2.263 creditori a secco: nessun pagamento dalle Ferrovie Sud Est

BARI – Appare molto lontana la fine della vicenda collegata al fallimento della più grande azienda di trasporto locale del sud Italia, evitata solo per un miracolo. Il piano di concordato  che era stato accolto ed omologato nel luglio 2018 dal Tribunale Civile di Bari, ad oggi è stato attuato in minima parte e l’avvicinarsi del 30 giugno sta creando non poca apprensione nei creditori privilegiati, tra i quali vi sono anche molti lavoratori, nei cui confronti la società Ferrovie Sud Est è debitrice di somme non imponenti ma sicuramente importanti per le rispettive vite.

Mentre da un lato il Tribunale ha provveduto a sequestrare crediti per 25 milioni a tredici imputati per il “crac” delle Ferrovie Sud Est, non si intravede alcuna speranza per il pagamento di 66 milioni di euro dovuti a 2.263 creditori privilegiati, che dovrebbe avvenire entro il 30 giugno.  Per non parlare poi di quei debiti con molti zeri maturati con alcune aziende, che speravano sulla boccata di ossigeno dei pagamenti che sarebbero dovuti arrivare già entro lo scorso dicembre per dare linfa alle rispettive attività.
La società Ferrovie Sud Est aveva chiesto ed ottenuto una proroga dai giudici , rinviando al 31 dicembre 2021 il termine per il pagamento dei 541 creditori chirografi, ai quali peraltro verrà saldato soltanto il 50% del dovuto, cioè altri 60 milioni di euro.
Ferrovie Sud Est ha ottenuto anche il via libera dalla terna di giudici davanti ai quali si sta celebrando il processo ai presunti responsabili del crac da 230 milioni. a partire dall’ex amministratore Luigi Fiorillo ed altre 14 persone, accusati a vario titolo di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale, dissipazione e distrazione di fondi.
La richiesta di sequestro dei crediti era stata avanzata dai pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli eLuciana Silvestris della Procura di Bari. ancor prima degli arresti avvenuti nel gennaio 2018,  ma venne rigettata dal Gip in quanto all’epoca, erano ” utilità non ancora percepite ma solo attese” e quindi conseguentemente  “crediti non certi” in quanto il concordato non era ancora stato approvato. Adesso a seguito dell’approvazione al concordato quei crediti sono diventati ” liquidi, certi ed esigibili ” in quanto i pagamenti sono ormai prossimi.
Il provvedimento di sequestro è stato eseguito nei confronti dagli imputati per i debiti nei confronti delle Ferrovie Sud Est: 11,6 milioni di euro ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e legale della società; 240 mila euro dall’imprenditore Franco Cezza, che assieme sua moglie Rita Giannuzzi ed il figlio Gianluigi, gestivano l’archivio storico di Fse; 1,8 milioni da Sandro Simoncini, proprietario dell’immobile a Roma preso in affitto da Fiorillo dal 2008 al 2014.
Poi ci sono i sequestri alle cinque società imputateBit ( a cui sono stati sequestrati  5 milioni) Centro Calcolo (3,8 milioni di euro),  ed Entel ( 1,3 milioni) dell’imprenditore Ferdinando Bitonte che gestivano i servizi informatici; 600 mila euro alla  Prato Engeneering dell’ingegnere Vito Antonio Prato, progettista per Fse, e  200 mila euro alla Svicat dell’imprenditore Fabrizio Camilli, fornitore di carburante.
Il sequestro ha riguardato anche società non imputate nel processo penale, come  la Sil (500 mila euro); Sintass (6 mila euro) e la Vittucci sas di Fausto Vittucci, certificatore dei bilancio di Fse ( 200 mila euro).
Intanto la Procura ha richiesto che vengano ripristinati gli arresti domiciliari nei confronti dell’ imputato “numero uno”, cioè Luigi Fiorillo, attualmente sottoposto all’obbligo di dimora a Roma, che sarà discussa davanti al Tribunale del Riesame giovedì 27 giugno.



Incendiata nella notte l’auto di una nota ambientalista

TARANTO –  Nel cuore della notte, le fiamme hanno incendiato e distrutto l’auto di Fulvia Gravame nota ambientalista ed esponente dei Verdi, nel pieno centro della città.

L’autovettura Micra Nissan  era parcheggiata nelle adiacenze della villa Peripato, a qualche centinaia di metri dalla Prefettura, e nelle adiacenze del conmando aeronavale della Guardia di Finanza di Taranto,  quando il fuoco è divampato avvolgendola e propagandosi. Alcuni cittadini che si trovavano casualmente nei paraggi hanno dato l’allarme attivando l’intervento dei vigili del fuoco.

Della macchina è rimasto ben poco in quanto le fiamme,  l’hanno completamente bruciata e distrutta. Le  indagini ovviamente sono indirizzate all’impegno di Fulvia Gravame, da sempre in prima linea nella battaglia ambientalista.

Immediata la solidarietà all’ambientalista tarantina. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa commentando l’episodio su Twitter,  ha scritto . “In attesa che la magistratura chiarisca al più presto la dinamica – ha aggiunto – esprimiamo la nostra vicinanza a chi da sempre combatte per la salute e l’#ambiente #taranto #ilva”.




Aumentano i controlli della Polizia a Taranto. Si danno alla fuga ed abbandonano una pistola

TARANTO – Una nuova ventata di sicurezza e controllo della Polizia di Stato sul territorio della provincia di Taranto, comincia a dare i suoi frutti. Ieri i “Falchi” della Squadra Mobile hanno recuperato nella zona di Lama in via dei Girasoli , una pistola abbandonata sul marciapiede.

L’arma priva di matricola e perfettamente funzionante, completa di caricatore con 8 proiettili di cui cinque incamiciati, è stata rinvenuta dagli agenti della Mobile a pochi metri dall’entrata di un circolo sportivo, ed è stata immediatamente sequestrata.

Con ogni probabilità è stata abbandonata da qualcuno, che preoccupato ed intimorito dalla presenza dei poliziotti che in zona stavano effettuando delle attività di controllo, ha deciso di liberarsene. La pistola è stata quindi consegnata al personale della Polizia Scientifica per gli ulteriori accertamenti balistici per verificare se sia stata utilizzata in fatti delittuosi.

“Il nostro obiettivo  è quello di aumentare la sicurezza dei cittadini attraverso controlli continui e sempre più capillari – – ha dichiarato il Questore Bellassaiquest’ultimo rinvenimento conferma l’ efficacia dei protocolli operativi per il monitoraggio di tutte le zone della città che continueranno senza sosta anche per le prossime settimane ed in futuro“.

il questore Giuseppe Bellassai

Un bel cambio di passo dopo un lungo periodo di immobilismo, che non potrà che fare bene alla cittadinanza di Taranto, che sembra aver ritrovato fiducia nelle forze dell’ordine per la propria tutela e sicurezza.




Esercitazione antiterrorismo dei Gis (Carabinieri)e Nocs (Polizia)

ROMA – Verificare sul campo le capacità di reazione dei corpi speciali in caso di attacco terroristico. Per questo gli uomini senza volto del Gis dell’Arma dei Carabinieri e del Nocs della Polizia di Stato ed hanno svolto ieri un’esercitazione congiunta.

E’ stato ricreato lungo la rotta di navigazione Palermo-Livorno, nel tratto di costa tra Ostia e Civitavecchia,  lo scenario dell’abbordaggio di una nave passeggeri, con la segnalazione della presenza a bordo di un gruppo di terroristi con armi automatiche e ordigni esplosivi, che volevano acquisire il controllo dell’imbarcazione e portarla a collisione contro un “imprecisato” porto italiano.

Hanno partecipato all’ esercitazione gli assetti aeronavali del Comando Operativo Aeronavale e del Centro Aviazione di Pomezia e del Reparto Operativo Aeronavale di Civitavecchia della Guardia di Finanza ed unità navali della Guardia Costiera di Civitavecchia specializzate in SaR d’altura.

Le attività sono state pianificate in modo da garantire – spiega una nota congiunta – una preventiva comunicazione dell’ esercitazione da parte del comandante della nave ai passeggeri a bordo, con i quali gli operatori del Nocs e del Gis non hanno avuto alcun contatto personale.

Tutte le attività addestrative sono state coordinate da un’unità di intervento speciale (Un.I.S.) interforze Nocs-Gis che si è avvalsa anche del supporto operativo aereo del I Reparto Volo della Polizia di Stato e del Raggruppamento Aeromobili dei Carabinieri. Nella Sala Operativa della Guardia Costiera di Civitavecchia è stata costituita la direzione dell’esercitazione.




Ponte Morandi. Arresti e sequestri della D.I.A. di Genova per una società ed un imprenditore legati alla camorra

ROMA – Gli uomini della D.I.A. di Genova agli ordini del colonnello Mario Mettifogo, hanno eseguito in Liguria e in Campania, due ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Genova, nei confronti di Ferdinando Varlese amministratore di fatto (ritenuto contiguo ad elementi inseriti in organizzazioni camorriste) della TECNODEM S.r.l. di Napoli – società già impegnata nella demolizione del “ponte Morandi” – e di una donna considerata prestanome nell’ambito della medesima compagine societaria. Sono state effettuate anche perquisizioni con esecuzione di sequestri preventivi. L’esecuzione delle misure cautelari personali e patrimoniali è avvenuta d’intesa con la D.D.A. della Procura di Napoli.

Varlese aveva avuto accesso nel cantiere di ponte Morandi due volte, l’11 e il 12 aprile scorsi. In entrambi i casi, pur risultando sulla carta un semplice dipendente della Tecnodem, ha superato i tornelli con un badge da visitatore. Accreditandosi però come il reale amministratore dell’azienda.

I provvedimenti traggono origine da una articolata indagine, diretta e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Genova e condotta dalla D.I.A., che aveva già comportato, sulla base dei primi accertamenti di carattere amministrativo, l’emissione nello scorso mese di maggio di un’informazione interdittiva a carico dell’  azienda che era stata così estromessa da un subappalto di centomila euro, relativo appunto alla demolizione del “ponte Morandi” di Genova, crollato la scorsa estate.

Il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi commentando gli arresti nell’indagine sulla presenza della camorra nei cantieri ha spiegato che “L’operazione di oggi completa il quadro di attenzione degli investigatori sui cantieri del ponte Morandi, sia in fase preventiva che in quella successiva di infiltrazioni delle organizzazioni mafiose. Si tratta di un cantiere ipercontrollato i controlli vengono fatti durante e dopo l’assegnazione dei lavori, in una fase successiva dunque, e il meccanismo funziona benissimo”.

