A Palazzo Chigi rubano persino il disinfettante

ROMA – Non si può stare tranquilli neanche a Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dove rubano il disinfettante per le mani come racconta un articolo del quotidiano il Messaggero.

A pochi passi dal salone dove si tiene il Consiglio dei Ministri all’interno di Palazzo Chigi, accanto a un flacone di disinfettante per le mani c’è un cartello su cui è scritto: ”è vietato riempire contenitori personali dal dispenser”.

Nei palazzi ministeriali romani gli impiegati incredibilmente sono costretti a tenere nei cassetti i rotoli di carta igienica, in quanto quella fornita dalla pubblica amministrazione non resiste nei bagni per più di qualche ora: chi la porta via?

Fa un certo effetto apprendere che nel cuore delle istituzioni qualcuno possa rubare gel igienizzante, che non rimane un caso isolato, considerato che le cronache parlamentari racconta che nella vicina Camera dei Deputati, già ai primi tempi dell’epidemia, era sparita l’Amuchina dalle toilette. 




L’ Italia riparte. Speriamo bene…

ROMA – E’ stato firmato oggi alle 18.15 dal presidente del consiglio l’ennesimo Dpcm, cioè decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri, che si compone di 21 pagine (che diventano 141 con gli allegati) e, oltre alla firma del Premier Conte, porta quella di Roberto Speranza, ministro dela Salute.  che indica le riaperture a partire dal 18 maggio, nell’ambito della “fase 2” della lotta all’epidemia Covid19.

Giuseppe Conte nella conferenza stampa nel cortile di Palazzo Chigi

Il Governo, d’intesa con le Regioni (ad eccezione della Regione Campania) , consente l’apertura delle attività produttive, lasciando però una delega alle Regioni e alle province autonome che «possono stabilire una diversa data in relazione all’andamento della situazione epidemiologica nei propri territori». Il provvedimento di Palazzo Chigi conferma il calendario delle riaperture a partire dal 18 maggio 2020 fino al 15 giugno 2020 di cui il premier aveva parlato nella conferenza stampa di sabato sera.

Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, ospite in tv della trasmissione “In mezz’ora in più” di Lucia Annunziata , ha preso le distanze dal Governo precisando infatti di non aver firmato l’accordo Stato-Regioni  “perché sulle linee generali della sanità serve il parere del ministero della Salute, le responsabilità delle norme di sicurezza non possono essere scaricate sulle Regioni“. De Luca attende decisione governativa che per poter emettere la sua ordinanza con la quale accogliere le misure nuove, pure concordate con le Regioni, e che dovrebbero entrare in vigore domani.

De Luca parlando della riapertura delle frontiere il 3 giugno, ha commentato: “Non so che significa ‘liberare tutti’, io ragionerò il 2 giugno sera vedendo la situazione epidemiologica reale”. Il presidente campato ha quindi lodato la “straordinaria efficienza” della Campania, che durante l’emergenza ha anticipato decisioni del governo.

Vincenzo De Luca. Governatore della Regione Campania

La Campania viene rapinata ogni anno di 300 milioni di euro dallo Stato

“La Campania è la Regione d’Italia che ha meno risorse fra tutte le Regioni nel fondo sanitario nazionale“, ha aggiunto il governatore. “Non tutti sanno – ha aggiunto – che la Campania riceve pro capite ogni anno 45 euro in meno rispetto a un cittadino del Veneto, 40 euro in meno della Lombardia, 60 euro in meno rispetto all’Emilia Romagna, 30 euro in meno rispetto al Lazio. La Campania viene rapinata ogni anno di 300 milioni di euro dallo Stato centrale”.

Gli ultimi ad aprire sulla base delle norme contenute nel decreto, saranno i cinema ed i teatri , per i quali rimarranno i vincoli anti-assembramento di massimo 200 persone negli spazi chiusi e mille all’aperto, salvo eventuali deroghe adottate da norme regionali.

Il nuovo decreto stabilisce all’articolo 1 che chi ha un’infezione respiratoria caratterizzata da una febbre maggiore di 37,5 gradi «deve rimanere presso il proprio domicilio» e contattare il proprio medico curante. Il Dpcm stabilisce inoltre anche che che anziani e malati cronici debbano restare a casa «salvo necessità».

Il Dpcm dà anche semaforo verde per quanto riguarda i DPI, cioè i dispositivi di protezione individuale, per la popolazione in genere a quelle fatte in casa, sartorie ecc. . Indossare una mascherina diventa obbligatorio nei luoghi pubblici chiusi e sui mezzi di trasporto, salvo eventuali diverse indicazioni più restrittive previste dagli enti locali territoriali . Il premier  durante la conferenza stampa del 16 maggio, aveva già spiegato che non è necessario indossarla all’aperto, se non ci si trova in un contesto affollato. Inoltre I bambini al di sotto dei sei anni, non devono indossare la mascherina

Cosa cambia per i bar e ristoranti

Le attività delle strutture ricettive vanno svolte a condizione che venga garantito il mantenimento del distanziamento sociale, assicurando negli spazi comuni la distanza interpersonale di sicurezza di un metro  con le linee guida, i protocolli e le linee guida adottati dalle regioni, funzionali a prevenire o ridurre il rischio di contagio, tenuto conto delle diverse tipologie di strutture ricettive.

I protocolli o linee guida riguardano in ogni caso: 1) le modalità di accesso, ricevimento, assistenza agli ospiti; 2) le modalità di utilizzo degli spazi comuni, fatte salve le specifiche prescrizioni adottate per le attività di somministrazione di cibi e bevande e di ristorazione; 3) le misure igienico-sanitarie per le camere e gli ambienti comuni; 4) l’accesso dei fornitori esterni; 5) le modalità di svolgimento delle attività ludiche e sportive; 6) lo svolgimento di eventuali servizi navetta a disposizione dei clienti; 7) le modalità di informazione agli ospiti e agli operatori circa le misure di sicurezza e di prevenzione del rischio da seguire all’interno delle strutture ricettive e negli eventuali spazi all’aperto di pertinenza. 

Sale scommesse, bingo, discoteche, centri benessere e i centri culturali restano chiusi

Restano sospese le attività anche dopo il 18 maggio di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e “locali assimilati” . Lo stesso vale anche per le discoteche e le sale da ballo.

Rimangono sospese le attività di centri benessere, centri termali (ad eccezione dell’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza), centri culturali e sociali. 

Con le misure di prevenzioni il numero massimo di spettatori sarà di 1.000 persone per gli spettacoli all’aperto e di 250 per ogni singola sala (con mascherina e senza vendita di popcorn o bibite). Restano sospese “le attività che abbiano luogo in sale da ballo e discoteche e locali assimilati, all’aperto o al chiuso, le fiere  e i congressi“.

Confermata la sospensione dei servizi educativi e delle attività in presenza delle scuole di ogni ordine e grado, fino a università e master, dal 20 maggio potranno riprendere i corsi e le prove per le patenti di guida.

Ecco come si viaggia

Non sono soggetti ad alcuna limitazione a decorrere dal 3 giugno 2020, fatte salve le limitazioni disposte per specifiche aree del territorio nazionale nonché le limitazioni disposte in relazione alla provenienza da specifici Stati e territori,  gli spostamenti da e per i seguenti Stati: a) Stati membri dell’Unione Europea; b) Stati parte dell’accordo di Schengen; c) Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del nord; d) Andorra, Principato di Monaco; e) Repubblica di San Marino e Stato della Città del Vaticano. 

Dal 3 al 15 giugno 2020, restano vietati gli spostamenti da e per Stati e territori diversi da quelli indicati salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute. Resta in ogni caso consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.

Previsto un isolamento fiduciario per chi arriva dall’estero prima del 3 giugno

Chi arriva in Italia dall’estero prima del 3 giugno ad esempio per motivi di necessità e urgenza, oppure di salute, dovrà sotoporsi a 14 giorni di isolamento fiduciario anche se è asintomatico e anche se è arrivato a bordo della propria auto privata. Nel Dpc si legge che tali persone, “sono obbligate a comunicare immediatamente al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per territorio il loro arrivo e «sono sottoposte alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario per un periodo di quattordici giorni presso l’abitazione o la dimora preventivamente indicata».

Messe e funzioni religiose dal 18 maggio

L’accesso in chiesa, in sinagoga e negli altri luoghi di culto è consentito solo a condizione del rispetto della distanza di almeno un metro e di una serie di disposizioni volte a evitare assembramenti e contatti a rischio. Nel testo definitivo del provvedimento sulle riaperture si legge che “Le funzioni religiose con la partecipazione di persone, si svolgono nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal governo e dalle rispettive confessioni».

Per quanto riguarda le messe cattoliche, i fedeli potranno accedere solo se muniti di mascherina, secondo percorsi differenziati di entrata e uscita e una volta entrati dovranno rimanere nel posto a loro assegnato, rispettando la distanza minima di un metro l’uno dall’altro.

Sarà quindi il sacerdote ad avvicinarsi per l’eucaristia, lasciando scivolare l’ostia nelle mani di chi la richieda. Vietato ogni contatto fisico tra le persone raccolte in preghiera, compresa la stretta di mano come segno di pace. Le chiese dovranno essere sanificate quotidianamente, e più volte al giorno nel caso in cui ospitino più di una funzione.

Dal 25 maggio potranno riaprire anche palestre e piscine, ma le Regioni potranno anticipare o posticipare le aperture. Tra le nuove regole fissate, un metro di distanza nelle docce, l’obbligo di disinfettare sdraio, lettini e ombrelloni ad ogni cambio di persona o nucleo familiare, la possibilità di misurare la temperatura a tutti, una “densità di affollamento” in vasca calcolata con un indice di “7 metri quadrati di superficie a persona“. Stesso spazio deve essere garantito nelle aree solarium. E per chi vuole andare in spiaggia, 10 metri quadrati per ombrellone e almeno 1 metro e mezzo di distanza tra i lettini.




La Relazione annuale dell’Intelligence italiana al Parlamento

ROMA – La presentazione della “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, curata dal Comparto Intelligence e relativa all’anno 2019, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata introdotta ed illustrata dal Direttore generale del DIS, Generale Gennaro Vecchione .

La Relazione annuale 2019 è stata presentata dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dal Direttore generale del Dis, alla presenza dei Ministri del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), dei componenti del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), dei Vertici delle Forze di Polizia e delle Forze Armate e dei Direttori di AISE e AISI.

