La Corte dei Conti archivia indagine sui voli di Stato di Matteo Salvini: "Uso illegittimo ma senza danno erariale"

ROMA – La Corte dei Conti sezione del Lazio ha disposto l’archiviazione del procedimento a carico dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sul presunto uso indebito di 35 viaggi in aereo a bordo di velivoli a disposizione della Polizia di Stato e del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Quindi nessun danno erariale per lo Stato, ma bensì un uso “illegittimo” dei velivoli che merita una verifica da parte della procura ordinaria. Anche Salvini, a margine di un’iniziativa a Spello (Perugia), ha commentato la notizia dell’archiviazione:  “Ha risposto anche la Polizia di Stato. E’ tutto regolare“.

E’ stato questo il ragionamento applicato dai giudici della Corte dei conti nella loro decisione. Il fascicolo è stato quindi inoltrato alla procura di Roma per quanto di sua eventuale competenza, che dovrà adesso verificare la sussistenza di eventuali reati di natura penale. I magistrati dovrebbero valutare se nella condotta di Salvini vi siano stati eventuali reati penali, come ad esempio il peculato d’uso o l’abuso d’ufficio, ma allo stato attuale la Procura non ha ancora formalmente avviato una indagine.

Nel documento di due pagine la Corte dei Conti citando la normativa vigente evidenzia che prevede come i voli di Stato debbano “essere limitati al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Presidente della Corte costituzionale, salvo eccezioni che devono essere specificatamente autorizzate“. Nel caso della Polizia di Stato e dei Vigili del fuoco, i giudici ritengono che  “i velivoli sono stati acquistati per finalità prettamente operative e non per il trasporto di autorità, neanche per agevolare lo svolgimento della loro attività istituzionale“.

Alla luce di questa situazione i giudici ritengonoillegittima la scelta di consentire l’uso dei menzionati velivoli per la finalità di trasporto aereo del Ministro e del personale al seguito“, ma “considerato che i costi sostenuti per tale finalità non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l’Amministrazione dell’interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea da parte del Ministro e di tutto il personale trasportato, al suo seguitonon si puòdimostrare la sussistenza, nella fattispecie, di un danno erariale“.

I giudici contabili della Corte dei Conti del Lazio avevano avviato nei mesi scorsi  un fascicolo esplorativo per verificare se vi fosse stato uno spreco di risorse pubbliche legato ad un uso improprio degli aerei da parte dell’ex ministro. Come si legge nel dispositivo, per la magistratura contabile “non sono emersi dall’istruttoria elementi sufficienti per sostenere in giudizio una contestazione di responsabilità amministrativa” . A suo tempo, alla notizia dell’apertura del fascicolo, il M5s aveva chiesto chiarimenti al leader leghista, che aveva replicato: “Nessun abuso, nessuna irregolarità, nessun volo di Stato o della polizia per fare comizi ma sempre per impegni istituzionali”.

Il Viminale, sede del Ministero dell’ Interno

Polizia di Stato: “Tutto regolare“. Dopo l’archiviazione, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’ Interno, diretto dal Prefetto Franco Gabrielli ha fatto sapere che “si attiverà nelle sedi competenti per riaffermare la assoluta legittimità dell’uso dei velivoli della Polizia da parte del ministro nelle circostanze oggetto del pronunciamento della Magistratura contabile. Ciò per ribadire la correttezza dei comportamenti tenuti e al fine di evitare equivoche interpretazioni per il futuro“.

 

 




Ostia: la Dda chiede tre ergastoli e 208 anni di condanna per mafia agli Spada

ROMA – Ventiquattro richieste di condanne della Procura di Roma nel maxiprocesso in corso nell’aula bunker di Rebibbia davanti alla Corte d’Assise tra cui tre ergastoli nei confronti di altrettanti appartenenti al “clan Spada“, gruppo attivo a Ostia, sul litorale romano. 208 anni più tre ergastoli per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti dei 24 imputati che hanno scelto il rito ordinario nel maxi processo. Questa la condanna richiesta dai pubblici ministeri Ilaria Calò e Mario Palazzi al termine di una requisitoria durata quattro giorni.

Pene più alte richieste per il boss Carmine Spada detto “Romoletto” ritenuto uno dei capi del clan, il fratello Roberto Spada, già condannato per la vicenda della testata al collega Daniele Piervincenzi un giornalista della Rai  a cui nel novembre del 2018  fracassò il setto nasale , e il nipote Ottavio Spada, detto Marco: per loro tre sono stati chiesti gli ergastoli.

Giornate intense nell’aula bunker di Rebibbia si sono ripercorsi racconti e fatti da pelle d’oca costellati da minacce e angherie, di eliminazione fisica dei vertici dell’organizzazione rivale il 22 novembre del 2011, come l’omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. Attentati progettati insieme al clan Fasciani, attentati subiti dal boss Carmine Spada e non denunciati come avviene di consueto nella criminalità organizzata.

Il procedimento è legato agli arresti avvenuti il 25 gennaio del 2018 in cui la Procura contesta il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra i reati contestati, a seconda delle posizione, anche l’omicidio, estorsione e usura. L’accusa ha chiesto una condanna a 16 anni di carcere per Ottavio Spada, detto “Maciste“, a 11 per Nando De Silvio, detto “Focanera” e a 8 anni per Roberto Spada, detto “Zibba” (omonimo dell’altro per il quale è stato invece chiesto l’ergastolo) mentre per Rubern Alvez del Puerto, coinvolto nella vicenda dell’aggressione al giornalista, è stata richiesta una condanna a 10 anni.

Un fermo immagine del video girato dalla troupe del programma “Nemo Nessuno Escluso”

Fondamentali sono state le dichiarazioni “attendibili” dei 5 collaboratori di giustizia, Michael Cardoni e la moglie Tamara Ianni, Paul Dociu, Antonio Gibilisco e Sebastiano Cassia i quali hanno spiegato la scala gerarchica del clan Spada e nel dettaglio il ruolo ricoperto da tutti gli imputati,  ha detto il pm Ilaria Calò, nella ricostruzione dell’organigramma del clan Spada. “Sono tanti e sono persone che non si fermano davanti a niente, ti ammazzano senza pietà. Sono criminali di livello, spietati” riferisce la pm alla Corte soffermandosi sulle parole della Ianni , ricordando anche in aula che nell’ottobre del 2018 prima che Tamara Ianni e il marito Michael Cardonivenissero qui in aula a rendere le loro dichiarazione in questo processo, è stato piazzato un ordigno esplosivo sul balcone di casa dei genitori della Ianni in via delle Azzorre a Ostia“.

