"Progetto in Comune" ? La vita dei fratelli Micelli a spese del contribuente, truffe comprese ...

"Progetto in Comune" ? La vita dei fratelli Micelli a spese del contribuente, truffe comprese ...

I rapporti di vicinanza con la malavita del Micelli sono continuati con la costituzione una società, la FOOD ITALY srl che aveva come amministratore unico Antonio Bruno, 34 enne,  cioè uno dei due fratelli Bruno arrestati e responsabili dell’omicidio del 32enne Giuseppe Axo, assassinato nel febbraio 2016 a colpi d’arma da fuoco con una mitraglietta presso il rione Salinella di Taranto

ROMA – Nei giorni precedenti al voto dell’ 11 giugno scorso a Taranto abbiamo ricevuto fotografie, video, persino testi di conversazioni via WhatsApp fra il signor Salvatore Micelli ed una donna di Taranto che disperatamente cercava di sistemare i propri figli nella Cooperativa Indaco da qualche mese rappresentata legalmente dal  Micelli. Un cognome che ricorre spesso nelle cronache giornalistiche del capoluogo jonico. Il suo “esordio” sulle cronache risale al maggio di 5 anni fa, quando venne arrestato  e posto agli arresti domiciliari per aver aggredito e minacciato una donna e suo marito con una pistola lanciarazzi. Sul posto intervenne la Polizia di Stato che lo arrestò e portò in Questura (leggi QUI) .

Orlando D’ORONZO

Il Micelli  ricompare negli atti di polizia giudiziaria il  10 ottobre 2014. “Se non mi sbaglio sta venerdì la riunione del Consorzio. Fatti vedere venerdì”. La Squadra Mobile di Taranto intercettò questo colloquio tra il noto boss Orlando D’Oronzo e un suo consulente e quindi avviò subito una specifica attività di pedinamento per il giorno indicato dagli interlocutori.  “In esito alla quale, proprio in data 11 aprile 2014 si notava sopraggiungere Orlando D’Oronzo, in compagnia del figlio Cosimo e del “consulente” Micelli Salvatore   presso la sede di Confindustria dove si intratteneva per circa due ore”. Con chi parlarono D’ Oronzo e Micelli in Confindustria a Taranto per due ore resta un mistero anche per i vertici dell’ associazione industriali che ascoltati dalla Polizia in veste di “persone informate sui fatti” non sono mai stati coinvolti o incriminati.

Questo ed altri particolari inquietanti sono tratti dall’ordinanza firmata dal dr. Alcide Maritati, Gip del Tribunale di Lecce, , nell’ambito delle indagini sulla mala tarantina condotte dalla Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Il procedimento in questione è quello denominato “Alias due”, troncone successivo dell’operazione che nei mesi scorsi aveva portato in carcere 52 persone, spargendo forti motivati sospetti di collusioni su pezzi importanti del potere politico e imprenditoriale locale. Come i nostri lettori ben ricorderanno, durante la conferenza stampa seguita a quegli arresti, lo stesso Procuratore capo della Dda, Cataldo Motta, censurò pesantemente l’operato della Giunta comunale di Taranto guidata da Ippazio Stefàno.

nella foto, l’ex questore di Taranto Mongini, l’ex procuratore capo della DDA Cataldo Motta ed il pm Alessio Coccioli

 

Secondo la Procura Antimafia leccesenelle mire imprenditoriali del D’Oronzo per il tramite del citato Consorzio, vi era senz’altro l’ aggiudicazione dei lavori di rifacimento del porto mercantile di Taranto”. La prova, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe in una conversazione telefonica tra il “consulente” vicino a D’ Oronzo ed un altro interlocutore: “sono stato ad una riunione in Confindustria per un Consorzio di cui facciamo parte, per entrare al porto a lavorare”, dice. E, ancora secondo i giudici, “ad ulteriore conferma che la gestione del consorzio è direttamente curata da Orlando D’Oronzo vi è poi una conversazione telefonica tra lo stesso e un amico titolare di un’azienda di trasporti e movimento terra”. In questa intercettazione il boss racconta: “madonna mia, abbiamo fatto un’assemblea ultimamente, venerdì scorso, e poi mi devono dare certi moduli a me, mi devo fare un giro per fare nuove adesioni”. E aggiunge, “perché le cose, si stanno muovendo proprio non bene, benissimo”.