La riforma del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica Italiana (SISR), introdotta dalla Legge 124 del 3 agosto 2007, prevede che il Governo riferisca ogni anno al Parlamento, con una Relazione non classificata, sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti nel corso dell’anno precedente.

La prima Relazione annuale dell’Intelligence è stata pubblicata nel 2007 (anno della riforma dell’Intelligence). Anche quest’anno si presenta con una nuova veste più attuale, pensata per consentire una migliore diffusione dei contenuti, e valorizzare le nuove infografiche e la cartografia geo-tematica e geo-politica.

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il Direttore Generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, Gennaro Vecchione, il Direttore dell’AISE, Luciano Carta, e il Direttore dell’AISI, Mario Parente, alla presentazione della “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, curata dal Comparto Intelligence e relativa all’anno 2019

La Relazione relativa all’anno 2019 è costituita da quattro blocchi:

  1. una “premessa” che delinea le maggiori sfide con cui l’intelligence è stata chiamata a confrontarsi nello svolgimento della propria missione di tutela della sicurezza nazionale;
  2. gli “highlights”, una lente di ingrandimento sui principali risultati info-valutativi;
  3. un corpo centrale, quest’anno articolato in cinque capitoli, rispettivamente dedicati agli “scenari geopolitici, minacce all’economia nazionale e al sistema paese”, “terrorismo jihadista”, “immigrazione clandestina”, ed infine “eversione ed estremismi;
  4. il “Documento di Sicurezza Nazionale”, dedicato allo stato della minaccia cibernetica (ambiti e attori), e al potenziamento della resilienza cibernetica del Paese (5G, perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, evoluzioni dell’ecosistema cibernetico nazionale e gli sviluppi a livello europeo).
SINTESI BIS DIS

 




L’accoglienza delle persone migranti: modelli di incontro e socializzazione

di Paolo Campanelli

ROMA – “L’accoglienza delle persone migranti: modelli di incontro e socializzazione” a cura di Tiziana Grassi, edito dalla One Group Edizioni, è il titolo del libro presentato a Roma presso la Rappresentanza Italiana della Commissione Europea nel Palazzo dei Campanari.

Tiziana Grassi, nata a Taranto, vive e lavora a Roma come giornalista e ricercatrice, è stata autrice di programmi televisivi destinati agli italiani all’estero e consulente di programmi culturali per la Rai ed ha pubblicato numerosi volumi di saggistica ed interviste riguardo l’ emigrazione e l’ immigrazione.

L’evento culturale si è aperto con l’intervento di Ugo Ferruta, presidente del Movimento Federalista Europeo, a cui hanno fatto seguito gli interventi di Marco Damilano, direttore del settimanale L’Espresso, Giovanni Vetritto, Direttore Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Concetta Mirisola, direttore Generale INMP, Mario Morcone, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, Paolo Ciani, vicepresidente della Commissione Sanità della Regione Lazio,  e la curatrice dell’opera Tiziana Grassi.

Gli interventi sono stati moderati da Gian Matteo Sabatino della Comunità di Sant’Egidio; al termine della presentazione, a cui è stata affiancata l’esposizione del quadro “le carrette con i morti in mare” di Duilio Chilante accompagnata da un intermezzo musicale da parte del Maestro Andrzej Hanzelewicz . Il libro presentato si apre con una prefazione di David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo

Il libro ricco di interviste e testimonianze,  è il risultato di una collaborazione tra ventuno facoltà universitarie, dipartimenti, osservatori, centri di ricerca, e 47 tra fondazioni, istituzioni, Onlus e scuole, che hanno necessitato di un impegno costante durato quasi tre anni. Ogni tassello di questa collaborazione va a costruire una sfaccettata e varia analisi della situazione, naturalmente complessa in ogni sua parte, come anche dimostrata dalla pluralità e dalla tecnicità varietà, spesso diametralmente opposta, delle posizioni dei relatori.

 

 

 




Festa del Tricolore: domani a Roma celebrazione con Gabrielli

ROMA – L’ Ancri, Associazione insigniti al merito della Repubblica e la Polizia di Stato celebrano la “Festa del Tricolore” e rendono omaggio alla Bandiera con una solenne cerimonia alla Scuola Superiore di Polizia,  che si svolgerà domani alla presenza del capo della Polizia prefetto Franco Gabrielli. L’evento, introdotto e moderato dal prefetto Francesco Tagliente, nella veste di delegato ai rapporti istituzionali dell’Ancri, si aprirà con il saluto del presidente dell’Associazione Tommaso Bove, cui seguirà una comunicazione sull’uso, l’esposizione, la tutela e la conservazione del Tricolore di Enrico Passaro, capo ufficio del Cerimoniale di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

A seguire, sarà presentato un videoclip, commissionato dall’Ancri, sugli aspetti protocollari legati all’esposizione delle bandiere, destinato principalmente ai settori scolastico e associativo. La manifestazione vedrà la partecipazione della Banda musicale della Polizia di Stato, diretta dal Maestro Maurizio Billi, che eseguirà la Sinfonia da Nabucco e accompagnerà il tenore Francesco Grollo in “Nessun Dorma“, da Turandot. Il concerto terminerà con l’esecuzione dell’inno nazionale, raccontato, spiegato e analizzato musicalmente dallo storico Michele D’Andrea, che da anni si dedica alla divulgazione dei simboli della Repubblica attraverso una narrazione originale e mai scontata.

I lavori si concluderanno con un intervento del capo della Polizia Franco Gabrielli al quale poi sarà donato una copia del volume “Vestire gli Onori“, il primo manuale illustrato sull’uso delle decorazioni con le tenute civili e le uniformi, nell’edizione limitata realizzata per l’Ancri.




“Toghe sporche”. A processo tutti e 10 gli indagati per il caso Trani

Le indagini sono state coordinate dal procuratore di Lecce Leonardo Leone De Castris, e condotte dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone. I magistrati coinvolti nell’inchiesta sono Michele Nardi, Luigi Scimè ed Antonio Savasta che successivamente ha lasciato la magistratura.
Conclusasi questa prima parte dell’inchiesta, i magistrati della Procura di Lecce sono già al lavoro  per un secondo filone delle indagini, scaturito dalle dichiarazioni dell’imprenditore Flavio D’Introno ( in una prima fase coindagato ed adesso parte offesa) ma anche grazie alle deposizioni di altre presunte vittime della “cupola” dei magistrati di Trani, i quali dopo che, a gennaio, è scoppiato lo scandalo della “malagiustizia” nel Palazzo  di Giustizia di  Trani, si sono presentati a denunciare ulteriori fatti oggetto di reato.

il Tribunale di Lecce

    



Toghe sporche: Nardi pronto a parlare sul “Sistema Trani”

LECCE –   Anche l’ex gip Michele Nardi , attuale pm presso la Procura di Roma (e sospeso dal Csm) ha deciso di raccontare per la prima volta la sua verità sull’inchiesta della Procura di Lecce, condotta dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone sul cosiddetto “sistema Trani” per il quale è sottoposto a detenzione cautelare in carcere dal gennaio scorso con l’accusa di concorso in associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari oltre che, a vario titolo, di minacce, millantato credito, estorsione e truffa aggravata insieme all’ex pm di Trani Antonio Savasta, il quale oltre ad essersi dimesso dalla magistratura ha confessato la propria corruzione ai pm della procura salentina.

Michele Nardi

É stato lo stesso Nardi ad annunciarlo dopo mesi di silenzio, nel corso dell’udienza preliminare a carico di 10 indagati davanti al Gup del Tribunale di Lecce dr.ssa Cinzia Vergine . Insieme a Nardi e Savasta è imputato anche il giudice Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari. Le dichiarazioni di Nardi dovrebbe avvenire nell’udienza che si terrà domani 13 settembre. Nardi e Savasta furono arrestati nel gennaio scorso insieme con l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro. L’accusa è di avere pilotato sentenze e inchieste in cambio di mazzette quando erano in servizio a Trani.

Hanno chiesto di essere ammessi al rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, (a lato nella foto) che ha ammesso le proprie responsabilità, il giudice Luigi Scimé,  gli avvocati Ruggiero Sfrecola e Giacomo Ragno, e l’immobiliarista Luigi D’Agostino. L’avvocatessa barese Simona Cuomo (attualmente sospesa dalla professione), “pupilla dello studio dell’ Avv. Francesco Paolo Sisto di Bari (estraneo alla vicenda) , ha invece preferito attendere di essere esaminata domani in udienza preliminare,  per poter quindi poi decidere se ricorrere al rito abbreviato. Fra gli imputati compare anche Gianluigi Patruno, titolare di una palestra, l’ ispettore di polizia di Corato Vincenzo Di Chiaro (anch’egli ancora detenuto cautelarmente in carcere) e l’ ex cognato di Savasta, Savino Zagaria .

Sono state presentate 14 richieste di costituzioni di parte civile, tra le quali compare anche  la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il Ministero della Giustizia, l’Ordine degli avvocati di Trani, gli imprenditori coratini Paolo Tarantini e Flavio D’Introno (esclusivamente per le posizioni di Michele Nardi e Gianluigi Patruno).

L’imprenditore D’Introno è colui che ha dato il via con le sue dichiarazioni all’inchiesta giudiziaria, rimane indagato, ma la sua posizione é stata stralciata in altro procedimento dalla Procura di Lecce, così come quella del carabiniere Martino Marangia.

 




“La Grande Guerra dei Carabinieri” in mostra a Bari

di Valentina Rito

Immagini d’epoca, cimeli e documenti originali, con 22 pannelli illustrativi ricchi di suggestive immagini d’epoca. Questo e molto altro verrà esposto presso la mostra “La grande Guerra dei Carabinieri” che si svolgerà da martedì 4 a domenica 9 Settembre 2018, con orario 8.00- 14.00, in Bari Via Nazario Sauro presso la  Caserma “Chiaffredo Bergia“, sede del Comando Legione Carabinieri Puglia,  con accesso al pubblico dall’ingresso principale, mostra che ripercorre l’impegno dell’Arma dei Carabinieri durante il primo conflitto mondiale.

L’esposizione vuole mostrare e ricordare l’importante contributo offerto dai Carabinieri per il  Paese nel corso della Grande Guerra, nel periodo compreso fra i mesi precedenti al conflitto, quando i Carabinieri si trovarono a fronteggiare le manifestazioni di piazza “pro” e “contro” l’intervento, ed il loro impiego come forza di prima linea. Durante quel  conflitto infatti il ruolo svolto dall’Arma dei Carabinieri nrllr azioni come forza combattente di prima linea, ai servizi di “intelligence” e ai compiti di polizia militare svolti nelle zone di operazioni, alla partecipazione ai corpi di spedizione italiani sui vari fronti esteri, oggi quasi dimenticati, ai Carabinieri aviatori volontari nel Corpo Aeronautico dell’Esercito, si rivelò fondamentale e determinante .

