I commissari ILVA chiedono due miliardi agli eredi Riva dinnanzi al Tribunale di Milano

I commissari ILVA chiedono due miliardi agli eredi Riva dinnanzi al Tribunale di Milano

CdG commissari ILVAUn atto di citazione è stato depositato nei giorni scorsi dinnanzi al Tribunale di Milano dai commissari dell’ILVA  Corrado Carruba,Piero Gnudi  ed Enrico Laghi con contestuale richiesta di due miliardi di euro di danni alla famiglia Riva, ed alla Riva Fire in veste di  soci di controllo di ILVA, i quali  invece di avviare la società ad un ormai inevitabile percorso di risanamento ambientale, hanno prima svuotato L’ILVA delle risorse finanziarie necessarie per attuare gli ingenti investimenti a ciò necessari  e successivamente “isolato ILVA” dal resto del gruppo Riva attraverso una scissione della capogruppo Riva Fire, e guarda nello stesso periodo contemporaneamente i membri della famiglia Riva rassegnavano via via le dimissioni dalle varie cariche detenute in ILVA .

I commissari quantificano la somma di due miliardi , sulla base di uno studio della società internazionale di revisione Price Waterhouse che ha calcolato il valore che l’ILVA avrebbe avuto, se la società avesse potuto disporre di una somma pari a 1,13 miliardi derivante dalla dismissione delle partecipazioni detenute in due casseforti del gruppo per attuare il piano industriale e il risanamento aziendale. Una somma, invece, che è stata utilizzata per il rimborso anticipato di finanziamenti concessi da STAHL (società controllata da Riva Fire) all’ ILVA.

Nell’atto di citazione presentato dai commissari, si legge  che l’azione giudiziaria, “viene esperita al fine di reintegrare il patrimonio di ILVA anche (se non soprattutto) nell’interesse dei creditori concorsuali” ed è riferita appunto alla circostanza che l’ILVA  da un anno si trova in amministrazione straordinaria. Inoltre viene contestato che la revisione nel 2012 dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’ ILVA nel 2011 avesse “l’obiettivo di rendere ancora più stringenti le prescrizioni di carattere ambientale imposte alla società”.

CdG famiglia RIVAEra quindi ben noto alla Riva Fire “e ai suoi esponenti apicali la necessità di realizzare con urgenza ulteriori interventi di adeguamento che avrebbero comportato un rilevante esborso finanziario, pena la impossibilità di proseguire la propria attività produttiva. Ebbene proprio in questa situazione si assiste non solo al defilarsi dei signori Riva – gli stessi che – si legge nell’atto di citazione dei commissari –  attraverso un complesso schermo di società fiduciarie ad essi facenti capo e la costituzione di otto trust si erano, negli anni, distribuiti dividendi, emolumenti e flussi finanziari variamente titolati per miliardi di euro – ma addirittura all’impiego delle risorse finanziarie di cui Ilva aveva la disponibilità non già per sostenere i piani di investimento via via approvati dal cda di ILVA, bensì per ripianare l’esposizione debitoria di quest’ultima verso le altre società del gruppo».

Secondo l’atto depositato dai commissari al Tribunale di Milano, “il disegno, articolato in più fasi”, è stato “ideato e attuato con lucida determinazione nell’arco di sei mesi, esattamente nel momento in cui la società era chiamata ad un consistente impegno finanziario per adempiere all’Aia adeguando gli impianti produttivi alle sue stringenti prescrizioni, ed ha avuto effetti rovinosi per ILVA, la quale, proprio a causa del mancato adempimento alle prescrizioni dell’Aia, si è vista dapprima (a partire da luglio 2012) oggetto di provvedimenti restrittivi da parte dell’Autorità Giudiziaria di Taranto, e poi sottoposta ad una speciale forma di commissariamento; infine, stante l’impossibilità di fare fronte ai propri debiti, ammessa alla procedura di Amministrazione Straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza”.

Una serie di operazioni societarie, realizzate in realtà solo per “separare la sorte di ILVA dal resto del gruppo facendo sì che la “polpa”, e cioè STAHL e le altre società (Riva Acciaio) non toccate dalla crisi di ILVA, fossero poste sotto il controllo di società, sempre direttamente riconducibile ai Riva ma definitivamente separata dalla vicende di ILVA e dalle connesse responsabilità ed oneri”. “In altri termini – è la considerazione finale dell’atto di citazione – nel momento in cui ILVA avrebbe avuto più bisogno di fare ricorso a tutte le risorse finanziarie disponibili a livello di gruppo, Riva Fire e gli esponenti della stessa società, invece di destinare ad ILVA tali risorse, decidevano di lasciare quest’ultima in una situazione di crisi“.

 La richiesta dell’amministrazione straordinaria è parzialmente in linea  con il tentativo della magistratura milanese di recuperare un miliardo e 200 milioni di risorse sequestrati ai Riva per presunti reati fiscali e depositati in Svizzera. L’ordinanza del Gip milanese Fabrizio D’Arcangelo venne però bloccata dai colleghi elvetici che hanno negato il trasferimento dei denari in Italia in quanto “costituirebbe un esproprio senza un giudizio penale”. Gli eredi di Emilio Riva hanno rinunciato all’eredità solo in Italia, mentre in Svizzera si sono opposti allo sblocco del tesoro. Anche in questo caso si tratta di somme che per la magistratura italiana sono state sottratte dai Riva alle loro stesse aziende e soci, accantonate su trust in paradisi fiscali e poi fatte rientrate illecitamente in Italia attraverso lo scudo fiscale.
Nello scorso autunno l’ ILVA in amministrazione straordinaria si è vista bloccare dal tribunale di Bellinzona (Svizzera) la richiesta accolta precedentemente della Procura di Zurigo, a seguito di rogatoria italiana,  di trasferire 1,2 miliardi di euro sequestrati ai fratelli Riva, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria a loro carico, sul rientro di denaro fatto figurare come patrimonio familiare, mentre invece sarebbe stato prelevato dalle casse di ILVA.
Nel frattempo il Gruppo Amenduni, azionisti di minoranza dell’ ILVA attraverso la  Valbruna Nederland, società di diritto olandese che ha in carico a il 10,05% del gruppo oggi finito all’asta, da tempo in causa con il Gruppo Riva proprio per la gestione dell’ ILVA di Taranto ed in particolare per le consulenze infragruppo utilizzate dai Riva per sottrarre utili alle casse societarie e farle confluire sui propri conti bancari svizzzeri, ha intrapreso un’azione risarcitoria anche nei confronti del Governo per richiedere il giusto indennizzo a seguito dell’esproprio della società siderurgica. Gli industriali di origine pugliese hanno depositato alla sezione specializzata in materie di imprese del Tribunale di Milano un atto di citazione, nei confronti della Presidenza del Consiglio chiedendo 300 milioni quale risarcimento per essere stati espropriati dallo Stato,  sulla base di una perizia che valuta la società in 2,526 miliardi alla fine dell’esercizio 2012. Inoltre gli Amenduni hanno depositato dinnanzi  Tar Lazio un ricorso per annullare la vendita all’asta del gruppo, azione questa che preoccupa non poco la famiglia Riva.

image_pdfimage_print
Please follow and like us:
error

Ti piace il Corriere del Giorno ? Fallo sapere !