LA GRANDE CRISI DELL’IMPRENDITORIA BARESE

LA GRANDE CRISI DELL’IMPRENDITORIA BARESE

IL BARI CALCIO IN SERIE C, IL “CRACK” DELLA BANCA POPOLARE DI BARI, IL FALLIMENTO DELLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, LA FIERA DEL LEVANTE CHE NON SI FARA’, LA CESSIONE DELLA SAICAF ALLA SEGAFREDO. DOV’E’ FINITA LA BARI CHE “CONTA” ?

di ANTONELLO de GENNARO

C’era una volta la “razza padrona” di Bari, una classe di imprenditori che avevano portato in alto il capoluogo pugliese facendole conquistare l’appellativo di “Milano del Sud“. Sono passati alcuni decenni e Bari non è più la stessa Bari. Una città dove i costruttori avevano trasformato l’assetto urbanistico sviluppandolo nelle periferie allargando i confini della città, ora diventata metropolitana. La Fiera del Levante era diventata la più grande manifestazione espositiva d’ Italia, surclassando persino quella di Milano, la cui inaugurazione contrassegnava la ripresa della vita politica del Paese, inaugurata dal Presidente del Consiglio in carica.

Una Bari in cui chi scrive ha iniziato a muovere i primi passi nel giornalismo sotto la guida e gli insegnamenti di due grandi del giornalismo pugliese: Oronzo Valentini e Mario Gismondi. Una città che andava fiera dell’attività culturale del Teatro Petruzzelli sotto la gestione di Ferdinando Pinto, dove l’economia regionale ruotava intorno alla Cassa di Risparmio di Puglia, sostituita nell’ultimo ventennio dalla Banca Popolare di Bari. Dove le famiglie Romanazzi, Calabrese, Matarrese, Andidero, DeGennaro ecc. dettavano legge nel mondo dell’impresa.

Quando negli anni ’80 passeggiavo nella centrale via Sparano, troneggiava il Palazzo della famiglia Mincuzzi, che era il vero regno dell’eleganza pugliese, al cui posto adesso c’è uno dei negozi Benetton. La via più centrale e rappresentativa del capoluogo barese, dove di anno in anno chiudono i negozi di “storiche” famiglie del commercio, lasciando il posto a catene commerciali nazionali, talvolta di basso livello tipo “cash & carry”. Basta quindi fare due passi per le vie del centro per constatare che anche il commercio barese è in forte crisi. Ma come dicevano i greci “se Atene (alias i commercianti) piange” anche “Sparta (cioè gli imprenditori) non ride…

La cessione della Saicaf ai bolognesi

Il gruppo Massimo Zanetti Beverage Group Zanetti, leader a livello mondiale nella produzione, lavorazione e distribuzione di caffè tostato con la presenza in 110 Paesi ha acquisito circa il 60% dell’azienda barese Saicaf nata nel 1932, fondata dalla famiglia Lorusso, con qualche problema da risolvere. Cioè il destino di una decina di dipendenti rimasti tagliati fuori dai giochi dopo la chiusura dello stabilimento avvenuta nell’agosto 2019. Una vertenza sindacale durata esattamente due anni, conclusasi con la  la cessione del pacchetto di maggioranza della storica fabbrica di produzione di caffè del capoluogo pugliese alla società bolognese, proprietaria tra gli altri del marchio Segafredo.

La politica barese

I politici espressione del capoluogo barese avevano un “peso” nel Paese. A partire dai democristiani Vito Lattanzio e Tonino Matarrese ai socialisti Rino Formica e Giuseppe Di Vagno, per finire all’indimenticabile Pinuccio Tatarella sicuramente il più amato ed indimenticato dai baresi, che non hanno lasciato “eredi” del loro livello. Una città dove gli esponenti politici cambiano sponda passando dalla destra alla sinistra, con la tranquillità e sfrontatezza come si cambia una cravatta.