I due arrestati sono l’amministratrice e socio unico della TECNODEM , Consiglia Marigliano, consuocera di Varlese e formalmente amministratrice della società,  donna priva di titoli ed esperienze professionali di settore, e l’effettivo amministratore della società, Ferdinando Varlese  65enne di Napoli residente a Rapallo (GE), già condannato per associazione a delinquere (in un procedimento nel quale erano coinvolti affiliati al clan “MISSO-MAZZARELLA-SARNO”, appartenenti all’organizzazione camorrista “Nuova Famiglia”) e per estorsione tentata in concorso, con l’aggravante di aver commesso il fatto con modalità “mafiose” (in un altro procedimento da cui emergevano circostanziati rapporti dell’uomo con il sodalizio camorristico “D’AMICO”, cui risulta legato da stretti rapporti di parentela).

Come previsto dal Protocollo sottoscritto dal Commissario per la Ricostruzione Marco Bucci e il Prefetto di Genova Fiamma Spena, dato il provvedimento interdittivo adottato dalla Prefettura nei confronti dell’impresa TECNODEM , “la Struttura Commissariale ha provveduto a chiedere l’immediata risoluzione del contratto in essere con l’affidataria all’Ati di demolizione, di cui la stessa azienda era un subappalto” come si legge in una nota del commissario.

Le investigazioni, delegate dalla D.D.A. della Procura di Genova al locale Centro Operativo D.I.A., procedendo sin dall’inizio dei lavori di demolizione parallelamente agli accertamenti amministrativi, hanno consentito di raccogliere prove sull’operato dei due arrestati che, agendo in concorso tra loro e previo accordo, al fine di eludere le norme in materia di misure di prevenzione patrimoniali, hanno attribuito fittiziamente alla donna la titolarità formale della “TECNODEM ”, quale unica socia, amministratrice e rappresentante, mantenendo invece in capo all’uomo la titolarità effettiva della stessa, integrandosi così il delitto di cui all’art. 512 bis del c.p. (trasferimento fraudolento di valori); è stata contestata dalla Procura Distrettuale di Genova e riconosciuta dal Gip la circostanza aggravante di aver commesso il fatto per agevolare il clan camorristico “D’AMICO” del Rione Villa di Napoli.

Dalle indagini condotte dalla D.I.A. è emerso chiaramente il disegno criminoso studiato dai due nella circostanza che prevedeva, quindi, la donna come “cosciente schermo” delle attività dell’uomo, il quale, dopo che la società era stata estromessa dal sub appalto inerente i lavori di demolizione del “ponte Morandi”, si era già attivato per formare, quanto prima, una nuova compagine sociale composta da congiunti e/o persone fidate per continuare a “proporsi” nello stesso settore.

“Intorno alla demolizione del ponte Morandi – ha spiegato il colonnello della Dia di Genova Mario Mettifogoballano cifre consistenti e quindi è evidente che ci sia un interesse da parte della criminalità organizzata. Ma si tratta di un cantiere così pubblicizzato e controllato che non dovrebbero nemmeno provarci“. Dalle indagini è emerso come Varlese abbia costruito diversi schermi per poter partecipare agli appalti. Identico sistema sarebbe stato usato per partecipare alla dismissione della centrale nucleare di Caorso. Ma con la D.I.A. non ha funzionato.

 




"Monnezzepoli". Martino Tamburrano resta in carcere: occorre tutelare le indagini in corso

TARANTO – Dopo il parere negativo della Procura della Repubblica  di Taranto rappresentata  dal procuratore aggiunto dr. Maurizio Carbone e il pubblico ministero dr. Enrico Bruschi, titolari dell’inchiesta della Guardia di Finanza, che hanno evidenziato la necessità di tutelare l’inchiesta in corso, in merito all’istanza di scarcerazione dell’ex-presidente della Provincia di Taranto  Martino Tamburrano, coinvolto nel procedimento sulle attività illegali che sarebbero state attuate dall’ex presidente della Provincia per controllare e “pilotare” le autorizzazioni in materia ambientale,  è arrivato il “no” anche dal Gip dr.ssa Vilma Gilli del Tribunale di Taranto, che ha pienamente accolto e condiviso le argomentazioni della procura, ed ha rigettato l’istanza della difesa avanzata dagli avvocati Giuseppe Modesti e Carlo Raffo, i quali puntavano almeno ad ottenere per Tamburrano la misura dei domiciliari in sostituzione della detenzione in carcere .

l’ ex Presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano

La Procura aveva evidenziato nel suo parere negativo, confutando la tesi dei legali di Tamburrano, che verteva sulla tesi della presunta insussistenza delle ipotesi di corruzione, opposte dalla difesa dell’indagato, ed evidenziando la necessità di tutelare gli accertamenti investigativi in corso da ogni tipo di condizionamento ed inquinamento delle prove, che potrebbe avvenire in quanto vi sono altri  indagati liberi e quindi, di effettuare azioni di disturbo all’acquisizione delle Fiamme Gialle di ulteriori prove.

Il Gip dr.ssa Vilma Gilli

Il Gip Gilli  dopo aver valutato le argomentazioni della difesa e dell’ accusa,  sulla base degli atti in suo possesso , è arrivata al convincimento che non sarebbe stato possibile garantire la necessaria tutela per il prosieguo delle indagini, in caso di applicazione dell’eventuale rigettato beneficio degli arresti domiciliari. Il Giudice per le indagini preliminari  ha osservato che il quadro indiziario “non è mutato alla luce dell’alternativa lettura dei fatti offerta dalla difesa, nella propria istanza, posto che essa si basa non su dati probatori diretti, a confutazione di quelli indicati nell’ordinanza genetica ma su elementi presuntivi o deduttivi, non convincenti o difficilmente verificabili”   convenendo alle argomentazioni della Procura,  ha confermato la sussistenza esistenza di un “quadro cautelare immutato”.

Nella sua ordinanza il Gip ha motivato che la circostanza che Tamburrano non goda più di cariche politiche, non influisce minimamente in suo favore,  considerando che nel recente passato, anche dopo la sua decadenza di Presidente della Provincia di Taranto, aveva “proseguito a occuparsi di affari connessi con la materia dei rifiuti e delle discariche, vantando presso terzi di poter ottenere autorizzazioni e titoli” tutto ciò “in virtù della rete di relazioni personali e professionali che aveva intessuto durante l’esercizio delle sue funzioni pubbliche; rete che i fatti hanno dimostrato essere costituita anche da relazioni e attività illecite“. In pratica secondo il Gip la circostanza di assenza attuale di cariche istituzionali di Martino Tamburrano non assume alcun “carattere dirimente” e secondo la dottoressa Gilli, esiste il pericolo che possa reiterare analoghi reati,  e quindi una sua scarcerazione potrebbe arrecare danni e disturbo alle ulteriori acquisizioni probatorie degli inquirenti propedeutici alla conclusione delle indagini che proseguono senza alcuna sosta.

La discarica di Grottaglie (TA) in località La Torre Caprarica, denominata “III lotto”,

Analoga decisione è arrivata dal Tribunale del Riesame di Taranto , collegio presieduto dal Giudice Giovanni Caroli, che ha ha rigettato il ricorso avanzato dagli avvocati dell’imprenditore Natalino Venuti. accusato  di “concorso in corruzione” unitamente a Martino Tamburrano, l’imprenditore Pasquale Lonoce, Lorenzo Natile all’epoca dei fatti responsabile del 4° settore Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto,  per i rispettivi ruoli ricoperti nell’adozione della delibera di ampliamento della discarica Torre Caprarica di Grottaglie, e per la ulteriore contestazione della Procura nei confronti di Tamburrano e Lonoce per l’affidamento del servizio di igiene urbana e ambientale del Comune di Sava, dal quale potrebbero arrivate delle altre “sorprese”.

Antonio Albanese, presidente della CISA spa, indagato dalla Procura di Taranto

Nel frattempo delle nostre fonti bene informate ci riferiscono che anche l’imprenditore massafrese Antonio (per tutti Tonino) Albanese, presidente della discarica della CISA spa di Massafra, sia molto agitato e preoccupato per la sua rischiosa posizione di “indagato”,  nello stessa indagine in corso della Guardia di Finanza sulla “monnezzopoli” tarantina , e per il blocco delle autorizzazioni concesse dalla Provincia di Taranto per il raddoppio del termovalorizzatore Appia Energy spa di Massafra, di cui è rappresentante legale e socio al 49%, che gli sono costate una recente richiesta di rinvio a giudizio dalla Procura di Taranto.  E’ proprio il caso di dire: “E’ la monnezza, bellezza !

A volte non basta avere un parente ufficiale della Guardia di Finanza o ospitare nelle  strutture alberghiere i convegni dei magistrati…




Si è spento Federico Pirro giornalista galantuomo

di Antonello de Gennaro

Il collega ed amico Antonello Valentini che nel ricordarlo  ha scritto che  Federico Pirroha dedicato ai diritti, ma anche ai doveri dei giornalisti un generoso impegno sindacale, strettamente vincolato all’etica della professione. E con uno sguardo sempre disponibile rivolto ai più giovani, alle loro difficoltà di accedere a un mestiere affascinante ma spesso corporativo, dove il merito rischia ancora oggi di essere un optional. Federico Pirro è rimasto sempre dalla stessa parte e sapevi di trovarlo lì.Un uomo coerente, leale,”compatto”, fedele a certi valori : dritto alla staffa, ragione e sentimenti.” 

Federico me lo ha dimostrato personalmente. Cinque anni quando partì online la rinascita di questo giornale fondato da mio padre e da altri tre colleghi, mi scrisse un messaggio bellissimo via Facebook, che custodisco con orgoglio : “Ciao Antonello, non hai bisogno di ricordare alla gente chi sei e chi era tuo padre. Fai parte a buon diritto della nostra storia, fossi pure figlio di chi avesse svolto altra attività. Vai avanti per la tua strada e sii fiero di quello che stai facendo. Tuo padre ne sarebbe fiero ed orgoglioso. Di qualunque cosa dovessi aver bisogno chiamami, questo è il mio cellulare….!“. Custodisco invece per me gelosamente i suoi consigli e le sue considerazioni sulle vicende che mi hanno convolto per colpa di qualche pennivendolo …

Ha ragione  Antonello Valentini, nello scrivere che ci mancheranno la sua intelligenza, la sua ironia, la sua arguzia, la sua onestà, la sua lezione morale, quella capacità di difendere le proprie idee con tenacia ma senza spocchia e senza puzza al naso, disposto a discuterne e a confrontarsi.

