Ilva. Parla la vedova di Emilio Riva: “mio marito condannato senza processo”

Ilva. Parla la vedova di Emilio Riva: “mio marito condannato senza processo”


Schermata 2016-07-04 alle 10.21.28Giovanna Riva du Lac
si è rivolta al sito  Fino a prova contraria diretto dalla giornalista e saggista Annalisa Chirico . Dopo aver pubblicato il libro  ‘Emilio Riva, l’ultimo uomo d’acciaio’ (Mondadori, pp. 177, 2015), la vedova ha ripercorso l’odissea giudiziaria che ha travolto il colosso siderurgico e la vita dell’uomo al quale è stata legata per oltre quarant’anni. “Credo che non sia più il momento di tacere. Io ho assistito a una violenza di stato senza eguali. Mio marito, Emilio Riva, ha subito lo choc di un arresto a 88 anni, è stato privato dei suoi beni, accusato e mai sentito dai suoi accusatori, vilipeso da una stampa fanatizzata, descritto come un mostro. E’ morto solo, e senza giustizia. Perché tutte le misure che hanno travolto la sua vita privata e pubblica sono state adottate in via ‘preventiva’, senza neppure uno straccio di condanna di primo grado. Come li chiamate questi se non omicidi legalizzati? Nulla e nessuno potranno restituirmi mio marito, ma io sento il dovere di restituire alla memoria collettiva il ricordo autentico di Emilio, un uomo partito come venditore di rottami di ferro nel dopoguerra e poi diventato il quarto produttore di acciaio europeo.”

Schermata 2016-07-04 alle 10.05.00La signora Riva du Lac continua : “Lui diffidava dei giornalisti, sua nonna gli aveva insegnato questo: ‘stai alla larga da giornalisti, preti e avvocati. I primi scrivono quello che vogliono, i preti arrivano quando stai per morire e gli avvocati vogliono solo i tuoi soldi’. Seppure a malincuore, io devo parlare, devo far conoscere la sua storia, quella vera. Nella vicenda Ilva non c’è nulla di ovvio, solo un mare di violenza che adesso tiene sotto schiaffo il figlio di Emilio, Fabio Riva, che si è ammalato a seguito di questa vicenda. Spero che non faranno con lui quello che hanno fatto con mio marito. Spero che gli daranno la possibilità concreta di difendersi. Spero che lo risparmieranno, se esiste ancora una parvenza di giustizia in Italia”. La moglie di Emilio Riva nei giorni scorsi ha scritto una lettera anche al quotidiano IL GIORNALE esprimendo frasi pesanti: “Credo che non sia più il momento di tacere. Io ho assistito a una violenza di Stato senza eguali“.

Sulla vicenda il sito web  Fino a prova contraria ha ripubblicato questo pezzo, uscito all’indomani della morte di Emilio Riva. E’ il ricordo del giornalista Stefano Lorenzetto del quotidiano IL GIORNALE su una vicenda che al di là dei giudizi di colpevolezza o innocenza mette in evidenza un fatto inequivocabile: un uomo ha subito una condanna preventiva, giudiziaria e mediatica, in assenza di un processo.

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Così i veleni dei tribunali hanno ucciso Riva

di Stefano Lorenzetto per Il Giornale

Di Emilio Riva, morto nella notte di ieri in una clinica che da un paio di mesi poteva somministrargli solo cure palliative, si dirà che era giunta la sua ora: il 22 giugno avrebbe compiuto 88 anni. In realtà il magnate dell’acciaio era morto il 26 luglio 2012, quando un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Taranto lo aveva confinato agli arresti domiciliari nella sua villa di Malnate (Varese). A parte due ricoveri di pochi giorni nel centro cardiologico Monzino di Milano, resi urgenti dal cuore malandato, poté uscirne solo dopo un anno, per scadenza dei termini di custodia cautelare. Ma non da uomo libero: lo stesso Gip gli impose l’obbligo di dimora.

Il suo male incurabile è stato il sequestro dellIlva di Taranto, che Riva aveva salvato dal fallimento e trasformato nella più importante acciaieria del continente, sostituendosi allo Stato in seguito alla liquidazione dell’Italsider. Il tumore osseo che ha consumato l’imprenditore milanese si era manifestato all’avvio dell’inchiesta per disastro ambientale dalla quale sarebbe uscito senza condanne epperò cadavere. La caduta delle difese immunitarie sopravviene quando il dolore diventa troppo pesante per essere sopportato anche da chi abbia spalle larghe come le sue. Sono gli effetti della privazione di ciò che per un essere umano conta di più: la libertà personale.

