimo tradimento del signor Conte e anche dei 5 stelle: mandano un vecchio uomo del Pd, come Gentiloni, a Bruxelles”, ha detto il leader della Lega.

“Poi con calma nelle prossime settimane spiegherete al Paese cosa ci sia di dignitoso in tutti i repentini voltafaccia che ci sono stati in poche settimane” – ha detto Salvini attaccando Conte, aggiungendo –  “Senza onore!“. Così alcuni senatori leghisti hanno urlato interrompendo più volte la replica del Presidente del Consiglio, che aveva parlato della decisione presa dalla Legaunilateralmente” l’8 agosto di ‘avviare’ la crisi di governo. Sono seguiti cori: “Dignità, dignità!”, scanditi battendo le mani sui banchi.

Il leader della Lega ha scritto le ultime note in aula, poco prima di intervenire nel corso del dibattito che ha preceduto il voto. Tra gli appunti si distingue la frase “differenza di stile”, riferita al premier Conte, accusato di “sussurrare nell’orecchio di Merkel”

“Evocate spesso il concetto di dignità: è molto importante anche sul piano giuridico, diritto fondamentale della persona. Ma la dignità per quanto riguarda il ruolo e le funzioni del presidente del Consiglio non possono essere riconosciute o meno a seconda che lavori al vostro fianco o meno. Ero l’alfiere degli interessi nazionali fino a ieri e oggi scopro che non lo sono mai stato. La dignità mi può derivare solo dal fatto di servire con disciplina, onore, massimo sforzo e determinazione gli interessi del mio Paese”.

Quando ragioniamo di un taglio del cuneo fiscale a totale vantaggio dei lavoratori – ha detto ancora il premier – è perché non vogliamo prendere in giro gli italiani e siamo consapevoli che le risorse in manovra, puntando noi a bloccare l’aumento dell’Iva, scarseggeranno, ma in prospettiva ci auguriamo di avere maggiori risorse anche a favore delle imprese“.

“Non la invidio presidente Conte-Monti – aveva detto Matteo Salvini parlando a nome della Lega – . Si vede uno quando ha il discorso che gli viene da dentro e quando uno deve eleggere un compitino a cui non crede neanche lui. Siete passati dalla rivoluzione al voto di Casini, Renzi, Monti“. “Torno a casa con una poltrona di meno, ma con tanta dignità in più. Lascio voi – aggiunge – a giudicare se questa operazione è di verità, e di coscienza: milioni di italiani non la pensano così”.

Poi Salvini ha attaccato Conte sulle trattative in corso nella maggioranza in merito a una nuova legge elettorale di tipo proporzionale: “Chi prende un voto in più governa. Se voi andate avanti su questo tema raccoglieremo le firme. Con questa legge vogliono garantire l’inciucio a vita“. Rivolto infine a Conte ne ha criticato lo stile: “Noi siamo in Europa, i miei figli cresceranno in Europa, ma la vogliamo diversa. E vogliamo un’Italia a testa alta: l’immagine dell’uomo che sussurrava alla Merkel non fa bene al Paese. A proposito di  stile…alla faccia. Lo stile è sostanza, non apparenza, non dipende solo dalla cravatta, dalla pochette e dal capello ben pettinato“.

Le replica di Conte

“Molte dichiarazioni sono rimaste ferme all’8 agosto. Con una certa arroganza qualcuno unilateralmente ha deciso di portare l’Italia alle elezioni da ministro dell’Interno e sempre unilateralmente e arbitrariamente di concentrare definitivamente nelle proprie mani tutti i poteri: pieni poteri. Se questo era lo schema, l’obiettivo e il progetto è comprensibile che tutti coloro che lo hanno ostacolato per senso di responsabilità e nel rispetto della costituzionesiano diventati nemici”, ha risposto Conte nella sua replica in Senato, tra le proteste dai banchi della Lega. E ha proseguito: “Assegnare ad altri le proprie colpe non è da leader”. Per tutta risposta i senatori leghisti gli hanno intonato in coro “Dignità, dignità“.

Durante il dibattito parlamentare ci sono stati momenti di bagarre dopo che la senatrice leghista Borgonzoni ha mostrato una maglietta che faceva riferimento a Bibbiano. La presidente Elisabetta Casellati ha sospeso la seduta, che è ripresa poco dopo. Fibrillazioni anche al primo intervento di una senatrice grillina. Cori “elezioni, elezioni” e “Bibbiano, Bibbiano” hanno subito accompagnato l’intervento del dem Dario Stefàno. Anche Conte è stato appellato in aula dal coro “traditore, traditore”.

(in aggiornamento)




Lega e Fratelli d'Italia in piazza a Montecitorio manifestano contro il Conte bis: "In nome del popolo sovrano"

ROMA – Lunedì 9 settembre. Alle ore 08.50 è partita la manifestazione indetta da Fratelli d’Italia davanti a Montecitorio, sede della Camera dei Deputati contro la nascita del governo Conte. Ci sono solo bandiere tricolori e palloncini verdi bianchi e rossi. Volutamente senza simboli di partito, proprio nel giorno della fiducia alla Camere dal nuovo esecutivo. “In nome del popolo sovrano. No al patto della poltrona” è lo slogan della manifestazione contro la nascita del nuovo esecutivo sostenuto da M5S, Pd e Leu. “Renzi, Di Maio, fuori dai coglioni, il popolo vuole libere elezioni”, è lo slogan che si alza sul palco. Dopo l’inno di Mameli, la playlist dell’attesa prevede Edoardo Bennato con “Viva la mamma” e Alan Sorrenti con “Siamo figli delle stelle“.

La gente che è affluita è numerosa ed imponente nonostante il rallentamento causato dai blocchi tecnici predisposti dalla sicurezza. Per evitare il blocco totale del centro, sono stati attivati dei maxi schermi e in piazza Capranica e in Piazza del Pantheon. Alla manifestazione indetta da Fratelli d’Italia prendono parte anche il leader della Lega Matteo Salvini e il presidente della Liguria Giovanni Toti.

 

Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono arrivati, poco dopo le 11,  Meloni: “Continuate a stare con noi, riempiamo tutte le strade”. Poi è salito sul palco Salvini: piazza in visibilio. “I parlamentari chiusi dentro il palazzo perdono onore e dignità. Un pensiero a quei giornalisti che dicono che in piazza non c’è nessuno. Servi dell’informazione”, le parole di Salvini. Sul palco anche Giovanni TotiDiversi gli striscioni di protesta che colorano la piazza:Ladri di sovranità”, “in nome del popolo sovrano”, “no al patto della poltrona”, “non in mio nome” , “elezioni subito“, “Bibbiano, noi non dimentichiamo!“. oltre a palloncini rossi, bianchi e verdi. Fischi e cori «buffone-buffone» sono stati rivolti al premier Conte dalla piazza, quando lo speaker di FdI ha annunciato che “a breve il presidente Conte parlerà in Aula“.

Elisabetta Gardini (FdI), intervenendo alla manifestazione di FdI contro il governo ha detto : “In piazza fino alla caduta del governo. Noi non ci stiamo, noi rappresentiamo la maggioranza del popolo lo dicono tutti gli italiani, vogliamo elezioni subito. Questo non è un Conti bis, è un Prodi bis. Noi siamo qui oggi e saremo qui fino a che questo governo non andrà a casa“. aggiungendo “Dobbiamo dire a questo governo un grande no”. Secondo la senatrice di FdI Daniela Santanché: “Siamo qui senza bandiere per mettere insieme tutti gli scontenti di questa vergogna che si sta svolgendo in questi palazzi. Qui c’è Fratelli d’Italia, la Lega, tantissimi italiani, gli scontenti nel Movimento 5 Stelle e tutti coloro che avrebbero voluto andare a votare mi sembra la piazza degli italiani“.

Giorgia Meloni, leader di FdI, nel suo intervento ha detto: “Tutta questa gente chiede di votare. Alla Lega dico: bentornati all’opposizione della sinistra! Perché purtroppo lo sapevamo che il M5S era una forza di sinistra“. “I Cinque stelle sono parte del sistema come il Pd. Sono i peggiori voltagabbana che si siano mai visti. Scilipoti gli allaccia le scarpe. Questo è un vaffa-day ai 5Stelle. “Questo governo non piace agli italiani per le stesse ragioni per cui piace alle grandi consorterie europee“. “Il massimo obiettivo di questo teatrino al governo è il presidente della Repubblica, al quale vogliono mettere un campione mondiale di svendita dell’Italia, Romano Prodi: questo è quello che hanno in mente. Ma non ci arriveranno“.

“Il popolo si ribella alla truffa che hanno messo in piedi. – ha aggiunto la MeloniMi piacerebbe sapere in quale paese esotico s’è nascosto Di Battista per non dover rendere conto di quando insultava Speranza, ora suo ministro della Salute. Queste persone non hanno il problema della vergogna”. “Oggi avremmo potuto riempire piazza del Popolo per quanti siamo, altro che queste piazze. La leader di FdI ha ricordato che qualcuno pensava ci sarebbero state poche persone in piazza, anche “perché é lunedì, giorno di chiusura dei parrucchieri”. E ha aggiunto: “Allora siamo tutti parrucchieri, abbiate rispetto di un popolo che si ribella“.    ».

 

Ha preso subito dopo la parola Salvini. E la piazza è esplosa “Matteo Matteo“. Il leader della Lega ha esordito : “L’onore e la dignità valgono mille ministeri. Non possono scappare dal voto all’infinito. Non parliamo del passato. Obiettivo è solo uno: vincere. Non permetteremo che tornino a Quota 100 e Fornero. E se proveranno ad aprire i porti allora li chiuderemo noi i porti. Faremo opposizione da sud a nord partendo da Bibbiano“.

Il leader della Lega, Matteo Salvini, parlando dal palco, ha aggiunto: “Salutiamo i poltronari chiusi in questo momento nel Palazzo. Chiediamo onore e dignità“. “Non mollare, Matteo, non mollare!», gli hanno gridato i suoi sostenitori. L’ex ministro dell’Interno ha criticato i giornalisti che stanno parlando di pochi partecipanti alla manifestazione contro la nascita del governo Conte bis davanti Montecitorio.

Scendendo dal palco, l’ex ministro dell’interno  tornato in piazza Montecitorio dopo essersi brevemente allontanato, è stato poi letteralmente assediato da giornalisti e fan, che hanno chiesto selfie con lui. “Se tornano a Fornero non li facciamo uscire da quel Palazzo, ci staranno giorno e notte, Natale e ferragosto“, ha detto, “con Giorgia lavoreremo per allargare, non è il momento in cui dire tu no, tu no…c’è ancora qualcuno che dice che se c’è uno non ci può essere un altro. Bisogna allargare, non si può dire di no a nessuno“.

 

 




Pd-M5S: "un governo fondato sulla convenienza, non sugli ideali"

di Ignazio Marino

Qualche sera fa un uomo d’affari e noto filantropo americano mi ha chiesto un’opinione sulla situazione politica e sociale in Italia. Ero appena usci­to dalla mia Università, a Philadelphia, e mi sono lasciato coinvolgere volentieri. Conosco la profonda cultura internazionale del mio amico e ci lega una condivisa passione per l’arte e l’archeologia: mi è sembrata un’ottima occasione per esporre le mie riflessioni, quasi sempre eretiche rispetto ai dogmi della politica. Il mio pensiero si è proiettato oltre le valutazioni sul presidente del Consiglio, sul M5S, sul Pd e sulle altre formazioni politiche.

