Conte: "L'uscita di Di Maio venerdì la considero una grave scorrettezza. Ne dovrò parlare con lui a quattr'occhi".

Conte: "L'uscita di Di Maio venerdì la considero una grave scorrettezza. Ne dovrò parlare con lui a quattr'occhi".

Il cambio di passo dell’avvocato che alla delegazione del Pd confessa l’ira per gli ultimatum di Di Maio. Incontri fumosi sul programma ma svolti un clima più sereno. Il Pd “prigioniero” del negoziato aspetta Conte alla prova per risolvere la grana dei vicepremier. Il Quirinale chiede tempi brevi

ROMA – Premier per caso, avvocato del popolo ed esecutore del contratto giallo-verde ultimato nel giugno 2018, in quest’anno e tre mesi Giuseppe Conte s’è trasformato in qualcosa d’altro.  Quando Salvini ha provato a fermare il cammino dell’uomo che, nella metafora, era stato chiamato a lavare il pavimento al posto suo (“il vice dei suoi vice“, l’aveva definito con la sua consueta crudeltà Rino Formica, nel giorno del giuramento), il premier-esecutore ha tirato dritto, ha ribaltato persino il “gioco” del leader della Lega, ed ha ricominciato a camminare da solo. Verso la fontana a prendere l’acqua. Verso il G7 di Biarritz. Verso il Quirinale. Di nuovo.

La composizione del nuovo esecutivo sembra essere un match: Giuseppe Conte contro Luigi Di Maio. Una sfida che coinvolge anche la leadership del Movimento 5 Stelle ed il “peso” dentro il governo. La visita di Conte al Quirinale  era un messaggio molto chiaro del premier incaricato al capo politico del M5S. Delle serie: “Ne parlo con Mattarella per far capire all’ ambizioso grillino che la corda non va tirata troppo ed  il tempo stringe“.

“Il mio consiglio è di accelerare i tempi. Di sciogliere la riserva il prima possibile, anticipare rispetto a mercoledì. Serve a evitare altre tensioni” ha detto il capo dello Stato Mattarella al presidente incaricato Conte a cui  ha spiegato  che non ha alcuna intenzione di concedere ulteriore tempo in più rispetto a quello stabilito: entro mercoledì al Quirinale si aspettano che il premier incaricato salga con programma, lista dei ministri e una valigia ripiena di convincenti certezze, altrimenti si prende atto del fallimento del mandato ed il capo dello Stato  procederà con le riflessioni dovute del caso.

Sembra l’anticipazione di un vero e proprio veto sul ritorno di Luigi Di Maio da vicepremier a Palazzo Chigi . E Conte sa essere concreto quando ammette: “La stagione del contratto è morta e sepolta. Non voglio fare la somma di due programmi. Anche per questo Luigi ha sbagliato a non comunicarmi che avrebbe lanciato i 20 punti appena uscito dal colloquio con me“. La questione di Di Maio in realtà non è stata ancora risolta. Anzi, il capo dei Cinque stelle resiste, determinato a non rinunciare al suo ruolo da vicepremier .

Difficile seguire il suggerimento con l’incubo del referendum sulla piattaforma Rousseau fissato per lunedì. Ma il colloquio con il presidente Mattarella durato circa un’ora è servito a dimostrare che il premier incaricato Conte ha ormai stabilito una fiducia di relazioni con il Quirinale. Un canale “coltivato” in questi 14 mesi , che si unisce ad un altro rapporto decisivo nel M5S: quello con Quirinale il garante del movimento, rapporto questo che oggi colloca Conte ad un livello superiore a Di Maio, permettendogli persino di “bacchettare” i capigruppo grillini durante il vertice di ieri e di giocare di sponda con gli esponenti del Pd raccogliendo le loro proposte.