Il business degli immigrati. La cooperativa “Falanto Servizi“, riconducibile secondo gli inquirenti al “clan D’Oronzo-De Vitis” si era infiltrata anche nel business dell’emergenza immigrati, e nel maggio 2015  la Direzione distrettuale antimafia di Lecce, ha eseguito nei confronti di questa cooperativa un decreto di sequestro nell’ambito dell’operazione “Alias 2” di oltre 640mila euro sequestrati nei conti correnti bloccati dalla Squadra Mobile di Taranto della Polizia di Stato e dal Gico della Guardia di Finanza di Lecce, che avrebbe principalmente colpito l’ex-consigliere comunale Fabrizio Pomes, ex amministratore proprio della “Falanto Servizi“, e i conti familiari di Michele De Vitis e della moglie l’ex-consigliera comunale Ncd Giuseppina Castellaneta,  in quanto la “Falanto” avrebbe infatti ricevuto in affidamento il servizio di distribuzione pasti di un centro nel quale i migranti vengono ospitati una volta giunti nel porto di Taranto, grazie ad un contratto firmato nel marzo scorso con l’associazione Salam, le sarebbero stati affidati anche i servizi legati alla fornitura di lenzuola, cuscini e altro,  ed il servizio di vigilanza giorno di notte, della struttura situata a pochi passi dal quartiere Paolo VI.

A confermare della presenza della “Falanto Servizi” nella vicenda giudiziaria fu proprio Salvatore Micelli, già consulente della cooperativa per la vicenda sull’ Iperconsorzio Multiservizi con il quale il clan ha tentato di entrare negli appalti relativi all’adeguamento delle infrastrutture del porto di Taranto. Micelli, che non è stato indagato (non avendo alcun ruolo di rappresentanza legale all’epoca dei fatti nella cooperativa) , spiegò che si trattava “di un contratto per fornitura di servizi. Non è un contratto di appalto direttamente con la Prefettura, ma di un subappalto dell’associazione Salam” la quale  aveva vinto una gara indetta dalla Prefettura di Taranto. Quindi un contratto vero e proprio, che era stato stipulato prima del sequestro della Magistratura.

Una versione questa che invece la  responsabile dell’associazione Salam,  Simona Fernandez, aveva smentito categoricamente sostenendo che l’associazione si affida per la distribuzione pasti direttamente a una grossa azienda del territorio. “Non so come facciano a dire una cosa del genere, forse non volevano che sui giornali uscisse qualche cosa, ma noi siamo trasparenti e non nascondiamo niente” aveva commentato all’epoca dei fatti  Micelli, confermando così non solo l’esistenza del contratto, ma rilanciando anche sul buon operato della cooperativa nella struttura situata sulla strada di Paolo VI.

 