Ho raccontato del Comune di Riace perché il mio interlocutore ne conosce e ne ammira i bronzi. Un ottimo spunto per raccontargli che anni fa avevo visitato l’antico borgo ripopolato da persone fuggite dai loro Paesi e che lì avevano iniziato una nuova vita grazie alle loro attività artigianali: chi soffiava il vetro, chi intrecciava tessuti, chi modellava ceramiche. Era stata riaperta anche la scuola elementare per i bambini che finalmente erano tornati a far rivivere l’antico borgo. Uno di loro mi aveva dato una lezione che non dimenticherò. Quando gli avevo chiesto come mai fosse a Riace e perché da solo, mi aveva risposto così: “Tre anni fa, quando avevo 5 anni, la mia mamma, in Afghanistan, mi consegnò a degli sconosciuti e piangendo mi disse, figlio mio oggi non puoi capirmi ma io desidero che tu vada via perché spero che tu possa crescere in un paese dove potrai studiare, dove non rischierai di essere ucciso da una mina, e dove, se ti ammalerai, potrai essere curato”. In quelle parole, pronunciate da un bimbo straniero in perfetto italiano, erano condensati tre principi fondamentali sanciti dagli articoli 11, 32 e 34 della nostra Costituzione: il ripudio della guerra, il diritto all’istruzione e l’accesso alle cure. Ma c’era anche la speranza. Quella di cui l’Italia attualmente scarseggia ma per la quale vale la pena continuare a impegnarsi. Ed è di questo che voglio scrivere oggi.

La formazione di questo governo nell’estate 2019 ha un significato molto più profondo dell’unione di due forze politiche che fino a pochi giorni fa affermavano di non avere nulla in comune. Con questa decisione chi rappresenta la sinistra in Italia cancella le ideologie e i valori della propria storia. Non si dica, per favore, che anche ai tempi di statisti come Aldo Moro ed Enrico Berlinguer si trovarono percorsi comuni, perché quei percorsi erano stati costruiti con profondo e severo lavoro intellettuale e culturale, raggiungendo risultati tangibili e duraturi. Penso al drammatico 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Allora la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista approvarono insieme la legge 194 per cancellare il dramma degli aborti clandestini, la legge 180 per la chiusura dei manicomi e la legge 833 per attuare l’articolo 32 della Costituzione e istituire il Servizio Sanitario Nazionale. Votarono insieme tre leggi che incidono tuttora profondamente sulla società Italiana.

Oggi i partiti che affermano di rappresentare la sinistra si siedono al governo con una forza politica che solo tre settimane fa ha votato il decreto sicurezza bis che prevede l’arresto per chi salva una donna incinta o un bambino in mare e li conduce in porto contro il parere del ministro dell’Interno. Preferisco essere minoranza per sempre se la maggioranza la pensa così. Eppure non rinuncio a sperare che valori come la scuola pubblica, la sanità pubblica, l’accoglienza, i diritti civili, la dignità di un lavoro, la laicità dello Stato, possano tornare a essere condivisi dalla maggioranza degli Italiani e al centro dell’azione del governo e del Parlamento. Lo sono stati quando grandi uomini e donne in quel palazzo di piazza di Montecitorio, lo stesso che ha ospitato gli incontri di questi giorni, scrissero la nostra carta costituzionale: quella che tre anni fa alcuni politici avrebbero voluto stravolgere.

Ho cercato di comprendere se il mio sconcerto non fosse un mio limite. Se fossi io a non percepire quel serio lavoro di approfondimento che in pochi giorni può aver portato a condivisioni programmatiche forze politiche così differenti, come è accaduto negli anni ’70. Non sono riuscito a individuare nulla di simile e la memoria è tornata a tempi più recenti quando, nel 2009, corsi per la segreteria nazionale del Pd. Anche Beppe Grillo all’epoca voleva partecipare alle primarie del Pd ma tutta la nomenclatura del partito si schierò contro e gli annullarono la tessera che aveva sottoscritto. Io fui l’unico ad affermare che aveva il diritto di candidarsi, perché credo nelle competizioni trasparenti e nel confronto delle idee. Gli stessi che oggi auspicano di sedersi nel governo a maggioranza grillina allora non solo lo cacciarono, dopo che si era regolarmente iscritto, ma gli suggerirono di fondare un partito per vedere dove sarebbe andato. E, come sappiamo, Grillo seguì il suggerimento del Pd.

Non si può vivere nel passato e il futuro si costruisce cambiando sé stessi e mutando opinione. Tuttavia, non proverei a debellare la poliomielite o il morbillo scegliendo come compagno di viaggio chi crede che i vaccini siano un pericolo per l’umanità. Posso anche accettare le critiche più violente senza risentimento, ma se dovessi costruire una squadra per affrontare una sfida importante cercherei omogeneità di valori. Cosa ben diversa dall’omogeneità di pensiero.

Alcuni hanno sottolineato l’urgenza di incombenti decisioni economiche, in particolare per evitare l’aumento dell’Iva. È un tema centrale ma rappresenta un obiettivo, non un valore. Il valore è la visione economica del Paese. L’economia non può essere il fine ma lo strumento. Il fine è il benessere dei cittadini, le loro opportunità, la possibilità di avere un lavoro stabile e non rischiare di essere licenziati perché a un imprenditore conviene nonostante l’azienda sia in attivo. La storia recente ha dimostrato cosa è stato fatto e soprattutto cosa non è stato fatto dal M5S nei confronti delle aziende che hanno chiuso o che rischiano di chiudere in Italia.

Inoltre, si è preferito offrire un reddito di cittadinanza (assolutamente auspicabile in alcune specifiche situazioni) piuttosto che promuovere decisioni che producano lavoro e incentivino investimenti stranieri. Penso allo stadio della Roma. Il M5S ha rinunciato a un progetto che avrebbe portato nella capitale 1,5 miliardi di euro in investimenti stranieri e circa 5mila posti di lavoro, oltre a un segno architettonico unico come le torri dell’architetto Daniel Libeskind. Gli imprenditori privati avrebbero dovuto spendere trecento milioni di euro in opere pubbliche per la ferrovia, la metropolitana, due ponti e un parco. Qual è stata la risposta alla decisione del M5S da parte del Pd, allora al governo?

Il Pd ha assecondato la visione del M5S trovando accettabile che le opere pubbliche non pesassero sui privati (permettendo loro profitti maggiori). Le faremo con il denaro pubblico, con i soldi dei cittadini, promise il ministro Lotti, nonostante la legge finanziaria del 2013, firmata dal presidente del Consiglio Enrico Letta, vincolasse la costruzione di uno stadio privato a investimenti pubblici realizzati dallo stesso privato. È questa la coerenza, sono questi i valori con cui la sinistra vuole rilanciare l’economia italiana? Cosa è cambiato negli ultimi giorni per garantire che invece gli investimenti stranieri si cercheranno per creare posti di lavoro e condizioni strutturali migliori per l’Italia?

Mi chiedo ancora, come si può giustificare un Pd che accetta di governare con quello stesso M5S che solo poco tempo fa strizzava l’occhio ai partiti nazionalisti dell’ultradestra europea? Certo, esiste il tema della deriva a cui potrebbe condurre l’ambizione autoritaria di Matteo Salvini. Si possono fare molti esempi ma quando il ministro dell’Interno di un Paese del G7 parla in difesa del capotreno che dall’altoparlante dei vagoni urla: “…zingari: scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i coglioni”, si genera in molti una reazione chiara: se il ministro dell’Interno difende chi usa questo linguaggio, potrò usarlo anche io. E qui, per non drammatizzare, anche se il dramma io lo percepisco fortemente, mi affiderei alle parole di Michela Murgia nel suo “Manuale per diventare fascista” (Einaudi, 2018): “Manipolando gli strumenti democratici si può rendere fascista un intero paese senza nemmeno pronunciare mai la parola “fascismo”, che comunque un po’ di ostilità potrebbe sollevarla anche in una democrazia scolorita, ma facendo in modo che il linguaggio fascista sia accettato socialmente in tutti i discorsi…“. Ho fatto l’esempio del capotreno perché un linguaggio razzista diviene facilmente condivisibile da chi stenta ad arrivare alla fine del mese e si convince che la colpa è di chi è diverso da lui. Oggi la comunicazione ha sottratto quasi tutto lo spazio alla riflessione e i cosiddetti “leader” (in tedesco “führer” come sottolinea sempre Michela Murgia) sembrano più preparati a seguire gli umori e i sondaggi che a dare l’esempio e a rispettare quanto affermato nella Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Sono consapevole che il percorso che descrivo è molto più lungo e impegnativo ma populismo e fascismo non si contrastano divenendo tutti un po’ populisti, bensì sostenendo e rafforzando una cultura diversa, solidificando e testimoniando i valori in cui il popolo di sinistra crede. Non ci sono scorciatoie efficaci.

Come sempre, però, vedo il bicchiere mezzo pienoEsiste una solida ideologia di destra, con i suoi valori, opposti ai miei e a quelli di chi vorrebbe una democrazia liberale e di sinistra. In questa opposizione scorgo la possibilità per la sinistra di ritrovare la propria identità. Questo momento storico può rappresentare una opportunità imprevista per la nascita di una forza popolare e democratica, con il ritorno alla possibilità per gli elettori di determinare una alternanza tra conservatori e progressisti, tra visioni geopolitiche profondamente differenti. Insomma, il ritorno a una democrazia fondata sul potere sovrano del popolo e del Parlamento.

Gli italiani sono scoraggiati, impauriti e arrabbiati ma coltivano la passione per la res publica, anche se il comportamento degli attuali leader politici invita a coltivare il cinismo più che la speranza e a preoccuparsi del qui e ora senza riflettere sul futuro, perché guardare avanti implica sforzo intellettuale, analisi, capacità di riflessione. E anche generosità. Quanto è attuale l’aforisma di Winston Churchill: “Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni”. Questa è un’occasione per cancellare un partito, il Pd, che purtroppo ha dimostrato di non essere in grado di tenere fede alle idee e di sostenere i valori della sinistra democratica, né di saper costruire una rappresentanza degna di tutti quei cittadini che in quelle idee e in quei valori credono fermamente. Serve ora un catalizzatore credibile che, se emergerà, solleverà il Paese con un’onda di speranza.

Credo davvero che sia sempre meglio tentare di fare la cosa giusta rispetto a quella che conviene. Dal 1987 ovunque ho lavorato ho appeso questo stralcio del discorso che Theodore Roosevelt tenne nel 1910 alla Sorbona di Parigi, dal titolo emblematico: “Cittadini in una Repubblica”. Eccolo: “L’onore spetta all’uomo che realmente sta nell’arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perché non c’è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l’obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta“.

In diversi momenti della storia recente d’Italia quelle anime timide, ma bramose, hanno occupato posizioni ogni volta che è stato loro possibile farlo senza confronto pubblico e consenso popolare. Non è solo mancanza di etica personale: rinunciando alla competizione, hanno trasmesso alla società valori negativi. Ma il popolo sa distinguere tra le scelte fondate sugli ideali rispetto a quelle fatte per convenienza. E non dimentica.

 




Governo, Conte Bis. Il premier ed i ministri hanno giurato al Quirinale

ROMA – Il Governo Conte bis  ha giurato questa mattina alle 10 al Quirinale nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.”Forti di un programma che guarda al futuro dedicheremo con questa squadra le nostri migliori energie, competenze, passione a rendere l’Italia migliore nell’interesse di tutti i cittadini da Nord a Sud“, aveva detto ieri al Colle il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dopo aver letto la lista dei ministri del nuovo esecutivo giallo-rosso.

Per il Capo dello Stato questo governo può definirsi a tutti gli effetti “politico”, frutto di un confronto tra Pd e M5S, che si sono presi la responsabilità di scelta su ogni singolo nome indicato. I 50 minuti di colloquio nello studio alla Vetrata con premier incaricato confermano che da parte di Mattarella non ci sono stati rilievi o questioni sulla lista dei ministri presentata. Il tutto è racchiuso in quella che non voleva essere una dichiarazione, ma solo un saluto: “In base alle indicazioni di una maggioranza parlamentare, si è formato un governo. La parola ora compete al Parlamento e al Governo” che dovrà chiedere la fiducia.