Conte venerdì pomeriggio era voluto apparire nelle vesti del “padre della patria” ad Andrea Orlando e Dario Franceschini esponenti di “peso” nel Pd.  Con l’aria da professore che parla ex cathedra e divaga da bravo avvocato senza però mai entrare nel merito. Ieri invece Conte è andato dritto al punto “altrimenti questi problemi ce li ritroviamo intatti quando siamo al governo e diventa più difficile risolverli“. spiegandosi meglio: “Avete presente quanti provvedimenti con Salvini abbiamo approvato con la formula “salvo intese”, ovvero senza accordo? Tanti, non deve più succedere”.

L’ “avvocato del popolo”, come Conte si autodefini all’ayyio del suo primo insediamento a Palazzo Chigi non vuole avere con il Pdlo stesso dualismo che abbiamo avuto con la Lega“. Vuole mettere in piedi un’alleanza ed una compagine di governo che regga alla perfezione, come si quando si arma alla perfezione una barca  prima della partenza se si vuole una navigazione sicura. Ma il programma non basta. E’ necessario avere una squadra di ministri all’altezza e sopratutto poter contare sui numeri di un’alleanza e maggioranza certa in Parlamento.

Della maggioranza parlamentare si è parlato durante il colloquio sul Colle. Mattarella, che conosce molto bene le dinamiche interne del Pd,  ha consigliato a Conte di porre la massima attenzione agli equilibri e alle sorprese. La maggioranza nasce con voti, sulla carta, superiori al precedente governo ma vive sin da ora delle tensioni e contrapposizioni interne al M5S ed al Pd molto più insidiose e pericolose. Girano infatti delle voci sull’aiuto di una parte di Forza Italia al Senato dove lo strappo del M5S guidato da Gianluigi Paragone potrebbe mettere a rischio il pallottoliere dei numeri su cui contare al voto di fiducia sul Governo. Conte è chiamato a dare queste garanzie, oltre ai punti programmatici quando mercoledì o martedì sera scioglierà la riserva.

Il sondaggio di Pagnoncelli sul Corriere della Sera fotografa un Movimento che cresce, in pochi giorni di parecchi punti , perché ha ritrovato una “centralità” politica. È lo stesso Movimento dato per morto dopo le europee, umiliato da in pochi giorni, col popolo in fuga e marginale nel gioco politico fino a pochi giorni fa. Per quale motivo il M5S dovrebbe mai cedere, concedendo con benevolenza al Pd di scegliere, di fatto, il capo del Movimento? Perché mai, ora che la rinnovata centralità consente al Movimento di chiudere l’accordo a condizioni alte oppure di tornare al voto con Conte, legittimato anche dall’indulgenza democratica come perfetto anti-Salvini? Ecco il vero punto nevralgico: il sì al buio su Conte.

I dossier aperti sul tavolo delle consultazioni sono molto importanti, ma è altrettanto importante poter contare sono su una maggioranza solida e una lista di ministri che sia la prova di una vera svolta. Se il Ministero dell’ Economia dovesse toccare al Pd, ad esempio, la strada maestra sarebbe affidarlo a Piercarlo Padoan che a Bruxelles conosce tutti ed è molto ascoltato e stimato. Il ministro dell’Interno dev’essere un “tecnico” e non un politico per non replicare la gestione salviniana e l’utilizzo politico del Viminale. Gli strascichi delle vecchie liti si sono avvertiti anche nelle consultazioni di Conte con la delegazione della Lega. “Non avete rispettato i patti sui decreti sicurezza, non avete accolto i rilievi del Quirinale e siete andati avanti per la vostra strada“. Rilievi che ora sono alla base dell’accordo Pd-M5s sulla politica dell’immigrazione. Pronti a diventare una legge aggiuntiva che sia in grado di fronteggiare l’offensiva leghista sull’argomento. Perché così come i barconi dei migranti continueranno ad arrivare, gli attacchi di Matteo Salvini non mancheranno.

Su Di Maio il confronto resta aperto. Conte ha promesso al Pd un vicepremier unico che dovrebbe essere Dario Franceschini. Ma il premier incaricato non può dimenticare di essere stato indicato dal Movimento  5 stelle. E non è detto che non stia giocando su due tavoli, rassicurando tutti nelle consultazioni, per poi spiazzare tutti all’ultimo minuto.

 

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