Perdere un collega, un amico, un esempio di buon giornalismo, è una sofferenza, sopratutto pensando che molti altri che faccio fatica a definire “colleghi” non sono stati capaci di imparare da Federico,  come si fa giornalismo seriamente e con la spina dorsale diritta, come si fa attività sindacale per tutelare una categoria come la nostra, che ormai ha perso dignità e non ha più dei rappresentanti sindacali nell’ Assostampa di Puglia come Federico Pirro, o istituzionali come cioè Oronzo Valentini (per me “zio Nino” ) , il papà di Antonello, mitico direttore della “vera” Gazzetta del Mezzogiorno ed a lungo presidente dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia.

Federico Pirro, era da tempo malato, ed  è morto a 76 anni, dopo essere stato a lungo scrittore e  caporedattore della sede regionale pugliese della Rai di cui era stato responsabile fino all’ottobre del 2002, prima di essere rimosso dal suo incarico e dover intraprendere una battaglia sindacale e davanti al giudice del lavoro per il suo reintegro. Una rimozione che imputava al cambio di direzione delle testate regionali dell’epoca dovute al nuovo scenario politico con il governo di centrodestra guidato da Silvo Berlusconi . 

Pirro è stato corrispondente dalla Puglia per quindici anni del quotidiano La Repubblica. Tra i suoi libri si ricordano: Vilipendio di cadavere – Bari negli anni del dopo MoroInformare o dire la verità? Bari 900Bari bruciaLa fame violenta – Il linciaggio delle sorelle PorroIl generale Bellomo – Liberò Bari dai tedeschi, fu fucilato dagli inglesi1861 Uniti per forza (sull’Unità d’Italia); Fra le Ombre di AuschwitzI Monumenti della Grande Guerra; Acciacchi.

Otto mesi fa, Federico sulla sua pagina Facebook, scriveva:

Italia, non sei il mio Paese dove nacqui quando la Resistenza dei miei Padri versava il proprio sangue perchè ne sgorgassero Libertà e Democrazia che cancellassero la tirannide.
Italia, non sei il mio Paese se si assassina Stefano Cucchi e sono necessari 9 anni perchè emerga la verità, quella che la buona opinione pubblica già sentiva nelle proprie sensibilità anche se le istituzioni tutrici di cattivi carabinieri ne tappavano bocca e anima.
Italia, non sei il mio Paese, antica terra di Diritto, ora addormentata dai poteri, e risvegliata da una sorella sola e fragile, ma ostinata e gonfia di coraggio.
Italia, non sei il mio Paese, se trae forza dalla presa di coscienza di un carabiniere che ha vissuto quell’ignominia subendo anni e anni, frazionati in mesi, settimane, giorni, ore minuti, secondi, schiacciato da minacce di colleghi e superiori per trarre da ogni sua cellula la forza perchè riuscisse a far sgorgare la voglia di verità.
Italia, non sei il mio Paese se da una qualunque parte dell’Universo Martin Luther King piange il nero gambiano, schiavizzato nel foggiano, ammanettato ad una ruota d’auto dei militi.
Anch’io ho pianto.
Italia, non sei il mio Paese!

Ovunque tu sia caro Federico, ti ho voluto bene come ti hanno voluto benne tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerti, di frequentarti e di poter godere della tua sincera e disinteressata amicizia. Un giorno ci incontreremo e potrò rivedere quel sorriso sornione, ma sempre gentile ed educato che ti contraddistingueva. E che non dimenticherò mai. Ciao Federico, mi mancherai.




Toghe corrotte a Trani: per il Gip "gli indagati ancora in grado di influenzare»

pm Roberta Licci

ROMA – Emergono nuove denunce presentate da imprenditori e avvocati,  che riguardano il presunto sistema di corruzione della giustizia che avrebbe avuto corso nel Tribunale di Trani. Secondo quanto riportato dal giudice per le indagini preliminari Giovanni Gallo nella sua ordinanza con cui ha confermato le ipotesi accusatorie del pm Roberta Licci, nonostante l’incidente probatorio sia ancora in corso , non sono cessate le esigenze cautelari. A causa della complessità delle indagini che investono tre magistrati, un ispettore di polizia, vi sarebbe ancora il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove, motivi per cui la Procura di Lecce ha ottenuto dal gip Gallo la proroga di tre mesi degli arresti del magistrato Michele Nardi, dell’ex magistrato Antonio Savasta  che in virtù della collaborazione fornita è stato posto ai domiciliari  e del poliziotto Vincenzo Di Chiaro.

La Procura di Lecce  ha evidenziato nella propria richiesta, che a seguito del sequestro di numerosi documenti, e materiale informatico, in occasione degli arresti eseguiti lo scorso gennaio, sono attualmente in corso le analisi dei dati ricavabili dalle agende sequestrate a Nardi, da leggere in correlazione con le dichiarazioni rese nell’esame dell’imprenditore Flavio D’Introno  che in questa inchiesta riveste il ruolo di principale “corruttore“, ma anche quello del grande “accusatore“) e di Savasta, anche in relazione al coinvolgimento del magistrato Luigi Scimè, la cui partecipazione nelle vicende che interessano D’Introno si è rivelato ovviamente di immediato rilievo ed incidenza per i reati ai quali si riferisce il titolo custodiale.

Michele Nardi ed Antonio Savasta

Sono ancora in corso infatti le operazioni di effettuazione della consulenza tecnica forense che comprende 48 supporti tra cui computer, chiavette usb, telefoni cellulari. Inoltre vi sono ulteriori denunce sopravvenute durante il corso delle indagini  da altre persone, avvocati ed imprenditori, delle quali da conto la procura. I nuovi denuncianti hanno portato alla luce delle vicende specifiche corruttive che coinvolgono gli indagati per le quali sono in corso riscontri particolarmente complessi anche in considerazione dell’epoca remota di avvenimenti dei fatti emersi a  posteriori

L’accertamento di queste ulteriori circostanze che hanno portato alla luce ancora di più la svendita e il mercimonio della funzione giudiziaria, come scrive la Procura di Lecce, potrebbe essere un riscontro dell’accusa sostenuta dalla pm Roberta Linci, sempre più convinta che da parte di Nardi vi fosse un potere di pressione sui comportamenti dei magistrati operanti sul territorio di Trani e della effettiva esistenza e operatività tra gli indagati del vincolo associativo .

Il gip Giovanni Gallo nella sua ordinanza ha accolto totalmente le ipotesi investigative della procura, e quindi sussiste giusta causa in relazione alle complesse attività dell’incidente probatorio in corso, che ha già occupato quattro udienze, protrattesi per molte ore.  Sono inoltre gravi e ancora attuali le esigenze cautelari, ritiene il Gip , sia per i magistrati Michele Nardi (attualmente sospeso dal Csm a seguito di un procedimento disciplinare avviato nei suoi confronti) e di Antonio Savasta, dimessosi dalla magistratura e che ha ottenuto i domiciliari dopo aver avviato al fianco dell’avvocato Massimo Manfreda un percorso di collaborazione con gli inquirenti, e per l’ispettore Vincenzo Di Chiaro.

Dal corso delle indagini e dall’incidente probatorio in corso, emerge la trama – scrive il gip  Gallo – di rapporti intercorsi a più livelli, sia locale che nazionale, legati alle professioni svolte ma anche esterni al mondo lavorativo. È questa la ragione principale per cui viene considerato ancora attuale il pericolo di inquinamento probatorio, collegato alla capacità di influenza che gli indagati possono vantare al di fuori del processo fino alla chiusura delle indagini preliminari . L ‘incidente probatorio proseguirà il 19 giugno prossimo.




Arrestato Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, consulente della Lega per l’energia

ROMAPaolo Arata, ex deputato di Forza Italia e successivamente consulente della Lega per l’energia,  è stato arrestato insieme a suo figlio Francesco. Entrambi vengono accusati  dalla Direzione Distrettuale Antimafia  di Palermo, di corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. Secondo i magistrati siciliani , padre e figlio sarebbero di fatto soci occulti dell’imprenditore trapanese Vito Nicastri, ritenuto dagli inquirenti vicino al boss Matteo Messina Denaro.

L’arresto è stato disposto dal gip di Palermo, Guglielmo Nicastro, su richiesta della Dda guidata dal procuratore capo di Palermo,  Francesco Lo Voi. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto la misura cautelare anche per Vito Nicastri considerato il “re dell’eolico” in Italia, che già si trovava in carcere, e per suo figlio Manlio Nicasti. Padre e figlio vengono indagati per “corruzione“, “auto riciclaggio” ed “intestazione fittizia“. Agli arresti  domiciliari è finito anche Alberto Tinnirello, ex funzionario dell’assessorato regionale siciliano all’Energia il quale è indagato per corruzione. Nella misura cautelare il gip Nicastro lancia l’allarme “sull’elevato rischio di infiltrazioni di Cosa nostra” negli affari degli Arata e dei Nicastri.

Gli Arata sono al centro dell’indagine palermitana su un presunto giro di mazzette alla Regione Sicilia  che coinvolge anche Nicastri, imprenditore dell’eolico che era ritornato in carcere lo scorso aprile, in quanto perché dai domiciliari avrebbe continuato imperterrito a fare affari illegali. E’ stato lo stesso Arata a confidare, inconsapevole di essere intercettato,  ad un avvocato-amico  “Io sono socio di Nicastri al 50 cento  nella sostanza abbiamo un accordo societario, di co-partecipazione” . Un legame di affari che trovava conferma anche  da un altro dialogo intercettato questa volta tra Paolo Arata mentre si trovava ai domiciliari per “concorso esterno in associazione mafiosa“, ed il figlio di Nicastri, a cui Arata riferiva ” “Nel 2015, ho dato 300 mila euro a tuo papà” .

