La Gazzetta del Mezzogiorno in profonda crisi. Chiudono le redazioni di Brindisi, Matera. L’editore Ciancio a processo in Sicilia per concorso mafioso

La Gazzetta del Mezzogiorno in profonda crisi. Chiudono le redazioni di Brindisi, Matera. L’editore Ciancio a processo in Sicilia per concorso mafioso

ROMA – ” Vogliamo ribadirlo al Cdr e vogliamo rassicurare i lettori della Gazzetta del Mezzogiorno.- con questo comunicato la società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno risponde al Comitato di Redazione ed al sindacato regionale, aggiungendo –  La chiusura delle redazioni di Matera e Brindisi non comporterà alcun taglio all’informazione, ai giornalisti, e alle edizioni decentrate del giornale. Gli acquirenti e i lettori brindisini e materani continueranno a sfogliare le pagine delle loro rispettive aree di riferimento, che non subiranno alcuna contrazione. La chiusura delle due redazioni rientra in un programma di contenimento dei costi, programma necessario proprio per il rilancio del giornale. Progetto peraltro già presentato a suo tempo, discusso col Cdr e aggiunto ai decreti del Ministero del Lavoro, che ha autorizzato gli interventi di Cassa Integrazione e prepensionamenti. Lo stesso Cdr riconosce” .

L’editore della Gazzetta del Mezzogiorno aggiunge nella sua nota che” Non si comprende, pertanto, il motivo della dichiarazione dello stato di agitazione, anche perché l’Azienda ha sempre rispettato gli accordi sottoscritti con il Cdr, che prevedono la possibilità di determinati interventi di ristrutturazione“.

L’ assemblea dei giornalisti della Gazzetta  ritiene che “la rinuncia a un presidio fisico che faccia da punto di riferimento per le comunità interessate costituisca una decisione grave che mal si concilia con il ruolo e la storia di un quotidiano intento a celebrare i suoi 130 anni di vita”  sostenendo che ” le poche assunzioni obbligatorie in itinere possono essere considerate come una forma di investimento sufficiente. Gli esigui nuovi ingressi annunciati, peraltro, vengono destinati a un settore, quello del multimediale, sul quale non vi è al momento alcun progetto né relativa organizzazione del lavoro. Scelte, queste, a discapito dei precari storici e dei tanti collaboratori che quotidianamente lavorano per il nostro giornale”.
I giornalisti della Gazzetta ribadiscono che “la testata è un prezioso patrimonio dell’intero territorio, delle comunità di Puglia e Basilicata, dei lettori  (in realtà un pò pochini, scesi a 17mila copie al giorno n.d.r. ) ai quali è rivolto il quotidiano sacrificio di tutte le redazioni. Fanno pertanto appello anche alla Direzione affinché non deroghi mai al proprio ruolo di garante della autonomia della redazione e della qualità del prodotto giornale. Contestualmente, dichiarano lo stato di agitazione”.
E’ sin dal 2013 l’editore de La Gazzetta del Mezzogiorno aveva in progetto la chiusura, delle redazioni della Bat, di Brindisi e di Matera tramite accorpamento, ed il taglio del costo del lavoro del 30% per tutte le otto redazioni giornalistiche tramite l’applicazione del contratto di solidarietà, ed alla fine si optò solo per i contratti di solidarietà, ammortizzatore sociale che peraltro  grava sulle spalle non solo dei dipendenti dall’azienda editoriale, ma anche degli incolpevoli contribuenti.
Una crisi editoriale quella della Gazzetta del Mezzogiorno, che avevamo segnalato in tempi non sospetti ai nostri lettori, verificando (dai dati ufficiali dell’ ADS) l’emorragia continua di copie invendute del giornale barese (ma di proprietà  sicula) , che crolla di circa il 10% di anno in anno. Mentre nel frattempo lo scorso giovedì 31 maggio  è iniziato a Catania il processo a carico di Mario Ciancio Sanfilippo per “concorso esterno” con la mafia, che  potete ascoltare attraverso questo link (clicca QUI) 

