Anziano torturato dal branco a Manduria. Oggi due minorenni sul banco degli imputati davanti al giudice

TARANTO – Si sono aperte oggi le porte del tribunale dei minorenni  per due dei sedici indagati, tre dei quali diventati da qualche giorno maggiorenni, i quali saranno sottoposti al giudizio immediato chiesto dal capo della Procura per i minori, dr.ssa Antonella Pina Montanaro e concessa dalla giudice Paola Morelli. L’inchiesta sugli “orfanelli“, il branco dei ragazzini di Manduria accusati di divertirsi in branco a picchiare, umiliare e vessare con insulti e violenze il povero 65enne Antonio Cosimo Stano, morto il 23 aprile dopo 18 giorni di ricovero e dura agonia in ospedale.  Entra oggi nella fase processuale

I due ragazzi ancora minorenni di 16 e 17 anni assistiti dagli avvocati Dario Blandamura e Piergiovanni Lupo, vengono chiamati a rispondere dei reati di violazione di domicilio, lesioni personali, percosse, molestie, furto, sequestro di persona e tortura, questo il reato più pesante di tutti, aggravato dalla sopraggiunta morte del pensionato  capo di imputazione quest’ultimo per il quale rischiano una condanna a trent’anni di reclusione.

Uno dei due imputati è il giovanissimo “protagonista” del video shock più odioso sulle violenze inferte al povero pensionato, fra quelli fatti circolare nelle chat. Si tratta del video, girato con un telefono,  che immortala il disabile 65enne che dopo essere stato avvicinato con la falsa promessa della stretta di mano viene colpito violentemente da un ceffone. Un video che con folle orgoglio il giovane manduriano esibì alla sua insegnante la quale, spaventatasi, informò immediatamente dell’accaduto la direzione dell’istituto scolastico e quindi, attraverso i canali ufficiali, i servizi sociali del Comune di Manduria.

Il procuratore dei minori Montanaro e quello ordinario Capristo

I due avvocati difensori che hanno già assistito i rispettivi assistiti durante gli interrogatori, sono stati gli unici a non formulare richiesta di rito abbreviato preferendo sottoposti al giudizio immediato che si celebra soltanto quando la pubblica accusa (cioè la Procura competente) pensa di essere in possesso di elementi sufficienti per poter chiedere la condanna degli imputati. Gli altri minorenni componenti della banda degli “orfanelli” hanno invece optato per il rito alternativo breve condizionato alla presentazione di una contro perizia medico legale che dovrebbe smontare quella del consulente delle due procure interessate, cioè quella ordinaria guidata dal dr. Carlo Maria Capristo e quella per i minorenni guidata dalla dr.ssa Antonella Pina Montanaro.

Per loro sono state fissate le udienze preliminari il 24 settembre per gli undici minori ed il 16 ottobre per i tre maggiorenni Gregorio Lamusta, Vincenzo Mazza ed Antonio Spadavecchia. Nella prima udienza gli indagati dovranno comparire davanti al Gup Bina Santella del Tribunale dei Minori mentre quella di ottobre sarà presieduta dal Gup Vilma Gilli del Tribunale ordinario.  I tre maggiorenni alla sbarra saranno .

L’ aula delle udienze dibattimentale del Tribunale dei Minorenni di  Taranto

Gli avvocati delle rispettive difese proveranno a smontare soprattutto il reato della tortura seguita dalla morte della vittima che è quello che comporta la condanna più pesante e rischiosa, e punteranno tutto sulla perizia del medico legale Massimo Brunetti che era già presente all’esame autoptico su Stano, e del Prof. Rosario Sacco, ordinario di clinica chirurgica dell’Università di Catanzaro.

La loro conclusione è del tutto opposta invece a quella del consulente della Procura, il medico legale barese Liliana Innamorato, che ha sostenuto nella sua perizia che l’ulcera perforata di Antonio Cosimo Stano, che ne ha causato la morte  è la conseguenza diretta dello stato di terrore che viveva per le violenze ripetutamente subite dal branco degli “orfanelli“. Invece la controperizia della difesa, sostiene che non sarebbero scevri da responsabilità i medici che hanno tenuto in cura il pensionato nei giorni di ricovero in ospedale, arrivando ad accusarli pesantemente, affermando che  “è ragionevole ritenere che i tre interventi chirurgici avvenuti in successione, il 16 aprile, il 19 aprile, e il 20 aprile, siano stati certamente non solo inutili ma fondamentale dannosi ed abbiano contribuito in modo significativo all’evoluzione infausta del caso“.

il funerale di Antonio Cosimo Stano

La decisione ai giudici augurandoci che sia fatta giustizia e non venga ulteriormente calpestata la dignità del povero Stano anche da morto. Nelle scorse settimane abbiamo appreso che il genitore di qualcuno di questi piccoli delinquenti si sia rivolto al Garante della Privacy contestando il nostro operato. Evidentemente chi l’ha consigliati conosce poco o male la normativa che abbiamo puntualmente rispettato. Ed infatti non abbiamo ricevuto alcuna sanzione. A loro un piccolo consiglio: pensate a rieducare i vostri figli. Non ne siete stati capaci.




Passaggio di consegne alla Guardia di Finanza di Taranto

TARANTO – Questa mattina, presso la caserma “Brigadiere Lorenzo Greco M.A.V.M.” di Taranto, alla presenza del Comandante Regionale Puglia della Guardia di Finanza – Generale di Divisione Vito Augelli, degli Ufficiali, di militari appartenenti ai Reparti della provincia e di una rappresentanza dell’Associazione Nazionale Finanzieri in congedo, si è svolta la cerimonia di avvicendamento al vertice del Comando Provinciale tra il Col. Massimo Dell’Anna ed il Col. Gianfranco Lucignano, destinato alla sede di Teramo come Comandante Provinciale.

Il Col. Lucignano, dopo quattro anni intensi trascorsi nella provincia tarantina, dove ha svolto un egregio lavoro, ha espresso parole di sentito ringraziamento a tutti i finanzieri del Comando Provinciale per l’intensa attività svolta in tutti i settori istituzionali, a tutela della legalità economico-finanziaria. Il nuovo comandante provinciale subentrante è il Colonnello Massimo Dell’Anna, Ufficiale della Guardia di Finanza titolato dell’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze , originario di Nardò (Lecce), coniugato ed ha quattro figli.

Laureato in Giurisprudenza ed in Scienze della Sicurezza Economico Finanziaria, ha conseguito il Master in “Diritto Tributario dell’Impresa” presso l’Università Bocconi di Milano ed il Master in “Studi Internazionali Strategico-Militari” presso il Centro Alti Studi Difesa a Roma.

Il Colonnello Dell’Anna dopo aver frequentato l’Accademia del Corpo, ha guidato la Tenenza di San Candido in Alto Adige ed il Nucleo di Polizia Tributaria di Belluno. Dopo un lungo periodo trascorso al Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, ha frequentato nel 2011 il 13^ Corso dell’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) a Roma. Al termine dello stesso è stato Comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Treviso per cinque anni. Giunge a Taranto dopo aver ricoperto il ruolo di Comandante Provinciale di Lecco per tre anni.

Al termine della cerimonia, il Comandante Regionale Generale di Divisione Vito Augelli, dopo aver ringraziato il Col. Gianfranco Lucignano per la proficua attività svolta in provincia, ha rivolto al Colonnello Dell’Anna un augurio di buon lavoro nel nuovo incarico con l’auspicio di ulteriori successi nell’interesse del Corpo e del Paese.

La Direzione e redazione del CORRIERE DEL GIORNO nel formulare i migliori auguri per il prosieguo della sua brillante encomiabile carriera al Colonnello Lucignano, che ha sempre manifestato il proprio rispetto e la più ampia collaborazione, nei limiti della legge, con la nostra attività giornalistica, augura al nuovo comandante colonnello Dell’Anna di continuare nel solco del suo predecessore per la tutela della legalità e dei diritti dei cittadini e contribuenti. Taranto ha sempre più bisogno di legalità




Blitz europeo della Guardia di Finanza contro la pirateria tv, oscurata Xtream

ROMA – La Guardia di Finanza all’offensiva per smantellare l’organizzazione dei pirati del calcio, dei film, delle fiction. Oltre 100 militari del Nucleo Speciale Frodi Tecnologiche ( l’ ex G.A.T.) della Fiamme Gialle sono al lavoro per smantellare un’organizzazione clandestina tra le più importanti al mondo, che permetteva a circa 5 milioni di italiani di visionare tutti i canali di Sky, di Mediaset Premium (finché è stata attiva), di Dazn, di Netflix, di Infinity (gruppo Mediaset) in cambio di un abbonamento low cost che costava soltanto 15 euro al mese.

 L’organizzazione illegale aveva messo in piedi una vera e propria rete commerciale. I pirati trasformavano il segnale televisivo – comprato in modo lecito – in un flusso di dati digitali in grado di viaggiare via computer. Quindi inviavano questo flusso a delle rivendite che erano particolarmente radicate in Lombardia, Veneto, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Queste rivendite proponevano poi il pacchetto in vendita all’utente finale.

I finanzieri si muovono sotto il coordinamenti dei magistrati Giovanni Melillo, Vincenzo Piscitelli e Valeria Sico della Procura della Repubblica di Napoli.

I  clienti venivano suddivisi in tre categorie: famiglie, imprese ed incredibilmente anche degli alberghi. Praticamente l ‘utente finale doveva dotarsi di un programma che poteva trovare e scaricare collegandosi ad uno specifico sito (che adesso sarebbe stato oscurato). Dopodichè immetteva le sue credenziali per vedere partite, film, fiction. Sempre lo stesso sito consentiva di acquistare a 59 euro al mese uno “abbonamento speciale” che consentiva di vedere i contenuti tv “piratati” e persino anche di rivendere il servizio ad altre persone.  In questa maniera si è creata così una catena infinita di piccoli distributori dei canali televisivi , i quali trattenevano per sé una percentuale dei ricavi).

I clienti in alcuni casi dovevano dotarsi di un decoder illegale (denominato il “pezzotto“). con il quale 700 mila utenti piratavano le tv satellitari.  “Tutti i clienti – dice in conferenza stampa il colonnello Giovanni Recciarischiano ora il carcere da 6 mesi a tre anni e una multa fino a 28 mila 822 euro“. Gli investigatori proveranno a rintracciarli attraverso le carte di pagamento con cui hanno acquistato gli abbonamenti. Secondo la Guardia di Finanza sono migliaia le persone che hanno perso il posto di lavoro, in Europa, in seguito alle crisi aziendali indotte dal sistema smantellato questa mattina.

