Le regole del M5S ? Non valgono nulla ! Il "caso De Vito" nella Capitale lo dimostra

Le regole del M5S ? Non valgono nulla ! Il "caso De Vito" nella Capitale lo dimostra

Sulla “posizione” di Marcello De Vito, quindi vige il codice di comportamento firmato nel 2016 e che prevede le dimissioni solo “se, durante il mandato, sarà condannato in sede penale, anche solo in primo grado. O se in seguito a fatti penalmente rilevanti venga iscritto nel registro degli indagati e la maggioranza degli iscritti al M5S mediante consultazione in rete ovvero i garanti del Movimento decidano per tale soluzione nel superiore interesse della preservazione dell’integrità M5S”

Marcello De Vito e Virginia Raggi

ROMA – Il codice di comportamento firmato solennemente prima delle elezioni amministrative del 2016 da Virginia Raggi e Marcello De Vito non serve a nulla , o meglio serve a a tutelare De Vito presidente del Consiglio Comunale di Roma (attualmente agli arresti domiciliari) che non può essere espulso da un’associazione diversa da quella del 2009 con cui si era candidato ed è stato eletto in Assemblea capitolina. In poche parole, legalmente parlando, è come se nella Capitale in Campidoglio è come se ci fosse un partito diverso da quello che c’è in Parlamento, che quindi su base su altre logiche e regole e persino ad altri garanti uno dei quali è deceduto.

E’ questa la vera ragione per la quale i nuovi probiviri del M5S non possono decidere e prendono tempo . Il “caso” del consigliere comunale del M5S  Marcello De Vito, che si trova agli arresti domiciliari per “corruzione” sulla vicenda del nuovo stadio della Roma Calcio , rischia di essere persino più complicato di quanto pensasse il solito Luigi Di Maio che parla tanto e dimostra ancora una volta di non sapere quello che dice.

Venerdì scorso era attesa la decisione dei probiviri del M5S che a molti sembrava piuttosto scontata.  Ci si aspettava l’espulsione sopratutto a seguito delle dichiarazioni del capo politico del M5S  Di Maio, fatte il 20 marzo scorso due ore dopo l’arresto di De Vito, che lo aveva espulso in direttissima attraverso Facebook e televisioni vari  commettendo però ancora una volta un grande errore: non risulta scritto da nessuna parte che il capo politico del Movimento 5 Stelle  possa irrogare sanzioni,  e non c’è neanche la fattispecie per la quale Marcello De Vito si è beccato pubblicamente  un “calcio nel sedere”  che per il momento resta metaforico e mediatico. E niente di più.

Di fatto quell’espulsione annunciata da Di Maio non è mai arrivata. Ed ancora non arriva. Al momento esiste solo un procedimento ancora pendente. Una dei nuovi probiviri del M5S Raffaella Andreola, consigliera comunale di Villorbo, piccolo paesino del Veneto, demandata a decidere sul presidente del Consiglio Comunale di Roma, si limita a dichiarare “Stiamo valutando“,  ma non dice cosa. E le assurdità di questa vicende non sono ancora finite.

Infatti il Movimento 5 Stelle che ha partecipato alle elezioni politiche del 2018 in realtà è un partito diverso da quello che si era presentato e aveva vinto le elezioni amministrative a Roma, che  un’associazione politica costituita del 2009, che aveva un proprio simbolo che richiamava Beppe Grillo, che aveva fatto votare online sulla pagina del Movimento 5 Stelle,  il candidato sindaco a una determinata platea di iscritti. Invece Luigi Di Maio è il capo politico di un’altra associazione creata nel 2017 ed utilizzata in occasione delle ultime elezioni politiche del 2018.

Dal punto di vista legale è come se fosse un altro partito, avendo un proprio statuto, che è stato scritto incredibilmente da un altro indagato , l’ avvocato Luca Lanzalone, ex-presidente dell’ ACEA spa (in quota M5S) anch’egli finito arrestato per la vicenda dello stadio della Roma. Con un nuovo simbolo da cui è scomparso il nome di Beppe Grillo ed al posto del suo blog iniziale, adesso  vi è  il Blog delle Stelle, che è creatura ed espressione di Davide Casaleggio che lo gestisce in maniera poco trasparente. Un movimento che raccoglie dati e fa votare i propri iscritti sulla piattaforma dell’ Associazione Rousseau, (c0ntrollata sempre da Casaleggio e dai suoi soci-adepti ) e quindi non  più sulle vecchie pagine del M5S dalle quali è stato necessario far migrare tutti i precedenti dati.

l’arresto di Luca Lanzalone

Sulla “posizione” di Marcello De Vito, quindi vige il codice di comportamento firmato nel 2016 e che prevede le dimissioni solo “se, durante il mandato, sarà condannato in sede penale, anche solo in primo grado. O se in seguito a fatti penalmente rilevanti venga iscritto nel registro degli indagati e la maggioranza degli iscritti al M5S mediante consultazione in rete ovvero i garanti del Movimento decidano per tale soluzione nel superiore interesse della preservazione dell’integrità M5S“.  Vi è anche un piccolo particolare su cui ha fatto giurisprudenza l’avvocato Lorenzo Borré, che assiste legalmente e vince quasi sempre i ricorsi degli espulsi “grillini”: il M5S del 2009 non ha più la disponibilità del sito e peraltro uno dei garanti è morto (Gianroberto Casaleggio) e l’ex-garante Beppe Grillo si guarda bene dal far smuovere le acque.

Nel frattempo De Vito attraverso il suo legale ha inviato una memoria difensiva ai probiviri ed al momento nessuno sa o rivela le intenzioni del presidente dell’Assemblea capitolina (ancora in carica, nonostante gli arresti !) se restare o meno  fra gli iscritti del M5S. Il secondo grado di giudizio politico, dopo i probiviri,  è il Comitato di Garanzia dove siede Roberta Lombardi che è sempre stata molto vicina a De Vito.  L’ avvocato Borrè spiega  che “Non si potrebbero contestare a De Vito ipotetiche violazioni -tutte da dimostrare- di norme di un’associazione diversa da quella che pretende di irrogare sanzioni disciplinari .Tantomeno gli si possono contestare eventuali mancanze agli obblighi gravanti sugli eletti nel partito del 2017, perché appunto egli è consigliere eletto nelle liste di altra, antitetica associazione“. E la “barzelletta” sull’onestà del M5S continua  ancora….

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