Ecco come è nato il governo Conte bis nell’ultima notte di sms e tensioni.

ROMA –  La notte della vigilia è stata lunga e tormentata  Alle quattro del mattino le luci di Palazzo Chigi erano accese  mentre le trattative erano ancora in corso , e nel frattempo si litigava tra Pd e 5 Stelle e all’interno del lo stesso Movimento. Bisogna dire soltanto grazie all’intervento del Quirinale se è nato il Governo numero 66 della Repubblica. Alla fine è arrivato l’accordo con dieci ministri assegnati al M5S, nove al Pd, uno di Leu ed un ministro “tecnico” il prefetto Luciana Lamorgese fortemente voluta dal presidente Mattarella  al Viminale.

Un sms è circolato all’1.38 di ieri notte  sugli smarthpone dei vertici del Pd : “È saltato tutto”. La poltrona che ha messo a serio rischio la nascita del governo è quella ritenuta “strategica” del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dopo l’eliminazione dei due vicepremier, lasciata ormai libera dal leghista Giancarlo Giorgetti. Il premier Conte voleva metterci Roberto Chieppa attuale segretario generale di Palazzo Chigi , ma Luigi Di Maio si è impuntato su Riccardo Fraccaro, volendo piazzare un suo “fedelissimo” a controllare Conte che ormai ogni giorno di più insidia la sua leadership nel Movimento 5 Stelle.

Un braccio di ferro senza esclusione di colpi fra Conte  e Di Maio il quale minacciava di ridiscutere tutto. Lui che parlava di rinuncia alle poltrone….”Se non sarò vicepremier e Fraccaro non sarà a Palazzo  Chigi, allora vado io al Viminale “. La notizia dello scontro mette in crisi il Quirinale, dove si dalle 10 tutto era pronto per accogliere la salita al Colle di Conte. Il premier incaricato invece lascia Palazzo Chigi solo alle due e mezzo del pomeriggio, dopo aver raggiunto una faticosa mediazione, cedendo a Di Maio, ben sapendo l’indicazione del Quirinale sulla gestione del Viminale.  E finalmente per gli “amici” di Di Maio, il fido Fraccaro sarà sottosegretario alla presidenza.

Ma in realtà non è una vittoria certa per Di Maio, perché la strategia di Conte è quella nominare Chieppa secondo sottosegretario alla Presidenza  ed affidargli le deleghe importanti in ambito legislativo. Una soluzione questa che però ha degli aspetti delicati anche dal punto di vista “tecnico”, in quanto di conseguenza si tratterebbe di spacchettare un incarico nevralgico, dal quale passano tutti i provvedimenti di Palazzo Chigi. Se verrà confermata l’intenzione di Conte di avere due sottosegretari in una sorta di convivenza , l’attuale capo di gabinetto  Alessandro Goracci ,  subentrerà come segretario generale al posto di Chieppa .

Raggiunto l’accordo che ha consentito la partenza del Governo e conclusi gli ultimi due vertici, sul programma e sui ministri, l’avvocato pugliese è salito alle tre del pomeriggio al Quirinale con la lista dei ministri. Conte ha passato un’ora con il presidente Mattarella nello Studio alla Vetrata e scioglie la riserva con cui aveva accettato l’incarico di formare il nuovo governo. Visibilmente emozionato, ancor più del primo incarico, per non sbagliare ha qualche esitazione nel pronunciare i  nomi :”Forti di un programma che guarda al futuro, dedicheremo le nostre migliori energie a rendere l’Italia migliore…“.

Ma dietro la soluzione politica che dà vita al Governo Conte “bis” permangono nodi politici ed enigmi e . Il Pd soffre perché non ha un presidio a Palazzo Chigi: “Abbiamo lasciato che l’esecutivo decollasse, ma il problema andrà risolto. Faremo capire a Conte che è suo interesse essere affiancato da un vice del Pd”. Sceso da colle alle cinque della sera, Conte è andato a Montecitorio dal presidente Roberto Fico. Incontro scandito da sorrisi e felicitazioni, mentre in un clima più istituzionale si sono svolti i 40 minuti trascorsi con Elisabetta Casellati a Palazzo Madama.

Paolo Gentiloni

Alla fine sembra di assistere ai titoli di coda di un bel film scritto altrove da altri. L’amministrazione Trump saluta con fiducia il nuovo esecutivo giallorosso,  i vertici dell’ Unione Europea (eletti grazie al voto determinate di Pd e M5S)  accolgono con grande favore entusiasmo la svolta europeista del Governo Italia e l’arrivo dell’ex premier Paolo Gentiloni a Bruxelles come commissario con un portafoglio importante. La borsa sale, lo spread scende come per incanto, dimostrando di fatto di condizionare gli equilibri dei governi dei Paesi europei.

Matteo Salvini pur ammettendo la sconfitta attacca il nuovo governo  Conte Bis definendolo “della casta”. Nicola Zingaretti , segretario del Pd, cerca di voltare pagina: “Ora basta odio“. Questa mattina alle 10 il giuramento dei ministri nel Salone delle Feste del Quirinale, dopodichè il premier Conte avrà quattro giorni per buttare già il discorso per la fiducia che dovrà ottenere lunedì alla Camera e con più di qualche rischio di franchi tiratori martedì al Senato.




Pd, il partito delle rinunce

di Alessandro De Angelis

Ecco, anche Andrea Orlando rinuncia a entrare nel governo, per dedicarsi al partito, perché agli Esteri, nel gioco di veti e controveti deve andare Di Maio. Questo dopo che due giorni fa, Dario Franceschini aveva rinunciato al ruolo di vicepremier per costringere Di Maio a mollare la sua poltrona di vice. E dopo un’altra rinuncia al vicepremier unico e, prima ancora, alla madre di tutte le rinunce: la discontinuità su Conte, l’avvocato del contratto gialloverde, ora benedetto dall’establishment nazionale come uno della provvidenza.

Questa storia, dove la parola chiave è “rinuncia, si conclude, alla stretta finale, col Pd fuori da Palazzo Chigi, dove si consuma una tensione tutta interna al partito che ha ritrovato una centralità politica, trascinato dal plebiscito su Rousseau, diventato da “algoritmo” opaco, che cozza con le consuetudini costituzionali, a grande levatrice del nuovo governo del cambiamento.

Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Dicevamo, la tensione. Perché, a notte fonda, il premier incaricato rivendica per sé tutta la sovranità di palazzo Chigi. Per la casella di sottosegretario alla presidenza, vero centro nevralgico dell’attività di governo (da Gianni Letta a Giorgetti) si impunta sul nome di Roberto Chieppa, il segretario generale della presidenza del Consiglio. Nome che cozza non con quello di Dario Franceschini, ma con le aspettative e le ambizioni di Vincenzo Spadafora. Detto in modo un po’ tranchant: Conte vuole un uomo suo, Di Maio vuole uno suo, nell’ambito della competition sulla leadership tutta interna al Movimento. E il premier, altra novità piuttosto inusuale, rivendica per sé anche la delega ai servizi. È la fotografia di Palazzo Chigi come di un luogo autonomo rispetto al principale alleato di governo. Quasi da governo del presidente, in cui il premier ha un potere giustificato dall’eccezionalità e non dall’ordinarietà di un accordo politico o di un “contratto”.

Diciamo le cose come stanno. Le figure chiave, che qualificano un governo, sono il premier, poi il ministro dell’Interno, l’Economia e gli Esteri. Sono queste caselle che ne danno immagine e sostanza. Ed è su queste che si gioca la partita per l’egemonia nel governo. Ecco: i Cinque stelle hanno Conte e Di Maio. Il Pd, almeno così pare fino a notte fonda, accetta lo schema di un “tecnico” all’Interno. E, sulla casella dell’Economia, per evitare un altro tecnico, spinge per Roberto Gualtieri (leggi qui Giuseppe Colombo). Sono le due caselle su cui c’è un’attenzione del Quirinale. Sarebbe sbagliato dirla così: Mattarella vuole un “tecnico” al Viminale. È più corretto dirla in questo modo: Mattarella, secondo una lunga consuetudine repubblicana, non ritiene opportuno che al Viminale ci sia un leader di partito, dopo la parentesi di Matteo Salvini.

nella foto il Viminale, sede del Ministero dell’ Interno

Perché il Viminale non è un set della propaganda, ma un luogo dove si lavora e si appare poco, e chi lo ricopre deve essere vissuto più come una figura “istituzionale” che “di parte”, di cui si fidano anche gli avversari politici. Non è un caso che, nell’infinita saggezza democristiana, mai nessun leader di quel partito ha ricoperto il ruolo di ministro degli Interni. Questa premessa spiega il no a Di Maio, che ancora ieri sognava di andare in diretta Facebook contro il suo predecessore. Il gioco dei veti – quello del Pd su Di Maio, quello dei Cinque stelle sul Pd spiega perché la scelta sia tra il capo della Polizia Franco Gabrielli e Luciana Lamorgese, il prefetto di Milano.

Ecco, passa al Nazareno l’idea di “spoliticizzare” il terreno dello scontro politico dei prossimi mesi con Salvini, defilandosi dalla questione cruciale. È la rinuncia a una linea, un messaggio, un punto di vista “democratico” sul terreno dell’immigrazione, affidato al ministro degli Esteri e al premier nel rapporto con l’Europa, e a un tecnico in Italia. Un tecnico, non un politico che governi l’annunciata offensiva politica di Salvini sull’invasione, sugli sbarchi e l’altrettanto annunciata insofferenza dei sindaci leghisti sulle politiche di accoglienza. E che interpreti il cambiamento nel governo e nel paese. C’è, in questa scelta, l’opposto: evitare cioè che il nuovo ministro diventi il bersaglio di Salvini. Un po’ come durante le Europee, quando il Pd provò (in quanto diviso tra la linea Minniti e quella delle Ong) a parlare d’altro nel tentativo di cambiare l’agenda, tranne poi constatare che la realtà non si rimuove.

il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Ricapitolando. Qualche giorno fa, in nome del sì a Conte, il Pd chiedeva Interni, Economia e Esteri. Ora il tasso di politicizzazione di un governo che assomiglia a un “governo amico” è appeso al tentativo su Roberto Gualtieri all’Economia. Il cui curriculum deve passare al vaglio del Quirinale dove, assicura chi ha i contatti col Colle, la preferenza è per una figura tecnica, che abbia una consolidata esperienza in materia di conti pubblici. Altro terreno ad alta intensità politica. Perché è vero quel che tutti si attendono che l’Europa avrà una maggiore benevolenza col nuovo governo in materia di flessibilità. Ma è anche vero che la prossima finanziaria non sarà propriamente il paese di Bengodi. E un ministro che comunque deve mostrare prudenza e realismo in materia di conti è un altro capitolo di quella benedetta “responsabilità” nazionale che, più volte, a sinistra si è trasformata in una donazione di sangue.




Il Ministro dell' Interno presiede un Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica a Castel Volturno. E risponde a Conte: "Sull'immigrazione preferisce il Pd?"

ROMA –   Domande no stop questa volta nella lunga conferenza stampa a latere del Comitato Nazionale per l’ordine e la sicurezza tenutosi nella Scuola Forestale Carabinieri, presieduto da Salvini nella “bomba sociale” di Castel Volturno, non a caso set del “Dogman” di Garrone, tra residenze distrutte e abbandonate, litorali ingolfati di comitive di bagnanti, e territorio pieno di abusi edilizi .

