Elezioni a sorpresa per il Csm : eletto al primo posto D'Amato, secondo Di Matteo

Nino Di Matteo

ROMA Elezioni a sorpresa per i componenti togati del Csm . Hanno votato 6.799 i votanti su oltre 9mila magistrati aventi diritto. Il pm antimafia di Palermo Nino Di Matteo, noto per il processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, si è piazzato al secondo posto con 1.184, preceduto da Antonio D’Amato per vent’anni a Palmi affianco ad Agostino Cordova e poi sempre con lui alla procura di Napoli,  attuale procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, ha ottenuto 1.460 voti piazzandosi al al primo posto.

La componente di Piercamillo Davigo, con cui Di Matteo è in stretta sintonia, è arrivata seconda rispetto alla destra di Magistratura indipendente.  Candidati 18 pubblici ministeri per sostituire i due magistrati dimissionari, coinvolti nel “caso Palamara” e dell’inchiesta di Perugia per corruzione.

Il terzo pm che ha ottenuto più voti è il napoletano Francesco De Falco, protagonista dell’indagine sulla paranza dei bambini con 950 voti. Seguono in classifica  il pm di Napoli Fabrizio Vanorio con 615 voti, Anna Canepa, della procura nazionale antimafia, con 584 voti , quindi  Tiziana Siciliano procuratore aggiunto di Milano .

Vince politicamente Magistratura indipendente con D’Amato che ha fatto tutta la campagna elettorale all’insegna della battuta “io non sono il candidato di Cosimo Maria Ferri”, l’ex leader di Mi, divenuto deputato Pd in quota Renzi, che lo ha seguito in Italia Viva.

Sulla candidatura di Antonio D’Amato ( a lato nella foto) sono confluiti anche voti di Unicost, la corrente centrista precedentemente guidata da Luca Palamara, uscita “ammaccata” dall’inchiesta di Perugia. Mariano Sciacca, presidente di Unicost, precisa che “Il gruppo di Unità per la Costituzione non ha sostenuto elettoralmente il collega D’Amato, al quale auguriamo buon lavoro“.

In una nota, Unicost prende atto del risultato, ringraziando De Falco, “che lontano da circuiti massmediatici, indipendente da legami di ogni sorta, rappresenta appieno i valori nei quali ci riconosciamo di professionalità, autonomia e dedizione” e ribadisce “il silenzio  assordante e denso di rabbia e protesta di migliaia di magistrati che non sono andati a votare“.

Di Matteo contrariamente a quanto ci si aspettava però non sfonda . Ma la corrente di DavigoAutonomia e indipendenza, nata proprio da una scissione con Magistratura indipendente in chiave anti Ferri – è arrivata a poter essere rappresentata da 5 consiglieri togati su 16, con une notevole”peso” decisionale nelle dinamiche interne, anche in vista di importanti nomine, come quelle del procuratore generale della Cassazione e del capo della procura di Roma.

Nonché di quelle di Torino e della stessa Perugia. Buono il risultato complessivo di Area, il gruppo di sinistra, né ha presentato molti candidati, come Canepa e Vanorio, disperdendo i voti.

Il voto espresso domenica e lunedì scorso porta alla luce anche la sfida, tutta campana, tra D’Amato, De Falco, Milita e Vanorio. Nato a Torre del Greco, D’Amato muove i primi passi  come pm a Palmi, dove trova come procuratore Agostino Cordova. Quando il magistrato calabrese viene nominato a capo della Procura di Napoli, D’Amato lo segue poco dopo.

Sono gli anni di “Tangentopoli” e il pm entra a far parte del pool che si occupa di uno dei filoni più importanti della “Mani pulite” napoletana, quello sulle tangenti nel settore della sanità che coinvolge fra gli altri anche l’ex direttore generale del ministero Duilio Poggiolini.

D’Amato da sempre esponente della corrente di Magistratura indipendente, appartiene però all’ala del gruppo che da tempo si è allontanata dal potentissimo Cosimo Ferri, che in questa elezione “suppletiva” sosteneva almeno inizialmente un altro candidato. D’Amato in questo anni,  ha avuto esperienze al mistero della Giustizia, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e come pm anticamorra, prima di essere nominato procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere.

Con il risultato ottenuto a sorpresa di queste elezioni, D’ Amato si aggiudica il “confronto” con l’altro procuratore aggiunto samaritano, Alessandro Milita, già pm del processo sulle presunte collusioni con il clan dei Casalesi dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, che si era candidato come indipendente.

Un altro pm napoletano, Francesco De Falco ha sfiorato l’elezione , venendo superato di poco da Di Matteo. De Falco vicino a Unicost, componente per la quale in passato era stato  anche componente del consiglio giudiziario, venendo ritenuto da tempo uno dei magistrati in prima linea sul fronte dell’anticamorra.

Assieme al pm Henry John Woodcock, si è occupato delle indagini e dei processi sulla “paranza dei bambini”, il gruppo di giovanissimi boss che terrorizzava il centro di Napoli. occupandosi anche delle inchieste sulle ramificazioni del clan dei quartieri Rione Traiano e Pianura, oggi leader nel mercato dello spaccio di stupefacenti.

Non è riuscito a farsi eleggere un altro pm di punta dell’anticamorra, Fabrizio Vanorio, già pm a Palermo, dove è stato anche presidente della giunta Anm, che indaga sul clan dei Casalesi e, con il pm Woodcock, ha sostenuto l’accusa nel processo sulla compravendita di senatori concluso con la prescrizione del reato per l’ex premier Silvio Berlusconi. Esponente di spicco di Md, ha pagato probabilmente la presenza contemporanea di più candidati nella sua corrente.




Csm: Riaperti i giochi per la guida della Procura di Roma

ROMA – Il Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di azzerare il precedente voto di maggio e riavviare la procedura per la nomina del nuovo procuratore di Roma, a seguito dello “scandalo Palamara” grazie al quale sono venute alla luce le manovre illecite per manipolare le importanti nomine ai vertici degli uffici giudiziari delle Procure prive di guida, l’ organo di autogoverno dei giudici, i cui equilibri correntizi sono stati letteralmente “ribaltati” nel peso ed equilibrio delle correnti interne.

La Commissione Incarichi Direttivi del Csm, quattro mesi fa aveva indicato con 4 voti su 6 il procuratore generale di Firenze Marcello Viola. Mestre si aspettava della la del plenum del Consiglio  s’ è scoperto che Viola era il candidato della “cricca” che disegnava strategie venendo intercettata con la microspia inoculata nel telefono dell’ormai ex pm romano Luca Palamara il quale aspirava a diventare procuratore aggiunto, prima di essere indagato per corruzione. Insieme ai magistrati della “cricca” guidata da Palamara si attovagliavano nelle cene e riunioni carbonare notturne  anche il magistrato-deputato del Partito Democratico Cosimo Ferri  che nei giorni scorsi ha seguito Matteo Renzi nella scissione, ed il deputato-imputato Luca Lotti almeno per ora rimasto nel Pd, insieme a cinque componenti togati del Csm delle correnti di Magistratura indipendente ed Unicost che una volta diventati pubblici i loro incontri segreti ed i rispettivi comportamenti poco etici, hanno ben pensato prima di auto-sospendersi e poi di dimettersi.

La commissione  che nel frattempo ha cambiato il presidente dimissionario, ha deciso ieri di revocare le proprie proposte del maggio scorso e quindi in corsa non ci sono più soltanto Marcello Viola ed i procuratori di Palermo Franco Lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo, i quali avevano ottenuto un voto ciascuno dalla  Commissione Incarichi Direttivi ma bensì si ritorna all’ originale elenco di 13 candidati. Tra i quali figura anche l’attuale procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, che  sta svolgendo il ruolo di reggente dell’ ufficio dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone del maggio scorso.

Il presidente Mattarella ed il vice presidente CSM David Ermini

È molto probabile che la commissione questa volta prima di votare  decida di ascoltare nelle audizioni i progetti dei candidati,  richiesta che in passato il vicepresidente del Csm David Ermini aveva sollecitato anche a nome del capo dello Stato, non venendo ascoltati dai consiglieri del Csm (ora fuoriusciti) che miravano solo e soltanto agli scopi ed interessi personali venuti a galla dalle intercettazioni della Guardia di Finanza delegata in tal senso dalla Procura di Perugia.

Ieri sono arrivate in commissione le indicazioni per la guida della Procura di Torino, rimasta vacante dal dicembre scorso dopo il pensionamento di Armando Spataro. Questo il risultato della votazione: Salvatore Vitiello attuale procuratore capo di Siena  ha ricevuto 4 voti, il procuratore aggiunto Anna Maria Loreto soltanto 2. Fra gli incarichi di prestigio rimasti scoperti ed a disposizione vi è anche la Procura generale della Suprema Corte di Cassazione, rimasta vacante dopo l’abbandono ed uscita di Riccardo Fuzio anch’egli coinvolto nello “scandalo Palamara“. Al momento i candidati più autorevoli sono il procuratore generale della Corte di Appello di Roma Giovanni Salvi e quello di Venezia Antonello Mura .




"Toghe pulite". Il Csm sospende dalle funzioni e stipendio il pm Palamara

ROMA –  Il collegio della Sezione Disciplinare del Csm, accogliendo la richiesta del procuratore generale Riccardo Fuzio, coinvolto anche lui nello scandalo che ha travolto la magistratura, ed indagato per rivelazione di segreto proprio a Palamara, al quale gli avrebbe riferito dell’indagine a suo carico, ha sospeso il pm Luca Palamara indagato per corruzione a Perugia.  Al loro arrivo a Palazzo dei Marescialli i legali di Palamara parlando con i giornalisti avevano detto “Per noi non ci sono i presupposti per la sospensione, siamo fiduciosi”.  Ma così non è avvenuto.

Al magistrato, che nel frattempo aveva chiesto il trasferimento al Tribunale dell’Aquila, sarà comunque corrisposto un assegno alimentare. L’avvocato del pm, Benedetto Marzocchi Buratti, ha annunciato che ricorrerà alle Sezioni Unite civili della Cassazione: “Impugneremo sicuramente l’atto”. Palamara si è limitato a commentare: “Continuerò a difendermi nel processo”.

Lo scorso 9 luglio  Palamara aveva preso la parola per la prima volta dall’inizio del caso,  davanti alla sezione disciplinare del Csm, dichiarando: “Non ho mai svenduto le mie funzioni di magistrato né ho gettato discredito sui colleghi”.

L’udienza si era svolta a porte chiuse, dopo che la Sezione disciplinare aveva rigettato la richiesta dei legali di ricusare due giudici, i magistrati  Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita. rappresentanti della corrente di Autonomia e Indipendenza.

Palamara aveva parlato dopo i suoi avvocati e dopo che il collegio giudicante presieduto dal membro “laico” (indicato nel CSM dal M5S) Fulvio Gigliotti aveva già ascoltato i rappresentanti dell’accusa, gli avvocati generali della Cassazione Pietro Gaeta e Luigi Salvato.

Il perno fondante dell’accusa sono i rapporti di Palamara intercorrenti con l’imprenditore Fabrizio Centofanti, dal quale avrebbe ricevuto regali e viaggi ed in cambio avrebbe messo le sue funzioni a disposizione dell’uomo di affari. Tra questi un anello destinato alla sua “amica del cuore” Adele Attisani, anello però  che nella motivazione del provvedimento di sospensione, però, è scomparso. Infatti non c’è più…

Palamara, davanti alla sezione disciplinare, si è difeso replicando alle accuse rivendicando quell’amicizia e spiegando che anche altri colleghi magistrati hanno frequentato l’imprenditore, ma non ha fatto i loro nomi, contrariamente a quanto aveva fatto invece davanti ai pm di Perugia, citando il presidente della Corte dei Conti Raffaele Scutieri, l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ed alti ufficiali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri.

L’ex leader della corrente Unicost e dell’ Associazione Nazionale Magistrati ha escluso di aver voluto gettare fango sui colleghi, a cominciare dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, come invece gli contesta l’accusa, secondo la quale avrebbe discusso con il senatore Luca Lotti  (Pd) delle “possibili strategie di discredito” proprio nei confronti del pm titolare dell’”inchiesta Consip, e avrebbe tenuto un “comportamento gravemente scorretto” nei confronti dei colleghi che si erano candidati per il posto di procuratore di Roma, sempre per aver discusso “della strategia da seguire ai fini della nomina” con gli esponenti del Pd, Lotti e Ferri, oltre che con alcuni consiglieri del Csm .

 

La sezione disciplinare nell’ordinanza  contesta la tesi delle libere valutazioni personali. Perché non c’erano “interlocutori occasionali”, ma bensì “un soggetto indagato e poi imputato (l’on. Luca Lotti) da una delle procure in gioco (quella di Roma), da parte di un soggetto (l’incolpato) che afferma di essere stato sempre consapevole, dell’esigenza di indagini a suo carico da parte della procura di Perugia, anch’essa considerata nel “risiko giudiziario”)“. E non solo. Vi era una “programmazione delle azioni ritenute necessarie ai propri obiettivi“.

Mercoledì il plenum del Csm aveva preso atto delle dimissioni presentate da Riccardo Fuzio procuratore generale della Cassazione che lascerà l’incarico dal prossimo 20 novembre. Il procuratore generale è finito sotto accusa dopo la pubblicazioni di alcune conversazioni intercettate proprio con il pm Luca Palamara.

E’ stato quindi bandito anche il concorso per la nomina del successore di Fuzio. Termine finale fissato per la presentazione delle domande è il prossimo 9 agosto.

 




Il Capo dello Stato: "mai intervenuto sulle nomine della magistratura". Il consigliere del Csm Morlini di dimette.

ROMA – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha mai parlato con nessuno di nomine di magistrati né è mai intervenuto per esse. Gli unici interventi – fanno sapere al Quirinale interpellato sulla vicenda – sono stati di carattere generale, per richiamare il rispetto rigoroso dei criteri e delle regole preposte alle funzioni del Csm. Inoltre l’ultimo incontro di Mattarella avuto con Luca Lotti risale a  quando è cessato dalla carica di ministro, ed  è avvenuto il 6 agosto del 2018 attraverso una visita di congedo, come avvenuto anche per altri ministri.

 Nel frattempo al  Csm si è spaccato il fronte dei quattro consiglieri autosospesi coinvolti nell’indagine di Perugia. A sorpresa si è dimesso dimette dal Consiglio Superiore della Magistratura  Gianluigi Morlini, ex presidente della quinta commissione (quella che indica i capi delle procure e gli aggiunti, ed i presidenti dei tribunali), che aveva incontrato anche il deputato Pd Luca Lotti, in una cena con l’ex pm di Roma Luca Palamara, uno degli indiziati dalla stessa procura di Roma per l ‘inchiesta Consip

Gianluigi Morlini

Morlini che ieri aveva già dato le dimissioni dalla sua corrente di Unicost,  ha rotto il fronte con le proprie dimissioni dal Csm  dei quattro consiglieri coinvolti, mentre gli altri tre  – Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli , eletti nelle liste di Magistratura Indipendente preferiscono restare sulle loro poltrone di Palazzo dei Marescialli. Tutti e quattro i membri togati del Csm, come prevedibile hanno ricevuto ieri dalla Procura Generale della Cassazione la notifica dell’avvio di un’indagine disciplinare nei loro confronti. Posizione che conseguentemente li rende incompatibili con la permanenza nello stesso Csm. L’avvio dell’azione disciplinare non comporta automaticamente la sospensione dal Csm, che in questi casi è facoltativa.

Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, ha promosso l’azione disciplinare nei confronti dei quattro consiglieri togati del Csm che si erano autosospesi (atto peraltro ufficioso e di facciata in quanto non previsto nè dalle leggi che per regolamento)  per la vicenda degli incontri notturni avuti con Luca Palamara ex presidente dell’Anm  e i deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti, per concordare una strategia comune sulle votazioni del plenum per la nomina del nuovo procuratore di Roma. I quattro consiglieri togati inizialmente si erano impegnati a decidere, entro la fine della settimana, se restare al Csm, come vorrebbero e come gli ha chiesto di fare la propria corrente di Magistratura Indipendente, o se invece dimettersi, come invece sollecitato più seriamente  dall’Anm.

Per quanto riguarda invece Luca Palamara e Stefano Rocco Fava, i due pm di Roma rischiano il trasferimento d’ufficio, pressochè scontato,  per incompatibilità ambientale e funzionale. La Prima Commissione (Disciplinare) del Csm già domani potrebbe avviare la procedura nei confronti dei due magistrati coinvolti nell’inchiesta di Perugia. Al vaglio della commissione  presieduta dal consigliere Alessio Lanzi membro “laico” indicato da Forza Italia,  anche la posizione dell’ex consigliere del Csm Luigi Spina già dimessosi.

Nell’ interrogatorio reso da Palamara a Perugia a seguito della perquisizione subita conseguente all’avviso di garanzia per corruzione, il magistrato ha raccontato che, pochi giorni prima delle perquisizioni, una persona a lui vicina , peraltro già identificata dai magistrati inquirenti della Procura di Perugia,  gli avrebbe riferito di aver appreso da una misteriosa “talpa” al Quirinale che nel suo telefono era stato installato un trojan. Dunque, che ogni suo sussurro era ascoltato.

Al momento non è ancora accertato se chi informò Palamara gli abbia riferito o meno il vero sulla fonte originaria di quell’informazione. E, quindi sono in corso accertamenti, sulla presenza di una “talpa”  al Quirinale che abbia svelato sulle attività di indagine coperte da segreto. Una certezza è che  quella notizia Palamara la ricevette, ed è tuttavia anche una certezza che la “soffiata” non sembrò indurlo ad adottare maggiori cautele, in quanto fino al giorno delle perquisizioni, il suo smartphone ha continuato a registrare conversazioni e circostanze che Palamara avrebbe avuto altrimenti  interesse a nascondere.

Che la “guerriglia” iniziata a maggio al Csm sulle nomine non prevedesse alcun tipo di fair play è confermato anche da nuovi dettagli emersi dalle conversazioni intercettate tra Palamara ed il suo collega-amico Cesare Sirignano  magistrato in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia Dna . I due vengono sentiti discutere sul nuovo procuratore di Perugia- Una nomina questa nomina che sta particolarmente a cuore a Palamara, considerato che lui stesso è  indaga per corruzione proprio dalla Procura di Perugia. Il magistrato della DNA gli indica come candidato “amico”  l’attuale procuratore aggiunto di Napoli, Giuseppe Borrelli. E non si limita.

Infatti, di fronte ai dubbi di Palamara che evidentemente non si fidava del collega napoletano , Sirignano sostiene che Borrelli farà quello che dice lui e sopratutto che dicono “loro”, praticamente come se fosse  fosse una marionetta di un teatrino. Ma in realtà è solo una millanteria in quanto Giuseppe Borrelli non soltanto  non è telecomandato, ma lo stesso Borrelli – come spiegato in una nota fatta avere ieri sera al quotidiano La Repubblica – ha denunciato alla Procura di Perugia proprio Sirignanoproducendo una documentazione che comprova la più totale estraneità ai fatti” e, soprattutto comprovando  che Sirignano ha millantato consapevolmente. Come le nuove intercettazioni documentano  la “cupola Palamara” era indirizzata su un piano alternativo, cioè quello di  portare a capo della procura di Perugia  Francesco Prete  attuale procuratore di Velletri, (che nei giorni scorsi ha scritto a Repubblica per dirsi estraneo a ogni gioco correntizio) e come procuratore aggiunto Erminio Amelio.