Oltre la rete di attività commerciali “conquistate come in un Risiko, ha aggiunto il pubblico ministero Mario Palazzi, tutte intestate a dei prestanomi per cercare di nascondere il patrimonio della famiglia.Per la pubblica accusa che si tratti di una organizzazione a delinquere di stampo mafioso non vi sono dubbi. Per questo hanno chiesto una condanna esemplare per ciascuno dei componenti della famiglia sinti e per i loro sodali.

Alcune delle donne del clan Spada hanno insultato in aula la nostra collega Federica Angeli, la cronista della redazione romana del quotidiano La Repubblica costretta anche lei come il nostro Direttore a vivere sotto scorta per le sue inchieste su mafie, malaffare e sulle troppe connivenze e i complici silenzi. Oltre ad essere solidali con Federica Angeli e con Giulio Vasaturo, il legale che rappresenta la parte civile, il nostro giornale ritiene fondamentale ed indispensabile che anche questa fase del processo abbia la massima visibilità possibile e che venga data voce alle tante associazioni che ogni giorno in tutt’ Italia anche a Ostia, si battono per la legalità e per la sicurezza del territorio, e denunciano il malaffare e la criminalità organizzata.

Questo l’elenco delle richieste delle condanne

Spada Carmine – ergastolo

Spada Ottavio detto Marco – ergastolo

Roberto Spada,  – ergastolo

Ottavio Spada, –  16 anni

Vittorio Spada : 10 anni

Armando Spada : 8 anni

Enrico Spada, detto “Macistino”: 10 anni

Roberto Spada, detto “Zibba”8 anni

Silvano Spada : 12 anni

Francesco De Silvio – 11 anni

Alessandro Rossi – 16 anni

Saber Maglioli – 9 anni

Ramy Serour – 13 anni

Samy Serour : 8 anni

Stefano De Dominicis – 8 anni

Roberto Pergola, detto “Il negro”

Fabrizio Rutilo – 15 anni

Roberto Sassi – 8 anni e 6 mesi

Claudio Fiore : 12 anni
Mauro Carfagna : 11 anni
Mauro Caramia : 2 anni
Nando De Silvio : 11 anni
Ruben Nelson Alvez Del Puerto : 10 anni

 




Caserta, un medico lega il suo cane alla macchina e lo trascina: denunciato !

ROMA – Un  medico di 51 anni residente a Minturno (Latina) non voleva far salire il proprio cane sulla macchina appena lavata, e così ha pensato (male) di legare il guinzaglio alla vettura trascinando l’animale sull’asfalto. L’uomo è stato fermato e denunciato dai Carabinieri a Villa Literno, nel Casertano, mentre procedeva a velocità sostenuta in Via Vittorio Emanuele, con il cane attaccato all’auto e trascinato.

Chiunque si trovasse in quel momento in via Vittorio Emanuele di Villa Literno ha potuto assistere alla scena terribile: l’auto procedeva a velocità sostenuta, trascinandosi dietro il povero animale, costretto a subire quella tortura ingiustificata, impotente. Come si legge sui media locali, la cagnolina ha provato a fatica a non perdere contatto dall’auto, rischiando la vita.

Ai Carabinieri della stazione locale l’uomo, ha cercato di giustificarsi sostenendo di non aver fatto salire il cane perché il figlio 18enne, che era in auto, ne aveva timore. Il medico 51enne  ha riferito anche che l’auto era stata da poco lavata e quindi il cane, salendo a bordo, l’avrebbe sporcata. Il cane, un meticcio di 10 anni, ha riportato ferite ad una zampa,  non letali e, dopo le cure veterinarie, è stato affidato a un canile, e si spera che ora troverà una nuova casa, in cui essere coccolato come meriterebbe e  dove verrà trattato sicuramente meglio . La vera “bestia” lasciatecelo dire non è lui.

Se l’accusa di maltrattamento di animali verrà confermata, come noi auspichiamo, il medico rischia una condanna da 3 a 18 mesi di detenzione o una multa da cinquemila a 30mila euro.




Inchiesta della Procura di Roma sulla foto "rubata"in caserma

ROMA – Il  Comando generale dei Carabinieri dopo aver appreso che, durante la giornata di indagini e di interrogatori, qualche carabiniere faceva circolare su whatspp delle foto  che non avrebbero mai dovuto essere scattate e sopratutto fatte circolare, ha aperto un’inchiesta interna con l’intento di fare chiarezza al più presto. Un particolare una delle foto circolanti fra i Carabinieri di Roma che ritrae Christian Gabriel Natale Hjorth, il giovane statunitense arrestato per concorso in omicidio, furto e tentata estorsione, mentre viene sottoposto a interrogatorio.

Nella fotografia che è stata scattata da un’angolazione particolare interna della caserma dei Carabinieri, l’indagato ha intorno dei militari ed è fermo in attesa che qualcuno gli faccia delle domande. Lo si vede con le mani legate dietro la schiena ed una benda che gli copre gli occhi. Una foto che ha mandato letteralmente in bestia i vertici dell’Arma, che hanno immediatamente avviato l’indagine per accertare da chi fosse partito l’ordine di bendare l’indagato americano.

Gli accertamenti hanno avuto chiaramente le primi riposte, perché si è accertato da chi sia partita la decisione, anche se ancora non è stato scoperto chi sia stato a diffondere l’immagine. Al Comando Generale dell’ Arma di viale Romania, vogliono arrivare sino in fondo ed hanno inviato un rapporto sulla vicenda al procuratore aggiunto Michele Prestipino (attuale Procuratore capo di Roma facente funzione) il quale ha aperto un fascicolo di inchiesta.

 

Il militare che ha preso la decisione di bendare l’indagato si è cosi giustificato con i suoi vertici “Abbiamo deciso di mettere la benda perché sui monitor che c’erano nella stanza, scorrevano delle immagini e dei dati importanti per altre inchieste, e l’indagato non doveva vederle. Le manette e le mani dietro la schiena, invece, le abbiamo dovute mettere perché temevamo che potesse darsi alla fuga“.

