Lo spettro del voto non salva Bonafede

Lo spettro del voto non salva Bonafede

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede traballa dopo le accuse in tv del pm antimafia Nino Di Matteo, molto amato dal popolo del M5S

di AUGUSTO MINZOLINI*

L’esponente di governo grillino la buttà lì, quasi sottovoce: «Bonafede di menate ne ha fatte tante, ma il «no» alla nomina di Di Matteo al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) non è farina del suo sacco. È venuto da molto, molto in alto».

La politica è la sala degli specchi, dove spesso confondi l’immagine riflessa con quella vera. Se poi in Italia la politica si intreccia con la giustizia, rischi di finire in un labirinto dove fatalmente ti perdi. Questa è l’esperienza che ha fatto il ministro Bonafede due anni fa, quando, a digiuno dei meccanismi di governo e di Palazzo, con l’entusiasmo di chi dopo aver fatto il dj, l’avvocato di provincia e il militante grillino, si è ritrovato sulla poltrona del Guardasigilli e ha sognato per 24 ore – di fare la rivoluzione.

Ora il capo della delegazione 5s al governo rischia di pagare a caro prezzo quel sogno repentino, subito interrotto, perché una vicenda si tira dietro l’altra, e come spesso avviene le toppe non riescono a chiudere tutti i buchi. «Il caso osserva uno dei dominus della maggioranza potrebbe essere il sassolino nell’ingranaggio che provoca l’incidente irreparabile per Conte e il suo governo». 

La pensata di Bonafede di allora, quella che doveva dare il segno del cambiamento e che il ministro si rimangiò in 24 ore, fu proprio quella di proporre al magistrato antimafia Di Matteo, eroe 5s, la direzione del Dap. L’idea aveva un suo perché nella liturgia grillina. Solo che il magistrato era stato anche il grande accusatore nel processo sulla trattativa Stato-mafia, quella dei primi anni ’90, che si imperniò proprio sul fatto che nell’estate del ’93 il responsabile del Dap dell’epoca decise di togliere centinaia di mafiosi dal regime di carcere duro.

L’operato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di allora, quindi, è stato l’elemento centrale delle teorie che stavano alla base delle congetture sulla «trattativa». Una storia che per anni ha messo a dura prova i nervi ai piani più alti delle istituzioni. Addirittura, per fare un esempio, nell’ambito di quella vicenda furono distrutte un unicum nella storia di un Paese come il nostro le intercettazioni di quattro conversazioni telefoniche tra l’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino.

Come pure il Nap non esitò a mettere in relazione la morte del suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio con le polemiche su quei fatti: «È stato esposto disse a insinuazioni ed escogitazioni ingiuriose». Senza contare che l’altro pm che lavorò sulla «trattativa» insieme a Di Matteo, Ingroia, finì proprio per questioni legate a quell’inchiesta al centro di tante polemiche che lo hanno emarginato e, poi, spinto fuori dalla magistratura. 

Figurarsi, quindi, se due anni fa dalle parti del Colle che è stato il grande mallevadore dei governi a partecipazione grillina, che ha sempre rivendicato una sorta di «continuità» con il decennio di Napolitano, potesse essere vista di buon occhio l’idea di nominare Di Matteo al Dap: paragonandola con le vicende di oggi è come se proponessero al leader cinese Xi Jinping di mettere il Segretario di Stato Usa, Michael Pompeo, il grande accusatore di Pechino per la pandemia, a capo del laboratorio di Wuhan.

Si chiamano “moral suasion” ed è inutile stare appresso ai nomi di chi le esercita, l’importante è per conto di chi: per cui quella proposta fuggita, quella promessa a Di Matteo durata poco più di un giorno, alla fine il Guardasigilli si rese conto che non era in condizione di mantenerla. I timori dei mafiosi non c’entrano nulla, semmai il grillino Bonafede per la prima volta si immerse nella realpolitik. «La cazzata del ministro – è la diagnosi dell’azzurro Enrico Costa non è quella di non aver nominato Di Matteo, ma di averci pensato. Ora dovrà dirci se ci sono state interferenze, anche istituzionali, su quelle nomine».

il magistrato Nino Di Matteo

«Ho fatto con Di Matteo – confida il leghista Luca Paolini l’accademia della guardia di finanza nell’86-87. Io lo avrei nominato al Dap, è un tipo che non guarda in faccia nessuno… ecco perché penso che nella mancata nomina ci siano state altre varabili…». Siamo al festival del «detto e non detto». Per cui la cartina di tornasole in questa vicenda che ha mille implicazioni, che mette sotto stress le fila del giustizialismo nostrano, sono i comportamenti.

Se si sceglie questa chiave di lettura si capisce perché Di Matteo abbia sputtanato l’espressione è azzeccata un ministro amico come Bonafede: per lui il processo sulla trattativa, il Dap e tutto il resto, sono ferite ancora aperte. Si arguisce perché il primo a scendere in difesa del Guardasigilli sia stato il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, e non un grillino. Si intuisce perché l’intemerata contro Di Matteo l’abbia recitata l’ultimo capo delle toghe rosse, il magistrato Armando Spataro, mentre l’icona grillina tra i giudici, Piercamillo Davigo, sia rimasto in silenzio.

Si desume perché il maître à penser del giustizialismo nostrano, , Piercamillo Davigo,di questi tempi esperto arrampicatore di specchi, con un rocambolesco ragionamento abbia dato ragione a Bonafede senza dare torto a Di Matteo per non mettere nei guai l’amato governo. Si comprende perché proprio ieri dal Quirinale, forse «per riconoscenza», abbiano fatto sapere che in caso di crisi di governo (magari su Bonafede) sarebbero inevitabili le elezioni: in questo strano Paese si rinviano le elezioni a scadenza naturale (le amministrative) e si minaccia di anticipare le politiche. E ancora, si percepisce perché nessuno dei grandi giornali né Il Corriere, né La Repubblica abbia messo la notizia dello scontro tra ministro e magistrato in prima pagina. E, infine, si fiuta il disagio dei deputati grillini che ieri hanno chiesto conto a Bonafede perché abbia detto di no a Di Matteo.

E già, è il tipico incidente che potrebbe innescare una crisi di governo. Se Salvini presenterà al Senato una mozione di sfiducia poco politicizzata, ma tutta orientata sugli errori di Bonafede, che contenga qualche elemento garantista, non è detto che l’altro Matteo non colga la palla al balzo. In fondo Renzi aveva chiesto le dimissioni di Bonafede tre mesi fa, lasciandogli solo spiraglio di rivedere la sua legge sulla prescrizione: sul punto il ministro non ha fatto nulla. In più si sono aggiunte altre defaillance: l’assenza di piani per l’epidemia nelle carceri, le rivolte con 13 morti, la concessione di regimi diversi di detenzione a centinaia di mafiosi.

Dopo tutto ciò, se il leader di Italia Viva non votasse una mozione di sfiducia contro Bonafede, «perderebbe la faccia» (il concetto è suo). Un fatto del genere sarebbe la scintilla per arrivare ad un nuovo governo, a meno che Conte non decida di andare avanti con un altro Guardasigilli. «Se Salvini gioca bene le sue carte confida Faraone il capogruppo dei renziani a Palazzo Madama, i numeri al Senato per mandare a casa Bonafede, potrebbero davvero esserci».

*tratto dal quotidiano IL GIORNALE

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