Giuseppe Pignatone

A questo punto potrebbe ripartire da zero anche il lavoro ( o trattativa ?)  riguardo la nomina del nuovo procuratore capo di Roma che dovrà prendere il posto di Giuseppe Pignatone, andato in pensione dallo scorso 9 giugno. La commissione stessa, quella competente gli incarichi di vertice, precedentemente guidata dal dimissionario Gianluigi Morlini , dopo l’avvio dell’inchiesta di Perugia è cambiata ed è presieduta adesso da Mario Suriano e quindi potrebbe decidere di riprendere in mano le valutazioni sui candidati sopratutto alla luce delle polemiche esplose.

Secondo quanto riferito da fonti giudiziarie, in questa nuova esondazione di carte che riguarda un arco di tempo di venti giorni di maggio e non di una settimana, come la prima informativa trasmessa la scorsa settimana a Palazzo dei Marescialli poteva far credere.  Vi sono i nomi di altri consiglieri togati “coinvolti” nel mercato delle nomine. Alcuni di loro sono stati già identificati, altri in via di identificazione, tutti protagonisti delle “notti carbonare” in cui, alla presenza di Luca Palamara, si voleva decidere del nuovo procuratore di Roma e di quello di Perugia.

Per il ministro dell’Interno Matteo Salvini quanto emerso sul Csm e sulle nomine dei magistrati dimostra che “la riforma della giustizia è urgente perché è evidente che nessuno è al di sopra della legge o di ogni sospetto, a giudicare dalle vicende delle ultime settimane che coinvolgono alcuni giudici dei massimi vertici della magistratura“.




Magistratura dipendente, al servizio dei politici

di Emiliano Fittipaldi

Ora la paura, tra i magistrati italiani, è grande. Negli incontri riservati, nelle affollate assise pubbliche come quella organizzata qualche giorno fa a Milano, nelle stanze dell’Anm, ovunque pm e giudici ammettono tra loro che lo scandalo partito dall’inchiesta su Luca Palamara – ex presidente dell’Associazione magistrati e consigliere del Csm fino all’anno scorso – rischia di travolgere l’intera categoria. Come mai accaduto prima.

Certo, in pubblico tutti ribadiscono convinti che “le mele marce” tra i 9000 togati in servizio «restano pochissime», ma in privato nessuno nega che lo scenario disegnato dalle carte della procura di Perugia, con il coinvolgimento diretto di cinque membri dell’attuale Consiglio superiore della magistratura e accuse di corruzione gravissime, è “devastante“. E che la questione morale (e la crisi etica e d’immagine) è arrivata a un livello che ha pochi precedenti nella storia repubblicana.

“Hanno ragione ad essere allarmati. La vicenda delle toghe sporche getta ombre sull’immagine dell’intera magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario nazionale“, spiegano all’Espresso autorevoli fonti del Quirinale, da dove Sergio Mattarella, che per Costituzione è anche presidente del Csm, segue dall’inizio ogni fase della faccenda. “Siamo preoccupati, inutile negarlo“, dicono al Colle.

COME AI TEMPI DELLA P2  

Difficile non esserlo. L’inchiesta di Perugia, grazie alle intercettazioni effettuate con un trojan installato sul cellulare di Palamara, certifica che il nostro potere giudiziario è preda di degenerazioni oscure, alla mercé di interessi correntizi e deviati che rischiano di minarne l’autorevolezza alle radici. “Il Csm sta vivendo il momento più drammatico della sua storia. Come ai tempi della P2“, ha sintetizzato il consigliere ed ex pm Giuseppe Cascini.

Molti scommettono che dalla vicenda la magistratura non potrà che uscirne ancora più divisa, più fragile. Dunque indebolita, e attaccabile da altri poteri che oggi guardano con soddisfazione al suicidio collettivo delle toghe. Spettatore interessato, ovviamente, il potere esecutivo. Con tutti quei pezzi della politica intenzionati da anni a mettere le mani sulla giustizia e che sperano di sfruttare l’occasione. In primis, rivoluzionando il Csm, l’organo di autogoverno, e i metodi di elezione dei suoi membri.

Le falle di sistema evidenziate dalle informative della Guardia di Finanza sono diverse. Gli incontri a notte fonda di Palamara con alcuni giudici del Csm (uno, Luigi Spina, s’è dimesso, altri quattro si sono autosospesi) e le trame con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, leader storico della corrente di Magistratura indipendente, hanno acceso un faro sui vertici di un’amministrazione che appaiono autoreferenziali, proni alla politica, inquinati da pulsioni esterne.

Inoltre ci sono gli audio in cui Palamara e i suoi amici discutono di “vendette” da attuare contro pm scomodi (il procuratore aggiunto Paolo Ielo, reo di aver girato a Perugia le carte sulla presunta corruzione del collega) e in cui discutono di manovre per piazzare uomini graditi a capo di procure chiave. Audio che mostrano una giustizia piegata a indicibili ambizioni corporative e personali. Che hanno, in questo caso, un obiettivo prioritario: conquistare la poltrona di Procuratore capo a Roma, lasciata libera dall’uscente Giuseppe Pignatone, con un giudice considerato – almeno così pensa il gruppo dei sodali – a loro più affine. Come Marcello Viola, procuratore generale a Firenze, a cui la V Commissione del Csm ha dato qualche giorno fa quattro preferenze, rispetto all’unica presa dagli altri due rivali, il numero uno della procura di Palermo Francesco Lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo.

Ma non è tutto. L’istruttoria degli inquirenti perugini ha rimarcato un altro male endemico della nostra magistratura: il cancro della cosiddetta “criminalità giudiziaria”, un fenomeno che – cronache alla mano – sembra ancor più diffuso rispetto al passato. Palamara, ex presidente dell’Anm, è stato infatti accusato di corruzione per aver svenduto la sua funzione in cambio di denaro, viaggi e regali da parte di avvocati e lobbisti come Piero Amara e Fabrizio Centofanti. Le ipotesi di reato sono tutte da provare, ma lo tsunami che ha colpito l’uomo forte di Unicost – altra corrente molto potente in tema di nomine e promozioni – è solo l’ultimo di una serie di scandali che hanno investito la magistratura italiana.

Sfogliando documenti giudiziari, i numeri dei procedimenti disciplinari e gli archivi dei giornali, sono centinaia i giudici, i cancellieri, gli agenti della polizia e i funzionari finiti impigliati, di recente, nelle inchieste penali dei loro colleghi. Non solo pm ordinari, ma anche magistrati amministrativi del Tar e del Consiglio di Stato, giudici della Corte dei Conti e della Fallimentare, sono stati arrestati o imputati per i reati più disparati. “Il problema è che il processo, il luogo deputato alla ricerca della verità e della lotta ai delitti, si è spesso trasformato in un nuovo ambiente criminogeno. Nelle aule di giustizia si può corrompere, si falsifica, si delinque, sempre per un tornaconto personale“, spiegò qualche tempo fa a chi scrive Nello Rossi, ex procuratore aggiunto a Roma poi diventato avvocato generale alla Cassazione.

LA “PIGRIZIA MORALE” 

Nel 1935 il giurista Pietro Calamandrei nel suoElogio dei giudici scritto da un avvocato” sosteneva che il vero pericolo dei magistrati più che la corruzione per denaro (“in cinquant’anni ne ho visti tanti che si contano sulle dita di una sola mano”, sosteneva) era “un lento esaurimento interno delle coscienze” e “una crescente pigrizia morale”. Ma oggi la situazione sembra precipitata. Da Aosta a Caltanissetta, c’è chi si fa pagare migliaia di euro per rallentare il deposito degli atti, in modo da favorire la prescrizione degli imputati. O chi lucra sui fallimenti delle imprese, favorendo gli “amici degli amici” e lasciando affondare gli imprenditori che non si adeguano al tariffario imposto dalla toga corrotta di turno.

“Si tratta di un segmento particolare della criminalità dei colletti bianchi, realtà tanto più odiosa perché magistrati, cancellieri e funzionari mercificano il potere che gli dà la legge“, ragionava Rossi prima di lasciare la procura di Roma. Non poteva immaginare che, dopo nemmeno un lustro, si sarebbe arrivati allo showdown di questi ultimi mesi.

 AL MERCATO DELLE SENTENZE

La presunta corruzione di Palamara, per esempio, è connessa ad altre inchieste, che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese. Come quella, portate avanti dalle procure di Roma e di Messina, su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di Stato.

Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del Belpaese: qui vengono risolte, con deliberazioni non appellabili, tutte le controversie che i privati (singoli o aziende) hanno con la pubblica amministrazione. È sempre qui che vengono decise in ultima istanza nomine pubbliche importanti. È qui che sono assegnati gli appalti miliardari erogati dallo Stato. Come accaduto nel caso Consip. O come avvenuto per decine di sentenze pilotate (dall’avvocato Piero Amara e dal suo socio Giuseppe Calafiore) nel Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, che è il campo da gioco preferito dal gruppo di faccendieri implicati nell’affaire Palamara.

Tra qualche giorno comincerà il processo per i giudici Nicola Russo, Raffaele Maria De Lipsis e l’ex magistrato della Corte dei Conti Luigi Caruso, che secondo l’accusa si sarebbero messi al servizio della compagine di Amara in cambio di cospicue mazzette. Soldi dati o promessi non solo per aggiustare ordinanze (tra queste quella su un contenzioso milionario tra il Comune di Siracusa e la società Open Land), ma persino per modificare risultati elettorali. Già: De Lipsis, ex presidente del Cga, sarebbe infatti intervenuto in favore del deputato siciliano Giuseppe Gennuso, che non era riuscito a farsi eleggere all’assemblea regionale. Il tribunale amministrativo però annullò il risultato del voto, costringendo gli elettori della città siciliana a tornare alle urne. Gennuso venne finalmente eletto, e De Lipsis incassò (secondo i pm di Roma e di Messina) una bustarella da 30 mila euro.

In un altro filone dell’indagine è indagato pure Riccardo Virgilio, che fu potente e rispettato presidente di sezione del Consiglio di Stato, oggi accusato di essere in affari con il gruppo dei faccendieri siciliani. Anche Sergio Santoro, che è il numero due di Palazzo Spada, è stato accusato di corruzione in atti giudiziari, ma i pm di Roma qualche giorno fa ne hanno richiesto l’archiviazione.

GIOCHI SPORCHI IN SICILIA 

Anche il grande accusatore di Palamara, il pm Giuseppe Longo, è a sua volta finito nei guai, pochi mesi fa. Amico personale dell’avvocato Amara, è lui ad aver raccontato ai magistrati di Messina di aver saputo  (da Calafiore)  che il capo di Unicost avrebbe intascato dai due avvocati una tangente da 40 mila euro. In cambio, Palamara avrebbe tentato di convincere i colleghi del Csm, di cui lui era membro, a nominare Longo a capo della procura di Gela. Un ufficio cruciale, sostengono gli inquirenti di Perugia, per gli affari di Amara: il legale era infatti importante consulente dell’Eni per questioni ambientali e il colosso energetico controlla proprio a Gela una raffineria spesso finita nel mirino della procura locale.

Non sappiamo se Longo abbia detto la verità in merito alla corruzione di Palamara (prove definitive della bustarella non ce ne sono, il magistrato nega ogni addebito, e Calafiore ribadisce di non aver mai girato un euro), ma è certo che Longo stesso ha da poco patteggiato 5 anni di reclusione per una serie di atti corruttivi. Il magistrato di Siracusa, ora interdetto dai pubblici uffici, era infatti a libro paga di danarosi clienti privati gestiti dallo studio Amara, che pagava mazzette e regali in conto terzi per ottenere da Longo sentenze favorevoli. Questa vicenda spiega bene come un pm infedele può usare il suo potere e piegare la giustizia a interessi opachi: Longo – secondo le accuse – era infatti specializzato anche nel costruire fascicoli “a specchio”, che si “autoassegnava” – come scrive il gip nella richiesta d’arresto – “al solo scopo di monitorare (o, meglio spiare, ndr) ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi”; esperto nel fabbricare fascicoli “minaccia”, utili cioè ad iscrivere persone “ostili agli interessi di alcuni clienti di Calafiore“; e lavorare a fascicoli “fantasma”, come quello basato su un esposto anonimo (in realtà scritto da Amara) che denunciava un presunto complotto che sarebbe stato ordito dall’economista Luigi Zingales, ex consigliere dell’Eni, ai danni dei vertici dell’Eni stessa. Una cospirazione del tutto inesistente e calunniosa: l’apertura di un fascicolo d’indagine serviva però, nelle intenzioni di Amara e dei suoi sodali, a mettere i bastoni tra le ruote alla procura di Milano e al pm Fabio De Pasquale, che da anni indaga sulle presunte tangenti milionarie del Cane a Sei Zampe in Africa.

Seguendo sempre lo stesso filo, prima di arrivare sulla scrivania di Longo l’esposto fasullo fu spedito da Amara alla procura di Trani. Se ne occuparono l’allora capo Carlo Maria Capristo e, soprattutto, il magistrato Antonio Savasta, che poi inviò il dossier fasullo a Siracusa. Savasta è un altro magistrato infedele, arrestato all’inizio di quest’anno per altre vicende corruttive. Lui e il collega Michele Nardi sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari.

Reo confesso, Savasta ha ammesso di essersi intascato centinaia di migliaia di euro per risolvere i problemi giudiziari dell’imprenditore Flavio D’Introno. Che, in un interrogatorio recente prima ha inguaiato un terzo pm (Luigi Scimè, che avrebbe ottenuto una tangente da 15 mila euro per rinviare a giudizio per calunnia alcuni nemici di D’Introno) poi avrebbe confermato le accuse, affermando di aver versato a Savasta e Nardi la bellezza di 1,5 milioni di euro, oltre a Rolex, diamanti e viaggi.

Come quella su Palamara, anche l’inchiesta sul “Sistema Trani ha sfiorato il senatore renziano Luca Lotti: negli atti d’indagine si ricostruisce infatti un incontro avvenuto a maggio del 2018 a Palazzo Chigi tra l’allora sottosegretario del Pd, l’imprenditore Luigi Dagostino – ex socio di Tiziano Renzi, allora interessato ad aprire un mall in Puglia – e lo stesso Savasta. Quest’ultimo, che aveva ricevuto un’informativa dai colleghi di Firenze su un giro di fatture false proprio delle aziende di Dagostino, non avrebbe effettuato i dovuti approfondimenti. Dagostino, al contrario, ha raccontato che organizzò lui un incontro tra Savasta e Lotti (che, come nel caso Palamara, risulta estraneo all’inchiesta penale) per parlargli di un progetto per un disegno di legge sui rifiuti a Roma.

IL GRAN BAZAR E LE SUE MERCI 

Nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili. Il loro prezzo è variabile: ci sono oggetti di poco conto (a Napoli, qualche anno fa, cancellieri e avvocati complici riuscivano a creare ritardi nella trasmissione di atti intascando dai 1.500 ai 15 mila euro a botta); altri, invece, dal valore inestimabile. Uno stop a un passaggio procedurale, una notitia criminis segreta che può modificare l’intero iter di un processo. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, evidenziò all’Espresso come l’aumento dei crimini nei palazzi della legge può essere spiegato innanzitutto “dall’enorme numero di processi che si fanno in Italia: una giustizia dei grandi numeri comporta, inevitabilmente, meno trasparenza, più opacità e maggiore difficoltà di controllo“. Tutto, in Italia, rischia di avere uno strascico giudiziario: un concorso universitario o un posto pubblico, una concessione edilizia, un appalto piccolo o miliardario: la stragrande maggioranza del personale che lavora nei Palazzi di Giustizia fa il proprio dovere, davanti a difficoltà strutturali gigantesche, ma una fetta minoritaria sfrutta la situazione emergenziale per il proprio beneficio personale.

Gli esempi non si contano più. Un anno fa un giudice è stato arrestato perché riusciva a farsi assegnare cause civili di alcuni amici, che – per ottenere sentenze favorevoli – gli giravano centinaia di migliaia di euro e regali sotto forma di finanziamenti a una società sportiva. Tre settimane fa a Salerno la Finanza ha fermato 14 persone: corrompevano i giudici della tributaria (nelle intercettazioni la tangente era chiamata “mozzarella“) perché chiudessero i contenziosi con imprenditori accusati di evasione fiscale. Le “mozzarelle” andavano da un minimo di 5 mila a un massimo di 30 mila, a secondo del contenzioso, e le tangenti erano quotidiane. “È un’indagine che consente di toccare con mano il danno enorme non solo per le casse dello Stato, ma anche per tutti i contribuenti, perché le imposte servono a finanziare i servizi dei cittadini”, commenta Luca Masini, procuratore vicario.

Anche il pm Stefano Fava, ora indagato nello scandalo Palamara per favoreggiamento e divulgazione di notizie coperte dal segreto istruttorio (insieme al consigliere del Csm Luigi Spina avrebbero avvertito l’amico dell’inchiesta per corruzione che lo vedeva coinvolto a Perugia) due anni fa arrestò un collega sardo che favoriva nel processo due imprenditori in cambio di “utilità”. Poca roba, in questo caso: piatti e stoviglie per un ristorante, l’uso gratuito di un appartamento, un’auto a prezzi stracciati.

 

Ma, come insegna il nuovo deflagrante caso che ha investito il Csm, la funzione di un giudice può essere compromessa in maniera irreversibile anche se la toga non si scambia denaro e mazzette, ma commercia solo potere. Personale e di corrente.

Il potere a cui sembrano ambire alcuni magistrati – al netto della rilevanza penale del filone ancora da dimostrare – è quello di promuovere amici, di nominare a capo delle procure i più fedeli, di castigare chi non si piega alla camarilla. A qualcuno oggi le intercettazioni della procura di Perugia evocano il clima eversivo della P2, altri ricordano le inchiesta sulla loggia P3 e sulla P4: nella prima il giudice Pasquale Lombardi, scomparso un anno fa, fu accusato di far parte di un’associazione segreta che violava la legge Anselmi sulle società segrete insieme al faccendiere Flavio Carboni; nella seconda Alfonso Papa fu accusato con Luigi Bisignani di un presunto commercio di informazioni riservate, reato prescritto.

In realtà, l’ultima inchiesta dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l’indipendenza della magistratura. Tornando a Calamandrei, servirebbe – più che la riforma pelosa invocata ora dalla politica – un rinnovamento delle coscienze e una lotta senza quartiere all’apatia morale di troppi magistrati.

*editoriale tratto dal settimanale L’ ESPRESSO




La fine della giustizia: "gole profonde" contro le "toghe corrotte". A quando la riforma del sistema giustizia ?

di Antonello de Gennaro

il Guardasigilli Alfonso Bonafede

Puntuale arriva l’ennesima idea malsana dell’esponente grillino di turno. Nel caso in questione parliamo del ministro di giustizia Alfonso Bonafede che si illude di risolvere il problema del marciume della giustizia italia, ampiamente diffusosi in lungo e largo per gli uffici giudiziari italiani. Giudici, magistrati, cancellieri, ausiliari di polizia giudiziaria pronti a vendersi per denaro.