Nel maggio del 1915 l’ Arma dei Carabinieri  venne coinvolta nella mobilitazione, mandando al fronte quasi un quarto dei propri effettivi dell’epoca, cioè 7.000 uomini,, Vennero  costituiti un Reggimento Carabinieri Mobilitato, con oltre 2.500 uomini su tre battaglioni, e un Gruppo Squadroni di 220 Carabinieri a cavallo alle dirette dipendenze del Comando Supremo di stanza a Udine, come unità di sicurezza e di manovra e con capacità di combattimento.

Furono avviate in zona per le necessità di polizia militare, operazioni che videro mobilitate  65 Sezioni , ognuna composta  da 50 Carabinieri a cavallo , a piedi e persino in bicicletta, a disposizione degli alti Comandi e delle Grandi Unità dell’Esercito fino al livello di Divisione e delle Intendenze. Altri nuclei di Carabinieri furono destinati poi a svariate incombenze: dal servizio di corriere tra Comando Supremo e comandi delle Grandi Unità fino alla difesa di obiettivi sensibili.

La partecipazione ai corpi di spedizioni italiani su tutti i fronti oltre confine, in Albania, Francia,  Grecia, Macedonia, Palestina e Russia, costituisce pure un’altra sezione della mostra, che non tralascia reperti e immagini sui Carabinieri aviatori volontari nel Corpo Aeronautico dell’Esercito.

L’iniziativa è stata realizzata con il supporto dello Stato Maggiore della Difesa in sinergia dall’Ufficio Storico e dal Museo Storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, rientra nell’ambito delle celebrazioni ufficiali del Centenario della Prima guerra mondiale a cura della Presidenza del Consiglio dei MinistriStruttura di Missione per gli Anniversari di interesse nazionale.

 




Il Pm di Napoli John Woodcock di fronte alla sezione disciplinare del CSM sul Caso Consip

ROMA – Si è svolta oggi a Roma, davanti alla sezione disciplinare del Csm, la prima udienza del procedimento disciplinare avviato nei confronti del pm di Napoli Henry John Woodcock. I fatti contestati sono strettamente collegati all’inchiesta Consip: da una parte l’audizione, nel 2016, del presidente di Pubbliacqua Firenze, Filippo Vannoni, ascoltato come testimone e non indagato, dall’altra un’intervista rilasciata dal magistrato al quotidiano La Repubblica.

Il giudizio disciplinare riguarda anche la pm Celestina Carrano. Ai due magistrati della procura  di Napoli, l’accusa sostenuta dal sostituto procuratore generale della Cassazione Mario Fresa, contesta di aver violato i doveri professionali perché con “inescusabile negligenza” evitarono “l’immediata iscrizione nel registro delle notizie di reato di Filippo Vannoni, già consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri  – come riporta l’atto di incolpazione – nonostante il predetto, al pari  del ministro dello Sport Luca Lotti, del comandante generale dei  Carabinieri, Tullio Del Sette, e del generale dei Carabinieri,  Emanuele Saltalamacchia, invece ritualmente iscritti, fosse stato  anche egli attinto dalle medesime dichiarazioni rese il precedente, il  giorno 20 da Luigi Marroni, amministratore delegato Consip, che aveva indicato pure Vannoni come fonte delle sue informazioni riservate”.

Evitando di disporre l’iscrizione di Vannoni nel registro degli indagati, i due pm, nel dicembre 2016, lo sentirono “come persona informata  sui fatti, in assenza di difensore e con modalità tali da essere lamentate come non rispettose della sua dignità dallo stesso Vannoni,  all’atto del successivo interrogatorio fattone dai pm della Procura di Roma il 5 luglio 2017″.  Al pm  Woodcock vengono anche contestate frasi pubblicate dal quotidiano La Repubblica e a lui attribuite nell’ intervista, che secondo l’accusa denotano “un comportamento gravemente  scorretto nei confronti del procuratore facente funzioni di Napoli,  Nunzio Fragliasso“, che chiedeva massimo riserbo nell’indagine soprattutto dopo le frizioni con Piazzale Clodio, ed “una grave scorrettezza” nei confronti dei pm  della Procura di Roma , investiti dello stralcio della indagine Consip, “nella cui  attività giudiziaria comunque egli ha interferito ingiustificatamente“.

il carcere di Poggioreale a Napoli

Nell’integrazione delle accuse al pm napoletano, depositata oggi, il sostituto Procuratore generale della Cassazione Fresa ha evidenziato che all’inizio dell’interrogatorio di Vannoni il pm Woodcock lo invitò “a guardare dalla finestra il carcere di Poggioreale, chiedendogli se volesse fare una vacanza“mostrandogli “dei fili che gli disse essere microspie, facendogli percepire, senza che ciò corrispondesse al vero, di essere intercettato”. N

il pm Woodcock e la Pm Carrano al CSM

Nel documento, il Pg della Suprema corte ha successivamente contestato alla Pm  Celeste Carrano di aver consentito, durante quell’interrogatorio, agli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria presenti “di svolgere in maniera confusa e contemporaneamente, una molteplicità di domande, invitando Vannoni a “confessare”.

Un comportamento anomalo ed illegittimo quello contestato ai Pm napoletani nel nuovo atto di accusa perché avrebbero fatto sentire Vannonisconvolto, frastornato e scioccato“.

La sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli ha accolto l’obiezione sollevata dalla difesa dei due magistrati composta dall’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena per il pm Woodcock e il procuratore di La Spezia Antonio Patrono per la pm Carrano,  i quali hanno messo in evidenza l’eccessiva genericità dell’accusa sul punto, chiedendo di dichiararne la nullità. La Sezione disciplinare ha scelto diplomaticamente la via di una “necessaria precisazione“,  come è scritto nell’ordinanza  per “valutare l’ammissibilità e la rilevanza delle prove richieste“.

Respinte al termine di una lunga camera di consiglio, le altre istanze avanzate dalla difesa, che aveva posto un’eccezione di incostituzionalità rispetto alla mancanza di un divieto per chi siede nella Sezione disciplinare di far parte anche della Prima Commissione del Csm; Commissione che si sta occupando di Woodcock sempre in relazione all’inchiesta Consip. Rigettata anche la richiesta di astensione per due dei giudici disciplinari, il laico  Antonio Leone, che è il presidente della prima commissione ed il togato (magistrato)  Luca Palamara, componenti  della stessa commissione .

La sezione disciplinare del Csm ha quindi deciso in merito al  procedimento contro i titolari delle indagini sulla Consip, la centrale degli acquisti della Pubblica Amministrazione  sino al trasferimento del filone principale a Roma. Adesso il sostituto Procuratore generale della Cassazione dr.Mario Fresa,  titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei due magistrati, dovrà quindi riscrivere l’accusa a carico dei pubblici ministeri della Procura di Napoli Henry John Woodcock e Celeste Carrano. e  dovrà essere meglio specificato quale sia la “grave scorrettezza” che i due magistrati avrebbero commesso durante l’interrogatorio dell’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni, uno degli indagati dell’inchiesta Consip.  

il pm Woodcock e la Pm Carrano

Il procedimento disciplinare riprenderà il prossimo 15 marzo quando verranno ascoltati una serie di testimoni. La Sezione disciplinare del Csm ha accolto anche la richiesta dell’accusa di sentire il pm di Napoli, Nunzio Fragliasso, all’epoca dei fatti contestati a capo della procura come “reggente”, e la giornalista Liana Milella del quotidiano La Repubblica  per mettere a confronto le loro dichiarazioni ritenute non collimanti sui tempi di un colloquio telefonico tra la cronista e Woodcock.

Non sono stati accolte le richieste della difesa, di convocare ed ascoltare i pm romani dell’inchiesta Consip Paolo Ielo e Mario Palazzi e neanche l’attuale procuratore di Napoli, Giovanni Melillo.

 




Tamburrano replica ad Emiliano e Colucci: “Non chiediamo niente. Il nostro ricorso fatto per senso di responsabilità”

ROMA – “Il fine del ricorso dalla Provincia di Taranto è stato presentato nell’interesse degli interventi di bonifica e risanamento dell’ILVA previsti dal DPCM dello scorso settembre. Con il nostro ricorso ci siamo opposti a quello presentato dal Comune di Taranto perché vogliamo che restino validi gli atti impugnati, affinché possano partire sin dal prossimo mese di febbraio gli interventi di copertura dei parchi minerari”. Lo ha dichiarato il presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano, in occasione della conferenza stampa odierna in cui sono state spiegate e motivate  le ragioni del ricorso “ad opponendum”  a quello depositato precedentemente  dal Comune di Taranto al Tar Lecce(n. 1481/2017) predisposto dagli avvocati Vernola del Foro di Bari (già coinvolti nella nota vicenda degli incarichi “facili” delle Ferrovie Sud Est)  con il quale è stato impugnato  il Decreto del  29 settembre 2017 della Presidenza del Consiglio dei Ministri  in materia di nuova Aia dell’Ilva di Taranto.  “Più si delegittima il Governo – ha poi aggiunto Tamburrano più lunga ed estenuante sarà alla fine l’ azione di risanamento ambientale dell’Ilva”.

Il Presidente della Provincia di Taranto ha evidenziato fra le varie ragioni che l’hanno spinto a fare depositare il ricorso predisposto dal noto amministrativista leccese Avv. Luigi Quinto dinnanzi  al TAR di Lecce, è  stata la richiesta priva di stile ed etica politica, presentata nei giorni scorsi dal governatore Michele Emiliano per  “fare entrare nel consiglio di amministrazione della nuova Ilva anche l’Acquedotto Pugliese con una sua quota azionaria”. Una richiesta folle sopratutto in considerazione che l’ ILVA è una società privata e quindi non si capisce a quale titolo sarebbe dovuto entrare  un rappresentante pubblico ! Ma d’altronde  è noto che Emiliano ha basato e concentrato la sua gestione del potere regionale proprio sulla distribuzione ai suoi “amici” di poltrone, incarichi e consulenze.