Poiché si deve presumere che nella vicenda giudiziaria di Riva tutto si sia svolto secondo i crismi di legge, e tenuto conto del fatto che l’ultimo scorcio della sua vita è stato dominato per intero dai magistrati, si può ben concludere che egli sia morto per un eccesso di giustizia. Un po’ come accadde ad Alessandro Magno, del quale fu detto che perì grazie all’aiuto di troppi medici. Il paragone storico non sembri inappropriato. Al di là dell’infame vulgata che ha tramutato l’ex rottamaio in un assassino d’inermi cittadini per sete di guadagno, l’ex «ragiunatt» con laurea ad honorem in ingegneria meccanica era davvero l’ultimo condottiero della siderurgia italiana. Il più grande: 38 stabilimenti nel mondo, 30.000 dipendenti, 10 miliardi di euro di fatturato. Facendo onore al proprio carattere, forgiato con lo stesso materiale che gli diede fama, ricchezza e tormento, ha resistito qualche mese più dei colleghi Luigi Lucchini e Steno Marcegaglia, usciti di scena tra effluvi d’incenso.

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L’anno scorso, ormai prigioniero da dieci mesi in casa propria, Riva si rese conto che niente avrebbe più potuto riportare in parità la bilancia della giustizia e restituirgli l’onore perduto. Non i suoi avvocati, pur abilissimi. Non i giornali, abituati a trattarlo con la simpatia che circondava i monatti di manzoniana memoria. Né tantomeno, figurarsi, le toghe. Poiché avvertiva che il suo tempo stava per compiersi, penò a un j’accuse zeppo di fatti e di dati, che potesse riabilitarlo nella memoria degli eredi. Un libro. Si ricordò allora di un giornalista che lo aveva intervistato 11 anni prima sul Giornale. Il 21 maggio volle che incontrassi la moglie, Giuliana Du Lac Capet, nella sua casa milanese di via Verri.

Allenata dal consorte ad andare subito al nocciolo delle questioni, la signora mi chiese: “È impegnato domenica prossima? La accompagnerei a Malnate da mio marito, così potrebbe cominciare subito a raccogliere la sua verità. Non c’è tempo da perdere“. Fui costretto a obiettarle che,avvicinando un estraneo senza l’autorizzazione del magistrato, egli si sarebbe reso responsabile di evasione. Non solo: io avrei potuto essere inquisito per concorso nel medesimo reato. Si trattava di un rischio che ero disposto a correre. Ma il suo legale temeva che Riva finisse ristretto a San Vittore. L’anziano recluso dovette perciò accantonare il progetto editoriale a lungo accarezzato e che aveva già trovato un editore. Anche l’ultima possibilità di autodifesa gli veniva negata.

Dunque è così che è morto Riva: senza voce. Sarebbe stato invece interessante, oltreché giusto, fargli commentare il rapporto di Legambiente, nemica giurata dell’Ilva, dal quale nel 2012, in piena bufera giudiziaria, risultava che, su 55 capoluoghi di provincia presi in esame, Taranto figurava al 46˚ posto nella classifica nazionale dell’inquinamento da polveri sottili, preceduta da Torino, Milano,Verona, Alessandria, Monza e altre 40 città. Oppure farlo parlare di quel procuratore capo della Repubblica di Taranto che aveva scritto con largo anticipo come sarebbe andata a finire questa brutta storia: “Con la vittoria del bene sul male“.

Dove il bene erano i giudici e il male Riva. Una sentenza contenuta nella prefazione di un libro per bambini, nel quale si raccontava che nella città pugliese, per colpa dell’Ilva,”il cielo era sempre scuro e la gente si ammalava”, ma poi arrivava un dio che tuonava: “Adesso basta!“. E giurava:””Col mio soffio spegnerò le ciminiere, porterò via i fumi e manderò a casa gli uomini d’acciaio! “. Promessa mantenuta: prima a casa e da lì direttamente al cimitero.

A Emilio Riva non hanno portato bene né l’avversione per il comunismo, che tuttavia non gl’impedì di acquisire e far ripartire due cadenti acciaierie dell’ex Ddr dove al suo arrivo trovò un presidio di militari dell’Armata rossa, né il munifico obolo di San Pietro che per anni, in gran segreto, versò direttamente nelle mani di Papa Wojtyla per consentirgli di pagarsi i suoi viaggi apostolici nei cinque continenti. Chissà che il custode delle chiavi decussate non gli abbia adesso dischiuso, dopo tanta prigionia domestica, almeno le porte di quel paradiso nel quale ha sempre sperato. Un risarcimento postumo che l’industriale siderurgico non poteva aspettarsi dalla giustizia umana, ma solo da un santo fresco di canonizzazione.

Per maggiori informazioni sul sito web Fino a prova contraria, cliccate QUI.

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