Nicastri, ai domiciliari, si affacciava al balcone per parlare con il figlio di Arata

Un  troncone dell’inchiesta nei mesi scorsi è stato trasferito per competenza territoriale alla Procura Roma, in quanto alcune intercettazioni hanno fatto ritenere agli inquirenti che sarebbe stata pagata una mazzetta, da parte di Arata, all’ex sottosegretario alle Infrastrutture leghista Armando Siri. Tale presunta corruzione avrebbe avuto come contropartita un emendamento al Def sugli incentivi connessi al mini-eolico, che però non è stato mai approvato. proprio a causa di questa vicenda, ed alla sua conseguente iscrizione nel registro degli indagati  dell’ on. Siri, che ha sempre respinto le accuse, gli sono state revocate le deleghe di sottosegretario dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

“Questi qua sono stati tutti pagati”, diceva con orgoglio Arata al figlio Francesco mentre stava per entrare negli uffici dell’assessorato regionale all’Energia, a Palermo. Francesco Paolo Arata, l’ex professore di ecologia reclutato due anni fa da Matteo Salvini per stilare il programma della Lega, era realmente un gran distributore di “mazzette”. “Quanto gli abbiamo dato a Tinnarelli?”, sussurrava a proposito del dirigente che si occupava delle autorizzazioni per i parchi eolici, Alberto Tinnirello. “Quello è un corrotto”, diceva riferendosi ad un altro funzionario, Giacomo Causarano. “Un amico, una persona a noi vicina”.

L’inchiesta della Dda di Palermo ipotizza un giro di tangenti alla Regione Sicilia che avrebbero favorito Nicastri e il suo presunto socio “occulto” Arata nell’ottenere delle autorizzazioni per fare affari nell’eolico e nel bio-metano. Ai funzionari regionali corrotti sarebbero state versate mazzette dagli 11 mila ai 115 mila euro. Sempre nell’ambito della stessa inchiesta lo scorso aprile furono disposte dai magistrati della Procura di Palermo delle perquisizioni avvenute lo scorso 17 aprile dalle quali sono venuti alla luce degli importanti riscontri alle ipotesi d’accusa, così la svolta nell’indagine, condotta dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dal sostituto Gianluca De Leo.

“Dalle attività di indagine  è emerso che Arata ha trovato interlocutori all’interno dell’assessorato all’Energia, — ricostruisce la procura — tra tutti l’assessore Pierobon, grazie all’intervento di Gianfranco Miccichè, a sua volta contattato da Alberto Dell’Utri. Quindi l’ “ambasciatore” di Vito Nicastri era riuscito a parlare con il presidente dell’ Assemblea Regionale Siciliana e con il fratello di Marcello Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Contatti questi che Arata aveva a seguito della sua adesione a Forza Italia, candidandosi nella circoscrizione della Toscana dove era stato eletto alla Camera dei Deputati.

In realtà le relazioni “politiche” di Arata andavano molto oltre. Come riscontrato dagli investigatori incontra anche Calogero Mannino. che gli è utile per arrivare ai vertici dell’assessorato al Territorio. Scrivono il procuratore aggiunto Guido e il sostituto De Leo: “Quando l’epicentro della fase amministrativa diveniva l’assessorato al Territorio e Ambiente (per la verifica di assoggettabilità del progetto alla “Via”, valutazione di impatto ambientale), Arata è riuscito a interloquire direttamente con l’assessore Cordaro e, tramite questi, con gli uffici amministrativi di detto assessorato, dopo aver chiesto un’intercessione per tale fine a Calogero Mannino”.

Oltre ad Alberto Tinnirello, dirigente dell’assessorato regionale all’Energia finito oggi ai domiciliari, sono coinvolti nella vicenda una serie di pubblici ufficiali: si tratta di Giacomo Causarano, funzionario dell’assessorato al Territorio e Ambiente e di Angelo Mistretta funzionario del Comune di Calatafimi , accusati di “corruzione per l’esercizio delle funzioni“. Alberto Fonte  presidente della Commissione Via (Valutazione d’impatto Ambientale) dell’assessorato Territorio e Ambiente risponde di “abuso d’ufficio“.

Tinnirello avrebbe incassato una tangente, il cui importo non viene indicato dai pm, per fornire informazioni sullo stato delle pratiche amministrative per la richiesta di autorizzazione integrata ambientale per la costruzione e l’esercizio degli impianti di bio-metano di Franconfonte e Calatafimi – Segesta della Solgesta s.r.l., società di proprietà di Arata e Nicastri.

Causarano avrebbe ricevuta 11 mila euro, mazzetta mascherata con il pagamento di una fittizia prestazione professionale resa dal figlio, anch’egli indagato. In cambio avrebbe passato informazioni sullo stato delle pratiche amministrative inerenti le istanze relative agli impianti di produzione di energia rinnovabile.

Mistretta avrebbe ricevuto 115mila euro per rilasciare una autorizzazione alla costruzioni di impianti di produzione di energia alternativa riferibili alle società di Arata e Nicastri.

Oggi, due mesi dopo, sono scattate le misure cautelari disposte dal gip Nicastro ed  anche diversi sequestri di società che gestiscono impianti eolici.




Decisione tardiva della Corte di Cassazione: Salvatore Micelli non andava arrestato. Nel frattempo la Procura di Taranto ha chiesto il suo processo

TARANTO – Ancora una volta ci tocca rettificare le inesattezze pubblicare dal solito cronista giudiziario (collaboratore esterno a 5 euro ad articolo, quando li pagano…) della redazione di Taranto della Gazzetta del Mezzogiorno, il quale ha dimostrato oggi di non essere capace neanche di spiegare ai propri lettori la sentenza tardiva della suprema corte, sul ricorso presentato dall’ avvocato Nicola Lonoce (sostituito in udienza dall’ avv. Antonino Margani) relativa all’ultimo arresto del pregiudicato Salvatore Micelli.

Sentenza MICELLI Cassazione

Infatti la sorpredente decisione tardiva della Cassazione è improduttiva di effetto, poichè non si può provvedere a quanto disposto per sopravvenuta carenza di interesse. Infatti la decisione degli ermellini della Corte avvenuta lo scorso 15 maggio, è tardiva rispetto alla scarcerazione del Micelli disposta lo scorso 25 marzo, a seguito della decisione del Gup dr. Benedetto Ruberto,  il quale ha recepito la richiesta di rinvio a giudizio emessa dalla il 22 marzo dalla Procura di Taranto che ha richiesto il processo nei confronti di Salvatore Micelli, Loredana Ladiana e degli altri indagati, la cui udienza preliminare si svolgerà il prossimo 13 settembre dinnanzi al Tribunale di Taranto.

Esattamente tre giorni dopo la prima udienza che si svolgerà il 10 settembre per i tre processi riuniti sempre nei confronti di Salvatore Micelli, nella veste di imputato (dovrà rispondere per “stalking” e “diffamazione aggravata“) a seguito delle denunce ricevute dal nostro direttore Antonello de Gennaro.

Gup Ruberto_Micelli

Quindi contrariamente a quanto titolato questa mattina dal quotidiano siculo-barese sottoposto a confisca dalla Direzione Distrettuale Antimafia, in quanto il suo proprietario-editore Mario Ciancio di Sanfilippo è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, non ci sarà alcun riesame per la custodia cautelare di Micelli che è peraltro cessata. Evidentemente il giornalista pur avendo avuto un lontano parente giudice, è a corto di nozioni di procedura penale, ingannando gli sparuti lettori tarantini della Gazzetta del Mezzogiorno.

Peraltro questa sentenza occupandosi esclusivamente della misura restrittiva cautelare e della precedente decisione del Tribunale del Riesame di Taranto,  non rientra quindi nel giudizio essendo strettamente legata alla custodia cautelare e non al merito dell’inchiesta della Guardia di Finanza coordinata dalla Procura di Taranto.




Il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Generale Nistri in visita al Comando Provinciale di Taranto.

TARANTO – Nella giornata di ieri  il Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, dopo aver partecipato alle celebrazioni per la Festa della Marina Militare,  ha fatto altresì visita al Comando Provinciale Carabinieri di Taranto.

Il Gen. C.A. Giovanni Nistri

Il Comandante Generale Gen. C.A. NISTRI  è stato accolto dal Comandante Provinciale, Colonnello Luca Steffensen presso la Caserma “Ugo De Carolis”  sede del Comando Provinciale di Taranto, per poi subito rivolgere le sue espressioni di saluto agli ufficiali, ai comandanti di stazione, alla rappresentanza di marescialli, brigadieri, appuntati e carabinieri dei reparti territoriali, ai comandanti dei reparti delle organizzazioni Speciale, Forestale e di Polizia Militare dei Carabinieri della provincia, nonché alla delegazione del Co.Ba.R., (organismo di rappresentanza militare) e ai rappresentanti delle Associazioni Nazionali Carabinieri e Forestali.

Subito dopo il Comandante Generale si è intrattenuto per un briefing, nel corso del quale il Comandante provinciale Col. Steffensen ha illustrato la situazione dell’Ordine e Sicurezza Pubblica a livello provinciale e l’andamento dell’attività operativa del Comando jonico. Il Generale Nistri, commentando i risultati dell’attività preventiva e repressiva posta in essere, ha espresso la sua soddisfazione per l’impegno che l’Arma, in tutte le sue componenti, continua a profondere sul territorio jonico, nel contrasto alla criminalità diffusa ed organizzata, esortando a continuare a operare, ad ogni livello, con rinnovato slancio ed incisività, con lo scopo di fornire ai cittadini quella vicinanza, espressione di “rassicurazione sociale”, che da sempre rappresenta il principale tratto distintivo dell’Arma dei Carabinieri nel rapporto con le comunità.

Prima di ripartire per Roma, il Comandante Generale ha voluto visitare la Centrale Operativa del Comando e la Stazione Capoluogo, lasciando infine la sua firma e la sua dedica sul Libro d’Onore custodito nell’ufficio del Comandante Provinciale.




La crociera finisce con l' arresto per uno tre rapinatori delle Poste di Brindisi finiti in manette

BRINDISI – Tre fratelli Andrea, Francesco e Fabio Rillo ( 33, 27 e 36 anni), finiti in manette in quanto responsabili – secondo gli investigatori – di una rapina ai danni dell’ufficio postale di Brindisi. I fratelli Rillo, hanno a loro carico anche altre vicende di natura penale, sono indagati in quanto presunti autori della rapina compiuta la mattina del 22 marzo scorso nell’ufficio postale di via Duca degli Abruzzi di Brindisi.