Tamburrano ha detto quanto segue:Ero con Emiliano e Melucci sin già dai primi tavoli per Taranto ma quando mi sono reso conto che la reale intenzione dietro le loro posizioni, era quella di negoziare un posto nel consiglio di amministrazione dell’ILVA, oppure qualche posto tra i deputati che siano certi nei listini proporzionali non solo mi sono arrabbiato ma ho incaricato di predisporre quel ricorso per affermare e tutelare soltanto la preminenza dei cittadini della provincia di Taranto. Non devo trattare con Emiliano o Meluccinon voglio trattare con nessuno , voglio solo che inizino i lavori”.

Il Presidente Tamburrano non ha nascosto di essere stato contattato telefonicamente , dal Ministro per la Coesione territoriale e per il Mezzogiorno Claudio De Vincenti quale  coordinatore del tavolo del Cis Taranto . “Il ministro De Vincenti mi ha esternato il suo  consenso per il ricorso presentato della Provincia di Taranto  , dicendomi che mi sono comportato da uomo delle istituzioni”. “La mia decisione di presentare il ricorso – ha poi aggiunto Tamburrano –  proviene quindi dal mio senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni e dalla cultura di governo”.

Il Presidente della Provincia di Taranto ha anche precisato che il suo ricorso è contro quello presentato dal Comune di Taranto, in quanto espressione istituzionale della realtà locale, e non invece contro quello della Regione Puglia che, secondo Tamburrano, ha intrapreso una battaglia legale, in rappresentanza della comunità ionica, senza che questa avesse mai interpellato il governatore Michele Emiliano, e tantomeno delegandolo sull’ onere in questione. Inoltre ha anche ricordato che non erano stati interpellati gli altri Sindaci dei comuni dell’area di crisi industriale di Taranto, cioè Crispiano, Massafra, Montemesola Statte, mentre nei tavoli per la vicenda dell’ ILVA vi era solo il sindaco Melucci in rappresentanza “silenziosa” ( o silenziata…?) del Comune di Taranto, che secondo quanto riferito questa mattina da Tamburrano, è stato pressochè sempre  prevaricato e tacitato dagli interventi del governatore Michele Emiliano.

Rispondendo all’ipotesi di un cronista locale che aveva avanzato il dubbio che le ragioni del ricorso della Provincia di Taranto avesse origine  da fini ed interessi di propaganda elettorali in prossimità delle elezioni politiche di marzo 2018 , il presidente Tamburrano ha ricordato di essere stato sempre eletto dai cittadini, rivendicando  di essere “il presidente della Provincia di Taranto e che il ricorso è stato presentato solo e soltanto in favore della partecipazione del territorio e la difesa dei suoi interessi”.




L’ arroganza di Emiliano sull’ Ilva non conosce limiti: “Lavoro solo con Gentiloni, Calenda si faccia da parte”

Emiliano e Calenda

ROMA – Che Michele Emiliano sia un politico inaffidabile ed arrogante è ormai un concetto consolidato in Puglia, dove difficilmente i pugliesi gli consentiranno di tornare alla guida della Regione. Ma non si era mai visto un governatore permettersi di dire ad un ministro di farsi da parte pretendendo di avere a che fare con il Presidente del Consiglio. Sarebbe come se un avvocato che non condivide l’operato di un giudice nel corso di un processo, pretendesse di discuterlo con il Presidente del Tribunale minacciando la denuncia o ricusazione del giudice giudicante. Il guaio è per i tarantini, che sia Emiliano che il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci sono entrambe due personalità “affette” da manie di protagonismo esistenziale.

Il governatore pugliese Michele Emiliano dimostrando di essere incapace di rispettare le regole legislative ed istituzionali, dimenticando il termine di validità di 8 giorni previsto dal documento ricevuto dal Ministero dello Sviluppo Economico,  dicastero che per Legge rappresenta di fatto il Governo nella vicenda ILVA, che ha posto delle scadenze inderogabili, pretende una trattativa sul Piano ambientale dell’ILVA impugnato da Regione e Comune di Taranto, addirittura con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni,  per ottenere dal Governo una apertura al processo di decarbonizzazione e della applicazione della legge regionale sulla previsione del danno sanitario. “Stiamo chiedendo al governo – ha detto  Emiliano – di rispettare le leggi, la Costituzione, la salute dei cittadini. Se non le avremo il ricorso non sarà mai ritirato“.

Emiliano sotto processo al CSM

Per il presidente della Regione Puglia, inoltre, “un impegno a lavorare in modo positivo sull’Ilva non può che essere preso da Gentiloni in persona“, ed “è il momento che il ministro Calenda  si faccia da parte e ci consenta di dialogare con il presidente del Consiglio che peraltro è l’autore dell’atto (Dpcm sul piano ambientale) impugnato” da Regione Puglia e Comune di Taranto. Qualcuno dovrebbe spiegare all’inaffidabile “levantino” Emiliano, che il decreto è della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un consiglio di ministri di cui fa parte Carlo Calenda con la responsabilità del dicastero dello Sviluppo Economico, e non certamente un (ex) magistrato sotto procedimento disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, che la città di Bari ha salutato con gioia quando ha abbandonato la poltrona di Sindaco di Bari dove aveva letteralmente distrutto il buon operato del suo predecessore Simone Di Cagno Abbrescia.

Emiliano non ha fatto i conti con la determinazione del ministro Calenda  ed il suo polso fermo, il quale non essendo un iscritto al Partito Democratico, non prende ordini da Renzi, figuriamoci da un “masaniello” sotto mentite spoglie di Governatore regionale come Michele Emiliano, che pur di conquistare visibilità ed ottenere spazio interno al suo partito, ha osteggiato il Governo Renzi prima e quello Gentiloni dopo,  in ogni sua decisione avviando delle battaglie politiche, che hanno visto il politicante levantino uscirne sempre sconfitto dal voto alle decisioni dei vari Tribunali, arrivando sino alla Consulta.

L’affermazione di Emiliano Se noi troveremo un accordo e se avremo la garanzia della tutela della salute dei pugliesi e in particolare dei cittadini dell’area metropolitana di Taranto, è mia intenzione anche proporre alla nuova proprietà dell’Ilva che una delle società di proprietà della Regione Puglia entri nel capitale della nuova Ilva” portando l’esempio di Acquedotto Pugliese che secondo lui potrebbe entrare, “con riferimento alla depurazione dell’acqua” e “sia pure con una quota simbolica, nel capitale” dimostra il delirio dell’ignoranza (dal verbo ignorare) del governatore pugliese che dimostra palesemente di non conosce il diritto societario.

Quello che però Emiliano dimentica (o dimostra di non capire) è che una volta che l’ Antitrust Europea avrà approvato (decisione che viene data per scontata in ambiti europei) entro il prossimo mese di febbraio, l’acquisizione di Arcelor Mittal, e quindi completato il procedimento di acquisizione dello stabilimento di Taranto e cioè dell’insediamento siderurgico più grosso d’ Europa, la sua minaccia-ricatto dinnanzi al Tar diventerà pressochè inutilizzabile e l’ accoppiata Emiliano-Melucci resterà con il cerino acceso in mano e fuori dalla porta di ogni e qualsiasi decisione.

Decidere il futuro di una città, quello di circa 20mila dipendenti ed annesse famiglie, oltre a quello delle 350 aziende pugliesi dell’indotto dell’ ILVA è un pò troppo per un ex-giocatore di basket come il governatore pugliese, che non ha mai gestito un’azienda in tutta la sua vita, figuriamoci un semplice diplomato al liceo scientifico come il sindaco di Taranto !

Forse è bene ricordare anche  le origini e le limitate competenze del Sindaco Melucci, che è un inesperto  incompetente “neofita” della politica, arrivato nei giorni scorsi a disporre persino il divieto di accesso dei consiglieri comunali agli uffici di gabinetto a Palazzo di Città. Secondo noi Melucci potrebbe fare al massimo il custode (con “staffista” del cuore…. al seguito) della casa di campagna a Crispiano della sua famiglia. Ed è anche troppo.

Curriculum Melucci




E’ costata 16 miliardi all’ Italia la crisi dell’Ilva

ROMA – La crisi dell’Ilva è costata all’economia nazionale italiana per essere precisi , 15 miliardi e 800 milioni. Tanto . Questo l’impatto sul nostro PIL (prodotto interno lordo) causato dalla minore produzione dell’impianto di Taranto secondo i calcoli dello Svimez, che, su richiesta del Sole 24 Ore, ha inserito nel suo modello econometrico i dati sull’andamento manifatturiero reale forniti dall’impresa. Il deterioramento dell’ “output” è risultato significativo. In cinque anni , fra il 2013 e il 2017 sono andati in fumo quasi 16 miliardi di euro di Pil  ,cioè  l’equivalente di una manovra finanziaria sui conti pubblici in tempo di recessione.

Il primo elemento che colpisce, come evidenzia lo SVIMEZ  è la costanza dell’effetto negativo. Tutto ha origine con l’arresto di Emilio Riva e dal sequestro degli impianti disposti dalla Procura di Taranto , avvenuti il 26 luglio 2012,  a seguito della quale sono accadute molte cose. Il 26 novembre 2012 vengono sequestrate 900mila tonnellate di semilavorati e di prodotti finiti per il valore di un miliardo di euro. Il 24 maggio 2013, vengono “bloccati” ai Riva beni per 8 miliardi di euro, la cifra da loro risparmiata – secondo l’opinione ed i calcoli dei custodi giudiziari – per il mancato ammodernamento degli impianti. Il 4 giugno 2013, il Governo Letta procede al commissariamento dell’ ILVA . Il 5 gennaio 2016, viene reso reso pubblico il bando per la vendita. Il 30 novembre 2016, il Governo Renzi raggiunge un accordo extra-giudiziale con la famiglia Riva per il rientro degli 1,3 miliardi di euro custoditi fra la Svizzera e il paradiso fiscale delle isole Jersey e scoperti dalla Guardia di Finanza a seguito di una dichiarazione non veritiera di “scudo” fiscale introdotto dal ministro Giulio Tremonti durante il Governo Berlusconi.

AmInvestco Italia, la società a maggioranza Arcelor Mittal (85%) ed a minoranza Gruppo Marcegaglia (15%), si aggiudica l’ ILVA il 6 giugno 2017 . Arrivando ai nostri giorni, si consumano gli scontri fra il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il sindaco del Comune di Taranto, Rinaldo Melucci, propugnatori di un minaccioso (ed inutile, secondo noi) ricorso al Tar di Lecce contro il decreto sul piano ambientale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.  Un percorso accidentato in questi cinque anni avente  sullo sfondo, il vano tentativo di trovare una conciliazione fra salute d occupazione, una piaga che non è stata ancora guarita a Taranto e che soltanto un cieco o un folle non vedrebbe.