Purtroppo tutto ciò che rappresenta un “cancro” per le istituzioni italiane, ben più grave e dannoso dell’ inchiesta “Mani Pulite” di oltre 20 anni fa, che venne utilizzata guarda caso da qualche magistrato per cercare di fare carriere politiche (vedasi il caso di Gerardo D’ Ambrosio ed Antonio Di Pietro che si fece addirittura un suo partito dissoltosi nel tempo) esauritesi  per fortuna  in un nulla di fatto nel Paese .
L’ipotesi di prevedere la figura del “whistleblower” (che dall’inglese significa “soffia il fischietto”) , cioè di colui che svela un comportamento scorretto o addirittura illegale, avanzata dal ministro Bonafede per introdurla non solo nei palazzi di giustizia ma anche al Csm, dopo aver rivoluzionato quelli della Pubblica amministrazione con l’entrata in vigore della legge del novembre 2017.
Nel pacchetto “spazza toghe sporche”, anticipato per sommi capi al presidente Sergio Mattarella giovedì sera, Bonafede  propone tra le nuove regole  un sistema che finora, come ha sostenuto Raffaele Cantone il presidente dell’Anac , ha dato ottimi risultati,  numeri alla mano .
L’idea del Guardasigilli  già espressa in prima bozza di articolato, safrebbe quella creare una piattaforma informatica per la galassia della giustizia,  che (teoricamente) dovrebbe garantire la tutela della fonte alla quale verrebbe garantito, attraverso la protezione dall’ anonimato, a chi lavora negli uffici giudiziari ed al Csm di potervi inserire, con una modalità criptata, segnalazioni su comportamenti illegittimi, o vere e proprie illegalità ed abusi di ogni genere. Tra le persone autorizzate a segnalare in forma anonima, secondo il progetto del Ministro di Giustizia, rientrano anche i dirigenti amministrativi, i componenti del consiglio giudiziario, ma anche singoli magistrati e dipendenti.
Teoricamente tutti potrebbero segnalare episodi di cattiva gestione degli affari giudiziari, abusi, omissioni, ritardi, irregolarità, assenze, o ancora palesi situazioni di conflitto d’interesse, come relazioni inopportune, incompatibilità, incarichi extragiudiziari. Secondo l’idea del Ministro Bonafede , qualora la “segnalazione” a seguito di verifiche (e chi le fa ? chi garantisce la rettitudine dei controllori ?), dovesse risultare valida, una volta portata al Consiglio giudiziario e ai capi degli uffici, influirebbe,  sulle valutazioni di professionalità, sugli incarichi dirigenziali, e porterebbe anche all’azione disciplinare.

Giovanni Canzio, ex-primo presidente della Corte di cassazione, ed ex-membro di diritto nel Csm

Il ministro Bonafede nella sua pressochè mancata conoscenza approfondita del mondo giudiziario, farebbe bene a farsi mandare un memorabile intervento dell’ ex-primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione Giovanni Canzio , allorquando (prima di andare in pensione) sedeva di diritto nel Consiglio Superiore della Magistratura, e fustigò i componenti del Consiglio che restavano indifferenti alla proposta di avanzamento di carriera di un magistrato, tale Giuseppe Neri.
“Il giudice Neri fa il presidente di sezione? Ma se non ha neppure le qualità per fare il magistrato. Ma di che cosa stiamo parlando? Questo è un caso clamoroso!”   disse Canzio .  Il magistrato Neri  in servizio presso il Tribunale di Catanzaro, nominato nel 2007 magistrato di sorveglianza del Tribunale di Catanzaro, dal 2015 ,era stato successivamente confermato nell’incarico semidirettivo anche per il quadriennio successivo,  e doveva essere valutato per conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità arrivato all’apice della sua carriera .

Siamo di fronte a un deficit di diligenza così clamoroso da rasentare il dubbio che non vi sia anche il deficit di altri elementi presupposti per rivestire la qualità di magistrato!  Si sta discutendo di un magistrato– ha tuonato Canzio nel silenzio glaciale del plenum contrariato dalla volontà manifestata di rivalutarne la valutazione –  che si presenta con oltre cinque o sei anni di ritardo in decine e decine di sentenze, con picchi di ritardo che rasentano i duemilaquattrocento giorni per numerose sentenze: la media dei tempi con cui deposita è di milletrecento giorni!.

Questi episodi dovrebbero far riflettere il legislatore, inducendolo a separare finalmente le carriere fra giudici e magistrati, e spiegare al paese intero, ai cittadini, ai contribuenti, agli elettori, perchè mai un Capo dello Stato può essere denunciato e rimosso, un Presidente del Consiglio inquisito, un parlamentare denunciato, processato, condannato ed arrestato, ed invece quando dei magistrati compiono dei clamorosi errori giudiziari, non devono mai rispondere a nessuno ! E chiedersi perchè mai quando il Tribunale europeo della Cedu (Corte Europea Diritti dell’ Uomo) condanna lo Stato italiano per i suoi abusi, ritardi o errori giudiziari, dobbiamo essere noi contribuenti a pagare economicamente e profumatamente gli sbagli (se vogliamo chiamarli così…) dei magistrati e giudici italiani ?

Illudersi oggi che una  legge “spazza toghe sporche” sul piano disciplinare  possa risolvere il problema della malagiustizia distorta, pilotata e corrotta, significa non aver capito nulla di cosa accade nel mondo della magistratura (frazionata in correnti, esattamente come i partiti politici) , significa non aver capito nulla, o fingere di voler risolvere il problema nascondendosi dietro facili inutili rimedi.

Franco Roberti

Come non dare ragione all’ ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, appena eletto Parlamentare Europeo, quando sostiene che  “non era possibile tacere. Perché quella di Perugia non è soltanto una questione giudiziaria. E nemmeno una faccenda che attiene unicamente al Consiglio, dove comunque esiste già una disciplina rigidissima che ne regola i lavori. Ci troviamo di fronte a fatti gravissimi, come ha detto il vice presidente del Csm, David Ermini. Che aprono una questione morale, di etica della responsabilità, che riguarda i magistrati ma anche la politica. A partire dal Pd “,

Roberti intervistato dal quotidiano LA REPUBBLICA aggiunge ” Ci troviamo di fronte a un mercimonio di incarichi direttivi della magistratura. E non è il correntismo. Perché le correnti servono all’elaborazione del pensiero della giustizia. Questo è invece un cedimento a logiche di appartenenza: per la scelta di un magistrato per un incarico direttivo non conta la storia, il curriculum, non basta essere il migliore. Ma serve fare parte del gruppo più forte. Siamo, così, a rapporti impropri con una politica clientelare basata sullo scambio di favori: ecco, questa è la foto di gruppo dell’indagine di Perugia. Un’istantanea pericolosissima perché racconta di strategie di controllo del Csm che compromettono i valori costituzionali che sono alla base della separazione dei poteri e dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura“.
L’ abbraccio fra politica e magistratura . Il pensiero di Franco Roberti raccolto dal collega  Giuliano Foschini di Repubblica, è molto pesante, in quanto altrettanto autorevole “Io per protesta contro questo correntismo, nel 1990, con Giovanni Falcone, venni fuori da Unicost. È giusto interloquire con la politica per discutere del funzionamento della giustizia. Non certo per spartirsi gli incarichi direttivi. Qualcuno, in relazione a questa storia, ha parlato di P2. È un’immagine colorita per raccontare gruppi di potere che tendono a indirizzare il lavoro di un organo costituzionale. Mi sembra che a grandi linee sia quello che è accaduto negli scorsi mesi, per come lo si capisce dall’indagine di Perugia della quale per altro non sono noti i contenuti delle intercettazioni la cui lettura, temo, sarà devastante.
Parole autorevoli e pesanti espresse proprio  mentre  il vice presidente del Csm David Ermini in queste ore, dimostrando rettitudine ed indipendenza dal suo partito che l’ha indicato e fatto nominare (cioè il Pd n.d.a.), sta  sostituendo i consiglieri o già dimessi (Luigi Spina di Unicost) o autosospesi da tutte le commissioni . Fuori quindi anche Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre i tre “togati” di Magistratura indipendente, ed il “togato” Gialuigi Morlini esponente di Unicost . Alla presidenza della quinta commissione, cioè quella che indica i procuratori e gli aggiunti (che passano poi al vaglio del plenum) va Mario Suriano di Area.
Tutto ciò nonostante la corrente di Magistratura indipendente, si contrappone contro l’ Associazione Nazionale Magistrati  schieratasi con assoluta fermezza e rigore per le definitive dimissioni dei consiglieri coinvolti nell’inchiesta a vario titolo , che per ironia della sorte è  guida da un esponente proprio di Magistratura indipendente,  chiedendo che i suoi consiglieri rientrino ai loro incarichi, dimenticando che su di loro potrebbe incombere la scure dei provvedimenti disciplinare che di fatto li renderebbe incompatibili con il Csm e li costringerebbe pertanto non soltanto alle auto-sospensioni, ma alle immediate dimissioni. E tutto ciò dipenderò dalle carte di Perugia, adesso esaminate dalla prima commissione di palazzo dei Marescialli, che dispone i trasferimenti d’ufficio. Carte che in queste ore vengono lette attentamente e spulciate anche al Quirinale.

Secondo le dichiarazioni di Luca Palamara, attualmente pm a Roma, ex presidente dell’Anm e membro del Csm, iscritto nel registro degli indagati per corruzione, nell’indagine della Procura di Perugia e del Gico della Guardia di Finanza, non c’è nulla di vero .  Difficile credergli. In una lunga memoria presentata ai magistrati umbri che indagano su di lui , assicura che “dimostrerà di non essere corrotto”, di “non aver mai ricevuto 40mila euro per favorire una nomina“, e produrrà a suo dire le prove documentali .

Palamara dimentica che restano le intercettazioni, gli incontri per “pilotare” e condizionare la nomina del prossimo procuratore capo di Roma. Come non essere d’accordo con  il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, che intervenendo al primo congresso dei magistrati amministrativi di Palazzo Spada, ha detto: “Un giudice all’altezza dei tempi non può frequentare abitualmente chiunque, se ciò può ripercuotersi negativamente sulla sua attività giudiziaria o possa dare oggettivamente la sensazione che un appannamento della terzietà possa verificarsi”.
Pesano ancora oggi dopo 27 anni le parole di Giovanni Falcone:Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte” (La Repubblica, 3 ottobre 1991)
Ma tutto questo è difficile se non impossibile farlo capire ad un ex-animatore di discoteca, diventato avvocato, le cui gesta nei Tribunali sono pressochè introvabili. Forse è arrivato il momento di resettare il sistema giustizia, di separare le carriere, e sopratutto di bilanciare lo strapotere di certe persone che approfittando di una toga indossata indegnamente pensano ad arricchirsi, a fare la bella vita, a spese dei cittadini. Occorre,  come sostenevano Giovanni FalconeClaudio Martelli, quando costui era guardasigilli, una “giustizia giusta“. Un qualcosa che al momento è pressochè merce rara, se non una chimera.
Ascoltate adesso le parole di Indro Montanelli…

 

 




I politici e le manovre di Palamara. Tra i nemici Ermini il numero due del Csm

ROMA – Anche il vicepresidente del Csm David Ermini era finito nel loro mirino della “cupola con la toga” che non volevano ostacoli nella scelta dei nuovi procuratori. Incredibilmente era stato proprio l’accordo  tra le correnti di Magistratura Indipendente di Cosimo Ferri ed Unicost, di Luca Palamara, a determinare l’elezione del parlamentare ex-responsabile per la giustizia del Pd al vertice dell’organo di autogoverno delle toghe, come vicepresidente al fianco del Capo dello Stato  Sergio Mattarella.

Luca Lotti

I “registi” dell’accordo toghe-politici si aspettavano che Ermini si rivelasse disponibile alle loro richieste, e quando si sono accorti  che il vicepresidente del Csm non si faceva “pilotare”in quel momento sono cominciate le critiche nei suoi confronti. E come l’inchiesta sta rilevando grazie alle intercettazioni in possesso del Gico della Guardia di Finanza, il dissenso non arrivava soltanto da Ferri e Palamara, ma persino anche dei consiglieri che si incontravano di notte nell’ hotel dove alloggia il magistrato-parlamentare Cosimo Ferri per accordarsi sulle nomine. In primis il suo concittadino e compagno di partito Luca Lotti, fiorentino come Ermini, che era tra i più determinati a  sostenere che il prossimo magistrato  alla guida della Procura di Roma  dovesse garantire “la discontinuità” dalla precedente gestione di Giuseppe Pignatone .

Lotti vuole alla guida della procura di Roma Marcello Viola, attuale procuratore generale di Firenze, che conosce e del quale cui evidentemente si fida e non fa mistero della sua ostilità per l’altro candidato, anch’egli a Firenze, il Procuratore della Repubblica Giuseppe Creazzo, ritenuto inaffidabile, se non addirittura “ostile”, per aver travolto con le sue indagini la famiglia Renzi. Nella seconda settimana di maggio, l’ 8 maggio all’indomani dell’uscita di Pignatone , Lotti vuole dunque che si proceda con Viola. E soprattutto pretende che la nomina venga fatta in fretta, infischiandosene degli inviti del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a procedere alle audizioni dei tre candidati alla sua successione (Lo Voi, Creazzo e Viola) affinchè la discussione in seno al Consiglio sia meditata e trasparente.

 

Queste conversazioni captate grazie al “trojan” inserito nel cellulare di Palamara ha portato alla luce tutti i retroscena sulle nomine che le toghe incredibilmente condividevano con i politici del Pd. Una trattativa che ha visto coinvolto anche il presidente della Lazio Claudio Lotito, recentemente candidatosi  e “trombato”, cioè non eletto nelle liste di Forza Italia in Campania, in virtù dei suoi rapporti personali con Ferri e con lo stesso Palamara, nonostante questi sia tifoso sfegatato della Roma !

Ieri Luca Lotti ha diramato una nota a dir poco minacciosa annunciando che “alla fine di questa storia chiederò a tutti, nessuno escluso, di rispondere delle accuse infondate e infamanti contro di me” aggiungendo: “Pare che incontrarmi o cenare con me sia diventato il peggiore dei reati: se così fosse in molti dovrebbero dimettersi, magistrati e non“. Ma nella sua nota, il braccio destro di Matteo Renzi non fa alcun cenno alla coincidenza che lui si occupasse della designazione del capo della Procura da cui è stato imputato a seguito della richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Consip. Tutto ciò nonostante le intercettazioni effettuate per conto dei magistrati di Perugia provano che Lotti discuteva con Palamara non a cena ma durante i colloqui notturni, dettando le condizioni e criticando anche il ruolo di Ermini dopo aver evidenziato che il vicepresidente del Csm , avvocato ed ex responsabile giustizia del Pd durante la segreteria di Matteo Renzi ,  avrebbe dovuto rispondere proprio a lui delle scelte compiute.

David Ermini

Ma le critiche ad Ermini arrivano anche da alcuni magistrati-consiglieri del Csm che insieme Palamara si sarebbero lamentati del comportamento di Ermini che non partecipava alle votazioni in Consiglio e in questo modo non agevolava le loro strategie, o meglio le loro “lotti…zzazioni”

In alcune occasioni al tavolo delle trattative partecipava anche Claudio Lotito, che vanta una frequentazione di anni con Ferri e Palamara . Le conversazioni intercettate hanno portato alla luce  un interesse personale del proprietario della Lazio Calcio che nonostante i suoi guai giudiziari avuti in passato, si preoccupava soprattutto per delle inchieste che coinvolgono alcune persone a lui vicine, come ad esempio il consigliere di Stato Sergio Santoro indagato per “corruzione”  nell’inchiesta sulle tangenti per aggiustare le sentenze amministrative dal Consiglio di Stato, che ha travolto Fabrizio Centofanti e gli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Colafiore . Da segnalare che la stessa Procura di Roma, ha chiesto nei giorni scorsi, l’archiviazione della posizione di Santoro.

Santoro è uno degli amici più cari di Lotito , con il quale condivide non solo la passione per il calcio, le vacanze a Cortina d’ Ampezzo, siede negli organi della giustizia federale calcistica, dove lo ha imposto proprio Lotito. Guarda caso a fine maggio, accade che Santoro in qualità di presidente del collegio della Corte di appello della FIGC, debba decidere del ricorso del Palermo Calcio che, il 13 maggio, si è visto retrocedere dalla serie B in C a seguito di una pronuncia del tribunale federale per illecito amministrativo. Una pronuncia che di fatto salva dalla retrocessione in C della squadra di calcio della Salernitana, che il caso vuole, ha come proprietario proprio Claudio Lotito. Santoro lo scorso 29 maggio, si asterrà non in quanto amico di Lotito,  ma perché ancora indagato a Roma,  e la Corte Federale ribalterà la sentenza. Più di qualche coincidenza evidenzia che l’attrazione di Lotito per le toghe non è soltanto una cortesia di biglietti omaggio.

Il Presidente della Lazio quando si discuteva negli incontri notturni sui nuovi vertici della Procura della Capitale,  voleva dire la sua indicando i nomi di chi riteneva debbano essere il capo e gli “aggiunti”. E guarda caso l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ora indagato per corruzione a Perugia era uno dei magistrati candidatisi alla nomina a procuratore aggiunto di Roma .

Il presidente della Lazio Claudio Lotito, intervistato dai colleghi del quotidiano La Repubblica , la “butta in caciara”, come si dice a Roma. E come Luca Lotti, passa alle minacce: “Querelo tutti” sottraendosi a qualsiasi domanda. Già dal mese di aprile, Lotito andava dicendo in giro di avere un misterioso “candidato” per la Procura di Roma, ma nessuno sa di chi si tratti. Più di qualcuno ipotizza sia il magistrato che proprio in quello stesso mese, comincia  a Roma,  la sua campagna elettorale. Si tratta del  procuratore di Velletri Francesco Prete, che si è candidato alla successione di Pignatone al Csm , il quale spiega in qualche cena come sia venuto il momento di “archiviare” la stagione di Pignatone con la discontinuità dal suo operato.

La linea dell’Anm “Via i coinvolti, non sono degni”. Ma loro resistono

Parte in salita e con il freno a mano il riscatto del Consiglio Superiore della Magistratura nel tentativo di “riaffermare la propria autorevolezza” . Mentre il vicepresidente David Ermini è impegnato a redistribuire gli incarichi nelle commissioni dopo l’uscita di scena dell’indagato Luigi Spina e l’autosospensione di altri quattro componenti coinvolti negli incontri con i due parlamentari  del Pd, ferri e Lotti, non si può non segnalare la resistenza degli asutosospesi a rassegnare le dimissioni dal Csm, atto che consentirebbe all’organo di autogoverno di alleggerirsi da un peso che di giorno in giorno diventa sempre più difficile da sopportare.

