Desecretati atti Cts sul Covid19: i “tecnici” erano contrari al lockdown totale

Desecretati atti Cts sul Covid19: i “tecnici” erano contrari al lockdown totale

Il Comitato Tecnico Scientifico sull’emergenza Codid19 avrebbe voluto dividere l’Italia in due il 7 marzo. Conte decise per la chiusura totale dopo la fuga di notizie e dalla Lombardia. Nelle carte però mancano le riunioni su Alzano e Nembro

di Redazione Politica

Nel documento riservato inviato al ministro della Salute Roberto Speranza e pubblicato solo oggi sul sito della Fondazione Einaudi emerge che il 7 marzo, cioè quarantotto ore prima del “lockdown” totale, quando il Comitato tecnico scientifico si riuniva per verbalizzare le indicazioni da fornire al governo sull’emergenza Coronavirus proponendo di “adottare due livelli di misure di contenimento: uno nei territori in cui si è osservata maggiore diffusione del virus, l’altro sul territorio nazionale”

Ma il 9 marzo cioè 48ore dopo il presidente del Consiglio Conte decise con un suo provvedimento il lockdown totale, ovvero misure uguali per tutto il territorio nazionale. Una decisione che generò non poche accese polemiche politiche e scontri tra i governatori. C’era chi come Attilio Fontana, il presidente della Regione Lombardia, pretendeva che l’Italia intera si uniformasse affinché la sua regione non restasse indietro, mentre gli amministratori del Sud, dove vi erano meno contagi, chiedevano misure restrittive più morbide per alleggerire la crisi economica. Peraltro una fuga di notizie provocò la corsa notturna soprattutto degli studenti fuori sede a prendere d’assalto i treni notturni che portavano dal Nord al Sud.

Cinque verbali del comitato tecnico scientifico adesso sono consultabili online, compreso uno sui cui era stato posto il segreto. Nei testi sono presenti raccomandazioni e consigli per gestire l’emergenza coronavirus. Sono oltre 200 pagine che pubblichiamo, almeno per quanto riguarda i testi desecretati, contenenti le misure messe poi in campo dal Governo per limitare la diffusione dell’epidemia e iniziano fin dai primi giorni, quando cioè a Codogno viene individuato il “paziente 1”, Mattia.

Tutti vengono richiamati negli stessi decreti emenati dall’esecutivo. Il primo documento è del 28 febbraio, poi uno del 1 marzo, e poi, ancora del 7 marzo del 30 e infine un verbale del 9 aprile. I pareri degli esperti vanno dalla necessità di istituire zone rosse, ma non c’è il testo relativo alla mancata zona rossa in Val Seriana, al divieto di abbracci, fino al suggerimento di chiudere le scuole e di sospendere gli eventi pubblici e quelli sportivi.

Dei territori in cui vi era maggiore rischio di contagio facevano parte le cosiddette “zone rosse” e “zone gialle” che il Comitato propone di unificare. Nello specifico quindi si raccomandavano misure più rigorose in Lombardia e nelle province di Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini e Modena, Pesaro Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Alessandria e Asti”. Misure rigorose che prevedevano la chiusura totale di ogni tipo di attività, la chiusura dei luoghi di culto e lo stop agli spostamenti di ogni tipo.

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Per quanto riguarda i provvedimenti da adottare per contenere la diffusione del virus su tutto il resto del territorio nazionale il Comitato tecnico scientifico aveva dato altre indicazioni: “Apertura al pubblico dei musei ed altri istituti e luoghi della cultura a condizione che assicurino modalità di fruizione contingentata tali da evitare assembramenti di persone; svolgimento delle attività di ristorazione e bar con obbligo di far rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro; sospensione delle attività di pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse, sale bingo e discoteche; divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena; limitazioni della mobilità ai casi strettamente necessari; sospesi i servizi educati per l’infanzia e attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado; sospensione delle attività svolte dai tribunali; apertura luoghi di culto condizionata all’adozione di misure volte a evitare assembramenti; raccomandato presso tutti gli esercizi commerciali l’accesso con modalità contingentate e misure volte a evitare assembramenti”.

verbale-14-del-1-marzo-2020

I documenti sono stati pubblicati dalla Fondazione Einaudi che aveva chiesto l’accesso ai verbali ad aprile. Accesso inizialmente negato che ha scatenato una battaglia legale finita davanti ai giudici del Consiglio di Stato. Nel testo del 28 febbraio, una settimana dopo l’individuazione del primo caso, il comitato suggerisce già di rivedere le misure per tre regioni “Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto”, dove c’è, si legge, “una situazione epidemiologica complessa”.

Due giorni dopo l’esecutivo adotta un Dpcm che riprende quella raccomandazione e quindi blocca in quelle regioni eventi e manifestazioni sportive, a meno che “non si svolgano a porte chiuse”, vieta la trasferta dei tifosi, sospende l’attività scolastica, ma, per esempio, riapre musei e luoghi di culto, come suggerito dagli stessi esperti, a condizione che “assicurino modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone e sospende”. Mancavano ancora 10 giorni alla chiusura adottata per la Lombardia e altre 14 province, e 11 al lockdown del 10 marzo.

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Proprio sul momento del “lockdown” fa luce un altro dei documenti desecretati, quello del 7 marzo su cui è riportata la scritta “riservato”. In quella data, infatti, il comitato tecnico scientifico suggerisce misure più rigorose proprio per la Lombardia e le province (11 non 14) di Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini e Modena, Pesaro Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Alessandria e Asti, ma non per tutta Italia.

