“Operazione Paola” anticaporalato. Sei arresti effettuati dalla Guardia di Finanza e Polizia di Stato nel barese

“Operazione Paola” anticaporalato. Sei arresti effettuati dalla Guardia di Finanza e Polizia di Stato nel barese

Nel corso della notte, la Compagnia della Guardia di Finanza di Trani ed il Commissariato della Polizia di Stato di Andria hanno dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere e degli arresti domiciliari nei confronti di sei persone a conclusione della attività di indagine condotte al fine di contrastare il fenomeno del “caporalato”.

Il provvedimento restrittivo, disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari di Trani Angela Schiralli su richiesta del sostituto procuratore della repubblica dr. Alessandro Donato Pesce della Procura di Trani, è l’epilogo delle complesse attività investigative che hanno permesso di accertare come un’apparente e lecita fornitura di braccianti agricoli a mezzo di agenzie di lavoro interinali mascherasse, in realtà, una vera e propria forma di moderno “caporalato”. Le indagini erano partite all’indomani del decesso della bracciante agricola Paola Clemente di San Giorgio Jonico (Taranto), che morì il 3 luglio del 2015 mentre era al lavoro nei campi.

Paola Clemente è stata ricordata appena pochi giorni fa a Taranto nell’assemblea della Cgil pugliese, ed in quell’occasione ha preso la parola anche il marito della donna Salvatore Arcuri, “Io non cerco vendetta, voglio solo che ci sia giustizia e verità sul caso di Paola. Mia moglie – ha ricordato Arcuri davanti ai delegati della Cgil di Puglia – era una grande lavoratrice, ogni mattina si alzava alle due meno dieci ed io continuo a tenere il suo telefono acceso: ogni giorno alla stessa ora la sveglia continua a suonare. Vorrei che quest’iniziativa non sia solo un ricordo ma che davvero possa esserci un cambiamento per tutti i lavoratori agricoli, tanti sono quelli che soffrono e molti sono gli sfruttati”.

˝La ricostruzione operata dai poliziotti di Andria e dai finanzieri della compagnia di Trani guidati dal capitano Andrea Gobbi , non  è stata semplice  dovendo fare breccia nel “muro di omertà frapposto dalla grandissima maggioranza delle braccianti agricole” che, con il timore di essere escluse dalla platea delle potenziali lavoratrici, hanno più volte  “manifestato reticenza” nel corso delle varie dichiarazioni rese dinanzi agli investigatori la cui caparbietà ed ostinata ricerca di appurare la verità ha permesso di ricostruire il persistente radicamento, sul territorio pugliese, “del fenomeno del caporalato nella cui morsa era intrappolata anche Paola Clemente, facendo di lei una vittima di tale meccanismo”.

Il contesto di “omertà” è stato sicuramente agevolato e rafforzato dalla realtà socio-economica tarantina in cui vivevano le braccianti vittime dei caporali: numerose infatti appartenevano a famiglie in cui l’unico lavoratore era il marito ex-dipendente ILVA. Tale situazione di crisi economica, associata pertanto alla forte esigenza di reperire un lavoro, portava le stesse braccianti a “santificare” i loro carnefici, al punto di ringraziarli del lavoro ottenuto. In particolare, lavorando in perfetta sinergia, ciascuno secondo la propria professionalità, finanzieri e poliziotti sono riusciti “a scoprire l’astuto modus operandi posto in essere dagli indagati a fronte di una realtà documentale fondata sulla sottoscrizione di contratti stipulati dall’Agenzia di lavoro interinale con i braccianti per la loro assunzione e con le aziende agricole utilizzatrici per la allocazione della forza lavoro reclutata con relativa emissione di buste paga che registravano la corresponsione di una retribuzione conforme a quanto previsto dalla contrattazione collettiva”.

Solo l’attenta, articolata e precisa ricostruzione delle abitudini dei braccianti agricoli e la creazione di un rapporto di fiducia tra polizia giudiziaria e le “vittime” ha reso possibile appurare l’abitudine e consuetudine, da parte dei braccianti, di indicare su agende o calendari le effettive giornate lavorative. Così, nel mese di settembre 2015 vennero eseguite oltre 80 perquisizioni domiciliari nella provincia di Taranto, tutte finalizzate al recupero di quell’importantissimo materiale attraverso il quale si è avuta appunto una svolta nelle indagini: quindi “dati alla mano” è stato possibile abbattere finalmente il primo muro di omertà. E’ stata proprio l’analisi delle annotazione dei singoli braccianti, confrontata con i dati ufficiali della società di lavoro interinale, nonché con i dati acquisiti dai computer in uso agli indagati, attraverso le procedure di investigazione informatica , ha consentito di ricostruire il cosiddetto  “sistema giornate”.

