Marcello Dell’Utri esce dall’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993. La giudice per le indagini preliminari di Firenze, Patrizia Martucci, ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti dell’ex senatore, firmando il decreto lo scorso 15 gennaio. Nel provvedimento si evidenzia che “mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. Si tratta della sesta archiviazione nell’ambito dell’inchiesta.
L’inchiesta ora archiviata era stata riaperta dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Firenze il 9 dicembre 2022 ed era stata classificata con il procedimento numero “16249/2022 R.G.N.R.”. Silvio Berlusconi (sino al momento del suo decesso, il 12 giugno 2023) e Marcello Dell’Utri erano stati iscritti per “plurimi reati” legati all’associazione per delinquere di stampo mafioso delinquere e concorso in stragi (“artt. 422, c. l e 2, 81 II c., 110, 112 n. l c. p., 416 bis. l, 270 bis. l c. p. 1) per gli attentati avvenuti il 27 maggio 1993 a Firenze, il 27 luglio 1993 a Milano, il 28 luglio 1993 a Roma e il mancato attentato allo stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994). Il fascicolo era assegnato ai pubblici ministeri Luca Turco (in pensione dal 2024), Lorenzo Gestri e Luca Tescaroli (ora procuratore di Prato).
L’inchiesta riguardava le stragi di Firenze, Milano e Roma del 1993 e si fondava sull’ipotesi che la strategia terroristica mafiosa fosse finalizzata a favorire l’affermazione politica della nascente Forza Italia. Dell’Utri era accusato di avere istigato il boss Giuseppe Graviano a organizzare gli attentati e di avere svolto un ruolo di indicazione degli obiettivi da colpire. Accuse che la difesa ha sempre respinto, definendole prive di riscontri come confermato dall’ ennesima archiviazione.

Il commento di Marina Berlusconi
Dura la reazione di Marina Berlusconi: “È la sesta volta che l’assurda inchiesta di Firenze finisce nel nulla. È la sesta volta che viene archiviata, come sempre su richiesta stessa dei pubblici ministeri. È un risultato che non stupisce, visto che parliamo di un teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove ma con il fango del pregiudizio ideologico”.
La presidente di Fininvest sostiene che l’ipotesi investigativa abbia alimentato per anni sospetti e polemiche: “Resta il fatto che tutto questo accanirsi su una tesi insensata – e cioè che le stragi mafiose del 1993-94 avrebbero avvantaggiato la nascente Forza Italia – ha alimentato trent’anni di sospetti, insinuazioni e campagne di delegittimazione contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Ma alla fine ha prodotto soltanto una montagna di carta straccia, sia in tribunale, sia nelle redazioni di certi giornali“.
Marina Berlusconi ha inoltre rivendicato il ruolo svolto dai governi guidati dal padre nella lotta alla mafia: “La verità storica è totalmente diversa: mio padre è stato uno dei principali protagonisti della lotta alla criminalità organizzata in Italia“. E ancora: “Sono stati i governi Berlusconi a rendere stabile il carcere duro per i boss mafiosi, a introdurre il primo Codice antimafia e a istituire l’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali”. “Questi sono i fatti, tanto concreti quanto inconfutabili – prosegue Marina Berlusconi -. Tutto il resto è una vergognosa e illogica mistificazione che, oltre ad aver rappresentato un gravissimo spreco di tempo e risorse per il nostro Paese, ha avvelenato la vita di uno dei suoi protagonisti”.
Parole alle quali si sono aggiunte quelle del vicepremier e segretario di Forza Italia Antonio Tajani. “Ci sono voluti trent’anni e sei archiviazioni per accertare e confermare la totale estraneità di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri alle stragi di mafia del ’93 a Firenze“, ha dichiarato, denunciando quello che definisce un «accanimento» nei confronti del fondatore del partito e chiedendo una riforma della giustizia.
Nella parte finale della sua nota, Marina Berlusconi allarga il ragionamento allo stato della giustizia italiana e al dibattito sulle riforme. “L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana”, afferma, sostenendo che la sconfitta del referendum sulla giustizia sia stata “un’immensa occasione perduta” e indicando tra i nodi da affrontare “l’assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati”.