Una vicenda questa che non finisce qui  perché durante la giornata che è seguita all’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, qualche altro carabiniere ha mal pensato di generare confusione ed ha fatto circolare delle fotosegnaletiche di quattro presunti spacciatori, tre marocchini e un algerino che erano entrati e subito dopo usciti dalle indagini,  in quanto almeno fino a questo momento non avevano nulla a che vedere con l’omicidio, immagini che sono stati diffusi anche su un profilo social di Facebook di un carabiniere e  di un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower. A lato una delle schede segnaletiche apparse sul web (l’immagine originale non conteneva censura n.d.r.)

Anche il Comando Generale della Guardia di Finanza ha confermato al CORRIERE DEL GIORNO  di aver avviato immediatamente i dovuti “urgenti approfondimenti sulla vicenda” e che eventuali responsabilità saranno poi trasmesse e rese note all’Autorità Giudiziaria competente.

Com’è nata la “fake news”

Fin dalla mattinata di venerdì si inizia a parlare di “caccia a due nordafricani”, per via di un titolo infelice del quotidiano Il Messaggero – successivamente modificato senza però alcuna traccia di rettifica all’interno dell’articolo – che è stata immediatamente rilanciato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che nel suo post su Facebook auspica “lavori forzati” per gli autori del delitto. In un articolo successivo il Messaggero fornirà un identikit più preciso dei ricercati, descrivendo uno dei due come “alto 1.80 e con le meches”.

La pagina di “Puntato” è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, “fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali”, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio.

La notizia viene riportata da molti organi d’informazione, da Repubblica a SkyTg 24, ma all’ora di pranzo non arriva ancora alcuna conferma ufficiale. Alle 12.47, la svolta. La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, “tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine”, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una “fake news, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web.

Nel giro di pochissimo tempo, su Twitter spuntano le schede segnaletiche dei quattro presunti sospetti, documenti questi “riservati” e non oscurati – teoricamente nelle mani dell’Arma dei Carabinieri – che riportano nome, cognome, fotografia e persino informazioni relative a domicilio e genitori degli uomini. Uno degli utenti che per primo ha postato le immagini – per poi cancellarle – ha rivelato di averle trovate su Portale Difesa, un aggregatore di notizie sulle forze armate dotato di forum e gruppo chiuso su Facebook.

A dare la definitiva visibilità alla “fake news” ci ha però pensato una pagina Facebook chiamata “Soli non siamo nulla. UNITI Saremo TUTTO”, (attualmente oscurata e non raggiungibile) che ha ripubblicato la foto messa in giro da Puntato, accompagnandola con la didascalia “Ora lasciateli a noi colleghi ed al popolo, faremo noi giustizia”. Prima di essere cancellato, il post è rimasto online per sei ore, ottenendo quasi 5mila condivisioni. Unico amministratore della pagina – come tiene a rivendicare nella sezione informazioni del suo profilo – è V. G., da 27 anni agente della Guardia di Finanza e con un breve passato in politica, da candidato di una lista civica in lizza per le comunali di Monte Romano, in provincia di Viterbo. La sua pagina Facebook è costellata di riferimenti espliciti alla destra estrema e al fascismo, tra i quali spiccano una bandiera di Casapound accompagnata dallo slogan #NoIusSolidiverse immagini di Benito Mussolini.

Dal Comando generale di viale Romania non vogliono dare spazio ad equivoci e polemiche ed hanno diffuso ieri un comunicato: “Il Comando Generale dell’Arma prende fermamente le distanze dallo scatto e dalla divulgazione di foto di persone ristrette per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il Comando Provinciale di Roma sta svolgendo con la massima tempestività accertamenti diretti a individuare i responsabili“.

Una vera e propria controinformazione che ha fatto pensare che qualcuno remasse contro l’inchiesta, considerata in particolar modo il momento particolare che l’Arma dei Carabinieri sta passando in queste ore, a seguito dell’omicidio improvviso di un giovane carabiniere, servitore dello Stato. Adesso qualcuno per timore di conseguenze penali e disciplinari sostiene che, in realtà, le foto sono circolate solo per far capire quello che stava succedendo, mentre in realtà hanno soltanto rischiato di danneggiare gli accertamenti e probabilmente ci saranno delle pesanti conseguenze su chi le ha diffuse. Come è giusto che accada.

Nel frattempo l’ Arma dei Carabinieri ha reso noto attraverso il proprio Ufficio per l’Assistenza ed il Benessere del Personale  ai propri Comandi, Compagnie e Stazioni, come informare tutti i cittadini che chiedono di poter manifestare la propria solidarietà alla moglie del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. 




Operazione Lux della Polizia Postale: identificati ed indagati a Roma 9 dipendenti infedeli di ACEA spa

ROMA – Nell’ambito di una lunga e articolata attività di indagine condotta dagli investigatori della  Polizia Postale e delle Comunicazioni, in forza al  CNAIPIC il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche , è stata data esecuzione, con l’ausilio di personale del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma, alle perquisizioni locali e personali eseguite nei confronti di 9 persone, che, in concorso tra loro, avevano messo i piedi una complessa ed articolata attività criminale.

Al vertice del sistema 2 dipendenti infedeli di ACEA spa, oltre ad alcuni tecnici della municipalizzata ed elettricisti specializzati. Contestati agli indagati, a vario titolo, i reati di corruzione e frode.

Nel corso delle attività, svolte grazie alla collaborazione di ACEA e l’importante apporto della Protezione Aziendale e dei tecnici verificatori dell’azienda capitolina, è stato dato seguito inoltre a 10 provvedimenti di sequestro, con i quali sono stati assicurati altrettanti contatori manomessi dal sodalizio criminale, nell’ambito dei servizi offerti ai “clienti”, nella quasi totalità dei casi esercizi commerciali (bar, ristoranti, supermercati) i cui titolari sono stati denunciati per corruzione e frode.

I provvedimenti, emessi dalla Procura della Repubblica di Roma, che ha coordinato la complessa attività investigativa, sono stati eseguiti all’interno delle abitazioni ove gli autori del reato risiedono, nei luoghi ove questi prestano le loro opere professionali e nei siti ove sono stati manomessi i contatori.

Come riscontrato dagli investigatori diversi indagati a loro volta fruivano dei sistemi alterati, lucrando, in danno della società energetica municipalizzata della Capitale, fino al 75 % dell’effettivo consumo ovvero, addirittura, fruendo di allacci totalmente abusivi alla rete di distribuzione elettrica. Oltre ai contatori oggetto di provvedimento di sequestro, sono stati repertati decine di rilevatori in uso agli indagati già manomessi o pronti per la manomissione. Sequestrati ai tecnici del sodalizio punzonatrici provento di furto o con matricole abrase, utilizzate al momento dell’ alterazione dei contatori.




