Crisi di governo, le dimissioni del premier Conte: "Il governo finisce qui

Crisi di governo, le dimissioni del premier Conte: "Il governo finisce qui

L’ormai ex-presidente del consiglio si è recato da Mattarella e ha lasciato il Quirinale dopo pochi minuti. Il Capo dello Stato ha invitato il Governo a curare il disbrigo degli affari correnti. Il calendario delle consultazioni al Quirinale, rapide e rese note senza indugio, convocate per le prossime 48 ore, è indicativo. Rivela la ferma volontà da parte di Sergio Mattarella di mettere un punto fermo e chiaro in questa crisi

ROMA –  “Non possiamo, se amiamo le istituzioni e i cittadini, affidarci a espedienti, tatticismi, giravolte verbali che faccio fatica a comprendere. Io apprezzo la coerenza logica e la linearità d’azione. Se c’è mancanza di coraggio, non vi preoccupate, me ne assumo io la responsabilità io davanti al Paese – ha detto il premier Giuseppe Conte nella replica al dibattito in Aula al Senato soffermandosi sul ritiro della mozione di sfiducia da parte della Lega -. Questa è la conclusione, unica, obbligata, trasparente. Vi ringrazio tanto, io vado dal Presidente della Repubblica. Prendo atto che al leader della Lega Matteo Salvini manca il coraggio di assumersi la responsabilità dei suoi comportamenti“.

È una scelta di coerenza con l’apertura fatta in Aula da Matteo Salvini. Se tieni una porta aperta non puoi tenere la sfiducia“. Con queste parole fonti leghiste spiegano la decisione di ritirare la mozione di sfiducia a Giuseppe Conte. “La mozione, d’altronde” si ricorda “era stata presentata per parlamentarizzare la crisi. E le comunicazioni di Conte e il suo annuncio di dimissioni l’hanno resa non più necessaria”.

Il presidente del consiglio ha lasciato il Quirinale dopo pochi minuti dove ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il Presidente della Repubblica ha preso atto delle dimissioni e ha invitato il Governo a curare il disbrigo degli affari correnti.

Il capo dello Stato avvierà le consultazioni domani, mercoledì 21 agosto, alle ore 16 con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati: poco prima sentirà al telefono il Presidente emerito Giorgio Napolitano che non si trova a Roma, alle 16.45 il presidente della Camera Roberto Fico. Dalle 17.30 e fino alle 19 il gruppo per la autonomie i gruppi misti di Camera e Senato e, infine, Liberi e Uguali. Giovedì alle 10 è il turno di Fratelli d’Italia, alle 11 il Partito Democratico, alle 12 Forza Italia, alle 16 la Lega e con il Movimento 5 Stelle  alle 17 si chiuderanno le consultazioni  .

Sergio Mattarella

Il calendario delle consultazioni al Quirinale, rapide e rese note senza indugio, convocate per le prossime 48 ore, è indicativo. Rivela la ferma volontà da parte di Sergio Mattarella di mettere un punto fermo e chiaro in questa crisi, a tratti surreale, perché il paese non può permettersi traccheggiamenti e tempi infiniti che sposterebbero ancora più in avanti, in pieno inverno, la nascita di un nuovo governo chiamato ad affrontate l’annunciata emergenza economica.

 Questi i tempi: primo giro entro giovedì sera, poi, se i partiti chiederanno qualche giorno per approfondire e definire uno schema serio di accordo, sarà concesso, altrimenti varerà un “governo elettorale” che abbia l’unico scopo di portare in modo ordinato il paese al voto. In poche parole, come si diceva a scuola: la “ricreazione è finita”. Ed è chiaro che il capo dello Stato non si metterà a orchestrare manovre per arrivare a un governo istituzionale, esercitando un ruolo non di arbitro, ma di regista di una operazione politica, per la quale mancano condizioni oggettive e convinzioni soggettive. Punto.

Il suo vero unico punto fermo è evitare un bis del 2018: consultazioni eterne, fatte di giochi tattici, finte aperture, trasformando il Quirinale nel set un infinito “doppio forno”, con Di Maio che inizia aprendo al Pd, poi si consuma il primo tentativo, poi magari procede a un nuovo tentativo con Salvini, una volta smaltito il trauma dell’intervento di Conte. Ipotesi neanche tanto peregrina, che pure aleggia tra i Cinque stelle.