La diretta del giuramento dei ministri

Le immagini del giuramento partono dal minuto 23:00

Oggi stesso dopo la cerimonia al Quirinale, il Governo si insedia a Palazzo Chigi: Conte riceverà gli onori, parteciperà alla cerimonia della campanella e poi presiederà il primo Consiglio dei ministri con la comunicazione a Bruxelles del presidente “dem”: Paolo Gentiloni sarà il commissario italiano in Europa. Il nuovo esecutivo lunedì mattina dovrà presentarsi alla Camera per la fiducia e il giorno dopo, martedì, al Senato.

il giuramento dei due ministri pugliesi: Teresa Bellanova e Francesco Boccia

Nella sala presente fra il pubblico anche un’ex ministra, Nunzia de Girolamo ex esponente di Forza Italia e Ncd, in completo nero, presente per il giuramento si suo marito, il piddino Boccia. “L’autonomia è dentro la Costituzione e la faremo rigorosamente rispettando la Costituzione”, ha affermato, al suo arrivo al Quirinale per il giuramento, il ministro designato per gli Affari regionali, Francesco Boccia.ì che ha aggiunto”C’è già un punto di incontro su questo tema che è il lavoro fatto dal presidente della Regione Emilia Romagna e dal presidente Conte che si sono ritrovati su alcuni temi”.

La senatrice Teresa Bellanova, neo Ministra alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, dopo la cerimonia del Giuramento al Quirinale ha dichiarato: “Al lavoro da subito per rafforzare la strategicità per il nostro Paese di un segmento come questo per un agroalimentare moderno e di qualità, capace di attrarre occupazione qualificata e occupazione femminile soprattutto” e ribadito. “C’è molto da fare: penso al sostegno all’export agroalimentare che dobbiamo portare dai 43 attuali a 50 miliardi entro i prossimi anni anche in un contesto difficile come quello attuale dove si parla più di di dazi e barriere” .

Dopo il giuramento al Quirinale non c’è stato il tradizionale “passaggio di consegne” a Palazzo Chigi, suggellato, in caso di cambio di governo, dallo scambio della campanella dalle mani del premier uscente a quelle del premier che si va a insediare. E’ toccato quindi al segretario generale della presidenza del Consiglio Roberto Chieppa, consegnare a Conte la campanella con la quale il presidente del consiglio “dirige” le riunioni del governo. Ricevuta la campanella, Conte l’ha poi agitata a beneficio dei fotografi e degli operatori tv. Alla cerimonia, oltre a Conte e Chieppa, erano presenti il sottosegretario Riccardo Fraccaro e il sottosegretario uscente Giancarlo Giorgetti, che si sono passati le consegne salutandosi e stringendosi la mano.

Viene così archiviata un’emergenza politica scoppiata in piena estate. Mattarella lo aveva garantito e così è stato: occorre fare in fretta e bene. E quindici giorni rispetto agli 89 utilizzati per il governo gialloverde, uniti ai colpi di scena praticamente assenti in questo percorso, senza dimenticare che lo scorso anno che si era passati dall’ “impeachmentdel Presidente Mattarella invocato e minacciato da Luigi Di Maio e dal M5S , al premier incaricato Cottarelli che scompare dallo studio alla Vetrata e dal Quirinale, fino alle due riserve sciolte rimettendo l’incarico, hanno circoscritto questa crisi in quadro lineare dove il rispetto della nostra Carta alla fine è stato il bene primario.

Sulla nascita del nuovo governo si è espresso anche il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans:Penso che sia un bene che ci sia un governo chiaramente impegnato su una linea pro-Ue per trovare soluzioni comuni con il resto dell’Unione. Sono pronto a lavorare con il nuovo governo italiano“.

“Buon lavoro e auguri al nuovo Governo e a tutti i Ministri! Ora cambiamo l’Italia” scrive il segretario del Pd Nicola Zingaretti su Facebook , che ha seguito il giuramento del Governo Conte Bis in tv dal suo ufficio alla Regione Lazio.

Di opinione nettamente diversa e contrastante l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che  scrive su Twitter : “Il governo delle poltrone, dei riciclati e dei poteri forti europei non avrà vita lunga. Opposizione in Parlamento, nei Comuni e nelle piazze, poi finalmente si vota e… si vince!!! Io non mollo e non mollerò mai Amici, per me viene prima l’onore dei ministeri“. Immediatamente è partita una campagna di opposizione utilizzando i video. E questo pubblicato sulla pagina ufficiale del leader della Lega la dice lunga sulle “fake news” del Premier Conte.

 

 

Stefania Craxi, senatore di Forza Italia con un post su Facebook lancia delle riflessioni che non si possono non tenere in considerazione. “Spiace che la politica estera di un grande paese come l’Italia sia stata merce di scambio per regolare gli equilibri interni alla nuova maggioranza e per soddisfare gli appetti, per non dire le ambizioni sproporzionate, di uno dei contraenti del patto di governo. Alla Farnesina non si scherza. Si è osservati da tutto il mondo. Un Ministro degli Esteri non può improvvisarsi, deve avere competenza e visione, né tantomeno può avventurarsi in dichiarazioni di giornata che, come abbiamo già visto, vengono smentite seduta stante

“L’accordo di potere Pd-M5S ci regala così alla Farnesina il diplomatico dei ‘gillet gialli’, un Maduro boys, uno che reduce da una trasferta negli States, dichiarava che sulla ‘Libia abbiamo sbagliato a fidarci di Sarraj e che Venezuela e Cuba possono mediare’ e pensa che Pinochet sia stato un dittatore venezuelano e non già cileno. C’è da aggiungere altro? Non credo” continua  il senatore Craxi che aggiunge  ” Ma diciamocela tutta. La nostra politica estera non godeva di buona salute. Nessuna agenda, zero alleanze e deficit di visioni. Ma con il teatrino che si prospetta alla guida del dicastero che fu di De Gasperi, di Moro, di Nenni, di Andreotti, di De Michelis e di Ruggiero (solo per citare alcuni illustri predecessori) rischiamo davvero tanto. Pietro Nenni diceva che le idee camminano sulle gambe degli uomini. Così ci siamo gambizzati in partenza”




Ecco come è nato il governo Conte bis nell’ultima notte di sms e tensioni.

ROMA –  La notte della vigilia è stata lunga e tormentata  Alle quattro del mattino le luci di Palazzo Chigi erano accese  mentre le trattative erano ancora in corso , e nel frattempo si litigava tra Pd e 5 Stelle e all’interno del lo stesso Movimento. Bisogna dire soltanto grazie all’intervento del Quirinale se è nato il Governo numero 66 della Repubblica. Alla fine è arrivato l’accordo con dieci ministri assegnati al M5S, nove al Pd, uno di Leu ed un ministro “tecnico” il prefetto Luciana Lamorgese fortemente voluta dal presidente Mattarella  al Viminale.

Un sms è circolato all’1.38 di ieri notte  sugli smarthpone dei vertici del Pd : “È saltato tutto”. La poltrona che ha messo a serio rischio la nascita del governo è quella ritenuta “strategica” del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dopo l’eliminazione dei due vicepremier, lasciata ormai libera dal leghista Giancarlo Giorgetti. Il premier Conte voleva metterci Roberto Chieppa attuale segretario generale di Palazzo Chigi , ma Luigi Di Maio si è impuntato su Riccardo Fraccaro, volendo piazzare un suo “fedelissimo” a controllare Conte che ormai ogni giorno di più insidia la sua leadership nel Movimento 5 Stelle.

Un braccio di ferro senza esclusione di colpi fra Conte  e Di Maio il quale minacciava di ridiscutere tutto. Lui che parlava di rinuncia alle poltrone….”Se non sarò vicepremier e Fraccaro non sarà a Palazzo  Chigi, allora vado io al Viminale “. La notizia dello scontro mette in crisi il Quirinale, dove si dalle 10 tutto era pronto per accogliere la salita al Colle di Conte. Il premier incaricato invece lascia Palazzo Chigi solo alle due e mezzo del pomeriggio, dopo aver raggiunto una faticosa mediazione, cedendo a Di Maio, ben sapendo l’indicazione del Quirinale sulla gestione del Viminale.  E finalmente per gli “amici” di Di Maio, il fido Fraccaro sarà sottosegretario alla presidenza.

Ma in realtà non è una vittoria certa per Di Maio, perché la strategia di Conte è quella nominare Chieppa secondo sottosegretario alla Presidenza  ed affidargli le deleghe importanti in ambito legislativo. Una soluzione questa che però ha degli aspetti delicati anche dal punto di vista “tecnico”, in quanto di conseguenza si tratterebbe di spacchettare un incarico nevralgico, dal quale passano tutti i provvedimenti di Palazzo Chigi. Se verrà confermata l’intenzione di Conte di avere due sottosegretari in una sorta di convivenza , l’attuale capo di gabinetto  Alessandro Goracci ,  subentrerà come segretario generale al posto di Chieppa .

Raggiunto l’accordo che ha consentito la partenza del Governo e conclusi gli ultimi due vertici, sul programma e sui ministri, l’avvocato pugliese è salito alle tre del pomeriggio al Quirinale con la lista dei ministri. Conte ha passato un’ora con il presidente Mattarella nello Studio alla Vetrata e scioglie la riserva con cui aveva accettato l’incarico di formare il nuovo governo. Visibilmente emozionato, ancor più del primo incarico, per non sbagliare ha qualche esitazione nel pronunciare i  nomi :”Forti di un programma che guarda al futuro, dedicheremo le nostre migliori energie a rendere l’Italia migliore…“.

Ma dietro la soluzione politica che dà vita al Governo Conte “bis” permangono nodi politici ed enigmi e . Il Pd soffre perché non ha un presidio a Palazzo Chigi: “Abbiamo lasciato che l’esecutivo decollasse, ma il problema andrà risolto. Faremo capire a Conte che è suo interesse essere affiancato da un vice del Pd”. Sceso da colle alle cinque della sera, Conte è andato a Montecitorio dal presidente Roberto Fico. Incontro scandito da sorrisi e felicitazioni, mentre in un clima più istituzionale si sono svolti i 40 minuti trascorsi con Elisabetta Casellati a Palazzo Madama.

Paolo Gentiloni

Alla fine sembra di assistere ai titoli di coda di un bel film scritto altrove da altri. L’amministrazione Trump saluta con fiducia il nuovo esecutivo giallorosso,  i vertici dell’ Unione Europea (eletti grazie al voto determinate di Pd e M5S)  accolgono con grande favore entusiasmo la svolta europeista del Governo Italia e l’arrivo dell’ex premier Paolo Gentiloni a Bruxelles come commissario con un portafoglio importante. La borsa sale, lo spread scende come per incanto, dimostrando di fatto di condizionare gli equilibri dei governi dei Paesi europei.

Matteo Salvini pur ammettendo la sconfitta attacca il nuovo governo  Conte Bis definendolo “della casta”. Nicola Zingaretti , segretario del Pd, cerca di voltare pagina: “Ora basta odio“. Questa mattina alle 10 il giuramento dei ministri nel Salone delle Feste del Quirinale, dopodichè il premier Conte avrà quattro giorni per buttare già il discorso per la fiducia che dovrà ottenere lunedì alla Camera e con più di qualche rischio di franchi tiratori martedì al Senato.




Il voto su Rousseau: una violenza alla Costituzione

di Antonello de Gennaro

Soltanto in Italia si poteva consentire ad un’associazione privata come Rousseau che controlla di fatto la vita del Movimento 5 Stelle, non solo di finanziarsi con soldi pubblici donati/trattenuti obbligatoriamente dagli stipendi degli eletti del 5 Stelle, ma persino di voler condizionare la vita pubblica e politica, calpestando il dettato costituzionale, subordinandola ad un voto online privo di alcun controllo certificato, e che è stato già hackerato ripetutamente e per questo sanzionato ben due volte dal Garante della Privacy , per illecito trattamento dei personali.