Dopo il vertice dell’anno scorso in Calabria, questo ferragosto è toccata al non-luogo per eccellenza, Castel Volturno: polveriera di disoccupazione, scempio e abbandono del territorio, immigrazione clandestina (almeno 20mila), il cemento e gli affari della camorra dei casalesi, la droga delle mafie nigeriane.  Salvini fa nuove promesse al Sud da cui “migrano” ogni giorno centinaia di giovani e famiglie. “Noi sappiamo bene, abbiamo idee chiare su cosa fare qui : non certo politiche di reddito di cittadinanza a tappeto, visto che qui apprendo con sorpresa siamo ai primi posti per percentuale di richiedenti reddito. Ma qui ci vuole un piano di investimenti e sviluppo. E abbiamo in mente un ministro per il Sud, un campano“.

Le prime parole del capo della Lega, in apertura della conferenza, sono state durissime contro il premier Conte, dopo lo scontro via social sulla Open Arms: “Con altrettanta educazione e gentilezza ora ho risposto a Conte. Così giustifico il mio anno di lavoro e governo. Quando mi rimprovera l’ossessione sui porti chiusi, io glielo confermo: ho l’ossessione della sicurezza dei cittadini. Io lavoro e sono qui a ferragosto, senza andare avanti a insultare come altri : ‘buffone giullare ladro‘. Certo, però, sentirsi richiamare da Conte per la mia presunta ‘ossessione’, della lotta alla migrazione clandestina, per ciò che io invece considero una missione, è davvero singolare. Non dico mi sarei aspettato che dicessero: grazie Matteo per i risultati portati a casa, ma tutto questo è davvero molto particolare“.

Lo scontro tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini non si placa. A meno di una settimana dall’intervento che terrà in Senato, il Presidente del Consiglio (non eletto) voluto dal M5S pubblica su Facebook un lettera aperta indirizzata al leader della Lega, ultimo atto di un duello che va avanti da settimane. Una lettera a cui arriva immediata la replica di Salvini altrettanto decisa: “Confesso la mia “colpa”, caro Presidente, la mia “ossessione” nel contrastare ogni tipo di reato compresa l’immigrazione clandestina. Faccio il Ministro per difendere i confini, la sicurezza, l’onore, la dignità del mio Paese“.

Questo il testo delle lettera “pubblica” di risposta di Salvini a Conte, pubblicata su Facebook:

Carissimo Presidente Conte, leggo con stupore che Lei mi rimprovera una “ossessione” per i “PORTI CHIUSI”, parla di rabbia, slealtà, ansia, foga e altro ancora. Sono stato leale e sempre lo sarò nel pieno rispetto di ogni carica istituzionale e, prima di tutto, nei confronti dei cittadini che incontro e che mi chiedono di intervenire. Peraltro leggo queste accuse mentre presiedo da ore a Castel Volturno i lavori del Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza.

Lotta alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta, lotta allo spaccio di droga e allo sfruttamento della prostituzione. Calo dei delitti del 12% in questo 2019, fortissimo calo di omicidi (-18%), furti
(-17%), rapine in casa o in strada (-21%) e violenze sessuali (-24%). E soprattutto crollo degli sbarchi dell’80% rispetto all’anno scorso (da 20.000 a 4.000) e del 90% rispetto all’anno prima, con molti morti in meno e un risparmio per gli Italiani di miliardi di euro, che serviranno per assumere entro un anno 8.000 donne e uomini delle Forze dell’Ordine. Stiamo anche lavorando per riordinare le “scorte” che ogni giorno tolgono dalle strade oltre 2.000 uomini in divisa: si valuterà se queste 565 scorte sono ancora tutte giustificate.

Quindi confesso la mia “colpa”, caro Presidente, la mia “ossessione” nel contrastare ogni tipo di reato compresa l’immigrazione clandestina. Faccio il Ministro per difendere i confini, la sicurezza, l’onore, la dignità del mio Paese. Con me i porti sono e rimarranno CHIUSI ai trafficanti e ai loro complici stranieri. Ed è chiaro che, senza questa fermezza, l’Unione Europea non avrebbe mai mosso un dito, lasciando l’Italia e gli Italiani soli come ha fatto negli anni dei governi di Renzi e del Pd. Buona festa dell’Assunzione a Lei e a tutti gli Italiani, caro Presidente, soprattutto ai 56.698 donne e uomini in divisa che anche oggi garantiscono la nostra sicurezza, che sono il mio orgoglio. La lotta alla criminalità, di ogni colore, tipo e nazionalità, è lo scopo del mio lavoro. Anzi, della mia vita.

Grazie”
Matteo Salvini

Salvini contesta persino che Conte gli ricordi le tutele previste da ogni legge per i migranti minori : “Tutti sanno che se vai a guardare, alla fine questi ragazzi hanno 17 anni, se li hanno davvero. Perché poi si scopre un’altra età“.  “Il mio telefono è sempre aperto e acceso, diciamo che in questi frangenti si è aperta una frizzante comunicazione trasparente con Conte“, dice a sorpresa, il ministro dell’Interno e vicepremier . “Se  Conte preferisce un ministro del Pd e un ritorno ai 200mila sbarchi, allora lo dicano. Il “gentile” Conte me lo dica in faccia, e non mentre coordino Comitato per l’ordine e la sicurezza a Castel Volturno”. continua SalviniComunque, se si sciolgono le Camere la settimana prossima , si può andare ad ottobre , come altri paesi europei. Se qualcun altro vuole fare Ministro dell’Interno in questo periodo, son ben contento, basta che non si smonti ciò che faticosamente abbiamo messo in piedi”. 
Ripensarci?  Secondo me non c’è possibilità, poi se qualcuno vuole dialogare io sono qua, sono la persona più paziente del mondo e il mio telefono è sempre acceso e in questi giorni squilla parecchio” ha poi risposto Salvini a chi gli chiedeva se ci fosse ancora la possibilità di un’apertura ai 5S. Il leader della Lega ha evitato più volte  di rispondere in maniera diretta. “Ogni giorno ha la sua pena, oggi stiamo su oggi e domani stiamo su domani – ha ripetuto – Finché il governo faceva, andava a gonfie vele, quando il governo ha cominciato a dire no era giusto fermarsi. E secondo me oltre questo governo ci sono solo le elezioni”. “Lascio ad altri le considerazioni, il mio telefono è sempre accesso e, anzi – ha concluso – appena esco di qui manderò un messaggio a Conte che è stato così gentile e gli dico che qualunque cosa ci sia da dire me lo può dire direttamente

il premier Conte ed il sottosegretario Giorgetti

Il vero problema è che il sistema circolare dell’informazione tra partiti non consente più di tenere riservate le notizie. Per esempio i leghisti hanno saputo che il leader pd Nicola Zingaretti, dopo aver dato garanzie a Salvini sul voto anticipato, è stato “dissuaso da una perentoria telefonata di Prodi“. Allo stesso modo ieri i democratici hanno intercettato un presunto sfogo del sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti , da tempo in rotta di collisione con il premier Conte, contro la mossa del suo “Capitano”: “Per mesi gli ho detto “stacca stacca”. E quando gli ho detto di non farlo, lui ha annunciato la crisi” Così, come a voler rimarcare quali sono ora le sue priorità, il sottosegretario alla Presidenza ha rinnovato l’abbonamento al Southampton. Sarebbe quindi singolare se avessero fondamento le informazioni raccolte da Forza Italia, se Salvini avesse davvero affidato a Giorgetti il tentativo di riavvicinare Di Maio. Ma questa ipotesi secondo noi è fantapolitica, anche se lo scrive il CORRIERE DELLA SERA….

Rispondendo a un cronista durante la conferenza stampa, il ministro Salvini poi ha detto: “Io ancora ministro dell’Interno l’anno prossimo? A Dio piacendo, d’altra parte oggi è la festa dell’Assunzione. Conto per l’anno prossimo di portare dei dati ancora migliori”.

 




Lega e M5S allo scontro sull' ex Ilva di Taranto. Giorgetti (Lega): "rispettare gli accordi"

ROMA – Il duello a distanza tra 5 Stelle e Lega sull’ ex Ilva di Taranto continua, con il premier Giuseppe Conte, diviso tra la sua appartenenza al Movimento 5 Stelle e il suo ruolo di premier e contemporaneamente di “mediatore” per mantenere in piedi una maggioranza di governo sempre più divisa ed in contrasto.

il top management di Arcelor Mittal Italia

Il problema si è aperto col gruppo Arcelor Mittal sull’ex Ilva e, dopo che nel “decreto crescita” è stata eliminata l’immunità penale per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro per il gruppo franco-indiano gestore per due anni degli stabilimenti e successivamente proprietario dell’azienda siderurgica, parla di “rottura degli accordi col governo” e minaccia di chiudere gli stabilimenti lasciando a spasso e senza lavoro 11 mila dipendenti. Una chiusura che secondo gli analisti ed economisti dello Svimez causerebbe la perdita  dell’1,4 per cento del Pil italiano.

Conte come prevedibile si è schierato coi 5 Stelle: “Pensare che si possa gestire una azienda solo a condizione di avere una immunità penale mi sembra un privilegio. Confido che gli investitori non abbiano affidato i propri investimenti a questa regoletta” manifestando un’ignoranza palese sul contratto in questione, mentre la Lega si è schierata con Arcelor-Mittal . Il sottosegretario leghista alla presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti, notoriamente quasi mai d’accordo con il premier Conte, lo ha ribadito su Sky-Tg24 nel “L’Intervista” con Maria Latella : “Se il governo ha assunto un impegno in sede di negoziazione, diventa complicato e disdicevole non mantenerlo”.

Il passaggio dell’ex Ilva ad ArcelorMittal fu sancito da un accordo siglato a settembre del 2018. Adesso saranno fondamentali gli incontri in calendario nei prossimi giorni tra ArcelorMittal, il Governo e lavoratori . A partire da quello di domani tra azienda e sindacati locali a Taranto. Infatti proprio domani scadono i 25 giorni della procedura di cassa integrazione ordinaria avviata a causa della crisi del mercato dell’acciaio lo scorso 5 giugno da ArcelorMittal  di 13 settimane per 1.400 dipendenti dello stabilimento di Taranto, che costituiscono praticamente il 17% della forza lavoro.

Nonostante Arcelor-Mittal sia ancorata sulle proprie posizioni, i sindacati sperano in un rinvio della CIG, e  da domani si partirà con lo smaltimento ferie). Una richiesta sopratutto per rispetto istituzionale, considerato che sono partite dal Mise due convocazioni: una fissata per il 4 luglio per discutere dell’immunità penale, e l’altra per il 9 luglio quando si farà una verifica dell’accordo del settembre 2018 che costituì di fatto il passaggio ufficiale dell’ ex-Ilva ad ArcelorMittal.

Se azienda e Governo resteranno fermi sulla proprie posizioni, infatti, dal 6 settembre,  data che coincide a quella prevista dal “decreto Crescita” diventato legge lo scorso 27 giugno   non varrà più per i responsabili dello stabilimento di Taranto “l’impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro” , un fattore questo che ArcelorMittal, nei giorni scorsi, ha ribadito imprescindibile per poter ovviare ai numerosi problemi ambientali ereditati dall’ex Ilva, fino al completamento del Piano ambientale. Gert Van Poelvoorde, amministratore delegato per l’ Europa del Gruppo ArcelorMittal, ha reso noto che in mancanza di novità, si andrà alla chiusura dell’acciaieria. E le aziende dell’indotto, che lavorano per lo stabilimento siderurgico di Taranto hanno già dato mandato ai propri legali e consulenti del lavoro di preparare ed inviate le lettere di preavviso di licenziamento ai propri dipendenti.