A distanza di 48 ore, però dopo un primo Dpcm in cui il Governo segue la differenziazione suggerita dal Gomitato, l’esecutivo ne emana un altro, quello del 9 marzo entrato in vigore il 10 che dà inizio al lockdown su scala nazionale fino al 3 aprile. Un’accelerazione, spiegava il premier Conte nella conferenza stampa per il secondo Dpcm, che serve “a contenere l’avanzata del virus”. In un solo giorno, infatti, sono 1797 i nuovi positivi, contro i 1326 del giorno precedente. E, inoltre, nelle stesse ore, dopo l’annuncio della chiusura della Lombardia, centinaia di persone prendono d’assalto i treni per “fuggire” verso sud. Molti si recano nella stazione milanese di a Porta Garibaldi per cercare di prendere l’Intercity notturno diretto a Salerno mentre in stazione Centrale sempre a Milano la Polizia Ferroviaria è costretta ad intervenire per mantenere la calma.

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Il braccio di ferro tra Fondazione e Governo

La questione giuridica era delicatissima perché la Fondazione Luigi Einaudi , che ha come “fine”quello di promuove la conoscenza e la diffusione del pensiero politico liberale, ritiene che le misure del governo abbiano compresso diritti e libertà di rango costituzionale e che quindi quei verbali con i pareri degli scienziati debbano essere noti.

La Fondazione aveva presentato la richiesta fatta alla Protezione civile, ma con due comunicazioni, del 4 e del 13 maggio, la risposta era stata negativa. Pertanto il 26 maggio è stato presentato il ricorso al Tribunale amministrativo che ha accolto le ragioni della Fondazione. Contro il verdetto del Tar del 22 luglio) il Governo ha presentato ricorso (28 luglio) opponendo di fatto il segreto perché si tratta di atti amministrativi e perché devono essere tutelati “la sicurezza pubblica” e “l’ordine pubblico”. Il confronto fino a ieri pendeva davanti ai giudici del Consiglio di Stato che il 10 settembre avrebbe deciso se i verbali dovevano essere pubblici oppure no.

La sospensiva del Consiglio di Stato e la citazione del Freedom of information act  

La sospensiva tecnica firmata dal presidente della III sezione del Consiglio di Stato, Franco Frattini, lasciava intuire in quale direzione sarebbe andata la successiva decisione. Secondo il giudice amministrativo i decreti e di conseguenza i verbali “sono caratterizzati da assoluta eccezionalità, e auspicabilmente, e unicità”. Ma per il magistrato evidenzia che “non si comprende, proprio per la assoluta eccezionalità di tali atti perché debbano essere inclusi nel novero di quelli sottratti alla generale regola di trasparenza e conoscibilità da parte dei cittadini, giacché la recente normativa – ribattezzata Freedom of information act sul modello americano – prevede come regola l’accesso civico” e come eccezione la non accessibilità.

Quei provvedimenti “hanno costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini, costituzionalmente tutelati ma non contengono elementi o dati che la stessa appellante abbia motivatamente indicato come segreti”, “le valutazioni tecnico-scientifiche si riferiscono a periodi temporali pressocché del tutto superati” e ”la stessa Amministrazione, riservandosi una volontaria ostensione fa comprendere di non ritenere in esse insiti elementi di speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini”.

Quindi era concessa la sospensiva affinchè fosse un collegio a decidere nel merito. Ma a questo punto l’udienza non sarà più necessaria. “La trasparenza è un principio imprescindibile delle liberal-democrazie, che impone la pubblicazione di tutti gli atti riguardanti la compressione, più o meno incisiva, di diritti e libertà di rango costituzionale – si legge in una nota – In tal senso, la Fondazione Luigi Einaudi auspica che il Governo compia l’ulteriore passo sulla strada della trasparenza e pubblichi autonomamente tutti gli altri verbali del comitato tecnico scientifico, utilizzati a supporto dei vari Ddpcm adottati dal Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nel corso della pandemia da Covid 19″.

Palazzo Chigi

Nei documenti resi pubblici grazie alla Fondazione Einaudi, non vi è traccia invece, del verbale del 3 marzo quando il Comitato tecnico scientifico si riunì per stabilire le misure di contrasto al Coronavirus ad Alzano e Nembro, in provincia di Bergamo, una vicenda che nelle scorse settimane ha innescato un rimpallo di accuse in particolare tra Regione Lombardia e Palazzo Chigi.

La fondazione Luigi Einaudi ha ottenuto dalla Protezione civile cinque verbali, per circa 300 pagine, relative alle riunioni n.12 del 28.2.2020; n.14 dell′1.3.2020; n.21 del 7.3.2020; n.39 del 30.3.2020 e n.49 del 9.4.2020. “Quelli citati nei decreti del presidente del Consiglio”, spiega l’avvocato Rocco Todero della Fondazione Einaudi, che aggiunge: “Ora ci aspettiamo che il governo dia tutti i verbali, anche quelli di Alzano e Nembro, se non lo farà siamo pronti a sottoscrivere un nuovo accesso agli atti”.

verbale-completo-CTS-n-49-del-09-04-2020

Palazzo Chigi ha consegnato i verbali alla fondazione Luigi Einaudi dopo che ieri anche il Copasir (il Comitato Parlamentare sui servizi segreti) ha chiesto di renderli pubblici. “Per noi è importante sottolineare l’approccio non partigiano alla questione. Si trattava di una battaglia di trasparenza e non giudichiamo nel merito le scelte. C’è stata – dice l’avvocato Todero che ha seguito tutto l’iter legale – la più grande limitazione delle libertà individuali durante un lungo periodo ed è giusto che i cittadini sappiano quali erano le ragioni scientifiche, oggettive ed epidemiologiche alla base”.

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