DAVIGO E IL GIOCO DELLA MORRA

DAVIGO E IL GIOCO DELLA MORRA

Un Presidente della Commissione Antimafia che si strugge per le liti di una corrente della magistratura cui egli ispira il suo agire politico, non so se ci stiamo rendendo conto. E che viene percepito come referente, alter ego, interlocutore politico dal fondatore di quella corrente, il quale, da componente del Consiglio Superiore della Magistratura, sente infatti il dovere di riceverlo a Palazzo dei Marescialli per rendergli conto delle vicende correntizie, fino a mostragli atti coperti da segreto investigativo.

di GIANDOMENICO CAIAZZA*

L’antico e popolare gioco della morra consiste in questo: due persone indicano a casaccio un numero, ciascuno con le dita della propria mano, e contemporaneamente gridano il numero che immaginano possa scaturire dalla somma delle dita di entrambi. Chi indovina vince. In sintesi, fai e dici cose a casaccio, e prima o poi succede che ne azzecchi una. Dunque l’on. Morra non si chiama così a caso (“nomen omen”, dicevano i latini). Dà infatti non di rado l’idea di parlare o agire un po’ random: hai visto mai che, prima o poi, la cosa detta possa occasionalmente avere un senso.

Esistono veri e propri cultori delle gesta dell’on. Morra, che si scambiano febbrilmente informazioni e segnalazioni sui florilegi del Presidente -nientedimeno- della Commissione Parlamentare antimafia. Io non sono tra quelli, sia chiaro, ma l’ultima delle sue performance è davvero strabiliante e non poteva passare inosservata, anche se su di essa è calato uno strano, quasi imbarazzato e pudico silenzio. E questo non è giusto.Nel corso dell’ultima puntata di “Non è l’Arena”, dedicata in apertura alla vicenda dei verbali dell’avv. Amara e della c.d. “Loggia Ungheria”, il Presidente della Commissione parlamentare Antimafia ha sobriamente informato qualche milione di telespettatori e tutto il mondo della informazione nostrana, che il dott. Piercamillo Davigo ebbe a mostrargli una pagina di un verbale delle dichiarazioni rese dall’avv. Amara alla Procura di Milano, dalle quali emergeva l’accusa al dott. Ardita di essere partecipe di quella Loggia, “nella tromba delle scale del CSM”.

Ciò, ha voluto puntualizzare, dopo che il dott. Davigo ebbe ad invitarlo “ad uscire dallo studio”. L’on. Morra non sembra cogliere nemmeno per un momento la deflagrante enormità di ciò che sta dicendo, ed anzi, con l’intento di giustificare quel fare circospetto, trova opportuno sottolineare che d’altronde in questo Paese i trojan funzionano a singhiozzo (?!?). Distratto dall’immediato sovvenirmi di almeno tre grandi film contemporaneamente – Oltre il Giardino, Forrest Gump e Hollywood Party- ho sinceramente temuto, ahimè inutilmente, di aver frainteso. Anche perché mi stavo appena riprendendo dallo stranimento per il racconto delle ragioni di quell’incontro, se possibile ancora più surreale di quello del suo esito.

Il cuore del nostro Presidente Antimafia, dunque, era straziato dalla “rottura all’interno della corrente di Autonomia ed Indipendenza” proprio tra Ardita e Davigo, una corrente, ci informa, vitale per la prospettiva salvifica “di eradicare il sistema correntizio”. E già mi potrei fermare qui, ma siamo solo all’antipasto di questo tripudio del nonsense elevato a pensiero politico (sia detto senza offesa per il pensiero politico). Perché il Morra, devastato dal dolore, decide di intervenire per “ricomporre il quadro” (ha detto proprio così, giuro), sicché decide di chiedere conto al dott. Davigodi quella diffidenza verso Ardita che non mi spiegavo”.

Qui lo spettatore, rapito, si aspetta che il burbero ex magistrato padano gli risponda qualcosa del tipo “fatti i cazzi tuoi”; e invece no, lo riceve. Ed anzi, sparge sale sulla sanguinante lacerazione cardiaca: Ardita potrebbe essere un massone, tiè, leggi qua. Se guardate con attenzione il video della trasmissione, vi accorgerete che ad un certo punto forse Morra comincia ad avvertire, seppur vagamente, il disastro irreparabile che sta compiendo, e vira, con solenne sussiego, su una giustificazione istituzionale. Lui è Presidente della Commissione Antimafia, e dunque si occupa a pieno titolo anche di Logge massoniche. Insomma, cerca di metterci una pezza, come dire: “stavo nel mio”. Siamo al climax, questo teatro, anzi questo avanspettacolo dell’assurdo ha ormai raggiunto vette fino ad oggi inesplorate.

Sentite quest’altra: quella di Davigodi mettermi a parte della vicenda di Ardita” fu una premura, un atto “a mia tutela”. Inspiegabile, ma impagabile. Ora che ci siamo tutti asciugati le lacrime per quanto abbiamo riso, occorre per un attimo tornare sobri. Perché il fatto è che queste scene si sono svolte ai vertici delle odierne istituzioni repubblicane. Abbiamo un Presidente della Commissione Antimafia che si strugge per le liti di una corrente della magistratura cui egli ispira il suo agire politico, non so se ci stiamo rendendo conto. E che viene percepito come referente, alter ego, interlocutore politico dal fondatore di quella corrente, il quale, da componente del Consiglio Superiore della Magistratura, sente infatti il dovere di riceverlo a Palazzo dei Marescialli per rendergli conto delle vicende correntizie, fino a mostragli atti coperti da segreto investigativo.

il magistrato in pensione Piercamillo Davigo

Per doverosa cronaca, il dott. Davigo nega seccamente che quanto raccontato in pompa magna da Morra al neo-inquisitore televisivo Giletti (tra un incidente probatorio per stupro ed un altro) sia vero. Sarebbero versioni “fantasiose”, accadimenti immaginari, fraintendimenti. Beh, sta di fatto che Morra lo ha inconsapevolmente accusato di un reato: qualcuno dovrà occuparsene, e infine dirci come stanno le cose. Intanto, come mai a me è venuto in mente un quarto, leggendario film, “Amici Miei”, con il suo formidabile Conte Mascetti?

*intervento del presidente dell’ Unione delle Camere Penali (articolo tratto da Il Foglio)

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