“I nostri finanzieri dunque hanno sequestrato il sito con sede in Bulgaria – ha aggiunto il colonnello Reccia   –, ideato da due cittadini greci – che offriva la visione piratato. A Salonicco, i nostri finanzieri e la Polizia greca hanno anche arrestato un cittadino ellenico – C.P., uno degli artefici della piattaforma – che aveva con sé 110 mila euro i contanti, molte criptovalute, attrezzature informatiche sofisticate“.

Altre 4 persone coinvolte hanno subìto il blocco di 197 tra carte Paypal e Postepay, conti correnti bancari e wallet bit coin (per le valute digitali), dove venivano raccolti i ricavi dell’attività clandestina. Il volume d’affari viene stimato in oltre 60 milioni l’anno. Nei confronti dei responsabili dell’ organizzazione si procede per associazione a delinquere finalizzata alla riproduzione e commercializzazione illecita di IPTV con la circostanza aggravata del reato trasnazionale; nei confronti dei fruitori del servizio è prevista la reclusione da sei mesi a 3 anni e la multa fino a 25.822 Euro.

 

Emessi sempre dalla Procura di Napoli otto ordini europei di indagine che sono stati eseguiti simultaneamente in Olanda, Francia, Grecia, Germania e Bulgaria, con numerose perquisizioni “per smantellare le centrali del network ed aggredirne i rilevanti proventi illeciti“.  Sequestrati in tutto altri 80 siti internet e 183 server “dedicati alla diffusione dei flussi audiovisivi“.

 




La DIA di Palermo sequestra beni per oltre 2milioni di euro ad imprenditore di Corleone

PALERMO – La DIA  ha eseguito un sequestro di beni e conti correnti nei confronti di Michele Giandalone, 44enne, imprenditore originario di Corleone. Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal Tribunale di Palermo – Sezione I Penale e Misure di Prevenzione, su proposta congiunta del Direttore della DIA, Generale di Divisione Giuseppe Governale, e del Procuratore Aggiunto dr.ssa Marzia Sabella ed il Sostituto Procuratore dott.ssa Claudia Ferrari della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo.

Lo stesso Tribunale, a novembre del 2010, aveva già ritenuto il Giandalone portatore di una pericolosità sociale generica” legata alla commissione di truffe, acclarate nel corso di precedenti indagini svolte dalla Procura della Repubblica di Termini Imerese, che avevano evidenziato l’esistenza di meccanismi finalizzati a realizzare frodi all’IVA comunitaria nel settore del commercio di auto, posti in essere da imprese operanti in Italia e all’estero mediante l’interposizione di “società cartiere” (frodi carosello), ritenute nella disponibilità dell’imprenditore corleonese.

Le verifiche fiscali effettuate dalla Guardia di Finanza sulle stesse società accertavano un’evasione di IRES e IVA di quasi 5 milioni di euro, parzialmente recuperati con l’emissione di decreti di sequestro per equivalente, nonché un debito fiscale pari a 17 milioni di euro. All’epoca dei fatti, fu significativo un post pubblicato da Giandalone sul suo profilo Facebook, riguardante un video-parodia dal titolo “La vita com’è”, in cui due comici palermitani recitavano la parte di due contribuenti che ricevevano cartelle esattoriali da Equitalia.

Mentre il primo si disperava, il secondo sbeffeggiava il Fisco poiché, essendo formalmente nullatenente, si sentiva inattaccabile. Giandalone commentava con un amico di riconoscersi nel secondo personaggio (…Mi si addice a pennello… Quello sono io ah ah…). Il debito con il Fisco, infatti, non impediva a Giandalone  di acquistare, intestandola ad una sua società, una Porsche MACAN della quale faceva uso esclusivo.

L’odierno decreto di sequestro si fonda sugli accertamenti patrimoniali compiuti dalla DIA per il periodo 1999-2008, basati sul suo bilancio familiare, sul suo tenore di vita e sui flussi finanziari che hanno evidenziato una netta sproporzione con i redditi dichiarati e quindi dimostrato la provenienza illecita di tali capitali.

La DIA ha dunque proceduto al sequestro della società “Auto e passioni” s.r.l.; dell’intero capitale sociale e complesso dei beni aziendali della “Chantilly” s.r.l., nonché della “Chantilly 2” s.r.l., con sede legale a Palermo (si tratta dei noti bar situati rispettivamente all’interno del centro commerciale di via Ugo La Malfa e all’angolo tra via De Gasperi e via Strasburgo); di una Porsche MACAN S del valore di quasi 90.000 euro; di un’abitazione e 2 magazzini siti in Palermo e Corleone; di libretti nominativi ordinari, conti correnti bancari, depositi a risparmio, investimenti assicurativi e rapporti finanziari, tutti direttamente riconducibili a Giandalone o ai suoi familiari, per un valore complessivo stimato in oltre 2 milioni di euro.




Vasto incendio alle porte di Taranto. Al lavoro 4 squadre dei Vigili del Fuoco

TARANTO – Un vasto incendio si è sviluppato in serata tra le borgate di Lama e San Vito, le fiamme molto alte hanno interessato un’ampia area compresa tra via Vizzarro, via Pesce Spada e Viale Jonio.

La gente si è riversata per strada e il traffico è andato in tilt a causa dell’arrivo di famiglie che sono preoccupate per amici e parenti che abitano nelle vicinanze. Non sono mancati i momenti di tensione, ma non si registrano feriti.

A causa del vento che ha alimentato il fuoco è stato necessario l’intervento di ben quattro squadre dei Vigili del fuoco, e l’ausilio degli aerei antincendio Canadair, per intervento necessario ad evitare che le fiamme che si erano avvicinate raggiungessero le abitazioni e le proprietà private . Il rogo è stato notato da diverse zone della città.

(notizia in aggiornamento)



Salvatore Micelli a processo nel 2020 per la truffa da oltre 3 milioni all' INPS

ROMA – E’ slittata all’anno prossimo a causa di omesse notifiche  il processo  a carico di Salvatore Micelli e Loredana Ladiana, ritenuti dalla Procura di Taranto e dagli investigatori della Guardia di Finanza di Taranto, i principali responsabili della truffa ai danni dell’ INPS per oltre 3 milioni di euro organizzata insieme agli altri 20 imputati, fra i quali appaiono anche i nominativi di altri noti pregiudicati come  Antonio Bruno condannato anche in Appello a 20 anni di carcere per l’omicidio di Giuseppe Axo maturato negli ambienti del traffico e smercio di stupefacenti nel quartiere Salinella  di Taranto.

Secondo la Guardia di Finanza un particolare “peso” fra gli indagati legati alla malavita, lo avrebbe avuto Patrizia Modeo, sorella dei boss storici della malavita tarantina Riccardo, Gianfranco e Claudio Modeo,  attualmente sposata con Calogero Bonsignore anch’egli condannato in diversi procedimenti penali tra i quali quelli antimafia “Alias” e “Città nostra“. Nella truffa ai danni dell’ INPS erano coinvolti anche 2 donne, e Cosimo D’ Oronzo figlio del “boss” Orlando attualmente ristretto ai sensi del 416 bis, capo del noto clan mafioso D’ Oronzo-De Vitis.,  risultato anch’egli indagato nell’inchiesta che ha portato in carcere Salvatore Micelli e Loredana Ladiana.

D’ Oronzo era il legale rappresentante della cooperativa Falanto Servizi, amministrata di fatto da Vincenzo Fabrizio Pomes, condannato con sentenza definitiva nei giorni scorsi dalla Suprema Corte di Cassazione, i quali avvalendosi della compartecipazione del Micelli ingannarono la Regione Puglia per incassare illegittimamente un finanziamento regionale erogato con fondi comunitari, grazie anche alla complicità degli ispettori della Regione Puglia Michele Antonazzo e Vincenzo Alfarano, i quali secondo le indagini svolte dalla Guardia di Finanza, nel corso di un controllo “in loco” avevano attestato la presenza delle lavoratrici assunte da un’azienda che in realtà a quella data non era più operativa !

Il sodalizio associativo aveva tra le finalità quella di alimentare le risorse finanziarie di alcune famiglie malavitose del territorio tarantino, già interessate in passato da operazioni di polizia riconducibili al clan D’Oronzo-De Vitis, fra i quali figura anche Fabrizio Pomes, esponente del PSI di Taranto, condannato dalla Cassazione a 8 anni di carcere per il “processo Alias”, da sempre molto “vicino” ed intimo con l’attuale consigliere comunale Cisberto Zaccheo e con l’ex consigliere comunale del PSI Cosimo Gigante (entrambi al processo in questione) .

I tre esponenti del PSI di Taranto ( Pomes, Zaccheo e Gigante) venivano chiamati  in città “I tre faccendieri” parafrasando i ben più famosi “tre moschietteri” di Alexandre Dumas. Negli atti dell’ inchiesta Alias  infatti il “politicante” socialista Fabrizio Pomes intercettato al telefono con il “boss” mafioso D’ Oronzo gli spiegava che “devi stare tranquillo, abbiamo piazzato un uomo nostro in consiglio comunale“.

Per quanto riguarda il coinvolgimento del Pomes nell’inchiesta in questione , il gip Giuseppe Tommasino  riporta nella sua ordinanza che “ha utilizzato parte dei contributi regionali ricevuti dalla Falanto Servizi per interessi personali” e  spiega che degli accertamenti bancari risulta che avrebbe richiesto l’emissione di un assegno circolare di 19mila euro per pagare una parte dell’acquisto a Bologna di un esercizio commerciale (una tabaccheria successivamente confiscata dall’ Autorità giudiziaria per il processo Alias) intestata fittiziamente alla figlia, la quale negli ultimi dieci anni aveva dichiarato redditi per soli 3mila euro.

il Giudice Giuseppe Tommasino

Nell’ordinanza del gip Tommasino compare un episodio del Micelli che delinea la sua pericolosità sociale con attitudine consolidata alla truffa. Salvatore Micelli  avrebbe addirittura denunciato alla Procura della Repubblica di Taranto una sua complice, anche lei tra gli indagati di ieri, per non avergli riconosciuto il 20 percento della somma degli aiuti pubblici ottenuti grazie al collaudato trucco delle false assunzioni. Nella denuncia presentata Micelli avrebbe persino allegato il testo di un messaggio in cui la donna dichiarava chiaramente di essere stata usata come prestanome nella richiesta dei finanziamenti pubblici.