La storia dei voti sulla piattaforma Rousseau racconta che dei circa 115mila  iscritti alla piattaforma, che quindi rappresentano appena l’1 per cento dell’elettorato del M5S alle ultime Politiche, in realtà in media ne votano molto meno. Ad esempio al quesito sul mandato zero, il 25 e il 26 luglio scorsi, hanno risposto appena in 25 mila. Di poco più alta la partecipazione alle “Europarlamentarie” (primo turno, 31 marzo 2019: 37.256 votanti; secondo turno 4 aprile 2019: 32.240). Il massimo dei votanti sulla piattaforma “controllata” di fatto da Davide Casaleggio, si è raggiunto nella consultazione del 18 febbraio 2019 sul “caso Diciotti“, che coinvolgeva l’alleato di governo Matteo Salvini: a votare furono in 52.417. Per concludere il voto del 3 febbraio 2018 per le “Parlamentarie”  quando a votare furono in 39.991. Per  votare sull’alleanza fra M5s e Lega, il 18 maggio 2018, i votanti furono 44.769.

Per Sabino Cassese “non si gioca con la democrazia”, per Cesare Mirabelli “così la democrazia rappresentativa va a mare”, per Giovanni Maria Flickil voto su Rousseau è contro la Costituzione”. È un giudizio netto e molto critico quello di due presidenti emeriti della Corte Costituzionale e di un costituzionalista sul ricorso al voto online per gli iscritti al M5S per decidere se dar vita al governo con il Partito Democratico.

 

Domani dalle 9 alle 18 i (presunti) 115.372 aventi diritto al voto sulla piattaforma Rousseau sono stati chiamati  a esprimere il proprio voto sull’alleanza con il Pd per un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte. Il quesito a cui potranno rispondere gli iscritti è: “Sei d’accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?. La domanda questa volta è ben più esplicita e chiara di quanto era successo il 18 maggio 2018, quando il quesito che avrebbe portato al governo con Matteo Salvini, non veniva mai citava esplicitamente la Lega, bensì si chiedeva solo l’approvazione del “contratto del governo del cambiamento“.

La domanda legittima da porsi è molto semplice e chiara : come si può affidare ai presunti circa 115 mila iscritti di decidere via internet e senza alcuna garanzia od organismo terzo di controllo qualificato, sul voto elettronico,  al posto di 10milioni e 700 mila elettori che nel 2018 hanno votato per il M5S ? E questa sarebbe democrazia ? Tutti gli improvvisati giuristi e costituzionalisti grillini possono gentilmente spiegarci in quale passaggio della nostra legge elettorale, della legge istitutiva parlamentare, della nostra tanto richiamata Costituzione, che viene continuamente calpestata da un comico, ed un branco di ex-disoccupati privi di alcuna competenza specifica e tantomeno politica ?

In un video odierno su Facebook  l’ex-venditore di bibite allo Stadio San Paolo, ha annunciato la sua rinuncia alla carica di vicepremier nel Conte Bis, facendo finta che tale decisione fosse la sua, quando invece la verità è che ormai è stato scaricato dai suoi “controllori-datori di lavoro”(leggasi: Casaleggio & Associati e Beppe Grillo). Come si fa a non ridere quando Di Maio dice ” Conte è un premier super-partes” quando invece è palesemente di parte schierato politicamente con il M5S.

Saremmo curiosi di sapere dov’è finito il rito delle “graticole” dei meet-point di Grillo, dov’è finita la legenda (ormai una barzelletta) dell’ “uno vale uno”, come mai i grillini che si dichiaravano nemici del “sistema della politica” , delle auto blu, delle poltrone, che andavano a fare le consultazioni a Palazzo Chigi con Renzi e Bersani con i tablet collegati in streaming, adesso hanno perso usi, costumi, abitudini e principi di vita ? Da dove nasce, se non dal manuale Cencelli il concesso espresso (sempre da Di Maio n.d.a.) “se ci fosse stato un vicepremier Pd era giusto che ci fosse un vice M5S. Il Pd ci ha ripensato e ha rinunciato ad avere un suo vicepremier, per cui il problema ora non esiste più”.

Di Maio ha mentito ben sapendo di mentire, quando ha detto  che “avevamo due strade, o tornare al voto o verificare se c’era un’altra maggioranza. Tornando al voto ci saremmo ritrovati nella stessa situazione di oggi, la destra ci diceva che eravamo di sinistra, e viceversa, ma noi siamo post-ideologici”.

L’unica speranza è che qualunque Governo, sia capace di governare il Paese, insieme ad una serie di riforme fondamentali, come quella sul lavoro (che cancelli l’inutile reddito di cittadinanza), sull’economia, sulla giustizia, si sbrighi a fare una nuova legge elettorale che escluda i listini “bloccati” riservati ai nominati ( o meglio ai servi sciocchi) di questo o quel leader di partito o di corrente, e che riporti il voto del cittadino al centro delle elezioni. Il voto va meritato sulla base delle capacità, delle competenze, della moralità, della coerenza, e non pilotato come sinora accaduto.

Da questo punto di vista, si stava molto meglio nella 1a Repubblica, quando la politica era riservata a persone capaci di farla, con un ‘esperienza maturata nei decenni, e sopratutto al servizio dei cittadini, che altrimenti non li votavano, eleggendolo o rieleggendoli in Parlamento. In nome del popolo “sovrano” .

Non a caso l’articolo 1 della nostra Costituzione dice che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”. Dovrebbero rileggerla in molti, anzi in tanti. A partire da chi ci governa

 

 




La Lega in leggero calo ma il centrodestra unito sfiora il 50%

 

Nel sondaggio di Quorum-Youtrend emerge inoltre che migliora la percezione del campione nei confronti di Giuseppe Conte, unico politico insieme al presidente della Repubblica Sergio  Mattarella a conquistare più del cinquanta per cento di fiducia. Il 42,8% degli italiani pensa inoltre che sarebbe stato meglio andare subito al voto piuttosto che affidarsi a un governo a maggioranza Pd-M5s.

Nota metodologica: sondaggio SKY Agosto Sondaggio svolto tra il 29 e il 30 agosto 2019 con metodologia mista CATI/CAMI/CAWI su un campione di 1000 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, indagata per quote di genere ed età, stratificate per area macroregionale di residenza e titolo di studio. L’errore campionario è pari a +/- 3,1%, con un intervallo di confidenza del 95%




Crisi di governo: Zingaretti e Di Maio: trovata l'intesa. Conte convocato al Colle.

ROMA –  Il premier dimissionario Giuseppe Conte è stato convocato per questa mattina, alle 9,30, al Colle, dopo che  Pd e M5S hanno annunciato l’accordo tra le due forze politiche.  “Abbiamo riferito al presidente di aver accettato la proposta del M5s di indicare in quanto partito di maggioranza relativa il nome del presidente del Consiglio dei ministri. Questo nome ci è stato indicato dal M5s nei giorni scorsi”, ha detto al termine delle consultazioni il segretario del Pd Nicola Zingaretti .

la delegazione Pd al Quirinale a colloquio con il Presidente Mattarella

“Abbiamo altresì confermato risolutamente l’esigenza ora di costruire un governo di svolta e discontinuità, ha aggiunto Zingaretti. “Sia chiaro che non c’è alcuna staffetta da proseguire e non c’è alcun testimone da raccoglie ma semmai una nuova sfida da cominciare“. Il nuovo governo porterà, ha concluso il segretario, “l’inizio di una nuova stagione, civile, sociale e politica”.

Dopo Zingaretti, è stata la volta della delegazione di Forza Italia a salire al Colle. Il presidente Silvio Berlusconi ha sottolineato la necessità di andare al voto.

la delegazione di Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi al Quirinale

Conferma l’intesa il leader M5s, Luigi Di Maio: C’è un accordo politico cn il Pd per Conte premier'” . “Siamo sempre stati un movimento post ideologico” ha aggiunto Di Maio, al termine dell’incontro con il presidente della Repubblica “abbiamo sempre pensato che non esistano schemi di destra o sinistra ma solo soluzioni. Ci hanno accusato dell’essere dell’una o dell’altra parte. Questi schemi sono ampiamente superati” .

“Il ruolo di Giuseppe Conte ci fa sentiti garantiti sulle politiche che vogliamo realizzare”, ha proseguito Di Maio.  “Si sono alimentate tante polemiche sulla mia persona – ha rilevato – e mi ha sorpreso che in una fase così delicata qualcuno abbia pensato al sottoscritto piuttosto che al bene del Paese. La Lega mi ha proposto di propormi come premier per il M5s e mi ha informato di averlo comunicato anche a livello istituzionale. Li ringrazio con sincerità ma con la stessa sincerità dico che penso al bene di questo Paese e a non me“. A proposito dell’apprezzamento espresso da Trump a Conte, Di Maio ha detto: “Ci indica che siamo sulla strada giusta”.

Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri

“Lasciatemi dire infine che i cittadini hanno assistito a un dibattito poco edificante su ruolo e cariche. Come capo politico del M5S – ha aggiunto – chiederò che il percorso di formazione del nuovo governo parta dalla redazione di un programma omogeneo. Solo dopo si potrà decidere chi sarà chiamato a realizzare le politiche concordate e su questo chiediamo che si rispettino alle prerogative del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio“.

Salvini: “Mattarella metta fine a questo spettacolo indecente” . “Il mio un errore? E’ così se lo si considera in base alle logiche della vecchia politica. Io non pensavo che ci sarebbero stati dei parlamentari renziani che invece di andare alle elezioni avrebbero votato anche per il governo di Pippo e Topolino“. ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in serata intervenendo in uno speciale sulla crisi del governo, in onda sul Tg1 aggiungendoIl presidente del Consiglio l’hanno trovato a Biarritz su indicazione del G7. E sta arrivando il Monti bis. Non ci hanno permesso una manovra coraggiosa fondata sulla flat tax”.

il capo dello Stato Sergio Mattarella ed il premier Giuseppe Conte

Sarà una corsa in salita quella del governo Conte bis. Soprattutto per le problematiche interne che stanno mandando in fibrillazione i due partiti di governo, alle prese con seri problemi interni e schiere di elettori che faticano ad accettare un accordo con chi, fino a poche ore prima, ha spesso usato parole durissime al limite dell’insulto. Conte chiederà al capo dello Stato qualche giorno di tempo, verosimilmente fino a lunedì, per sciogliere la riserva. Poi a metà della prossima settimana presterà giuramento, per la seconda volta in 15 mesi, nelle mani di Sergio Mattarella.

Ci sono innanzitutto da definire la futura squadra di governo. Sembra che Conte sia orientato verso un unico vice Pd – o addirittura a non avere proprio vice – per spegnere le ambizioni di Luigi Di Maio. Al Pd dovrebbero andare due dicasteri importanti e “pesanti” come Interni ed Economia. E per il capo politico del Movimento, oltre alle fronde interne, ci sarà da affrontare anche il responso della piattaforma Rousseau che dovrà dare l’ok al programma del nuovo esecutivo giallo-rosso.

Acque agitate anche nel Pd, dopo il polemico addio di Carlo Calenda ed il “no” in direzione all’alleanza con il M5S di Richetti. Ma il segretario Zingaretti prova a rassicurare tutti: “Vogliamo costruire un governo di svolta e discontinuità. Non c’è alcuna staffetta da proseguire e nessun testimone da raccogliere, semmai una nuova sfida da cominciare”. Dichiarazioni rassicuranti anche quelle di Matteo Renzi, in un post su Facebook: Questo Governo nasce sulla base di una emergenza: evitare che le tasse salgano e che l’Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Tutto è cominciato perché qualcuno ha chiesto ‘i pieni poteri’. Il potere non è sostantivo: il potere è un verbo, poter cambiare le cose. Mettiamoci a servizio provando a dare senza chiedere. E tutto sarà più semplice“.