I Carabinieri hanno arrestato Andrea Rillo nel porto di Genova, dove è conclusa  la sua crociera sulla nave sulla quale si trovava, accusato di preso parte alla rapina dell’ ufficio brindisino delle Poste di via Duca degli Abruzzi il 22 marzo scorso, a seguito di ordinanza cautelare disposta dal GIP del Tribunale di Brindisi, dott.ssa Tea Verderosa, su richiesta del Sostituto Procuratore della Repubblica di Brindisi, dottor Pierpaolo Montinaro, che ha coordinato le attività investigative dei Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Brindisi.

Il fratello  Francesco Rillo,  27enne, invece è stato bloccato nei pressi della propria abitazione, mentre  il provvedimento cautelare è stato notificato all’altro fratello 36enne Fabio Rillo nel carcere di Taranto dove si trovava già recluso per altri motivi, ma dal quale a volte si allontanava per dei permessi premio. E proprio durante uno di questi, avrebbe collaborato alla rapina con i propri fratelli.

Nella circostanza della rapina effettuata alle Poste di Brindisi , i fratelli Fabio e Francesco Rillo , facevano irruzione con il volto coperto da passamontagna e con una pistola in mano, che uno dei due puntava al volto della cassiera, e dietro minaccia, si facevano consegnare la somma di 1.435,00€, dandosi alla fuga unitamente al terzo fratello Andrea, che li attendeva all’esterno con un’autovettura per garantirne la fuga .

L’attività investigativa della Compagnia Carabinieri di Brindisi, subito attivata, ha così permesso di rinvenire durante la fuga dei tre, i loro passamontagna utilizzati, e di effettuare tutta una serie di rilievi tecnici sul luogo dell’evento, raccogliendo una serie  informazioni rivelatesi di grande utilità. Uno degli elementi caratterizzanti è stato costituito dal DNA dei due fratelli Fabio e Francesco Rillo rinvenuto dal RIS dei Carabinieri sui passamontagna indossati durante la rapina, che sono stati recuperati dai Carabinieri sulla via di fuga degli stessi, poco dopo la rapina, elemento questo che costituisce una granitica prova indiziaria a carico degli indagati, quali esecutori materiali del fatto criminoso.

Andrea Rillo arrestato dai Carabinieri nel porto di Genova

Andrea Rillo, subito recatosi in crociera nel mediterraneo, è stato arrestato sulla nave “Bellissima”, in quanto un ritardo nella sua cattura avrebbe potuto inficiare l’operazione in quanto, venuto a conoscenza dell’arresto dei fratelli, avrebbe potuto dileguarsi non rientrando a Brindisi. Sono tuttora in corso approfonditi accertamenti al fine di verificare il coinvolgimento degli indagati in altre rapine commesse in Brindisi, in danno di attività commerciali e uffici postali. Dopo l’arresto e le formalità di rito, Andrea Rillo è stato tradotto nel carcere di Genova, mentre suo fratello Francesco Rillo è stato associato nel carcere di Brindisi a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.




La Guardia Costiera celebra 30 anni di storia (1989-2019)

ROMA – Ricorre oggi 8 Giugno, il trentesimo anniversario della nascita della Guardia Costiera, istituita nel 1989 quale articolazione tecnico operativa del Corpo delle Capitanerie di porto. Il Corpo nasce ufficialmente con un Regio Decreto del 20 luglio 1865. La Guardia Costiera, così come noi la intendiamo, tuttavia, appartiene a un’epoca più recente.

Sarà solo con un Decreto interministeriale dell’8 giugno 1989 che verrà attribuita ufficialmente la denominazione di “Guardia Costiera” ai reparti tecnico-operativi del Corpo, attribuzione alla quale negli anni successivi farà seguito l’adozione della tradizionale livrea bianca e del logo, ormai noto, raffigurante una fascia tricolore con al centro un’àncora nera su campo circolare bianco.

Per celebrare questa ricorrenza lo scorso 5 giugno si è tenuta a Catania, un’ esercitazione di soccorso in mare, che ha visto l’impiego di mezzi aerei e navali nonché la presenza di figure specialistiche come gli aerosoccorritori e soccorritori marittimi della Guardia Costiera. Il 6 giugno è stato dedicato, invece, ad una giornata di studio nella quale è stata ripercorsa la storia della Guardia Costiera: un’istituzione moderna, che fonda le proprie radici nelle attività di carattere amministrativo connesse con gli usi civili e produttivi del mare, organizzata oggi con mezzi aeronavali e tecnologie all’avanguardia, con uomini e donne che operano ogni giorno in favore della collettività.

L’evento, al quale ha partecipato il Comandante Generale delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera, Ammiraglio Ispettore Capo Giovanni Pettorino, si è svolto alla presenza degli ex Comandanti e Vice Comandanti Generali, dei Comandanti Regionali e del personale del Corpo insignito della Medaglia d’oro. Grazie anche alla preziosa testimonianza dei decani del Corpo, è stato tracciato un breve quadro delle condizioni storiche che hanno portato alla creazione della attuale Guardia Costiera italiana e degli eventi più importanti che hanno contraddistinto il suo percorso operativo: dalla missione in Albania (1991), la prima compiuta fuori dai confini nazionali, allo sventato disastro ambientale  della nave “Rhodanus” sulle coste della Sardegna (2010), passando per i soccorsi effettuati nel Mediterraneo centrale, alle navi Costa Concordia (2012) e Norman Atlantic (2014).

Particolare commozione ha suscitato tra tutti i presenti, il ricordo del Comandante Natale De Grazia, medaglia d’Oro alla memoria, morto il 12 dicembre 1995 mentre indagava, con la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, su una complessa attività ambientale legata a traffici illeciti operati da navi mercantili nel Mediterraneo.




Per la Procura di Lecce Nardi e Savasta devono restare agli arresti

 LECCE –  Il procuratore Leonardo Leone de Castris e la pm Roberta Licci della Procura di Lecce che hanno coordinato le indagini dei Carabinieri, hanno chiesto la proroga della custodia cautelare in carcere per l’ex gip di Trani Michele Nardi  successivamente passato a vare il pm a Roma prima dell’arresto, e per il sovrintendente di Polizia del commissariato di Corato (Bari)  Vincenzo Di Chiaro, mentre per l’ex pm Antonio Savasta  è stata sollecitata la proroga degli arresti domiciliari.

l’ex gip di Trani Michele Nardi  e l’ex pm Antonio Savasta

Il procedimento è quello che ruota attorno all’ormai ribattezzato “caso Trani”, dove cospicue tangenti allungate a magistrati e giudici avrebbero consentito di «pilotare» ed «addomesticare» l’esito di inchieste e procedimenti giudiziari a favore di imprenditori . Uno dei quali, il  coratese D’Introno (in passato condannato per usura) come da egli stesso confessato  avrebbe consegnato nelle mani di giudici e pubblici ministeri oltre due milioni di euro, ma anche Rolex Daytona e diamanti.
Tutti e tre gli indagati rispondono delle accuse di avere organizzato e gestito un sistema corruttivo che aveva la sua base negli uffici giudiziari di Trani. Il gip di Lecce Giovanni Gallo renderà nota oggi la sua decisione sulla prosecuzione per altri tre mesi della custodia a cui i due magistrati e il poliziotto erano stati sottoposti a gennaio, quando erano stati tradotti in carcere. Successivamente la misura è stata alleggerito per Savasta, grazie alle sue dimissioni dalla magistratura ma sopratutto per le ammissioni e la collaborazione fornita alle indagini.
Dopo quattro udienze ieri  si è concluso l’incidente probatorio di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che per primo ha rivelato la “tangentopoli” degli uffici giudiziari di Trani. D’Introno ha confermato nuovamente di avere versato tangenti per oltre due milioni di euro a Nardi e Savasta ma anche al pm Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari, attualmente in servizio a Salerno e coindagato nell’inchiesta del procura di Lecce. L’incidente probatorio è stato infatti richiesto dalla Procura della Repubblica di Lecce per cristallizzare le dichiarazioni degli indagati fornite in undici differenti interrogatori, in vista di un eventuale rinvio a giudizio, e giungere quindi a una conclusione rapida della prima tranche dell’inchiesta.
Nella giornata di ieri sono iniziati i controesami del magistrato Luigi Scimè, che avrebbe incontrato D’Introno a Milano, e dell’avvocata Simona Cuomo. L’imprenditore D’Introno ha risposto alle domande, – secondo quanto dichiarato del suo legale Vera Guelfi – consentendo  di fare luci su alcuni punti poco chiari nella vicenda.
E’ stata la la pm Roberta Licci oggi a concludere con il controesame che si sta svolgendo da settimane al quarto piano del Palazzo di Giustizia di Lecce, a cui farà seguito l’incidente probatorio di Di Chiaro, a cui seguirà quello di Savasta.

 




Tumori: Studio Sentieri, a Taranto soltanto 173 casi . I dati fermi al 2013

ROMA – Nell’area di Taranto sono stati registrati 173 casi di tumori maligni in bimbi, adolescenti e giovani adulti (età 0-29 anni), dei quali 39 in età pediatrica e 5 nel primo anno di vita. Lo rivela il Quinto Studio Sentieri, pubblicato online da Epidemiologia e prevenzione, rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, sulla base di dati acquisiti nel periodo 2006/2013, che prende in esame 45 Sin ( Siti di interesse nazionale), aree contaminate molto estese, classificate come pericolose, che necessitano di bonifica. Fra queste c’è l’area di Taranto. Dati che smentiscono il falso allarme strumentalizzato dalla solita associazione Peacelink guidata dal professore liceale Alessandro Marescotti.

“Il sito è stato oggetto di analisi nei precedenti studi (…) che sostanzialmente mostravano un aumento della mortalità dei residenti soprattutto per alcune forme tumorali e per le malattie cardiovascolari e respiratorie –  evidenzia il rapporto –  L’aggiornamento dell’analisi della mortalità relativo al periodo 2006-2013“.  evidenzia il rapporto Sentieri  che ricorda come in quest’area ci siano oltre al siderurgico più grande d’Europa anche una raffineria, uno scalo portuale e discariche (Italcave spa e Cisa spa  n.d.r. ). Dalle pagine che descrivono la situazione nella città ionica emerge un’area in cui «la mortalità generale e quella relativa ai grandi gruppi è, in entrambi i generi, in eccesso, a eccezione della mortalità per malattie dell’apparato urinario. Nella popolazione residente risulta in eccesso la mortalità per il tumore del polmone, per mesotelioma della pleura e per le malattie dell’apparato respiratorio, in particolare per le malattie respiratorie acute fra gli uomini e quelle croniche tra le donne ” .