Come il CORRIERE DEL GIORNO ha più volte scritto e denunciato (unico organo di informazione a farlo !)  abbiamo assistito ad un vero e proprio conflitto fra i poteri dello Stato: una magistratura desiderosa più di visibilità e palcoscenico nazionale che di giustizia e la politica, con la prima prevalente grazie al potere giudiziario esercitato, rispetto alla seconda.  Nella stima inedita della Svimez emerge la linearità della perdita di ricchezza nazionale: 3,22 miliardi di euro di Pil in meno nel 2013, 3,23 miliardi in meno nel 2014, 3,42 miliardi in meno nel 2015, 2,5 miliardi in meno nel 2016 e 3,47 miliardi in meno nel 2017. Un bel risultato non c’è che dire…per il quale nessun magistrato, consulente della procura, commissario straordinario pagherà mai un solo centesimo di euro !

La freddezza dei numeri appare evidente , non può chiaramente tener presente gli sforzi o i ritardi nella annosa risoluzione del problema ambientale che rimane il “cuore” della questione Ilva, e fa risaltare quanto l’impatto economico sia profondo  per la fisiologia del Paese.

Basti sapere che, a causa gli effetti diretti e indiretti della minore produzione della acciaieria di Taranto,  l’export nazionale è stato “decapitato” fra il 2013 e il 2017,  sulla base calcoli effettuati da Stefano Prezioso economista della Svimez,  – di 7,4 miliardi di euro. Un dato che dimostra quanto l’incapacità  dei precedenti proprietari (Gruppo Riva) e della politica, della magistratura e dei sindacati di raggiungere una mediazione, un accordo e sopratutto un reale e stabile punto di equilibrio in questa vicenda abbia danneggiato non poco la natura manifatturiera e orientata all’export di un Paese delle fabbriche, che ha avuto fin dagli anni Cinquanta una delle sue componenti principali e più importanti nella siderurgia.

Contestualmente  i calcoli e le analisi della Svimez fanno chiarezza su uno dei principali quesiti di una vicenda che, qualsiasi sia il giudizio o l’opinione  su di essa, è senza dubbio di “interesse nazionale“: il maggiore import estero conseguenziale alla crisi dell’Ilva. Per dirla in soldi ed essere chiari, i vantaggi acquisiti dai gruppi stranieri concorrenti all’ ILVA di poter conquistare delle quote di mercato e nel appropriarsi delle parti più ricche della filiera del valore nelle forniture di acciaio alla manifattura italiana. Secondo la Svimez, questo altro capitolo di ricchezza svanita e persa strada facendo costituisce in cinque anni ad un valore economico pari  a 2,9 miliardi di euro. In questa vicenda, applicando un criterio di valutazione economica, vi è anche un altro aspetto che, è stato trascurato: il tema degli investimenti fissi lordi nazionali andati perduti  in maniera diretta e indiretta trasformando l’ ILVA in un “gigante”  limitato dalla magistratura, che ha visto scendere la produzione dalle nove milioni di tonnellate toccate sotto la gestione del Gruppo Riva agli attuali cinque milioni di tonnellate (quasi il 50% in meno) e con una minore capacità produttiva di generare ricavi e valore.

Va anche detto che l’impianto di Taranto non ha mai realizzato una eccelsa produzione specializzata ed innovativa. Al contrario, si è sempre collocata su un segmento medio basso, con la “spremitura” dell’impianto e con l’“efficienza organizzativa” dei Riva a garantire una buona produttività (e buoni bilanci). Ma è altresì vero che la scelta  obbligata, da parte dei commissari ,  di non fare implodere i conti mantenendo a livelli accettabili i ricavi, ha portato ad una diminuzione del ciclo interno ed a politiche di acquisti più espansive. A causa della gracilità generale dell’impianto e per l’irradiamento di questa sua debolezza, ecco che gli investimenti fissi lordi persi a causa della riduzione della produzione sono stati pari  fra il 2013 e il 2017  a 3,7 miliardi di euro.

Enzo Cesareo

Per non parlare di un indotto “paralizzato” ed indebitato a causa dei pagamenti non pagati da parte dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, che diceva ai suoi fornitori “continua a lavorare a fornirci, altrimenti non lavori più per noi” senza pagare i debiti maturati che hanno raggiunto i 180 milioni di euro alla data odierna, con le oltre 300 aziende dell’indotto ed in appalto, che rischiano di fallire e non hanno più credito dalle banche, come ha ricordato ed evidenziato nei giorni scorsi in una conferenza stampaVincenzo Cesareo il presidente di Confindustria Taranto .

In realtà,  questo problema, è strategicamente maggiore rispetto alla semplice quantificazione del “danno” per usare un linguaggio tecnico-giuridico, in una storia piena di troppi magistrati ed altrettanti avvocati . In un Paese come l’Italia, che come evidenzia lo Svimez ha un problema strutturale con la dimensione di impresa per via della ritirata dei grandi gruppi privati e post-pubblici, il danno economico di fatto non è rappresentato soltanto dai 3,7 miliardi di euro di investimenti in meno. Il danno infatti è prevalentemente costituito anche da quello che non si vede: la diminuzione di quello che gli economisti chiamano “spillover, cioè la diffusione informale di innovazione verso i clienti e i fornitori, che sono per lo più piccoli e medi imprenditori.

Concludendo vi  un tema “sociale” che appare complementare alla “questione ambientale”: i consumi persi dalle famiglie in quanto i redditi di chi è in Cassa Integrazione sono chiaramente  inferiori alla normalità. Consumi andati persi perché quando lavori in una azienda dell’indotto locale tarantino o in una società della filiera della fornitura nazionale il tuo posto di lavoro è sempre costantemente “a rischio”. In questo caso, il calcolo finale elaborato dagli economisti della Svimez consiste in 2,5 miliardi di euro. Cioè mezzo miliardo di euro all’anno in meno, dal 2013 ad oggi. Questi sono i “reai” numeri di Taranto e per l’Italia. Ed i numeri parlano. Molto meglio delle carte giudiziarie e tantomeno dei ricorsi dei “masanielli” di turno.




Silvio Berlusconi pagò le escort. A processo Giampaolo Tarantini

Silvio Berlusconi e Gianpaolo Tarantini

ROMA –  Silvio Berlusconi era perfettamente a conoscenza che le ragazze portate da Gianpaolo Tarantini a casa sua erano escort, e quindi avrebbe pagato il silenzio processuale del faccendiere barese. L’ex presidente del Consiglio rischia adesso un nuovo processo a Bari per rispondere del reato di induzione a mentire .

I pm Pasquale Drago ed Eugenia Pontassuglia (che ha coordinato in passato  l’indagine barese sulle escort ed oggi è assegnato alla Dna) infatti hanno chiesto al  termine della requisitoria nell’udienza preliminare che si sta celebrando dinanzi al gup del Tribunale di Bari Rosa Anna Depalo, che Silvio Berlusconi e il faccendiere napoletano Valter Lavitola, ex editore-direttore dell’Avanti, vengano processati per aver pagato Tarantini, fornendogli centinaia di migliaia di euro in denaro,  assistenza legale, ed un lavoro affinchè mentisse ai magistrati baresi sulle escort procacciate ed accompagnate fra il 2008 e il 2009 nelle residenze estive dell’ex premier,  ma anche per facilitare i suoi “appetiti” di poter fare affari con Finmeccanica.

L ’avvocato Niccolò Ghedini a margine dell’udienza  ha sostenuto che “L’accusa ritiene, a nostro parere immotivatamente  di collegare una serie di aiuti che Berlusconi ha ritenuto di fare al signor Tarantini, a dichiarazioni reticenti o mendaci che questi avrebbe fatto nel corso dei suoi processi. Secondo noi non è assolutamente così” a cui ha fatto “eco” l’ altro legale dell’ex premier, l’avvocato barese Francesco Paolo Sisto, entrambi parlamentari di Forza Italia , aggiungendo “Siamo più che fiduciosi. Berlusconi ha già chiarito nel suo interrogatorio le ragioni di quelle dazioni, lontane anni luce da quello che gli si contesta. Dimostreremo che non c’è mai stata alcuna interferenza da parte del presidente Berlusconi, il quale non ha mai versato utilità a Tarantini perché rendesse dichiarazioni compiacenti“.

Successivamente alla richiesta di rinvio a giudizio da parte della pubblica accusa,  e dopo la discussione dei legali della  Presidenza del Consiglio dei Ministri costituitasi parte civile,  l’udienza è stata rinviata al prossimo 25 ottobre per ascoltare la difesa di Valter Lavitola ed alla successiva udienza del 20 novembre per la discussione dei difensori di Berlusconi e quindi per la sentenza.

Rinviato invece al prossimo 21 dicembre l’inizio del processo di appello – inizialmente previsto per oggi – sul reclutamento e favoreggiamento della prostituzione contestati a Tarantini e altre tre persone sempre con riferimento a quelle 26 ragazze, escort secondo la magistratura barese, portate nelle residenze dell’ex premier Berlusconi.Oltre a  Gianpaolo Tarantini, condannato in primo grado a 7 anni e 10 mesi di reclusione, sono imputati Sabina Began, ‘l’ape reginà dei party berlusconiani (condannata a 1 anno e 4 mesi), Massimiliano Verdoscia (condannato a 3 anni e 6 mesi) e il pr milanese Peter Faraone (condannato in primo grado a 2 anni e 6 mesi).

Nel processo si sono costituite come parti civili Patrizia D’Addario e Terry De Nicolò due delle 26 ragazze, alle quali in primo grado non è stato riconosciuto dai giudici alcun risarcimento danni.




Zona economica speciale interregionale. Vico (Pd) : “ E’ necessario fare un po’ di chiarezza ! ”

ROMA – “Ritengo sia utile fare un po’ di chiarezza, partendo col ribadire cos’è la Zes. Le Zone Economiche Speciali (Zes) sono aree geografiche nell’ambito delle quali un’autorità governativa offre incentivi a beneficio delle aziende che vi operano, attraverso strumenti che agiscono in un regime agevolato rispetto a quelli vigenti per le ordinarie politiche nazionali”. L’onorevole Ludovico Vico (Pd) torna a parlare di Zes, con un comunicato stampa a seguito all’innalzamento di scudi contro l’interregionale Taranto-Matera, sollevato negli ultimi giorni, non solo da figure istituzionali, ma anche da rappresentati di associazioni di categoria.