Caso Cucchi a processo il Gen. Casarsa ed altri sette carabinieri per depistaggio

ROMA – Otto militari dell’Arma dei Carabinieri, tra cui alti ufficiali, imputati nell’ambito dell’inchiesta sui presunti depistaggi relativi alle cause della morte di Stefano Cucchi sono stati rinviati a  processo  . Si apre adesso il quarto processo che vede sul banco degli imputati la catena di comando dei Carabinieri che secondo la pubblica accusa avrebbe prodotto dei “falsi” per depistare e confondere le indagini della Procura di Roma. La prima udienza è fissata per il 12 novembre.

Gen. Alessandro Casarsa

Tra militari coinvolti, ci sono alti ufficiali come il generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del Gruppo Roma e il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale. Gli otto sono indagati a vario titolo per falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento: il colonnello Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo Carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, dove Stefano Cucchi venne trasportato dopo il pestaggio subito, Francesco Di Sano, che era in servizio in caserma a Tor Sapienza  quando arrivò il geometra,  ed il carabiniere Luca De Cianni.

Scrive il pm:Casarsa, rapportandosi con Soligo, sia direttamente sia per il tramite di Cavallo, chiedeva che il contenuto della prima annotazione (redatta da Di Sano secondo cui Cucchi lamentava dolori al costato e che non poteva camminare, ndr) fosse modificato nella parte relativa alle condizioni di salute di Cucchi“. Cavallo rapportandosi direttamente sia con Casarsa che con Soligo chiedeva a quest’ultimo che il contenuto di quella prima annotazione fosse modificato”.

Secondo Musarò, il maggiore Soligo,  “veicolando una disposizione proveniente dal Gruppo Roma ordinava a Di Sano, anche per il tramite di Colombo Labriola, di redigere una seconda annotazione di servizio, con data falsa del 26 ottobre 2009 nella quale si attestava falsamente che ‘Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura fredda/umida che per la rigidita’ della tavola del letto ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata per la sua accentuata magrezza omettendo ogni riferimento alle difficoltà di deambulare accusate da Cucchi“.

I carabinieri indagati rispondono di falso anche in merito alla annotazione di servizio, sempre del 26 ottobre del 2009 che venne redatta dal carabiniere scelto Gianluca Colicchio (che non è indagato n.d.r.) , “indotto a sottoscrivere il giorno dopo una nota in cui falsamente attribuiva allo stesso Cucchi ‘uno stato di malessere generale, verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza’, omettendo ogni riferimento ai dolori al capo e ai tremori manifestati dall’arrestato“. Tutto ciò “con l’aggravante di volere procurare l’impunità dei carabinieri della Stazione Appia responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso“.

Gli ufficiali dell’ Arma Sabatino e Testarmata, che avevano ricevuto la delega dalla Procura di Roma ad acquisire nuove carte nell’ambito dell’indagine bis, ebbero modo di rendersi conto (nel novembre del 2015) della falsita’ di queste annotazioni del 2009 ma evitarono di segnalare la cosa all’autorita’ giudiziaria, favorendo cosi’ gli autori degli stessi falsi. Testarmata poi, una volta scoperto che era stato alterato il registro di fotosegnalamento dell’epoca con il nome di Cucchisbianchettato‘, non solo non acquisi’ il documento originale, come gli era stato ripetutamente detto da due colleghi, ma neppure riporto’ la circostanza nella relazione di servizio.

Tra gli otto militari dell’Arma rinviati a giudizio figura De Cianni che in una nota di polizia giudiziaria accuso’ Casamassima, pur sapendolo innocente, di aver fatto dichiarazioni gradite alla famiglia Cucchi a fronte di una fantasiosa promessa di soldi da parte di Ilaria, sorella di Stefano. Casamassima, che per aver collaborato con la magistratura e aver dato un impulso significativo alle nuove indagini ha subito pressioni e ritorsioni, compreso un trasferimento ad altro incarico e relativo demansionamento, gli avrebbe riferito che Cucchi la sera dell’arresto tento’ gesti di autolesionismo e che fu solo schiaffeggiato, non certo pestato. Dichiarazioni false che De Cianni ha confermato anche in un interrogatorio fatto alla squadra mobile.

Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi: “Momento storico grazie a Casamassima”

“Possiamo dire che la decisione del Gup rappresenta un momento storico e significativo per noi. Tutto è cominciato per merito di Riccardo Casamassima (il carabiniere supertestimone che ha fatto riaprire l’inchiesta, ndr)”.  è stato il primo commento, a caldo, di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, appreso il rinvio a giudizio di otto militari dell’Arma per la vicenda legata ai depistaggi. “Dieci anni fa, mentre ci battevamo in processi sbagliati – ha aggiunto Ilaria non immaginavamo neanche quello che stava avvenendo alle nostre spalle e sulla nostra pelle. Oggi poi abbiamo assistito a uno scaricabarile con il generale Casarsa che ha raccontato che le cause della morte di Stefano gli furono dettate dal generale Tomasone“. E non a caso il generale Tomasone non è stato rinviato a giudizio, e quindi prosciolto dalle ipotesi accusatorie.




Altro duro colpo dei Carabinieri al clan Casamonica: 22 arrestati

ROMA – I militari dell’ Arma dei Carabinieri  stanno dando esecuzione a Roma, Trapani, Foggia, Voghera (PV), Paola (CS), Nuoro e Tornimparte (AQ),  ad una ordinanza di custodia cautelare emessa dal dr.ssa Maria Paola Tomaselli , Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, su richiesta del procuratore aggiunto dr. Michele Prestipino e del pm Giovanni Musarò della Direzione Distrettuale Antimafia della Capitale, emessa nei confronti di 22 persone (di cui 21 in carcere e 1 agli arresti domiciliari), tra i quali appartenenti alla famiglia “Casamonica”.

 

Si tratta di un’indagine dei Carabinieri della Compagnia di Roma Casilina che dal mese di gennaio 2017 ha consentito di accertare l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, strutturata su un gruppo criminale a connotazione familiare che operava principalmente nei siti di via del Quadraro e Porta Furba a Roma, entrambi gestiti dai “Casamonica”, punti di smistamento di cocaina al dettaglio e importanti punti di snodo dei traffici di stupefacente.

