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12 Luglio 2024 19:27
12 Luglio 2024 19:27

Perquisiti a Roma il magistrato Nicola Russo e due imprenditori: corruzione in atti giudiziari

Operazione effettuata questa mattina dalla Guardia di Finanza nella Capitale: perquisiti uffici ed abitazioni

ROMA – Un  magistrato del Consiglio di Stato Nicola Russo, suo padre l’avvocato Orazio Russo, il legale siciliano Piero Amara, e i due imprenditori Ezio Bigotti del gruppo Sti  considerato molto “vicino” a deputati importanti di Ala come Denis Verdini, Ignazio Abbrignani e Saverio Romano (estranei all’indagine in corso) e Sergio Giglio di Antas Srl  sono stati iscritti sul registro degli indagati  della procura di Roma con l’accusa di corruzione in atti giudiziari.

I  finanzieri del Gico di Roma guidati dal colonnello Gerardo Mastrodomenico hanno perquisito questa mattina gli uffici e le abitazioni del magistrato Russo, e quelle dei due imprenditori Bigotti e Giglio.

L’ accusa formulata nei confronti degli indagati dal procuratore aggiunto di Roma  Paolo Ielo, e dai pubblici ministeri Giuseppe CasciniStefano Rocco Fava e Luca Tescaroli,  è basata sull’ipotesi investigativa i due imprenditori avrebbero elargito una tangente all’ avv. Orazio Russo, padre del consigliere di Stato Nicola Russo per il suo ruolo di presidente di un collegio arbitrale che poteva favorirli. L’avvocato siciliano Piero Amara avrebbe esercitato il ruolo di intermediario tra la famiglia Russo e i due imprenditori.

Sono mesi e e mesi  che il pool composto dai  magistrati Fava, Cascini e  Tescaroli, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, sta indagando su un presunto sistema di compravendita delle sentenze della giustizia amministrativa. Accendendo un faro su faccendieri, politici conniventi, giudici e professionisti che, dentro ai tribunali e al Consiglio di Stato, riuscirebbero a fare il bello e il cattivo tempo. Aggiustando cause importantissime, pilotando appalti pubblici milionari, stravolgendo decisioni economiche di enorme rilievo per la pubblica amministrazione e per aziende che danno lavoro a migliaia di persone.

L’inchiesta sulla giustizia amministrativa ed i sospetti di sentenze “oggetto di mercimonio“, però, non è cominciata oggi. Ma dura da anni. Il semaforo “verde” si è acceso grazie ad alcuni esposti arrivati sulle scrivanie dei pubblici ministeri  romani, ed ha trovato un primo importante riscontro lo scorso luglio, con le prime perquisizioni dell’indagine chiamata “Labirinto”.

A luglio 2016 il consigliere di Stato Nicola Russo, mentre era membro di una Commissione tributaria, era stato indagato per divulgazione del segreto d’ufficio e/o corruzione in atti giudiziari: secondo l’accusa avrebbe aiutato l’amico Stefano Ricucci a vincere una causa da 20 milioni contro l’Agenzia delle Entrate. La procura romana ha chiesto la sospensione del consigliere dagli incarichi giuridici, ma sia il Gip  che non rilevava prove schiaccianti per dimostrare l’accordo corruttivo, sia la Corte di Cassazione avevano bocciato la richiesta. In attesa della richiesta o meno di rinvio a giudizio, Russo attgualmente lavora alla sede palermitana del Consiglio di Stato. Ma i magistrati romani non hanno mollato la presa.

L’indagine della procura di Roma vede coinvolti dei nomi abbastanza noti nella Capitale, con altre accuse che spaziano dalla corruzione, ai finanziamenti illeciti ai partiti, per  una serie di violazioni tributarie , fra i quali Maurizio Venafro l’ex capo di gabinetto del Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (non indagato).

da sinistra Nicola Zingaretti e Maurizio Venfro

Maurizio Venafro risulta indagato con l’accusa di corruzione perché secondo i pm avrebbe “percepito 72 mila euro da società riconducibili all’imprenditore Fabrizio Centofanti (anch’egli  indagato), espressioni della Energie Nuove Srl, in concorso con Amara, titolare di Dagi Srl“.   Centofanti è stato a lungo a  capo delle relazioni istituzionali del noto costruttore  Francesco Bellavista Caltagirone .

Venafro venne assolto in primo grado la scorsa estate dalle accuse di turbativa d’asta legata alla gara “Cup”, bandita dalla Regione Lazio e poi successivamente annullata a scopo precauzionale nel dicembre del 2014 in concomitanza con  i primi arresti dell’inchiesta “Mafia Capitale”  insieme all’ editore e imprenditore  Giuseppe Cionci , ex coordinatore dei finanziamenti al comitato elettorale  del presidente del Lazio ai tempi della sua candidatura a governatore del Lazio elettorale, anch’egli poi prosciolto.

 

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