“L’inquinamento di origine industriale è risultato associato, nella coorte dei residenti, a un aumento del rischio di mortalità per cancro nel complesso e tumori della vescica, del pancreas, e leucemie. – rileva lo studio – Solo per il tumore polmonare la letteratura scientifica ha stabilito un chiaro nesso di causalità con l’inquinamento atmosferico. Le leucemie sono ovviamente rilevanti, poiché i fattori eziologici noti sono rappresentati dalle radiazioni ionizzanti e dalle esposizioni professionali, in particolare i composti organici volatili (benzene). Per tutte le altre forme tumorali, i dati sono solo suggestivi di un possibile ruolo dell’inquinamento industriale“.

Si legge ancora nello studio  sentieriIn età pediatrica si osserva un numero di casi di tumori del sistema linfoemopoietico in eccesso rispetto all’atteso al quale contribuisce sostanzialmente un eccesso del 90% per quanto riguarda il rischio di linfomi. In età giovanile (20-29 anni) si evidenzia invece un eccesso del 70% per l’incidenza dei tumori della tiroide“.

Il rapporto Sentieri quindi smentisce di fatto  le anticipazioni diffuse nei giorni scorsi da Peacelink, l’associazione guidata da Alessandro Marescotti, riguardanti il numero di 600 bambini nati con malformazioni congenite a Taranto dal 2003 al 2015, (cioè dati non aggiornati, visto che siamo nel 2019 !) che aveva accusato il Governo di avere rinviato la pubblicazione dei dati a dopo le elezioni europee e amministrative.

Questi dati se valutati attentamente, e sopratutto da persone qualificate e competenti smentisce l’allarmismo e le fake news che parlavano di 600 casi di bambini colpiti da tumore, che erano state fatte circolare dal verde Angelo Bonelli e da Alessandro Marescotti, presidente di un’associazione denominata Peacelink (diventata ambientalista negli ultimi anni come documentato dal CORRIERE DEL GIORNO a suo tempo) specializzati nelle costituzioni di parte civile , che può contare su una rete di giornalisti locali sinistrorsi che amplificano a comando le teorie di questa associazione, che non indica una propria sede legale, ma soltanto una casella postale (!!!) , non pubblica e documenta il proprio bilancio, i propri soci, spiegando a chi cerca di fare informazione trasparente da dove arrivano i soldi utilizzati dall’ associazione per la propria attività !

Resta da capire come viva ( o sopravviva ) quest’ Associazione PeaceLink chi siano i suoi finanziatori, in quanto di tutto ciò  non vi è traccia, così come non vi è traccia  di alcun bilancio pubblicato sul loro sito. Esiste solo una pagina, con cui l’ Associazione chiede ai propri ignoti sostenitori di contribuire con un finanziamento. Ma anche in questo caso la “trasparenza” latita in quanto non vi è neanche un elenco pubblico dei sostenitori/finanziatori.

La tentata aggressione di un esponente di Peacelink al nostro Direttore

Ma tutto quello che scriviamo non deve aver fatto piacere ad un collaboratore di Marescotti, tale Luciano Manna, che si qualifica come giornalista (senza esserlo) ed utilizza un sito “pirata” cioè pubblicato su un server allocato in Islanda, e che si autoqualifica come “organo multimediale che svolge attività di giornalismo indipendente specializzato in inchieste e pubblicazioni di documenti non facilmente accessibili, fondato da Luciano Manna a maggio 2018″ . Manna sostiene nella sua ignoranza legale che il suo sito “è registrato presso un provider che risiede in Islanda mentre i suoi server sono allocati in Finlandia. In questi paesi, dove è giornalista semplicemente chi fa giornalismo, si esercita la massima tutela per la libertà di stampa e per il giornalismo investigativo”.

Qualcuno gli spieghi che Manna è un cittadino italiano e quindi sottoposto al rispetto delle Leggi italiane, e che per legge non fa fede dove sia allocato il server, ma bensì dove vengono inserite le notizie, e quindi quanto scrive e diffonde, qualora falso, è perseguibile in Italia.

Nei giorni scorsi Luciano Manna si è reso responsabile di una tentata aggressione, condita da minacce e diffamazioni nei confronti del nostro Direttore che si trovava di passaggio a Taranto, il quale è stato immediatamente bloccato e fermato dai Carabinieri della scorta che il Comitato per l’ Ordine Pubblico e la Sicurezza della Prefettura di Taranto gli ha assegnato a sua tutela. Ancora una volta certa gente crede di poter mettere a tacere la vera libera informazione, svolta da giornalisti iscritti all’ Ordine, e di una testata regolarmente autorizzata e registrata in un Tribunale italiano, secondo quanto prevede la Legge sulla Stampa.

Di quanto accaduto i soliti giornalisti tarantini specializzati in sterile attività sindacale  e noti per essere “filo-ambientalisti” non hanno dato alcuna notizia. Poi poverini…si lamentano perchè le testate giornalistiche a Taranto falliscono, perchè in molti rimangono senza stipendio, ed alcuni scoprono di essere stati pagati e mantenuti per anni da soldi di dubbia provenienza (presunta mafiosa) come nel caso della Gazzetta del Mezzogiorno la cui testate società editrice  è stata confiscata su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, a seguito delle approfondite indagini dei Carabinieri del ROS,  al suo editore Mario Ciancio di Sanfilippo attualmente sotto processo per “concorso esterno in associazione mafiosa” .

 

 

 

 




Blitz della Polizia con 52 arresti in tutta Italia: arrestati i boss della Mafia foggiana di San Severo

FOGGIA – Documentata per la prima volta l’esistenza di una mafia autonoma a San Severo, indipendente da quella di Foggia, a seguito  dell’ “operazione Ares” della Polizia di Stato, che ha spedito in carcere 46 persone e 6 ai domiciliari fra la Puglia e le province di Milano, Rimini, Fermo, Ascoli Piceno, Campobasso, Pescara, Teramo, Napoli e Salerno. Annientati i “clan” La Piccirella e Nardino, entrambi dediti al traffico di droga dall’Olanda e dalla Campania, alle estorsioni, ai danneggiamenti, grazie ad un controllo del territorio che passava attraverso l’intimidazione ai cittadini e l’omertà delle vittime. L’ operazione di questa mattina, supportata con 30 equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine, ha visto l’ impiego di oltre 200 poliziotti in provincia di Foggia e altri nelle province di Napoli, Milano, Salerno, Rimini, Campobasso, Pescara, Chieti, Teramo, Ascoli Piceno e Fermo.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Bari, in particolare, accogliendo l´impianto accusatorio formulato dai magistrati Procura Distrettuale Antimafia di Bari , ha emesso un’ ordinanza cautelare a carico nei confronti di 50 persone, ritenuti  esponenti di primo piano delle famiglie mafiose “LA PICCIRELLA” e “NARDINO“, egemoni nel territorio di San Severo (FG), dei quali  sono stati ricostruiti organigrammi ed interessi criminali, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, tentata estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, spaccio di droga, danneggiamento, reati in materia di armi, lesioni personali e tentato omicidio, aggravati dalle finalità mafiose.

È la prima volta che viene contestata l’ associazione di tipo mafioso, di cui all´articolo 416 bis c.p., alla criminalità organizzata sanseverese, riconosciuta come autonoma ed indipendente rispetto alle organizzazioni mafiose operanti a Foggia.  L’ inchiesta ha evidenziato il ruolo egemonico dei clan di San Severo nel traffico di droga in Capitanata e che la spartizione dei relativi, ingenti profitti costituisce un fattore di continue tensioni tra i diversi gruppi malavitosi che operano in quell´area.

Le indagini, inoltre, hanno documentato il sistematico ricorso alla violenza per l’affermazione malavitosa ed il conseguimento della leadership territoriale , nell´ambito di una cruenta contrapposizione fondata anche sull’ eliminazione fisica dei rivali. In tale contesto, sono stati anche accertati diversi episodi a chiaro sfondo intimidatorio, testimonianza del metodo mafioso usato dagli indagati, come nel caso del tentativo di estorsione in pregiudizio di un commerciante locale, la cui abitazione oltre che l’ autovettura ed i locali dell’ attività commerciale, sono stati danneggiati in più momenti con colpi d’ arma da fuoco.

Le indagini – che hanno visto la stretta collaborazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e la Procura di Foggia (con i sostituti procuratori Renato Nitti, Lidia Giorgio e Ileana Ramundo) – erano state avviate nel 2015,a seguito dell’omicidio di Severino Palumbo e sono state condotte prima dal Commissariato di San Severo, e successivamente da una task force composta da investigatori delle Squadre mobili di Foggia e Bari avvalendosi della collaborazione dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo e della Divisione centrale anticrimine della Polizia di Stato. I successivi approfondimenti hanno consentito di ampliare il fronte investigativo, documentando il fiorente traffico di stupefacenti gestito dai sodalizi locali (nonché i relativi canali di approvvigionamento estero, tra cui l´Olanda) e valorizzando la mafiosità di quelle organizzazioni.

Tra i destinatari del provvedimento restrittivo figurano elementi di primo piano delle predette famiglie mafiose, tra cui Giuseppe Vincenzo La Piccirella e Severino Testa, ritenuti ai vertici del “clan La Piccirella“, nonché Franco e Roberto Nardino, a capo dell´omonimo clan, in passato vicini alla “Società foggiana”. Dall’inchiesta è stato possibile documentare come , avessero creato dei clan “autonomi” e si fossero suddivisi il territorio di San Severo, come diceva il Nardino, intercettato, ordinando un pestaggio: “Il paese è nostro” .

Gli esponenti delle due associazioni mafiose individuate usavano i metodi più violenti per realizzare le proprie attività illecite, , come dimostrano i colpi di mitra sparati contro l’auto di una vittima di estorsione, le minacce fatte recapitare ai parenti dei commercianti, il tentato omicidio (mai denunciato) dei coniugi Adriano Marchitto e Anna Gualano, commesso in S. Severo il 4 marzo 2019, reato aggravato dal metodo mafioso, per il quale la Polizia di Stato ha eseguito una seconda ordinanza cautelare emessa sempre dal GIP di Bari, su richiesta della DDA, con cui è stata applicata la custodia carceraria nei confronti di due soggetti indagati del tentato omicidio .

