Processo Mafia Capitale. Sentenza definitiva: "non era mafia", carcere per 9 persone

Processo Mafia Capitale. Sentenza definitiva: "non era mafia", carcere per 9 persone

La Cassazione in conseguenza della stabilita riqualificazione del reato in “associazione a delinquere semplice”,  ha quindi annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia. L’ipotesi accusatoria processuale condotta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova mafia”, con estensioni ed articolazioni nel mondo degli appalti della Capitale.

ROMA – Dopo la sentenza della sesta sezione penale  della Suprema Corte di Cassazione sull’inchiesta “Mondo di Mezzo” ribattezzata giornalisticamente “Mafia Capitale ”  è  stato eseguito nella notte di ieri un ordine di esecuzione per la carcerazione emesso dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma per 9 persone, dai militari dei Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Roma. A finire in carcere l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti, per Claudio Turella l’ex dirigente del Comune di Roma Capitale che si occupava della cura del verde, e per Sandro Coltellacci, Franco Figurelli, Guido Magrini, Mario Schina, Andrea Tassone e Giordano Tredicine.

Mondo di mezzo quindi non è Mafia Capitale. come ha deciso la Corte di Cassazione che, ribaltando il verdetto della Corte d’Appello, ha stabilito che l’organizzazione a delinquere capeggiata dall’ex Nar Carminati e dall’ex “ras” delle cooperative romane  Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un “associazione a delinquere semplice“. Quindi di conseguenza, la pena inflitta in secondo grado andrà ricalcolata.

Salvatore Buzzi e Massimo Carminati

Per alcune delle persone arrestate è stata applicata la legge ‘Spazzacorrotti’, approvata il 31 gennaio scorso e che introduce “misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”. Legge sulla quale pende al momento un ricorso davanti alla Corte Costituzionale.

“Ci aspettiamo che venga immediatamente revocato il 41bis, ovvero il regime di carcere duro, se ciò non dovesse accadere siamo pronti a fare istanza“. E’ quanto ha dichiarato l’avvocato Cesare Placanica, difensore dell’ex Nar Massimo Carminati, a seguito della decisione della Corte di Cassazione che ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa. “In queste ore – aggiunge il penalista – stiamo valutando anche di presentare una istanza di scarcerazione nell’attesa che la Corte d’Appello di Roma ridetermini la pena

A questo punto dovrà essere celebrato un nuovo processo in Corte d’appello, dinnanzi ad una sezione diversa da quella che precedentemente aveva ipotizzato l’aggravante del reato di “associazione mafiosa” sostenendo l’esistenza di una ‘piovra’ sulla Capitale. La  Cassazione ha dovuto valutare la posizione di 32 imputati,  17 dei quali erano stati condannati lo scorso anno dalla Corte d’Appello di Roma, a vario titolo per mafia, cioè per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa ed, anche per alcuni di “concorso esterno”. Oltre a Carminati e a Buzzi che erano stati condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi ed a 18 anni e 4 mesi, anche  l’ ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio, Luca Gramazio, (8 anni e 8 mesi), e  l’ ex amministratore delegato dell’Ama  Franco Panzironi a 8 anni e 4 mesi. Nei loro confronti si dovrà celebrare un nuovo processo.  La Corte Cassazione ha assolto Salvatore Buzzi da due delle accuse contestategli, e cioè “turbativa d’asta e corruzione“, così come è  caduta l ‘accusa per Carminati di intestazione fittizia di beni.

La Cassazione in conseguenza della stabilita riqualificazione del reato in “associazione a delinquere semplice“,  ha quindi annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia. L’ipotesi accusatoria processuale condotta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova mafia”, con estensioni ed articolazioni nel mondo degli appalti della Capitale. Una organizzazione criminale “collaudata”  che secondo i magistrati della Procura della Capitale aveva le tipiche caratteristiche del 416bis e cioè , “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, come avevano scritto nella loro sentenza di condanna i giudici della Corte d’appello. Impostazione condivisa anche dalla Procura generale della Cassazione che ha chiesto la sostanziale conferma della sentenza d’appello.

 “Non era un’associazione mafiosa? E quindi che era, un’associazione di volontariato?“, ha commentato sarcastico il leader della Lega Matteo Salvini, mentre per il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra (M5s), “le sentenze si rispettano, ma le perplessità, i dubbi, le ambiguità restano”. Matteo Orfini, ex presidente ed ex commissario del Pd di Roma, mette in guardia dal rischio di una “autoassoluzione della città, perché la mafia a Roma c’è”.

Le difese e gli amici degli imputati chiaramente esultano. “Buzzi aveva ammesso alcune delle contestazioni. A Roma c’era un sistema marcio e corrotto e la sentenza di primo grado l’ha riconosciuto. La procura ha provato a sostenere la mafia. La Cassazione ha detto quello che avevamo sostenuto fin dall’inizio”, ha dichiarato l’avvocato Alessandro Diddi. “La Suprema Corte ha ritenuto la sentenza di appello giuridicamente insostenibile“, ha aggiunto  il difensore di Carminati l’ avvocato Cesare Placanica, mentre Giosuè Naso, il suo ex storico avvocato, ed attuale difensore di altri due imputati, attacca: “Ma vi pare possibile che la mafia sia stata riconosciuta a Roma in questi ultimi 7 anni, cioè da quando c’era Pignatone, e prima nessuno se ne era mai accorto? A Roma non c’è la mafia, ma una cultura mafiosa, che è una cosa completamente diversa“.

Per l’ avvocato Valerio Spigarelli, difensore di Luca Gramazio,siamo di fronte alla sconfessione delle procura di Roma. Il processo era un esperimento giudiziario, un esperimento fallito“, affermazioni queste a cui ha replicato il Procuratore Generale della repubblica di Roma, Giovanni Salvi: “Non trovo giustificate le esultanze di qualcuno visto che la Suprema Corte ha riconosciuto l’esistenza di associazioni, nei termini affermati dalla sentenza di primo grado, che aveva irrogato pene non modeste: due associazioni a delinquere che erano state capaci di infiltrare in profondità la macchina amministrativa e politica di Roma“.

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