“L’anima delle Zes  è innanzitutto la “logistica” –  spiega il deputato ionico –  un porto, un retro-porto, un interporto o centro intermodale, un vettore ferroviario. All’interno dell’area perimetrata come Zes, le aziende che si insediano possono usufruire di un regime fiscale agevolato, che consiste nell’abbattimento totale della tassazione su alcune tipologie di imprese; su procedure amministrative semplificate; sulla possibilità di rimpatrio agevolate di investimenti e profitti; su dazi ridotti su importazioni ed esenzione su tasse per esportazione; su canoni di concessione agevolati. Inoltre, sono disponibili delle risorse economiche, che per la Regione Puglia sono pari, ad oggi, a 209 milioni di euro, che dovranno essere impegnate per le due Zes individuate: quella di Taranto e quella di Bari-Brindisi”.

“Per Taranto  la Zes significa il porto ed il suo futuro. Da qui bisogna partire.  – continua il parlamentare DemQuali e quante merci arrivano al porto per l’export? Insomma capovolgere la recente illusione che il solo import (il transhipment con Evergreen) avrebbe generato lo sviluppo del porto. Le produzioni industriali di manufatti, beni, hi-tech, agro-alimentari etc. di una vasta zona interna interprovinciale ed interregionale devono giungere al porto di Taranto per l’export, offrendo ai “grandi player”, nazionali e stranieri, attrazione di investimento nella aree perimetrate. Taranto può mettere in campo le aree già disponibili: il retro-porto, le aree Asi e ad esse si possono includere altre aree industriali ioniche. Occorre un Piano strategico per candidarsi al finanziamento della Zes, coerente con il Piano Regionale di Sviluppo. Ma Taranto ed il suo porto hanno bisogno di un centro intermodale che veicoli le merci da altre zone geografiche contigue”.

“Ora la Regione Basilicata, con il suo centro intermodale di Ferrandina (collegata a Taranto con la ferrovia), chiede alla Regione Puglia di costituire con Taranto una Zes interregionale – evidenzia  Vico –   strano a dirsi, ma giungono da più parti perplessità di ogni genere, poco argomentate e molto capziose. Invece di tener conto dei benefici generali, ci si fossilizza sulla ripartizione delle risorse economiche (i 209 milioni di euro, che andranno comunque incrementati). Intanto, eviterei pronunciamenti “locali” impropri, che indurrebbero la Regione Basilicata a spostare su Bari la richiesta di interregionale. Tra l’altro, è il Governo regionale che deve esprimersi sulla Zes interregionale Taranto-Matera, e in via subordinata la Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

“Il porto di Taranto ha bisogno di un centro intermodale – dice ancora il parlamentare del Pde la Basilicata è in grado di offrire quello di Ferrandina in Val Basento. Proprio come evidenziato dall’ Osservatorio Banche/Impresa, la terra dei lucani, con il centro intermodale di Ferrandina, funge da cerniera per i traffici commerciali fra le regioni del Mezzogiorno, oltre ad essere attraversata da uno dei quattro corridoi europei TEN-T che toccano l’Italia: il Corridoio Scandinavo – Mediterraneo nella sua sezione meridionale. Attraverso i corridoi adriatico e tirrenico, si potranno sviluppare maggiormente i flussi di traffico merci a supporto delle esportazioni del Mezzogiorno verso il continente europeo. L’area di Ferrandina, quindi, si propone in tal senso all’interno della Zes, quale proiezione retroportuale di Taranto, verso l’Adriatico e verso il Tirreno, con benefici non solo per l’area ionica e del Mezzogiorno, ma anche per l’intero Paese”.

L’onorevole Vico chiarisce inoltre: “Per quanto riguarda FCA (Gruppo Fiat) di Melfi e Eni di val d’Agri, saranno beneficiari indiretti (dazi e dogana) nei futuri porti Zes di Salerno, Napoli e Taranto. Ovvero, non hanno bisogno di rientrare nelle aree perimetrate. Per cui, per veicolare la produzione Fiat di Melfi a Taranto, occorrono accordi commerciali indipendenti dalla Zes”. “In politica – conclude Vico  – si possono avere visioni differenti, ma non bisogna mai perdere il quadro d’insieme del futuro di Taranto, della Puglia e del Mezzogiorno. Già ! Oggi i traffici nel Mediterraneo, compresa la “via della Seta”, tendono ad accreditarsi fra Trieste e Zara o i porti della Liguria. Gli unici porti che possono contrastare questa tendenza, che rischia di cancellare il Mezzogiorno, sono quelli di Taranto e Brindisi, per una ragione più elementare quanto decisiva: sono gli unici due porti meridionali che hanno una ferrovia collegata al centro Europa”.

La Regione Puglia, nell’ambito della legge regionale per lo sviluppo di Taranto, legge attualmente ancora in commissione, l’ha esplicitamente previsto per il porto jonico in considerazione anche dei notevoli investimenti infrastrutturali in corso tra collaudo degli ulteriori 600 metri dell’ammodernato molo polisettoriale, piastra logistica, strada dei moli, dragaggi per avere fondali più profondi e vasca di colmata. Taranto è anche sede dell’Autorità portuale di sistema del Mar Ionio. Bari, tuttavia, si è ugualmente mossa e l’Autorità Portuale di sistema del Basso Adriatico ha chiesto che tutti i porti pugliesi siano compresi nella Zes allo scopo di intensificarne i vantaggi.

Cosa è la ZES ? La normativa sulle ZES – Zone Economiche Speciali .

La legge di conversione del decreto legge che la conteneva “Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno” ha  chiarito come ogni regione di quelle titolate all’istituzione di ZES (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo) possa chiedere di istituirne al massimo 2, purché sul proprio territorio vi siano più aree portuali “con le caratteristiche stabilite dal regolamento (UE) n. 1315 dell’11 dicembre 2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, sugli orientamenti dell’Unione per lo sviluppo della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T)”.

Ad esempio la Campania potrà ad esempio chiedere una ZES per Salerno e una per Napoli e altrettanto potrà fare la Puglia per Taranto e Bari. Inoltre le regioni che non posseggono aree portuali aventi le caratteristiche previste (Basilicata, Molise, Abruzzo) potranno presentare istanza di istituzione di una ZES solo in forma associativa, qualora contigue, o in associazione con un’area portuale dotata dei requisiti richiesti dalla legge.

Il testo del cosiddetto DL Sud approvato alla Camera e confermato dal Senato conteneva anche un emendamento atto a risolvere il problema degli autotrasportatori creditori dell’ILVA. A giugno, chiudendo lo stato passivo dell’azienda siderurgica, il Tribunale di Milano aveva escluso gli autotrasportatori dalla prededuzione del credito (prima concessa dai commissari straordinari), declassando quindi il loro credito a chirografario, ma l’emendamento in questione ha chiarito che “nella categoria dei crediti prededucibili rientrano quelli delle imprese di autotrasporto che consentono le attività ivi previste e la funzionalità degli impianti produttivi dell’Ilva”.

 




“Pacchetto Antifrode”, calano i reati in Puglia grazie al lavoro della Guardia di Finanza

ROMA – Nell’ambito dell’ incontro formativo sul “Pacchetto antifrode“, che si è svolto a Bari presso la Fiera del Levante sono state illustrate le linee strategiche adottate dal Comitato Nazionale per la lotta contro le frodi nel confronti dell’Uni0ne Europea  (COLAF) – Organismo interministeriale istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – che prevedono, tra l’altro, la promozione di ogni utile attività volta al contrasto delle irregolarità nei fondi europei attraverso la massima implementazione dell’intero ciclo antifrode – prevenzione, repressione, recupero dei fondi – in ciò supportando, in termini formativi, tutte le autorità che gestiscono e controllano fondi europei, sia a livello centrale che locale.

Il settore più colpito è quello dei fondi strutturali: spesso si utilizzano false attestazioni, false fatturazioni, fittizi aumenti di capitale e fallimenti societari per nascondere le risorse. Frodi e corruzione vanno a braccetto: si può vincere la battaglia contro questi reati solo attraverso le sinergie tra istituzioni e Forze dell’Ordine. La Regione Puglia è riuscita a far calare le frodi attraverso bandi ben studiati e una proficua collaborazione con la Guardia di Finanza.

il Gen. Francesco Attardi

Il Generale Francesco Attardi, Direttore Nucleo Antifrode della Guardia di Finanza presso la Presidenza del Consiglio ha spiegato come funziona il lavoro di raccordo e quali sono gli obiettivi da raggiungere. “La strategia di contrasto alle frodi è su due fronti: a livello europeo e a livello nazionale coordinando tutte le istituzioni, che ci danno input nella lotta antifrode. Ci relazioniamo con più efficacia con le Autorità che gestiscono i fondi e raccogliamo tutte le segnalazioni. Questo scambio informativo con le istituzioni e gli enti regionali come la Puglia diventa fondamentale per la prevenzione dei reati. Questa collaborazione ha portato a una diminuzione delle frodi che riguardano i fondi comunitari del 61% a livello nazionale. Puntiamo a far crescere la percentuale fino al 70%. La prevenzione funziona, se fatta bene, in sinergia con le Regioni. Il Nucleo cura anche la procedure di chiusura dei casi di frode: recupera le somme ed elabora i dati che servono a decidere le azioni da porre in essere e le strategie di lotta alle frodi”.

Un incontro che ha rappresentato il lancio di un’importante iniziativa che offre un supporto, approfondimento e una maggiore formazione su questo tema. La Regione Puglia ha tracciato un bilancio attraverso l’intervento dei suoi dirigenti, fra i quali Pasquale Orlando, dirigente Sezione Programmazione unitaria dell’Assessorato pugliese allo Sviluppo Economico: “La Puglia costituisce a livello nazionale un esempio virtuoso dell’utilizzo dei fondi comunitari, per capacità di spesa e di controllo. Abbiamo elevato il sistema industriale pugliese, attirando importanti insediamenti produttivi, abbiamo effettuato interventi importanti nella sanità, formazione, lavoro, scuola. Abbiamo istituito il ReD: tutte operazioni in linea con gli obiettivi di programmazione comunitaria. Tutta questa attività richiede un’attenzione particolare. Abbiamo chiuso la programmazione con un livello di frodi particolarmente basso. Siamo un esempio in Italia per l’attenzione particolare al tema della definizione e degli avvisi dei bandi pubblici: tutti orientati alla prevenzione di frodi e irregolarità. Requisiti e criteri vengono studiati per evitare irregolarità e frodi. La Regione Puglia, inoltre, grazie alla collaborazione con la Guardia di Finanza ha ottenuto grandi risultati. I nostri controlli sono incisivi, prima e dopo”.