Non è stato affrontata l’altra questione che ha suscitato una ridda di voci, retro-pensieri e interpretazioni, ovvero il voto sulla piattaforma Rousseau, a consultazioni finite e quando sarà in via di composizione la squadra e il programma. E se venisse bocciato il tutto? E se fosse un sistema per mettere sub iudice, attraverso uno strumento parlamentare, l’intero percorso istituzionale? Non sembra che al Quirinale vivano con angoscia l’evento, in fondo ci sono partiti che fanno le direzioni classiche e altri che hanno diversi strumenti di confronto interno, chiamiamolo così. Ed è presumibile piuttosto che il quesito aiuterà  a far digerire l’accordo a una base piuttosto perplessa. Difficile che sarà chiesto un polemico “siete favorevoli a spartirvi le poltrone col ’partito di Bibbiano?”, più probabile un quesito tipo “siete favorevoli a continuare, per realizzare i nostri obiettivi, a un nuovo governo Conte?”. E’ noto il doppiogiochismo del M5S nel porre le domande in maniera tendenziosa ai suoi 100 mila iscritti.

La tesi che in serata Beppe Grillo affida un post, suggerendo un governo di personalità fuori dalla politica, per dimostrare che “le poltrone non valgono nulla”. Il che consentirebbe a Zingaretti di sviluppare lo stesso ragionamento che pure ha in mente. La suggestione dura il tempo di una telefonata con Luigi Di Maio, prontamente resa pubblica, in cui si fa sapere che quello di Grillo è un “paradosso”, ma che “Di Maio è il capo, dunque spetta a lui decidere la squadra”. Il che fa capire il livello di tensione dentro i Cinque stelle su un’operazione che, a cascata, sta mettendo in discussione un assetto consolidato di leadership e di potere. L’incarico all’ex premier dell’era gialloverde è l’unico dato acquisito.




Calenda lascia il Pd. nasce un nuovo movimento

ROMA – Ecco la lettera inviata dall’eurodeputato Carlo Calenda a Paolo Gentiloni e Nicola Zingaretti, rispettivamente presidente e segretario del Partito Democratico, in cui presenta le sue dimissioni.

Caro Nicola, Caro Paolo,

vi prego di voler accettare le mie dimissioni dalla Direzione Nazionale del Partito DemocraticoE’ una decisione difficile e sofferta. Nell’ultimo anno e mezzo ho sentito profondamente l’appartenenza a un partito che, per quanto diviso e disorganizzato, consideravo l’ultimo baluardo del riformismo in Italia. Per questo mi sono iscritto al Pd all’indomani della sconfitta più pesante mai subita dal centrosinistra.

In questi mesi ho cercato di dare in tutti i modi un contributo di idee e di iniziativa politica. Insieme ci siamo battuti alle elezioni di maggio con coraggio e coesione, raggiungendo un risultato non scontato. E’ stata un’esperienza entusiasmante. Ho scoperto la tenacia di una comunità di elettori e militanti pronta a combattere per lo Stato di diritto e per la permanenza dell’Italia tra i grandi paesi europei; nonostante tutto e spesso nonostante il Partito.

Dal giorno della mia iscrizione ho chiarito che non sarei rimasto nel partito in caso di un accordo con il M5S. La ragione è semplice: penso che in democrazia si possano, e talvolta si debbano, fare accordi con chi ha idee diverse, ma mai con chi ha valori opposti. Questo è il caso del M5S. Le ragioni le abbiamo spiegate ai nostri elettori talmente tante volte che non vale la pena ripeterle qui.

Non saranno 5 o 10 punti generici a far mutare natura a chi è nato per smantellare la democrazia rappresentativa cavalcando le peggiori pulsioni antipolitiche e cialtronesche di questo paese. Sapete bene che nulla abbiamo in comune con Grillo, Casaleggio e Luigi Di Maio. Ed è significativo il fatto che il negoziato non abbia neanche sfiorato i punti più controversi: dall’ILVA alla TAV, da Alitalia ai Navigator. Un programma nato su omissioni di comodo non è un programma, è una scusa. Eviterò di commentare la decisione di cedere al diktat del M5S su Conte. In fondo esiste una perversa coerenza nella scelta di questo nome per guidare un Governo nato dal trasformismo. Nelle ultime ore siamo arrivati persino ad accettare un giudizio sull’accordo di Governo da una piattaforma digitale privata che abbiamo sempre giustamente considerato eversiva e antidemocratica.

Nell’ultimo anno sono stato molte volte in disaccordo con le decisioni del Partito, ma ho sempre rispettato il volere della maggioranza. Questo caso è differente. Stringendo l’alleanza con il M5S, il Pd rinuncia a combattere per le sue idee e i suoi valori. E questo non posso accettarlo. Fino a qualche giorno fa ero solo uno dei tanti a pensarla in questo modo. Dirigenti, parlamentari, leader passati e presenti, hanno reiterato per molto tempo la stessa promessa: senza di me, mai con i 5S! Fino a trenta giorni fa, quando la crisi del Governo Conte era già manifesta. Nella direzione del 26 luglio abbiamo votato all’unanimità la relazione del Segretario che indicava chiaramente nelle elezioni l’unico percorso da seguire in caso di caduta dell’Esecutivo. Cito le tue parole Nicola: “confermo che nel caso si arrivasse a una crisi di governo la nostra posizione era, è e sarà sempre la stessa: di fronte a una crisi di queste proporzioni la via maestra sono le elezioni anticipate, non esiste alcuna ipotesi di alleanza con i 5S”.

Persino nel paese delle amnesie di comodo e del trasformismo fa impressione pensare che quella decisione della direzione sia stata archiviata, poche ore dopo l’apertura informale della crisi di Governo, con un’intervista che ha poi determinato una precipitosa inversione di rotta di tutta la nostra leadership. Come può un partito privo di coerenza, processi decisionali effettivi e rispetto per le determinazioni assunte dai propri organi dirsi davvero tale? Il Pd può trovare una momentanea unità sulla base di una convergenza di interessi individuali, ma continua a essere più interessato ai regolamenti di conti che a combattere contro i suoi avversari. Per questo non si riesce a far stare seduti nella stessa stanza i leader delle varie correnti.

Palazzo Chigi

Mi domando come possiate pensare di affrontare un Governo con i 5S, in un momento così difficile per tutto l’Occidente, con un partito già sostanzialmente in pezzi e pronto a esplodere in ogni istante al manifestarsi di convenienze personali. E del resto veleni, accuse, veline e tentativi di delegittimazione non sono mancati anche durante la delicatissima trattativa per la formazione del Governo. Il combinato disposto della debolezza del Pd e delle profonde differenze con i 5S non porterà nulla di buono all’Italia e al partito.

Ma non è solo per ragione di coerenza o di serietà che avremmo dovuto scegliere la strada delle elezioni. Dare vita in questo modo a un Governo con Grillo e Casaleggio vuol dire rinunciare a fare politica. I progressisti vengono sconfitti in tutto il mondo perché negli ultimi trent’anni non hanno visto il prodursi di una frattura profondissima tra progresso e società. Il nostro futuro dipende dalla capacità di capire cosa è accaduto e proporre una visione e un progetto adatto ai tempi. Da qui non si scappa e non si può scappare. Rifugiarsi in un confortevole quanto generico antifascismo per nascondere la mancanza di pensiero, la spinta all’autopreservazione e la paura di perdere, è una scorciatoia che non servirà a battere la destra. Al contrario, ne accrescerà la forza.

Senza dubbio l’apertura ai 5S ha spiazzato Salvini costringendolo ad una precipitosa ritirata. Ma è stata solo una “vittoria di Pirro” ottenuta ad un prezzo esorbitante. Abbiamo rimesso al centro della scena il M5S – che infatti sta già ricrescendo nei sondaggi – e confermato nei cittadini l’idea che siamo pronti a tutto pur di ritornare al Governo.C’è un errore profondo che la diffusa soddisfazione, anche di una parte della nostra base, per questo accordo nasconde. E’ il pensiero che il nemico da battere sia sempre una persona. Un errore già commesso con Berlusconi. Salvini è un contenitore vuoto che si riempie delle paure e delle inquietudini degli italiani. Finché non ci occuperemo del contenuto non torneremo a vincere. E quella che abbiamo intrapreso non è la strada giusta.

Chi governa viene punito anche se governa bene, lo sappiamo per esperienza recente. Come potete sperare che un esecutivo con i 5S non produrrà un’ulteriore perdita di consenso?




Il cittadino vota ma non conta più: e questa non è democrazia

di Claudio Brachino*

Voto ergo non sum. Con questa cartesiana certezza rovesciata, fatalmente e anche storicamente stiamo entrando nell’era della non-democrazia, o democrazia formale.

Le elezioni in Italia sembrano ormai una concessione, un’eccezione, una contorsione delle regole dei padri costituenti. Forse una populistica liturgia da guardare con sospetto. Già la democrazia rappresentativa non se la passa così bene e ha ingrassato in maniera spropositata movimenti anti-casta che poi in proprio, nella fase costruens, cioè amministrativa del potere, hanno dimostrato di avere idee contraddittorie sulla realtà, in primis nella materia decisiva dell’economia.

Ma andiamo con ordine. È vero che Mattarella secondo la Costituzione deve verificare se esistono maggioranze parlamentari credibili prima di richiamare i cittadini italiani alle urne. Ma è anche vero che queste maggioranze non devono essere accrocchi, pardon inciuci, di meri numeri, poltrone, nomine, paure incrociate. Queste maggioranze devono avere una relazione logica, se non proprio cartesiana, con il sentimento popolare. Non solo Frankstein partoriti da disegni di potere, non solo acrobazie di conservazione e resuscitazione, le maggioranze parlamentari «credibili» devono avere una sostanza democratica.

Lo specchio inclinato verso i cittadini e non buttato nei rifiuti per non vedere il frutto di una pessima chirurgia politica. Anche qui facciamo ordine: il 4 marzo del 2018 gli italiani hanno votato il centrodestra, primo senza i numeri per governare, ma primo. Poi il successo del M5s, il crollo del Pd, il sorpasso della Lega su Forza Italia. Poi Salvini e Di Maio hanno messo insieme ciò che nessuno gli aveva detto di mettere insieme. Inutile ridire quello che è stato detto mille volte, vale la pena solo sottolineare qui che l’unica antropologia comune era quella di aver capitalizzato, anche se ognuno per conto proprio, una lunghissima campagna anti-sistema. Com’è finita si sa.

Con Conte che parla una lingua sub-istituzionale da fidanzata offesa e la soap sarcastica delle telefonate tra i due “golden boys“. In questi mesi poi il sentimento popolare si è espresso con le Regionali, tutte vinte dal centrodestra, con le Europee vinte dalla Lega che poi nei sondaggi ha toccato punte del 39 per cento. Lo dice Chomsky, ideologo della sinistra americana, e non un barbaro sovranista: se io cittadino voto e ho la sensazione di non poter cambiare la realtà o di non poter dare un giudizio su chi mi ha governato, allora la macchina democratica va in frantumi. Dunque come cittadino non esisto, non ci sono, non valgo, non conto. Non sum.

Ci pensi, Mattarella.

 

*editoriale tratto dal quotidiano ILGIORNALE



Crisi di governo: il M5s insiste su per Conte premier. Oggi nuovo vertice col Pd

ROMA – E’ terminato, dopo circa quattro ore, intorno alle 2 di questa notte l’incontro tra le delegazioni del Pd e di M5s svoltosi a Palazzo Chigi, sede insolita per una trattativa politica fra due partiti . Vi è un punto rigida in questa “trattativa” che è andata fino a notte fonda, senza produrre(ancora) un accordo, perché “c’è ancora molto da fare sui programmi”. In realtà il vero problema trovare un accordo sulla  figura del premier, perché la posizione di Di Maio appare come un diktat: prima il sì a Conte, poi si discute dell’esito. Una posizione che il Pd non condivide. Un nuovo vertice dovrebbe tenersi stamani alle 11.