Tutto ciò nel silenzio ed indifferenza della politica locale, priva di alcun “peso” nelle istituzioni romane. Le “diplomazie” delle parti in causa sono al lavoro per ricercare una soluzione che possa scongiurare evitare la chiusura dello stabilimento, che darebbe il via ad una causa civile miliardaria da parte di Arcelor Mittal che graverebbe sulle casse pubbliche del Paese. Il vicepremier Luigi Di Maio incurante di tutto ciò (anche perchè privo di esperienza e competenza in materia) non vuole cedere sull’immunità totale dagli incidenti nello stabilimento o dai danni ambientali e alla salute, sostiene (a parole) di essere d’accordo sul fatto che ArcelorMittal non può e non deve pagare per gli errori del passato.

Da domani, primo luglio, al 5 settembre restano soltanto sessantasei giorni per salvare l’ex Ilva , ed ogni giorno sarebbe utile per raggiungere un accordo tra governo e il nuovo proprietario ArcelorMittal ed evitare che il 6 settembre l’acciaieria smetta di produrre acciaio, mentendo in crisi l’economia della città di Taranto e la sua provincia (grande quanto tutta la Regione Basilicata) che verte all’80% sull’andamento e gli affari dello stabilimento siderurgico più grande d’ Europa

 

 

 

 

Per questo, nel risiko




Uno più uno ora fa zero

di Antonio Polito

Vabbè che la famiglia è sacra. Ma un governo con due politiche della famiglia è un po’ troppo. Una è del ministro leghista Fontana, che sta faticosamente tentando di attaccare un pacchetto di emendamenti al treno del decreto crescita. L’altra è del vicepremier Di Maio, che ha proposto un suo decreto legge appena bloccato dal ministro Tria perché senza copertura. Quello che sta succedendo nelle ore finali della campagna elettorale riassume alla perfezione il buco nero in cui è sparito il governo Conte: uno più uno non fa più due, ma zero.

La logica del contratto prevedeva, spericolatamente, che programmi molto diversi, spesso divergenti, talvolta alternativi, potessero sommarsi senza integrarsi. Tot miliardi di reddito di cittadinanza a me, tot di quota cento a te, e amici come prima. Ma il contratto ha ballato una sola estate. Sufficiente appena a mettere nei guai i conti pubblici, inconsapevoli della grande frenata dell’economia che stava arrivando. Ciò che per i primi mesi si è sommato, ha così cominciato a elidersi. Ciò che piaceva a uno, danneggiava l’altro. Quando uno saliva nei sondaggi, l’altro scendeva. Da alleati per caso, i due partner di governo sono diventati avversari per vocazione.

Giancarlo Giorgetti

Il risultato è stato appena certificato con timbro ufficiale da Giancarlo Giorgetti: il governo è paralizzato, nel caos, siamo rimasti alle varie ed eventuali. In poche parole: è finita, fino a prova contraria. E se lo dice lui, che di mestiere fa il segretario del Consiglio dei ministri e ne verbalizza le riunioni, gli si può credere. In questa lunga discesa agli inferi si sono rovinati anche i rapporti personali, più difficili da ricucire di quelli politici. Si sapeva già che Di Maio e Salvini non si parlavano più, nemmeno per telefono. Ora abbiamo scoperto che Conte e Giorgetti si detestano cordialmente, come neanche Gentiloni e Boschi ai tempi loro: Palazzo Chigi Uno e Palazzo Chigi Due. Conte si offende perché Giorgetti dice che non è imparziale. Ma il presidente del Consiglio non fa il guardalinee, dovrebbe essere il capitano della squadra. Il problema è che la squadra non c’è più: all’ultima convocazione, Giorgetti non si è neanche presentato.

Se tutto questo fosse il risultato di una lucida strategia tesa ad andare al voto in ottobre, ci sarebbe almeno una logica. Ma così non è: sembra piuttosto un incespicare giorno dopo giorno verso l’inevitabile baratro. Chi l’ha detto infatti che le Europee scioglieranno i nodi? E come potrebbero? Perché il paradosso della situazione è che non sembra esserci alternativa. In Parlamento non di sicuro, e forse nemmeno nel Paese. Se poi Salvini pagherà la sua corsa a destra con un successo inferiore alle attese, e Di Maio coronerà la sua corsa a sinistra con un insuccesso minore del temuto, allora sarebbe anche più complicato giocare a rischiatutto, tornando alle urne in autunno. Il governo potrebbe durare perché non c’è altro da fare. Ma quanto può reggere un Paese con i guai dell’Italia di oggi senza un esecutivo degno di questo nome? E come fronteggerebbe un cigno nero, o anche il più usuale volo dello spread?

I due partner di governo sono i responsabili della situazione attuale. Forse non dell’andamento dell’economia, che non si decide per decreto, né nel bene né nel male; ma dei conti e del deficit certamente sì. Spetterebbe dunque a loro tirarcene fuori, Dio solo sa come, con la legge di Bilancio di fine anno. Difficilmente troveranno qualcuno che accetti di farlo al posto loro, a Roma come a Bruxelles. Nel sabato di silenzio elettorale, i due capi della maggioranza dovrebbero dunque davvero prendersi una pausa di riflessione e chiedersi se ne vale la pena: se sanno darsi una regolata o se l’esperimento è da considerarsi chiuso.

Verrebbe da dire: salite a bordo, con quel che segue; ma solo se siete in grado di prendere il timone. Perché, al momento, «barca senza nocchiere» siamo, «e in gran tempesta».

*editoriale tratto dal CORRIERE DELLA SERA

 




Sospeso il Consiglio dei ministri: il Governo a serio rischio

ROMA – Lo scontro è ormai aperto a Palazzo Chigi con il Consiglio dei ministri  sospeso sul “decreto Sicurezza Bis” fortemente voluto e sostenuto dal leader della Lega Matteo Salvini.

Su questa partita  si gioca molto del futuro del Governo gialloverde  e ne sono ormai tutti consapevoli.  Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti ha attaccato frontalmente in un’intervista al quotidiano  La Stampa, la posizione del premier Giuseppe Conte accusandolo di non essere super partes e di essere sfacciatamente  schierato con i Cinquestelle che ormai da venti giorni fanno opposizione  su tutto bloccando di fatto il lavoro del governo.

Delle affermazioni che al premier non sono piaciute per niente. Conte ha abbandonato per una volta il suo solito aplomb da avvocato per vestire i panni del politico ed è esploso  “Se Giorgetti ha qualcosa da dire, lo venga a dire in Consiglio dei ministri“. Ma il sottosegretario leghista stasera non era presente, trattenuto a Milano da impegni istituzionali. Conte tira dritto e minaccia: “O si lavora tutti insieme, oppure tutti a casa“. Un ipotesi questa sempre più probabile all’indomani del voto europeo.

Matteo Salvini per tutta la giornata ha provato a fare il giocoliere, cercando di far “passare” il suo decreto Sicurezza Bis, riconfermando la propria fiducia in Conte, ma nello stesso tempo non smentisce una sola parola di Giorgetti.

Una posizione che evidentemente non ha soddisfatto al premier, il quale ha ricevuto il Ministro dell’Interno ponendolo davanti alle presunte criticità a suo dire manifestate dal Quirinale nei confronti del suo decreto. Criticità che potrebbero portare a un rinvio, ma non per il leader della Lega che ha tenuto duro, al punto tale da  arrivare a richiedere ed ottenere una una sospensione del Consiglio dei ministri.

Ora il documento sarebbe al vaglio degli uffici legislativi che stanno cercando di trovare una soluzione . Una situazione a rischio, bloccata, dove persino il Decreto Famiglia presentato dai Cinquestelle, viene sospeso quasi per par condicio, per un esame più approfondito.




La guida M5S del Governo al capolinea: Conte, Salvini, Di Maio e Giorgetti non si parlano più

ROMA – Soltanto sei mesi fa, Matteo Salvini  esprimeva su La7  lodi lusinghiere dei soci-alleati di governo: “Senza Di Maio e Conte non avrei combinato niente”. Era soltanto lo scorso novembre ma  la “liason” fra due vicepremier e leaders dei rispettivi partiti è pressochè arrivata al capolinea con inevitabile rincorsa polemica su di chi pesi la responsabilità della rottura.

L’alleanza fra  Di Maio e Salvini è incrinata da un bel pezzo. Lo scorso primo maggio al vertice intergovernativo i due vice-premier sono arrivati  a Tunisi atterrando con due voli diversi e successivamente costretti a sedere spalla a spalla, senza parlarsi, ingannando il reciproco silenzio con gli occhi fissi sugli smartphone. Di Maio al rientro a Roma ha “snobbato” l’aereo di Stato. Il leader politico 5 Stelle invoca un vertice di maggioranza ? Dalla Lega replicano che il ministro grillino alla guida dei dicasteri del Lavoro e Sviluppo in realtà “non ha chiesto nessun incontro a Salvini ” ed il M5S cerca di ridicolizzare l’alleato : “Se la Lega ci tiene, gli facciamo una richiesta con la carta bollata“.

  Gli imbarazzati silenzi e i mancati incontri di quello che sembra essere l'”ei fu” quartetto di Palazzo Chigi, composto dal Premier Giuseppe Conte (non votato e quindi non eletto dagli italiani)  , dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, e dai vicepremier  ormai separati in casa, sembrano vivere il ruolo di chi dopo un matrimonio di facciata, si appresta alla firma del divorzio definitivo. Soltanto il responso del voto europeo del prossimo 26 maggio, infatti,  potrà liberarli  dall’ibernazione glaciale in cui i due partiti (ex ?) alleati sembrano essersi rinchiusi . Tra Conte e Giorgetti peraltro la simpatia e coesione non è mai scattata, mentre quella tra Conte e Salvini si è guastata giorno dopo giorno: il leader della Lega punta alla presidenza del consiglio ed il professore grillino, “autocelebratosi” avvocato degli italiani, invece intende ancora occuparla a lungo.

Matteo Salvini e Giuseppe Conte

Sino allo scrutinio del voto europeo sono obbligati di fatto  a non parlarsi , a non sedersi nelle occasioni ufficiali uno accanto all’altro,  ed a randellarsi ripetutamente senza sosta dalle pagine dei socialmedia. E sui social infatti che regna la più dura battaglia verbale che mai abbia contrapposto gli “azionisti” di un’alleanza  governativa contrattualizzata . Di Maio mi insulta”, attacca Salvini, e l’altro gli replica ” Salvini fa l’offeso, da quando c’è stato il caso Siri l’ha presa sul personale“.  Matteo Salvini non si fa sfuggire l’occasione per puntualizzare: “Io per 11 mesi ho mantenuto la parola con gli italiani e con i 5 Stelle. Inizio a notare troppi accoppiamenti fra Pd e 5 Stelle, troppa sintonia“. Aggiungendo: “No alla flat tax, no ad Autonomia, no al nuovo decreto sicurezza. E magari riapriamo i porti – ha aggiunto – . Mi spieghi qualcuno se vuole andare d’accordo con il PD o con gli italiani e la Lega rispettando il patto“.