Il tentato duplice omicidio di cui tratta l´ordinanza si colloca nell´ambito delle dinamiche violente dei gruppi contrapposti per il controllo dello spaccio di stupefacenti (oltre che dell´usura, delle estorsioni e della ricettazione) in quell´area.  La vicenda infatti trae origine dalle indagini seguite all´omicidio di Michele Russi detto “Coccione“, avvenuto in S. Severo il 24.11.18, ucciso da due ignoti sicari nella sala da barba denominata “Li Quadri“, in cui furono anche ferite altre due persone.

Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Rhao ha lanciato un appello alla collaborazione: “Denunciate, credete nello Stato, perché la legalità sta riconquistando il territorio“.  I colpi di arma da fuoco sparati contro le auto della Polizia di Stato, parcheggiate davanti a un albergo di San Severo nell’estate 2017,  sono stati “Una sfida allo stato di incredibile sfrontatezza“, come ha dichiarato il procuratore capo di Bari e della Dda Giuseppe Volpe. Una sfida a cui però lo Stato “ha risposto facendo squadra“, ha aggiunto il procuratore di Foggia, Ludovico Vaccaro, che ha definito uno “spiraglio” le prime collaborazioni dei cittadini con le forze dell’ordine.

“Decine di arresti contro la mafia pugliese, sequestri per più un milione di euro nel reggino perché in odore di ‘ndrangheta, blitz contro i clan in provincia di Palermo. Grazie a forze dell’ordine e inquirenti. Lo Stato c’è, fa pulizia e non molla la presa: per i criminali tolleranza zero“. così il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha commentato le operazioni delle forze dell’ordine nella mattinata.

Il provvedimento cautelare ha inflitto la misura cautelare in carcere nei confronti delle seguenti persone, tutte gravate da pregiudizi:

  1. AUGENTI Leonardo, nato a San Severo  1986
  2. BELFONTE Oreste, nato a San Severo  1985
  3. BEVILACQUA Carmine, nato a San Severo 1988
  4. BOZZO Carmine Antonio, nato a Lucera 1956
  5. BRUNO Vincenzo, nato a Foggia 1985
  6. CAPOBIANCO Giacomo, nato a Lucera 1979
  7. CIOCIOLA Libero, detto “Liberino” e/o “il sindaco” e/o “il nonno” nato a San Severo (FG) 1959
  8. COLIO Luigi Donato, detto “Dino” nato a San Severo 1975
  9. DE COTIIS Daniele, detto “don ciccio” nato a San Severo 1979 (capo imputazione n. 0.70 – 0.71 – 0.72 – 0.73 – 0.105 – 0.106);
  10. DE STASIO Luciano Michele, nato a San Severo 1990
  11. DELLI CALICI Carmine, detto “Carminuccio” e/o  “‘u sgumbr” e/o “ninja”, nato a San Severo 1974.
  12. DELL’OGLIO Armando, “Dino”, nato a Milano il 1971
  13. D’ONOFRIO Vincenzo Leonardo, nato a San Paolo di Civitate (FG) il 1975
  14. IRMICI Pasquale, detto “Lino” e/o “cipolla”, nato a San Severo (FG) il 1978
  15. LA PICCIRELLA Giuseppe Vincenzo, detto “Pinuccio” e/o “il ragioniere” nato a San Severo 1958
  16. MASTROMATTEO Mario Luigi, detto “il milanese” nato a  Milano il 1983
  17. MAZZEO Raffaele, detto “il ciotto” nato a San Severo (FG) 1968
  18. MINISCHETTI Giovanni, detto “Gianni” nato a San Severo 1971.
  19. NARDINO Franco, alias “Kojac”, nato a San Severo 1963
  20. NARDINO Roberto, detto “patapuff” nato a San Severo il 24.05.1977,
  21. NARDINO Vincenzo Pietro, “Enzo”,  nato  a San Severo  (FG)  1987
  22. NARDINO Matteo Nazario, nato a San Severo 1991
  23. PISTILLO Ivano, nato a San Severo 1988
  24. ROMANO Stefano, nato a  San Severo 1989
  25. RONCADE Lucio, nato a San Severo 1979
  26. RUSSI Antonio, nato a San Severo 1983
  27. RUSSI Loredana, a San Severo 1965
  28. SARDELLA Arnaldo, detto “cinese” nato a San Severo 1985
  29. TESTA Severino, detto “Rino” e/o “il puffo” e/o “il mastro” nato a San Severo (FG) 1960
  30. TUMOLO Gennaro, nato a San Severo 1976
  31. VISTOLA Giuseppe, detto “fa fumo” nato a San Severo il 1979

Alcuni  indagati, sono stati ristretti in regime di arresti domiciliari presso le rispettive abitazioni :

  1. ASTUTI Vincenzo, nato a Napoli  1979
  2. D’AGRUMA Roberto, detto “Tup Tup”,  nato a San Severo 1981

Contestualmente, con il supporto delle Squadre Mobili di Torino, Asti, Milano, Rimini, Ascoli Piceno, Fermo, Chieti, Teramo, Campobasso, Napoli e Salerno, in esecuzione del medesimo provvedimento coercitivo, sono stati tratti in arresto:

  1. BALDASSI Giacomo, nato a Castellammare di Stabia 1972
  2. CAROLLA Francesco, nato a Santa Maria Capua Vetere 1978
  3. CONSALVO Nicola, nato a Termoli (CB) 1974
  4. DE CATO Giuseppe, nato a San Severo 1975
  5. DI GENNARO Luigi, nato a Torremaggiore (FG) 1961
  6. DI LORENZO Lorenzo, nato a San Giovanni Rotondo il 1977
  7. D’UVA Giuseppina, nata a Termoli il 1978
  8. FORTUZI Bledar, detto “Eddy”, nato in Albania il 1976
  9. FRATELLO Diego, nato a Termoli (CB) 1981
  10. IMMOBILE Gennaro, nato a Torre Annunziata il 1953
  11. LA PORTA Enza Valentina, nata a Torremaggiore (FG) 1995, destinataria della misura degli arresti domiciliari;
  12. LEO Giuseppe, nato a Torre Annunziata 1963
  13. PARISI Michele Luciano, detto “coccett” nato a San Severo (FG)1980
  14. SPIRITOSO Giuseppe, nato a Foggia 1956, alias “Papanonno”;
  15. VOLPE Antonio, nato a San Severo 1985, destinatario della misura degli arresti domiciliari.

Nel medesimo contesto operativo, è stata eseguita ulteriore ordinanza di applicazione della misura cautelare in carcere emessa in data 03 c.m. dal GIP presso il Tribunale di Bari, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura di Bari, a carico di:

  1. DE FILIPPO Michele Valentino, nato a San Severo il 1991
  2. DE FILIPPO Luigi Nazario, nato a San Severo 1993



Foggia, truffa da 1,5 milioni di euro sui fondi Ue

FOGGIA – I militari del Comando Provinciale di Foggia della Guardia di Finanza, dopo una complessa ed articolata indagine, hanno dato esecuzione ad un provvedimento di sequestro preventivo disposto dal G.I.P. presso il Tribunale di Foggia, nei confronti di 11 persone indagate a vario titolo per i reati di truffa aggravata e continuata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico.

In particolare le Fiamme Gialle della Tenenza di San Nicandro Garganico, sotto il coordinamento dalla Procura della Repubblica di Foggia, hanno scoperto un ampio sistema di frode, messo in atto a partire dai primi anni duemila da parte di vari soggetti residenti tra San Nicandro Garganico, Cagnano Varano ed Ischitella, i quali, al fine di accaparrarsi gli ingenti finanziamenti europei erogati dall’AGEA (Agenzia Nazionale per le Erogazioni in Agricoltura) e con l’aiuto di professionisti impiegati presso i Centri Assistenza Agricola preposti a redigere le domande all’aiuto, hanno prodotto falsi titoli di possesso di terreni e costituito diverse imprese, risultate in realtà essere delle vere e proprie “scatole vuote” intestate a prestanome. In tal modo, gli indagati sono riusciti per lungo tempo a raggirare l’ Ente erogatore AGEA appropriandosi di ingenti flussi di denaro pubblico dallo stesso elargiti quali sussidi per l’agricoltura.

 


La misura odierna, è riuscita a far rientrare nel patrimonio dello Stato denaro e beni per un valore equivalente a quello fraudolentemente accumulato dagli indagati per un importo complessivo pari ad € 1.587.589,33, ed ha consentito di sottoporre a sequestro,  denaro per € 175.698,61, 13 fabbricati;, 16 terreni;  7 autoveicoli e 2 motoveicoli oltre alle quote societarie relative a 4 imprese

 

 

 

 

 




Condannato a 9 anni e mezzo di carcere l'ex finanziere Piero Stabile

TARANTO – Era l’estate 2014 quando il nostro giornale iniziò ad occuparsi di un losco individuo, tale Pietro Stabile, all’epoca dei fatti maresciallo della Guardia di Finanza a Taranto  con il quale il nostro direttore ebbe un diverbio in un ristorante di uno stabilimento balneare a Lama (Taranto), a seguito del quale intervennero il Comando Generale delle Fiamme Gialle ed il Comandante provinciale di Taranto (all’epoca dei fatti) Col. Salvatore Paiano, il quale però come i fatti dimostrano non capì la predisposizione delinquenziale dello Stabile.

Un  commerciante Daniele Nunziata si era rivolto nel 2015 al finanziere Pietro Stabile, dopo aver subito minacce ed intimidazioni di vario genere, fidandosi erroneamente  dello Stabile e ritenendolo inizialmente, come un “uomo” dello Stato che avrebbe potuto salvarlo, ma gli venne detto che si trattava di una banda di calabresi n’dranghettisti che aveva preso il controllo del “pizzo” nel centro della città, e che per liberarsene il finanziare era riuscito a concordare la somma di 5mila euro.  Un comportamento questo abbastanza anomalo per un finanziere, un richiesta evidentemente insolita, che tuttavia il commerciante per mettere fine alle proprie crescenti preoccupazioni ha accettato pur di uscire da quell’inferno.