Fonti del Partito Democratico hanno commentato:”Strada in salita su programma e contenuti. Sulla manovra finanziaria emergono differenze. Oggi si continua“: mentre dal M5S commentano : “E’ un momento delicato e chiediamo responsabilità, ma la pazienza ha un limite. L’Italia non può aspettare, servono certezze. Aspettiamo una loro posizione ufficiale su Conte” . Una sola cosa è certa, e cioè che il segretario nazionale del Pd Nicola Zingaretti non entrerebbe in un ipotetico governo M5s-Pd, restando alla guida della Regione Lazio.

il capigruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ed alla Camera Graziano Delrio. Al centro il vicesegretario Andrea Orlando

Ma cosa è successo ieri ? Nel pomeriggio si è svolto un primo incontro interlocutorio tra Zingaretti e Di Maio. Fonti del MoVimento facevano trapelare che “si va verso il Conte bis“. Ma Zingaretti, dopo aver ascoltato Di Maio,  si è recato al Nazareno per un ulteriore confronto con i capigruppo del Pd al Senato ed alla Camera Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Non ci sono veti, vogliamo parlare di contenuti“, ha spiegato Marcucci all’uscita dalla riunione sull’ipotesi di Conte premier di un governo M5s-Pd.

Casa Pd

Il segretario Zingaretti.  intercettato dai giornalisti davanti alla sede del partito al Nazareno, a sua volte ha detto “Credo che siamo sulla strada giusta. Avevamo chiesto che si partisse su idee e contenuti e stasera continueremo ad approfondire, sono ottimista” aggiungendo “Sono e rimango convinto che serva un governo per questo paese, un governo di svolta. Voglio difendere l’Italia dai rischi che corre che vuol dire anche difendere le idee, la dignità i valori e la forza del Pd. Bisogna ascoltarsi a vicenda, le ragioni degli uni e degli altri e mi auguro che nelle prossime ore ci sia la possibilità di farlo, finora non era avvenuto”. Ma Zingaretti ribadisce che servono “elementi di discontinuità sia sui contenuti sia su una squadra da costruire“.

Matteo Renzi nella sua e-news scrive Adesso la crisi di governo è nelle mani dei segretari di partito. Io come tutti auspico che prevalgano la saggezza e la responsabilità, da parte di tutti. Dire ‘prima gli italiani’ oggi significa dire: mettiamo a posto i conti e garantiamo un governo” dimenticando tutti i suoi proclami anti-M5S spesi nell’ultima campagna elettorale per le recenti Elezioni Europee.

Una riunione della Direzione Nazionale del Partito Democratico è stata convocata dal presidente del partito, Paolo Gentiloni, per martedì alle 18 con all’ordine del giorno, la “crisi di Governo” e varie ed eventuali.

Casa M5S

Nel frattempo  in un appartamento del centro storico di Roma , si è svolta una riunione dei vertici dei Cinque stelle, movimento che notoriamemte non ha una sede propria,  per decidere sul governo. All’incontro ha partecipato Luigi Di Maio che è stato a Palazzo Chigi prima di dirigersi all’appuntamento, con i capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli e gli altri esponenti di spicco del Movimento da Roberto Fico ad Alessandro Di Battista, da Paola Taverna a Davide Casaleggio. Alla riunione non c’è il “garante” Beppe Grillo che ieri ha avuto una “vivace” telefonata con Di Maio che teme di essere oggetto di un cambio in corsa che Grillo cerca e Casaleggio più o meno subisce. E martedì alle 19, da quanto si apprende, si terrà l’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari del M5S.

Duro attacco della Lega

Chi ha paura del voto non ha la coscienza pulita ha detto Matteo Salvini in una conferenza stampa tenuta al Senato, chiarendo che “non stiamo facendo appelli alle piazze. Continuo a garantire stabilità a questo Paese. La via maestra è il voto”.

Sta per nascere un Governo conun gioco di palazzo contrario alla maggioranza silenziosa del popolo italiano che ha votato da due anni a questa parte, un ribaltone pronto da tempo”, ha detto ancora Salvini: “”Rifarei tutto era un governo fermo, era un Parlamento fermo, era inutile tirare a campare. Ora viene il dubbio che questo essere fermi fosse telecomandato“. “Dico a Pd e M5S che da giorni si stanno trascinando nella contrattazione di ministeri e poltrone: fate in fretta, state perdendo giorni su giorni e non trovano accordo su ministeri, non su progetti, ma sulle poltrone. Sembra di tornare ai tempi della Prima Repubblica, ai tempi di De Mita e Fanfani”. Così su Facebook il leader della Lega, Matteo Salvini.

“Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto per l’Italia e per gli italiani – ha aggiunto il Ministro dell’Interno – “Qualcuno per il patto per le poltrone vuole smontare quello che abbiamo fatto finora. Sta vincendo il partito delle poltrone“. Conte – commenta Salviniè la riedizione del Governo Monti, preparava la manovra su suggerimento dei suoi amici Merkel e Macron“. Per settimane – aggiunge il leader della Lega – i Cinque Stelle ci hanno sfidato a votare il taglio dei parlamentari, ci sono anche per farlo domani. Ci sono, va bene, si può fare: è un segnale di serietà e di rispetto del contratto di governo e di altra promessa mantenuta. Bisogna preparare una manovra economica importante che tagli le tasse“.    Leggo che Di Maio vuole fare il ministro dell’Interno. Vai, io sono pronto a darti consigli per un mestiere difficile ma entusiasmante: affidarmi questo ministero è la cosa più bella che Dio e gli italiani potessero farmi”, ha concluso Salvini

Il “valzer” delle poltrone

Dietro il complicato confronto ufficiale tra Pd e M5S sui “programmi e sulle idee”, anche in questa crisi di governo di agosto spunta una febbrile trattativa sulle poltrone di governo. Con uno scambio progressivo di proposte e controproposte sull’organigramma approfondito fino tarda sera nell’incontro tra Di Maio e Conte da una parte del tavolo e Zingaretti e Orlando dall’altra.

La poltrona del Premier visto che sta prendendo corpo un Conte Bis, è quella più chiara anche se per rispetto verso il Quirinale il segretario del Pd Zingaretti continuerà,  a ripetere in pubblico che il “nodo non è sciolto”, almeno fino a domani quando sarà ricevuto dal capo dello Stato. Il “totoministri” diventa subito un rebus se si passa alla questione dei vicepremier : il Pd chiede che ci sia una sola poltrona di vicepremier da assegnare ad Andrea Orlando (o a Dario Franceschini), mentre il M5S vuole i gradi di vice anche per Di Maio, destinato a conquistare la delega del Viminale sinora ricoperta da Matteo Salvini. Qualcuno dei suoi l’ha anche avvertito dei rischi: “Occhio, Luigi, quella del ministero dell’Interno è poltrona che scotta. Non potrai fare la politica di Salvini sull’immigrazione. E, soprattutto, dal giorno dopo diventerai il bersaglio mediatico numero uno di Salvini stesso“. Per il Ministero dell’ Economia, poi, sarebbero in corsa Antonio Misiani (Pd), l’uscente Giovanni Tria ed anche Pier Carlo Padoan (Pd) visto che è caduto il veto sugli ex .

Verso il Viminale potrebbero spuntare altre soluzioni: il ritorno di Marco Minniti (Pd), o il capo della polizia Franco Gabrielli), Pd e M5S vorrebbero dividersi i tre ministeri che hanno una sfera d’azione internazionale. Possibile la conferma alla Difesa per l’anti-salviniana Elisabetta Trenta (M5S) ma per questa nomina ci sono richieste per Emanuele Fiano del Pd. da definire anche il nuovo Ministro degli Esteri che potrebbe essere Paolo Gentiloni o la riconferma di Enzo Moavero Milanesi (M5S) , le Politiche comunitarie potrebbero finire alternativamente a Roberto Gualtieri ed Enzo Amendola, il primo attualmente eurodeputato, il secondo ex sottosegretario agli Esteri.

Per il Ministero della Giustizia in ballo tra l’uscente Alfonso Bonafede e l’ex Andrea Orlando (con outsider l’ex magistrato Pietro Grasso di Leu): Bonafede è un nome talmente in cima ai desiderata di Di Maio da essere stato indicato per primo. Zingaretti, che non entrerebbe al governo perché se lo facesse dovrebbe lasciare la guida della Regione Lazio, vuole nella squadra di Conte anche la sua vice Paola De Micheli per la guida del Ministero dello Sviluppo Economico,  e dal Nazareno spunterebbero anche i profili dei renziani Teresa Bellanova (Lavoro), Ettore Rosato (Difesa), Roberto Cingolani (Istruzione). Senza contare che Lorenzo Guerini (Pd) dovrà lasciare la presidenza del Copasir (il Comitato parlamentare sui Servizi Segreti, che viene affidato per prassi consolidata ad un rappresentante dell’opposizione di Governo) a un leghista e, quindi, anche per lui si profila un ingresso nel governo.

Il pacchetto di nomine dei 5 Stelle al governo, oltre a Di Maio, comprenderà Riccardo Fraccaro (Rapporti con Parlamento e delega alle Riforme) con l’occhio puntato al taglio dei parlamentari, forse Giulia Grillo (ancora Salute) e Sergio Costa (Ambiente). La poltrona delle Infrastrutture sembra ritagliata per Graziano Delrio (Pd) che sarebbe un ritorno alla guida del Ministero o per l’ingegnere triestino Stefano Patuanelli, attuale capogruppo M5S al Senato. Altro punto di discontinuità nella continuità rispetto al Governo Conte dimissionario (M5S-Lega) , viste le tensioni con Salvini, Vincenzo Spadafora, già sottosegretario alle Pari opportunità prossimo alla riconferma, sarebbe in odore di promozione.

Per concludere c’è la partita di Bruxelles. Nel totonomi che si è appena aperto c’è anche quell’appendice comunitaria, sulla scena delle prove generali del governo Conte entra Matteo Renzi che  alle 18.20 commenta : “Io commissario europeo? Guardate, piuttosto mi iscrivo al partito di Bersani e D’Alema”  cedendo la pole position per i galloni da commissario a Paolo Gentiloni.

 

 

 

 

Le consultazioni del Capo dello Stato si svolgeranno in due giorni.  Martedì il capo dello Stato sentirà al telefono l’ex-presidente Giorgio Napolitano, poi alle 16 riceverà il presidente del Senato Elisabetta Casellati e alle 17 il presidente della Camera Roberto Fico. A seguire i partiti, con il M5s ultimo gruppo ad essere ascoltato mercoledì alle 19.