Giancarlo Giorgetti

Ma di fatto gli ex “alleati-amici di facciata“,  non si parlano più personalmente.Non si telefonano, come confermato dalla posizione ufficiosa resa nota da fonti leghiste due giorni fa : “Salvini non sente né Di MaioConte dall’ultimo Consiglio dei ministri“. Affermazione che di fatto significa dire che per sei lunghissimi giorni almeno, cioè dall’8 al 14 maggio, il Governo a maggioranza gialloverde è incredibilmente andato avanti in assenza di contatti tra coloro i quali rappresentano le massime istituzioni. Un comportamento che non può passare inosservato ai milioni di cittadini che si illudevano nel millantato Governo del cambiamento.

Più che lecito chiedersi a questo punto, come è immaginabile che si possa governare un Paese, che nonostante la crisi economica che vive, rimane sempre  la settima potenza industrializzata al mondo, senza scambiarsi nemmeno una parola, preferendo litigare via telecamere, socialnetwork o quando capita dalle prime pagine dei quotidiani ?  L’esperto e navigato Giancarlo Giorgetti, sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio,  ha confermato ufficializzando nello salotto televisivo di Porta a Porta condotto da Bruno Vespa l’”insostenibile” livello di litigiosità, rivelando che  Salvini e Di Maio non si parlano più: “Si mandano raccomandate o tweet. In ogni caso sono costretti a incontrarsi in Consiglio dei Ministri , quindi entro lunedì si dovranno vedere” aggiungendo “Se il livello di litigiosità resta questo dopo il 26 maggio è evidente che non si potrebbe andare avanti“.

Elezioni anticipate a settembre? Non ho mai paura del popolo che si esprime” commenta Giorgetti. Se il Pd prende il 45% il 26 maggio, e se la Lega prende il 35%? “In quel caso sono contento“, dice senza manifestare alcuna preoccupazione.

Domani in pre consiglio si inizierà a discutere il testo del decreto sicurezza bis, che la Lega intende approvare subito, e quindi è prevista una battaglia in punta di diritto tra gli esperti legislativi dei rispettivi i partiti. Fonti vicino a Conte sostengono che difficilmente ci saranno le condizioni politiche affinché si possa arrivare a un disco verde prima del voto: “Magari il documento farà un primo giro di tavolo in Cdm, per consentire al ministro dell’Interno di dimostrare plasticamente che sta andando avanti, complicato che si faccia di più”. Uno scontro all’orizzonte che rischia non solo di logorare, ma di compromettere oltre il punto di non ritorno, questa maggioranza che incredibilmente si trova a farsi opposizione da sé stessa.

Se non dovesse saltare….




Conte revoca dall'incarico il sottosegretario Siri che esce dal governo: e così il M5S evita il voto in consiglio dei ministri

ROMA – Il senatore Armando Siri, indagato per corruzione, nonostante la strenua difesa del suo partito,  è in uscita dal governo, dopo un consiglio dei ministri durato due ore in cui il premier Giuseppe Conte ha imposto la linea della revoca della delega di sottosegretario, voluta e sostenuta dal M5s che si è schierato per le dimissioni . Come avevamo previsto, la “conta” temuta in Consiglio dei Ministri non c’è stata, ed infatti ai ministri non è stato chiesto alcun voto. Infatti durante la riunione a Palazzo Chigi c’è stato solo un confronto, non una votazione, perché la procedura avviata dal capo del governo è basata su un atto di natura amministrativa (e non legislativa) e non lo prevede.

La riunione odierna di governo presieduta da Conte si è trasformata in una specie di “processo-lampo”, quasi un tribunale speciale con il Premier nei panni del giudice, i 5 stelle nel ruolo della pubblica accusa e la Lega a fare la parte dell’avvocato difensore. Ma anche il giudice era “schierato” con il M5S di cui è emanazione politica.

In prima battuta il consiglio dei ministri ha preso la forma di un contraddittorio tra il premier Conte, che ha chiesto la revoca del sottosegretario leghista indagato per corruzione, e la ministra della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, noto avvocato penalista, la quale ha difeso  la posizione di Siri respingendo la richiesta. La riunione, cominciata con un’ora di ritardo alle 10.45, si è rivelata un dibattito dai toni civili e sereni, a cominciare dai due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini allargato praticamente a tutti i ministri, .

Prima dell’inizio della riunione Salvini aveva riunito i ministri della Lega nell’ufficio del sottosegretario all presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti. ed è stato questo uno dei motivi dello slittamento dell’ orario previsto . Conte ha aperto il consiglio dei ministri affrontando innanzitutto la nota dolente delle dimissioni di Siri e le motivazioni che sono alla base dell’opportunità di revocare il sottosegretario.

Il premier Conte si è compiaciuto che nel consiglio dei ministri vi sia stata “piena fiducia” sul suo operato,  descrivendo la discussione come “franca e non banale“. Commenta la soluzione trovata dal governo come “la più giusta  al fine di  preservare la fiducia dei cittadini, senza la quale non potremmo mai sentirci il governo del cambiamento”. Come da prassi, Conte presenterà la proposta di revoca a Mattarella, che dovrà emanare un decreto ad hoc.

La Lega con Salvini in primis ha accettato dunque la decisione, rinnovando la fiducia nel premier Giuseppe Conte ma anche la volontà di difendere il suo sottosegretario Armando Siri, che è innocente fino a prova contraria. Fonti leghiste dicono:   “Basta chiacchiere e rinvii. Basta con i litigi e le polemiche ci sono tante cose da fare: la flat tax per le famiglie, autonomia, riforma della giustizia, cantieri, sviluppo e infrastrutture“. “La Lega – spiegano fonti di Salviniha espresso contrarietà alla decisione (quella di revocare Siri, nda) e prende atto della facoltà del presidente del consiglio di revocare il sottosegretario. Ma difendiamo un principio: non può esserci automatismo tra indagini e colpevolezza, è un principio di civiltà giuridica che vale per tutti, Lega e Movimento 5 Stelle“.

Luigi Di Maio subito dopo la riunione ha convocato una conferenza stampa in cui ha detto: “Mi fa piacere non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avare una superiorità numerica né morale. Non è una vittoria del M5s . Non c’è principio di colpevolezza, valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzioni, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio“. Conferma che i toni della discussione che nel consiglio dei ministri “sono stati distesi” e che vi è nessuna crisi all’orizzonte: “Ci siamo detti che andiamo avanti e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi 4 anni”.

I cinquestelle e Conte si assumono così la responsabilità dell’ “uscita” di Siri dal governo. Salvini incassa ma alza il tiro, annunciando di voler porre sul tavolo della riunione flat tax e autonomia. E riproponendo il tema dei cantieri, tre dossier su cui vuole diversificare i toni dello scontro.

Il governo per ora non cade, come era prevedibile. Sarebbe stato difficile per Salvini giustificare la crisi per difendere un sottosegretario coinvolto in una inchiesta per corruzione. Troppo affrettato farlo ora, prima che le urne abbiano confermato, come il leader della Lega confida, i sondaggi di questi mesi. Se ne riparlerà dopo . Mai come in questo caso,  il risultato delle prossime Elezioni Europee del 26 maggio, sarà importante per gli equilibri politici nazionali.




L' antiriciclaggio di Bankitalia indaga sui conti della Lega. Ecco cosa ha scoperto

ROMA – Un documento della Banca d’Italia. Che collega i conti della Lega al Lussemburgo. È un rapporto compilato dagli analisti della Uif documento della Banca d’Italia. Che collega i conti della Lega al Lussemburgo. È un rapporto compilato dagli analisti della Uif, l’ufficio antiriciclaggio, quello che monitora le operazioni sospette segnalate dagli istituti bancari. Gli approfondimenti finanziari curati dalla Divisione operazioni sospette della Banca d’Italia aggiungono un fatto finora inedito.

Una transazione finanziaria che collega Giulio Centemero, parlamentare e tesoriere della Lega, a una piccola società italiana controllata da una holding del Lussemburgo. Si tratta della Alchimia Srl, domiciliata in via Angelo Maj 24, a Bergamo, presso lo studio di Alberto Di Rubba, l’uomo che insieme ad Andrea Manzoni cura i conti dei gruppi parlamentari della Lega.

L’Espresso nel servizio di copertina in edicola da domenica 5 maggio e già online su Espresso+ rivela in esclusiva i risultati dell’istruttoria dell’ufficio antiriciclaggio di Bankitalia. E parte proprio dall’Alchimia.

 

La Alchimia, come l’ ESPRESSO aveva raccontato oltre un anno fa, insieme ad altre sei società registrate nello studio di Di Rubba fa capo alla Ivad Sarl, società lussemburghese le cui azioni sono in mano a una fiduciaria. Insomma, impossibile sapere chi sia il proprietario. Di certo il 10 agosto del 2016 Centemero ha versato denaro sui conti della Alchimia. E lo ha fatto “utilizzando provviste derivanti dall’accredito lo stesso giorno di un bonifico della Lega Nord e di un bonifico di Sdc Srl, si legge nel documento di Bankitalia. Traduzione: soldi del partito potrebbero essere finiti nel Granducato.

Il dettaglio contenuto nel documento della Uif rischia di risultare rilevante ai fini delle inchieste giudiziarie. Da mesi la Procura di Genova sta infatti cercando di capire se i 49 milioni di euro frutto della truffa ai danni dello Stato, quella commessa da Umberto Bossi tra il 2008 e il 2010, sono stati fatti sparire dai suoi successori, cioè prima Roberto Maroni e poi, dalla fine del 2013, il vicepremier Salvini.

Il sospetto degli investigatori è che parte dei 49 milioni sia stata riciclata in Lussemburgo. Come? Proprio usando la Alchimia e le altre sei società domiciliate a Bergamo. Non a caso i nomi di queste aziende sono contenuti nel decreto del dicembre scorso con cui la Guardia di Finanza ha perquisito lo studio di Di Rubba. Finora si sapeva solo che una di queste imprese, la Growth and Challenge Srl, era amministrata da Centemero. Il dettaglio contenuto nelle carte di Bankitalia certifica però il passaggio di denaro tra la Lega e una delle sette società controllate dall’anonima holding del Granducato. Un passaggio di denaro avvenuto attraverso Centemero, il tesoriere del partito scelto da Salvini in persona.

Il direttore dell’ ESPRESSO Marco Damilano nel suo editoriale, scrive che Matteo Salvini non può continuare a far finta di niente. Anche perché a mostrare una Lega sempre più invischiata nella corruzione c’è l’inchiesta di Vittorio Malagutti sul “Poltronificio Giorgetti“: la rete di potere fatta di consulenze, nomine e affari affidata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti ad amici e amici di amici.




Inizia oggi la corsa per Taranto, sede dei Giochi del Mediterraneo 2025

ROMA –  “L’ attenzione ed il sostegno al territorio pugliese sono sempre al centro dell’attenzione della Lega e del Governo – ed aggiunge Una occasione di rilancio e di sviluppo per Taranto ed i tarantini” esprime soddisfazione il deputato pugliese Rossano Sasso (Lega) quale primo firmatario della Risoluzione, che in una nota evidenzia come “attraverso questa candidatura potrà essere sostenuto il rilancio sociale, economico e culturale della città di Taranto” .
L’ onorevole Sasso ha presentato infatti oggi ufficialmente in Commissione Cultura della Camera dei Deputati, una risoluzione ( leggi QUI ) che impegna il Governo a sostenere la candidatura di Taranto come sede dei Giochi del Mediterraneo del 2025. Un’ occasione di sviluppo per Taranto e per i tarantini, con riflettori internazionali puntati sulla città che incideranno positivamente sul turismo e sull’ economia del territorio.
“L’ impegno che chiediamo al Governo – prosegue Sasso –   è volto soprattutto nella direzione di quello che potrebbe restare al termine di Taranto 2025: infrastrutture, impianti e una bella immagine di una città da tornare a visitare o visitare per la prima volta. Un ringraziamento doveroso va al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, che ha voluto e sostenuto questa iniziativa. Il nostro impegno come Lega in Commissione Cultura sarà sempre quello di fare il bene dei nostri territori“.