Salvatore Micelli è attualmente indagato anche per la brutale e vigliacca aggressione alle spalle dello scorso dicembre contro il nostro direttore Antonello de Gennaro preso a calci e bastonate con una mazza da baseball al suo rientro in albergo nel pieno centro di Taranto, per la quale sono ancora in corso i dovuti approfonditi accertamenti degi investigatori dei Carabinieri delegati dalla Procura di Taranto. Le indagini sono coordinate direttamente dal procuratore capo dr. Carlo Maria Capristo e dall’ aggiunto dr. Maurizio Carbone.

Resta a questo punto da augurarsi che le cancellerie del Tribunale di Taranto lavorino e si dedichino  con più attenzione ai loro compiti onde evitare ulteriori problemi di notifica, che giocano soltanto a favore degli imputati per avvicinarsi ai termini della prescrizione dei reati commessi. Un augurio che è un monito per i responsabili degli uffici giudiziari del Tribunale di Taranto che dovrebbero ricordare che in passato persino un giudice ( Vella) ed un sostituto procuratore della repubblica (il pm Matteo Di Giorgio) e che quindi la legge è e deve essere uguale per tutti.




Muore d’infarto mentre fa sesso in un viaggio d’affari. Per i giudici: “È incidente di lavoro”

ROMA –  Muore d’infarto mentre ha un rapporto sessuale con una donna nella sua camera di albergo mentre si trovata in trasferta nel dipartimento del Loiret, nel nord-ovest della Francia per questioni di lavoro. La tragedia è finita alla ribalta dopo una lunga controversia legale sul risarcimento tra i familiari di un tecnico della sicurezza defunto e la ditta per la quale l’uomo lavorava.

Dopo i funerali, la famiglia dell’uomo ha deciso di chiedere un risarcimento per “incidente di lavoro” ma la ditta, una società di costruzione nel campo delle ferrovie, si è opposta fermamente sostenendo che il loro dipendente era fuori dall’orario di lavoro e, non solo, era impegnato in attività assolutamente private, facendo sesso con una donna non identificata, si presume conosciuta in zona. Per i giudici della Corte d’Appello di Parigi invece si è trattato di un “incidente di lavoro”, e quindi di conseguenza la ditta per la quale lavorava adesso è tenuta a risarcire i familiari della vittima.

La sentenza riguarda il caso di un tecnico della sicurezza francese, in viaggio di lavoro , deceduto durante un amplesso con una donna . Il CORRIERE DEL GIORNO ha potuto consultare la sentenza del processo. La morte, sicuramente più piacevole di tante altre,  era peraltro avvenuta al di fuori del turno di lavoro e l’uomo è morto in un’altra stanza d’albergo rispetto a quella assegnatagli dall’azienda: per questi due motivi il suo datore di lavoro, la compagnia di costruzioni TSO, non si riteneva responsabile della sua morte.

Durante un’udienza svoltasi dinnanzi al Tribunale di Meaux, ad est di Parigi, la società TSO ha sostenuto che il decesso sia occorso in un momento in cui “l’impiegato aveva coscientemente interrotto il suo viaggio di lavoro per una ragione di interesse personale, indipendente dal suo impiego“. In poche parole intraprendere “una relazione adultera con una perfetta sconosciuta“. La causa è arrivata fino alla Corte d’Appello di Parigi dove i giudici togati hanno condannato la società affermando che il decesso avvenuto era equiparabile ad un incidente sul lavoro.

la Corte di Appello di Parigi (Francia)

Queste le motivazioni che la Corte d’Appello di Parigi ha deliberato:

Secondo la legge francese (articolo L 411-1 del codice di sicurezza sociale), l’infortunio sul lavoro è un incidente che si verifica durante il lavoro“. Il portavoce del tribunale indica che “lavoro“, in questo contesto, si riferisce all’orario di lavoro effettivo nel luogo di lavoro abituale o al tempo trascorso dal lavoratore in viaggio per conto del suo principale. “In questo caso particolare, il dipendente era in viaggio di lavoro, la qual cosa include: il tempo di viaggio, il tempo lavorativo durante la giornata e quello di riposo durante il viaggio. Ciò vale anche per la notte in cui l’impiegato è costretto a stare lontano da casa propria”.

“Durante l’intero periodo del viaggio d’affari, egli rimane sotto l’autorità del datore di lavoro fino a quando non dimostra di averlo interrotto per un’attività che non può essere considerata come parte della vita quotidiana“. Il giudice ha inoltre osservato che, in base alle leggi francesi, un datore di lavoro è responsabile di qualsiasi incidente verificatosi durante un viaggio di lavoro e il defunto aveva diritto alla protezione sociale “per tutto il tempo della sua missione”.

In questa singolare vicenda giudiziaria, i giudici hanno ritenuto quindi che fare sesso sia considerabile un’attività “parte della normale vita quotidiana” stabilendo inoltre che il fatto che l’incidente sia avvenuto al di fuori della stanza riservata al dipendente da TSO non lo poneva al di fuori della sfera di competenza del datore di lavoro.




Toghe sporche: Nardi pronto a parlare sul "Sistema Trani"

LECCE –   Anche l’ex gip Michele Nardi , attuale pm presso la Procura di Roma (e sospeso dal Csm) ha deciso di raccontare per la prima volta la sua verità sull’inchiesta della Procura di Lecce, condotta dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone sul cosiddetto “sistema Trani” per il quale è sottoposto a detenzione cautelare in carcere dal gennaio scorso con l’accusa di concorso in associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari oltre che, a vario titolo, di minacce, millantato credito, estorsione e truffa aggravata insieme all’ex pm di Trani Antonio Savasta, il quale oltre ad essersi dimesso dalla magistratura ha confessato la propria corruzione ai pm della procura salentina.

Michele Nardi

É stato lo stesso Nardi ad annunciarlo dopo mesi di silenzio, nel corso dell’udienza preliminare a carico di 10 indagati davanti al Gup del Tribunale di Lecce dr.ssa Cinzia Vergine . Insieme a Nardi e Savasta è imputato anche il giudice Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari. Le dichiarazioni di Nardi dovrebbe avvenire nell’udienza che si terrà domani 13 settembre. Nardi e Savasta furono arrestati nel gennaio scorso insieme con l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro. L’accusa è di avere pilotato sentenze e inchieste in cambio di mazzette quando erano in servizio a Trani.

Hanno chiesto di essere ammessi al rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, (a lato nella foto) che ha ammesso le proprie responsabilità, il giudice Luigi Scimé,  gli avvocati Ruggiero Sfrecola e Giacomo Ragno, e l’immobiliarista Luigi D’Agostino. L’avvocatessa barese Simona Cuomo (attualmente sospesa dalla professione), “pupilla dello studio dell’ Avv. Francesco Paolo Sisto di Bari (estraneo alla vicenda) , ha invece preferito attendere di essere esaminata domani in udienza preliminare,  per poter quindi poi decidere se ricorrere al rito abbreviato. Fra gli imputati compare anche Gianluigi Patruno, titolare di una palestra, l’ ispettore di polizia di Corato Vincenzo Di Chiaro (anch’egli ancora detenuto cautelarmente in carcere) e l’ ex cognato di Savasta, Savino Zagaria .

Sono state presentate 14 richieste di costituzioni di parte civile, tra le quali compare anche  la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il Ministero della Giustizia, l’Ordine degli avvocati di Trani, gli imprenditori coratini Paolo Tarantini e Flavio D’Introno (esclusivamente per le posizioni di Michele Nardi e Gianluigi Patruno).

L’imprenditore D’Introno è colui che ha dato il via con le sue dichiarazioni all’inchiesta giudiziaria, rimane indagato, ma la sua posizione é stata stralciata in altro procedimento dalla Procura di Lecce, così come quella del carabiniere Martino Marangia.

 




La Corte dei Conti archivia indagine sui voli di Stato di Matteo Salvini: "Uso illegittimo ma senza danno erariale"

ROMA – La Corte dei Conti sezione del Lazio ha disposto l’archiviazione del procedimento a carico dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sul presunto uso indebito di 35 viaggi in aereo a bordo di velivoli a disposizione della Polizia di Stato e del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Quindi nessun danno erariale per lo Stato, ma bensì un uso “illegittimo” dei velivoli che merita una verifica da parte della procura ordinaria. Anche Salvini, a margine di un’iniziativa a Spello (Perugia), ha commentato la notizia dell’archiviazione:  “Ha risposto anche la Polizia di Stato. E’ tutto regolare“.

E’ stato questo il ragionamento applicato dai giudici della Corte dei conti nella loro decisione. Il fascicolo è stato quindi inoltrato alla procura di Roma per quanto di sua eventuale competenza, che dovrà adesso verificare la sussistenza di eventuali reati di natura penale. I magistrati dovrebbero valutare se nella condotta di Salvini vi siano stati eventuali reati penali, come ad esempio il peculato d’uso o l’abuso d’ufficio, ma allo stato attuale la Procura non ha ancora formalmente avviato una indagine.

Nel documento di due pagine la Corte dei Conti citando la normativa vigente evidenzia che prevede come i voli di Stato debbano “essere limitati al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Presidente della Corte costituzionale, salvo eccezioni che devono essere specificatamente autorizzate“. Nel caso della Polizia di Stato e dei Vigili del fuoco, i giudici ritengono che  “i velivoli sono stati acquistati per finalità prettamente operative e non per il trasporto di autorità, neanche per agevolare lo svolgimento della loro attività istituzionale“.

Alla luce di questa situazione i giudici ritengonoillegittima la scelta di consentire l’uso dei menzionati velivoli per la finalità di trasporto aereo del Ministro e del personale al seguito“, ma “considerato che i costi sostenuti per tale finalità non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l’Amministrazione dell’interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea da parte del Ministro e di tutto il personale trasportato, al suo seguitonon si puòdimostrare la sussistenza, nella fattispecie, di un danno erariale“.

I giudici contabili della Corte dei Conti del Lazio avevano avviato nei mesi scorsi  un fascicolo esplorativo per verificare se vi fosse stato uno spreco di risorse pubbliche legato ad un uso improprio degli aerei da parte dell’ex ministro. Come si legge nel dispositivo, per la magistratura contabile “non sono emersi dall’istruttoria elementi sufficienti per sostenere in giudizio una contestazione di responsabilità amministrativa” . A suo tempo, alla notizia dell’apertura del fascicolo, il M5s aveva chiesto chiarimenti al leader leghista, che aveva replicato: “Nessun abuso, nessuna irregolarità, nessun volo di Stato o della polizia per fare comizi ma sempre per impegni istituzionali”.

