Uno scontro in procura fa notizia? Non in Italia

Uno scontro in procura fa notizia? Non in Italia

Chissà se un giorno si potrà parlare pubblicamente di questi problemi, magari non solo sulle pagine del “Dubbio”. E magari coinvolgendo nella discussione anche i magistrati, e anche i giornalisti di tutti i giornali.

di Piero Sansonetti

La notizia che il capo di una procura “striglia” i suoi vice e li accusa di “protagonismo” – dicono i vecchi e ormai ignorati manuali di giornalismo – è un fior di notizia. Così come lo sarebbe la notizia che il premier ha strigliato i suoi ministri. Se si sapesse che Renzi ha mandato a quel paese la Boschi, o Padoan, o la Madia, i giornali riporterebbe la notizia nel titolo più grande della prima pagina.

Schermata 2016-05-25 alle 14.12.52I manuali di giornalismo però in questi anni sono invecchiati parecchio. E così la notizia della sfuriata del dottor Lo Voi (procuratore di Palermo, cioè capo di una delle tre o quattro procure più importanti d’Italia) oggi la conoscono solo i lettori del “Dubbio”, perché gli altri giornali l’hanno ignorata o trattata come irrilevante. Non l’hanno ignorata per distrazione o per mancanza di qualità professionali dei capiredattori, ma per una ragione più semplice: il dottor Lo Voi – con una direttiva scritta – invitava i suoi sostituti a smetterla di mettersi in mostra concedendo interviste o passando le veline e le carte riservate ai giornalisti. Ma siccome, ormai da tempo, il giornalismo italiano vive quasi esclusivamente di veline e di carte riservate ottenute da Pmprotagonisti”, i giornali hanno pensato che fosse giusto mettere la sordina al caso, visto che se i Pm dessero retta davvero a Lo Voi, e se magari la direttiva di Palermo si estendesse al resto d’Italia, sarebbero guai per tutti.

I giornali sarebbero costretti a tornare ai tempi bui di quando le notizie te la dovevi andare a cercare, dovevi diversificare le fonti, e magari era costretto persino a verificarle a cercare riscontri. E un’eventualità del genere è vista come un incubo dall’intero giornalismo italiano. E anche dagli editori.

È molto difficile aprire una discussione seria sull’involuzione che il giornalismo italiano ha subito negli ultimi 25 anni, trasformandosi da strumento di informazione in “servizio di portavoce”, e diventando probabilmente il meno attendibile e il più scadente giornalismo di tutto l’occidente. Vogliamo parlarne? Magari tutti sono disposti ad ammettere che il nostro è il peggior giornalismo dell’occidente, purché si riconosca che la causa “unica” di questo decadimento è la concentrazione delle testate, e cioè lo strapotere di Berlusconi. E che i giornalisti sono innocenti.

E invece no. Certamente la concentrazione delle testate è un problema (e non è causato però dal solo Berlusconi: si è parlato pochissimo, per esempio, della alleanza De Benedetti-Fiat, cioè Stampa-Repubblica, avvenuta recentemente) ma non è il problema principale. Il problema numero uno è la “concentrazione delle fonti”. Perché la concentrazione delle fonti porta necessariamente al travisamento della realtà, e quindi uccide l’informazione e la libertà di informazione. Dentro il fenomeno della concentrazione delle fonti c’è lo strapotere della “fonte” magistratura (anzi: Procura). Beh, di questo nessuno vuole discutere.

E la Procura viene presa come fonte sacra non solo per le notizie, ma anche per le teorizzazioni. Se i Pm (o magari la loro associazione di categoria, e cioè l’Anm) sostengono che bisogna abolire la prescrizione, allora i giornali dicono che va abolita la prescrizione. Se dicono che la prescrizione è colpa degli avvocati, allora è colpa degli avvocati.

CdG tribunale ext taranto

nella foto la Procura di Taranto, dove i giornalisti “ventriloqui” abbondano per i pm a caccia di protagonismo

L’altra sera ho partecipato a un dibattito sulla giustizia a Viterbo (nell’ambito della manifestazione culturale “Caffeina”, che da una decina d’anni si svolge tutti i mesi di giugno per un paio di settimane). Con me c’era un giornalista del “Fatto Quotidiano”, bravo e prestigioso: Fabrizio D’Esposito. E poi c’era il presidente del Cnf (Consiglio nazionale forense) Andrea Mascherin. E’ stata una discussione seria, pacata, nella quale ciascuno i noi ha cercato di aprire un dialogo vero, seppure da posizioni distanti. D’Esposito è un intellettuale laico e senza pregiudizi. E infatti, per esempio, ha riconosciuto la saggezza delle nostre posizioni sull’eccesso di carcerazione preventiva, e persino sull’assurdità di tenere in cella per 1000 giorni, senza processo, l’ex deputato Nicola Cosentino. Però a un certo punto anche lui ha rimproverato gli avvocati per la loro abitudine di tirare per le lunghe i processi, con manovre dilatorie, allo scopo di ottenere non l’assoluzione ma la prescrizione.

Mascherin gli ha lanciato una sfida: “Se tu mi citi una sola tecnica dilatoria in mano agli avvocati, utile per mandare per le lunghe i processi, io ti do ragione e me ne sto zitto per tutta la sera. Ma tu non puoi citarmela, perché non esiste. Eppure tu, in perfetta buonafede, hai usato una leggenda metropolitana per dimostrare una tesi. Chi ha diffuso questa leggenda metropolitana e chi ha permesso che diventasse senso comune e dunque verità acclarata, sebbene sia una falsità acclarata? “. E’ inutile che vi dica che Mascherin, senza infrangere l’impegno, ha potuto continuare a parlare per tutta la serata…

Ecco: questo è un esempio perfetto della subalternità dei giornali alle Procure e del danno che questa subalternità procura al giornalismo e a quello che Pannella chiamava il “diritto alla conoscenza”. Chissà se un giorno si potrà parlare pubblicamente di questi problemi, magari non solo sulle pagine del “Dubbio”. E magari coinvolgendo nella discussione anche i magistrati, e anche i giornalisti di tutti i giornali.

*direttore del quotidiano Il Dubbio

 

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