Mario Ciancio editore dei quotidiani LA SICILIA e LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Il processo a Mario Ciancio Sanfilippo non sarà una passeggiata, ma secondo la stampa siciliana che segue le cronache giudiziarie “una lunga maratona giudiziaria“. Il fine processuale è quello ormai ben noto: accertare se l’imprenditore ed editore del quotidiano La Sicilia e della Gazzetta del Mezzogiorno abbia favorito, pur non essendone ritualmente affiliato, la famiglia catanese di Cosa nostra. Per uno strano groviglio ed incrocio di date, la prima udienza del processo è coincisa proprio con il giorno in cui, nel 2010, il nome di Ciancio veniva messo nero su bianco nel registro degli indagati da parte della Procura di Catania, a seguito degli accertamenti investigativi effettuati dal ROS dei Carabinieri. 
Otto lunghi anni impossibili da riassumere in poche righe, in cui l’editore catanese è anche passato da una richiesta d’archiviazione e un discusso proscioglimento in udienza preliminare quattro giorni prima del Natale 2015, successivamente annullato con rinvio dalla Suprema Corte Cassazione a seguito del ricorso presentato dalla Procura della Repubblica di Catania e dalle parti offese Dario e Gerlando Montana  fratelli del commissario Beppe Montana, il poliziotto ucciso dalla mafia nel 1985.. Durante la requisitoria in Cassazione il procuratore generale si era spinto oltre, rilevando la “volontà di non fare questo processo.
Sono 47 i faldoni dell’ indagine della Procura di Catania fra i quali ci sono diversi temi cittadini. Il Pua – un mega progetto da realizzare alla Playa  su diversi terreni anche di Ciancio – e l‘intercettazione con l’allora candidato sindaco Enzo Bianco all’indomani della votazione del consiglio comunale etneo sul piano. Ci sono i centri commerciali – come il caso Porte di Catania – e, più in generale, un sistema di terreni agricoli e discusse varianti.
Ma c’è anche la linea editoriale del quotidiano La Sicilia, a lungo monopolista in Sicilia orientale, a cui i magistrati contestano una serie di presunti favori a Cosa nostra. A diventare, infine, di interesse pubblico – dopo la chiusura dell’emittente Antenna Sicilia e i licenziamenti per motivi economici – è anche il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Soldi che costituiscono solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere. Un sequestro antimafia da 17 milioni di euro che costituisce solo una parte del tesoretto di 52 milioni di euro scoperto in Svizzera dagli investigatori del ROS dei Carabinieri di Catania,  a nome dell’imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia  e La Gazzetta del Mezzogiorno .
I sigilli erano scattati  quando i magistrati avevano scoperto che il valore dei titoli stava per essere convertito in denaroda trasferire in Italia. Il tutto due giorni prima dell’udienza preliminare per valutare la consistenza dell’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Mario Ciancio Sanfilippo. Sigilli scattati per un conto bancario estero riconducibile a Ciancio ma aperto tramite una società fiduciaria del Liechtenstein. La Procura di Catania ha stimato l’esistenza di titoli e azioni per un totale di circa 12 milioni di euro. Più cinque milioni in contanti, depositati in una banca di Catania.
Scavando tra i rapporti bancari e il patrimonio dell’imprenditore, i magistrati hanno trovato diversi depositi in Svizzera – alcuni a lui riconducibili attraverso società registrate nei paradisi fiscali -, e movimenti passati al vaglio dei consulenti della procura catanese, la nota multinazionale di revisione  Price Waterhouse Coopers spa.
Ma tutto questo la Gazzetta del Mezzogiorno , il CdR e  l’assemblea di redazione insieme al sindacato pugliese (e nazionali) dei giornalisti si sono ben guardati dallo scriverlo ed informare dovutamente i propri lettori. Per loro evidentemente va tutto bene ed è quindi meglio tacere su queste cose…. ai lettori mentre invece “qualcuno” si prodigava a diffamare a lungo  il CORRIERE DEL GIORNO  e Taranto Buona Sera.
Ma in questo caso si tratta di miserie umane ancor più che giornalistiche o sindacali. Nonostante tutto… infatti, noi ci auguriamo che lo storico giornale pugliese sopravviva ed esca dalla propria crisi, ma sopratutto che i suoi giornalisti (quelli capaci e validi, sia chiaro ! ) possano mantenere il proprio posto di lavoro. Quando un giornalista “vero” cioè capace di fare il proprio lavoro, perde il suo posto di lavoro, spesso per incapacità altrui,  è una sconfitta per tutto il mondo dell’informazione.
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