Il datagate sulla Fake News fa tremare Facebook. Cade la prima testa: il capo della sicurezza si è dimesso

Il datagate sulla Fake News fa tremare Facebook. Cade la prima testa: il capo della sicurezza si è dimesso

Tutti da Londra a Washington  chiedono chiarezza su quello che si sta delineando come un vero e proprio ‘datagate’. Anche l’Unione Europea protesta , definendo quanto accaduto “inaccettabile”.

Alex Stamos

di Francesca Laura Mazzeo

ROMA –  In seguito al datagate che ha investito Facebook, si è dimesso  Alex Stamos il responsabile della sicurezza della sicurezza delle informazioni , che ha parlato di “disaccordi interni” su come affrontare la vicenda e su come i vertici del gigante dei social media hanno gestito la questione delle fake news che vengono diffuse attraverso la piattaforma.

Stamos ha lasciato Facebook in polemica con il direttore generale del gruppo Sheryl Sandberg, come scrive il New York Times  dopo aver più volte esortato i vertici di Facebook a mostrare la massima trasparenza nello scoprire e svelare le attività di disinformazione della Russia sulla sua piattaforma.

L’addio di Stamos viene letto come un evidente segnale delle tensioni interne che stanno attraversando in queste ore il gruppo dirigente di Facebook, nel periodo più tempestoso che il colosso dei social media sta vivendo dalla sua nascita.

Questa volta a Facebook tremano. Ed il primo a rendersene conto e’ proprio il suo fondatore Mark Zuckerberg, mai come questa volta nell’occhio del ciclone. Tutti da Londra a Washington  chiedono chiarezza su quello che si sta delineando come un vero e proprio ‘datagate‘. Anche l’Unione Europea protesta , definendo quanto accaduto “inaccettabile“. Le ripercussioni in Borsa non si fanno attendere, e sono un inequivocabile segnale del terremoto che sta scuotendo il gigante dei social media: dopo le rivelazioni del Guardian e del New York Times il titolo e’ crollato  arrivando a perdere oltre il 7%, (mai così male dal 2012)  trascinando in basso il mercato finanziario di Wall Street.

 

La tensione nel quartier generale di Menlo Park dove ha sede Facebook , nel cuore della Silicon Valley, , è ai massimi livelli . L’accusa e’ grave, ed e’ quella di aver ignorato o, ancor peggio, di aver tenuto all’oscuro gli utenti su quanto accaduto: le informazioni su oltre 50 milioni di persone raccolte attraverso una app da una societa’ di ricerche – la Global Science Research (Gsr)- e vendute alla controversa Cambridge Analytica, azienda che ha lavorato per la campagna di Donald Trump. Quelle informazioni infatti sarebbero state usate anche per influenzare il voto sulla Brexit.

Le autorita’ britanniche hanno gia’ chiesto un mandato di perquisizione della Cambridge Analytica, accusandola di non collaborare. L’ obiettivo e’ quello di scandagliare anche i server della societa’. La polemica sul ‘ruolo politico’ di Facebook fa un salto di livello enorme, ma questa volta rischia di travolgere il social network  fondato da Zuckerberg che conta nel mondo oltre due miliardi di utenti. La spiegazione ufficiale e’ che l’autorizzazione per raccogliere dati attraverso l’app ‘thisisyourdigitallife era stata fornita esclusivamente per scopi accademici. E che quando e’ stata scoperta la vendita delle informazioni alla Cambridge Analytica sia questa che la Gsr sono state radiate dal social network.

A smentire questa versione difensiva c’e’ Aleksandr Kogan, l’accademico che in prima persona ha gestito la raccolta dei dati: “Non sono una spia russa e sono pronto a parlare con l’Fbi e davanti al Congresso americano o al parlamento britannico. E non abbiamo mai detto che il nostro progetto era finalizzato ad una ricerca universitaria“. Cresce quindi ancor di piu’ dunque la pressione su Zuckerberg, a cui viene chiesto di spiegare ufficialmente e davanti alle sedi istituzionali la dinamica di quanto accaduto. Anche perche’ –  come rivela il quotidiano inglese  GuardianJoseph Chancellor, il cofondatore della Gsr insieme a Kogan, e’ attualmente un dipendente di Facebook: lavora come psicologo e ricercatore nella sede centrale di Menlo Park e fu assunto nel 2015, quando gia’ la vendita definita “illegale” dei dati a Cambridge Analytica era avvenuta. Un altro aspetto questo che potrebbe rivelarsi alquanto imbarazzante per il colosso dei social media.

Mark Zuckerberg , CEO Facebook

Su quest’ultimo intanto si scaglia anche l’ira di Bruxelles: “Il cattivo uso per fini politici di dati personali appartenenti agli utenti di Facebook, se confermato, è inaccettabile, spaventoso”, ha commentato la Commissaria Ue alla giustizia Vera Jourova, appena arrivata negli Usa dove incontrerà i responsabili della società di Zuckerberg e rappresentanti dell’amministrazione Trump, che ha aggiunto “Seguiamo da vicino l’evoluzione del caso Facebook. Per l’Unione europea la protezione dei dati personali è un valore.Con il potere informativo che converge verso un solo destinatario”, cioè le media company come Facebook, “si sta creando una nuova geografia dei poteri, che tende a cambiare la natura delle democrazie moderne”. 

La vicenda “Cambridge Analytica“, si sta riflettendo anche sulla politica italiana, poichè la società è stata consulente di un partito politico del nostro paese. Per Michele Anzaldi del Pd, è opportuno che il ministro dell’Interno, Marco Minniti, e il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, si attivino per verificare se questa notizia corrisponda al vero e, qualora sia appurato il rapporto tra la società inglese e un partito italiano, se non sia opportuno consegnare tutte le carte alla magistratura”.

Per Anzaldil’identikit del partito italiano per il quale avrebbe lavorato Cambridge Analytica nel 2012, così come delineato dai giornali, farebbe pensare alla Lega“. Deborah Bergamini, deputata e responsabile Comunicazione di Forza Italia  in una nota dichiara che “Chiunque rispetti la democrazia non può che dirsi preoccupato per quanto sta emergendo dal clamoroso caso Facebook-Cambridge Analytica. L’utilizzo di dati personali e psico-attitudinali a fini politici, in violazione della privacy di milioni di persone, è un tema su cui una democrazia matura ha il dovere di interrogarsi“.

Sulla vicenda è intervenuto anche il  Garante dell’ Unione Europea della privacy Giovanni Buttarelli,”La sempre maggiore pervasività” di algoritmi basati sui dati personali “nelle nostre vite ha un impatto articolato sull’impegno civico nel processo decisionale e sulle barriere al coinvolgimento pubblico nei processi democratici” e provoca “una crisi di fiducia nell’ecosistema digitale” aggiungendo  “è ora il momento di estendere la collaborazione tra i garanti per la privacy a quelli delle telecomunicazioni ed elettorali”Antonello Soro, garante della privacy in Italia,  intervistato dal quotidiano Il Mattino, ha così commentato il caso Cambridge Analytica:”è a rischio la libertà di scelta“.

 

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