Presente Domenico Laforgia Capo Dipartimento Sviluppo Economico, che ha aggiunto : “La Regione Puglia è prima in Italia per capacità di spesa e ha lavorato bene anche per la sicurezza e lotta alle frodi. Ho accolto con piacere la proposta di questa iniziativa che rafforza la collaborazione tra Guardia di Finanza e Regione Puglia”.

Il modello italiano di contrasto alle frodi è studiato anche dagli altri Paesi, perché crea una strategia europea che rafforza l’azione delle istituzioni per la legalità e crea nuove sinergie. L’Italia è prima in Europa nella fase di repressione, ma ora la Guardia di Finanza sta lavorando sulle strategie di prevenzione e recupero delle risorse.

 




Cnel, nominato il nuovo Consiglio dell’ente oggetto del referendum. Ecco i nomi dei benificiari dello spreco di denaro pubblico

ROMA –  Il CNEL  istituito nel 1957 con un compito di “supporto delle Camere e del Governo”, in realtà un carrozzone da 20 milioni di euro all’anno, era il “simbolo” degli enti inutili secondo i rottamatori , la cui abolizione venne proposta ed utilizzata dal premier (all’epoca in carica)  Matteo Renzi come un vessillo nella campagna del al Referendum costituzionale del 2016. Ma alle urne è successo quel che è successo ed il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, è rimasto salvo al suo posto, dopo esserci costato in circa mezzo secolo oltre un miliardo di euro per proporre al Parlamento un progetto di legge ogni quattro anni.

Dopo poco meno di un anno dallo scampato pericolo di chiusura e rottamazione, l’organo amministrativo si è rinnovato con nuove nomine. Lo ha reso noto la Presidenza del consiglio attraverso la sottosegretaria Maria Elena Boschi, ex ministro delle riforme, per ironia della sorte, la promotrice della campagna per il referendario, che è stata in realtà la prima sconfitta della batosta referendaria.

Pochi sanno cos’e IL CNEL e cosa fa. I componenti del Consiglio vengono scelti ( o meglio “lottizzati”) su indicazione delle principali associazioni collegate al mondo del lavoro, come le associazioni di categoria, laConfindustria, sindacati, gli ordini professionali, ecc. Il Cnel, è un organo di rilievo costituzionale , motivo per cui  per abolirlo era necessario un referendum, ed ha funzioni esclusivamente “consultive” dell’attività legislativa. Può esprimere pareri non vincolanti (quindi inutili) su problematiche collegate alla legislazione economica e sociale.

 In 60 anni di vita ha prodotto soltanto 14 disegni di legge che sono stati ignorati dal Parlamento, e non a caso molte delle associazioni presenti nel Consiglio del Cnel hanno preferito altre sedi per avviare il dialogo sociale. Non ha giovato sicuramente alla reputazione del Cnel  la vicenda delle consulenze facili richieste e concesse da alcuni consiglieri, che sono finite successivamente per procurato danno erariale sotto i riflettori della Corte dei Conti . Erano queste alcune delle motivi per cui molti sostenitori dell’ultimo referendum costituzionale avevano richiesto l’abolizione dell’ente come un fiore all’occhiello per la propaganda al Sì.

La sconfitta del proposta referendaria renziana, da un lato ha riportato il sereno a Villa Lubin, lo storico palazzo all’interno nel parco di Villa Borghese ove ha sede il quartiere generale del Cnel dell’organo,  ma ha anche generato ed acceso delle nuove polemiche. Nel 2015 quindi prima del referendum, i consiglieri per salvare la faccia si erano tagliati le indennità, mentre ad aprile 2017 hanno deciso di ripristinarle con la sfacciataggine di richiedere persino  gli arretrati, (circa 4 milioni).

Successivamente, è stato nominato presidente Tiziano Treu, che però aveva promosso il Sì nella campagna referendaria che voleva chiudere il Cnel .  Treu ha spiegato le sue nuove motivazioni  in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, annunciando anche la necessità di rilanciare le funzioni del Consiglio presieduto. L’ ente è quindi rimasto al suo posto ed adesso sono arrivati i nominativi dei nuovi 48 consiglieri, profumatamente retribuiti, che resteranno in carica fino al 2022.

Ecco tutti i nomi e fra parentesi l’ente di rappresentanza e nomina.

RAPPRESENTANTI DEI LAVORATORI DIPENDENTI

Gianna Fracassi, Ezio Corrado Barachetti, Manola Cavallini, Giovanni Di Cesare, Giordana Pallone, Carlo Podda, Luciano Silvestri, espressione della Cgil.
Giuseppe Gallo, Luisangela Pelluccaccia, Alessandro Geria, Livia Ricciardi, Roberto Benaglia, Cosmo Colonna, espressione della Cisl.
Antonio Foccillo, Tiziana Bocchi, Domenico Proietti, espressione della Uil.
Francesco Cavallaro (Cisal), Francesco Paolo Capone (Ugl), Marco Paolo Nigi (Confsal),

RAPPRESENTANTI DIRIGENTI E QUADRI

Giorgio Ambrogioni (Cida), Tommaso Di Fazio (Ciu), Stefano Biasioli (Confedir),

RAPPRESENTANTI DI ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA

Roberto Moncalvo (Coldiretti), Giovan Battista Donati e Giuseppe Montalbano (Confartigianato – Cna – Casartigiani), Secondo Scanavino (Cia), Francesco Verrascina (Copagri), Mauro Lusetti (Legacoop), Marco Menni (Confcooperative).

RAPPRESENTANTI DEI LIBERI PROFESSIONISTI

Maurizio Savoncelli (Consiglio nazionale geometri), Gianmario Gazzi (Consiglio dell’Ordine degli assistenti sociali)

RAPPRESENTANTI DELLE IMPRESE

Marco Zigon, Floriano Botta, Elio Catania, Carlo Ferroni, Marco Gay, Federico Landi, espressione di Confindustria.
Donatella Prampolini e Renato Mattioni (Confcommercio), Massimo Vivoli (Confesercenti), Paolo Uggè (Conftrasporto), Vincenzo Gesmundo (Coldiretti), Nereo Paolo Marcucci (Confetra), Carlo Capoccioni (Abi), Giorgio Cippitelli (Confartigianato – Cna – Casartigiani), Gennaro Fiore (Confitarma), Massimiliano Giansanti (Confagricoltura), Giovanni Valotti (Confservizi – Asstra – Utilitalia).

Ora sono attese le nomine degli esperti da parte della Presidenza della Repubblica e quelle dei rappresentanti del mondo del volontariato. Ma occorre ricordare come almeno quattro componenti del nuovo Cnel (e cioè Biasioli, Cavallaro, Nigi e Uggé) erano contrari alla riforma.

 




Mafia: spot della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia per i suoi 25 anni di attività

ROMA – “La mafia non è invincibile: ha avuto un inizio e avrà una fine“. Con queste parole pronunciate da Giovanni Falcone si apre lo spot realizzato per i 25 anni della Direzione Investigativa Antimafia che, a partire da ieri, e per due settimane, è in onda sulle reti RAI, inserito negli spazi di ‘comunicazione istituzionale’ dedicati alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

 

L’iniziativa è finalizzata a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del contrasto alla mafia. La Dia, infatti, oltre a svolgere attività di investigazione preventiva sulla criminalità organizzata e ad indagare sui delitti di associazione mafiosa ha tra i suoi obiettivi il contrasto alla forza economico-finanziaria della criminalità organizzata. La Dia opera dunque con il fine di aggredire gli ingenti patrimoni illecitamente accumulati, che, attraverso uno specifico percorso normativo, sono restituiti all’utilità collettiva.

 




Denuncio 12 volte il marito, che la uccise. Condannati i magistrati

ROMA – Insieme ai due magistrati è stata condannata a dovere risarcire le parti civili  con 300mila euro anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri , in base alla sentenza del Tribunale civile di Messina, i tre figli di Marianna Manduca, assassinata dieci anni fa dal marito, Saverio Nolfo il quale sta scontando in carcere la condanna a vent’anni.

La Corte d’appello di Messina ha condannato i magistrati che nel 2007 – quando avvenne l’omicidio – lavoravano alla procura di Caltagirone (Catania), con la loro inerzia lasciarono nella possibilità d’agire un marito violento, denunciato 12 volte dalla moglie  ed  ha applicato la norma sulla responsabilità civile nella sentenza sui due magistrati, citati in giudizio dal padre adottivo dei figli della vittima, perchè lasciarono nella possibilità d’agire un marito violento, denunciato 12 volte dalla moglie; all’epoca i due pm lavoravano nella Procura di Caltagirone e non avrebbero fatto quanto in loro potere per evitare il femminicidio in quanto la donna aveva presentato diverse denunce contro il marito che poi la uccise.

“E’ una sentenza importante”, dice l’avvocato Licia D’Amico dello studio Galasso, legale di Carmelo Calì, cugino della vittima e padre adottivo dei tre bambini ora adolescenti, rimasti orfani della madre e col padre in galera. “Come prevede la legge sulla responsabilità dei magistrati è stata condannata la Presidenza del consiglio che potrà rivalersi sui magistrati”. Lo farà ?

Uno dei due magistrati è ormai in pensione, la collega invece lavora in un altro Tribunale. Il Tribunale ha riconosciuto solo un danno patrimoniale. Nessun commento dall’ Associazione Nazionale dei Magistrati. evidentemente troppa impegnata a tutelare lo straripante potere della magistratura, ed a opporsi dalla separazione delle carriere.

E nessuno ha ancora chiesto scusa a quei tre bambini innocenti, a causa anche del menefreghismo di “certa” magistratura.




Lo strano caso delle spese giudiziarie: la vera spending review

di Luigi Marattin

Le “spese giudiziarie” sono quelle necessarie al funzionamento delle centinaia di procure, corti d’appello, tribunali (pulizia, manutenzione, bollette, ecc). Nel 1941, in mancanza di una adeguata articolazione territoriale del Ministero della Giustizia, la responsabilità di queste spese fu attribuita ai comuni. I quali poi presentavano il conto allo Stato, che erogava loro un contributo.Per 70 anni questo meccanismo ha funzionato senza che nessuno si lamentasse, perché il contributo copriva integralmente le spese che i comuni avevano sostenuto.

