DAGLI STADI DI CALCIO DELLA SERIE A AL CARCERE: LA PARABOLA DISCENDENTE DELL’EX CALCIATORE FABRIZIO MICCOLI

DAGLI STADI DI CALCIO DELLA SERIE A AL CARCERE: LA PARABOLA DISCENDENTE DELL’EX CALCIATORE FABRIZIO MICCOLI

L’aggravante del metodo mafioso ha escluso qualsiasi possibile beneficio in favore dell’ex calciatore. A pesare nella decisione della Cassazione, i rapporti dell’ex bomber dei rosanero “con soggetti gravitanti nel mondo criminale mafioso del capoluogo siciliano”, di cui secondo la Suprema Corte “aveva mutuato linguaggio e atteggiamenti”.

di DANIELA GUASTAMACCHIA

L’ex calciatore Fabrizio Miccoli si è consegnato nel carcere di Rovigo dopo la condanna definitiva subita a 3 anni e mezzo per estorsione aggravata dal metodo mafioso nell’udienza in Cassazione davanti alla seconda sezione che ha respinto il ricorso. Si è bruciato con le amicizie pericolose come il nipote prediletto di Matteo Messina Denaro con cui aveva legato a Palermo, contatti inammissibili per un idolo delle folle. Ad accompagnare il 42enne ex attaccante nel carcere di Rovigo è stato il proprio legale Antonio Savoia del foro di Lecce, che si è lamentato della diffusione delle notizie riguardanti il suo assistito prima che gli venisse notificato l’ordine di esecuzione. “Fabrizio è un uomo distrutto”, il commento del suo avvocato. L’Ansa spiega anche il motivo per cui, Miccoli abbia deciso di costituirsi nel carcere veneto e non in quello di Lecce, città dove risiede con la propria famiglia, da quanto si è apprende, è riconducibile alla volontà dell’ex calciatore di “stare lontano il più possibile da tutto e da tutti“.

Una carriera da campione ormai cancellata, a causa di una vicenda giudiziaria negativa sin dall’inizio, non solo per le parole in libertà e per i giudizi vergognosi nei confronti del giudice Giovanni Falcone, ascoltati con stupore nelle intercettazioni intercettate da parte degli investigatori: “Quel fango di Falcone, quel fango di Falcone”, aveva definito il magistrato ucciso a Capaci, mentre in un’altra occasione i due vennero intercettati mentre davano  appuntamento ad un amico con queste parole: “Ci vediamo davanti all’albero di quel fango di Falcone” in via Notarbartolo, nei pressi proprio della casa dove abitava il magistrato. Ma c’era ben altro, non solo questo.

Quando la notizia venne fuori, l’imputato Miccoli era convinto che il commento su Falcone costituisse l’accusa più pesante nei suoi confronti mentre in realtà era solo un dettaglio di quanto scoperto dalla Direzione Investigativa Antimafia sul suo conto. Come le relazioni pericolose di Miccoli con Mauro Lauricella figlio del boss Antonino Lauricella, meglio noto come “lo Scintilluni”, latitante fino al 2011: gli uomini della Dia proprio mentre lo cercavano lui, nelle intercettazioni si erano imbattuti in Miccoli .

I rapporti tra Mauro Lauricella e Fabrizio Miccoli si erano stretti e consolidati a seguito di una misteriosa rapina nella sua casa in via Archimede a Palermo. Mentre il giocatore idolo delle folle dei ragazzini palermitani era in campo allo stadio Barbera, dei banditi si introdussero a casa sua e rapinarono la moglie, in presenza dei figli piccoli.

Secondo alcune ricostruzioni investigative, nacque in quell’occasione l’amicizia con Mauro Lauricella, abile nel presentarsi come una specie di “problem solver” per il fantasista della squadra rosanero, che in quel periodo militava in Serie A e faceva sognare con traguardi mai visti, come le vittorie a San Siro contro il Milan o contro la Juventus in casa, con la qualificazione europea e la Coppa Italia persa in finale contro l’Inter .

Miccoli nella vicenda che lo ha portato in carcere, è ritenuto però l’ispiratore e il mandante di quanto organizzato da Lauricella, per recuperare un credito: l’ex fisioterapista del Palermo Giorgio Gasparini, che era amico del calciatore, si era rivolto a Miccoli per farsi aiutare nel recuperare 12 mila euro da un imprenditore palermitano con cui divideva  la gestione in società della discoteca “Paparazzi” di Isola delle Femmine (Palermo). Miccoli non aveva esitato a chiedere l’intervento del figlio del “capomafia” della Kalsa, che in quel periodo era latitante. Lauricella junior era già stato condannato definitivamente il mese scorso ed è già in carcere, dove sta scontando 7 anni.

E’ stato in quell’occasione che si era concretizzato un rapporto già avviato da tempo e intercettato a lungo dagli agenti della Dia con i dialoghi spregiudicati in cui si parlava male di Falcone oppure in cui, avendo visto un movimento di agenti nei pressi del campo di allenamento del Palermo, Miccoli aveva chiamato il suo amico Francesco Guttadauro, figlio di una sorella del superlatitante Messina Denaro e oggi a sua volta in carcere, per avvisarlo di non farsi vedere da quelle parti.

Relazioni e amicizie pericolose confermate dalle fotografie pubblicate sui social, che davano l’immagine di un Miccoli “double face”, donne, motori e personaggi poco raccomandabili. Ipotesi investigative confermate dai processi , e non smentite dalle lacrime di coccodrillo con cui aveva affrontato i giornalisti dopo essere stato interrogato in procura. L’aggravante del metodo mafioso ha escluso qualsiasi possibile beneficio in favore dell’ex calciatore. A pesare nella decisione della Cassazione, i rapporti dell’ex bomber dei rosanero “con soggetti gravitanti nel mondo criminale mafioso del capoluogo siciliano”, di cui secondo la Suprema Corte “aveva mutuato linguaggio e atteggiamenti”.

Fabrizio Miccoli pensava di potersi presentare davanti ai pm per difendersi dalle parole volgari contro Giovanni Falcone mentre gli è stata contestato un’estorsione mafiosa in piena regola. I pm Maurizio Bonaccorso e Francesca Mazzocco della Procura di Palermo inizialmente avevano chiesto per due volte, l’archiviazione, ma il Gip Fernando Sestito aveva visto giusto in entrambi i casi ed aveva respinto le richieste dei pubblici ministeri che hanno cambiato idea. E ieri per Miccoli si sono aperte le porte del carcere di Rovigo, e non quelle di uno stadio di calcio dove rea abituato a segnare. L’ex-calciatore che era presente con suo avvocato a Roma per l’udienza in Cassazione, appena possibile chiederà al Tribunale di Sorveglianza l’applicazione di misure alternative, ma è inevitabile un passaggio in carcere, la cui durata è in questo momento impossibile ipotizzare.

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