La doppia faccia di Giuseppe Conte

ROMA – In un Paese civile e rispettoso della legalità il premier dimissionario Giuseppe Conte non sarebbe mai arrivato alla guida del Governo. Ma in Italia, si sa tutto è possibile. Tutto ed il contrario di tutto. A partire dai conflitti d’interesse, dalla bionda e più giovane consorte Olivia Palladino che era stata “beccata” per aver trattenuto oltre due milioni di euro di tasse di soggiorno da pagare al Comune di Roma riscosse dai clienti del suo hotel il “Plaza” di Roma nella centralissima via del Corso, una volta quartier generale del compianto ministro socialista Gianni De Michelis.
Per poi arrivare al suo curriculum vitae poco credibile e sbugiardato dal “fact-checking” dei colleghi dell’ Agenzia AGI. Senza dimenticare  i presunti rapporti di Conte con il giurista e avvocato Guido Alpa, che per anni è stato consigliere di Banca Carige  ed oggi è consulente di Raffaele Mincione, il finanziere e uomo d’affari entrato nella banca genovese un anno fa con il 5,4% e attualmente azionista dell’istituto. E poi ci sono i presunti rapporti tra il Presidente del Consiglio e lo stesso Mincione. Conflitti di cui adesso si sta occupando l’ Authority Antitrust.
“Nessun conflitto di interessi, rinuncio alla cattedra esclusivamente per una sensibilità personale”  aveva dichiarato il premier Giuseppe Conte in una diretta su Facebook, dopo una giornata piena di polemiche sul suo rinvio della prova di inglese per il suo trasferimento all’Università La Sapienza di Roma. “Si è detto addirittura che cercavo un dopolavoro non confidando sulla durata di questo governo: fatevene una ragione, lo dico a tutti gli oppositori, questo governo durerà 5 anni“, aveva poi aggiunto il presidente del Consiglio, smentito dai fatti, data la durata di appena un anno del suo governo !
Pochi ricordano che  Giuseppe Conte non aveva rinunciato al concorsoper la cattedra di diritto privato all’Università La Sapienza di Roma. Il presidente del Consiglio dei Ministri, ordinario a Firenze ma in aspettativa non retribuita dopo l’assunzione dell’incarico di governo, avrebbe infatti chiesto e ottenuto di rimandare il test di inglese legale a cui dovrà sottoporsi insieme agli altri candidati. Conte aveva fatto domanda per il concorso alla cattedra del primo ateneo romano nel febbraio 2018, pochi mesi prima di diventare il capo del governo di Lega e M5S. Una volta assunto l’incarico istituzionale, però, potrebbero sorgere questioni legittime di opportunità e conflitti di interessi.
In quanto capo del governo, Conte avrebbe infatti dei poteri di gestione dei fondi di un’università pubblica, dalla cui commissione giudicante dovrebbe essere valutato. Il suo mentore Guido Alpa, l’uomo che ha lasciato la cattedra per cui ora concorre anche il premier, negava però queste ipotesi: “Non deve rinunciare, è preparatissimo e non sta infrangendo alcuna norma“. Resta da capire se la partecipazione di Conte al concorso fosse conforme a tutte le stringenti norme, nazionali e interne a La Sapienza, che mirano a evitare corruzione e conflitti di interessi. La candidatura di Conte era stata valutata il successivo primo agosto e il 4 settembre dalla commissione esaminatrice, che però, in maniera anomala e inusuale, non ne aveva dato conto sul sito dell’ateneo.
Conte era un illustre sconosciuto quando il primo giugno del 2018 venne nominato premier. Professore di diritto privato con più di qualche sospetto sulle cattedre ottenute e la conseguente accusa di essere un giovane “barone”. Un curriculum gonfiato (in perfetto stile M5S) a proposito dei suoi dichiarati studi alla New York University dove, giurano e smentiscono gli americani, non lo hanno mai visto. In realtà a Giuseppe Conte pesava più della scarsa popolarità ,  di dover stare sempre un passo indietro al premier di fatto, cioè Matteo Salvini. E di bocconi amari  deve averne ingurgitati molti. Non è stata una nota di merito averli sputati fuori il 20 agosto al Senato, persino esagerando, nella consapevolezza che il suo Governo era arrivato al capolinea.
L’Avvocato del “Popolo”…. professor Giuseppe Conte in cuor suo immagina un ritorno trionfale a Palazzo Chigi, riconfermato premier, anche perché il M5S non ha altre figure in grado di ricoprire quel ruolo. Ci ha preso gusto piano piano, questo lo abbiamo capito, ma in realtà l’unico cambiamento sicuro e realmente apportato dal precedente Governo sarà quello subito da Conte sfiduciato dal suo alleato e vicepremier Matteo Salvini.
Giuseppe Conte si è scrollato di dosso la fastidiosa versione di rappresentare a stento l’ombra di un premier, fino al discorso in Senato contro Salvini. Mentre i giornali scrivevano che Conte era in buona sostanza al servizio del “Capitano” della Lega, più il premier indicato e voluto dal M5S covava una rabbia nascosta e più che profonda. Il difetto di Giuseppe Conte ? “È troppo ambizioso” parole queste pronunciate da suo padre Nicola, ex segretario del Comune di Volturara Appula, in provincia di Foggia, paese natale del premier uscente e quasi sicuramente rientrante. Insomma, uno che lo conosce bene come suo padre che sa qual è il suo punto debole. Un’ambizione però non esibita e manifesta, a volte apparentemente timida. “Dica la verità dottore — si è lasciato andare qualche settimana fa durante un colloquio telefonico con un giornalista — anche lei sta diventando contiano“.
Diciamo la verità,  Giuseppe Conte non è quello che è andato in Senato sei giorni fa  a cantargliele in faccia a Salvini. Il vero Giuseppe Conte in realtà è quello che negli ultimi 14 mesi è stato sempre zitto davanti a tutte le iniziative dei suoi “vice” Di Maio e Salvini. E no, non conta il fatto che abbia “rimproverato” o “ripreso” Salvini in privato. In primo luogo perché nessuno se ne è accorto, in secondo luogo perché non è servito a nulla.
Il suo tentativo di dare lezioni sulla religione emerso anche nel discorso al Senato quando ha bacchettato Salvini per i suoi bacetti al crocefisso. è risultato vano. E’  stato lo stesso Conte che  ha mostrato il santino di Padre Pio  a Bruno Vespa in televisione a “Porta a porta”  .
È davvero cambiato Giuseppe Conte, che da millantato “Avvocato del Popolo” in questi ultimi mesi non ha speso una sola parola sugli attacchi pretestuosi del M5S prima e della Lega poi al PD definito “il partito di Bibbiano”. Ma per capire bene quanto Conte sia  dobbiamo tornare indietro a quel 5 giugno del 2018 quando il premier incaricato si presentò al Senato per chiedere la fiducia, ed in quella circostanza Conte rivendicò come le due forze di maggioranza (M5S e Lega)  fossero orgogliosamente “populiste” ed “anti sistema”. Conte promise di promuovere una revisione (mai realizzata) del sistema delle sanzioni alla Russia,  ed annunciò che il suo governo avrebbe “chiesto con forza il superamento del Regolamento di Dublino“.
Ma anche in questo caso il Governo Conte non mosse un dito, anzi il premier presentò una multilevel strategy per l’immigrazione affatto innovativa. E finì poi per approvare non una ma due versioni del Decreto Sicurezza, diventati il fiore all’occhiello di Salvini.

Matteo Salvini e Giuseppe Conte: faccia a faccia

Un Conte a due facce. Inizialmente figura di sfondo e contorno dei vicepremier Di Maio e Salvini occupavano senza scampo la scena, mentre lui era “ostaggio” delle esternazioni di Rocco Casalino, mentre adesso cerca di riciclarsi come “capo” dell’anti-sovranismo. Eppure era l’8 settembre del 2018 quando Conte in occasione di un incontro pubblico, parlando della vicenda sul sequestro dei fondi della Lega (quei 49 milioni di soldi pubblici che la Lega Nord di Umberto Bossi, Belsito e Roberto Maroni hanno fatto sparire,  disse: “Vi confesso, se non avessi fatto il premier mi sarei offerto alla Lega per difenderli, per mettere al loro servizio la mia esperienza professionale. Per me sarebbe stato stimolante e non lo dico per offendere i legali che se ne occupano”.
Non sono bastati 40 minuti, peraltro ben recitati da vero “attore” di aule di giustizia, per far cambiare idea su di lui e sul suo futuro. In politica non basta un discorso di attacco sfrontato, pronunciato in faccia all’interessato guardandolo negli occhi, per valutare una persona.  Forse può servire nel territorio dei social e del movimentismo grillino probabilmente. Conte ha dimenticato di essere stato  a modo suo, più “sovranista” (senza le dirette su Facebook che piacciono così tanto a Di Maio e Casalino)  quando a luglio replicava  ad Angela Merkel su Carola Rackete, la comandante della Sea Watch dicendole: “Se la Germania si lamenta per il trattamento ricevuto dalla capitana noi siamo in attesa dell’estradizione dei manager della ThyssenKrupp“.  Qualcuno spieghi al “civilista-amministrativista” Conte che basta un mandato europeo di cattura per superare il problema estradizione.
Conte ha sostenuto e firmato i decreti sicurezza 1 e 2 presentati dal ministro dell’ interno e vicepremier Matteo Salvini . Per il primo decreto si è speso mostrando un cartello a uso dei fotografi. E stava accanto a Salvini. Per il secondo, quello ancora più “rigido” su Ong e immigrazione, firmandolo senza alcun esitazione. Si è presentato in Senato per difendere il leader leghista sul “caso Moscopoli” che sta per sciogliersi come neve sotto al sole, per coprirlo come ha rinfacciato lui stesso in Senato il giorno delle sue dimissioni. E quindi ? Aveva ragione Emma Bonino quando gli ha detto che non avrebbe dimenticato i 14 mesi trascorsi a Palazzo Chigi cavalcando il  “sovranismo”. Conte ha cercato modi giustificarsi sostenendo di aver  provato a contenere Salvini tante volte . Senza dirlo, senza fare niente di concreto e senza ammettere di non esserci riuscito.
Il problema non è che un avvocato voglia difendere la Lega, anzi sarebbe assolutamente normale e legittimo esercitare la propria professione. Il punto è che il Presidente del Consiglio abbia ritenuto necessario far sapere che lo avrebbe fatto. Ma in fondo si arriva ad oggi, e si scopre che quello che è cambiato (grazie all’esperienza di governo) è proprio lui: Giuseppe Conte. Qualcuno potrebbe chiedergli cosa non rifarebbe di questi 14 mesi.
Ma la vera domanda è: Conte che cosa ha fatto per 14 mesi?



Rousseau, come (non) funziona la piattaforma digitale del M5S (a spese del contribuente)

ROMA – La  piattaforma Rousseau bandiera della democrazia diretta del M5S , potrebbe tornare centrale per sbrogliare la complicata matassa dell’alleanza di governo con il Pd. Infatti nei momenti più delicati della storia del M5S sono stati i referendum online ad indicare, seppure con più di qualche dubbio,  la linea politico da attuare.

In realtà non vi è alcuna ufficialità su quanti siano gli iscritti al portale  rousseau.movimento5stelle.it . Recentemente Luigi Di Maio capo politico del M5S ne ha dichiarati circa 100 mila, che viene spesso “spacciato” come il grande popolo del M5S sul web, che, previa registrazione e successiva approvazione (alla faccia della democrazia ) dell’iscrizione da parte dei “fedelissimi” di Davide Casaleggio, possono esprimere il proprio voto in caso di referendum o per la scelta dei candidati per le varie elezioni, e di poter teoricamente partecipare alle attività del Movimento. La partecipazione nel primo periodo di vita del Movimento Cinque Stelle era  abbastanza alta, ma col tempo è molto diminuita progressivamente come i numeri confermano.

Il referendum sull’alleanza con la Lega nel maggio 2018 venne votato sulla  piattaforma Rousseau , da soltanto 44 mila iscritti-registrati . Successivamente alla votazione per la riconferma di Di Maio come capo politico dopo il crollo del Movimento alle elezioni europee parteciparono oltre 56 mila, mentre erano stati soltanto 20 mila i votanti a quella per la scelta delle cinque donne capolista alle Europee per Bruxelles. Recentemente anche da parte di ex collaboratori della Casaleggio Associati, sono stati ripetutamente sollevati ed emersi non poco dubbi dubbi sulla gestione “trasparente” dei dati degli iscritti e sulla correttezza e legalità dei risultati delle votazioni online.

Proprio sulla base di queste motivazioni il Garante della Privacy ha comminato all’ Associazione Rousseau due maxi sanzioni. La prima da 32 mila euro per aver ravvisato il trattamento illecito dei dati personali, confermato da un hackeraggio che svelo pubblicamente sul web centinaia delle informazioni e dati personali degli iscritti . La seconda multa da 50 mila euro, venne comminata a seguito della riscontrata vulnerabilità della piattaforma e la possibilità di alterare i voti degli iscritti.

Non è un caso infatti se recentemente il M5S volesse piazzare al vertice del garante della Privacy un proprio uomo. E parlano anche di democrazia….




Faccia a faccia: Di Maio-Zingaretti Il M5S pretende di dettare legge.

ROMA – Sul fronte Cinque Stelle, dopo l’incontro tra i due leader emergono solo e soltanto le pretese grilline: “Noi reggiamo l’accordo con il Pd solo con Conte presidente del Consiglio”, fanno sapere   . Di Maio ha riproposto un nuovo incarico a Conte come Presidente del Consiglio, Zingaretti ha ribadito la necessità di un governo di svolta, precisando che non si tratta di una questione personale. Il confronto, ha fatto sapere Zingaretti, continuerà nelle prossime ore. “O il Pd fa come diciamo noi oppure salta tutto”, è il ragionamento che il capo politico del M5S ha condiviso con gli uomini a lui più vicini.