Il Viminale, sede del Ministero dell’ Interno

Polizia di Stato: “Tutto regolare“. Dopo l’archiviazione, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’ Interno, diretto dal Prefetto Franco Gabrielli ha fatto sapere che “si attiverà nelle sedi competenti per riaffermare la assoluta legittimità dell’uso dei velivoli della Polizia da parte del ministro nelle circostanze oggetto del pronunciamento della Magistratura contabile. Ciò per ribadire la correttezza dei comportamenti tenuti e al fine di evitare equivoche interpretazioni per il futuro“.

 

 




Crac delle Ferrovie Sud Est: indagati 21 dirigenti Bnl, anche ex Ad Gallia

BARI – Nella mattinata odierna, i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Bari, su delega della Procura della Repubblica firmata  dal procuratore aggiunto Roberto Rossi insieme ai pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli e Luciana Silvestris, stanno eseguendo la notifica del provvedimento di avviso all’indagato di conclusione delle indagini preliminari e informazione sul diritto di difesa nei confronti di venti dirigenti e funzionari (molti ex), alcuni dei quali costituenti il top management della BNL PARIBAS (ex Banca Nazionale del Lavoro) , nonché del rappresentante legale pro tempore della società di trasporto pubblico pugliese Ferrovie Sud Est s.r.l., società ora incorporata nel gruppo Ferrovie dello Stato – e la conseguente ammissione della stessa alla procedura concordataria, in palese violazione della par condicio creditorum.

Fabio Gallia

Tra gli indagati compare anche Fabio Gallia, all’epoca dei fatti contestati amministratore delegato dell’istituto bancario, successivamente passato come amministratore delegato e direttore generale di Cassa Depositi e Prestiti, dal 2015 al 2018 (indicato e nominato del Governo Renzi), ed attualmente  al vertice di altre società. Le ipotesi di reato contestate nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari per 21 persone,  è di bancarotta fraudolenta preferenziale in favore di Ferrovie Sud Est e bancarotta fraudolenta impropria, L’avviso è stato notificato anche all’ avvocato tarantino Luigi Fiorillo, già coinvolto nella precedente inchiesta a carico di 16 persone ( funzionari e consulenti della società ed imprenditori) sul crac da 230 milioni di euro delle Ferrovie Sud Est, che si trovano attualmente sotto processo per bancarotta .

Il filone investigativo sulla BNL, nacque proprio da quella indagine partendo dagli accertamenti compiuti del nucleo di polizia economico – finanziaria della Guardia di Finanza che vennero contestati all’epoca dei fatti contestati a Giuseppe Maria Pignataro, originario di Putignano (Bari) responsabile mercato pubblica amministrazione della direzione centrale di BNL Paribas di Roma, “gestore di fatto – dice la procura – dei rapporti con Fse e artefice della concessione dei finanziamenti e delle linee di credito in favore della società“. Nel corso delle indagini sono stati acquisiti i pareri firmati dai funzionari della banca e le loro delibere, che sono state passate sotto ai riflettori  da due consulenti della Procura, che hanno evidenziato la deliberata assenza di qualunque tipo di controllo da parte degli addetti alla Valutazione dei rischi”. Gli indagati rispondono, a vario titolo per fatti che sarebbero stati compiuti dal 2009 al 2017.

Treni Ferrovie Sud Est

Per favorirla, sarebbero stati firmati una serie di pareri e delibere, con cui l’istituto avrebbe concesso linee di credito e facilitato il rientro del debito. Anche BNL Paribas, dal canto suo, sarebbe stata favorita da queste operazioni, perché – essendo uno dei più grossi creditori di Ferrovie Sud Est, avrebbe ottenuto il rimborso di parte del credito a scapito di altri creditori.

La BNL PARIBAS, a  partire dal 2012 avrebbero rimodulato i rapporti bancari a proprio favore, determinando il rientro della propria posizione di creditori in danno della massa degli altri creditori. Nell’avviso di conclusione delle indagini si legge che  a garanzia delle linee di credito concesse dalla banca,  Ferrovie Sud Est, si sarebbe impegnata anche a cedere alla banca “l’intero importo dei corrispettivi maturati e maturandi” previsti dal contratto di servizio stipulato con la Regione Puglia nonchè dai “progetti di finanziamenti erogati dalla Regione o dal Ministero dei Trasporti“, e persino all’importo “che sarebbe derivato in caso di vittoria di un contenzioso con la Regione“, per un totale fino al 2016, di 93 milioni di euro.

La sede e direzione generale di BNL PARIBAS a Roma

Oltre a Fiorillo, Pignataro e Gallia, sono indagati i seguenti dipendenti di BNL PARIBAS: Rodolfo Biagetti, funzionario addetto ai finanziamenti Corporate della divisione Corporate banking; Massimo Bonciani, presidente comitato rischi; Maurizio Caruso, funzionario responsabile portafoglio crediti corporate;  Vito Colaprico, responsabile dei rapporti con la pubblica amministrazione per la Filiale di Bari ; Fabio Ferretti, responsabile dei rapporti con Fse della Filiale di Bari; Pasquale Cecere e Ugo Mazziotti, analista e responsabile territoriale crediti della Credit Corporate Office Sud ; Silvestro Demurtas funzionario responsabile finanziamenti Corporate; Veronica Elmi, funzionario addetto ai finanziamenti grandi clienti; Gustavo Antonio Gualano, funzionario responsabile valutazione rischi; Stefania Lombardi, funzionario addetto alla valutazione di rischi della Direzione rischi; Fabio Miceli, responsabile Bari territoriale pubblica amministrazione; Roberto Notari, funzionario addetto portafogli; Marcello Romano, funzionario senior crediti; Bruno Luca Scampini, funzionario responsabile settore centrale valutazione crediti della direzione rischi; Mario Spaziante, responsabile valutazione rischi della Direzione di rischi; Mauro Simonato, funzionario senior delegation holder; Alessandro Tavella, addetto Nord est centro della divisione Corporate banking .

L’ accusa formulata dalla Procura di Bari  nei confronti della BNL Paribas indica che “in un tempo assai più breve rispetto al previsto e in virtù degli atti, dei pareri e delle delibere meglio descritte otteneva il rimborso del suo credito, con conseguente compressione delle ragioni degli altri creditori di Fse , che, al contrario, vedevano aumentare a dismisura i tempi di realizzazione delle proprie pretese”  nonostante “l’assenza di qualunque tipo di controllo sulla destinazione delle somme erogate in favore di Fse, almeno fino all’anno 2012, determinava un forte incremento della debitoria complessiva che a quella data si attestava su una somma di oltre 200 milioni di euro“.

 




La DIA di Bari confisca beni ad un pluripregiudicato del barese

BARI – La DIA di Bari ha dato esecuzione a due decreti di confisca emessi dal Tribunale di Bari – Sezione Misure di Prevenzione, nei confronti di Emanuele Sicolo, 49 anni, condannato definitivamente, negli anni, per numerosi reati anche di estrema pericolosità sociale. Affiliato già dalla metà degli anni ’90 a sodalizi criminali operanti principalmente in Bitonto e in zone dell’hinterland barese, è risultato avere contatti e cointeressenze anche con clan baresi ben più conosciuti quali il “clan Parisi” (operazione “Satellite”) e il “clan Capriati”, come testimonia la condanna a suo carico, in concorso con altri appartenenti a quella consorteria, per l’omicidio di Michele Manzari, appartenente all’omonima famiglia operante nel quartiere San Paolo di Bari e contrapposta ai Capriati nella città vecchia.

Nel 2016 Emanuele Sicolo, era stato tratto in arresto dalla Polizia di Stato nell’ambito dell’operazione “Do ut des”, per aver preso parte ad un sodalizio di stampo mafioso dedito alle estorsioni nei confronti di imprenditori, diretto dal noto Savinuccio Parisi, figura storica della criminalità organizzata barese con quartier generale nel rione Japigia di Bari.

Nel 2018, veniva tratto in arresto da personale della DIA, Direzione Investigativa Antimafia di Bari nella flagranza del reato di riciclaggio aggravato, essendo stato fermato, unitamente ad altri due soggetti, a bordo di una autovettura contente all’interno, abilmente occultata, la somma di oltre 300.000 euro, denaro ritenuto provento di attività criminale.

I provvedimenti di confisca hanno riguardato beni mobili ed immobili, complessi aziendali e disponibilità finanziarie, già sottoposti a sequestro nel 2017 e nel 2018 e sono scaturiti da indagini svolte dagli uomini della DIA sull’intero patrimonio del Sicolo, che hanno consentito di acclarare una netta sproporzione tra i redditi dichiarati nell’ultimo decennio dal suo nucleo familiare, ai limiti della normale sopravvivenza, rispetto agli investimenti effettuati nello stesso periodo, risultati di assoluta provenienza illecita.

In particolare, la confisca ha interessato due noti ristoranti-pizzeria ubicati a Palese e Santo Spirito, sul litorale barese, uno dei quali con annesso parco giochi, due pizzerie-rosticcerie di nuovo allestimento nel centro della città di Bitonto, due attività operanti nel servizio alle imprese, due immobili, quattro autovetture e diversi rapporti bancari e finanziari.




Ostia: la Dda chiede tre ergastoli e 208 anni di condanna per mafia agli Spada

ROMA – Ventiquattro richieste di condanne della Procura di Roma nel maxiprocesso in corso nell’aula bunker di Rebibbia davanti alla Corte d’Assise tra cui tre ergastoli nei confronti di altrettanti appartenenti al “clan Spada“, gruppo attivo a Ostia, sul litorale romano. 208 anni più tre ergastoli per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti dei 24 imputati che hanno scelto il rito ordinario nel maxi processo. Questa la condanna richiesta dai pubblici ministeri Ilaria Calò e Mario Palazzi al termine di una requisitoria durata quattro giorni.

Pene più alte richieste per il boss Carmine Spada detto “Romoletto” ritenuto uno dei capi del clan, il fratello Roberto Spada, già condannato per la vicenda della testata al collega Daniele Piervincenzi un giornalista della Rai  a cui nel novembre del 2018  fracassò il setto nasale , e il nipote Ottavio Spada, detto Marco: per loro tre sono stati chiesti gli ergastoli.