Non è un caso che un figlio del socialismo “barese” come Antonio Decaro, sia diventato il sindaco più amato d’ Italia, mentre il suo predecessore Michele Emiliano, la cui militanza giovanile nelle file del Movimento Sociale Italiano è nota a tutta la città , magistrato in aspettativa, è diventato il discusso leader regionale del Partito Democratico, da cui è dovuto uscire non rinnovando il proprio tesseramento per evitare di essere espulso dalla magistratura, dal Consiglio Superiore della Magistratura, venendo riconfermato lo scorso settembre alla guida della Regione Puglia grazie ad alleanze trasversali, e trasformisti politici come l’ex-senatore Massimo Cassano che dopo aver militato per anni nel centrodestra facendo il sottosegretario di un Governo Berlusconi adesso si è fatto il suo movimento politico pugliese che appoggia la maggioranza di centrosinistra regionale guidata da Emiliano nella nuova versione “indipendente”…dal Pd, che lo ricompensato con un bell’incarico da oltre 150mila euro l’anno !

Michele Emiliano nonostante la sua rielezione alla guida della Regione Puglia si è piazzato solo all’11° posto nella classifica del gradimento dei cittadini sui governatori di regione, recentemente stilata dal Sole24Ore con il sondaggista Noto, un risultato deludente per la sua ambizione di visibilità e peso politico su “scala nazionale”

La triste storia del Bari Calcio

Dopo la storica A.S. Bari Calcio arrivata in serie A sotto la presidenza dell’indimenticabile chirurgo prof. Angelo De Palo, passato alla famiglia Matarrese, società fallita nel marzo 2014 per la quale la Procura di Bari ha chiesto nel 2020 il rinvio a giudizio per il reato di bancarotta fraudolenta nei confronti  dell’ex presidente Figc ed ex onorevole Antonio Matarrese, vicepresidente vicario del CdA del Bari dal 2010 al 2011, l’ex parlamentare Salvatore Matarrese, consigliere della società sportiva dal 2002 al 2011, suo cugino omonimo, ad dal 2002 al 2010 e consigliere fino al 2011.

La società di calcio risorse per mano di Gianluca Paparesta nel 2014 con la costituzione del F.C. Bari 1908. sulle ceneri dell’A.S. Bari della famiglia Matarrese, venendo rilevata nel 2016 dal molfettese Cosmo Giancaspro, entrato inizialmente come socio al 5% e poi divenuto amministratore unico del club., senza che l’imprenditoria barese abbia fatto nulla per mantenere il controllo della società della propria città.

Le vicende del biennio in cui l’imprenditore molfettese è stato al timone della società, sono ben note, con i tifosi che si sono ritrovati in un battito di ciglia dal cullare il sogno della promozione in Serie A fino alla mancata iscrizione al campionato cadetto di luglio del 2018. Uno scenario che ha portato alla revoca del titolo sportivo, poi riassegnato dal Comune di Bari alla famiglia De Laurentiis, che ha rifondato la squadra partendo dalla Serie D, e che adesso milita per il secondo anno consecutivo in serie C (Lega Pro).

A volte il destino è a dir poco cinico. Infatti nel 111° compleanno della società biancorossa, fondata il 15 gennaio 1908, venne comunicato il respingimento del concordato preventivo, tentato da Giancaspro per salvare la società. F.C. Bari 1908 che è stata dichiarata fallita con debiti per circa 12 milioni di euro. Vano fu il tentativo di conservare l’affiliazione alla FIGC per provare a riscuotere i presunti crediti per 8 milioni di euro vantati in Lega. Giancaspro venne arrestato per il crack della Finpower.