nella foto, Antonio Bruno

I rapporti di vicinanza con la malavita del Micelli sono continuati con la costituzione una società, la FOOD ITALY srl che aveva come amministratore unico Antonio Bruno, 34 enne,  cioè uno dei due fratelli Bruno arrestati e responsabili dell’omicidio del 32enne Giuseppe Axo, assassinato nel febbraio 2016 a colpi d’arma da fuoco con una mitraglietta presso il rione Salinella di Taranto. Lo scorso 30 maggio il pm Maurizio Carbone ha chiesto in udienza la condanna a 20 anni di carcere (nonostante il rito abbreviato che riduce di 1/3 la pena) per l’ex socio di Salvatore Micelli . Antonio Bruno risponde dell’ accusa di omicidio volontario e premeditato, ed in carcere ha tentato il suicidio.   Il dottor Gimmi Carbotti , perito incaricato dal gup di svolgere la perizia psichiatrica sul Bruno, depositando la perizia, ha sostenuto e confermato “la assoluta capacità di intendere e di volere” dell’imputato al momento in cui diede vita dell’azione scattata nel quartiere Salinella .
Il Bruno incredibilmente da dentro il carcere di Taranto non solo si è dimesso da amministratore unico della FOOD ITALY srl, ma grazie alla complicità di un commercialista, pur essendo ristretto nella casa circondariale di Taranto (sotto la direzione della dr.ssa Baldassari ) è riuscito ad effettuare fraudolentemente una cessione delle proprie quote societarie nella società che condivideva con il Micelli, in favore di un certo Antonio Trivisani, una delle tante “teste di legno” di cui SalvatoreMicelli, secondo persone in affari con lui, si servirebbe per le sue operazioni. Azioni-quote societarie che il Trivisani, come risulta dalle visure camerali, consultate dal nostro giornale, le ha cedute subito dopo a Patrizio Leone, un ristoratore  di S. Michele Salentino, il quale secondo fonti qualificate a lui vicine, avanzerebbe ancora oggi, diverse migliaia di euro dal Micelli.
La famiglia Micelli vive (come i documenti comprovano) da sempre ai limiti della legalità, salvandosi sempre grazie alla prescrizione dei reati commessi, che sono quasi sempre di “truffa” come quello commesso nel 2011 ai danni della Regione Puglia, a seguito di un’inchiesta giudiziaria condotta dalla pm Daniela Putignano della Procura di Taranto. Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di fornirvi la documentazione con cui la Regione Puglia si costituì a suo tempo parte civile nei confronti del processo a carico dei fratelli Micelli, Salvatore e Barbara (la capolista della Lista “Progetto in Comune” che appoggia la candidatura a sindaco di Stefania Baldassari ).
Ma la voglia di fare “affari sporchi” di Salvatore Micelli con i soldi pubblici non si era esaurita con le sue “consulenze”, e questa volta il “consulente” ha deciso di giocare in proprio attraverso la nascita della cooperativa Indaco, costituita in data 14.01.2016 con atto del notaio Angelo Turco. Soci fondatori costituenti, Antonio Milella, Salvatore Micelli e Barbara Micelli.  La cooperativa incredibilmente senza alcuna esperienza nel settore ha subito iniziato a partecipare alle gare d’appalto delle Prefetture di Brindisi e Taranto. E qui nascono serie “riflessioni” su come le Prefetture consentono a società e e strutture prive di alcuna precedente competenza specifica nel settore di partecipare ai bandi di gara per ottenere gli appalti per l’accoglienza ed assistenza agli immigrati. Un business troppo “ghiotto” per la criminalità organizzata, faccendieri e truffatori, in quanto poco “controllato” da chi dovrebbe controllare.
La cooperativa Indaco infatti era una  illustre sconosciuta nel settore dell’accoglienza, ed a quell’indirizzo di via Nitti a Taranto, nello stesso ufficio  risultava operativa un’agenzia di finanziamenti . Adesso al suo posto, nell’ ufficio in questione risulta presente dal 9 Febbraio 2016  la cooperativa fondata da Salvatore Micelli, iscrittasi alla velocità della luce  nell’Albo delle cooperative Sociali della Regione Puglia.
Sembrerebbe che la Indaco abbia riempito quella struttura secondo quanto segnalatoci da dei dipendenti della cooperativa, quando ancora non c’era l’acqua corrente e per giorni i water restavano pieni di escrementi senza poter essere scaricati! Lo scorso inverno (fine novembre 2016) per per settimane e settimane non c’era riscaldamento o acqua calda, nonostante la cooperativa tarantina incassi mensilmente centinaia di migliaia di euro dallo Stato per lasciare gli immigrati al freddo e al gelo solo per fare soldi e per fare politica.

Nella lista “Progetto in Comune” costituita da Salvatore Micelli (e la sorella Barbara, socia della cooperativa), era presente una candidata Valentina Ingenito (candidatasi alle Comunali racimolando appena 7 voti di preferenza)  operatrice della Cooperativa Indaco, “raccomandata” dallo zio che lavora presso la Prefettura di Taranto  , Lucia Viafora, che ci risulta priva di alcuna competenza ed esperienza precedente comprovabile nel campo dell’accoglienza, ma Micelli in realtà l’avrebbe  assunta per motivi politico-elettorali candidandola ( 187  voti), e lei ha chiesto in cambio l’assunzione di altri componenti della sua famiglia come “operatori” nella Indaco.