 

Le intercettazioni audio dei Carabinieri

L’organizzazione, oltre ai capi riconducibili ai Casamonica, era costituita da altri individui, tutti italiani, ai quali il Clan aveva affidato ruoli e compiti ben precisi. E’ stato stimato un volume d’affari illeciti pari ad oltre 100.000 euro al mese.

Il plauso del vicepremier e Ministro dell’ Interno Matteo Salvini: “Altro successo contro questi delinquenti. Grazie ai Carabinieri e a chi difende gli italiani dalla droga e dalla violenza, andiamo avanti!”.

(notizia in aggiornamento) 




Casapound: due esponenti arrestati per stupro di gruppo a Viterbo

ROMA – Un consigliere comunale Francesco Chiricozzi  eletto nelle liste di Casapound a Vallerano, un comune in provincia di Viterbo, ed un altro giovane militante il cui nome sarebbe Riccardo Licci, 19 anni, sono stati arrestati per violenza sessuale di gruppo su una donna di 36 anni.

Francesco Chiricozzi, il consigliere comunale di Casapound nel viterbese, arrestato per violenza sessuale

Sulla base alla ricostruzione fatta finora, la sera del 12 aprile scorso i due uomini e la donna-vittima  si trovavano tutti e tre a una festa privata durante la quale bevevano. Successivamente si spostano insieme presso  l’  Old Manners, di Viterbo,  da quanto risulta con il consenso della donna, locale considerato un punto di ritrovo dei militanti del movimento di estrema destra. Il locale che era chiuso, ma uno dei due uomini aveva  la chiave per entrare, si trova in piazzale Sallupara, in pieno centro cittadino, a due passi dal Museo Nazionale Etrusco Rocca Albornoz e dall’ex caserma del comando provinciale della Guardia di Finanza. La Digos e la Squadra Mobile della Questura di Viterbo  stanno accertando se questo circolo privato, adibito a pub, fosse di libero accesso al pubblico o riservato esclusivamente  agli iscritti in possesso di una tessera.

I tre continuano a bere ancora dentro il locale . Quindi i due uomini tentano un primo approccio con la donna, ma lei li respinge. A questo punto è scattata la violenza. La donna viene colpita a calci e pugni  in pieno volto, procurandole la perdita di coscienza e quindi approfittando della sua totale incapacità di reazione i due hanno abusato ripetutamente e a turno della donna, filmando tutto con i cellulari, cagionandole lesioni giudicate guaribili in giorni sette’.

Nei giorni successivi, la donna ha deciso di denunciare lo stupro subito, da cui sono partite le indagini, ed a seguito di perquisizione, delegata dall’autorità giudiziaria, gli uomini della Polizia di Stato, già nella stessa nottata del 12 aprile 2019, procedeva al sequestro dei  cellulari dei due uomini dove sono stati trovati i video con le riprese della violenza. E quindi scattati gli arresti.

 

 

Sui profili social di Chiricozzi si leggono numerosi post razzisti e fascisti. “Trova l’intruso…” scriveva sul suo profilo Facebook, chiuso per coloro che non sono tra gli amici, postando un selfie che ritrae l’interno di un pullman alludendo a una donna straniera che siede dietro di lui. Oppure una locandina su Instagram: un negro nell’atto di violentare una donna bianca e sopra la scritta “Difendila!”.

Francesco Chiricozzi, sui social network fa il leone da tastiera frequentando tutto l’armamentario del Ventennio,  inneggia a Mussolini, pubblica foto del quadro di Arnold Böcklin (quello più amato da Hitler), cita frasi nostalgiche di D’Annunzio e Julius Evola. Si distingue anche per aver pubblicato su Instagram la foto razzista di un manifesto della propaganda fascista con un soldato di colore che aggredisce una donna bianca e la scritta: “Difendila, potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia“.  E sotto il post scriveva: “La prossima Pamela, la prossima Desirèe potrebbe essere tua figlia, tua moglie o tua sorella. Sveglia” riferendosi alle tragedie di Pamela Mastropietro e Desirée Mariottini, entrambe violentate e uccise.

Dai primi accertamenti delle indagini svolte dalla Polizia di Stato sono stati acquisiti dei messaggi fra i due appartenenti a CasapoundFrancesco Chiricozzi e Riccardo Licci, i quali rivedendo a posteriori i filmati che avevano fatto, dove si vedeva la povera donna che cercava disperatamente di sottrarsi agli abusi e violenze sessuali, si sono inviati dei reciproci messaggi fortemente indizianti, che hanno indotto il pm dr. Michele Adragna della Procura di Viterbo a richiedere l’arresto per i due uomini, che è stata convalidato dal Gip dr.ssa Rita Cioloni del Tribunale di Viterbo

“Nessuna tolleranza per pedofili e stupratori – ha commentato Matteo Salvini –  la galera non basta, ci vuole anche una cura. Chiamatela castrazione chimica o blocco androgenico, la sostanza è che chiederemo l’immediata discussione alla Camera della nostra proposta di legge, ferma da troppo tempo, per intervenire su questi soggetti. Chiunque essi siano, bianchi o neri, giovani o anziani, vanno puniti e curati“.

Sul suo profilo Twitter Simone Di Stefano segretario nazionale di Casapound Italia ha commentato : “Qualora e se risultassero colpevoli, auspico pene durissime come per ogni altro infame stupratore. Castrazione compresa”.

“Per noi è un atto infame. Casapound non si è mai macchiata di reati relativi a violenze sessuali che abbiamo sempre condannati e mai avallato”, ha detto Gianluca Iannone presidente di Casapound Italia all’Agenzia ANSA . “In attesa che la giustizia accerti la verità dei fatti, Casapound ha deciso di espellere in via cautelativa i due militanti“, annunciando inoltre che “domani Francesco Chiricozzi formalizzerà le sue dimissioni da consigliere comunale di Vallerano“.

“Quanto accaduto a Viterbo è scioccante. I balordi che hanno violentato questa ragazza la pagheranno cara” dice il vicepremier Luigi Di Maio. “Se quanto riporta la stampa in queste ore corrisponde al vero mi auguro si facciano 30anni di galera. La mia vicinanza e tutto il sostegno possibile alla donna e alla sua famiglia“,  ma in una nota, il M5s boccia la proposta della castrazione chimica avanzata dal Carroccio: “Basta con questa storia: è una presa in giro per le donne, lo abbiamo già spiegato, e tra l’altro non è nel contratto di governo. Ma ciò che più incuriosisce nelle parole della Lega che anche CasaPound chiedeva e chiede la castrazione chimica e poi guarda il caso, ad aver commesso lo stupro e ad essere arrestato è stato un loro consigliere“.