Giornate intense nell’aula bunker di Rebibbia si sono ripercorsi racconti e fatti da pelle d’oca costellati da minacce e angherie, di eliminazione fisica dei vertici dell’organizzazione rivale il 22 novembre del 2011, come l’omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. Attentati progettati insieme al clan Fasciani, attentati subiti dal boss Carmine Spada e non denunciati come avviene di consueto nella criminalità organizzata.

Il procedimento è legato agli arresti avvenuti il 25 gennaio del 2018 in cui la Procura contesta il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra i reati contestati, a seconda delle posizione, anche l’omicidio, estorsione e usura. L’accusa ha chiesto una condanna a 16 anni di carcere per Ottavio Spada, detto “Maciste“, a 11 per Nando De Silvio, detto “Focanera” e a 8 anni per Roberto Spada, detto “Zibba” (omonimo dell’altro per il quale è stato invece chiesto l’ergastolo) mentre per Rubern Alvez del Puerto, coinvolto nella vicenda dell’aggressione al giornalista, è stata richiesta una condanna a 10 anni.

Un fermo immagine del video girato dalla troupe del programma “Nemo Nessuno Escluso”

Fondamentali sono state le dichiarazioni “attendibili” dei 5 collaboratori di giustizia, Michael Cardoni e la moglie Tamara Ianni, Paul Dociu, Antonio Gibilisco e Sebastiano Cassia i quali hanno spiegato la scala gerarchica del clan Spada e nel dettaglio il ruolo ricoperto da tutti gli imputati,  ha detto il pm Ilaria Calò, nella ricostruzione dell’organigramma del clan Spada. “Sono tanti e sono persone che non si fermano davanti a niente, ti ammazzano senza pietà. Sono criminali di livello, spietati” riferisce la pm alla Corte soffermandosi sulle parole della Ianni , ricordando anche in aula che nell’ottobre del 2018 prima che Tamara Ianni e il marito Michael Cardonivenissero qui in aula a rendere le loro dichiarazione in questo processo, è stato piazzato un ordigno esplosivo sul balcone di casa dei genitori della Ianni in via delle Azzorre a Ostia“.

Oltre la rete di attività commerciali “conquistate come in un Risiko, ha aggiunto il pubblico ministero Mario Palazzi, tutte intestate a dei prestanomi per cercare di nascondere il patrimonio della famiglia.Per la pubblica accusa che si tratti di una organizzazione a delinquere di stampo mafioso non vi sono dubbi. Per questo hanno chiesto una condanna esemplare per ciascuno dei componenti della famiglia sinti e per i loro sodali.

Alcune delle donne del clan Spada hanno insultato in aula la nostra collega Federica Angeli, la cronista della redazione romana del quotidiano La Repubblica costretta anche lei come il nostro Direttore a vivere sotto scorta per le sue inchieste su mafie, malaffare e sulle troppe connivenze e i complici silenzi. Oltre ad essere solidali con Federica Angeli e con Giulio Vasaturo, il legale che rappresenta la parte civile, il nostro giornale ritiene fondamentale ed indispensabile che anche questa fase del processo abbia la massima visibilità possibile e che venga data voce alle tante associazioni che ogni giorno in tutt’ Italia anche a Ostia, si battono per la legalità e per la sicurezza del territorio, e denunciano il malaffare e la criminalità organizzata.

Questo l’elenco delle richieste delle condanne

Spada Carmine – ergastolo

Spada Ottavio detto Marco – ergastolo

Roberto Spada,  – ergastolo

Ottavio Spada, –  16 anni

Vittorio Spada : 10 anni

Armando Spada : 8 anni

Enrico Spada, detto “Macistino”: 10 anni

Roberto Spada, detto “Zibba”8 anni

Silvano Spada : 12 anni

Francesco De Silvio – 11 anni

Alessandro Rossi – 16 anni

Saber Maglioli – 9 anni

Ramy Serour – 13 anni

Samy Serour : 8 anni

Stefano De Dominicis – 8 anni

Roberto Pergola, detto “Il negro”

Fabrizio Rutilo – 15 anni

Roberto Sassi – 8 anni e 6 mesi

Claudio Fiore : 12 anni
Mauro Carfagna : 11 anni
Mauro Caramia : 2 anni
Nando De Silvio : 11 anni
Ruben Nelson Alvez Del Puerto : 10 anni

 




Terrorismo, 10 arresti in Abruzzo. Operazione congiunta del Ros e Gico

ROMA – I  Carabinieri del Ros e il Gico della Guardia di Finanza di L’Aquila che nel mese di marzo u.s. avevano già dato esecuzione a un decreto di perquisizione nei confronti di oltre 20 obiettivi,dislocati tra l’Abruzzo, il Piemonte, la Lombardia e le Marche hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare disposta dal GIP di L’Aquila, Dott. Giuseppe Romano Gargarella nei confronti di 10 persone. Le attività di polizia giudiziaria eseguite sono state svolte con il supporto dei Comandi Provinciali Carabinieri e della Guardia di Finanza di Teramo, Ascoli Piceno, Torino e Lodi e con l’attività di coordinamento assicurata dal Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri e dal Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata (SCICO) della Guardia di Finanza.

Tra questi – 8 di origine tunisina e 2 italiana – anche l’imam della moschea Dar Assalam di Martinsicuro (Teramo) e una commercialista italiana. In totale sono 17 le persone indagate. Il successivo esame del materiale acquisito, che ha permesso di rinvenire copiosa documentazione contabile e materiale ideologico riconducibile ad attività connesse con il finanziamento al terrorismo, oltre a corroborare ulteriormente le ipotesi investigative, ha fatto emergere la sussistenza dei presupposti per l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare

Tutti sono indagati per reati tributari e di autoriciclaggio, con finalità di terrorismo. I flussi di finanziamento al terrorismo attraverso tutta una serie di passaggi intermedi – in Germania, Belgio e Inghilterra – arrivavano sino in Siria. Tramite alcune società, distraevano ingenti somme di denaro, in parte frutto di evasione fiscale, da destinare anche al finanziamento di attività riconducibili all’organizzazione radicale islamica “Al-Nusra“, nonché in favore di Imam dimoranti in Italia, uno dei quali già condannato in via definitiva per associazione con finalità di terrorismo internazionale. In corso anche il sequestro di somme ed immobili per oltre un milione di euro.

L’indagine è stata coordinata e diretta dal pm David Mancini, della Direzione Distrettuale Antimafia ed Antiterrorismo di L’Aquila,  nasce nel 2015 ed ha origine dalla posizione dell’Imam di Martinsicuro (Teramo) che aveva espresso posizioni anti-occidentali basate sull’incitamento al terrorismo. Da lì sono cominciate le indagini dei Carabinieri, sviluppate a livello nazionale e internazionale che poi hanno portato alla scoperta della rete terroristica sgominata. L’indagine ha portato al controllo di 55 persone e all’iscrizione nel registro degli indagati di 17 persone.

 

“Che botta però a Parigi, eh… mi tengo la mia opinione per me e me la tengo nel cuore”. E’ quanto si sente in un’intercettazione relativa ad una conversazione tra due degli indagati in Abruzzo per attività di finanziamento al terrorismo in cui emerge il radicalismo religioso degli indagati, che commentano gli attentati del 13 novembre:. “Non è la questione credere o non credere – dice uno – se ti è piaciuta o non ti è piaciuta. Con loro che uccidono i nostri figli noi uccidiamo i loro figli, con loro che uccidono le nostre donne noi uccidiamo le loro donne” sono alcune delle frasi agghiaccianti intercettate.

“In Siria ci sono vari gruppi e non bisogna unirsi al gruppo sbagliato”. E’ quanto raccomandano due degli indagati nell’ambito dell’operazione antiterrorismo ‘Zir’ che ha portato a 10 arresti in Abruzzo.  Parlando poi delle affiliazioni, uno degli indagati raccomanda: “In Siria ci sono vari gruppi e non bisogna unirsi al gruppo sbagliato“. Uno dice: “I migliori sono Al Nusra e Fateh Al Islam –  –  che sono appoggiati da Stati come Qatar e Arabia Saudita. Ci sono altri gruppi che non si sanno comportare, Al Nusra invece è l’esercito dell’Islam, è un’organizzazione buona”.

C’è anche una commercialista torinese tra le dieci persone arrestate nell’inchiesta sul finanziamento al terrorismo della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di L’Aquila. La professionista è accusata di tenere la contabilità del gruppo, mascherando gli illeciti tributari che servivano a finanziare il terrorismo in Siria, tra i quali l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti – molte delle quali `autoprodotte´ – per oltre 2 milioni di euro. Documentazione contabile è stata rinvenuta nel corso delle perquisizioni effettuate anche in Piemonte, oltre che in Abruzzo.

“Abbiamo ragionevole certezza che il sodalizio creava fondi neri che venivano trasferiti in Turchia, luogo dal quale venivano utilizzati per finanziare il trasferimento in Siria dei militanti terroristi”, ha spiegato il procuratore distrettuale antimafia dell’Aquila, Michele Renzo questa mattina in conferenza stampa . In riferimento alla pericolosità dell’organizzazione, il procuratore ha sottolineato che questa cellula terroristica è un punto di passaggio e una centrale operativa nello stesso tempo “perché la struttura e qualsiasi punto nevralgico sono punti di arrivo e di partenza di focolai di radicalismo”.

 

Il principale indagato nell’inchiesta è un cittadino tunisino, finito in carcere, che commerciava in tappeti e ristrutturazioni edili. L’uomo risiedeva a Torino ma aveva la dimora ad Alba Adriatica (Teramo). Secondo tanto ricostruito dagli inquirenti, organizzava il trasferimento di denaro in Siria e Turchia anche per “favorire il passaggio di aspiranti terroristi” in quei Paesi. Il comandante regionale abruzzese della Guardia di Finanza, Generale Gianluigi D’Alfonso, ha spiegato  che “Il denaro veniva trasferito con operazioni illegali tra cui fatturazioni false, con trasferimenti con corrieri e anche con il pagamento di somme superiori ai dipendenti che poi portavano indietro la parte eccedente”.  Già dalle prime indagini è emerso l’ingiustificato flusso di danaro che transitava anche in Germania e Svezia.