Salvini:  “adesso capisco tutti quei no”  ha detto il vicepremier Matteo Salvini uscendo dal Senato. “C’era un tentativo di inciucio fra Renzi e Grillo che evidentemente partiva da lontano e come Lega abbiamo avuto la dignità, la forza e il coraggio di portarlo in Parlamento per spiegarlo chiaramente agli italiani. Chiedo il voto al Presidente Mattarella. La via maestra sono le elezioni” ha ribadito. “Ho sempre avuto fiducia in Mattarella, ha sempre detto che o c’è un governo serio per fare le cose..”. Così il vicepremier Matteo Salvini ai cronisti al Senato. “In aula ho capito che c’è un’avversione della sinistra e di parte dei 5 Stelle a Salvini, punto – ha aggiunto -. Quindi non penso che l’Italia meriti un governo contro. Fanno un governo tutti insieme contro Salvini? Io propongo un governo per, per tagliare le tasse, le grandi opere, per l’autonomia“.

 Chi ha una certa conoscenza del Colle è certo che Sergio Mattarella coltiva un certo “disincanto”, anche alla luce della giornata di oggi. La verità è che non c’è ancora uno schema definito in campo che attesti l’esistenza di un negoziato degno di questo nome. Anzi, è già caduta l’ipotesi di un Conte bis, illusione questa molto coltivata e radicata nei  Cinque Stelle. La pietra tombale è in quelle poche righe che il segretario del Pd ha affidato alle agenzie, appena finito il discorso del presidente del Consiglio, che pure si era “offerto” alla sinistra rimuovendo, come se calasse da Marte, “l’anno bellissimo” che ha certificato la sua subalternità a Salvini (vedi: migranti e sicurezza): “Discorso autoassolutorio”.

Nicola Zingaretti, segretario del Pd

Due parole che spiegano molto bene  la posizione su cui Nicola Zingaretti chiederà mercoledì mattina mandato alla direzione del suo partito prima di recarsi al Colle, riassumibile anch’essa in due parole. Queste: “Profonda discontinuità”. In sintesi: il Pd, preso atto del fallimento dell’esperienza gialloverde, senza rimuovere quel che è accaduto – i dati economici, la regressione civile del paese, i provvedimenti varati – è disponibile a verificare se ci sono le condizioni per un governo con i Cinque stelle, a patto che si fondi su una rivoluzione copernicana delle logiche seguite finora.

Detta in maniera chiara ed inequivocabile: non un “contratto”, sostitutivo di quello appena stracciato, col Pd che si limita a sostituire, con i propri ministri, i leghisti nella compagine di governo: o si riesce a fare un “patto politico” serio fondato su una cesura nei programmi e negli uomini, bene, altrimenti, se i Cinque stelle non sono disponibili, si vota. Si sarebbe detto una volta: non governo a tutti i costi, non voto a tutti i costi.

 Quindi se Conte, inizialmente garante di quel contratto prima del “regolamento di conti” odierno senza alcun pentimento (“non rinnego nulla di quel che ho fatto sui migranti”) non può essere la persona indicata per Palazzo Chigi ed è chiaro che il “rinnovamento” dovrà riguardare anche il resto della compagine di governo che ha governato con Salvini. Ecco uno dei punti che già logora sin dalla partenza l’ipotesi di negoziato. L’altro punto, nient’affatto irrilevante, è il “fattore Renzi”, che della nuova maggioranza deterrebbe la “golden share” numerica in Parlamento e politica. Il suo discorso in aula, il suo ritrovato protagonismo mediatico, la sua accusa pesante di “connivenza” con Salvini di una parte del suo partito, spiega che  il Matteo di Firenze pur non entrandoci,  sarebbe il dominus dell’eventuale nuovo governo, in grado di deciderne durata di vita e di influenzarne l’azione, avendo i numeri in Parlamento per condizionarne l’operato e la sopravvivenza.

E’ questa l’origine dello scetticismo che aleggia sempre di più dentro il Movimento, alimentato dalle parole di Salvini su Renzi, la Boschi, Banca Etruria, cioè gli “Arcinemici” con cui i Cinque stelle vorrebbero allearsi e gli scandali che attesterebbero la definitiva perdita dell’anima. Arrivati al capolinea, Di Maio e grillini vari, hanno capito quanto sia rischioso fare un patto col “diavolo” (Renzi)  che già si muove come un soggetto politico autonomo. In molti si chiedono: e  se Renzi , tra qualche settimana, attivasse la sua scissione dal PD ? Succederebbe che il suo partito diventerebbe il terzo socio della maggioranza, con Renzi leader e magari la Boschi capogruppo seduta ai vertici col Pd e Cinque stelle. Ecco spiegato il perché il il Presidente Mattarella ha fissato un calendario così stringente. E’ consapevole che altrimenti il “gioco” rischia di diventare infinito.

notizia in aggiornamento

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