“È vergognoso e la pagheranno cara i balordi. Dalle prime notizie sembra che la ragazza sia stata colpita, picchiata e poi dopo aver perso i sensi violentata. È sconvolgente. E sembra che nello stupro sia coinvolto anche un consigliere comunale eletto con Casapound. Ditemi voi se queste non sono delle bestie!”, scrive su Facebook il ministro della Difesa Elisabetta Trenta. “Giunga il mio abbraccio e la mia vicinanza di donna e di Ministro alla ragazza e alla sua famiglia, in queste ore delicate e difficilissime”, conclude il ministro.




Poste Italiane garantisce maggiore sicurezza nei piccoli comuni: preso rapinatore grazie al sistema di videosorveglianza dell’ufficio postale

ROMA – La presenza di Poste Italiane nei piccoli comuni è anche garanzia di sicurezza grazie all’installazione negli uffici postali dei nuovi dispositivi di videosorveglianza, tecnologicamente all’avanguardia. Ne è prova l’arresto di un uomo accusato di aver compiuto venerdì 12 aprile la rapina all’ufficio postale di Belmonte in Sabina, comune di 627 abitanti in provincia di Rieti. Le immagini filmate dalle telecamere di ultima generazione collocate a gennaio nell’ufficio postale hanno permesso infatti ai carabinieri della Stazione del piccolo centro sabino di risalire all’uomo sospettato della rapina, di identificarlo e di arrestarlo dopo una perquisizione domiciliare durante la quale i militari dell’Arma dei Carabinieri hanno rinvenuto l’arma giocattolo (senza tappo rosso) con cui il rapinatore ha minacciato il direttore dell’ufficio e si è fatto consegnare 1900 euro.

Belmonte in Sabina è uno dei 477 Comuni in cui Poste Italiane ha già installato complessivamente 938 impianti di videosorveglianza. Il dato è disponibile sul sito www.posteitaliane.it/piccoli-comuni lanciato ieri dall’azienda allo scopo di aggiornare in tempo reale e nella massima trasparenza tutti gli interventi realizzati nel quadro dei dieci impegni assunti ufficialmente a novembre dall’Ad, Matteo del Fante, a favore dei comuni con meno di 5 mila abitanti. Oltre alla installazione di sistemi di sorveglianza Poste Italiane ha già dotato di connessione wi-fi 1.304 uffici in 1.211 comuni, ha collocato 102 Atm postamat, 1817 cassette postali, ha provveduto all’abbattimento delle barriere architettoniche negli uffici in 151 comuni ed ha creato un ufficio centrale che ha aperto un filo diretto di dialogo tra i sindaci dei piccoli comuni e Poste Italiane.

Matteo Del Fante, Ad del Gruppo Poste Italiane

Nell’incontro di novembre a Roma l’Amministratore delegato, Matteo Del Fante, ha illustrato le importanti misure che Poste Italiane adotterà per potenziare la propria presenza nei centri più piccoli riaffermando il proprio impegno al fianco e a servizio delle comunità locali. Innanzitutto, Poste Italiane ha confermato il proprio impegno a non chiudere più gli uffici postali nei Comuni con meno di 5.000 abitanti sostenendo così la crescita e lo sviluppo dei territori, in accordo con enti e pubbliche amministrazioni locali. Inoltre, nei 254 comuni privi attualmente di un ufficio postale saranno installati gli Atm per i prelievi automatici di denaro e i portalettere con la loro dotazione di dispositivi digitali forniranno ai cittadini servizi a domicilio. Tabaccai convenzionati con Poste Italiane forniranno a loro volta i servizi postali.

Poste Italiane terrà poi tutti i Comuni connessi a Internet, abbattendo il gap del deficit digitale sofferto in ampie aree del Paese: entro il 2022 tutti gli uffici postali offriranno infatti ai residenti il servizio gratuito Poste Wi-Fi, attualmente presente solo in 283 uffici postali presenti nei piccoli comuni. Sono previsti inoltre investimenti per rafforzare la sicurezza e l’abbattimento delle barriere architettoniche. Nei piccoli comuni turistici, inoltre, verrà rafforzato il servizio sulla base dei flussi turistici.




Caso Cucchi: la Procura chiede il processo per otto carabinieri

ROMA – La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per otto carabinieri, tra cui alcuni ufficiali, nell’ambito dell’inchiesta sui depistaggi che seguirono alla morte di Stefano Cucchi. Richiesto il processo tra gli altri per il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti al vertice del Gruppo Carabinieri Roma, e per il colonnello Lorenzo Sabatino, già capo del Nucleo operativo del Comando Provinciale di Roma. Le indagini sono state svolte dei poliziotti della Squadra Mobile, coordinata dalla Procura della Capitale, gira tutto intorno alle note di servizio falsificate sulle condizioni di salute del geometra romano. I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono di falso, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia.

Giuseppe Pignatone

La richiesta di processo è stata firmata dal Procuratore capo Giuseppe Pignatone e dal sostituto Giovanni Musarò fanno riferimento anzitutto a quelle condotte che portarono a modificare le due annotazioni di servizio, redatte all’indomani della morte di Cucchi e relative allo stato di salute del ragazzo quando, la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009, a pestaggio avvenuto, venne portato alla caserma di Tor Sapienza, ed alla mancata consegna di quei documenti in originale  che la magistratura aveva sollecitato ai Carabinieri nel novembre del 2015, quando era appena partita la nuova indagine e i tre agenti della polizia penitenziaria, all’inizio della vicenda accusati e finito sotto processo per le botte, erano stati definitivamente assolti dalla Cassazione.

Attualmente è in corso davanti alla Corte d’Assise il processo a cinque militari, tre dei quali rispondono di omicidio preterintenzionale per essere stati gli autori del pestaggio, poi confessato mesi fa al pm e ribadito in aula da uno degli imputati poi diventato “superteste” (il vicebrigadiere Francesco Tedesco) che ha chiamato in causa i colleghi, anche loro a giudizio,  Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. E ieri Tedesco alla fine della sua deposizioneha stretto per la prima volta la mano a Ilaria Cucchi, dicendole: “Mi dispiace“.