Dal 2011 i contributi sono calati (fino a coprire meno della metà delle spese), e i comuni hanno legittimamente iniziato a protestare. Questa vicenda rappresentava un perfetto esempio di spesa pubblica fuori controllo a causa di una inefficiente organizzazione del ciclo della spesa. Il miglior incentivo a minimizzare i costi esiste quando un solo soggetto“usa” “autorizza” e “paga” la spesa. Qui invece erano ben distinti: chi usava e richiedeva la spesa era il presidente del tribunale o il procuratore della Repubblica, che telefonavano al sindaco e chiedevano questo o quell’intervento di manutenzione o di abbellimento dell’edificio. Chi autorizzava la spesa era il comune, che da un lato non voleva… infastidire il richiedente, e dall’altro era comunque poco preoccupato, visto che tanto poi alla fine pagava lo Stato (che era appunto il “pagatore di ultima istanza”).

Nell’autunno 2014, il Governo Renzi intervenne. Adeguati (e non banali) cambiamenti organizzativi hanno fatto sì che il Ministero della Giustizia potesse cambiare i propri processi produttivi ed essere in grado di accollarsi direttamente queste spese, che nei precedenti 74 anni non aveva mai gestito direttamente. E così dal 1 settembre 2015 chi usa, chi autorizza e chi paga la spesa sono lo stesso soggetto. Che risultati ha avuto questo cambiamento organizzativo sull’ammontare della spesa? Negli ultimi anni del vecchio sistema, la spesa media era di 300 milioni all’anno. Nel primo anno del nuovo sistema, secondo le prime stime, la spesa è stata di 225 milioni. Per una riduzione del 25%. Il semplice cambiamento organizzativo, con il subentro di una gestione unitaria statale a molteplici e frammentati gestioni locali, ha ridotto la spesa di un quarto.

Alcuni esempi sono a dir poco bizzarri: un servizio di vigilanza armata notturna per un ufficio giudiziario ligure costava, nella vecchia gestione, 60.000 euro a quadrimestre. Ora ne costa 550. La pulizia degli uffici giudiziari di un capoluogo sardo costava 18.211,75 euro al mese. Nella nuova gestione, si è andati a gara pubblica, risparmiando il 60,46%. Stessa percentuale di risparmio per una gara analoga in Calabria (59,58%). E molti altri esempi ancora.

Che cosa ci insegna il piccolo caso delle “spese giudiziarie”? Due preziose lezioni.

1) Nella spesa pubblica italiana si annidano ancora consistenti sacche di inefficienza. Se  per assurdo (ma forse non troppo)  la stessa percentuale di risparmio ottenuta nel caso degli uffici giudiziari fosse estesa a tutto l’ammontare dei consumi intermedi della pubblica amministrazione, potremmo interamente cancellare l’Irap. O ridurre l’Irpef del 20%.

2) Questi risparmi non si ottengono con i tagli lineari, né con affrettate e mediatiche operazioni pubblicitarie. Occorre modificare la struttura dei processi produttivi della pubblica amministrazione, coordinando il lavoro di diverse strutture con competenza, ordine e metodo. E tempo.

Già, il tempo. In un paese nel quale per decenni la spesa pubblica è stata vista, vissuta e teorizzata come “soldi di nessuno” piuttosto che “soldi di tutti”, per raggiungere risultati veri purtroppo occorre tempo.

*Consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri




“Crac” Credito Cooperativo Fiorentino: Denis Verdini condannato a 9 anni

Denis Verdini è stato condannato a nove anni di reclusione (7 per il crac del  Credito Cooperativo Fiorentino e 2 per truffa ai danni dello Stato per i fondi dell’editoria,  con interdizione perpetua dai pubblici uffici . Questa la pena stabilita in primo grado decisa dal collegio del tribunale di Firenze presieduto dal giudice Mario Profeta al processo per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino che vedeva tra i 34 imputati anche l’ex presidente dell’istituto bancario (dal 1990 al 2010) attuale coordinatore di Ala il quale oggi non era presente in aula. Interdizione perpetua anche nei confronti degli altri due imputati  Riccardo Fusi Roberto Bartolomei condannati rispettivamente a 5 anni e 6 mesi. I pm della procura di Firenze Luca Turco e Giuseppina Mione avevano chiesto 11 anni per il senatore Verdini.

“Non è finita, rispettiamo la sentenza  ma siamo pronti a combattere e attendiamo le motivazioni per andare in appello” ha commentato l’ avv. Ester Molinaro, legale di Denis Verdini  aggiungendo  “Per ora abbiamo dimostrato che non esiste alcuna associazione tra Verdini e i suoi presunti sodali, in appello dimostreremo che non sussistono neppure le altre accuse”.

Per Riccardo Fusi è invece una “sentenza ingiusta“:  “E’ stata distrutta una delle imprese di costruzioni più importanti d’Italia , io non ho mai portato soldi all’estero né pagato tangenti” “

Chi pagava tangenti prima – dice Fusi  –  continua a lavorare adesso. Lo dice la cronaca di questi giorni. Ormai a Firenze lavorano solo ditte che pagano tangenti“.

Per l’accusa Verdini era il ‘dominus’ della banca , che secondo i pm usava come “un bancomat“, e di tutte le attività le attività editoriali organizzate per ottenere contributi pubblici e nei confronti degli “amici di affari“. Tutte accuse che gli avvocati Franco Coppi e Ester Molinaro, difensori del senatore, nelle loro arringhe hanno poi respinto con forza .Coppi in particolare, spiegò che  “i pm hanno travisato la sua personalità” definendolo “assetato di potere e di denaro. Una rappresentazione che non corrisponde a quello che Verdini già era in quegli anni, ossia un politico di spicco e un uomo senza problemi di denaro“. Insomma non era “il dominus“. Ma la condanna di primo grado letta oggi nell’aula bunker del tribunale di Firenze ne ha riconosciuto invece le responsabilità.

E’ stato condannato anche Massimo Parisi uno dei più stretti collaboratori di Verdini, attuale deputato di Ala, a due anni e sei mesi di carcere (i pm avevano chiesto 6 anni) per la truffa all’editoria, a un anno e mezzo con la sospensione condizionale  condannato il principe Girolamo Strozzi presidente della Società Toscana di edizioni che editava Il Giornale della Toscana. Tutti assolti invece dall’associazione a delinquere.

I pubblici ministeri Luca Turco e Giuseppina Mione lo scorso 12 gennaio, dopo una requisitoria andata avanti per cinque udienze, avevano chiesto per il senatore di Ala Denis Verdini, imputato tra l’altro per bancarotta e truffa ai danni dello Stato per quanto riguarda i fondi per l’editoria, la condanna a 11 anni. La sentenza ha invece ridotto la pena riconoscendo irregolarità nell’erogazione dei fondi per l’editoria limitatamente agli anni 2008 e 2009. Il collegio che doveva giudicare gli imputati è entrato in camera di consiglio venerdì scorso. Alcuni degli imputati dovevano anche rispondere di truffa ai danni dello stato per i fondi dell’editoria andati alla Ste, la società che pubblicava Il Giornale della Toscana e Metropoli Day.

I CONDANNATI

Verdini Denis: 9 anni, Bartolomei Roberto: 5 anni e 6 mesi, Lucchetti Giovanni: 1 anno e 8 mesi, Fusi Riccardo: 5 anni e 6 mesi, Picerno Pierluigi: 2 anni, Rossi Leonardo: 4 anni e 3 mesi Marotti Antonio: 5 anni, Manescalchi Monica: 4 anni e 3 mesi, Ceri Simonpiero: 4 anni e 6 mesi, Galli Franco: 4 anni e 6 mesi, Marcocci Mauro: 4 anni e 6 mesi, Rocchi Marco: 4 anni e 6 mesi, Lucarelli Gianluca: 6 anni, Belli Luciano: 6 anni e 4 mesi Biagiotti Enrico Luca 4 anni e 6 mesi , Nucci Fabrizio: 4 anni e 6 mesi,  Biagini Piero Italo: 6 anni, Parisi Massimo: 2 anni e 6 mesi, Samuele Cecconi: 1 anno e 6 mesi, Strozzi Majorca Renzi Girolamo: 1 anno e 6 mesi

PRESCRITTI

Società toscana di edizioniSette Mari scarl  Nencini MarioForzieri Enzo, Olivetti Rason,   Olivetto Rason Gian Paolo, Pisaneschi Andrea, Pisaneschi Niccolò, Barbetti Maria Antonella, Benini Galeffi Ernesto, Chiocci Gabriele, Cammaco Gianfranco, Gambarelli Umberto

ASSOLTI

Aldobrandi David, Bartolomei Davide (prescizione e assolto) Berini Erika, Cecchi Giancarlo, Chiti Silvano , Gori Paolo,  Lotti Michela, Lotti Massimo, Pacca Renato, Pietrini Antonio Rosi Riccardo,  Verdini Diletta Chiara.

I RISARCIMENTI

i giudici del tribunale di Firenze hanno deciso il risarcimento dei danni cagionati alla Presidenza del Consiglio dei ministri, costituita parte civile, “da liquidarsi in separata sede” per la truffa allo Stato in relazione i contributi dell’editoria andati alla Ste e alla Sette Mari, entrambe società editoriali che facevano riferimento a Denis Verdini, che insieme a Massimo Parisi e ad altri 10 imputati, è stato invece condannato al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva per 2,5 milioni di euro, oltre a 20 mila euro di spese legali. In favore della Banca d’Italia, anch’essa parte civile per il “crac” del Credito Cooperativo Fiorentino, il giudice ha deciso una provvisionale, immediatamente esecutiva, di 175 mila euro più 20 mila euro per le spese di costituzione in giudizio, che dovranno pagare Verdini e altri 10 ex componenti del vertice della banca e del suo collegio sindacale.

Per il commissario liquidatore dell’ex Credito Cooperativo Fiorentino, , i giudici hanno deciso che Riccardo Fusi, Roberto Bartolomei, Monica Manescalchi e Leonardo Rossi, dovranno pagare un risarcimento dei danni, anch’esso  “da liquidarsi in separata sede. Complessivamente il tribunale di Firenze ha infine deciso la confisca di oltre 9 milioni di euro, corrispondenti ai contributi per l’editoria versati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri negli anni 2008 e 2009 alla Società Toscana di Edizioni e alla ‘Sette Mari‘.