Il troncone d’indagine affidato ai Gico della Guardia di Finanza ha confermato che lo schema adottato dagli indagati è quello classico, semplice e collaudato: una serie di società, diversi prestanome, artifizi vari per la creazione di fondi neri e infine il trasferimento illegale del denaro all’estero. Per la creazione dei fondi neri si passa dall’evasione fiscale all’emissione di fatture fittizie, fino alla restituzione sottobanco di quote degli stipendi da parte dei dipendenti. I Gico attraverso controlli bancari e rogatorie internazionali con Inghilterra e Germania hanno ricostruito tutti i flussi di denaro e accertato che il capo indiscusso del gruppo criminale è l’imprenditore K.J.: nato in Tunisia, residente a Torino, ma di fatto domiciliato in Alba Adriatica.

Tramite alcune società operanti nel settore edilizio formalmente intestate a dei “prestanome” e grazie anche al prezioso ausilio della commercialista torinese e a numerosi artifizi contabili e reinvestimenti, K.J. avrebbe creato cospicui fondi neri poi trasferiti all’estero: destinataria finale di parte dei fondi neri una ditta individuale che commercia in tappeti. La sede di quest’ultima ditta è a Ganziatep città turca ai confini con la Siria.

E qui, per gli inquirenti, si rafforzano i sospetti sul sostegno al terrorirismo internazionale e l’indagine è passata nelle mani dei Ros dei Carabinieri. Dalle indagini dei Ros risulterebbe da parte dell’imprenditore tunisino una condivisione ideologica e compiacimento nella riuscita degli attentati in Europa; un riconoscimento del gruppo combattente jihadista «Al Nusra»; una condivisione ideologica verso la politica della Turchia.

Gazantiep è ritenuta una delle città di transito prima di attraversare il confine con la Siria per i volontari foreign terrorist fighters provenienti da Paesi europei. In questa località i volontari venivano presi in carico da affiliati all’Isis che li agevolavano nell’attraversamento. Nel corso dell’inchiesta sono emersi contatti continui dell’imprenditore tunisino con diversi imam radicali, di cui tre con precedenti specifici, di alcune moschee italiane: Martinsicuro (TE), Aversa (condannato per terrorismo internazionale), Latina, Milano (espulso per terrorismo), Bari (indagato per terrorismo). Inoltre, dai controlli dei Gico sono emersi flussi di denaro, in entrata e in uscita, tra l’imprenditore tunisino e diversi imam.

 




Il figlio di Beppe Grillo accusato di violenza sessuale in Sardegna

ROMACiro il  figlio 19enne di Beppe Grillo, difeso dall’avvocato Enrico Grillo,  e tre suoi amici sono indagati per una presunta violenza sessuale di gruppo, che sarebbe avvenuta nella villa del comico a Porto Cervo, dopo la denuncia di una modella di origini scandinave incontrata in una discoteca in Costa Smeralda. La vicenda è riportata dai quotidiani “Il Secolo XIX” e “La Stampa“. Secondo ciò che racconta lei, modella di origini scandinave, vent’anni ancora da compiere, si sarebbe trattato di uno stupro, forse avvenuto al termine di una notte di eccessi alcolici.

Sono due gli elementi al vaglio degli inquirenti dopo l’interrogatorio dei ragazzi accusati di stupro. In primo luogo c’è da chiarire se i protagonisti della vicenda, presunta vittima compresa, avessero fatto o meno abuso di alcol o droghe, in secondo luogo – ma i due aspetti sono collegati – si valuta lo stato di minorata difesa legato alla superiorità fisica e numerica dei quattro ragazzi, specie se si confermasse l’ipotesi che la modella era in stato di alterazione psicofisica.

Nella versione dei quattro giovani – tutti figli di imprenditori, medici e professionisti della Genova bene – il rapporto è stato consenziente. I quattro giovani ieri sono stati interrogati per ore dal magistrato Laura Bassani, pubblico ministero della Procura di Tempio Pausania, titolare del fascicolo. Con Ciro Grillo sono indagati Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria.

Nel frattempo i Carabinieri di Milano,  hanno perquisito i ragazzi in cerca di indizi sulla vicenda, e sono stati acquisiti  tutti i loro cellulari e un video, che sarebbe la prova più importante dell’inchiesta. Gli accertamenti sui cellulari dai ragazzi – sequestrati dai carabinieri di Milano – non sono stati ancora compiuti. Saranno effettuati non appena verrà conferito l’incarico secondo le garanzie di legge previste per le parti coinvolte.

Per la vittima dimostrerebbe la violenza, per gli avvocati difensori il contrario, e cioè che la ragazza era consenziente. I giovani si sono difesi negando ogni addebito. E i legali hanno messo in luce alcune debolezze del racconto fornito dalla ragazza alle forze dell’ordine.

Tre su tutte: il ritardo della denuncia, presentata dalla modella al suo ritorno a Milano, una decina di giorni dopo i fatti; la continuazione della vacanza per un’altra settimana e la pubblicazione di foto del viaggio sui social network, anche dopo che si sarebbe consumata la presunta violenza sessuale.

Alle forze dell’ordine la modella avrebbe detto di aver conosciuto i quattro giovani in una discoteca e di aver accettato di accompagnarli nella casa di uno di loro. Secondo la sua versione, si sarebbe appartata con uno di loro e poi si sarebbero aggiunti gli altri tre, che l’avrebbero costretta a un rapporto sessuale contro la sua volontà. I quattro amici raccontano però qualcosa di completamente diverso: la ragazza se ne sarebbe andata ringraziando per la serata, senza esprimere nessun disagio, e a confermarlo ci sarebbe la continuazione della vacanza da parte di lei. Gli inquirenti stanno cercando di capire quale sia la verità.

Scelgono di non parlare e di non commentare anche gli avvocati che difendono i quattro giovani. Si tratta dei legali genovesi Enrico Grillo (difensore di Ciro Grillo), Paolo Costa (difensore di Vittorio Lauria), Ernesto Monteverde (difensore di Edoardo Capitta), Romano Raimondo e Gennaro Velle (difensori di  Francesco Corsiglia). Al momento non ci sono provvedimenti. Già nei prossimi giorni dovrebbe essere analizzato ancora il video sequestrato nel corso delle perquisizioni dei carabinieri nelle case degli indagati. Sul fatto che ci sia stato un rapporto sessuale non ci sarebbero dubbi. È invece da chiarire se la ragazza sia andata a letto con i suoi quattro coetanei – come loro hanno ribadito anche nell’interrogatorio di ieri – o se sia stata costretta, come lei ha denunciato già un mese fa

Gli elementi dirimenti per la Procura tempiese sono essenzialmente due: chiarire se i protagonisti della vicenda, presunta vittima compresa, avessero fatto o meno abuso di alcol o droghe, e valutare lo stato di minorata difesa legato alla superiorità fisica e numerica dei quattro ragazzi, specie se si confermasse l’ipotesi che la modella fosse in stato di alterazione psicofisica.

“Faremo presto, a garanzia degli indagati e della parte offesa“. È l’unico commento che Gregorio Capasso, capo della Procura di Tempio Pausania. E’ stato lo stesso Capasso a condurre giovedì gli interrogati dei quattro indagati per violenza sessuale. “Data la delicatezza del caso – spiega il procuratore – sulla vicenda manteniamo il massimo riserbo”. Ciro Grillo è




Inchiesta (presunti) fondi russi: dai telefoni di Savoini non risultano contatti con Salvini

MILANO – Secondo quanto si apprende in ambienti giudiziari della Procura di Milano dall’esito dell’analisi dei due telefoni sequestrati allo stesso Savoini e dell’esame dei tabulati telefonici, non risulterebbero contatti via chat, mail o telefono tra il presidente dell’Associazione LombardiaRussia Gianluca Savoini e il leader della Lega Matteo Salvini. Sarebbero invece emersi contatti preparatori all’incontro all’ Hotel Metropol di Mosca tra Savoini e gli altri due italiani coinvolti.

Quindi stando agli esami sui due telefoni cellulari, sequestrati dalla Procura di Milano, al presidente dell’Associazione Lombardia-Russia nell’ambito dell’inchiesta milanese sui presunti fondi russi al Carroccio, non è emersa alcuna traccia di contatti diretti tra Savoini e il leader della Lega.  Dalle analisi effettuate dai consulenti tecnici incaricati dalla procura di esaminare documenti e file contenuti nei due smartphone, infatti non sono emersi scambi di chat, mail o telefonate tra il leader della Lega e il suo ex portavoce nel periodo compreso tra giugno 2018 e luglio 2019.

Gli investigatori della Gdf, coordinati dall’aggiunto Fabio De Pasquale e dai pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, avrebbero trovato nei telefoni di Savoini elementi utili (come chat ed email soprattutto) dai quali si evince che il leghista, ex portavoce di Salvini, avrebbe avuto una serie di contatti, almeno dal giugno dello scorso anno, preparatori all’incontro nell’albergo moscovita. Contatti, che emergerebbero anche dai tabulati, non solo con l’avvocato Gianluca Meranda e l’ex bancario Francesco Vannucci (gli altri due italiani indagati per corruzione internazionale) ma anche con persone legate ai tre russi (i due nomi emersi finora sono Ilya Andreevich Yakunin e Andrey Yuryevich Kharchenko ) che erano seduti al tavolo il 18 ottobre scorso. In particolare, Yakunin sarebbe stato un “veicolo” di intermediazione nella presunta trattativa. Nell’ipotesi della Procura, infatti, la presunta compravendita doveva servire anche a far arrivare denaro ad uno o più funzionari pubblici russi. Da qui l’accusa di corruzione internazionale.

Andrey Yuryevich Kharchenko e Ilya Andreevich Yakunin: hanno legami “con il demagogo di estrema destra” Aleksandr Dugin e con Vladimir Pligin, politico vicino a Vladimir Putin

Uno dei due telefoni Savoini ora sotto sequestro è nuovo essendo  stato acquistato di recente. Giovedì mattina si è celebrata l’udienza davanti al Tribunale del Riesame di Milano che dovrà valutare la richiesta di dissequestro presentata dal difensore di SavoiniI sospetti degli inquirenti , che sono ancora tutti da verificare, è proprio che, nel passaggio dal telefono vecchio a quello nuovo, non siano volutamente stati trasferiti alcuni file (come chat, video, mail o telefonate) utili allo sviluppo delle indagini. Il difensore di Savoini.

L’ avvocato Lara Pellegrini, ha sostenuto l’inutilizzabilità dell’audio del Metropol, e depositato una memoria di 20 pagine . A suo avviso, non sapendo quale sia la provenienza e chi sia stato l’autore, non può essere posto a sostegno del decreto di perquisizione e del sequestro di luglio dei cellulari e di documenti. Decreto che, secondo la difesa, va annullato. I pm hanno invece insistito con la legittimità di quell’atto istruttorio in quanto ritengono la registrazione una “notizia di reato”. L’accusanell’udienza a porte chiuse a cui non ha partecipato l’indagato ha insistito sulla legittimità del sequestro scattato lo scorso luglio.