Coinvolti nell’indagine anche il colonnello Francesco Cavallo (all’epoca dei fatti tenente colonnello e capoufficio operazioni del comando del Gruppo Roma), il colonnello Luciano Soligo (all’epoca maggiore e comandante della Compagnia Montesacro Roma) da cui dipendeva il comando di Tor Sapienza (dove Stefano Cucchi venne portato dopo essere stato picchiato al Casilino), il luogotenente  Massiliano Colombo Labriola (all’epoca maresciallo e comandante della Stazione di Tor Sapienza Roma), il carabiniere scelto Francesco Di Sano (all’epoca in servizio a Tor Sapienza)  in servizio presso Tor Sapienza , il capitano Tiziano Testarmata (comandante della quarta sezione del Nucleo investigativo) e il carabiniere Luca De Cianni militare autore di una nota di polizia giudiziaria, cui sono attribuiti il falso e la calunnia ai danni del collega Riccardo Casamassima.

Secondo i magistrati romani ad orchestrare i “falsi”  sarebbe stato il generale Casarsa allora a capo del Gruppo Carabinieri Roma .Nel capo di imputazione infatti  si legge  che “Casarsa, rapportandosi con Soligo, sia direttamente sia per il tramite di Cavallo, chiedeva che il contenuto della prima annotazione (redatta da Di Sano) fosse modificato nella parte relativa alle condizioni di salute di Cucchi“. E da questo falso nascono tutti gli altri. Proprio Cavallo, dal canto suo, “rapportandosi direttamente sia con Casarsa sia con Soligo chiedeva a quest’ultimo che il contenuto di quella prima annotazione fosse modificato”.

Il generale Casarsa ed il colonnello Cavallo, a differenza del colonnello Soligo, hanno prima risposto alle domande dei pm quando furono convocati nella qualità di indagati, fornendo versioni considerate non convincenti dagli inquirenti, ma poi hanno scelto di avvalsi del diritto di non parlare quando sono stati chiamati a deporre davanti alla corte d’assise che sta processando altri cinque carabinieri per la morte di Cucchi.

Sempre secondo i magistrati della procura romana , il maggiore Soligo  “veicolando una disposizione proveniente dal Gruppo Roma ordinava a Di Sano, anche per il tramite di Colombo Labriola, di redigere una seconda annotazione di servizio, con data falsa del 26 ottobre 2009 nella quale si attestava falsamente che «Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura fredda/umida che per la rigidità della tavola del letto ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata per la sua accentuata magrezza omettendo ogni riferimento alle difficoltà di deambulare accusate da Cucchi».

La frase: “Io muoio ma a te ti levano la divisa”

 “Vorrei ringraziare l’avvocato Lampitella, difensore di D’Alessandro, che ci ha fornito un ulteriore e rilevante elemento. Stefano in auto con i carabinieri al rientro dalla stazione Casilina avrebbe detto ‘io muoio ma a te ti levano la divisa’. Stefano era stato appena picchiato e stava proprio male” ha scritto ieri su Facebook Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, in merito ad una domanda formulata in aula dal legale della difesa. E oggi in aula, davanti alla Corte d’Assise, il legale ha chiesto al carabiniere Francesco Tedesco se Stefano avesse pronunciato la frase in questione. La risposta di Tedesco è stata negativa.

“Sarò felice di avere l’Arma dei Carabinieri al mio fianco contro coloro che depistarono e scrissero le perizie che davano a Stefano tutta la colpa della sua morte ancor prima che venissero poi partorite dai medici legali del processo precedente“. E’ stato il primo commento di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, alla notizia della richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di otto carabinieri.




Operazione "Gramigna Bis" dei Carabinieri di Roma

ROMA – 9  mesi dopo dall’operazione “Gramigna” che aveva portato in carcere 37 persone decapitando il clan dei Casamonica, oggi la Procura della Repubblica di Roma ha fatto il “bis”.  Dalle primi luce dell’alba, oltre 150 Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, con l’ausilio di unità cinofile, un elicottero dell’Arma e del personale dell’8° Reggimento “Lazio”, coordinati dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal pm Giovanni Musarò, sono impegnati la Romanina, periferia Sud della Capitale, nella Provincia di Roma , nonché in varie regioni d’Italia, per eseguire 23 misure cautelari, emesse dal G.I.P. Gaspare Sturzo del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di altrettanti soggetti appartenenti alle famiglie Casamonica, Spada e Di Silvio ritenuti responsabili, in concorso fra loro e con ruoli diversi, di estorsione, usura, intestazione fittizia di beni, spaccio di stupefacenti ed altro, reati per buona parte commessi con l’aggravante del metodo mafioso.

Droga, estorsioni, usura, il “modus operandi” degli esponenti della famiglia: opprimevano le proprie vittime mettendole in uno stato di puro terrore, grazie a continue minacce. Il pm nella sua richiesta scrive: “E’ stato accertato il ‘tipicò modus agendi posto in essere dai Casamonica, caratterizzato da larvate forme di violenza e minaccia, veicolate attraverso un compulsivo approccio verso le vittime, sottoposte a continue richieste prive di ogni giustificazione e che finiscono per metterle in uno stato di totale assoggettamento“. Sequestrati circa 400mila euro in contanti e gioielli.

le donne del “clan Casamonica”

Tra le persone colpite da misura anche le 9 donne che avevano sostituito gli uomini finiti in carcere nei mesi scorsi diventando delle vere e proprie “supplenti”. Tra di loro anche Asia Sara Casamonica, nuora del boss Giuseppe Casamonica, che aveva rioccupato la casa di Porta Furba del capo clan, già confiscata e simbolo del loro potere e del controllo su quel territorio. Un gesto, dunque, altamente simbolico secondo gli inquirenti.

Il clan dei  Casamonica scrive il gip Gaspare Sturzo nelle oltre 300 pagine di ordinanza, sfidano continuamente lo Stato occupando abitazioni già confiscate. E il clan pensava di farla franca ancora una volta. Consiglio Casamonica, arrestato oggi, si vantava al telefono con suo nipote Pasquale : “Il resto è noia, non è noia sono uguali a me, siamo quattro re, ma siamo cento all’ora“.

Due esponenti della famiglia Casamonica avevano cercato di intimidire una parte offesa coinvolta nel processo a carico di Pasquale Casamonica, persino nel Tribunale di Roma . In particolare, – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – una nota del 23 giugno 2017 del commissariato Viminale comunicava di quanto accaduto una settimana prima quando, in occasione di un incidente probatorio nel processo a carico di Pasquale Casamonica, una parte offesa era stata “avvicinata dagli indagati Consiglio Casamonica, detto «Simone», e Liliana Casamonica conosciuta come «Stefania», rispettivamente cugino e sorella di Pasquale, i quali gli dicevano che avrebbe dovuto ’far uscire Pasquale’, o meglio, da intendersi tale ordine di ritrattare le dichiarazioni accusatorie precedentemente rese“.