Dimissioni che vengono richieste ufficialmente anche dall’Associazione Nazionale Magistrati che rappresenta le toghe italiane che sono coloro che eleggano i componenti togati del Csm , e riunisce tutte le correnti. Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, di Magistratura indipendente, e Gianluigi Morlini, di Unicost- Unità per la Costituzione, però non hanno  al momento  alcuna intenzione di lasciare l’organo di autogoverno. E tantomeno vi sono norme e regolamenti per estrometterli d’ufficio. I magistrati che si sono auto-sospesi dal Csm momentaneamente si sono fatti da parte, a seguito dell’ invito dell’invito ricevuto dal vertice del Csm, ma non hanno mai speso  di rivendicare la propria correttezza di comportamenti,  e così facendo attivato un vero e proprio braccio di ferro dalle conseguenze imprevedibili.

Luca Palamara

La decisione di ieri dell’Anm è stato votata all’unanimità: le riunioni in cui si discutevano le prossime nomine dei procuratori di Roma e Perugia,  a cui partecipavano il parlamentare del Pd Cosimo Ferri , magistrato in aspettativa,  e dell’ex ministro renziano Luca Lottirappresentano con evidenza un’inammissibile interferenza nel corretto funzionamento dell’autogoverno». I componenti del Csm che vi hanno partecipato «non appaiono degni dell’incarico istituzionale“. Parole pesanti e durissime, che hanno attivato  la denuncia di tutti al Collegio dei probiviri , compresi Luca Palamara, che  è stato presidente dell’Anm, oltre che ex componente del Csm ed oggi fa il pm a Roma, e Cosimo Ferri,  per eventuali violazioni del codice etico.

Luca Lotti al telefono…..

Al giudizio dell’Anm si ribellano i tre consiglieri di Magistratura indipendente, la corrente moderata di cui Ferri rimane il “leader”. “La richiesta di dimissioni è priva di fondamento” dicono spiegando che loro erano a cena con Ferri e altri colleghi di Unicost, e che solo “all’improvviso si è palesato Lotti“. A loro dire senza alcun preavviso. Ma sui contenuti delle conversazioni intercettate tacciono , solo Cartoni replica: “Il modo di procedere dell’Anm è sommario e basato solo sulla stampa, che confonde fatti diversi“. Come sempre quando qualcosa non funziona in Italia per i magistrati ed i politici la colpa è sempre della stampa…

Anche Gianluigi Morlini, del gruppo centrista Unicost, sostiene che l’arrivo di Lotti non era previsto, ed afferma ” io mi sono allontanato con una scusa, ben prima che l’incontro terminasse, certo di non aver fatto nulla contro i miei doveri di consigliere” ed aggiunge che da presidente della Commissione Incarichi Direttivi  del Csm aveva respinto l’accelerazione del voto sul procuratore di Roma e s’era schierato per le audizioni dei candidati chieste espressamente dal vicepresidente anche per conto del Quirinale. Audizioni poi mai effettuate in quanto bocciate col voto determinante di altri.

Pasquale Grasso

Il presidente dell’Anm Pasquale Grasso fa parte di Magistratura indipendente, che era stato molto prudente nei giorni scorsi  e per questo motivo s’è attirato le critiche degli altri gruppi, ieri si è “allineato” votando il documento unitario, pur ribandendo che sarà necessario accertare la veridicità di quanto emerso finora, “se non vogliamo trasformarci in una bestia cieca in cerca di violenza purificatrice e autoassolutoria“. I magistrati del suo gruppo, consiglieri del Csm coinvolti, raccontano di essere stati strumentalizzati da Ferri che aveva convocato Lotti a loro insaputa, non hanno gradito il cambio di rotta di Grasso. Si annunciano a questo punto, delle rese dei conti all’interno delle varie correnti. Le eventuali dimissioni infatti comporterebbero nuovi equilibri nel Csm: ai tre giudici (due di Magistratura indipendente e uno di Unicost) ne subentrerebbero due di Autonomia e Indipendenza (la corrente che fa capo a Piercamillo Davigo) e uno di Area (la corrente più di sinistra ), mentre per i due pubblici ministeri bisognerà rivotare. Di fatto la corrente di Magistratura indipendente, uscita vincitrice dalle elezioni di un anno fa, verrebbe fortemente ridimensionata. Con molti mal di pancia…




Ecco come Palamara "gestiva" nel Csm le nomine dei magistrati

ROMA – Una  “cupola” con la toga per concordare la strategia per pilotare la nomina del nuovo procuratore della repubblica di Roma si riuniva di notte in una saletta riservata di un hotel romano per non essere visti da occhi indiscreti. Nella saletta erano presenti il magistrato Luca Palamara, due parlamentari del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti e cinque consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura. Una sorta di “comitato” delle nomine che operava in modo occulto dietro le quinte.

Due magistrati sono Gianluigi Morlini di Unicost e Paolo Criscuoli di Magistratura Indipendente, i quali hanno deciso per questo di auto- sospendersi dalle proprie funzioni “ufficiali” all’interno del Csm. La loro auto-accusa ha reso ancor più eclatante e sconvolgente la crisi esplosa a Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura,  organo di autogoverno delle toghe italiane, dal quale si era già dimesso un altro magistrato, il consigliere Luigi Spina, a seguito della sua iscrizione nel registro degli indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto , a cui aveva fatto seguito l’ autosospensione dei magistrati-consiglieri (definiti “membri togati”)  Corrado Cartoni ed Antonio Lepre.

Nella settimana che va dal 9 al 16 del mese scorso, grazie al trojan-captatore installato nel telefono di Palamara dagli investigatori della Guardia di Finanza, sono stati registrati tre appuntamenti notturni. Oggetto delle “nottate” le trattative per determinare dietro le quinte, in una specie di comitato occulto, le nomine ai vertici degli uffici giudiziari . A partire dalla poltrona di procuratore capo della Procura di Roma, ma anche della analoga “poltrona” della Procura di Perugia (che è competente sull’operato dei magistrati della capitale) e di quella di Brescia

A tirare le fila il magistrato Luca Palamara, ex consigliere del Csm ,  ex presidente dell’Anm ( l’ Associazione Nazionale Magistrati) attualmente pubblico ministero presso la Procura di Roma, candidatosi per la nomina semi-direttiva di procuratore aggiunto, il quale si accredita nel ruolo di “regista” delle trattative, che in alcuni di questi incontri coinvolge altre suoi amici. Come ad esempio Claudio Lotito il presidente della Lazio , che gli regala pacchi di biglietti da regalare agli “amici degli amici”.

il presidente della Lazio Calcio, Claudio Lotito ed il pm Luca Palamara

 

Il presidente della Lazio è a sua volta “amico” di molti magistrati e politici, onnipresente a cene ed eventi mondani, partecipava spesso e volentieri alle riunioni a tarda sera. Il 15 maggio, in occasione della finale della Coppa Italia contro l’Atalanta, in tribuna all’Olimpico con un biglietto omaggio siede Luigi Spina legatissimo a Palamara. Infatti è stato lui, in un incontro in piena notte, a rivelargli che la Procura di Perugia lo aveva iscritto nel registro degli indagati per “corruzione”, ed a anticiparli le future iniziative del Csm rispetto all’esposto presentato dal pm Stefano Rocco Fava nei confronti Pignatone e Ielo.

Un interlocutore privilegiato di Palamara è anche il pubblico ministero antimafia Cesare Sirignano, il quale arriva da Napoli, ed era stato incaricato di sondare i candidati per la poltrona di procuratore capo a Perugia. La ricerca di Palamara, che intercetto ammette di non avere riferimenti interni alla procura umbra, in realtà ha un unico scopo e cioè quello di trovare e nominare un capo della Procura “che deve aprire un procedimento penale su Ielo“.

Cesare Sirignano

Una condizione per la quale Palamara è pronto a garantire un congruo “pacchetto di voti”. Ed insieme al suo amico Sirignano analizza le varie possibilità, ma ha anche un secondo interesse. Infatti la compagna di quest’ultimo è  il magistrato Ilaria Sasso del Verme, che nel tempo ha avuto incarichi nella giunta dell’ Associazione Nazionale Magistrati, è stata pm della D.D.A., la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ed ultimamente distaccata al Csm come segretaria della Quinta commissione

Un incarico delicato in quanto è proprio a lei redigere le motivazioni per i candidati agli incarichi direttivi e semi-direttivi degli uffici giudiziari del Paese. Palamara è quindi convinto di poterla “pilotare” attraverso la sua amicizia con il suo fidanzato Sirignano, inserendo note di merito o demerito nei dossier dei singoli magistrati, che vengono poi portati in commissione per la votazione. Il magistrato romano non si sentiva molto sicuro sulla circostanza che il candidato alla guida della Procura di Perugia indicatogli da Sirignano sia affidabile e sopratutto controllabile , e quindi  successivamente si muove anche con altri interlocutori per cercare la persona giusta da “sponsorizzare” per la poltrona di procuratore umbro del capoluogo umbro. Infatti nell’elenco dei papabili inserisce non casualmente  tutti coloro che hanno almeno un motivo di astio o rancore nei confronti di Ielo. A partire dal pm della procura di Roma, Stefano Rocco Fava a cui chiede di far pubblicare l’esposto e l’amico gli assicura di aver già provveduto in tal senso.

I magistrati Palamara e Fava concordano che questa storia debba uscire e di utilizzare due giornali: Il Fatto Quotidiano La Verità passando le notizie a due giornalisti che hanno delle proprie ragioni per pubblicare tutto.  Il giornalista de Il Fatto Quotidiano  è quello che  ha scritto principalmente sull’inchiesta Consip accusando la procura di aver protetto Renzi. Mentre  il giornalista del quotidiano La Verità che nel “caso Siri“, qualche settimana prima, ha provato a “bruciare” l’inchiesta dei magistrati Paolo Ielo e Mario Palazzi inventando di proposito un inesistente giallo sull’intercettazione chiave. Palamara però è preoccupato. Vuole che della storia diventi pubblico solo quello che gli fa comodo possa uscire: ha timore (fondato)  che, se si apre la guerra dei veleni, qualcuno possa arrivare alla sua compagna Adele Attisani. Ma il pm Fava lo rassicura e garantisce per Il Fatto Quotidiano. Il tutto registrato fedelmente dal trojan-captatore della Guardia di Finanza. Puntualmente….lo scorso 29 maggio i due quotidiani escono con la storia dell’esposto. Nessuno di loro ancora lo sapeva, ma l'”operazione” era avvenuta fuori tempo massimo.

La consuetudine ad incontrarsi di notte appare quasi come un “rito”  in questa indagine, probabilmente nell’intendimento di riuscire sfuggire ad eventuali controlli. Palamara e Lotti si vedono molto spesso e sempre al riparo da occhi indiscreti, trovandosi d’accordo sui candidati da portare ai vertici delle Procure. L’ex sottosegretario ala presidenza del consiglio del governo Renzi (e  poi ministro allo sport nel governo Gentiloni) fondamentalmente voleva vendicarsi nei confronti di Pignatone e Ielo i quali  nell’ inchiesta sulla Consip, avevano hanno chiesto il suo rinvio a giudizio. Ma non solo.  Lotti voleva poter contare in futuro su una pubblica accusa “morbida” ed a lui più favorevole. Per questo motivo spiega di voler escludere dalla corsa alla guida della Procura della Capitale, anche il procuratore capo di Firenze Creazzo che ha fatto arrestare i genitori di Matteo Renzi e condotto a Firenze numerose inchieste sui familiari dell’ex premier toscano.

Tutto ciò è contenuto gli atti processuali inviati dalla Procura di Perugia al Csm e al Ministero della Giustizia,  grazie ai quali sono venuti alla luce gli incredibili retroscena delle trattative che si sono protratte per mesi per “piazzare  nei posti chiave magistrati “di fiducia”,  ed a rivelare l’identità ai componenti di questa “cupola” che l’ex consigliere del Csm Palamara ha messo in piedi nel corso degli anni e che secondo le indagini in corso avrebbe utilizzato proprio per raggiungere lo scopo di far nominare un procuratore “amico” nella Capitale, ma soprattutto di “farla pagare” al suo principale nemico:  il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che aveva trasmesso ai colleghi di Perugia gli atti che lo potevano accusare di corruzione, unitamente all’ex procuratore capo Giuseppe Pignatone.

Cosimo Ferri, magistrato e deputato del PD

La riunione notturna nell’hotel dove alloggia Cosimo Ferri, dove magistrati e politici si riunivano è senza dubbio decisiva. Palamara è l’organizzatore, e vi partecipano i consiglieri del Csm Cartoni e Lepre. Molto spesso presente anche l’ ex ministro “renziano” Luca Lotti . Il magico “trojan-captatore” installato nel cellulare del magistrato Palamara dagli investigatori del Gico della Fiamme Gialle,  registra con assoluta chiarezza le conversazioni, durate circa due ore, in cui vengono vengono analizzate dai partecipanti alla riunione notturna tutte le ipotesi per riuscire a far preferire il procuratore generale di Firenze Viola sul procuratore capo di Palermo  Lo Voi, ma anche sul terzo candidato, il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo.

Vengono contatati ed analizzati i voti che verranno espressi in commissione: Viola ne può ricevere quattro (quelli di Magistratura Indipendente, di Piercamillo Davigo, e dei membri “laici” (cioè quelli “nominati” dai partiti)  espressione del Movimento Cinque Stelle e della Lega; Lo Voi e Creazzo uno ciascuno, rispettivamente dai rappresentanti di Area ed Unicost. E guarda caso è esattamente quello che accade il 23 maggio nella seduta della commissione nomine del Csm . Con l’intesa raggiunta proprio in quella riunione della cupola coordinata da Palamara, successivamente al plenum le preferenze di Unicost sarebbe confluite su Viola, ottenendo così la designazione a capo dell’ufficio romano.

Oltre ai partecipanti abituali alle riunioni notturne nell’ hotel di Ferri, vengono ascoltate le voci di altre due persone. I finanzieri dal contenuto delle conversazioni intercettate e da quanto ascoltato capiscono che fanno parte del Csm, ma non avevano alcun elemento per identificarli. E quindi nella relazione che il Gico della Guardia di Finanza trasmette ai magistrati di Perugia viene specificato che “non è stato possibile individuare i due soggetti presenti”.

Ieri mattina il vicepresidente del Csm David Ermini ha ricevuto le carte da Perugia, e prima del plenum straordinario, ha incontrato tutti i consiglieri del Csm, invitando chi ha partecipato a quelle riunioni ad uscire allo scoperto. Ed i consiglieri Morlini di Unicost e Criscuoli di Magistratura indipendente intuiscono che il “banco” è saltato e che quindi non è consigliabile nascondersi. Il primo ad uscire allo scoperto è il presidente della quinta commissione , quella che decide gli incarichi direttivi, il secondo è componente della prima  (disciplinare) e della sesta  commissione. Si auto-sospendono ma per ammorbidire le proprie rispettive posizioni parlano di “una caccia alle streghe“. Criscuoli parla di “campagna di stampa che sovrappone indebitamente i piani di una indagine penale relativa a fatti rispetto ai quali sono del tutto estraneo con l’attuale attività svolta presso il Csm”, mentre Morlini spiega di aver “incontrato Lotti a un dopocena”(ma non dice dove…)  e giura e spergiura sulla “correttezza del mio comportamento“.

Palamara è accusato di corruzione per aver ricevuto 40 mila euro per agevolare la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, ma anche “viaggi, vacanze e un anello dall’imprenditore Fabrizio Centofanti” . Un anello scelto (da lei stessa) e destinato alla compagna di PalamaraAdele Attisani una docente ben nota a Roma Nord che così si raccontava alle mamme dei suoi alunni: “io sono all’antica cerco una grande storia d’amore”. Nel frattempo  Centofanti “amico” di Palamara avrebbe fatto da collegamento tra il magistrato e un gruppo di avvocati e imprenditori interessati a pilotare nomine e indagini, primi fra tutti Piero Amara e Giuseppe Calafiore.

La sede della Cassa Nazionale Notariato ente da sempre molto “generoso” nell’affittare a prezzi di favore le proprie abitazioni a magistrati e politici

Le indagini delegate dai pm di Perugia alla Guardia di Finanza riguardano anche un appartamento nel lussuoso quartiere Parioli di Roma, che Palamara ha ottenuto in locazione circa cinque anni fa dalla Cassa Nazionale del Notariato e dove tuttora abita. Le verifiche effettuate dai finanzieri riguardano non solo i criteri di assegnazione, ma anche la ristrutturazione dell’appartamento, in quanto l’impresa che si è occupata di svolgere i lavori sarebbe collegata al gruppo di società che fa capo proprio a Centofanti. Un’ipotesi questa che i difensori  di Palamara, gli avvocati Mariano e Benedetto Buratti contestano: “Abbiamo le ricevute di tutte le spese sostenute e siamo pronti a dimostrare di non aver avuto alcun regalo o agevolazione. Il commercialista ha provveduto ad effettuare tutti gli sgravi previsti dalla legge e produrremo al più presto tutti i documenti“. Guarda caso il commercialista in questione è quell’ Andrea De Giorgio, intercettato mentre assicurava a Palamara di aver “informazioni compromettenti su Ielo. Solo coincidenze ?

 




Csm a pezzi, magistrati indagati da magistrati. Troppi giochi di potere per il controllo della giustizia

Luigi Spina

ROMA – La credibilità del  Consiglio superiore della magistratura è in crisi: quattro consiglieri togati , cioè eletti dagli stessi magistrati, sui sedici si sono autosospesi. Uno di loro Luigi Spina, indagato per “favoreggiamento” e “violazione di segreto” si è già dimesso qualche giorno. Il comitato di presidenza ha incontrato tutti i componenti del Consiglio. Momenti drammatici, mai vissuti nella storia dall’organo di autogoverno della magistratura, nel giorno in cui il plenum affronta il caso delle toghe sporche

Pochi minuti prima dell’apertura del plenum straordinario fissato per le 16:30 era arrivata l’auto-sospensione di altri due magistrati, Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli, che si aggiungono alla stessa decisione adottata da Antonio Lepre e Corrado Cartoni. Delle iniziative che però non paralizzeranno l’attività del Csm. Infatti secondo la legge istitutiva, il  Consiglio superiore della magistratura ha bisogno per funzionare  di 10 consiglieri magistrati e cinque laici. Allo stato siedono 13 magistrati (11 togati più il presidente e il pg della Cassazione), ma le uscite rappresentano un segnale “forte”. Numeri che nonostante le dimissioni ed auto-sospensioni  consentono al Csm di operare .

Cartoni e Lepre si sono auto-sospesi lunedì sera, così come richiesto dalla sezione Anm di Milano alla fine di una affollata riunione a cui hanno partecipato più di 300  magistrati del distretto della corte d’appello di Milano. Cartoni nei giorni scorsi ha sostenuto la correttezza del proprio operato, negando qualunque condizionamento. Un concetto questo, ribadito, insieme a Lepri, nella nota con la quale hanno comunicato la decisione di sospendersi: “Pur consapevoli e certi della correttezza del nostro operato, per senso istituzionale e per evitare attacchi strumentali al Csm – si legge – comunichiamo la autososospensione dalle funzioni consiliari in attesa che sia fatta chiarezza sulla vicenda”.  L’Anm milanese ha parlato nella sua nota di vicende di “inaudita gravità” che hanno fatto “emergere l’esistenza di una questione morale nella magistratura”.