La Nuova Fiera del Levante non decolla

Nell’ agosto 2017 è stata costituita la Fiera del Levante srl, la newco che deve gestire, per i prossimi sessant’anni, parte del quartiere fieristico di Bari, ovvero 90mila metri quadrati di padiglioni espositivi sui quasi 300mila complessivi. Dopo il sì dell’assemblea di Fiere Bologna spa – che si era candidata insieme alla locale Camera di Commercio è avvenuta alla privatizzazione dell’ente fieristico barese a due anni esatti dalla manifestazione di interesse del luglio 2015. Il progetto di rilancio si è arenato ed infatti quest’anno la Campionaria 2021 della Fiera del Levante ha ceduto il passo alla crisi e al Covid. Solo il 10% di richieste di prenotazione di spazi espositivi, a un mese e mezzo dall’inaugurazione, è davvero poco. Più o meno 50 su 500 disponibili.

In verità si attendeva solo l’ufficialità della decisione, arrivata alla fine dello scorso luglio, anche se Regione Puglia e Comune di Bari, sostenevano di non saperne nulla, nonostante le dichiarazioni poco rassicuranti di Alessandro Ambrosi, presidente della Camera di Commercio di Bari e della Nuova Fiera del Levante, la società cui era stata affidata nel 2017 la riqualificazione e gestione del quartiere fieristico di proprietà dell’Ente autonomo, che aveva annunciato “soluzioni drastiche”.

Il crack della Popolare di Bari

La crisi della città si era intravista ed annunciata con il “ciclone giudiziario” che si è abbattuto sulla Banca Popolare di Bari sotto la gestione della famiglia Jacobini. Gli ex vertici della Popolare di Bari, tra cui Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, rispettivamente ex presidente ed ex condirettore generale dell’istituto di credito, sono stati arrestati a gennaio dell’anno scorso. I reati contestati sono a vario titolo il falso in bilancio, il falso in prospetto, le false comunicazioni e ostacolo alla vigilanza.  Sono stati circa tremila i risparmiatori ammessi come parte civile dal Tribunale di Bari nell’ambito del processo per il cosiddetto crack della Banca Popolare di Bari.

Marco e Gianluca Jacobini, ex presidente ed ex condirettore generale della Popolare

La maratona giudiziaria della Popolare di Bari è arrivata a una svolta importante per Vincenzo De Bustis, l’ex amministratore delegato 70enne dell’istituto pugliese commissariato due anni fa da Bankitalia e poi salvato dal crack con l’intervento e i soldi pubblici del Mediocredito Centrale. De Bustis, un banchiere di lungo corso in passato al vertice anche del Monte dei Paschi, è stato rinviato a giudizio per il reato di falsa testimonianza. Il processo, fissato per il 2 febbraio dell’anno prossimo, vedrà comparire per la prima volta De Bustis come imputato in un procedimento, tra i tanti, che riguardano la passata gestione della Popolare di Bari.

Il procuratore facente funzione della procura di Bari Roberto Rossi ed il pubblico ministero Savina Toscani come racconta l’ottimo collega Vittorio Malagutti del settimanale L’ESPRESSO, hanno infatti chiesto e ottenuto il processo per l’ex amministratore delegato della Popolare perché le sue parole appaiono in contrasto con quanto lo stesso De Bustis aveva a suo tempo disposto nel 2013, in qualità di direttore generale della Popolare di Bari, con un provvedimento da lui stesso firmato. In questo atto interno della banca, che recepiva una circolare di Bankitalia, si attribuiva al Chief Risk Officer (cioè Luca Sabetta) un potere di veto sulle “operazioni di maggior rilievo”, categoria, quest’ultima a cui apparteneva di sicuro un’acquisizione come quella di Tercas.

Con la sua testimonianza, De Bustis avrebbe quindi cercato (dicendo il falso, secondo i pm) di sminuire il ruolo di Sabetta, contestando la legittimità del suo intervento come responsabile dei rischi. A gennaio del 2019, quando ha testimoniato nella causa di lavoro, l’allora consigliere delegato della Popolare di Bari sapeva bene che il manager licenziato tre anni prima aveva dato un contributo decisivo alle indagini in corso sulla gestione della banca. 

