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27 Settembre 2026 01:32

Demonizzazione reciproca si rivela boomerang, riflettere sul linguaggio della politica

Anni ed anni spesi nella demonizzazione reciproca hanno finito per concorrere alla demonizzazione della politica nel suo insieme. Come a dire che l’arma con cui ci siamo combattuti a vicenda -da destra, da sinistra, perfino dal centro- è stato il boomerang.
di Silvia Signore

Di fronte al dolore, alla malattia, all’apprensione, alla paura, insomma di fronte a tutto quello che evoca l’umana debolezza, e tanto più la debolezza dei potenti, si dovrebbe forse rimanere in silenzio e non trarne materia né di controversia e neppure di indiscrezione. Ma quando invece l’argomento diventa di pubblico dominio questa ritrosia si capovolge quasi nel suo opposto. E così l’intervista di Dario Franceschini che rivela con mano leggera i malanni della sua salute e le vicissitudini di Alessandro Di Battista ricoverato d’urgenza in un ospedale cubano diventano a un tratto l’occasione, se non proprio di una pacificazione dei nostri animi politici, almeno di una parziale, provvisoria attenuazione di quei linguaggi ferini che ne costituiscono da un po’ di tempo la stridente colonna sonora.

Segno che forse c’è, a margine della nostra quotidianità polemica e qualche volta perfino esacerbata, anche un diffuso bisogno di cambiare copione. E segno anche, pur senza immaginare il disarmo delle nostre controversie, che il registro adottato quotidianamente un po’ da tutti, l’uno contro l’altro, sta cominciando a stancare il pubblico e forse anche i protagonisti. Si può osservare anche che paradossalmente proprio il fatto che le uniche figure politiche che vengono degnate di un briciolo di riguardo siano appunto coloro che attraversano problemi di salute fa pensare che la grazia sia un’eccezione e che la regola sia quella della più sommaria (in)giustizia. Quasi a dire che solo il leader politico in estrema difficoltà riesce a convogliare su di sé quella forma di riguardoso rispetto che sarebbe invece dovuto a tutti. Il fatto è che il linguaggio politico è sempre un ibrido tra nobili parole e parole più affilate e anche un po’ triviali. Le prime vengono adoperate più raramente, e mai a vantaggio di chi non è dalla nostra parte, delle altre tendiamo ad abusare pensando che non torneranno mai addosso a chi le pronuncia.

E però, in un caso e nell’altro, varrebbe la pena di richiamare Leonardo Sciascia quando annotava che “le parole non sono come i cani cui si può fischiare e richiamarli”. E dunque quelle parole – quelle garbate e quelle contundenti – fanno poi quasi sempre testo al di là delle intenzioni e dei calcoli di chi le pronuncia. Il fatto è che il linguaggio della politica non è sempre una maschera, né una sovrastruttura. E neppure un copione che si possa affidare a un esercito di ghostwriters in cerca di frasi che colpiscano nel segno. Quel linguaggio, semmai è una rivelazione. Magari involontaria, ma significativa. Racconta il nostro inconscio, e tanto più lo svela quando ci capita di cambiarlo. Si parla per convincere gli elettori, certo. Ma quel linguaggio, che sia studiato ad arte o che venga fuori da sé, come per istinto, racchiude da qualche parte l’anima di ognuno di noi. E dunque, attraverso di noi, anche l’anima del paese.

Forse è su questo che dovremmo riflettere. Cioè sul fatto che anni e anni spesi nella demonizzazione reciproca hanno finito per concorrere alla demonizzazione della politica nel suo insieme. Come a dire che l’arma con cui ci siamo combattuti a vicenda -da destra, da sinistra, perfino dal centro- è stato il boomerang. Che ora ci torna addosso, quasi implacabilmente. Così, se appena ci si offre l’occasione di cambiare registro sembriamo d’un tratto ansiosi di farlo. Come a espiare gli eccessi di prima.

E’ ovvio che tutta questa perorazione di buone maniere corre sempre il rischio di lasciare il tempo che trova. Tanto più a ridosso della fine della legislatura, quando tutti si stanno già armando in vista della campagna elettorale. E però non deve essere un caso se, non appena se ne presenta l’occasione, accorrono tutti alla ricerca di parole più appropriate, perfino più affettuose, da rivolgere ai propri avversari. Forse allora sarebbe il caso di provare a mettere le nostre dispute su un binario più rispettoso dell’umanità di tutti noi. Senza che per arrivare a tanto si debba aspettare di dover fare i conti con la maggiore difficoltà altrui

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