“In questi giorni è in corso una campagna di stampa che confonde e sovrappone indebitamente i piani di una indagine penale relativa a fatti rispetto ai quali sono del tutto estraneo, come già emerso, con l’attuale attività svolta presso il Csm. Ciò ha offuscato e rischia di compromettere ulteriormente l’immagine e la percezione che dell’organo di governo autonomo della Magistratura hanno i cittadini prima ancora dei magistrati”, ha detto Criscuoli è componente della prima commissione (quella per le incompatibilità ) e della sesta, che si occupa di corruzione e contrasto alle organizzazioni mafiose e terroristiche, definendolo un “clima di caccia alle streghe.

Morlini è l’attuale presidente della Commissione Direttivi, esponente di Unicost, la corrente di centro delle toghe , in una lettera inviata al vicepresidente del Csm  ha scritto: “Pur se nessuno mi ha contestato nulla a livello penale o disciplinare, e pur se il mio nome nemmeno è uscito sulla stampa, so di avere, casualmente ed in modo da me non programmato, raggiunto alcuni magistrati ad un dopo cena in cui, ad un certo punto e senza che io lo sapessi o lo potessi prevedere, è intervenuto l’onorevole Lotti. Mi sono quindi poco dopo congedato, ben prima che la serata terminasse, certo di non avere detto o fatto nulla in contrasto con i miei doveri di consigliere”. Alla corrente di  Unicost appartengono i magistrati Luigi Spina accusato di “favoreggiamento e “violazione di segreto, e  Luca Palamara accusato di “corruzione”,  dalla Procura di Perugia.

Proprio nel giorno in cui era stato convocato  il plenum straordinario del  Consiglio superiore della magistraturaSpina si è presentato negli uffici della procura di Perugia da cui è indagato insieme al pm di Roma Stefano Rocco Fava, nell’inchiesta su Luca Palamara. Il magistrato Spina secondo i pm umbri avrebbe rivelato a Palamara di essere sotto inchiesta per corruzione, e dell’arrivo al Csm di un esposto di Fava contro Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, rispettivamente procuratore capo (in pensione da alcune settimane) e procuratore aggiunto della Procura di Roma.

L’ex consigliere del Csm Spina non ha brillato per trasparenza, decidendo (legittimamente) di avvalersi della facoltà di non rispondere. I suoi avvocati hanno così spiegato tale decisione “Abbiamo deciso, d’intesa con il dottor Spina, di procrastinare l’interrogatorio per raccogliere tutti gli elementi che consentiranno quanto prima di chiarire la sua posizione processuale” . Anche il pm Stefano Rocco Fava attualmente in servizio presso la Procura di Roma, indagato anche lui per “favoreggiamento” e “rivelazione del segreto di ufficio” è stato  ascoltato in Procura a Perugia in un interrogatorio durato ore  dai magistrati inquirenti.

Il pm Fava è l’ autore dell’esposto al Csm contro il procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo, viene accusato di alcune affermazioni intercettate: “C’avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo (…)”  diceva al telefono Spina all’amico Palamara forse sarà lui a doversi difendere a Perugia, per altre cose perché noi a Fava lo chiamiamo”, e  Palamara rispondeva: “No adesso lo devi chiamare altrimenti mi metto a fare il matto”.

Lunedì sono arrivati gli atti della Procura di Perugia trasmessi al vicepresidente Ermini, ex deputato del Pd di cui era responsabile giustizia sotto la segreteria Renzi, il quale ha trascorso un paio d’ore a Palazzo dei Marescialli impegnato a leggere le carte ricevute dai magistrati umbri, prima di salire al Quirinale per incontrare il  Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che è il presidente del Csm) a cui ha sottoposto il testo del proprio discorso pronunciato oggi in apertura del plenum.

Il presidente Mattarella ed il vice presidente CSM David Ermini

Un dramma, una vicenda assimibilabile “a quella della P2 ha detto il vicepresidente del Csm  David Ermini riferendosi all’inchiesta della procura di Perugia, proferendo parole sferzanti nell’ introdurre il plenum di Palazzo dei Marescialli, aggiungendo Gli eventi di questi giorni sono una ferita profonda e dolorosa alla magistratura e al Consiglio superiore. L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura. E ancora oggi svolge un ruolo prezioso. Ma consentitemi di dire che nulla di tutto ciò vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni. E dico che nulla di tutto ciò dovrà in futuro macchiare l’operato del Csm. Siamo di fronte a un passaggio delicato: o sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”.
Secondo Ermini, che ha concordato il suo intervento al plenum con il presidente della Repubblica, “il Csm e la magistratura hanno al loro interno gli anticorpi necessari per poter riaffermare la propria legittimazione agli occhi di quei cittadini nel cui nome sono pronunciate le sentenze. Il Csm  è e deve essere la nostra sola casacca. Altre non ne abbiamo” ha detto il vicepresidente del Csm aggiungendo “Questa consapevolezza implica innanzitutto che l’attività di ogni componente venga svolto tenendo conto dell’autorevole consiglio e dell’esempio animatore che provengono dal Capo dello Stato, il quale non ha mai fatto mancare la sua guida illuminata attraverso la continua interlocuzione con il vicepresidente”.

Il numero due di Palazzo dei Marescialli ha escluso ogni ipotesi di scioglimento del consiglio: “Può continuare a svolgere le funzioni affidategli purché la reazione a condotte indiscutibilmente non compatibili sia chiara, rapida e non suscettibile di fraintendimenti. E io credo che così sarà perché il Csm e la magistratura hanno al loro interno gli anticorpi necessari per poter riaffermare la propria legittimazione agli occhi di quei cittadini nel cui nome sono pronunciate le sentenze”.

Ermini ha parlato delle nomine del futuro: “Ogni determinazione venga assunta al riparo di interessi esterni ed al solo fine di assicurare l’efficienza e la conformità a Costituzione della attività giurisdizionale”. In poche parole stop all’  ingerenza delle correnti.  Mentre per quanto riguarda le poltrone di procuratore capo,  le cui manovre sotterranee sono emerse grazie all’inchiesta di Perugia sul magistrato Luca  Palamara – “le nomine dei capi degli uffici giudiziari siano effettuate attraverso la rigorosa osservanza del criterio cronologico, fuggendo la tentazione di raggrupparle in delibere contestuali che inducano il sospetto di essere state compiute nell’ambito di logiche spartitorie o non trasparenti”.

Non è mancato nell’intervento di Ermini un passaggio sulle correnti. “L’associazionismo giudiziario – ha detto Erminiè stato un potente fattore di cambiamento e democratizzazione della magistratura, favorendo una presa di coscienza collettiva in ordine ai valori costituzionali che la giurisdizione ha il compito di attuare e difendere. Ma consentitemi di dire che nulla di ciò che io vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni dovrà in futuro macchiare l’operato del Consiglio Superiore“.

“È un errore  descrivere questa vicenda come una guerra tra correnti. Le correnti, come ha ben scritto la segreteria di Unicost nel suo documento della scorsa settimana, sono le vittime di una vicenda connotata da individualismo, smania di potere, intolleranza alle regole” ha aggiunto Cascini che deve aver dimenticato quante “lottizzazioni” sono state effettuate nelle nomine anche dalla sua stessa corrente di appartenenza ( Area n.d.r.) , che non può essere esente da censure morali e critiche,

Alle discussioni interne a Palazzo dei Marescialli si sono aggiunte le polemiche interne  nell’ Anm che si riunirà domani con all’ordine del giorno proprio il “caso Palamara“, mediante l’attivazione dei probiviri.  Ai vertici dell’Associazione dei magistrati vi sono  posizioni contrastanti con il vicepresidente Luca Poniz (della corrente Area), il quale ha preso le distanze da quanto affermato dal leader del sindacato delle toghe, Pasquale Grasso. Un un’intervista alla Stampa Grasso ha parlato della necessità di un “esame di coscienza” e di “trasparenza” ma ha anche definito come “fisiologici” i contatti con la politica: “Ritengo sia un problema di limiti, e di opportuna e doverosa autolimitazione delle condotte”.

Di parere assolutamente diverso ed opposto la posizione di Poniz: “L’intervista di Grasso vede molti di noi su posizioni radicalmente diverse perchè esclude che vi sia uno scandalo nei fatti accaduti”,  parlando di relazioni che al contrario “fanno scandalo“.

L’ex-procuratore capo di Torino, Armando Spataro

Fa discutere la proposta avanzata dall’ex magistrato Bruno Tinti, sulle colonne di Italia Oggi, di sorteggiare i componenti del Csm e dell’Anm per evitare che nelle nomine dei magistrati influiscano giochi di potere e di correnti. “Una proposta immonda e Bruno Tinti sa come la penso” commenta l’ex procuratore capo di Torino Armando Spataro.

“L’idea non ha né capo né coda” secondo Giovan Domenico Lepore, ex procuratore capo della Repubblica di Napoli, che si dice in ogni caso favorevole “all’abolizione delle correnti all’interno della magistratura: spesso le nomine avvengono seguendo logiche di corrente invece che valutando il merito“. “Il sorteggio – afferma  Raffaele Guariniello, ex procuratore aggiunto di Torino – è una misura implacabile. Ma è pur sempre una retromarcia nella scelta dei migliori. Io sono per premiare chi merita, la competenza. Capisco la proposta di Tinti, ma allora vuol dire che siamo davvero messi male, Chi garantisce che i sorteggiati non faranno le stesse cose degli eletti? La sua proposta dimostra la crisi in cui è caduto il Csm. Quando sono entrato in magistratura le correnti erano un fatto positivo, erano un luogo di confronto. Ora sono centri di distribuzione degli incarichi. Dobbiamo trovare procedure che diano garanzia a tutela della trasparenza e del merito” dice Guariniello.




CSM. Iniziativa di Ermini con il sostegno del Quirinale: nuove norme e rigore

ROMA – Sarà un pomeriggio “caldo” quello di martedì quando al Consiglio Superiore della Magistratura si terrà un “plenum” straordinario convocato del vicepresidente David Ermini, d’intesa con il presidente Sergio Mattarella, con l’obiettivo di superare la fase sicuramente più difficile per il Csm.

Ermini e Mattarella

Il vice presidente Ermini, membro “laico” indicato dal PD di cui è stato responsabile giustizia con la segreteria Renzi, a seguito dall’incontro avuto con il Capo dello Stato, ha riunito di sabato, cioè ieri  il comitato di presidenza, lui stesso e i vertici della Cassazione, che appartengono per una coincidenza anche  loro alle stesse due correnti coinvolte nello scandalo, il primo presidente Giovanni Mammone di Magistratura Indipendente, ed il procuratore generale della Cassazione  Riccardo Fuzio di Unicost.

All’ordine del giorno del plenum straordinario le dimissioni del consigliere Luigi Spina, indagato dalla Procura di Perugia per “rivelazione del segreto d’ufficio“, avendo confidato al pm Luca Palamara anch’egli indagato dalla Procura umbra nell’inchiesta per corruzione a suo carico. Il vicepresidente Ermini, al pari del presidente Mattarella, in cuor suo spera che i componenti dell’organo di autogoverno dei magistrati assumano una posizione “nettissima e forte” sullo scandalo del “mercato delle toghe”, a prescindere dalla propria appartenenza alle varie correnti interne della magistratura.

Ma non si discuterà solo di questo.Infatti martedì pomeriggio verrà discussa al Csm anche l’imbarazzante posizione di altri due componenti del Consiglio Corrado Cartoni, capogruppo della corrente di destra, ed Antonio Lepre, componente della commissione incarichi direttivi, i quali avrebbero incontrato come Spina, il parlamentare Cosimo Ferri (Pd)  e l’ex ministro Luca Lotti, con i quali avrebbero discusso  tra le varie cose, la nomina del nuovo capo della Procura di Roma.

Cartoni e Lepre al momento non sono indagati, ma il  Consiglio Superiore della Magistratura  vuole verificare se le loro conversazioni possano prefigurare qualche violazione. Per questo motivo il  Csm ha già inviato alla procura di Perugia richiesta di acquisizione degli atti ostensibili. Tutto dipenderà dal tenore dei dialoghi e dagli argomenti trattati.

Nel plenum straordinario di martedì verrà discusso anche un altro problema di primaria importanza. Secondo il vicepresidente del Csm è arrivato il momento di adottare nuove regole sulle procedure di nomina dei magistrati, in modo di farle diventare più trasparenti onde evitare altre zone oscure, irregolarità e distorsioni. Sopratutto illegalità. Da Palazzo dei Marescialli, dove le bocche sono pressochè cucite, qualcosa trapela, come ad esempio l’introduzione della procedura di procedere alle nomine esclusivamente e soltanto dopo “istruttorie ampie e più trasparenti possibili”.

A partire dal seguire l’ordine cronologico: ad esempio allorquando si rende disponibile un posto in qualche Procura, questo va immediatamente coperto con una nomina tempestiva e senza i soliti rinvii per trovare accordi “politici” in seno alla Commissione ed in consiglio. Indicazione questa, ad onor del vero, che era già stata data il 23 maggio, allorquando il vicepresidente del CSM Ermini aveva presenziato alla riunione della V commissione, che è quella che indica i nuovi vertici degli uffici giudiziari, che proprio in quell’occasione aveva votato a maggioranza in favore del procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, indicato quale nuovo Procuratore capo di Roma.

In quella votazione il procuratore generale Viola era stato sostenuto dai rappresentanti di  Magistratura Indipendente, di Autonomia e Indipendenza la corrente di Piercamillo Davigo, e secondo voci ufficiose (ma attendibili) avrebbe ottenuto il sostegno anche di Unicost in cambio della indicazione a procuratore aggiunto a Roma proprio di Luca Palamara. Dalla corsa sarebbe stato escluso Francesco Lo Voi attuale  capo della procura di Palermo, anche lui della “corrente” di  Magistratura Indipendente, ma ritenuto troppo “vicino all’ex procuratore Pignatone“, e del procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, candidato “ufficiale” di Unicost.

Martedì prossimo il plenum dovrà recepire e formalizzare ufficialmente le dimissioni di Spina. Per la cui sostituzione sarà necessaria una nuova elezione, che non dovrà influire sui tempi per la nomina del nuovo procuratore capo di Roma, che peraltro è stata già rinviata proprio a causa dell’inchiesta, e che comunque non dovrebbe arrivare prima di settembre , in quanto il Consiglio Superiore della Magistratura può tranquillamente funzionare anche con un membro in meno. Identica situazione per la posizione degli altri due componenti del Csm che avrebbero incontrato Lotti e Ferri: qualora venissero accertate violazioni che comportassero la loro sospensione, il plenum potrebbe comunque procedere. Infatti  per legittimare la votazione il plenum deve essere composto dal minimo previsto  di 10 magistrati sugli attuali 16 eletti o nominati dal Parlamento.




"Toghe sporche" . Altri due togati del Csm coinvolti nelle trattative segrete per controllare le procure

ROMA – All’interno dei faldoni dell’inchiesta della Procura di Perugia sul “mercato” delle nomine al Csm compaiono due altri nomi. Si tratta di due magistrati, consiglieri togati, della corrente Magistratura Indipendente: Corrado Cartoni, attualmente giudice presso il Tribunale di Roma, ed Antonio Lepre, pubblico ministero della Procura di Paola in Calabria. Cartoni è membro della terza commissione del Consiglio, mentre Lepre è membro della quinta commissione , cioè quella che valuta le candidature per gli incarichi direttivi e semidirettivi.

Secondo l’informativa del Gico della Guardia di Finanza  contenente il risultato investigativo pedinamenti e le intercettazioni telefoniche , vengono  documentati  delle riunioni “carbonare” a cui hanno partecipato il pm Luca Palamara, ex presidente della Anm ed ex consigliere del Csm, attualmente indagato per corruzione e “regista” delle grandi operazioni che volevano determinare la geografia negli uffici giudiziari chiave del Paese, e sopratutto i suoi interlocutori nel “Palazzo” : a partire  dal parlamentare del Pd, Cosimo Ferri, magistrato ex sottosegretario alla giustizia e “dominus” della corrente di Magistratura Indipendente della quale è stato segretario), e l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Matteo Renzi, successivamente ministro Luca Lotti. Incontri avvenuti nel mese di maggio appena terminato, in almeno tre occasioni.

Secondo quanto riferiscono fonti investigative qualificate, le intercettazioni dei finanzieri del Gico “fotografano” infatti i magistrati Cartoni, Lepre e Palamara, con i parlamentari Ferri e Lotti beccati a discutere del “dopo Pignatone“, cioè della nomina del suo successore alla guida della procura di Roma, che sembra essere diventata un’ossessione per Lotti, conseguenziale probabilmente al suo coinvolgimento nell’ “inchiesta Consip“, condotta dal pool dei reati contro la pubblica amministrazione guidata da Paolo Ielo che pochi mesi insieme al pm Mario Palazzi avevano chiesto per lui il rinvio a giudizio e negli incontri delle ultime settimane Lotti avrebbe sostenuto la necessità di un cambio di rotta, patrocinando la candidatura del procuratore aggiunto di Firenze Marcello Viola, invece di quello di Palermo Francesco lo Voi, considerato troppo vicino alla gestione Pignatone.

Un’inchiesta che Lotti ritiene una macchinazione in suo danno. Infatti non a caso l’ex ministro Pd braccio destro da sempre di Matteo Renzi è da tempo alla ricerca di di un editore che gli pubblichi un suo libro sulla vicenda “Consip”. Il tenore ed i modi di questa cricca della malagiustizia,  le loro parole intercettate non devono essere molto “istituzionali” al punto da costringere la Procura di Perugia, a trasmettere a Palazzo dei Marescialli gli atti relativi a questo passaggio dell’inchiesta perché il Consiglio valuti gli aspetti disciplinari del comportamento di Cartoni e Lepre, con riserva di eventuali future valutazioni penali .

Nei prossimi giorni, dopo l’autosospensione da consigliere comunicata ieri al Csm dall’indagato Luigi Spina  magistrato di Magistratura Indipendente, che viene indicato nelle indagini della Procura di Perugia come il “sodale” che assieme a Palamara tramava per la rovina di Paolo Ielo, procuratore aggiunto di Roma ritenuto “uomo di Pignatone“, la corrente di Mi e il Consiglio Superiore della Magistratura  potrebbero perdere altri due consiglieri. Un’inchiesta che si è rivelata un vero e proprio ciclone inarrestabile.

Un “ciclone” giudiziario che ha origine della squallida vicenda professionale e non solo del pm Luca Palamara, sembra ormai non potersi più fermare,  coinvolgendo persino anche gli uffici della Direzione Nazionale Antimafia, dove è bene ricordare, l’ex procuratore capo Roberti è stato appena eletto parlamentare europee nelle liste del Pd. Sono arrivate arrivate alla D.N.A. le telefonate intercettate dell’ex Presidente dell’Anm Palamara, che cercava di coinvolgere Cesare Sirignano  magistrato antimafia di via Giulia per decidere il nome del futuro capo della Procura di Perugia (fino a ieri diretta da Luigi De Ficchy, da oggi in pensione), una sede “fondamentale” per i suoi destini personali ed in generale strategica nei rapporti di forza interni alla magistratura in quanto procura competente sui reati commessi dai magistrati di Roma. Il 7 maggio scorso Palamara incontra il magistrato Sirignano e gli dice che “Fava vuole andare a Perugia“, riferendosi all’esposto che il pm romano Stefano Rocco Fava ha deciso di presentare accusando Pignatone e Ielo di presunte scorrettezze nella gestione delle inchieste.