Il fallimento della Gazzetta del Mezzogiorno

Nel giugno 2020 il Tribunale di Bari ha dichiarato il fallimento delle società “Edisud” (che editava la Gazzetta del Mezzogiorno) e della “Mediterranea” proprietaria della testata. Il giudice ha accolto la richiesta della procura che aveva chiesto la dichiarazione di fallimento per i circa 50 milioni di debiti accumulati. I guai per lo storico quotidiano barese cominciarono il 24 settembre 2018 quando la procura antimafia di Catania mise i sigilli ai beni dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo per un valore di 150 milioni di euro: tra questi le quote della Gazzetta del Mezzogiorno, del quotidiano La Sicilia, delle emittenti televisive regionali siciliane Antenna Sicilia e Telecolor e la società che stampa quotidiani Etis.

Dopo il fallimento le rispettive curatele fallimentari nominale dal Tribunale di Bari hanno pubblicato un bando per l’esercizio provvisorio per 6 mesi del quotidiano barese, a cui ha partecipato soltanto una società, la Ledi Edizioni srl, società del gruppo Ladisa, colosso della ristorazione aziendale con oltre 6mila dipendenti e 16 sedi sparse su tutto il territorio nazionale, che aveva messo in piedi un vero progetto industriale, con una nuova sede tecnologica, una concessionaria pubblicitaria interna e sopratutto un nuovo direttore degno di essere chiamato tale, e cioè Michele Partipilo. Ma anche in questo caso è successo qualcosa di molto strano.

A 15 giorni dalla scadenza dell’esercizio provvisorio (il 31 luglio 2020) i curatori fallimentari hanno chiesto alla Ledi una proroga, non di sei mesi come previsto nel bando originale, ma di solo ulteriori 30 giorni e cioè per arrivare alla fine di agosto quando dovrebbe essere presa una decisione sulle due proposte di acquisto della Gazzetta del Mezzogiorno presentate dalla Ledi e dalla società Ecologica, della famiglia Miccolis di Castellana Grotte, che secondo voci attendibili sarebbe affiancata in cordata dal Gruppo CISA di Massafra controllata dal condannato e plurindagato imprenditore Antonio Albanese, specializzato in discariche ed acquisizioni fallimentari.

La Ledi srl ha comunicato secondo noi giustamente la propria indisponibilità a prorogare di ulteriori 30 giorni i sei mesi previsti il fitto di azienda, contestando al Tribunale fallimentare e alle curatele di aver seguito tempi troppo lunghi per l’assegnazione definitiva della testata, di proprietà della società Mediterranea, anche questa in procedura fallimentare.

Risultato ? Dallo scorso 1 agosto, la Gazzetta del Mezzogiorno non esce più in edicola, ed il giornale è rientrato nella disponibilità esclusiva della curatela fallimentare di Edisud e con esso tutti i rapporti di lavoro: 144 tra giornalisti e poligrafici sono stati automaticamente retrocessi senza soluzione di continuità, con effetto dal primo agosto, alla società Edisud in fallimento. Si dovrà ora attendere che si concludano le procedure di votazione sui piani di concordato per Mediterranea presentati dalle società Ledi srl ed Ecologica spa. A questo punto rimane solo da augurarsi che anche la Gazzetta non faccia la fine del Bari Calcio gestione Giancaspro. Anche perchè in un malaugurato caso ci sarebbe il rischio di non poter applicare il detto latino “pecunia non olet” (i soldi non puzzano). Lascio a voi capire il perchè.

Lasciatemi in conclusione una domanda rivolta alla Bari che “conta”: ma dove sono finiti gli imprenditori quelli “veri”, che amano realmente la propria città ed i propri simboli ? Si fa fatica a cercarli e riconoscerli. Esiste ancora la “razza padrona” a Bari ?

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