Piero Stabile

Le richieste di pagamenti che lo Stabile reiterava giustificandoli come la soluzione per tranquilizzare gli n’dranghettisti che lo avevano adocchiato, continuarono ininterrottamente sino a quando il commerciante del centro di Taranto, trovò dei buoni consigli e decise finalmente di rivolgersi alla Polizia di Stato, denunciando l’accaduto, un’azione questa che consentì così gli agenti di poter organizzare la “trappola”.

 Stabile il 18 giugno 2015 , venne arrestato in flagranza di reato  per estorsione,  dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Taranto mentre si trovava all’interno della sede delle Poste Italiane sul lungomare della città jonica, pochi attimi dopo dopo aver ricevuto una busta denaro da Daniele Nunziata un commerciante del centro di Taranto. I poliziotti  lo fermarono con in tasca ancora la busta con 5mila euro in contanti, soldi che il militare infedele aveva richiesto al commerciante per  proteggerlo dalle minacce che stava subendo ripetutamente , dall’incendio del furgone per le consegne di lavoro ai colpi di pistola sparati contro le serrande del proprio negozio ed altre intimidazioni. Di cui il realtà Pietro Stabile era il responsabile. Non esisteva nessun “clan” della N’drangheta !

A seguito dell’arresto del 2015, in attesa di giudizio il finanziere era stato successivamente scarcerato,  ed aveva iniziato a minacciare il commerciante, intimandogli di ritirare le sue querele, al punto tale da generare in lui e nella moglie, che per ironia della sorte in passato frequentava la moglie dello Stabile,  “un perdurante stato di ansia e di paura e da ingenerare un fondato timore per se e per la propria famiglia, nonché una modificazione delle proprie abitudini di vita“. Stabile venne denunciato per stalking e condannato  ad un anno e 6 mesi, a seguito di sentenza  emessa nel giugno 2017 dal Tribunale di Taranto, decisione questa confermata successivamente in secondo grado dalla Corte d’Appello.

L’ormai ex maresciallo Stabile, che è stato prima degradato a soldato semplice e successivamente espulso dalla Guardia di Finanza,  è sottoposto anche ad un terzo processo penale.  Infatti nell’ aprile 2018, era stato nuovamente arrestato in quanto ritenuto mandante di ulteriori intimidazioni incendiarie ai danni del commerciante, questa volta però incredibilmente insieme all’avvocato Massimiliano Cagnetta del Foro di Taranto, e due pregiudicati Aldo (detto Alduccio) La Neve e Salvatore Stasolla. Per quest’ultimo procedimento Stabile ha scelto il rito abbreviato e la sentenza dovrebbe arrivare entro la fine dell’estate.

Piero Stabile, secondo le accuse a suo carico aveva commissionato l’incendio del furgone utilizzato al lavoro del commerciante Nunziata che lo aveva fatto arrestare nel 2015 al La Neve , il quale a sua volta delegò lo Stasolla che aveva eseguito il tutto con la collaborazione dell’avvocato Cagnetta che nelle spedizioni punitive incredibilmente gli aveva fatto da autista.

Ieri l’ex maresciallo  Piero Stabile assistito dall’ avvocato Attavilla è  stato condannato a 9 anni e sei mesi di reclusione dal giudice Patrizia Todisco , una pena addirittura più pesante  di quella richiesta  dal pubblico ministero Ida Perrone che aveva  chiesto la condanna a 8 anni di carcere. Il giudice inoltre ha disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 50mila euro che lo Stabile dovrà pagare in favore del commerciante che si era costituito parte civile nel processo. Sarà adesso un processo civile a determinare l’ammontare del risarcimento.

 




Cassazione: "È un reato vendere prodotti derivati". Stop alla cannabis light

ROMAPer la Corte di Cassazione, la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis“, come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. La decisione arriva dalle Sezioni Unite della Suprema Corte che così pongono uno stop alla vendita della “cannabis light”.

Lo scorso febbraio la Cassazione aveva stabilito che la vendita di prodotti a base di marijuana light era legale, annullando un sequestro avvenuto ai danni di un punto vendita di Prato. Stavolta il pronunciamento va in direzione opposta. A sollevare il caso davanti alla Suprema Corte è stata la quarta sezione penale, nell’ambito di un procedimento riguardante il sequestro effettuato nei confronti di un commerciante: il Tribunale del Riesame di Ancona aveva annullato il sequestro e il Procuratore Capo del capoluogo marchigiano si era quindi rivolto alla Cassazione.

cassazione cannabis

L’avvocato Carlo Alberto Zaina che assiste il commerciante di Ancona che è stato denunciato l’estate scorsa e il cui caso è finito davanti alle Sezioni Unite, commenta: “Per come è scritta la massima della Cassazione non scioglie alcuni nodi, come quello della definizione dell’efficacia drogante. Aspetto la motivazione completa per capire di più di quello che ha portato alla decisione”.

La vendita della cosiddetta cannabis light è regolata da una legge del 2016 che ammetteva l’attività di coltivazione di canapa tra le piante agricole e elencava tassativamente i derivati da questa coltivazione che possono essere commercializzati. Secondo l’interpretazione che ne era stata fatta, era stato ammesso il commercio di prodotti a base di canapa purché il loro contenuto di Thc (vale a dire la sostanza che dà effetti psicotropi) fosse tra lo 0,2% e lo 0,6% (per fare un paragone, uno spinello «vero» contiene all’incirca il 5-8%).

Adesso invece la Cassazione ha chiarito definitivamente che quella forbice di tolleranza non si riferiva ai prodotti ma bensì al principio attivo della pianta coltivata e che la commercializzazione di cannabis “sativa L“, “e in particolare di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242 del 2016“. Conseguentemente questi prodotti non possono essere messi in vendita in nessun caso, e quindi restano regolamentati dal Testo unico sulle droghe, che li vieta tranne se sono “in concreto privi di efficacia drogante”, quindi con un Thc molto inferiore alla soglia minima.

Il Consiglio Superiore di Sanità nel proprio parere espresso nel giugno dello scorso anno, sosteneva che la vendita era impropriamente definita “legale” e stava vivendo una fase di crescita esponenziale avvalendosi di fatto di una zona “franca”. Adesso l’informazione provvisoria della Cassazione sembra fissare dei principi severi. Ma bisognerà aspettare di leggere il contenuto della sentenza completa, attesa per le prossime settimane,  per decifrare la valutazione della decisione,   e l’eventuale principio “drogante” consentito.

La decisione della Suprema Corte conferma la posizione assunta della Procura di Taranto guidata dal procuratore capo Carlo Maria Capristo che nei mesi scorsi aveva disposto la chiusura di 48 cannabis shop , compresi di distributori automatici ubicati nelle adiacenze alle scuole, imputando ai gestori dei punti vendita il reato di detenzione di modiche quantità di sostanze stupefacenti: sotto accusa nel procedimento affidato al pm Lucia Iscerici sono finite 52 persone che hanno subito il sequestro operato dalla Guardia di Finanza di Taranto, di quantitativi di cannabis sativa proveniente da semenze certificate con un Thc entro lo 0,6% .

Contattato in serata dal nostro Direttore, il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, ha espresso  la propria soddisfazione al CORRIERE DEL GIORNO a seguito della decisione adottata dalle Sezioni Unite: “Questa decisione della Suprema Corte stabilisce un principio di diritto incontrovertibile e salva al tempo stesso i nostri ragazzi“.

 




La Polizia di Stato sospende l’attività di un noto ristorante di Taranto

TARANTO – I poliziotti del Commissariato Borgo della Questura di Taranto, in collaborazione con i tecnici di Enel Distribuzione e con il personale dell’ Azienda Sanitaria Locale, hanno riscontrato nel corso di un controllo presso IL BRACIERE un noto ristorante del centro cittadino, alcune carenze strutturali della cucina, ed in quelli destinati a deposito di alimenti e negli spogliatoi.

Dai rilievi effettuati degli ispettori dell’ASL di Taranto,  sono stati rinvenuti dei generi alimentari con particolare riferimento ai prodotti ortofrutticoli, ed alla carne , alle confezioni di pasta ( soltanto 2 ) ed alcuni prodotti surgelati scaduti , che erano collocati in maniera anomala nei depositi e nelle cucine, e  che sono stati tutti posti sotto sequestro. A conclusione degli accertamenti effettuata è stata notificata, al titolare ed al gestore del ristorante l’ordinanza di sospensione immediata dell’attività. Ed eccovi copia del verbale dell’ ASL:

 

Dalla lettura attenta del verbale dell’ ASL che il CORRIERE DEL GIORNO è riuscito ad acquisire integralmente si evince solo la contestazioni di alcuni prodotti “mal conservati” secondo quanto sostenuto dagli ispettori dell’ ASL Taranto, di appena due pacchi di pasta scaduti da qualche giorno, e quindi non di merce alimentare avariata. A tale verbale seguirà un ricorso amministrativo e sarà quindi un giudice preposto a valutare e decidere se le valutazioni dell’ ASL Taranto siano state corrette o ancora una volta (e non sarebbe la prima !) esagerate.

Questa sarebbe la carenza igienica contestata: il piede di una cucina per la quale peraltro era stato già previsto un’intervento di manutenzione.

Da noi contattato il titolare dell’esercizio commerciale ci ha confermato di aver immediatamente incaricato delle ditte specializzate di ripristinare a norma le carenze contestate dall’ ASL Taranto, e che nelle prossime ore verrà effettuata la verifica da parte degli ispettori dell’ ASL previa istanza depositata presso gli uffici competenti, che dopo aver i controlli del caso rilasceranno autorizzazione alla ripresa delle attività di ristorazione.

Una procedura questa che rientra nella norma e che è stata già adottata dai numerosi ristoranti del centro cittadino e della riviera jonica colpiti da provvedimenti amministrativi. Contestualmente verrà ripristinata l’utenza elettrica morosa, ed infatti i lavori in corso sono effettuati attraverso l’utilizzo di un gruppo elettrogeno

Contestualmente i tecnici di Enel Distribuzione hanno provveduto a sospendere la fornitura elettrica del ristorante per un pregresso stato di morosità. Da ulteriori controlli gli agenti, coadiuvati dal personale di Rete Gas, hanno notato allacciato a un contatore di gas metano disattivato per morosità, sul terrazzo di uno stabile di via D’Aquino, un bypass con rubinetto che consentiva la fraudolenta fornitura del gas all’utenza morosa, il cui contatore è risultato intestata all’abitazione del gestore del ristorante controllato il quale è stato denunciato in stato di libertà per furto aggravato di gas metano.