Paolo Ielo

La Guardia di Finanza delegata alle indagini ha comprovato una vera e propria attività di dossieraggio svolta contro il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo e ha indicato il commercialista Andrea De Giorgio tra i più attivi nella raccolta delle informazioni , motivo per cui mercoledì scorso è stata effettuata una perquisizione nei suoi confronti. De Giorgio è un consulente della Procura di Roma, il quale gli scorsi 25 marzo e l’11 aprile contattava Palamarae lo informa di aver acquisito informazioni sul fratello di Ielo che potrebbero danneggiare quest’ultimo“. Palamara ne parla con Spina, il 16 maggio ed insieme concordano delle nuove mosse contro Ielo. Spina manifesta assoluta sicurezza sull’esito ed anticipa di quanto accadrà al Csm: “C’avrai la rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo e sarà lui a doversi difendere a Perugia, perché noi Fava lo chiamiamo“.

Il captatore trojan inserito da remoto dagli investigatori del Gico della Guardia di Finanza nello smartphone di Palamara ha consentito agli inquirenti umbri di poter ascoltare e registrare il frenetico impegno del magistrato romano e della sua corrente Unicost nel cercare di raggiungere compromessi ed accordi con le altre componenti della magistratura che, si scopre ora, hanno riguardato, nella passata consiliatura (cioè quella nella quale il pm Palamara è stato consigliere) e in quella presente il destino di quattro uffici giudiziari del Mezzogiorno aventi un “peso” politico per il tipo di procedimenti ed inchieste che gestiscono.

A partire dalla Procura di Gela dove – come raccontato ieri da “Repubblica” – gli “amici” di Palamara, gli avvocati Amara e Calafiore, hanno cercato di imporre ala guida  il pm Giancarlo Longo precedentemente in servizio presso la Procura di di Siracusa, il quale successivamente è stato arrestato per corruzione, ed ha lasciato la magistratura. O la Procura di Trani, dove Antonio Di Maio venne incredibilmente preferito a Renato Nitti, un capace ed eccellente magistrato della Direzione distrettuale Antimafia di Bari. Nonostante il Consiglio di Stato, aveva bloccato nell’ottobre del 2018, la nomina di Di Maio invitando il Csm a riconsiderare quella di Nitti, l’attuale composizione del plenum del  Consiglio Superiore della Magistratura, nel febbraio 2019, ha riconfermato la precedente nomina di Di Maio.

Pietro Argentino

Per finire alla Procura di Matera, dove nel luglio del 2017, il Csm aveva indicato e nominato  Pietro Argentino come Procuratore capo, nonostante lo stesso magistrato fosse stato indicato dal Tribunale di Potenza come testimone falso e reticente nel processo penale che aveva mandato in carte il pm Matteo Di Giorgio che sta scontando una condanna a 8 anni di carcere proprio a Matera.

Alfredo Robledo che da cinque anni non più in magistratura, dopo essere stato procuratore aggiunto presso la Procura di Milano, Robledo nel 2014 da aggiunto, aveva il coordinamento del pool di magistrati della procura milanese che si occupava dei reati nella pubblica amministrazione, ma gli venne contestato dei rapporti non ortodossi cn l’avvocato Domenico Aiello, ritirate le deleghe ed in seguito trasferito a Torino, a suo dire proprio per volontà di Palamara. “E’ lui che ha scritto il provvedimento cautelare con cui sono stato trasferito a Torino, ed è lui, ancora lui a a comporre la sentenza con cui quel trasloco diventa definitivo“. Sentenza contro la quale Robledo si è rivolto alla Corte Europea (CEDU) a Strasburgo presentando un ricorso, che è stato ritenuto ammissibile.

Palamara con una lettera inviata al presidente dell’Anm, Pasquale Grasso ha spiegato i motivi della sua decisione di dimettersi dall’ ANM: “Sono certo di chiarire i fatti che mi vengono contestati – scrive Palamara (a lato nella foto)  – il mio intendimento ora è quello recuperare la dignità e l’onore e di concentrarmi esclusivamente sulla difesa nel processo di fronte a tali infamanti accuse. Per tali ragioni mi assumo la responsabilità di auto sospendermi dal mio ruolo di associato con effetto immediato. Sono però sicuro –  conclude conclude il pm di Roma, che ha guidato l’Anm dal 2007 al 2012 –  che il tempo è galantuomo e riuscirà a ristabilire il reale accadimento dei fatti“.

E proprio l’Anm questa mattina ha chiesto gli atti dell’inchiesta alla Procura di Perugia. L’azione dei magistrati italiani, sottolinea l’Anm, “deve ispirarsi quotidianamente a principi di correttezza, trasparenza, impermeabilità ambientale, assoluta distanza e terzietà dagli interessi economici e personali. Ogni comportamento che si discosta da tali principi compromette e lede l’immagine dell’intera magistratura. Immagine che l’Anm intende tutelare: chiederemo alla Procura di Perugia gli atti ostensibili per poter avere una diretta conoscenza dei fatti e consentire una preliminare istruzione dei probiviri sulle condotte di tutti i colleghi, iscritti alla Anm, che risultassero in essi coinvolti“. È un atto che “riteniamo necessario per salvaguardare il lavoro, l’etica e l’impegno che ogni magistrato – conclude la nota dell’Anm – testimonia ogni giorno col suo lavoro“.

Intanto è stato convocato per mercoledì 5 giugno  il Comitato Direttivo Centrale dell’Anm per prendere alcuni provvedimenti dopo un’analisi di quanto accaduto negli ultimi giorni. In una nota, i consiglieri del Csm Corrado Cartoni e Antonio Lepre, di Magistratura indipendente,che avrebbero partecipato a incontri con esponenti politici per discutere della nomina del Procuratore di Roma, si difendono: “Il nostro comportamento è sempre stato improntato alla massima correttezza. Non siamo mai stati condizionati da nessuno. Marcello Viola è il miglior candidato alla procura di Roma e solo ed esclusivamente per questo lo sosteniamo”.

La corrente della magistratura Unicost, Unità per la Costituzione, alla quale appartiene il pm  Palamara, ha reso noto che se al termine dell’inchiesta di Perugia dovesse aver luogo un processo, “si ritiene parte lesa, sicchè sin da oggi ci riserviamo, in caso di successivo processo, la costituzione di parte civile a tutela dell’immagine del gruppo, gravemente lesa“. Lo dichiara il presidente Mariano Sciacca, ex componente del CSM  “Più leggiamo gli articoli e ancor più ci convinciamo del danno, forse ancora non compiutamente calcolabile, che la vicenda all’attenzione della magistratura perugina porterà alla magistratura italiana“, aggiunge Unicost nella nota firmata oltre che dal presidente Sciacca dal segretario Enrico Infante. “Al di là delle polemiche e delle strumentalizzazioni, Unità per la Costituzione, ma ancor prima ciascuno dei suoi associati, non possono accettare la perdita di credibilità davanti ai colleghi e ai cittadini”. E questa non è “ vuota retorica, ma sostanza”, affermano ancora i vertici della corrente di magistrati , assicurando che tutto il gruppo è pronto ad “assumere la propria responsabilità politica senza sconto alcuno“. E conclude: “Chiediamo ai colleghi Spina  e Palamara, iscritti a Unità di Costituzione – ai quali auguriamo di potere chiarire tutto tempestivamente –  di assumersi le rispettive responsabilità politiche, adottando le decisioni necessarie delle dimissioni dall’istituzione consiliare e dalla corrente“.

Poco dopo il Comitato di Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura ha reso noto le dimissioni di Spina, di Unicost, da membro togato, ed annunciato un plenum straordinario convocato per martedì 4 giugno, alle ore 16.30.

Da noi contattato un importante magistrato, già componente del Csm , a Palazzo dei Marescialli,  ci ha dichiarato: “Stiamo attenti a colpevolizzare un’intera categoria, che ha il diritto di essere difesa dalle mele marce. Se questa inchiesta è venuta alla luce è proprio grazie alla indipendenza e determinazione di alcuni magistrati“. Anche se bisogna ricordare che a Perugia da oggi il procuratore capo è in pensione, ed è proprio per quella poltrona, cioè di capo della procura che indaga sulle vicende oggetto dell’inchiesta giudiziaria in corso,  che si è scatenata questa inchiesta sulle toghe sporche .

 

 




La "guerra delle toghe" per la guida della Procura di Roma: perquisizioni e nuovi indagati

ROMA – Si allarga l’inchiesta sulle nomine per i vertici della Procura di Roma. La Guardia di Finanza su delega della Procura di Perugia sta perquisendo l’abitazione e gli uffici in procura del pubblico ministero Luca Palamara, 50 anni, indagato per corruzione, l’abitazione del suo commercialista e quella di Adele Attisani, persona considerata molto “vicina” al magistrato romano. La perquisizione conferma il ruolo di “regista” di Palamara in un network di rapporti ed equilibri di potere abbastanza consolidato dentro Palazzo dei Marescialli. Infatti Palamara da ex consigliere del Csm,  e leader della corrente Unicost non si è mai mosso da solo , come confermano le prime indagini investigative  della Procura di Perugia

Ancora una volta si può prevedere con logica pressochè certezza che l’incrocio tra le indagini della Procura di Perugia e l’infernale scontro in corso tra le correnti della magistratura per la nomina del nuovo magistrato da porre alla guida della Procura di Roma sta scatenando veleni che stanno coinvolgendo l’intera magistratura italiana, la sua organizzazione in correnti (esattamente come nei partiti !) , ed i suoi equilibri per il raggiungimento del controllo sul potere giudiziario .

Contestualmente, la procura di Perugia ha notificato un’informazione di garanzia anche al pm della procura di Roma Stefano Fava (l’autore dell’esposto al Csm che accusa l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Paolo Ielo ( di cui scrive oggi il quotidiano “La Repubblica) accusandolo di rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Agli uomini della Guardia di Finanza è stato delegato dai pm di Perugia Gemma Miliani e Mario Formisano la ricerca dei documenti che Fava, indagato per favoreggiamento, avrebbe consegnato a Palamara e da utilizzare contro Ielo.  Gli investigatori delle Fiamme gialle hanno anche intercettato anche una conversazione tra Spina  che adesso conseguentemente rischia la sospensione dal Csm , Palamara e due parlamentari, in cui il consigliere informava Palamara che all’esposto di Fava era allegato un cd “secretato”.

Dei “40 mila euro” a quanto pare versati a Palamara da Centofanti e Calafiore per indirizzare la nomina del Procuratore di Gela,  Giancarlo Longo, il magistrato che Palamara avrebbe dovuto issare senza merito su quella poltrona e che sarà poi bloccato dal “no” del Capo dello Stato e presidente del Csm Sergio Mattarella. Parla a verbale nel  2015 Longo che racconta , “incontrai Palamara, allora consigliere del Csm, a Roma, in un centro sportivo. Lui gestiva i voti di Unicost e mi disse di essere disponibile a farmi nominare Procuratore di Gela o anche altrove. In quell’occasione, non parlammo di soldi”. Non era l’ambizione a spingere Longo verso Gela, come dallo stesso ammesso, “ma l’interesse che l’avvocato Amara aveva per i procedimenti che pendevano a Gela su Eni“.

Le manovre per la nomina del procuratore di Perugia. I magistrati umbri hanno delegato la caccia alla documentazione perché tra i documenti “esibiti e descritti” a Palamara e quelli da lui trasmessi nel suo esposto “risultano diversi”. Ed è qui si innesta il tentativo in qualche modo di entrare e interferire sopratutto sulla nomina del nuovo procuratore capo di Perugia, una delle sedi vacanti da riempire.

È il 7 maggio scorso quando Palamara fa riferimento per la prima volta a “quella cosa” che Fava vuole mandare a Perugia mentre parla con un collega. “E l’argomento nel quale si inserisce il riferimento  – si legge nel decreto – è l’individuazione di un candidato da appoggiare da parte di Palamara per l’incarico del procuratore di Perugia”; “ma io non c’ho nessuno a Perugia… zero” replica Palamara che si informa su uno dei tanti candidati, conosciuto a in contatto con il suo interlocutore.

Nel corso della conversazione che proseguesi comprende che, secondo il citato collega, Palamara non avrebbe alternative (per problemi  e logiche di correnti qui irrilevanti) se non ‘appoggiare’ il candidato proprio di cui i due parlano e a quel punto  – si legge nel decreto  – l’indagato chiede esplicitamente al suo collega: chi glielo dice che deve fa quella cosa lì’, e a seguito di chiarimenti richiesti dall’interlocutore, infine chiarisce “eh deve aprire un procedimento penale su Ielo… cioè stiamo a parlà di questo …. non lo farà mai.
La conclusione per gli inquirenti è piuttosto netta: “Da tale conversazione, ma soprattutto quella del 16 maggio con Fava … traspare l’interesse di Palamara a che venga nominato un procuratore a Perugia che sia sensibile alla sua posizione procedimentale e all’apertura di un procedimento fondato sulle carte che Fava sarebbe intenzionato a trasmettere a tale ufficio”. Cioè quei documenti che il pm Fava voleva utilizzare contro l’attuale aggiunto di Roma Paolo Ielo.

Palamara replica: “Sulla mia persona si stanno abbattendo i veleni della Procura di Roma, ma ho la tempra forte e non mi faccio intimidire. Sto chiarendo punto per punto tutti i fatti che  mi vengono contestati perchè ribadisco che non ho ricevuto pagamenti, né regali, né  anelli e non ho fatto favori a nessuno“. “Chi conosce le dinamiche consiliari – aggiunge l’ex consigliere del Csm Palamara al termine dell’interrogatorio durato più di 4 ore negli uffici di una caserma della Guardia di Finanzasa benissimo che non ho mai parlato di Longo né tantomeno ho danneggiato qualcuno, trattandosi di un organo collegiale che come tale ha bisogno della partecipazione di tutti i suoi membri. Ho esibito le ricevute dei pagamenti dei viaggi e altro mi riservo di farlo domani nel prosieguo dell’interrogatorio”.

I nomi di altri nomi sono stati iscritti nel registro degli indagati dell’inchiesta della Procura di Perugia sulla corruzione e le nomine al Csm. Oltre all’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, sono state notificate a Luigi Spina, componente togato del Csm della corrente Unicost (a lui vengono contestati i reati di rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento), all’avvocato Pietro Amara e al “lobbista” Fabrizio Centofanti, l’uomo dei regali a Luca Palamara.

La guerra delle toghe

Non si può non segnalare al lettore la singolare sincronia verificatasi nello stesso momento in cui la Procura di Perugia comunicava al Consiglio Superiore l’iscrizione al registro degli indagati per corruzione di Palamara, immediatamente è partita la macchina del rumore, del risentimento e del sospetto, in uno scontro che non prevede feriti, ma solo magistrati che stanno mettendo in gioco l’intera carriera e reputazione

Sui quotidiani di ieri è venuta alla luce la notizia di un esposto al Csm che accusava l’ex procuratore Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Paolo Ielo di aver condotto una delle indagini più delicate della Procura di Roma con qualche presunto condizionamento, derivante dalla “vicinanza” e coinvolgimento in molteplici indagini dell’avvocato siciliano Pietro Amara, il regista indagato nel 2018 alla guida della “cricca”  che condizionava le sentenze della giustizia amministrativa. Sempre i collegamenti di Amara conducevano a Fabrizio Centofanti, il lobbista di “area” Pd, che avrebbe manifestato la propria  generosità proprio con Luca Palamara.

E’ stato Stefano Fava un pubblico ministero della Procura di Roma, a presentare l’esposto – con cui si accusano Pignatone e Ielo , come scrivevamo ieri, di non essersi astenuti nelle forme corrette previste dalla Legge  dall’indagine in corso su Amara, Infatti perché i rispettivi fratelli dei due magistrati denunciati avrebbero avuto dei rapporti professionali proprio con lo stesso Amara. Ed il pm Fava aveva indagato proprio su Amara prima di vedersi revocata la delega all’indagine ed entrare in rotta di collisione con Pignatone.

Il pubblico ministero Stefano Fava è di origini calabresi, nativo di Santo Stefano d’Aspromonte (in provincia di Reggio Calabria), un paese che, ironia del destino, è vicinissimo a Santa Cristina d’Aspromonte paese di cui è invece originaria la famiglia Palamara. Alle spalle di Fava vige la fama di essere un magistrato molto testardo, molto propenso, da buon calabrese all’essere diffidente. La circostanza poi che il suo esposto depositato al Csm,  sia arrivato contestualmente nelle mani dei colleghi de   “Il Fatto Quotidiano” e “La Verità” non sia un caso, ma effetto di una contorta strategia . per altro

L’ esposto al CSM

Quindi, perché l’esposto, si chiede più di qualcuno. Semplice. La risposta è contenuta nell’effetto che si produce e ricava. L’esposto è il passaggio a livello,  che deve indurre se non costringere il Consiglio Superiore della Magistratura, proprio nel momento nel quale si prepara ad affrontare le nomine del “dopo Pignatone“, a dover valutare con un’accusa che ne macchia l’immagine e compromette la potenziale continuità di metodo di lavoro di una Procura “vitale” nella vita del Paese. Un metodo di lavoro quello di Pignatone che è stato puntualmente e ripetutamente osteggiato nei suoi sette anni di gestione della Procura di Roma guidata in perfetta sintonia dall’aggiunto Paolo Ielo responsabile del coordinamento dei procedimenti per reati contro la pubblica amministrazione, il vero cancro insito nella vita politica e nella gestione della “cosa” pubblica.

Ma la denuncia del pm Fava viole essere anche qualcosa di più pesante. Come sostiene il collega Carlo Bonini del quotidiano La Repubblica, “una formidabile arma di manipolazione del quadro che la Procura di Perugia si prepara a illuminare. E che, dunque, nel momento chiave (che è evidentemente arrivato) deve servire a trasmettere la sensazione di una Procura di Roma dove non esistono cavalieri bianchi e cavalieri neri. Dove i veleni sono di casa e ognuno ha uno scheletro nell’armadio. In una notte in cui tutti i gatti sono grigi“.

Non è dato compito nostro interpretare o spiegare quali siano le intenzioni del pm Fava con il suo esposto o se qualcuno ne abbia manipolato le mosse. Né chi abbia fatto circolare l’esposto  che è “blindato” in un fascicolo della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Il chiaro intento di condizionare l’atmosfera poco idilliaca regnante a Palazzo dei Marescialli  è palese e tangibile ao occhio nudo. Qualcuno si illude che “il tempo forse darà delle risposte“. Il fatto che insieme a Palamara sia cresciuto il numero degli indagati della Procura della Repubblica di  Perugia è la conferma che quell’indagine è arrivata a un punto dove nessuno poteva immaginare si arrivasse.