Stasera si è svolto a cena  in una casa privata un incontro a Roma  fra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti. Il capo politico M5s ha messo sul tavolo i due punti “chiave”, o meglio le pretese del Movimento 5 stelle affinché la trattativa decolli: il taglio dei parlamentari entro settembre e l’irrinunciabilità a Giuseppe Conte nel ruolo di presidente del Consiglio. Richieste accolte con freddezza da Zingaretti e parte del Pd ben consapevole che accettandole, di fatto spaccherebbe in due il partito democratico.

Fonti vicine al segretario del Pd hanno descritto l’incontromolto cordiale”, ribadendo in merito alla proposta relativa al premier “la necessità di un governo di svolta, non per una questione personale ma per rimarcare una necessaria discontinuità”.

La riunione tra le delegazioni Pd e M5s

Nicola Zingaretti, segretario del Pd

Si era concluso in meno di due ore il primo incontro della trattativa tra le delegazioni di Cinquestelle e Pd per un possibile governo giallo-rosso. E l’esito sembrava essere positivo, sebbene con il passare delle ore siano emersi segnali di tensione. Terminato il vertice, il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ha dichiarato: “La riunione si è svolta in un clima positivo e costruttivo, che ci fa ben sperare sulle prospettive“. E Graziano Delrio, presidente dei deputati dem, assieme al vicesegretario Andrea Orlando, anche loro componenti della delegazione dem, hanno aggiunto: “Non c’è niente di insormontabile“.  Ma l’ex ministro della Giustizia ha chiesto al M5s di chiarire “che questa è l’unica interlocuzione possibile“.

Anche la delegazione M5s – composta da Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, con i loro vice, Francesco Silvestri Gianluca Perilli – all’uscita ha giudicato positivamente l’incontro: “Clima costruttivo, abbiamo chiesto garanzie sul taglio dei parlamentari“. E poi hanno assicurato: “Non abbiamo in calendario altri tavoli in corso con altre forze politiche”. Orlando però ha continuato a insistere: “Mi pare sia importante che questo sia detto in modo chiaro al capo dello Stato”. Chiarendo in una nota congiunta con Delrio e Marcucci di essere “favorevoli” al taglio dei parlamentari ma “accompagnato da garanzie costituzionali e da regole sul funzionamento parlamentare“.

Il tempo a disposizione è poco, perché il presidente Sergio Mattarella ha già manifestato tutta la sua insoddisfazione per l’inconcludenza mostrata finora dai partiti nelle consultazioni. La scadenza è martedì, quando riprenderà – per 24 ore – il secondo round di incontri al Colle. Per 48 ore.




Consultazioni di Governo: il M5S apre al Partito Democratico.

ROMA – E ormai in corso il dialogo tra Partito Democratico ed il Movimento 5 Stelle in vista dell’ipotesi di far nascere di un nuovo governo. L’assemblea dei gruppi M5S ha dato mandato per acclamazione al capo politico Luigi Di Maio e ai capigruppo Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva per incontrare la delegazione del Pd.

Vi chiediamo il mandato per parlare del primo punto, il taglio dei parlamentari, sul quale chiederemo chiarezza”, aveva detto il capogruppo, Stefano Patuanelli, all’assemblea dei gruppi di Camera e Senato (convocata subito dopo l’incontro con Mattarella).

LE DICHIARAZIONI DEL M5S DOPO LE CONSULTAZIONI CON MATTARELLA

Nelle ultime ore si intensificano, infatti, i contatti tra M5s e Pd per verificare la possibilità di dar vita a un esecutivo. Sarebbe possibile, secondo fonti parlamentari, un incontro – più probabile a livello di capigruppo – tra le due forze nella giornata di domani. Questo, in vista della definizione di un possibile accordo (e di un nome) da portare all’inizio della prossima settimana al Colle.

Dal taglio dei parlamentari alla tutela dell’ambiente passando per la riforma della giustizia, del sistema bancario, del conflitto di interessi. Sono alcuni dei punti contenuti nei “10 impegni” annunciati dal Quirinale da Luigi Di Maio sui temi che il M5s vuole siano portati avanti in un nuovo governo.

1) TAGLIO PARLAMENTARI. E’ il punto che il capo politico del M5s ha messo in primo piano al termine delle consultazioni: “deve essere un obiettivo di legislatura” precisa

2) MANOVRA. “deve essere equa” e contenere la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, il salario minimo, il taglio del cuneo fiscale e misure a sostegno delle famiglie, della natalità, dei disabili e per l’emergenza abitativa. “Avevamo promesso di abbassare le tasse alle imprese che assumono e va fatto. E va dichiarato illegale uno stipendio di 2 o 3 euro l’ora” dice.

3)AMBIENTE.Serve un cambio di paradigma” precisa Di Maio che annuncia gli obiettivi di un’Italia al 100% Rinnovabile, di un Green New deal per l’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. “I piani di investimento pubblici dovranno avere al centro la tutela dell’ambiente” e affrontare “il nodo dei cambiamenti climatici“. E basta inceneritori, No alle trivelle , Sì all’economia circolare. “serve poi una legge sui rifiuti zero e sugli investimenti alla mobilità sostenibile“.

4) INFORMAZIONE. Il M5s punta ad una legge sul conflitto di interessi e alla riforma della RAI, ispirata al modello della Bbc inglese. “Se i cittadini pagano il canone hanno diritto ad una tv di qualità” dice

5) GIUSTIZIA E CSM. “Dobbiamo dimezzare i tempi della giustizia e riformare i modi di elezione del Csm. I cittadini e le imprese hanno bisogno di una giustizia efficace e veloce” dice Di Maio.

6) AUTONOMIA. differenziata e riforma enti locali. Va completato il processo e avviato un piano di cancellazione degli enti inutili

7) LEGALITA’. Carcere per i grandi evasori, inasprimento delle pene per i reati finanziari e per chi organizza i traffici illeciti e serio contrasto a chi organizza l’immigrazione clandestina

8) SUD. Serve un piano straordinario di investimenti per il Sud che contempli anche la creazione di una banca pubblica per gli investimenti

9) BANCHE. Per il M5s occorre una riforma sistema bancario che separi le banche di investimento dalle banche commerciali .

10)TUTELA DEI BENI COMUNI. Dalla scuola all’acqua pubblica fino alla sanità e passando per le infrastrutture che “appartengono ai cittadini” e revisionando le concessioni autostradali.

LE DICHIARAZIONI DEL PD DOPO LE CONSULTAZIONI CON MATTARELLA

“Dalle proposte e dai principi da noi illustrati al Capo dello Stato e dalle parole e dai punti programmatici esposti da Di Maio, emerge un quadro su cui si può sicuramente iniziare a lavorare“, ha detto il segretario Pd Nicola Zingaretti confermando l’inizio ufficiale del dialogo con i pentastellati. Per chiarire i dubbi del Partito Democratico, fonti M5S hanno riferito che non sono in corso in queste ore contatti tra Lega ed il Movimento 5 stelle, anche se non è stata mai ufficializzata la chiusura definitiva al Carroccio.

Dalle prime indiscrezioni, l’intervento di Di Maio era stato accolto con molta freddezza e delusione dal Pd, che si aspettava un’apertura più esplicita dopo che dalla direzione del Nazareno era arrivato un sì netto ad un confronto per un possibile governo, seppure condizionato dall’accettazione di alcuni “paletti” programmatici. Ma l’interlocuzione è ormai avviata.

LE DICHIARAZIONI DELLA LEGA DOPO LE CONSULTAZIONI CON MATTARELLA

 

Dopo 45 minuti di colloquio con il Presidente Sergio Mattarella, al Quirinale, Matteo Salvini  ha lanciato un segnale chiaro a Luigi Di Maio  che “ha sempre lavorato bene, nell’interesse di questo Paese”  e con il quale tenta di ricucire lo strappo. “Ho scoperto in questi giorni che nel Movimento 5 stelle c’è chi è disponibile a manovra coraggiosa”, dice ai cronisti. E dunque, se qualcuno mi dice “ragioniamo perché i No diventino Sì”, “miglioriamo la squadra”, “diamoci un tempo e un obiettivo”, “non contro ma per”, io sono un uomo concreto e quindi non porto rancore, guardo avanti, mai indietro. Se è così e c’è la voglia di lavorare, noi ci siamo senza pregiudiziali“.

La strada è in salita, ma Salvini tenta il tutto per tutto purché non si concretizzi l’ipotesi di un governo Pd-M5S e si allontani l’incubo di tornare all’opposizione: “L’ho detto a Mattarella – dice Salvini che un accordo tra Pd e Cinque stelle contro la Lega, fatto per tirare a campare, è vecchia politica. Qualcuno vorrebbe cancellare i decreti sicurezza e riaprire i porti, ma io non ci sto. E sarebbe irrispettoso nei confronti del popolo italiano veder rientrare dalla finestra i Boschi, i Lotti e le Boldrini”.

La via maestra resta quella che porta alle elezioni – prosegue Salvini non quella delle manovre di palazzo fatte per tenerci fuori dai giochi”. E sugli insulti “non rispondo”, aggiunge il leader della Lega, che ribadisce i motivi per cui si è arrivati alla caduta dell’esecutivo di Giuseppe Conte. “«La mia voglia di chiarezza non era un capriccio, era una questione di responsabilità. Il governo non andava più avanti e le riforme erano ferme. Adesso, mi interessa che gli italiani abbiano un governo che guardi avanti“.  Il Presidente Mattarella, conclude Salvini, “ha tutto il tempo e gli elementi per scegliere al meglio, nell’interesse del popolo italiano“.




Mattarella concede ai partiti fino a martedì per trattare

ROMA – “Con le dimissioni presentate dal Presidente Conte che ringrazio, con i ministri, per l’opera prestata si è aperta la crisi di governo, con una dichiarata rottura polemica del rapporto tra i due partiti che componevano la maggioranza parlamentare” ha detto Mattarella ai microfoni. “La crisi va risolta all’insegna di decisioni chiare; e in tempi brevi. Lo richiede l‘esigenza di governo di un grande Paese come il nostro. Lo richiede il ruolo che l’Italia deve avere nell’importante momento di avvio della vita delle istituzioni dell’Unione Europea per il prossimo quinquennio. Lo richiedono le incertezze, politiche ed economiche, a livello internazionale”.

 

Il capo dello Stato Sergio Mattarella concede dei tempi “supplementari” per negoziare un eventuale accordo politico fra i partiti che avranno tempo fino a martedì per delle nuove consultazioni per esplorare la possibilità di formare un governo capace di ottenere la fiducia in Parlamento “in base ad accordi politici su un programma per governare il Paese”.

Il Presidente Mattarella nel suo intervento non ha chiamato per nome le singole forze politiche, ma dà conto, da un lato, di “iniziative” da parte di “alcuni partiti” per un’intesa di governo ed ha aggiunto  “del resto anche da parte di altre forze politiche è stata rappresentata la possibilità di ulteriori verifiche”.

“Nel corso delle consultazioni appena concluse – ha detto Mattarella di fronte alle telecamere ed i giornalisti – mi è stato comunicato da parte di alcuni partiti politici che sono state avviate iniziative per un’intesa, in Parlamento, per un nuovo governo e mi è stata avanzata la richiesta di avere il tempo di sviluppare questo confronto”. E non solo ha aggiunto Mattarella . “Anche da parte di altre forze politiche è stata rappresentata la possibilità di ulteriori verifiche”.

“Svolgerò nuove consultazioni che inizieranno nella giornata di martedì prossimo per trarre le conclusioni e assumere le decisioni necessarie”. Servono  secondo il Presidente della Repubblica delle“decisioni chiare e sollecite”, che aggiunge ″È possibile solo un governo che ottiene la fiducia del Parlamento in base ad accordi politici su un programma per governare il paese. In mancanza di queste condizioni la strada è quella di nuove elezioni”.

Quella delle elezioni è “ una strada da non assumere alla leggera dopo solo un anno di legislatura”. Questo si renderà “necessario qualora il Parlamento non sia in grado di esprimere una maggioranza di governo”.