“La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. A scrivere questo post sul suo profilo Facebook Alessandro Di Cicco, un magistrato in servizio alla procura di Roma, che però ha smentito dissaciondosi e parlando di “profilo hackerato“. Il post era arrivato nella serata di ieri, poco dopo le 20, dopo la presa di posizione della premier Giorgia Meloni che raggiunta al telefono dall’Adnkronos ieri ha spiegato che “in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati”.
Una cifra, ha sottolineato la premier che “è dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”.

Gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati sono “previsti per legge“ e “gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati”, è stata la reazione delle toghe. ”La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni”, ha sottolineato la giunta esecutiva centrale dell’Anm.
Anm: “Parole inappropriate, ferma presa di distanza”
“Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole rivolte alla presidente del Consiglio sui social da un magistrato di Roma. Ne prendiamo le distanze con fermezza”, quanto afferma l’Associazione nazionale magistrati (Anm) replicando al post del magistrato.

Aimi (Csm): “Verificare eventuali profili disciplinari”
“Definire la Presidente del Consiglio ‘nana borgatara’, come riportato dall’Adnkronos a proposito di un post attribuito al magistrato Alessandro Di Cicco, in servizio presso la Procura della Repubblica di Roma, è un fatto che merita un’attenta valutazione. La libertà di espressione è un diritto fondamentale e deve essere garantita a tutti, magistrati compresi. Ma chi esercita una funzione così delicata come quella giudiziaria è tenuto a osservare doveri di equilibrio, correttezza e rispetto delle istituzioni, anche quando interviene nel dibattito pubblico”. Così Enrico Aimi componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura.
“Per questo ho chiesto l’apertura di una pratica al Consiglio Superiore della Magistratura, affinché – spiega Aimi – siano verificati i fatti e valutata l’eventuale sussistenza di profili disciplinari. Ho inoltre richiesto la trasmissione alla Quarta Commissione per gli aspetti eventualmente rilevanti ai fini delle valutazioni di professionalità, nel rispetto delle competenze dei diversi organi. Non si tratta di limitare il diritto di critica né di introdurre privilegi o censure, ma di affermare un principio essenziale: il prestigio e la credibilità della magistratura si tutelano anche attraverso comportamenti pubblici improntati alla misura e al rispetto istituzionale. Le istituzioni meritano rispetto, sempre. E questo vale per tutti, senza eccezioni”.

La smentita di Di Cicco: “Mi hanno hackerato il profilo, denuncio”
Il magistrato ha poi smentito di aver scritto il post. “Mi hanno hackerato il profilo facebook e sto andando al commissariato a denunciare. Non sono stato io a scrivere quel post sulla premier, ero in viaggio e quando mi sono accorto di quanto successo, e cioè che qualcuno aveva scritto quel testo sul mio profilo, ho provveduto subito a cancellarlo. Non immaginavo questo clamore, adesso sto andando a denunciare quanto successo al commissariato. Una cosa è non condividere le posizioni della premier, altro è insultare”, sono state le parole all’Adnkronos del pubblico ministero Alessandro Di Cicco. Questa, in esclusiva, la foto della denuncia presentata in Procura.

Romano, classe 1968, Di Cicco ha lavorato in precedenza a lungo nella Procura di Frosinone, nella squadra dei sostituti guidata allora dalla procuratrice Margherita Gerunda. Ancora nel 2021 il Bollettino ufficiale del Ministero della Giustizia lo indicava come sostituto procuratore a Frosinone, nel riconoscergli la quinta valutazione di professionalità. In quel capoluogo ha firmato inchieste che hanno fatto parlare la cronaca locale di Frosinone . Sua fu la richiesta di condanna nel primo processo per omicidio stradale celebrato in provincia dopo l’introduzione del nuovo reato.
Nella sua attività da magistrato a Frosinone c’è un fascicolo che oggi, alla luce della vicenda, assume un sapore particolare. Era stato proprio Di Cicco a disporre la citazione diretta a giudizio di tre persone accusate di aver diffamato l’allora sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani, con video pubblicati e condivisi su Facebook durante la campagna elettorale del 2017.