E stato dimostrato come gli stessi braccianti in realtà,  fossero oggetto di un sistematico sotto-pagamento mediante un riconoscimento di minori giornate lavorate nonché l’omessa imputazione di tutte le indennità (cioè le trasferte e/o gli straordinari maturati ma mai percepiti) normativamente previste, considerando che ogni singolo bracciante iniziava, dalla Provincia di Taranto, il proprio tragitto direzione campagne del Nord Barese alle ore 03:30 del mattino per farvi ritorno alle 15:30 circa, agli stessi sarebbe spettata una retribuzione giornaliera di circa € 86,00, invece degli effettivi € 30 che venivano loro pagati sfruttando il loro stato di bisogno economico.

Gli stessi inquirenti sono rimasti toccanti da una confessione di una bracciante  dinnanzi al pubblico ministero , ha dichiarante a verbale in lacrime. “Una volta sul pulmino, nel momento in cui venivano distribuite le buste paga, alcune donne si sono lamentate dei giorni mancanti, Giovanna (Marinaro n.d.r.) ha detto che noi lo sapevamo, quindi, non dovevamo lamentarci. Nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro, anche io adesso ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame. Ho un mutuo da pagare, mio marito lavora da poco, mentre prima stava in Cassa integrazione. Dovete capire che il lavoro qui non c’è e, perderlo, è una tragedia. Quindi, se molte di noi hanno paura di parlare è comprensibile“.

La complessiva attività investigativa ha permesso di ricostruire una particolare forma di “caporalato”: un fenomeno non già caratterizzato dai classici elementi di violenza, minaccia e ritorsioni, ma bensì attuato mediante comportamenti subdoli. Infatti, attraverso lo scudo dell’Agenzia di Lavoro interinale INFORGROUP di Milano alle braccianti veniva assicurato un lavoro “regolare” con contributi versati in relazione, però, ad un numero inferiore di giornate lavorative rispetto a quelle effettivamente svolte. In altre parole l’opzione dei caporali era: o lavori con me mediante l’agenzia accettando di farti riconoscere meno giornate lavorative, ovvero ti cerchi un lavoro assolutamente “in nero” con tutti i rischi, anche assicurativi e contributivi, che ne possono derivare.

Proprio per questa forma evoluta di caporalato sono finiti in carcere Pietro Bello nato nel 1965 e residente a Conversano (BA) direttore della filiale di Noicattaro dell’ Agenzia di lavoro interinale INFORGROUP di Milano insieme ai due dipendenti Oronzo Catacchio, nato nel 1970 residente a Bari e Gianpiero Marinaro, nato nel 1988 e residente a S. Giorgio Jonico (Taranto)  cugino delle sorelle Marinaro,  il quale si occupava di redigere i contratti con i braccianti. Arrestato anche Ciro Grassi, nato nel 1974 e residente a Monteiasi (Taranto)  titolare della ditta addetta al trasporto delle braccianti agricole e la cognata Giovanna Marinaro, nata nel 1970 anche lei residente a Monteiasi   che aveva il compito di “controllare” le lavoratrici sui campi, tutti residenti nel barese e nel tarantino. Agli arresti domiciliari, invece, Maria Lucia Marinaro, moglie del Grassi che, risultando falsamente presente nei campi quale bracciante agricola, percepiva indebiti contributi pubblici per la “disoccupazione agricola” e la “indennità di maternità e congedi”.

Contestualmente all’esecuzione delle misure coercitive, gli operanti della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato hanno eseguito un sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per l’importo di oltre € 55.000, quale valore complessivo dei contributi spettanti ai braccianti agricoli a seguito del sotto-pagamento nonché indebiti contributi percepiti dall’arrestata. Agli indagati è stato contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato e continuato – “caporalato” -, la truffa aggravata e la truffa ai danni dello Stato, reati per i quali rischiano fino ad un massimo di 8 anni di reclusione.

Gli indagati, colpiti dai provvedimenti di custodia cautelare sono stati condotti presso la Casa Circondariale di Trani su disposizione della Magistratura barese,  in attesa degli interrogatori di garanzia.

Il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina nel complimentarsi per la brillante operazione svolta dalla magistratura e le forze dell’ordine in collaborazione fra di loro si è dichiarato pronto a lottare per la legalità sul posto di lavoro. “La tragedia di Paola Clemente è ancora viva in tutti noi, la legge contro il Caporalato proposta dal nostro governo con le parti sociali e con il sostegno quasi unanime del parlamento ha segnato un punto di svolta. La nostra battaglia per la legalità e la dignità del lavoro continua“.

 

ANCORA UNA VOLTA E’  SOLTANTO IL CORRIERE DEL GIORNO

A SVELARE PARTICOLARI, DETTAGLI INEDITI E LE IDENTITA’ DEGLI ARRESTATI ED INDAGATI. 

(i soliti “fotocopiatori”, fotocopiano e prendono i nomi da noi)

 

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