La Giunta Esecutiva Centrale dell’Anm-Associazione Nazionale Magistrati  con una nota “in relazione ad anticipazioni di stampa relative ad indagini in corso che coinvolgerebbero componenti ed ex componenti del Csm ed altri magistrati, esprime piena fiducia nell’Autorità giudiziaria di Perugia – sottolinea – che conferma la capacità della magistratura italiana di esercitare il controllo di legalità anche quando riguarda appartenenti all’ordine giudiziario“.

Secondo l ’Anm: “Non ci sono correlazioni con la nomina del procuratore” spiega in una nota il presidente dell’Anm Pasquale Grasso Non ravviso alcun elemento di correlazione, salvo emersione di diversi elementi che allo stato non mi pare superino il livello della mera illazione» , in relazione all’inchiesta di Perugia che vede indagato Palamara e la nomina che il Csm dovrà fare per la guida della procura di Roma. “Il procedimento che condurrà a detta nomina è in corso nella sede costituzionalmente prevista, e nel rispetto delle norme di legge. Ogni altro commento mi parrebbe un ulteriore indebito tentativo di interferenza sull’attività del Consiglio”  conclude il presidente dell’Anm .

Secondo noi forse è arrivato il momento che la Magistratura rinunci alla propria suddivisione e guerriglia fra “correnti” . Altrimenti la vecchia stima e reputazione affidate dal Paese alle toghe nel dopoguerra, sarà solo un flebile ricordo di un tempo che non si ripeterà più. I magistrati millantano di lottare per l’indipendenza dalla politica, ma in realtà si comportano come loro se non peggio. Ma al contrario dei politici non sono eletti dai cittadini…




Braccio di ferro Csm-Consiglio di Stato sulla nomina del Procuratore di Trani: confermata la nomina di Antonino Di Maio

Antonino Di Maio

ROMA Braccio di ferro tra il Csm ed il Consiglio di Stato sul procuratore di Trani. Con una decisione a maggioranza il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha confermato oggi la nomina di Antonino di Maio, che era stata annullata dai giudici amministrativi di  Palazzo Spada. Sedici i voti andati in favore di Di Maio (i consiglieri di Unicost e Magistratura Indipendente, tutti i laici di Lega e Forza Italia e Fulvio Gigliotti del M5s) contro i 5 raccolti dal sostituto procuratore di Bari,  Renato Nitti  a favore del quale hanno votato i  consiglieri “togati” di Area ed il “laico” indicato dal M5S Alberto Maria Benedetti. 

Si sono astenuti dal voto Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, consiglieri togati di Autonomia e Indipendenza .

Per il consigliere togato Giuseppe Cascini , esponente della sinistra di Area che ha parlato di “arroganza istituzionale” da parte del Csm si tratta di una nomina “illegittima” che “elude sfacciatamente” la sentenza del Consiglio di Stato, a cui ha replicato il relatore Antonio Lepre, di Magistratura Indipendente:  “Non è ammissibile sentir parlare di elusioni: è una nuova delibera che rimotiva nel permito, tenendo conto dei rilievi del giudice” .

Nitti firmatario del ricorso contro la nomina di Antonino Di Maio a procuratore capo , si era rivolto  al Tar del Lazio che  il 30 gennaio 2018  lo aveva respinto in  primo grado . Successivamente Nitti si era rivolto al Consiglio di Stato che aveva accolto il ricorso ma respinto nella parte in cui lamentava l’inammissibilità della proposta di Di Maio di organizzazione dell’ufficio della Procura ritenendola “generica e inconsistente“, tanto da “dover essere considerata inesistente“.

Il Consiglio di stato lo aveva accolto nella parte relativa al possesso dei titoli utili per il concorso, poiche’ solo tre mesi prima della nomina di Di Maio a procuratore di Trani, lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura aveva ritenuto proprio Di Maio “non idoneo” a guidare la Procura della repubblica di Chieti perchè “non ha mai svolto funzioni neppure di fatto direttive e presenta un profilo professionale, piuttosto che indirizzato a temi organizzativi, maggiormente volto all’approfondimento scientifico delle questioni giuridiche“.

Analoga valutazione era stata fatta in precedenza dal Csm per Di Maio , per un altro concorso per ricoprire un incarico semi-direttivo nella Procura (poi soppressa) di Nicosia. Quindi secondo il ragionamento dei giudici amministrativi del Consiglio di Stato  “non si intende come un tale profilo possa essere ritenuto in presenza di un concorrente con i titoli documentati dal ricorrente“. “Un tale dato – riportava la sentenza con riferimento alla delibera di nomina di Di Maio del Csmper la manifestazione di contraddittorietà e discontinuità logica che esprime, manifesta una irragionevole incoerenza nell’attività amministrativa ed e’ pertanto indice rivelatore di un vizio di illegittimità del giudizio e, con esso, del provvedimento finale“.  Gli atti sulla nomina del Procuratore di Trani sono quindi tornati al Csm che oggi ha riconfermato la nomina di Di Maio motivandola in modo diverso dal primo atto.

 



Csm, caso Emiliano. La procura generale chiede “ammonimento” per il Governatore della Regione Puglia

di Antonello de fennaro – Dopo una sospensione durata circa  sei mesi il procedimento disciplinare della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della magistratura, è ripreso ieri a seguito della sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate, confermando le competenze del Csm sui comportamenti “politici” del magistrato barese Michele Emiliano  in aspettativa e fuori ruolo da oltre un decennio per gli incarichi istituzionali-politici ricoperti nel tempo. Emiliano è stato assistito nella propria difesa dal magistrato Armando Spataro ex procuratore capo di Torino, in pensione dallo scorso 1 gennaio e dalla professoressa Isabella Loiodice per gli aspetti del diritto costituzionale

CSM Emiliano

Michele Emiliano notoriamente attratto dalle telecamere e taccuini della stampa, in questa occasione ha negato il proprio consenso alle riprese televisive di Telenorba e persino all’emissione radiofonica di Radio Radicale, (che in precedenza in altre udienze aveva autorizzato)  invece a parer nostro sarebbero state necessarie ed opportune per una questione di trasparenza e rispetto nei confronti di coloro i quali dovranno votare per le primarie nel Pd pugliese per l’indicazione del nuovo candidato alla Presidenza della Regione Puglia le cui elezioni si svolgeranno nel giugno 2020.

Il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Carmelo Sgroi ha svolto una breve sintetica requisitoria riepilogativa dell’impianto accusatorio nei confronti di Michele Emiliano, poichè l’attuale collegio giudicante del Csm (il terzo dall’ avvio dal procedimento avvenuto nell’ottobre 2014) è cambiato a seguito del rinnovo delle cariche del Consiglio Superiore della magistratura , ed ha riproposto nuovamente la richiesta di condanna con l’”ammonimento“, la sanzione più lieve prevista dal regolamento, nei confronti del governatore della Puglia Michele Emiliano, accusato di aver violato il divieto per i magistrati di iscriversi a partiti politici e di partecipare in maniera sistematica e continuativa alle loro attività.

Molto correttamente il vicepresidente del Csm David Ermini, al contrario del suo predecessore Giovanni Legnini, si è astenuto a presiedere il collegio giudicate della sezione disciplinare nel procedimento nei confronti di Emiliano, essendo stato in un recente passato  responsabile giustizia del Partito Democratico,  durante la segreteria di Matteo Renzi . Il collegio giudicante, è stato quindi presieduto dal consigliere Fulvio Gigliotti (laico, professore di diritto privato indicato dal M5S) , e dai consiglieri Michele Cerabona (laico, avvocato indicato da Forza Italia) , Corrado Cartoni (magistrato, Magistratura Indipendente), Giuseppe Cascini (magistrato, Area) ,Piercamillo Davigo, (magistrato, Autonomia e Indipendenza), Marco Mancinetti (magistrato, Unicost).

Nella sua arringa difensiva Armando Spataro, ha premesso che “Emiliano ha sempre proposto istanza al CSM per esercitare quei mandali politici elettivi, e non  è incolpato di aver fatto l’ amministratore pubblico”, e sostenuto che è “impossibile svolgere il mandato di amministratore nelle istituzioni senza partecipazione attiva nella vita di un partito” aggiungendo che il suo ruolo istituzionale “è al servizio della collettività, funzione “alta” del ruolo politico come amministratore pubblico“, ricordando che vi è “una lunga lista di colleghi magistrati che hanno ricoperto ruoli politici come lui“. I difensori di Emiliano hanno quindi concluso chiedendo “l’assoluzione di Emiliano per insussistenza dell’ addebito disciplinare, estinzione del procedimento disciplinare, di dichiarare il fatto di “scarsa rilevanza“, richiedendo una nuova trasmissione degli alla Corte Costituzionale, a seguito anche delle eccezioni poste ed argomentate dalla Prof.ssa Avv. Isabella  Loiodice.

Il procedimento è stato aggiornato al 14 febbraio , per consentire al sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione di poter esaminare nuovi atti presentati dalla difesa di Emiliano, ed effettuare la sua replica, e quindi arrivare il collegio ad una decisione.

 

 




A Palazzo dei Marescialli arriva il nuovo consiglio del Csm

ROMA – A seguito dell’elezione dei 16 membri togati da parte dei magistrati, due magistrati di legittimità, cioè di Cassazione, dieci con funzioni giudicanti e quattro con funzioni requirenti, cioè pubblici ministeri,  dopo la decisione del Parlamento che in seduta comune ha completato la composizione del Consiglio superiore della magistratura, attraverso la votazione ed elezione degli otto membri laici, alla fine di settembre si avrà quindi un nuovo plenum e sopratutto un nuovo vice presidente.

I componenti “laici” del Consiglio Superiore della Magistratura eletti sono l’ Avv. Emanuele Basile, il Prof. Avv. Alberto Maria Benedetti, l’ Avv. Stefano Cavanna, l’ Avv. Michele Cerabona , il Prof. Avv. Filippo Donati, l’ On. Avv. David Ermini, il Prof. Avv. Fulvio Gigliotti  ed il Prof. Avv. Alessio Lanzi.  

Tre dei componenti elettì del  nuovo del Csm sono in quota M5S  (Benedetti, Donati, Gigliotti). Due in quota alla Lega (Basile e Cavanna). Gli altre tre sono stati nominati a seguito delle indicazioni dei partiti dell’ opposizione.: Michele Cerabona e Alessio Lanzi, entrambi avvocati espressione di Forza Italia, e l’ ex responsabile giustizia del Pd Davide Ermini.

Una rappresentanza decisamente di centrodestra, che dovrebbe consentire l’elezione di un vicepresidente in linea alla maggioranza indicata dal governo. Quindi è facile prevedere che il nuovo vicepresidente cioè il numero due del presidente Mattarella, che prenderà il posto al Csm dell’ uscente Giovanni Legnini (Pd) dopo il 25 settembre, data di scadenza consiglio uscente, sarà un leghista o grillino. le voci sempre più ricorrenti indicano Guido Alpa, professore di diritto civile e “mentore” del premier Giuseppe Conte.

La composizione “togata” del Csm è composta da sedici magistrati che, per quattro anni  sospenderanno le rispettive attività nei vari tribunali e lavoreranno a palazzo dei Marescialli , dove dovranno vigilare ed amministrare la carriera dei colleghi. Eletti  magistrati con funzioni di legittimità: Piercamillo Davigo con 2522 voti e Loredana Miccichè con 1761  voti

I due più votati sono stati Marco Mancinetti di UNICOST, giudice al Tribunale di Roma, con 733 voti, e Paola Maria Braggion, di MAGISTRATURA INDIPENDENTE, giudice a Milano, con 720 voti.

Ecco chi sono i neo eletti:  Sono 5 i componenti di UNICOST che non varia il suo “peso” numerico (Gianluigi Morlini, giudice del Tribunale di Reggio Emilia, 651 voti; Michele Ciambellini, giudice Napoli, 598 preferenze;  Concetta Angela Roberta Grillo, presidente di sezione al tribunale di Caltagirone, che ha avuto 522 voti; Luigi Spina, pm a Castrovillari.) ed altrettanti quelli di  MAGISTRATURA INDIPENDENTE che conquista 5 posti, due in più rispetto all’ultima legislatura,  (Corrado Cartoni, giudice a Roma, che ha ottenuto 614 voti ; Paolo Criscuoligiudice a Palermo, 540 voti; Antonio Lepre, pm a Paola con 1997 voti ).  4 eletti per AREA che vede quasi dimezzata la sua quota di eletti al Csm (Giuseppe Cascini pm del processo Mafia Capitale ed ex segretario dell’Anm con 1928 voti, Alessandra Dal Moro, giudice a Milano, con 589 voti; Mario Suriano giudice a Napoli, 567 voti; Giovanni Zaccaro, giudice a Bari, che ha avuto 671 voti),  2 soli membri per  AUTONOMIA E INDIPENDENZA, la corrente di Piercamillo Davigo, che  guadagna uno passando quindi a due,  (fra cui lo stesso Piercamillo  Davigo) e  Sebastiano Arditta attuale procuratore aggiunto a Catania, con 1291 voti.

Il nuovo consiglio si insedierà il prossimo 25 settembre. E sono già in molti i dirigenti e funzionari a preoccuparsi dei nuovi equilibri, rischiando di dover lasciare i propri incarichi, a partire dall’addetto stampa del Csm , notoriamente persona di fiducia del vice presidente uscente Legnini e “simpatizzante” della sinistra.

 

 

 

 




Il Parlamento ha eletto gli 8 componenti laici del Csm. Antonini giudice costituzionale

ROMA – Il Parlamento in seduta comune ha eletto gli otto membri laici del Consiglio superiore della magistratura. Si tratta di Alberto Maria Benedetti, Filippo Donati, Fulvio Gigliotti, Stefano Cavanna, Emanuele Basile, Alessio Lanzi, Michele Cerabona e David Ermini. Luca Antonini  55 anni, professore di diritto costituzionale a Padova, che è stato uno dei principali consulenti del Governo e del Parlamento in materia di federalismo, è stato eletto giudice della Corte costituzionale con 685 voti.

Si conclude quindi un lungo periodo di vacatio alla Consulta che perdurava dal 7 novembre del 2016, quandoSi conclude quindi un lungo periodo di vacatio alla Consulta che dura dal 7 novembre del 2016, quando Giuseppe Frigo nominato dal Parlamento in quota al centrodestra, rassegnò le sue dimissioni. La   Corte Costituzione rimasta per 618 giorni senza plenum,   si avvicina quindi al record di 623 giorni, detenuto dalla fine del mandato di Vincenzo Caianiello al giuramento del suo successore Annibale Marini, nel periodo che trascorse dal 23 ottobre 1995 e al 9 luglio 1997. Il Presidente della Repubblica Mattarella, aveva più volte sollecitato ed  “invitato” il Parlamento a compiere il proprio dovere ritenendolo  un adempimento “urgente  per  il funzionamento del nostro sistema istituzionale“,

Nove giorni quindi dopo l’elezione dei 16 membri togati effettuata dai magistrati, il Parlamento votando gli otto membri laici ha completato la composizione del Consiglio superiore della magistratura . Tre dei membri eletti dal parlamento del Csm sono in quota M5S, che ha fatto votare online i candidati sulla piattaforma Rousseau (Benedetti, Donati, Gigliotti) e  due in quota Lega (Cavanna e Basile). Indicati dalle opposizioni. Michele Cerabona e Alessio Lanzi, entrambi avvocati indicati da Forza Italia, e  Davide Ermini, ex responsabile giustizia del Pd.

La scorsa settimana nella seconda conclusiva  giornata di scrutini in Cassazione per i 16 nuovi togati destinati a entrare dal 25 settembre a palazzo dei Marescialli, nella lista dei 10 giudici eletti,  bocciati sia Mara che Pepe della componente di Piercamillo Davigo eletto al Csm con 2.522 voti, con un netto successo delle toghe di Magistratura indipendente, che  porta il suo gruppo dagli attuali 3 a 5 rappresentanti togati,  eleggendo e portando al Csm tre componenti (Braggion, Criscuoloi, Cartoni), i quali si aggiungono al giudice della Cassazione eletta ieri (Micciché) e al pm Lepre sostenuto dall’attuale deputato Cosimo Maria Ferri (Pd) , nella veste di ex segretario della corrente più conservatrice e di destra della magistratura.

La composizione “togata” del Csm composta da 16 magistrati che  sospendono il loro lavoro nei tribunali per quattro anni, trasferendosi al lavoro a Palazzo dei Marescialli  sede del Consiglio superiore della magistratura  amministrando e disciplinando le carriere ed operato dei colleghi. Questi gli equilibri. 5  i componenti di Unicost e  5 quelli di Magistratura Indipendente, 4 quelli di Area, 2 i “davighiani” . Una maggioranza decisamente di centrodestra, che potrebbe favorire l’elezioni di un vicepresidente omogeneo alla maggioranza attualmente al governo. Probabilmente  il  “numero due” del presidente Mattarella sarà di estrazione leghista o grillina.

Il Consiglio superiore della magistratura adesso ha tempo fino al 25 settembre  data di scadenza del precedente Csm,  può passare alla designazione del nuovo vicepresidente che andrà a sostituire l’uscente Giovanni Legnini. Sempre più attendibili le voci di palazzo che insistono su Guido Alpa, professore di diritto civile e “mentore” dell’attuale presidente del consiglio  Giuseppe Conte.

 




Anche il Csm svolta a destra: Davigo stravince alle elezioni

Piercamillo Davigo

ROMA  -Svolta a destra al Consiglio superiore della magistratura,  organo di autogoverno delle toghe . Mentre lo spoglio non è ancora finito, il ribaltone elettorale non appare meno sorprendente e travolgente di quello politico del 4 marzo. Alla Corte di Cassazione, dove si conquistano i due seggi più prestigiosi e autorevoli, sono state sconfitte le correnti di Unicost (centro) e Magistratura democratica e Movimento per la giustizia (sinistra). Dilagante il successo in termini di preferenza per Piercamillo Davigo, ex pm del “pool Mani Pulite“.

Inizialmente partito come “outsider” a capo di Autonomia e Indipendenza  corrente che ha fondato in polemica con la degerazione delle altre, si è classificato primo degli eletti ottenendo 2522 voti . Il secondo seggio della Cassazione è andato con 1761 preferenze a Loredana Micciché di Magistratura Indipendente, corrente tradizionalmente più conservatrice. Restano esclusi i candidati Carmelo Celentano (Unicost ) con 1714 voti  e Rita Sanlorenzo di Magistratura democratica , fermatasi a 1528 preferenze.

A questa elezione farà seguito domani lo spoglio che riguarda i 10 posti da giudice, quindi a seguire lo spoglio che riguarda i pubblici ministeri4 i consiglieri da eleggere. I magistrati hanno votato sabato e domenica scorsa per rinnovare la componente “togata” del Csm, mentre giovedì prossimo 19  luglio si svolgerà la prima seduta del Parlamento per eleggere gli 8 componenti laici. Una elezione che proprio alla luce del voto del 4 marzo potrebbe causare una rivoluzione nella composizione del Consiglio: 3 degli eletti saranno in quota M5S (tra cui il vicepresidente), 2 alla Lega (che in cambio otterrebbe un proprio giudice-rappresentante alla Corte Costituzionale), due al Pd e soltanto uno per Forza Italia.