Salvini e la Lega in piazza a Roma: “Faremo tornare grande l’Italia”

ROMA –  Il leader della Lega Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno è salito questa mattina sul palco di piazza del Popolo a Roma, dallo sfondo blu ed una scritta “L’Italia alza la testa” ed il tricolore accanto per salutare i sostenitori riuniti per la seconda grande manifestazione nazionale del suo nuovo rinnovato partito indossando una felpa bordeaux delle Fiamme Oro con sul petto la scritta “Polizia” a mani giunte, a mo’ di preghiera, per ringraziare il suo popolo dopo che i maxischermi avevano appena finito di proiettare, nell’attesa, sempre lui: Salvini da Giletti, Salvini da Vespa, Salvini dalla D’Urso. E poi foto e video di Salvini in Russia, a Tripoli, in Europa, non il Governo Conte ed i ministri che ne fanno parte, ma lui.

 

Matteo Salvini ha invitato la piazza stracolma ad osservare un minuto di silenzio, rigorosamente rispettato in memoria delle vittime di Corinaldo: «Una festa non può essere una festa se stanotte ragazze e ragazzi che sono andati a divertirsi sono morte. Questa giornata è una giornata di affetto, riflessione e preghiera. Oggi ci stringiamo attorno alle famiglie marchigiane, a quei figli vittime del l’incapacità. A quei figli che non avranno più un minuto di abbraccio».

La prima ministra a salire sul palco, dopo il vicepremier, è Giulia Bongiorno che scalda la folla con slogan : “Basta ai premi per coloro che vengono trovati in flagranza di reato, che uccidono. Massima garanzia fino al terzo grado di giudizio. Ma se hai ucciso, no a sconti di pena per i reati puniti con l’ergastolo“. Dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana arriva un inno alla tradizione cristiana. Fa l’elogio del presepe nelle scuole e delle famiglie numerose “minacciate dal globalismo che vuole rendere le persone macchine senza identità“. Il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, rivendica “il crocifisso nelle classi. Essere tolleranti non significa rinunciare ai propri valori nascondendoli”. Quindi è la volta dei governatori leghisti: Zaia (Regione Veneto) , Fedriga (Regione Friuli Venezia Giulia) , Fontana (Regione Lombardia). Infine, l’appello al buonsenso del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti che come sempre molto equilibrato parla di un governo “responsabile anche in Europa“.

 Se la manifestazione aveva l’intenzione di presentare la Lega come un partito ormai pienamente nazionale, Matteo Salvini si è visto davanti agli occhi lucidi di emozione una Piazza del Popolo gremita all’inverosimile, 80 mila partecipanti secondo gli organizzatori.  Va detto subito ed ammesso senza se e senza ma: la piazza era stracolma come non si era mai visto in precedenza , quindi una manifestazione stra-riuscita.

Ma la notizia non è solo il numero dei partecipanti, ma la svolta impressa: dal sovranismo tout court, che si è alimentato con la protesta, alla vocazione maggioritaria di chi ambisce a fare il pieno alle Europee rivolgendosi a un mondo più vasto “agli italiani, non solo ai leghisti”  ed  in prospettiva, a voler governare da solo.

Attorno alle 12,00 Matteo Salvini riappare sul palco, sulle note”All’alba vinceròòò” della Turandot, un grande classico dei leader in ascesa che sognano, promettono e prefigurano l’alba della vittoria. Mano sul cuore, stavolta senza la felpa della Polizia, petto rigorosamente in fuori, mentre dalla piazza si alzava un fumo tricolore: “Vi ringrazio a nome di 60 milioni di italiani, voi siete l’avanguardia dell’orgoglio e della dignità di questo paese“. Parte il coro, “Matteo, Matteo”, uno dei tanti che ha interrotto il suo intervento. Salvini, sul palco era circondato dai sindaci di tutt’ Italia eletti dalla Lega, a fine comizio ha fatto il bagno nella  folla, a partire dalla prima fila, tra abbracci, selfie, strette di mano, regali come quadri o bandiere. E poi la musica: l’attesa con i classici natalizi alla Sinatra, poi la virata nazionale col “Nessun dorma” a sottolineare i momenti salienti, quasi un inno alternativo (Salvini l’ascolta a tratti con la mano sul cuore).

 C’è un leader per il suo popolo che conta ancora prima della Lega ed è “Matteo“, amato e idolatrato, vero elemento unificante di un popolo dai tanti dialetti, e dalle tante aspettative, per la prima volta nazionale, con i calabresi, i pugliesi ed i siciliani  che arrivano in piazza del Popolo a Roma, prima ancora che arrivino i piemontesi. Alle nove di mattina sono già in prima fila sotto al palco.

Buonsenso” è  il “claim”, lo slogan scritto a caratteri cubitali sul palco. Il “Buonsenso” che Salvini cita più volte nel suo discorso, non indimenticabile, poco divertente, ma politicamente importante. Matteo Salvini cita spesso il “Buon Dio“, legge un passaggio del Papa Giovanni Paolo II, cita il Santo Natale, auspica un paese dove “tornino a riempirsi le culle” e i genitori si chiamino papà e mamma, non “genitore uno e genitore due“, si impegna finanche “a dare la vita per il nostro paese“. Salvini sogna di vedere l’ Italia diventare un Paese più civile ed ordinato, un Paese educato dove uno che vede una donna incinta sull’autobus si alza e le cede il posto, un Paese dove una ragazza con la minigonna può prendere la metro tranquilla e dove “non rischi che ti raschino la macchina i parcheggiatori abusivi se non gli dai due euro“. Ed è su su questo passaggio che arriva l’applauso più lungo.

Il vicepremier Salvini non parla della manovra economico-fiscale del Governo, sui temi più caldi, cita “Luigi” (Di Maio n.d.r. ) una sola volta per confermare la loro sintonia di questi mesi di governo, non nomina mai un partito, un alleanza da abile navigante delle correnti e venti della politica Matteo parla come uno di loro che parla agli altri. Una vera e propria operazione di restyling politico, perché non c’è un uomo qualunque di centrodestra.  La svolta di Matteo Salvini  è affidata a due citazioni che danno il senso della nuova “vocazione maggioritaria”, e quindi non conflittuale, di una  Lega che vuole  fare il pieno dei voti anche alle prossime Elezioni Europee ed, in prospettiva, a voler governare da sola, incarnando un polo nazionale. Salvini ricorda una frase di Giovanni Paolo II, e quindi evidenzia “non di un pericoloso populista“, sulla necessità di dare un’anima e una identità all’Europa,  ricordando una famosa citazione di Alcide De Gasperi, quella sulla differenza tra i politicanti che pensano “alle prossime elezioni” e gli “statisti che pensano alle prossime generazioni“.

 

 

Nel discorso di Salvini  il terreno della svolta è l’ Europa. “Qualcuno ha tradito il sogno europeo, noi daremo sangue e vene per una nuova Europa” dice.  Non c’è, in queste parole, solo il cambio di clima e di approccio nel negoziato sulla manovra. C’è la prospettiva di chi ambisce e si prepara, con le prossime elezioni europee, ad agire un ruolo non di testimonianza, ma di attore politico nei nuovi equilibri europei. Perché, spiegano nel retropalco, “noi, il nostro fronte, concretamente possiamo arrivare secondi superando i socialisti e a quel punto inizia tutta un’altra storia“. Matteo conclude perfino con un appello all’opposizione: “Uniamoci perché uniti si vince”. ed aggiunge “Mai avrei pensato che gli italiani ci chiedessero di guidare la rinascita di questo paese, di essere la prima forza di questo paese, farò di tutto per meritare questa fiducia“.

Chiude così Matteo Salvini alle 13.15  la manifestazione dal palco leghista di piazza del Popolo a Roma, e riparte la Turandot, ma la folla è ancora lì, ferma, felice, esaltata da Matteo Salvini che si butta fra di loro per l’abbraccio della sua gente, che è ormai in tutt’ Italia. La secessione padana della Lega Nord di Umberto Bossi è soltanto un brutto ricordo, ormai morto e sepolto. La Lega di Salvini è degli italiani.




Salvini vara la nuova Lega: scompare dal simbolo Alberto da Giussano

MILANO — Sono il ministro Lorenzo Fontana, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, il tesoriere Giulio Centemero e Roberto Calderoli  i soci “fondatori”, oltre a Matteo Salvini, che hanno costituito la Lega per Salvini premier, il nuovo partito che sostituirà in tutto e per tutto la vecchia Lega Nord per l’Indipendenza della Padania fondata da Umberto Bossi e Roberto Maroni . Saranno loro coloro che rappresenteranno in tutto e per tutto il consiglio federale, l’organo massimo della nuova Lega, attendendo che i congressi eleggano i nuovi rappresentanti.

E’ ormai imminente l’ avvio del nuovo partito, il cui Statuto è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 14 dicembre 2018 . All’interno della Lega si pensava che Matteo Salvini ne avrebbe cominciato a parlare in occasione del consiglio federale convocato per oggi, ma sembrerebbe che il leader leghista per oggi abbia ritenuto di limitarsi a fare il punto politico della situazione all’indomani dei risultati vittoriosi per la Lega in Trentino e in Alto Adige. In poche parole una riflessione che nella 1a Repubblica veniva chiamata “l’analisi del voto“.  “Sono tre mesi che non ci incontriamo tutti insieme — avrebbe detto Salvinie quindi è arrivato il momento giusto“.

Scompare per sempre dall’orizzonte del nuovo partito la parola “Nord” , per un partito che di fatto è diventato  nazionale da un bel pò. L’articolo 1 dello Statuto non parla più dell’indipendenza della Padania, e recita così: “la Lega per Salvini premier è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità la trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale attraverso metodi democratici ed elettorali“. Nel documento costitutivo del partito di Salvini fa il suo ingresso in maniera esplicita il sovranismo. Infatti sempre all’art.1 si sancisce che la Legapromuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo“.

 

La struttura pensata dalla “Lega per Salvini premier” ricorda incredibilmente  quella del Partito democratico, con un partito holding a cui poi si agganceranno le associazioni territoriali a livello regionale. Ma non soltanto quelle, in quanto l’idea è che alla confederazione leghista possano associarsi anche forze politiche locali e realtà di tipo partitico. I  gruppi parlamentari hanno già assunto la nuova denominazione. Anche il simbolo è destinato a cambiare per non confonderlo con il contrassegno elettorale , ed  il guerriero di Legnano (quello da tutti chiamato l’Alberto da Giussano) scompare ed esce definitivamente di scena, venendo soppiantato da un semplice rettangolo “di colore blu in cui campeggia la scritta «Lega per Salvini premier» in bianco, circondata da una sottile cornice sempre di colore bianco“. Una differenza dal contrassegno elettorale in cui però «l’Albertino» potrebbe continuare ad apparire, sopratutto al Nord.