“Non essendo certa la provenienza del file non si può porre alla base di un provvedimento di sequestro”, spiega. “Se la captazione è illecita”, e non si conosce in che modo e da chi è stata fatta, aggiunge il difensore “allora non può legittimare un sequestro. Ho fatto anche un rilievo relativo a un problema di traduzione della conversazione che i pm hanno depositato”.

Gli inquirenti stanno anche lavorando per identificare con certezza il funzionario o i funzionari che avrebbero dovuto intascare le presunte tangenti attraverso una compravendita di petrolio che avrebbe dovuto anche, stando alla registrazione audio dell’incontro, portare 65 milioni di dollari nelle casse della Lega. Ad acquistare il petrolio, stando sempre alla registrazione, avrebbe dovuto essere l’Eni, che ha più volte smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.




Marina Berlusconi scrive al Corriere della Sera : "La vicenda di Imane Fadil trasformata in storia di calunnie su mio padre"

MILANO – Marina Berlusconi ha scritto una lettera a Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, all’indomani delle risultanze dell’autopsia sul corpo di Imane Fadil, 34enne la modella marocchina che fu tra le testimoni chiave delle inchieste sul “caso Ruby“, morta sei mesi fa in circostanze misteriose. Si è a lungo parlato di avvelenamento doloso, per i medici che hanno condotto l’autopsia si è trattato di aplasia midollare, una forma di cui ancora non sono note le cause esatte.

Caro Direttore. ora che l’evidenza dei fatti impone a tutti di tornare alla razionalità, una riflessione relativa al modo in cui la terribile vicenda della morte di Imane Fadil è stata gestita credo sia giusto farla. Non solo su ruolo e obiettività dell’informazione, ma anche, più in generale, sulla cultura dell’allusione e della calunnia e su quanto tutto questo intossichi la vita democratica del nostro Paese. Stavolta c’era di mezzo la morte di un essere umano, di una ragazza dalla vita complicata che ha fatto una fine atroce. Di fronte alla quale non si sarebbe dovuto provare altro che rispetto e umana pietà. E invece il suo dramma è stato vergognosamente usato con una spregiudicatezza e un disprezzo della verità dei fatti che fanno rabbrividire.

Provo a riepilogare lo svolgimento di un copione che sembra scritto con diabolica abilità. Sullo sfondo il processo Ruby, storia più attenta alle morbosità da voyeur che alla realtà giudiziaria. Un processo costruito sul nulla, finito infatti con un’assoluzione piena per mio padre. Ma intanto questa farsa ha condizionato pesantemente la vita politica del Paese e da dieci anni si tenta di moltiplicarla, in una costante ricerca di nuovi filoni che prolunghino all’infinito la gogna. In tutto questo irrompe, era lo scorso marzo, la morte «misteriosa» di Imane Fadil: una «teste chiave» la quale peraltro aveva già detto tutto quello che riteneva di dover dire (e sulle sue dichiarazioni proprio per rispetto sorvolo). Il sospetto autorevolmente avanzato è che sia stata avvelenata, e addirittura con sostanze radioattive. 

Chi è stato, se c’è stato, il regista di questo copione? In ogni caso, una volta messo a punto, una parte dell’informazione — per riflesso pavloviano certuni, per precisa scelta di strumentalizzazione altri — si attiva con grande zelo per additare il protagonista occulto: mio padre, ovviamente. Perché è vero che non c’è un reato ma solo un’ipotesi. È vero che non c’è un movente. È vero dunque che non può esserci un sospettato. E poi, l’ideologia acceca sì, ma qualunque persona sana di mente farebbe fatica a immaginare un killer assoldato ad Arcore che gira per Milano con nella valigetta sostanze capaci di annientare mezza città e tutto questo per eliminare una ragazza indifesa.

È tutto vero. Però… E qui scatta il consueto, perverso meccanismo, l’escamotage infallibile che consente di lanciare, nascondendo la mano, le calunnie più inverosimili: il «ragionamento politico», l’analisi del «contesto», la riflessione sullo «scenario». Tradotto: se di delitto si tratta, è chiaro che Silvio Berlusconi non c’entra, figurarsi. Però… una superteste a suo carico muore in quel modo ufficialmente sospetto… Però… magari qualcuno potrebbe avergli voluto fare un favore, oppure tendergli una trappola… Del resto, con le sue frequentazioni… E via a tutto l’indecente campionario di fango che ci sentiamo sciorinare da decenni, con il pretesto di una sorta di responsabilità morale tanto assurda che neppure i tribunali staliniani credo avrebbero mai avuto il coraggio di sostenere. Con assoluto sprezzo dell’intelligenza altrui, non ci si è vergognati neppure di fare un parallelo con il delitto Matteotti (il delitto Matteotti… Ma ci rendiamo conto della grottesca enormità?). 

Ora, dopo un’attesa che pareva infinita, le agenzie informano che secondo gli esami clinici Imane Fadil è morta per cause naturali. Fine del caso. Fine del mistero. Qualche sbrigativo articolo, e avanti il prossimo. Eh no, troppo facile. Certo, mio padre ha le spalle più che larghe, e di fronte a tutte le infamie con cui da 25 anni cercano di sommergerlo ha sempre reagito con un coraggio, una lucidità, una tenacia che non finiscono di sorprendere. Ma chi lo ripagherà di quel che in questa storia di consapevole follia gli è stato gettato addosso? Delle paginate sui giornali, anche stranieri, dei servizi su tg, radio, web, di quei talk show che con accanimento morboso per mesi hanno vivisezionato il caso? Qualcuno mai farà mea culpa per questi metodi da sciacalli? 

Faccio fatica ad essere ottimista, e ne faccio ancora di più se guardo a quel che il Paese si appresta a vivere. Non mi pare di cogliere grandi sintomi di guarigione, anzi tutt’altro, da questa cultura dell’insinuare, del calunniare nascondendosi dietro un condizionale, dello sporcare in nome dei sacri principi. È una cultura malata che certa politica, certa ideologia istigano e cavalcano, senza preoccuparsi del fatto che sempre più spesso il Grande Inquisitore può in un attimo vedersi trasformato nel Grande Inquisito. Ma — quel che è ancora più grave — è una cultura che mina alle fondamenta valori come garantismo, giustizia, verità, valori su cui poggia ogni vera democrazia”.

E qui finisce la lettera di Marina Berlusconi.

Allo stato attuale non c’è alcun elemento che faccia sospettare che Imane Fadil sia stata uccisa volontariamente da qualcuno. La marocchina testimone nei processi Ruby è morta a 34 anni dopo un mese di sofferenze per aplasia midollare, una malattia che blocca la produzione di piastrine, globuli rossi e globuli bianchi (qui la scheda). A sei mesi dal decesso, i risultati ufficiali dell’autopsia non sono stati ancora consegnati alla Procura di Milano, che ha aperto un’indagine per omicidio ipotizzando che Fadil potesse essere stata avvelenata, come lei aveva detto di sospettare in ospedale, dove i medici hanno fatto di tutto per salvarla.

Certi della causa della morte, i periti non sono in grado di stabilire cosa abbia scatenato la malattia. “Sono stati fatti tutti gli accertamenti possibili“, spiegano alla Procura di Milano, dove i pm guidati dall’aggiunto Tiziana Siciliano stanno per chiedere l’archiviazione del caso. Ieri hanno firmato il nullaosta alla restituzione della salma alla famiglia che, però, chiede una “risposta chiara“.




Taranto. Conclusi con una settimana di anticipo gli interventi per le collinette ecologiche ai Tamburi

TARANTO – Si sono conclusi giovedì scorso, con un anticipo di una settimana rispetto alla data prevista del 6 settembre,  gli interventi per la sistemazione delle collinette ecologiche dell’ex Ilva ubicata nel rione Tamburi di Taranto, in prossimità delle scuole Deledda e De Carolis e che era stata sottoposto a sequestro dai Carabinieri del Noe di Lecce . A comunicare la fine dell’intervento sono stati i commissari straordinari dell’Ilva in amministrazione straordinaria: “Con la conclusione dei lavori, Ilva in amministrazione straordinaria ha rispettato gli impegni presi con gli enti”, si legge nella nota dei commissari straordinari.   Il programma dei lavori, chiusi una settimana prima rispetto  era stato autorizzato dalla Arpa Puglia e concordato con il Prefetto di Taranto, l’Asl Taranto, l’Arpa Puglia e l’Ispra ed il Comune di Taranto.

Le attività  inizialmente si sono concentrate  sulla manutenzione straordinaria del verde, con sfalci selettivi e mantenimento delle essenze arbustive di maggiore pregio, e successivamente, è stata installata e posizionata una rete biodegradabile in fibra di cocco, impiegata con modalità innovative, la cui azione protettiva è stata supportata con la idrosemina di specie selezionate di piante grasse, per le quali è stato predisposto un sistema di irrigazione ad hoc che servirà a favorirne l’attecchimento.  Il fine  è di trattenere le polveri minerali ed evitare eventuali spolverii nel quartiere Tamburi, vicino all’area interessata dagli interventi.

 Il sequestro giudiziario delle collinette realizzate negli anni Settanta, era stato disposto  a febbraio 2019.  Sino a qualche mese fa le collinette ecologiche Ilva appartenevano ad ArcelorMittal, nuovo gestore della fabbrica, ma grazie al sequestro disposto dalla Procura ed ai vertici che si sono svolti sia in Prefettura che in Procura, sono entrate nella competenza dei commissari di Ilva in amministrazione straordinaria in quanto non appartenenti al perimetro produttivo della fabbrica.

Dal 2 marzo scorso sino alla fine dello scorso fine anno scolastico i circa settecento alunni delle scuole Deledda e De Carolis ( che riapriranno regolarmente a settembre) erano stati trasferiti in altre scuole del quartiere. La decisione della riapertura è stata conseguente dall’avanzamento dei lavori sulle collinette ad opera dei commissari straordinari, ma sopratutto dai rassicuranti elementi emersi dai dati del monitoraggio effettuato da parte di Arpa  Puglia con un mezzo mobile nella scuola Deledda.