La Viafora è rimasta direttrice della struttura “Galeso di Taranto, anche quando ha vinto la cattedra statale,  lavorando per la Indaco solo il pomeriggio, mentre la mattina lavorava a scuola, ed i risultati della malagestione come ci raccontano dei dipendenti, sono evidenti. Katia Pirulli, assistente sociale presso la  “Galeso”   per mesi è risultata ricoprire lo stesso ruolo  ad Ostuni (brindisi) in un’altra struttura della Indaco.  La Indaco così facendo avrebbe truffato lo Stato incassando da due Prefetture (Brindisi e Taranto)  fondi per due strutture, che dovevano essere spesi per assumere 2 o 3 assitenti sociali, secondo quanto previsto dal capitolato d’appalto, e invece risultava  solo lei a tempo pieno sia in una che nell’altra struttura, approfittando sulla circostanza che le due Prefetture non avendo motivo di comunicare, non avrebbero scoperto la “furbata” .
Quindi o Katia Pirulli ha il dono dell’ubiquità, e percepisce per il doppio incarico un doppio stipendio, o i furbetti della Cooperativa Indaco hanno incassato soldi pubblici illecitamente . La stessa cosa sarebbe stata fatta con altri dipendenti a loro insaputa,  facendoli risultare per mesi presenti ed operanti contemporaneamente sia ad Ostuni che a Taranto.
Non mancano dei dipendenti della Cooperativa Indaco   candidatisi nell’avventura politica…  nella “Lista Progetto in Comune”  come  Pietro Lomartire (29 voti) , Mario Bembo ( 6  voti) ,  per non parlare dei figli di esponenti politici assunti per non fare nulla col titolo di “assistenti legali” (il figlio di Calzolaro, il figlio di Ungaro, ecc.) e così via !

 

 
 

Ma cosa è successo dietro le quinte del video da noi pubblicato ieri sulla pagina Facebook del nostro giornale ?  Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di raccontarvi anche questo. I migranti, tecnicamente definiti “ospiti” nella struttura di Taranto erano particolarmente arrabbiati nei confronti dei responsabili del centro di accoglienza “Galeso” di Taranto della Cooperativa Indaco . Non avevano acqua per poter bere, a lungo sono rimasti senza luce a causa delle bollette non pagate all’ Enel dalla Cooperativa Indaco, per almeno 2 o 3 mesi non è stata servita la frutta né a pranzo né a cena (contrariamente a quanto previsto dal capitolato d’appalto). Basta farsi quattro calcoli su quanto costano due frutti al giorno per 3 mesi per circa 200 persone per capire quanti  soldi sono finiti illecitamente nelle tasche di “qualcuno”.
Secondo quanto raccontatoci da fonte bene informata, la Cooperativa Indaco  ha perso la nuova gara di appalto indetta dalla Prefettura per l’accoglienza degli immigrati, arrivando 3a in graduatoria come risulta dalle sezioni dell’ Amministrazione Trasparente, ed allora Micelli voleva convincere gli immigrati a manifestare addirittura sotto la Prefettura di Taranto per alzare un ennesimo polverone e mettere in discussione l’aggiudicazione che li escludeva. E per fare questo contava sul supporto di due “fanciulle”  molto “ben volute”… dagli immigrati di un’associazione culturale-teatrale operante nella struttura Galeso, attività per la quale percepiscono circa 4mila euro al mese. E le loro voci si sentono nel video in nostro possesso e sopra pubblicato.
Una di loro ci ha persino contattato nel pomeriggio di ieri prima via Facebook e poi telefonicamente, urlando e minacciandoci di essere disposta a testimoniare in favore di Salvatore Micelli per aver reso pubblico il video in cui si sentiva la sua voce. resta da capire se alla donna in questione stia più a cuore il suo stipendio per l’attività svolta presso la struttura Galeso o le sorti …. di qualche “ospite”. Ma Micelli e le sue “complici” che avrebbero dovuto convincere gli immigrati ad attuare il piano di protesta pensato dal consulente-coordinatore politico….. Ma non sempre tutte le ciambelle riescono nel buco !
I soldi a disposizione sono stati utilizzati da chi amministra la Cooperativa Indaco per finanziare la listaProgetto in Comune”, come risulta dai bonifici bancari riportati sugli estratti del conto corrente gestito dal Micelli presso la Banca Popolare di Puglia e Basilicata a Taranto, , ed anche noi che li abbiamo ricevuti via mail da un anonimo informatore. Chiaramente non avendo il potere investigativo della Guardia di Finanza abbiamo fatto qualche controllo, ed i bonifici sono veri. I documenti sono in possesso delle Fiamme Gialle che avrebbero avviate degli accertamenti.
Gli  immigrati avevano trovato persino dei vermi nel cibo . Questo è stato uno dei motivi della rivolta, che ha indotto i Carabinieri dei NAS di Taranto coordinati dal capitano Marra inviato a Taranto dalla gerarchia centrale, e dal luogotenente Imperiale, ad effettuare delle approfondite ispezioni sia presso la struttura di accoglienza al quartiere Paolo VI,  che presso un bar di via Mazzini, nel centro di Taranto, gestito da un ex-poliziotto Claudio Messinese, il quale senza alcuna licenza e struttura idonea prepara giornalmente una media di 200 pasti al giorno per gli immigrati. Guarda caso anche il Messinese si è candidato nella lista “Progetto in Comune” ottenendo 214 voti di preferenza.