Tutti i militanti della vecchia Lega Nord si iscriveranno al nuovo partito, in maniera tale che la vecchia Lega sarà di fatto letteralmente  svuotata, e quindi non sarà più possibile parlare di anzianità  di adesione. I militanti del sud, avranno quindi  la stessa data ed età d’iscrizione di chi era “leghista” da 25 anni. Rimane  l’attuale divisione tra “soci sostenitori” in una sorta di periodo di prova, prima di diventare militanti a tutti gli effetti con “diritto di intervento, di voto e di elettorato attivo e passivo”,  ed i semplici “soci ordinari militanti“. Confermato il divieto di iscrizione ad associazioni segrete, occulte o massoniche.

 




Lega e M5S al lavoro per una soluzione al “caso Savona”. Salvini rientra a Roma per incontrare Di Maio

ROMA – Oggi Matteo Salvini che difficilmente cancella appuntamenti elettorali ha annullato il lungo programma di comizi in agenda oggi in Lombardia, in vista delle prossime amministrative del 10 giugno. Il segretario leghista, , è atteso a Roma dove raggiungerà il suo vice Giancarlo Giorgetti, a cui ha affidato la nuova trattativa nelle ultime ore con il Movimento 5 stelle. Previsto in giornata un incontro con Luigi Di Maio: i due leader cercano di chiudere il cerchio sui ministri e ripresentare un nuovo accordo al Quirinale.

Salvini e Di Maio stanno cercando di trovare innanzitutto uno spostamento indolore di Paolo Savona dal Tesoro, come proposto da Di Maio per rispettare le indicazioni del Capo dello Stato,  e l’ipotesi potrebbe essere quello di indicare l’economista alle Politiche europee. Ma si lavora anche all’allargamento della maggioranza con l’ingresso di Fratelli d’Italia nell’alleanza di Governo e quindi il Ministero della Difesa potrebbe andare alla stessa Giorgia Meloni o a Guido Crosetto, che in passato è gia stato sottosegretario alla Difesa. La Meloni ha annullato anche lei una serie di impegni elettorali che aveva in Puglia, per essere a Roma.

Il Movimento 5 Stelle è  sull’orlo di una crisi di nervi. Per la prima volta, i sondaggi, cambiano direzione. Beppe Grillo viene definito inquieto e critico. Ecco perchè  Di Maio ha decide di passare all’attacco e di stanare Salvini:”Basta, ci sta prendendo in giro“. Di Maio im un colloquio avuto con Carlo Cottarelli sarebbe arrivato a dire di non immaginare che la nomina di  Savonaera così pericolosa” ed avrebbe aggiunto di non essere stato inizialmente a conoscenza di una sua presunta iscrizione alla massoneria americana.

Da qui è partita  l’offensiva interna al M5S . Laura Castelli si dice “stupita dal mancato passo indietro” dell’economista. Lorenzo Fioramonti, indicato inizialmente come Ministro dello Sviluppo economico, attacca: “Difendere Savona e le sue opinioni è giusto, ma impuntarsi su una persona col rischio di far affondare il Paese è da irresponsabili. Era il piano di Salvini dall’inizio? Mi rifiuto di crederci“. In un’assemblea improvvisata a Palazzo Madama i senatori del M5S autoconvocatisi , per la prima volta da quando è cominciata la legislatura, criticano tra lacrime e urla Luigi Di Maio. Una senatrice accende la folla di colleghi: “Luigi ha sbagliato tutto“.  Una riunione agitatissima in puro stile “carbonaro”, che ha preceduto l’ennesima svolta,  del capo politico, il quale prova a uscire dall’angolo e scaricare le colpe dall’altra parte del campo, in direzione Lega. Un tentativo disperato di smarcarsi dalle critiche di subalternità e di incoerenza.

Di Maio arriva a Montecitorio

Sono in molti ad essere rimasti senza parole ed increduli a seguito delle piroette di Di Maio sul Quirinale, accusando di tradimento il Capo dello Stato, dopo 24 ore ritornato “un buon interlocutore”. Il fatto che le truppe grilline siano preoccupate e scontente, lo si è visto martedì sera. Un gruppo di senatori si è riunito informalmente, evitando di avvertire il capogruppo Danilo Toninelli fedelissimo” di Di Maio . Nonostante la crisi di coscienza della veterana Laura Bottici (“Non possiamo riunirci senza dirlo a Luigi“), la riunione è andata avanti lo stesso. Secondo quanto riferisce l’AdnKronos, Gregorio De Falco avrebbe definito “clamorosamente sbagliata” la strategia e linea politica di Di Maio. Il comandante, però, resta nei ranghi: “Nessuna critica. La linea politica è stabilita dal capo. Lo staff è in funzioni di supporto“.  E sull’impeachment? “Di Maio ha chiarito, era giusto mantenere la calma“. In realtà molti la stanno perdendo. Una senatrice è scoppiata in lacrime: “Arrivando a Roma pensavo che il Movimento fosse condivisione. E invece nessuno ci dice niente. È un incubo”. All’assemblea serale, Di Maio va subito in difesa e si giustifica: “Ci hanno fregato tutti? Preferisco passare per brava persona che per furbo“. Ed aggiunge: “Ci trattano come i Calimero della politica. Ci trattano come gli scemi”.

A sua volta il professor Giuseppe Conte non ha tenuto la sua lezione all’ Università di Firenze dove insegna ed è stato sostituito da un suo assistente. Secondo quanto si apprende Conte  dopo la lezione tenuta nel pomeriggio, ieri sera è ripartito per Roma, dove risiede, e stamani infatti non avrebbe preso il treno per Firenze. “Solo per la precisione, di no euro mai si è parlato, mai. Anzi non c’è nel contratto e non è stato mai un tema all’ordine del giorno, questo lo voglio chiarire in ogni caso”.

Così Giuseppe Conte ha risposto a Corriere Tv sull’ipotesi che un governo da lui guidato possa portare l’italia fuori dall’euro. Il professore, indicato nei giorni scorsi da M5s e Lega come presidente del consiglio e che aveva ricevuto l’incarico dal capo dello stato, Sergio Mattarella, cui aveva poi rinunciato, però non risponde prudentemente alla domanda se sia pronto a risalire al colle nel caso in cui si sblocchi l’impasse politica e venga nuovamente indicato dai due partiti come premier di un governo giallo-verde.

Alla guida del ministero dell’Economia circola  il nome dell’ex direttore generale di Bankitalia Pierluigi Ciocca. Ma rimane in pista anche Giorgetti (anche se quest’ultimo preferirebbe l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; incarico che comunque la Lega vorrebbe mantenere per sé anche in caso di `promozione´ a ministro di Giorgetti .

Questa mattina al Quirinale  è avvenuto un incontro informale tra il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, e successivamente il Capo dello Stato ha avuto un lungo colloquio telefonico con il presidente della Camera Roberto Fico.

Sullo sfondo, il governo “tecnico” di Carlo Cottarelli, sempre pronto a tornare in pista, con la lista dei ministri pronta, qualora l’evolversi della situazione politica lo rendesse necessario.

 




La notte più buia della Repubblica e quei serpenti sulla Costituzione

di Marco Damilano

Sergio Mattarella

Impeachment. La parola arriva alla fine di una serata drammatica, la più lunga della storia repubblicana, la più carica di veleni, miasmi, serpenti che avvolgono quello che di più importante ci resta, la Carta costituzionale, e il suo supremo garante, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nell’imbrunire svanisce il sogno del professor Giuseppe Conte di fare il premier non eletto del governo del cambiamento e si piomba in un incubo. La crisi di sistema, la rottura istituzionale, due capi partito che non hanno raccolto insieme la maggioranza degli elettori si atteggiano a padroni di quello che non è loro perché è di tutti. Minacciano il presidente della Repubblica, che vorrebbero ridurre a loro lacchè, dopo aver candidato a Palazzo Chigi un signor nessuno. Pensano di poter disporre degli organi costituzionali come se fossero cosa loro. Contrappongono quello che in uno Stato democratico non può mai essere opposto: la volontà popolare e le istituzioni, la legge della maggioranza e l’equilibrio dei poteri, il Contratto e la Costituzione. Fino al paradosso atroce di voler processare il presidente della Repubblica per attentato alla Costituzione perché ha fatto rispettare la Costituzione.

È l’atto finale di una crisi che non è mai stata soltanto di Governo, ma di sistema, e che pavide forze politiche, leaderini di terza fila e anche non pochi intellettuali, opinionisti, quel che resta della disastrata classe dirigente di questo Paese hanno considerato soltanto dal punto di vista di piccoli interessi di parte, lasciando solo il presidente della Repubblica ad affrontarla nella sua complessità e gravità. Così come stasera il tentativo del governo M5S-Lega non è fallito sul no del Quirinale alla candidatura di Paolo Savona al ministero dell’Economia, ma su qualcosa di molto più delicato. L’impossibilità in democrazia per chiunque di occupare le istituzioni che sono la casa di tutti. Su questo salta il governo Conte e le destre italiane tornano all’antico. Salvini, il nuovo leghista, fa lo sbrego costituzionale alla Miglio. Giorgia Meloni, querula e inesistente, torna alla matrice originaria che nulla a che fare con la Costituzione repubblicana e antifascista. E Luigi Di Maio in pochi minuti butta via mesi di lavoro per presentarsi con l’abito buono al giuramento di Palazzo e si accoda a fare il comprimario di Salvini in piazza.

In questo sfascio tocca a Mattarella provare a salvare la correttezza repubblicana. Per due mesi il presidente ha lasciato che i presunti vincitori delle elezioni del 4 marzo provassero a fare il governo, li ha ascoltati fino a oggi pomeriggio, quando ha proposto per il ministero dell’Economia il nome di Giancarlo Giorgetti, il più alto in grado della Lega dopo Salvini, invece di Savona. Ha puntato a costituzionalizzare i vincitori. Di più non poteva e non doveva fare, se non voleva consegnare l’istituzione presidenza alla prepotenza di due capibanda che poco sanno di euro, Europa, debito, spread, e molto vogliono di potere e di comando.

Al momento della sua elezione, nel 2015, scrissi che Mattarella sarebbe stato l’invisibile ma inflessibile custode della Costituzione. Oggi è uscito dall’invisibilità, e da quella condizione amara di solitudine in cui è stato lasciato da molti, troppi. Con l’intransigenza che molti conoscono. L’ira fredda dei timidi, terribile quando costretta a esprimersi perché si è perso il senso della misura. Con la pacatezza che si è sbagliato a scambiare per arrendevolezza. E ora c’è la metamorfosi cruciale del suo settennato.

Tutto questo servirà nelle prossime ore. Ora tocca a Carlo Cottarelli. Ma nel Paese tira un’aria fetida, di guerraccia tra bande, di scontro finale, quello che invoca Salvini con l’intendenza dei 5 Stelle. Mentre finisco di scrivere, su una panchina in una piazza di Roma, nel cuore di un quartiere borghese, sento un signore affacciato dalla palazzina di un condomino perbene che parla al telefono: “Devono tornare le Brigate rosse, fare con lui come fecero con suo fratello…” Mi si agghiaccia il sangue. Sarà una lunga notte. E una lunga strada.

*direttore del settimanale L’ESPRESSO




Governo. A Roma tutto è possibile…Di Maio e Salvini cercano un’accordo sul premier: “Significativi passi avanti”

ROMA – I leader dei due movimenti hanno chiesto ancora qualche giorno di tempo al Quirinale per definire la lista dei nomi dei ministri da presentare al presidente Mattarella. La composizione della squadra di governo dovrebbe essere pronto entro lunedì. Di Maio e Salvini dovrebbero incontrarsi nuovamente domani , insieme ai loro luogotenenti, per concordare chi indicare come premier della coalizione giallo-verde.