Il Comune di Taranto ha programmato finalmente una pulizia straordinaria delle scuole, in modo da consentire la regolare ripresa delle attività scolastiche, con la revoca dell’ordinanza della magistratura che ne aveva disposto la sospensione.




Cocaina nella movida leccese. 13 arresti fra i quali un ex calciatore

LECCE – Tredici arresti e quattro locali nei cui confronti la Questura di Lecce ha avviato le procedure per la chiusura. Questo il risultato dell’operazione “Movida”, condotta all’alba di mercoledì 21 agosto dalla Squadra Mobile di Lecce  guidata dal vicequestore Alessandro Albini,  e dai poliziotti del commissariato neretino, guidato dal vicequestore Pantaleo Nicolì,  con l’ausilio degli investigatori dello  S.C.O. il  Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato guidati dal dirigente Alfredo Fabbroncini , sotto il coordinamento della DDA, la Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo salentino. Al centro un giro di spaccio di cocaina nei locali della città ed in alcune località balneari del Salento.

L’attività d’indagine  è partita un mese fa, a luglio, con il contributo della Direzione Centrale per Servizi Antidroga e della Polizia Scientifica, che  ha consentito il sequestro di svariate decine di dosi di stupefacenti già pronte per essere vendute all’interno di alcune discoteche. Tra gli arrestati ci sono tredici italiani, alcuni dei quali sono ritenuti vicini ai clan della malavita locale, e un marocchino, accusati di spaccio di cocaina a Lecce, a San Foca, Porto Cesareo e Sant’Isidoro, anche all’interno di quattro rinomati locali notturni, fra i più frequentati durante la movida estiva.

“Non è un’operazione contro le discoteche e i loro gestori, sia chiaro”, ha voluto sottolineare il Questore di Lecce, Dr. Andrea Valentino  “bensì un’attività di indagine a tutela dei più giovani, per preservarli il più possibile dal fenomeno dell’utilizzo di droghe”.

I poliziotti sotto copertura si sono ”spacciati” per clienti di stupefacenti, attivando un legame di fiducia con gli spacciatori, e così facendo nel tempo hanno potuto monitorare gli indagati per un periodo  di tempo ben più ampio. L’intervento dei poliziotti in borghese non è stato quindi effettuato con lo scopo di sequestrare di piccole dosi,  attività che non avrebbe consentito l’adozione di alcuna misura cautelare, ma gli investigatori della Polizia hanno mirato piuttosto a comprovare le continue cessioni di quantità di droga, per poter poi comprovare inconfutabilmente l’attività illecita degli arrestati. Sono una cinquantina in totale le dosi di cocaina sottoposte a sequestro.

Nell’operazione che fa parte dell’ operazione “Pusher 3”, sono stati impegnati agenti sotto copertura per l’acquisto di droga, ritardando l’arresto degli spacciatori responsabili della cessione. Il ricorso all’intervento dell’ “undercover”, ha consentito anche grazie l’utilizzo di telecamere nascoste, di disvelare, in soli 30 giorni, la fitta rete di spaccio presente in ben 3 locali notturni, consentendo di raccogliere gravi elementi indiziari nei confronti dei 13 soggetti arrestati, alcuni di essi contigui ai clan della criminalità organizzata locale.

Questi i nominativi degli arrestati: Adil Ghazi, 53 anni; Nicola Guarna, 27 anni; Luca Stefano Indirli, 20 anni, Andrea Montinaro, 44 anni; Roberto Patera, 41 anni; Antonio Peciccia, 50 anni; Davide Petrachi, 33 anni (ex calciatore tesserato con l’U.S. LECCE); Graziano Romano, 40 anni, Vito Sacco, 19 anni; Carmelo Schillaci, 19 anni; Giuseppe Schito, 41 anni; Marco Vetrugno, 41 anni, Moreno Vonghia, 37 anni.

L’ex -portiere del Lecce Petrachi è stato colpito da un provvedimento restrittivo per due episodi di detenzione ai fini di spaccio di droga avvenuto a due agenti che operavano sotto copertura. Il calciatore, che era stato già arrestato il 20 marzo 2018 per spaccio di cocaina, è stato uno dei portieri della rosa del Lecce calcio per sette stagioni, militando anche in serie A, fino alla stagione 2014-2015 per poi giocare nella Virtus Lanciano, Martina Franca e Nardò in serie D.




La Corte di Cassazione ha deciso: "Fabio Camilli è figlio di Domenico Modugno"

ROMA – La I sezione civile della Suprema Corte di Cassazione ha riconosciuto proprio nel 25esimo anniversario della morte del cantante di Polignano a Mare, l’attore Fabio Camilli oggi 57enne, quale figlio legittimo di Domenico Modugno. Arriva così la parola fine a una lunga battaglia giudiziaria iniziata ben 18 anni fa.

Fabio Camilli, noto attore visto in tante serie tv da Don Matteo a Distretto di polizia, da Squadra antimafia a 1993,  aveva scoperto da adulto, non ancora trentenne, di essere nato da una relazione tra Mr Volare e sua madre la ballerina e regista triestina Maurizia Calì, la “bellissima Kalì” di Pasqualino Maragià uno dei numerosi successi di Modugno, successivamente coreografa al Sistina di Roma, teatro dove aveva conosciuto Romano Camilli, storico collaboratore di Garinei e Giovannini.

“Ho dovuto fare una battaglia per poter affermare chi era mio padre. È stato un viaggio faticoso ed estenuante” ha l’attore . Già cinque anni fa il Tribunale di Roma gli aveva dato ragione dopo l’esito positivo sul prelievo del dna, effettuato sulla salma del cantante pugliese.

Domenico Modugno e suo figlio Fabio Camilli ora Modugno

”Non ho fatto in tempo a conoscerlo – aveva detto nel 2001 commentando un articolo di Pier Luigi Diaco sul Foglio in cui si rivelava la notizia – quando ho saputo era gia’ malato e poco tempo dopo e’ morto. E cosi’ le tante domande che avrei voluto fargli sono rimaste senza risposta. Cosi’ come quelle che avrei voluto rivolgere al padre con il quale ho vissuto per tanti anni. Quando sono riuscito a rimettere in piedi un rapporto, non piu’ viziato da questa vicenda, anche lui purtroppo e’ morto’‘.

Domenico Modugno dalla moglie Franca Gandolfi ha avuto tre figli: Marco, Massimo e Marcello. Quest’ultimo è stato a lungo amico di Fabio e anzi quando nel 2001 venne fuori la notizia del figlio segreto dichiarò: ‘Non posso avere la certezza biologica che Fabio sia mio fratello ne’ mio padre o mia madre ne hanno mai accennato. Ma non cambia nulla, Fabio e’ una persona molto bella e di talento, ero e resto suo amico. Lo conosco da 15 anni, siamo amici, e’ una persona bellissima e ci abbiamo scherzato su tante volte. Non so se sia vera o no, ma non cambiera’ nulla nei nostri rapporti. Mia madre e mio padre non l’hanno mai ammesso ed io rimango piacevolmente nel dubbio’‘.

Fabio Camilli, il quarto figlio di Domenico Modugno

Da quel giorno però le cose cambiarono, Camilli ha visto sparire tutte le persone piu’ coinvolte nella faccenda a cominciare da sua madre. “A parole tutti sembravano pronti a sostenermi, ma nel momento in cui e’ stata pubblicata la notizia si sono resi vaghi, hanno preso le distanze. Anche mia madre, ed e’ la cosa che mi e’ dispiaciuta di piu’. Ne avevamo parlato, sono 14 anni che lo so’‘ disse all’epoca. Così dopo una drammatica lettera alle sue due famiglie, Camilli oggi Fabio Modugno, decise di andare avanti con la prova del dna. Dopo 12 anni, il 22 gennaio 2014 il verdetto del Tribunale di Roma sull’accertamento di paternita’ – arrivato a distanza di pochi giorni dalla decisione della Cassazione che aveva convalidato il disconoscimento di paternita’ del genitore ‘legittimo’ Romano Camilli – stabilì che Fabio è il quarto figlio di Mimmo Modugno.

Immediato il ricorso della famiglia Modugno: oggi dalla Cassazione la parola ‘fine’ alla vicenda che oltre ad essere un caso familiare è anche un caso economico vista la milionaria rendita Siae dell’autore italiano più famoso al mondo. “Il procedimento di riconoscimento di paternità della durata media di 4-5 anni si è trasformato per me in un percorso a “ostacoli” lungo (e credo sia un record) 18 anni. Comunque ce l’ho fatta, è finita. Sono molte le persone che dovrò ringraziare per essermi state vicine in questi anni. In particolare l’avvocato Gianfranco Dosi che in tutti questi anni ha saputo tenere la barra dritta durante questa lunghissima tempesta giuridica riuscendo alla fine a condurci in porto vivi e vittoriosi“.




Caserta, un medico lega il suo cane alla macchina e lo trascina: denunciato !

ROMA – Un  medico di 51 anni residente a Minturno (Latina) non voleva far salire il proprio cane sulla macchina appena lavata, e così ha pensato (male) di legare il guinzaglio alla vettura trascinando l’animale sull’asfalto. L’uomo è stato fermato e denunciato dai Carabinieri a Villa Literno, nel Casertano, mentre procedeva a velocità sostenuta in Via Vittorio Emanuele, con il cane attaccato all’auto e trascinato.

Chiunque si trovasse in quel momento in via Vittorio Emanuele di Villa Literno ha potuto assistere alla scena terribile: l’auto procedeva a velocità sostenuta, trascinandosi dietro il povero animale, costretto a subire quella tortura ingiustificata, impotente. Come si legge sui media locali, la cagnolina ha provato a fatica a non perdere contatto dall’auto, rischiando la vita.

Ai Carabinieri della stazione locale l’uomo, ha cercato di giustificarsi sostenendo di non aver fatto salire il cane perché il figlio 18enne, che era in auto, ne aveva timore. Il medico 51enne  ha riferito anche che l’auto era stata da poco lavata e quindi il cane, salendo a bordo, l’avrebbe sporcata. Il cane, un meticcio di 10 anni, ha riportato ferite ad una zampa,  non letali e, dopo le cure veterinarie, è stato affidato a un canile, e si spera che ora troverà una nuova casa, in cui essere coccolato come meriterebbe e  dove verrà trattato sicuramente meglio . La vera “bestia” lasciatecelo dire non è lui.

Se l’accusa di maltrattamento di animali verrà confermata, come noi auspichiamo, il medico rischia una condanna da 3 a 18 mesi di detenzione o una multa da cinquemila a 30mila euro.