La Cassazione ha assolto il colonello dei carabinieri, Lorenzo Sabatino, già comandante provinciale dei carabinieri di Messina, ed ancora prima alla guida del Nucleo Operativo del Comando Provinciale di Roma dell’ Arma, nell’ambito del procedimento sui depistaggi legati al caso di Stefano Cucchi, deceduto il 15 ottobre del 2009 a Roma, sette giorni dopo il suo arresto. Sono stati quindi rigettati i ricorsi dei carabinieri per i quali era stata riconosciuta in appello l’intervenuta prescrizione o condanna. Tra i prescritti figurano il generale Alessandro Casarsa, ed i colonnelli Luciano Soligo e Francesco Cavallo.
Precedentemente alla decisione dei giudici, il sostituto procuratore Tomaso Epidendio aveva richiesto per il colonnello Sabatino che ha rinunciato alla prescrizione, l’annullamento senza rinvio, con la formula “perché il fatto non sussiste”, sostenendo “la contradditorietà e illogicità della sentenza”, della condanna a un anno e tre mesi comminata in appello all’ufficiale dell’Arma. E aveva chiesto anche il rigetto dei ricorsi di Francesco Di Sano e Luca De Cianni e l’inammissibilità dei ricorsi presentati dal generale Alessandro Casarsa, e dagli ufficiali Luciano Soligo e Francesco Cavallo.
Il ricorso era stato avanzato dai sei appartenenti dell’ Arma dei Carabinieri che nel giugno 2025 erano stati dichiarati prescritti o condannati nell’ambito del procedimento di secondo grado. Oltre Sabatino, a De Cianni è stata inflitta una pena a 2 anni e mezzo. “La Corte di Cassazione ha annullato le sentenze di condanna senza rinvio: il che vuol dire che esistevano le condizioni già nei precedenti gradi merito per assolvere Lorenzo Sabatino. Finalmente, si restituisce l’onore ad un servitore dello Stato colpito da un’indegna campagna di fango, da parte di chi voleva condizionare le decisioni giudiziarie a proprio esclusivo vantaggio economico”. Così all’Adnkronos l’avvocato Adolfo Scalfati, difensore del colonnello dei carabinieri. “Nessun depistaggio. Ma condotte osservanti la legalità che taluno in evidente malafede aveva inteso strumentalmente travisare”, conclude.
Con la decisione d’Appello erano stati assolti Massimiliano Colombo Labriola e Tiziano Testarmata, e ridotta invece la pena a 10 mesi per Francesco di Sano. Le accuse contestate nel procedimento, nato dall’inchiesta del pm Giovanni Musarò, a vario titolo e a seconda delle posizioni, andavano dal falso, al favoreggiamento, all’omessa denuncia e calunnia.

Le motivazioni della sentenza
Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado i giudici della seconda sezione della Corte di Appello di Roma avevano sottolineato che “nella catena degli accadimenti immediatamente precedenti, concomitanti e immediatamente susseguenti la stesura delle annotazioni incriminate, la sentenza ha accertato come si siano verificate una serie di anomalie che, tutte insieme considerate, hanno dimostrato che l’intento dei carabinieri, comandati da Casarsa, che all’interno, all’esterno e verso le altre Istituzioni doveva rispondere dell’operato dell’Arma romana, non è stato quello di trovare ‘la mela marcia’, ossia di approfondire realmente la dinamica degli eventi ma, al contrario, di restituire una realtà di comodo”. Con la decisione dei Supremi Giudici, quindi, diventano definitive due condanne e tre prescrizioni, mentre per il colonnello Sabatino, dopo la condanna in primo e secondo grado, è arrivata l’assoluzione definitiva della Suprema Corte di Cassazione “perché il fatto non costituisce reato”.
Legale di parte civile: “Ora spetta allo Stato e all’Arma rimediare agli errori fatti”
“Con questa sentenza si chiude un capitolo doloroso” commenta, parlando con l’Adnkronos, l’avvocato Diego Perugini, legale di parte civile di Nicola Minichini, uno dei tre agenti della Polizia Penitenziaria, finiti sul banco degli imputati nel primo processo Cucchi e, poi, assolti in via definitiva per non aver commesso il fatto, e di Riccardo Casamassima, l’appuntato dei carabinieri teste chiave che, con le sue dichiarazioni, ha consentito la riapertura dell’inchiesta sulla morte di Cucchi. “La Corte Suprema ha messo un sigillo di legalità a troppi anni di ingiustizia: un calvario lungo 16 anni per Nicola Minichini è stato necessario per accertare che le accuse che gli erano state mosse erano state costruite a tavolino; 7 anni per Riccardo Casamassima per concludere un percorso di sofferenza e vessazioni” ha detto il legale. “Ora spetta allo Stato, all’arma dei Carabinieri, che ha gli anticorpi per fronteggiare questa dolorosa vicenda e rivendicare il proprio assoluto prestigio, rimediare agli errori fatti. Lo devono a Nicola e a Riccardo. Lo devono alla giustizia. Lo devono agli alti principi – sottolinea il penalista dopo la sentenza della Cassazione sui depistaggi – che ne connotano l’agire da sempre. È ora il tempo di chiudere questo capitolo. Diano seguito alle condanne comminate senza ulteriore indugio, si provveda a ristorare i danni e si volti pagina“, conclude.