Le due correnti vincitrici sono quelle più aperte al dialogo con la maggioranza gialloverde che guida il Governo in carica. Quando nella fase più drammatica della crisi conseguente alle elezioni politiche, le due correnti si erano rifiutate di sottoscrivere un documento di solidarietà nei confronti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo che Luigi Di Maio aveva annunciato di voler chiedere al Parlamento la sua messa in stato di accusa.
Nella mattinata di ieri  prima dell’ufficialità dell’elezione di Davigo e Miccichè, anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si era espresso  con parole chiare sulla elezione dei consiglieri del Csm. : “Nella scorsa legislatura persone degnissime hanno fatto un salto dal governo in carica direttamente al Csm, non si era mai visto. E anche su questo ci sarà ora discontinuità. Il riferimento fatto dal Guardasigilli è all’attuale vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini, il quale era sottosegretario nel governo Renzi allorquando venne eletto membro “laico” di Palazzo dei marescialli.
Il Guardasigilli Bonafede ha tenuto a precisare che  “Il mio non è stato un attacco personale a Legnini, – ha detto il ministro – che ha lavorato benissimo e ho già avuto modo di esprimergli il mio apprezzamento, mi sono limitato a sottolineare la prassi avviata dal governo precedente di portare all’interno del Csm . Sono stati fortunati perché Legniniè una persona seria ma si tratta di una prassi spregiudicata per chi vuole tutelare il confine tra i diversi poteri dello Stato”. Davanti ai senatori, il ministro Bonafede aveva anche parlato di “sottosegretari del governo nella scorsa legislatura per caso intercettati mentre mandavano messaggi ai magistrati su cosa votare al Csm”, assicurando anche rispetto a casi del genere “discontinuità” .

Il successo elettorale  di Davigo infatti, ha fatto saltare il banco dei giochi tra le altre cordate “sindacali” che concorrono per entrare nel parlamento delle toghe. Ognuno ha qualche motivo di astio nei confronti di Autonomia e Indipendenza, il  gruppo di Davigo,  considerato di destra e vicino al M5S , che  ha diviso da un lato i conservatori di Magistratura Indipendente, la componente guidata da Cosimo Ferri, già sottosegretario alla giustizia , molto abile nel trasformismo politico  passando da Berlusconi a Enrico Letta, per poi approdare al governo Renzi, che è stato molto criticato dall’ex magistrato del pool di Mani Pulite.

Autonomia e Indipendenza  ha sottratto anche voti ai moderati di Unicost ed infine ha impedito alla “sinistra” di Area di arrivare ai due seggi riservati alla Cassazione considerati prestigiosissimi,  che aveva sempre raggiunto. Chiaramente non manca anche una certa invidia per l’esposizione mediatica di Davigo molto richiesto e presente nei talk televisivi. Ma anche lo “scherzetto” fatto ai colleghi quando era presidente dell’Anm , quando appena si dimise, si collocò all’opposizione.

I giochi che “contano” si faranno solo dopo l’elezione dei membri laici delI giochi veri però arriveranno solo con l’elezione dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura attualmente guidato dal vicepresidente Giovanni Legnini, che decadrà il prossimo 25 settembre. Infatti entro la fine di luglio in Parlamento maggioranza e opposizione dovranno indicare gli 8 membri da nominare ed al momento sembra che l’assegnazione della vicepresidenza andrà a un esponente del Movimento Cinque Stelle, e  la Lega dovrebbe ottenere in cambio il semaforo verde per  un giudice costituzionale indicato nella figura del professor Luca Antonini, considerato il “padre” del federalismo fiscale.

Una sorpresa potrebbe arrivare da Forza Italia che dovrebbe indicare a Palazzo dei Marescialli un senatore, lasciando libero un posto per il rientro al Senato di Silvio Berlusconi. Un puzzle quasi diabolico in cui  dopo la riabilitazione del Tribunale di Milano, ed incredibilmente grazie al Csm,  Berlusconi potrebbe rientrare in carica .

Adesso quindi il Csm, rischia di diventare un ring di boxe per magistrati,  su cui Davigo, nonostante il proprio prestigio personale, grazie ai trascorsi di magistrato del pool milanese di “Mani Pulite” ed il paradosso di essersi candidato in gioventù nel Msi di Giorgio Almirante in Lomellina,  è stato a lungo definito “una toga rossa”, potrebbe rischiare incredibilmente di trovarsi in minoranza. In un Csm che dovrà più che altro pilotare “il traffico” dei magistrati, considerando che in questi 4 anni sono state fatte 1000 nomine sulle 1.200 a disposizione.  E quindi c’è ancora tempo.

 

 




Il presidente della Cassazione "spacca" in due il Consiglio Superiore della Magistratura

di Antonello de Gennaro

ROMA –  Non ha certamente usato la diplomazia il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio quando ha preso la parola per contestare (giustamente secondo noi)  la decisione adottata mercoledì dal plenum del Consiglio superiore della magistratura di riesaminare la valutazione di professionalità del dott. Giuseppe Neri, con una votazione che ha letteralmente “spaccato” in due il Csm.

il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio

“Il giudice Neri fa il presidente di sezione? Ma se non ha neppure le qualità per fare il magistrato. Ma di che cosa stiamo parlando? Questo è un caso clamoroso!” ha detto Canzio .  Il magistrato Neri attualmente in servizio presso il Tribunale di Catanzaro, nominato nel 2007 magistrato di sorveglianza del Tribunale di Catanzaro, dal 2015 ,era stato successivamente confermato nell’incarico semidirettivo anche per il quadriennio successivo,  e doveva essere valutato per conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità arrivato all’apice della sua carriera .

La motivazione sulla valutazione “negativa” espressa dal Csm

CsM_caso Giuseppe Neri

La sezione disciplinare del Csm però lo aveva sanzionato con una semplice “censura” a seguito dei suoi ingiustificabili vergognosi  ritardi nel deposito delle sentenze, effettuate anche con ritardi di oltre cinque anni. La sanzione che se da un lato gli aveva impedito il raggiungimento dell’agognata settima valutazione di professionalità, non gli aveva però impedito di ottenere l’importante nomina a presidente di sezione penale del Tribunale di Catanzaro.

Siamo di fronte a un deficit di diligenza così clamoroso da rasentare il dubbio che non vi sia anche il deficit di altri elementi presupposti per rivestire la qualità di magistrato!  Si sta discutendo di un magistrato– ha tuonato Canzio nel silenzio glaciale del plenum contrariato dalla volontà manifestata di rivalutarne la valutazione –  che si presenta con oltre cinque o sei anni di ritardo in decine e decine di sentenze, con picchi di ritardo che rasentano i duemilaquattrocento giorni per numerose sentenze: la media dei tempi con cui deposita è di milletrecento giorni!»”   .

il presidente Canzio e Giovanni Legnini all’inaugurazione dell’ anno giudiziario in Cassazione

Condivisibile l’invito dal presidente della Corte di Cassazione ad una riflessione rivolto a tutti i componenti  il Plenum. “Proviamo ad uscire da questa sala e mettiamoci nei panni della comunità, delle parti, dei difensori, di coloro che attendono la sentenza. Mi ha colpito il fatto che una di queste sentenze riguardava un’opposizione all’esecuzione che durava da cinquantuno anni e Neri è stato capace di depositarla dopo 2435 giorni!” ha detto Canzio  al plenum del Csm  “Di fronte a questo quadro, è uno scandalo persino che sia diventato presidente di sezione!” non condividendo che cosa voglia ancora accertare il Csm.

“Un ritorno in Commissione della pratica è inutile – ha poi concluso il presidente Canzio nel suo intervento – servirebbe solo per evidenziare che questi ritardi sono scandalosi“.

Le rigorose e giuste affermazioni espresse dal primo presidente della Corte di Cassazione, da sempre molto duro nei confronti di quei magistrati che depositano le sentenze con ritardi ” record”,  nei confronti del comportamento di Neri, hanno ricordato  come questo magistrato “abbia esposto lo Stato italiano alla possibilità di essere censurato dalla Corte dei diritti dell’uomo per la violazione della ragionevole durata del processo”, come era stato evidenziato nella motivazione (un pò deboluccia…..) della sanzione disciplinare della “censura” applicata a suo carico:

Ma una risicata maggioranza del plenum del Csm di 13 voti trasversali fra le correnti della magistratura a partire dal consigliere Massimo Forciniti di Unicost, per arrivare al togato Lucio Aschettino di Magistratura democratica, ha reso possibile che adesso il Neri avrà incredibilmente persino la possibilità di essere nuovamente valutato con buone possibilità, quindi, di conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità. Contro la possibilità di una seconda possibilità di valutazione a Neri, 11 voti fra i quali anche quello del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini che notoriamente non vota quasi mai astenendosi .

Il presidente Canzio da noi avvicinato a margine del plenum ha detto laconicamente “nelle carte è contenuta la vergogna dell’operato di questo giudice, non aggiungo altro perchè semplicemente c’è poco o nulla da aggiungere ai fatti che sono documentati”. Altri consiglieri invece si soffermavano su un quesito rimasto a margine. Dov’ erano  i vertici degli uffici giudiziari di Catanzaro in questi anni quando il Neri “collezionava” scandalosi ritardi da record ?

E sopratutto aggiungiamo noi, sulla base di quali elementi avevano sempre espresso valutazioni lusinghiere sul loro collega ? Come faranno d’ora in poi i componenti del Csm a sanzionare giudici ritardatari dopo un caso (e sopratutto una votazione) del genere E poi qualcuno si lamenta della politica..!




Eugenio Albamonte è il nuovo presidente dell’Anm

Il sostituto procuratore della repubblica di Roma, Eugenio Albamonte è il nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Il passaggio di consegne con il precedente incaricato  Piercamillo Davigo è stato ufficializzato nella riunione del Comitato direttivo centrale dell’Anm, che contestualmente ha rinnovato anche le altre cariche all’interno della Giunta, poche ore dopo il sì della Camera dei Deputati alle nuove norme su toghe e politica. E per destino proprio lunedì mattina è prevista alla sezione disciplinare del Csm. l’udienza sulla vicenda di Michele Emiliano . Un incastro di concomitanze impegnative se non proprio uno strano scherzo del destino.

Vicepresidente è Antonio Sangermano di Unicostattuale procuratore per i minori di Firenze, precedentemente  pubblico ministero a a Milano, dove ha sostenuto l’accusa nel processo Ruby. L’incarico di segretario generale è andato al consigliere della Corte di Appello a Napoli, Edoardo Cilenti rappresentante di Magistratura Indipendente . La nuova Giunta dell’ ANM rimarrà in carica per un anno. L’incarico di vicesegretario generale sarà di Francesco Valentini di Autonomia e Indipendenza, attualmente giudice del Tribunale di Latina. In Giunta entrano anche Silvia Albano di Area, giudice della prima sezione civile del Tribunale di Roma, Stefano Buccini pm a Venezia, Rossana Giannaccari di Unicost, giudice della prima sezione civile del tribunale di Lecce, Tommasina Cotroneo di Unicost, consigliere della Corte di Appello di Reggio Calabria, e Michele Consiglio di Autonomia e Indipendenza, giudice al Tribunale di Siracusa. Un gruppo equilibrato, ma che sarà chiamato a dover affrontare le  divergenze che l’uscita  di Davigo renderà assai meno tollerabili.

Eugenio Albamonte è del ’67,  veneziano, e in magistratura dal ’95,  appartiene al gruppo di Area, il cartello delle toghe di sinistra di Magistratura Democratica e Movimento per la giustizia. .  Proprio la storica corrente di “sinistra” è assai meno preclusiva sulla partecipazione dei colleghi al dibattito pubblico, tanto da aver sostenuto il No al referendum. Area, edin particolare  Md , sono i soggetti  più disponibili  dell’associazionismo giudiziario, ad aperture agli avvocati nei Consigli giudiziari, e spingono per dialogare con i sindacati degli amministrativi mentre diffidano di certi eccessi polemici nei confronti del Csm.

Da otto anni è pubblico ministero  alla  procura di Roma, specializzato in indagini su crimini informatici e cyberterrorismo, nell’utilizzo a fine investigativo di strumenti informatici e trojan e nella collaborazione internazionale finalizzata al contrasto di questo tipo di reati. Il suo nome è strettamente  legato alla recente inchiesta sui fratelli Occhionero, accusati di una colossale operazione di cyberspionaggio. Albamonte nel  suo intervento al Comitato direttivo centrale dell’ ANM.  si è soffermato sul mondo dell’informatica e del web con tutte le grandi innovazioni ad esse collegate.

Che la presidenza dell’ Associazione Nazionale Magistrati dovesse toccare a tutte e quattro le correnti ( le altre due sono e Unicost e appunto Magistratura indipendente)  un anno ciascuno  è stabilito sin dall’ aprile 2016. Dopo un anno di incessanti incursioni mediatiche di Davigo, e di continui attacchi sferrati alla politica (che “nemmeno si vergogna più di rubare”), dare seguito al programma oggi sicuramente non è impresa facile.

“La politica dia risposte sui grandi temi dei nuovi diritti, dal fine vita alla stepchild adoption, al fenomeno dell’immigrazione” chiede il nuovo leader  dell’Anm sottolineando che “il legislatore è chiamato a dare risposte che però non arrivano. Le domande dei cittadini, invece, ci sono e il giudice non può non rispondere. Si crea quindi un corto circuito perché la politica poi non accetta la soluzione scelta dal giudice. La Magistratura così rischia di essere delegittimata perché la politica non dà risposte”. Il leader del sindacato delle toghe, dunque, sottolinea che “non vogliamo fare supplenza, il legislatore faccia il suo ruolo, vogliamo norme da applicare“.

il neopresidente dell’Anm  rispondendo ad una domanda sul post del pm di Trani Michele Ruggero, affidato al social network Facebook ed amplificato dal blog di Beppe Grillo : Sicuramente tra le varie cose che l’Anm dovrà fare – ha detto  Albamonte – è un po’ di training ai colleghi sull’uso dei social network, nel senso che bisogna stare molto attenti perché sembra a volte una dimensione privata ma in realtà privata non è” ed ha aggiunto “Il costume del magistrato, per quelli che sono i parametri etici e deontologici, e anche dell’Associazione, presuppongono che il magistrato possa dire qualunque cosa purché si esprima con toni corrispondenti alla dimensione professionale e alla serietà. Qualsiasi tesi  può essere liberamente sostenuta dal magistrato e non credo l’Anm o altri organismi possano censurare nel merito. Il problema è come si rappresentano le cose, allora forse un pò più di attenzione bisogna farla. Salvo il fatto che ci sono poi alcune persone che si rivolgono direttamente agli organi di stampa facendo lettere aperte: lì non c’è neanche un problema di educazione all’uso del social network…“.




Anm, crollo delle toghe rosse. La magistratura svolta a destra.

La magistratura vira a destra, rispetto alle passate elezioni e nonostante un aumento della complessiva affluenza elettorale, il crollo è di quasi 500 voti persi . Ottima è la performance di Unità per la Costituzione (Unicost), la corrente del presidente uscente, Rodolfo Sabelli, che si conferma con circa 2.512 voti, primo gruppo associativo all’interno dell’Anm.

nella foto il pm Rodolfo Sabelli

nella foto il pm Rodolfo Sabelli

Ottimo risultato quello del magistrato Piercamillo Davigo, pm di punta dello storico pool milanese “Mani pulite“, passato fare il giudice presso la Corte di Cassazione è il padre fondatore della “pragmatica” Autonomia e indipendenza, nata da una scissione di Magistratura indipendente, la corrente di centrodestra e più corporativa dell’Anm.

nella foto piercamillo davigo

nella foto il Giudice di Cassazione Piercamillo Davigo

E’ questo il verdetto delle urne della magistratura, dopo le votazioni  per l’elezione dell’Anm svoltesi fino a martedì pomeriggio, e dalle quali sta emergendo una magistratura diametralmente opposta da quella degli ultimi anni.   Un successo nient’affatto scontato viste le critiche che, da destra, si erano levate contro la guida del presidente uscente Rodolfo Sabelli e della sua giunta (solo Magistratura indipendente all’opposizione), considerata troppo “morbida”  nei confronti della politica del Governo Renzi.

La competizione elettorale ha portato alla fine a questi risultati: al primo posto i magistrati di Unità per la Costituzione (2250 voti), al secondo Area (1850), al terzo posto Magistratura indipendente (1650). Al quarto posto i fuoriusciti da Magistratura indipendente (MI), raccoltisi sotto la sigla Autonomia e Indipendenza, che racimolano 1200 voti e che ha visto però il proprio leader, Piercamillo Davigo, considerato fino a poche ore prima in lizza per la presidenza dell’associazione magistrati, subire un clamoroso crollo di consensi proprio in Cassazione, ovvero dove svolge attualmente le funzioni di magistrato.

Per Davigo appena 24 voti, cioè gli stessi ottenuti della collega Paola D’Ovidio di Magistratura indipendente, venendo così scavalcato da Corrado Cartoni (32 voti) giudice del Tribunale di Roma (e vice segretario di MI) , e da Luigi Cuomo (66) e Francesco Minisci (47) esponenti di Unicost (35) e da Eugenio Albamonte di Area .

I magistrati “amici” di Davigo e di  Aldo Morgigni membro del Csm e gip del processo Fastweb-Telecom Sparkle, , ottengono un buon risultato a Napoli ma raccolgono risultati deludenti a Roma e Milano, foro  legale dove peraltro Camillo Davigo ha lavorato per anni e dove acquisì grande notorietà con l’inchiesta “Tangentopoli” . Area si conferma prima nei distretti di Milano, Brescia e in Corte di Cassazione.

La componente di Unicost, Unità per la Costituzione si afferma a Bari, Napoli, Roma dove registra un eccezionale risultato nel distretto di Catania. Magistratura indipendente ha sfondato a Genova e Trieste, e si è piazzato al secondo posto a Roma, Palermo e Firenze.

Il cartello elettorale “Area” che raccoglie Movimento per la Giustizia (la corrente del procuratore capo di Torino, Armando Spataro, e di Raffaele Cantone il  magistrato a capo dell’ ANAC l’ Autorità Nazionale AntiCorruzione ) e Magistratura democratica perde circa 500 voti e si piazza seconda a quota 1836.

E’ abbastanza difficile al momento capire su quali nuovi equilibri si possa disegnare la nuova giunta dell’Anm. La soluzione di una presidenza di Piercamillo Davigo, molto accreditata sino poche ore dello spoglio conclusivo del voto, viene adesso messa in forte dubbio a causa del risultato finale delle urne, che assegna 13 seggi a Unità per la Costituzione, 9 seggi ad Area, 8 seggi a Magistratura indipendente, 6 seggi ad Autonomia e indipendenza . Infatti appare difficile immaginare che, dopo il grande risultato della corrente di “Unità per la Costituzione” questa possa cedere il vertice ad altri.

Ancora  qualche giorno e si capirà chi guiderà l’ associazione nazionale dei magistrati.