I passi avanti “sono significativi. “Sta andando bene“, ha dichiarato Matteo Salvini uscendo da Montecitorio. Di rimando il controcanto di Luigi Di Maio su Facebook  “Un momento importante per l’Italia“. Questi i commenti significativi  al termine dell’incontro che ha aperto la trattativa tra Lega e Cinque Stelle per formare il nuovo governo. I due leader hanno cancellato con un colpo di spugna, le chiusure  dei giorni scorsi, pur di raggiungere la guida del Governo: il potere.

“Sulla composizione dell’esecutivo e del premier sono stati fatti significativi passi in avanti nell’ottica di una costruttiva collaborazione tra le parti con l’obiettivo di definire tutto in tempi brevi per dare presto una risposta e un governo politico al paese”, scrivono i due leader in una nota congiunta diffusa al temine dell’incontro di due ore che si è svolto nella Sala Siani del Palazzo dei Gruppi della Camera dei Deputati. All’incontro di oggi hanno partecipato anche Vincenzo Spadafora il braccio destro di Di Maio  ed il vice segretario della Lega Giancarlo Giorgetti..

La trattativa proseguirà nel pomeriggio con la prima riunione dei responsabili tecnici dei diversi settori MoVimento 5 Stelle e Lega. Il nodo principale è la ricerca di una figura per la premiership mentre per i due leader si prefigurano incarichi in ministeri di peso: Salvini all’Interno e Di Maio agli Esteri. L’idea è quella di dar vita a un “contratto di governo: se c’è accordo si parte altrimenti si vota“, dice Di Maio. Invece per Salvini “il nuovo governo dovrà fedele al voto degli italiani“. La trattativa si è del tutto sbloccata con il semaforo verde di Silvio Berlusconi che in una nota ha sostenuto che un governo M5SNon è la fine dell’alleanza di centrodestra anche se Forza Italia non voterà la fiducia“.

La questione politica di fondo dietro i toni concilianti del comunicato è  lo snodo principale : indicare come premier. L’ipotesi Giorgetti  (vice di Salvini ) che circolava nei giorni scorsi ormai sembra essere svanita. E i due leader  che vogliono un premier politico e non “tecnico”  sembrano essere in difficolta nell’indicazione di un nome “neutrale” che metta tutti d’accordo:  infatti non ci sarebbe una alternativa forte rispetto all’incarico conferito o all’uno o all’altro, circostanza che mette  in luce l’insufficiente peso ed autorevolezza istituzionale di entrambi i movimenti. E’ questo il motivo per cui avanza addirittura  l’ipotesi staffetta: per metà del tempo della legislatura  il premier sarebbe Di Maio, per la seconda metà, Salvini.  Come se fosse una partita di calcio….povera Italia !




Consultazioni di Governo. I partiti al Quirinale, ma manca l’accordo

ROMA – Dopo il nulla di risolto nel vertice di ieri sera, nel centrodestra regna il caos. Nella prima  mattinata di oggi  tutti i leader si sono ritrovati a Palazzo Grazioli da Silvio Berlusconi di Forza Italia affiancato dal presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.  Partecipano al vertice  Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti della Lega, Giorgia Meloni ed Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia . Il tentativo è quello di trovare una soluzione alla mancanza di un Governo nella diciottesima legislatura. E fare il punto in vista dell’incontro al Colle con il presidente Sergio Mattarella per l’ultimo giro di consultazioni.

Forza Italia ribadisce senza mezzi termini la sua contrarietà al nuovo tentativo di Luigi Di Maio di spaccare la coalizione, ribadendo di non essere disponibile a dare un appoggio esterno a un esecutivo Lega-M5S. E dice “no” anche all’ipotesi di un governo del presidente. A ribadirlo stamattina la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ospite del programma “Circo Massimo” su Radio Capital: “Come il centrodestra sta unito nel dire no alla proposta di Di Maio, è unito nel dire no a un governo del Presidente“.

Ieri sera Salvini avrebbe mantenuto la sua posizione contraria ad un “governo del Presidente” spiegando a Berlusconi che senza un governo politico che dia garanzie agli italiani sarebbe meglio andare al voto al più presto. Il leader di Forza Italia avrebbe ribadito al leader della Lega che Forza Italia non intende rimanere fuori da un eventuale governo politico con i M5S, avvertendo che non darà mai il via libera ad appoggi esterni.

Nel frattempo con l’arrivo al Quirinale della delegazione del Movimento 5 Stelle, composta da Luigi Di Maio e dai capigruppo di Camera e Senato Giulia Grillo e Danilo Toninelli, ha preso il via il terzo e ultimo ciclo di consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per la formazione del nuovo governo, al termine del quale il Capo dello Stato potrebbe prendere una sua iniziativa, se le forze politiche si dimostreranno ancora incapaci di dar vita ad una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un esecutivo. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Agi, si è appreso di una telefonata intercosa stamane fra Di Maio e Salvini prima che il segretario della Lega prendesse parte al summit della sua coalizione.

Al termine, Luigi Di Maio ha detto: “Se c’è la volontà si può ancora fare un governo politico. Sono disponibile a scegliere con Salvini un premier terzo con un contratto di governo che preveda condizioni non trattabili che sono il reddito di cittadinanza, l’abolizione della Fornero e una serie di misure anti-corruzione“. Il leader M5s ha aggiunto: “Non siamo disponibili a votare la fiducia a governi tecnici. Se c’è buona volontà si può ancora fare un governo politico” proseguendo: “Se non ci sono condizioni per governo politico, consapevole dei problemi degli italiani e che non faccia solo quadrare i conti, allora per noi si deve tornare al voto nella consapevolezza che sarà un ballottaggio: ora è chiaro che ci sono due realtà politiche che competono per governo di questo Paese e gli italiani sceglieranno” e concluso “Quando dico vogliamo fare un contratto con la Lega stiamo considerando una forza politica: la novità è che siamo disposti a trovare un presidente del Consiglio insieme. Se abbiamo eletto delle cariche istituzionali è bene che continuino a fare le cariche istituzionali”.

 

Sul fronte dei possibili candidati premier di un eventuale governo di “tregua”, in testa alle classifiche figura anche il nome di Carlo Cottarelli, già commissario alla spending review: “Non mi ha chiamato nessuno“, risponde a Circo Massimo. Ma non nega che “sarebbe pronto a prendersi le proprie responsabilità”  ritenendo però che “per mettere al riparo da certi rischi l’economia italiana ci vuole un governo politico. I mercati finanziari al momento sono tranquilli, c’è molta liquidità. Non c’è un’emergenza economica in questo momento. Non serve un esecutivo alla Monti“. E conclude: “Se non c’è qualche choc esterno non mi aspetto un aumento particolare degli spread anche con le elezioni a ottobre“.

Alle 11 sono arrivati  al Colle , i rappresentanti del centrodestra e Salvini si è messo in campo personalmente : “Abbiamo offerto al presidente della Repubblica la mia disponibilità di dare vita a un governo di centrodestra che cominci a risolvere tutti i problemi del Paese. Il Colle ci dia modo di trovare la maggioranza“, afferma dopo l’incontro con il capo dello Stato, confermando una linea comune decisa nel corso di un vertice di coalizione che si è tenuto nella prima mattina a Palazzo Grazioli. Subito dopo i colloqui la distanza fra Lega e M5s è aumentata con una nuova rottura innescata dalle rispettive dichiarazioni incrociate. Di Maio ha affermato: “Salvini non ha i numeri per formare un governo“. Ma  il capogruppo leghista della Camera Giancarlo Giorgetti di rimando replica: Di Maio non conta più un c..., il leader incaricato sarà Salvini”.

Il Partito Democratico intanto osserva da spettatore: “Mi pare che adesso il problema sia di qualcun altro“, ha detto il segretario reggente  Maurizio Martina . Questa mattina al Nazareno per un vertice allargato sono arrivati oltre a Martina, Ettore Rosato, Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Andrea Romano, Matteo Orfini e i ministri Marco Minniti e Carlo Calenda. Atteso Andrea Marcucci. La riunione è allargata anche alle minoranze, sono presenti infatti Dario Franceschini, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo, Antoci (in rappresentanza di Michele Emiliano) prima delle partecipazione delle delegazione Pd alle consultazioni al Quirinale.

Come ben noto i dem al momento sono gli unici intenzionati a sostenere un eventuale governo tecnico. “Noi pensiamo che a questo punto sia urgente dare una soluzione alla crisi. Basta traccheggiare, basta con il gioco dell’oca. Supporteremo l’iniziativa del Presidente della Repubblica fino in fondo. Bisogna fare tutti un passo avanti, il Paese viene prima di tutto”, ha dichiarato il segretario reggente del Pd Maurizio Martina al termine delle consultazioni, facendo appello alla responsabiltà di tutte le altre forze politiche.

Dal portavoce di Matteo Renzi era arrivata la smentita di contatti con Luigi Di Maio: “A differenza di quanto riportato ancora oggi da alcuni quotidiani, Matteo Renzi non ha mai incontrato né si è mai sentito con Luigi Di Maio. Tra i due non ci sono stati dopo il 4 marzo né contatti, né trattative, né sms“.

Nel pomeriggio, a partire dalle 16, intervallate di 20 minuti, le udienze con Leu, Autonomie Senato, Gruppi Misti di Senato e Camera. Quindi alle 17.30 e alle 18 gli incontri con i presidenti della Camera, Roberto Fico, e del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Al momento scompare all’orizzonte la prospettiva di un governo “di tregua” che, nelle intenzioni del Quirinale, sarebbe dovuto durare fino a dicembre per proteggere l’Italia da alcune tegole, incominciando dall’aumento dell’Iva al 25 per cento quale conseguenza dell’impossibilità di approvare in tempo la manovra finanziaria 2019. Ma alla alla luce delle dichiarazioni rilasciate, dopo i colloqui al Quirinale, da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sulla base dei numeri parlamentari le possibilità di questo tipo di governo sono pressochè inesistenti.

Negli ambienti del Quirinale la parola è cambiata. Al posto dell’esecutivo “di tregua” adesso si parla esplicitamente di governo “elettorale“. cioè necessario  esclusivamente ad accompagnare il paese alle urne, il più in fretta possibile (compatibilmente con le ferie estive). Negli ultimi giorni qualcuno immaginava che questo compito lo avrebbe potuto tranquillamente svolgere Paolo Gentiloni, senza bisogno di mettere in campo altre personalità. Ma negli ultimi giorni pare sia prevalsa l’esigenza di affrontare il voto-bis con figure più “indipendenti” del pur equilibrato ed apprezzato Gentiloni, specialmente se l’attuale presidente del Consiglio dovesse correre per il Pd quale “candidato premier”.

Non sarebbe in fondo una prima volta. Già nel 1979 il quinto governo Andreotti fu creato apposta per portare l’Italia alle urne, e così il sesto gabinetto Fanfani, nel suo caso correva l’anno 1987. Più ci si addentra nella ipotetica “Terza Repubblica”, e più ci accorgiamo che in realtà somiglia sempre di più alla Prima.

(notizia in aggiornamento)




Noi (riclicati) con Salvini

di Alessandro De Angelis*

Menia, Alemanno e Salvini

L’ultimo arrivato è Roberto Menia, finiano non pentito, piazzato dall’ex presidente della Camera nel cda della Fondazione An, terreno delle infinite faide nella galassia post missina. Ha aderito al fantastico mondo di Matteo Salvini, nell’ambito dell’accordo con il movimento nazionale per la sovranità di Francesco Storace e Gianni Alemanno. Movimento di cui Menia è il vicepresidente. E che aprirà, in tutta Italia, i comitati per “Salvini premier“.

