Scissione Pd. Renzi accelera sul nuovo partito: gruppi parlamentari autonomi prima della Leopolda

Scissione Pd. Renzi accelera sul nuovo partito: gruppi parlamentari autonomi prima della Leopolda

Presto i gruppi: ok il governo ma no ad alleanza strutturale, serve un «partito del Pil». Renzi in queste ore continua a dire ai suoi: una cosa è un’alleanza di governo nata da un’emergenza democratica, ben altra cosa invece sono delle alleanze pre elettorali ovunque sul territorio.

ROMA – “Serve un partito del Pil, pro business e pro crescita, un partito che porti alta la bandiera delle riforme e che guardi anche ai tanti moderati che non vogliono seguire Forza Italia nell’abbraccio con il sovranista Matteo Salvini. Va benissimo il sostegno al governo Conte, ma noi non moriremo grillini“. Le settimane che hanno portato alla formazione e alla messa in sicurezza del Conte Bis, la cui strada è stata aperta proprio dal via libera di Matteo Renzi a un governo istituzionale con il M5s per arginare le velleità dei «pieni poteri» del leader leghista, non hanno fatto cambiare idea all’ex premier ed ex leader democratico.

Nelle ultime ore il progetto di un partito autonomo dal Pd, a partire dai gruppi parlamentari, ha subito un’accelerazione: la “dead line” è la decima kermesse della “Leopolda” in agenda a Firenze dal 18 al 20 ottobre.

Naturalmente non è in discussione il sostegno al governo, che  ha completato la sua squadra con la nomina dei 42 sottosegretari tra cui alcuni considerati “vicinissimi” a Renzi come Anna Ascani e Ivan Scalfarotto . Ma certo tutta l’operazione non potrà non avere conseguenze, oltre che sull’assetto futuro del centrosinistra, anche sulla navigazione del governo.

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti

Da una parte la nascita di un nuovo gruppo parlamentare alla Camera (gli aderenti del Pd saranno poco oltre i 20, numero minino per fare un gruppo), dall’altra lo “scisma” – per riprendere l’espressione usata ironicamente nelle scorse ore dal segretario dem Nicola Zingaretti – di una decina di senatori a Palazzo Madama, dove non è possibile formare gruppi nuovi: gli interlocutori del premier Giuseppe Conte passeranno da due a tre. Oltre a Zingaretti e al leader politico del M5s Luigi Di Maio, anche Renzi potrà dire ufficialmente la sua sulle scelte dell’esecutivo dei prossimi mesi (e anni, se si arriverà, come molti osservatori scommettono, all’elezione del successore di Sergio Mattarella nel 2022).

Renzi e i suoi sono consapevoli che la decisione di prendere il largo proprio nel momento in cui tutto il Pd è infine unito nell’appoggio al governo giallo-rosso è rischiosa. “L’unica cosa che non si capisce è quali motivi possano esserci alla base di un fatto lacerante“, ha commentato Zingaretti mettendo le mani davanti. Contrari al “movimentismo” di Matteo Renzi sono anche tanti suoi ex-compagni di corrente: a partire dal neoministro della Difesa Lorenzo Guerini e dall’ex braccio destro Luca Lotti, con il quale l’ex premier ha avuto un’accesa discussione in proposito solo qualche giorno fa. Secondo Guerini e Lotti, ma anche per il capogruppo alla Camera Graziano Delrio, invece, occorre presidiare il fronte riformista dall’interno.

Renzi al contrario da tempo è convinto che serve qualcosa di nuovo, fuori dal Pd anche se in prospettiva di alleanza e vicinanza con il Pd dove stanno per rientrare gli ex-scissionisti Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani – si fa notare in casa renziana – e dove hanno infine prevalso le posizioni più legate alla storia del Pds in negazione della stagione riformista dei governi Renzi-Gentiloni. Sotto tiro anche il tentativo della dirigenza di Largo del Nazareno di trasformare l’attuale alleanza di governo in un’ alleanza strutturale, a partire dalla prossime regionali. “Non moriremo grillini, dobbiamo restare alternativi, siamo un’altra cosa”, continua a dire in queste ore Renzi ai suoi: una cosa è un’alleanza di governo nata da un’emergenza democratica, ben altra cosa invece sono delle alleanze pre elettorali ovunque sul territorio.

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