da sinistra, Alfredo Spalluto, la candidata sindaco Stefania Baldassari, Salvatore Micelli e la sorella Barbara capolista della Lista “Progetto in Comune” 

I furbetti della Cooperativa Indaco da appalto avrebbero dovuto acquistare e versare 15 euro di ricarica telefonica per ogni ospite all’arrivo ma secondo alcuni dipendenti,  ma in realtà secondo dei dipendenti della Cooperativa che ci hanno contattato, NON lo avrebbero mai fatto, versando solo 5 euro a persone, e nemmeno a tutti gli immigrati ospitati nelle due strutture di accoglienza  ! Calcolando che nel centro di accoglienza “Galeso” di Taranto, ci sono stati molti ingressi ed uscite, oltre ad un centinaio ospitati nella struttura ad Ostuni  il numero totale di chi è arrivato potrebbe quindi anche essere del doppio.  Provate a calcolare i 10 euro messi a disposizione dallo Stato e che sarebbero stati sottratti dalla Indaco a tutti questi immigrati….
Così come i dipendenti delle due strutture di accoglienza non vengono pagati regolarmente, ed i loro stipendi sono fermi a marzo, mentre sino a qualche settimana fa erano addirittura fermi a gennaio, pur avendo incassato quanto dovuto dalle Prefetture sino alla fine di aprile. Ma forse quei soldi a Micelli servivano ad altro
Quel che è certo, è che ci sono diverse ombre, a Taranto come a Brindisi , sulla gestione dell’accoglienza dei migranti e sarebbe ora che si facesse un pò di chiarezza e un pò più di controlli nella verifica delle esperienze dei partecipanti ai bandi di gara. L’inchiesta (ora processo) meglio noto come Mafia Capitale a Roma non ha insegnato nulla sul business sviluppatosi sull’accoglienza dei migranti…?
Concludendo, come può un candidato sindaco “garantire” su tutta la propria coalizione, come ha fatto con superbia e follemente la Baldassari ?  Adesso c’è da aspettarsi l’ennesimo suo comunicato, che chiaramente non pubblicheremo, visto che l’ex-direttore del carcere di Taranto ha  rifiutato di farsi intervistare in diretta dal nostro Direttore, e quindi evidentemente poco interessata al nostro stile di fare giornalismo. Che non è in vendita.

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