 È il progetto, a volerla vedere da un punto di vista “alto”, di una “cosa nero-verde”, che nasce dal circolo culturale “il talebano” di Vincenzo Sofo, da tempo teorico di un fronte identitario lepenista in Italia: leghisti, missini, “sovranisti”, vecchie glorie che cercano un posto al sole, col chiaro obiettivo di togliere voti a Giorgia Meloni, imbarcando pezzi di destra-destra, senza andare tanto per il sottile. In realtà c’è molto pragmatismo e poca teoria, in quest’accordo che prevede un paio di parlamentari in quota post missina, anche se – così pare – i posti non spetteranno all’ex governatore del Lazio e all’ex sindaco di Roma, ancora sotto inchiesta per l’accusa di corruzione e finanziamento illecito.

Giuseppe Scopelliti,

Il movimento di Alemanno, per “Salvini premier” è radicato in tutta Italia. In Calabria c’è Giuseppe Scopelliti, ex sindaco di Reggio Calabria, ex governatore del Pdl poi approdato nel partito di Alfano. Nel suo curriculum una serie di processi penali e una condanna a 6 anni di reclusione per abuso e falso e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per presunte irregolarità nei bilanci del Comune tra il 2008 e il 2010. Presenze che imbarazzano parecchi leghisti, cresciuti a pane e “Roma ladrona“. Non è un caso che alla manifestazione di giovedì a Napoli ha evitato di metterci la faccia Giancarlo Giorgetti, il più alto in grado dopo Salvini, e sia andato Raffaele Volpi. Volpi è un moderato di Brescia che ha girato il Sud, palmo a palmo, in queste settimane con l’incarico di costruire la rete di Noi con Salvini, aprendo circoli ovunque e senza mettere troppi filtri al personale politico in arrivo. Risultato ottenuto, a vedere la mappa sul territorio.

Sbarco al Sud, Lega nazionale, nuova e rinnovata. Sotto l’orgia di retorica, si nasconde una carica di riciclati, trasformisti, “inciucisti”, come si suol dire buoni per tutte le stagioni. In Sicilia il primo ad aderire a “Noi con Salvini” è stato il parlamentare Angelo Attaguile. Figlio dello storico senatore democristiano Gioacchino Attaguile, andreottiano di lunga data e due volte sottosegretario alle Finanze nei governi Rumor e Colombo, è entrato alla Camera in “quota” Raffale Lombardo. L’altro parlamentare è Carmelo Lo Monte, altro democristiano passato in Mpa, che vanta nel suo curriculum l’assessorato alla Cooperazione, Commercio, Artigianato e Pesca col primo governo di Totò Cuffaro.

Con loro Salvini ha iniziato la sua campagna elettorale in Sicilia, che ha portato all’elezione di un solo parlamentare regionale, Toni Rizzotto, uscito dalla maggioranza una volta eletto perché non è arrivato un posto in giunta. Toni Rizzotto, bandiera della purezza sicula salviniana, è il classico riciclato. Dipendente del Comune di Palermo, dopo una lunga gavetta nella Dc, transita nell’ Udc di Totò Cuffaro, che poi molla quando il governatore viene travolto dalle inchieste. Il nuovo “taxi” è l’Mpa di Raffaele Lombardo, con cui approda all’Ars come deputato regionale. Nel 2012 finisce anche in una polemica: Lombardo lo piazza alla presidenza di “Lavoro Sicilia“, ma poi è costretto a rimuoverlo per incompatibilità. E nomina, al suo posto, la compagna di Rizzotto.

Il radicamento a Sud di “Noi con Salvini” si è sviluppato soprattutto nell’ultimo anno, in cui con i sondaggi in crescita a il profumo di vittoria è arrivato ceto politico di consumata abilità trasformistica. Come in Puglia, dove è stato “scippato” a Forza Italia il giovane capogruppo in regione Andrea Caroppo, un passato nell’Udc e anche in “Puglia prima di tutto“, la famosa lista nella quale si candidò Patrizia D’Addario, la escort del primo “sexgate” di Berlusconi, che squarciò il velo del silenzio sul filone pugliese del “bunga bunga”. A Bari il punto di riferimento per i nuovi arrivi – consiglieri, assessori, militanti, sottobosco – è  Giuseppe Carrieri (eletto in liste civiche di sinistra).

L’assenza di filtri ha portato anche a qualche guaio. Il più eclatante riguarda tal Primiano Calvo, di San Severo, ex vicesindaco, assessore e consigliere comunale con il Nuovo Centro Destra e poi attualmente coordinatore provinciale del movimento politico ‘Noi con Salvini’; si presentò, a favor di telecamera, abbracciato con Salvini e come paladino della lotta contro l’apertura di una discarica autorizzata dagli enti locali, ma è stato arrestato per traffico illecito di rifiuti. Un po’ di ordine è stato portato dal responsabile regionale di “Noi con Salvini” Rossano Sasso, insegnante e dirigente a Bari del sindacato di destra Ugl. Alle comunali del maggio 2014 si candidò a sostegno del candidato sindaco (sconfitto) di centrodestra Mimmo De Paola raccogliendo appena 112 preferenze. Il nuovo coordinatore ha dovuto gestire problemi delicati di affluenza, dal momento che in Puglia sono proliferati oltre 50 comitati pro-salvini. Un conflitto epico c’è stato a Foggia, sulla figura del referente locale: il ruolo di Mimmo Foglietta, ex segretario provinciale dell’Udeur di Clemente Mastella è stato insidiato da Saverio Sorini da San Giovanni Rotondo, appena uscito da Forza Nuova. Alla fine quest’ultimo si è ritirato. A Molfetta il movimento è targato An, con l’ex consigliere comunale Rino Lanza e l’ultimo presidente cittadino di An, Francesco Armenio.

Sempre in Puglia sono transitati armi e bagagli con Salvini due parlamentari “fittiani”: Nuccio Altieri, già vicepresidente della provincia di Bari ai tempi di Fitto (che gli fece anche da testimone di nozze), e Roberto Marti, ex assessore al comune di Lecce e storico organizzatore dei mitici pullman di Fitto alle manifestazioni del Pdl.

In Calabria invece il coordinatore è Domenico Furgiuele, giovane imprenditore già segretario de La Destra di Storace. Uno della destra vera, figlio di un storico missino di Lamezia Terme. Furgiuele ha costruito una rete organizzata, molto di destra, che copre tutta la regione in una terra fino a poco tempo fa ostile al Carroccio ai tempi del disprezzo verso i “terroni”. Altra regione con una robusta a radicata presenza di destra è l’Abruzzo. Da poco hanno aderito Gianfranco Giuliante, ex assessore regionale e storico esponente di An in Abruzzo e Luigi D’Eramo, altro ex An di quelli tosti, assessore all’Urbanistica della giunta dell’Aquila. Tra i nomi pesanti anche Niccolò, detto NichiArdigò, che è stato consigliere regionale del Pdl e Lino Galante, vicecoordinatore provinciale di Pescara del Pdl. All’Aquila sono stati folgorati sulla via del salvinismo anche Emanuele Imprudente, ex consigliere comunale dell’Udc e ora assessore all’Ambiente e Luigi di Luzio, consigliere comunale ex Udc.

Dall’Abruzzo al Molise. Lì il punto di riferimento è Luigi Mazzuto, ex potente coordinatore regionale del Pdl, e già presidente della Provincia di Isernia, che ha già presentato il candidato alle prossime Regionali. Si stratta di Aida Romagnuolo, definita dai giornali locali la “pasionaria del Molise“: più volte ha cercato la notorietà politica, riuscendo però solo a diventare consigliere comunale del suo paese. Ora ci riprova, forte anche dell’appoggio del suo compagno Lorenzo Lommano. Lommano era uno dei “colonnelli” di Antonio Di Pietro: fondatore dell’Italia dei Valori, coordinatore del Molise, un fedelissimo insomma, che ci rimise di tasca sua per aprire una sede di partito a Campobasso. Ora, tutti nell’orbita di Salvini.

Il Sud neoleghista assomiglia tanto a quello degli altri partiti: il Sud del “tengo famiglia”, delle clientela che transitano da una parte all’altra, dei pacchetti di tessere e voti. È il Sud immutabile dei feudatari dei voti, da Cosentino a Vincenzo De Luca e delle pubbliche amministrazioni distratte sulla spesa pubblica. Inevitabile incappare in qualche “incidente”. L’avventura di Noi con Salvini in Campania è iniziata con l’arresto del sindaco di Torre del Greco, Ciro Borriello, che si dichiarò “vicino” ai leghisti. E proseguita con quello del responsabile dell’area della Valle Caudina, Guido Coletta per frode fiscale. In Irpinia il coordinatore è Marco Pugliese, ex parlamentare di Forza Italia, già responsabile dei circoli di Marcello Dell’Utri. È fratello di Massimo, noto alle cronache per il crack dell’azienda Ixfin. Per il resto, hanno aderito tutte facce già conosciute nel centrodestra di questi anni. Coordinatrice regionale è la parlamentare Pina Castiello, ex Pdl.

A Napoli l’uomo forte è Gianluca Cantalamessa, missino, figlio di uno storico parlamentare del Movimento sociale, poi An a Pdl. Alla sua manifestazione di qualche mese fa a Napoli c’erano parecchi amministratori ex An e anche di Fratelli d’Italia. Quando Bossi lesse le cronache di quel che accadeva sotto il Vesuvio, dichiarò: “Salvini va a caccia dei voti dei fascisti”. Il nuovo salviniano che avanza ha anche il volto dell’ex sindaco Pdl di Caivano, Pippo Capaccioli. E ancora: l’ex consigliere comunale e provinciale di Napoli in quota Nuovo Psi, Angelo Delle Cave, grande fautore della battaglia anti-euro e l’ex candidato sindaco di Sarno, Franco Annunziata.

Tornando nel Lazio di Storace e Alemanno, pioniera della costruzione del movimento salviniano nella capitale è stata Barbara Saltamartini, ex An, poi Ncd, che ruppe con Alfano ai tempi di Mattarella, quando la Lega non aveva le percentuali odierne. Poi sono arrivati gli altri. Tra questi Enrico Cavallari, ex assessore al personale della giunta Alemanno. Come per l’ex sindaco la sua presenza ha creato un certo turbamento perché Cavallari è indagato dalla Procura (insieme ad altri nove ex componenti di quella giunta) per una delibera che autorizzava la costruzione di uno shopping center in pieno centro storico. Provvedimento che è stato annullato dal commissario del Comune Francesco Paolo Tronca.

Tra i pochi che non vengono da An c’è Barbara Mannucci, che di Cavallari è moglie. Al primo giorno di legislatura, nel 2008, era immortalata sorridente accanto a Silvio Berlusconi. Allora aveva 26 anni, e godeva anche del sostegno di Marcello Dell’Urti. Era fedele, diceva in un’intervista a Repubblica: “Berlusconi è la luce. Resterò con lui fino alla fine. Sarò la sua Claretta Petacci”. Adesso dice al Corriere: “Salvini è la nostra ultima spiaggia. Che uomo coraggioso. Che energia. O ci salva lui, oppure non abbiamo speranza“. È cambiato il faro. O il duce.

*vicedirettore del quotidiano online Huffington Post, edizione italiana