Il gip Sturzo nell’ordinanza spiega chesappiamo come l’udienza con le forme dell’incidente probatorio non sia pubblica. Appare, quindi, evidente come la presenza dei due Casamonica, nei locali del tribunale di piazzale Clodio, si spieghi esclusivamente con la finalità di avvicinare ed intimidire la persona offesa al fine di indurla a ritrattare le precedenti accuse”. Una condotta questa, secondo il Giudice, che è “in sostanza una conferma del metodo mafioso. Tra le 5 vittime, citate nelle carte, del metodo utilizzato dal clan c’è anche un noto commerciante di lampadari.

“Questo non è un gioco – ha dichiarato il commerciante agli inquirenti – I Casamonica oggi non fanno più usura con le minacce perché sanno di poter essere intercettati o di essere denunciati. Fanno bene i giornali a definirlo un clan“. Ha aggiunto poi il commerciante: “ti fanno assistere a delle scene di scazzottate tra loro, anche con l’uso di armi, per farti capire che possono essere anche violenti. Non è possibile uscirne vivi“. Lo stesso commerciante conferma che Luciano Casamonica, definito “uomo che dava protezione a tutti”, prese “30 mila euro e 3000 euro al mese per fare da mediatore per mettere d’accordo i nomadi del campo di Castel Romano”. Da chi abbia preso i soldi Casamonica per la mediazione non è chiaro, ma – spiega il testimone – “lui era stato a cena ospite di Alemanno (Gianni, ex sindaco della Capitale)“.

Nell’odierna operazione sono stati arresti e associati in carcere Celeste Casamonica, Consiglio Casamonica, Cosimo Casamonica, Christian Casamonica, Giuseppe Casamonica detto «Bitalo», Giuseppe Casamonica conosciuto come «Monca», Lauretta Casamonica, Liliana Casamonica conosciuta come «Stefania»,  Massimiliano Casamonica detto «Ciufalo», Pasquale Casamonica detto «Rocky», Rocco Casamonica, Rosaria Casamonica, Salvatore Casamonica, Gelsomina Di Silvio, Emanuele Proietto, Alizzio Spada e Ottavio Spada detto«Cicciollo», e Vincenzo Spinelli. nei cui confronti scrive il gip Gaspare Sturzo nelle oltre 300 pagine della sua ordinanza, “non risulta acquisito alcun elemento che autorizzi a ritenere che le esigenze cautelari potrebbero essere salvaguardate mediante una misura diversa dalla custodia cautelare in carcere” ed aggiunge:  “per questi non risulta acquisito alcun elemento che autorizzi a ritenere che le esigenze cautelari potrebbero essere salvaguardate mediante una misura diversa dalla custodia cautelare in carcere”.

Per rendersi conto che il tenore di vita acquisito dai Casamonica è provento di attività illecite “Basta leggere gli accertamenti patrimoniali e reddituali” e che qualora lasciati in libertà continuerebbero “a consumare delitti come quelli di oggi”. Il gip ha disposto invece gli arresti domiciliari per Giacomina Casamonica soltanto perché “madre di prole inferiore a sei anni” e l’obbligo di dimora per Asia Sara Casamonica e per Roberta Liguori.

 




Ci ha lasciato Angelo Aquaro, vicedirettore di Repubblica: una vita dedicata al giornalismo

il ricordo della sua collega Simonetta Fiori (dal quotidiano La Repubblica)

Era così Angelo, prima di tutto la responsabilità del giornale. E fino all’ultimo ha fatto quel che desiderava fare: lavorare con gli altri, per gli altri. Difficile imbattersi in un giornalista altrettanto appassionato e curioso, che per il mestiere nutriva una sorta di amore devoto: generoso fin quasi alla dissipazione di sé. Un amore anche irrequieto, perché i veri amori non riposano mai. Di Angelo Aquaro non esiste un fermo immagine, neppure nei giorni bui dell’ospedale, perché immobile non sapeva stare.

C’era sempre qualcosa – una notizia, un titolo, un marchingegno elettronico, un musicista indie newyorkese – per cui valesse la pena di accendersi. Non c’era orario: anche se il giornale era ormai chiuso, alle 11 di sera, un’ultima agenzia di stampa, una telefonata di un corrispondente, bastava per rivoluzionarlo.  Non aveva ancora 54 anni, ma in fondo era senza età, come può esserlo un folletto impaziente.  Nel suo ufficio mostrava una caricatura disegnata da un collega e amico: occhiali da sole da rocker, una chitarra in mano e la scritta “Aquarius, il vicedirettore elettrico”. La considerava un ritratto fedele.

Nato in Puglia, a Martina Franca, la passione per il mestiere l’aveva respirata in famiglia, dal padre giornalista. Ma la sua vita professionale comincia lontano da casa, alla Gazzetta di Parma, dove approda giovanissimo dopo un passaggio alla Scuola di giornalismo della Luiss. La grande avventura l’aspetta però a Milano, nel magazine del Corriere della SeraSette, dove si appropria del codice giornalistico del settimanale a cui affiancherà a breve la pratica del quotidiano. Ed è la contaminazione tra le due tecniche di lavoro a costituire la cifra particolare di Angelo, capace di arricchire la fattura delle pagine giornaliere con uno sguardo proprio del magazine: la notizia e il suo approfondimento, l’intervista e il ritratto del personaggio, la cura ossessiva dei dettagli, il titolo che s’impenna nel gioco di parole.

Anche a Repubblica ripeterà la duplice esperienza, prima al fianco di Laura Gnocchi alla guida del Venerdì, sempre più spinto verso le sponde del news magazine, e poi nel lungo cursus honorum nella redazione del quotidiano che lo vede prima caporedattore centrale e poi vicedirettore: un ruolo di responsabilità, mai ammantato di superbia e sempre esercitato con una capacità di invenzione inesauribile.

“Angelo aveva il sentimento del giornale, uno sguardo di insieme che gli permetteva di seguire la fattura del quotidiano in ogni suo passaggio“, racconta Ezio Mauro, il direttore che l’assunse nel 2001 facendolo poi crescere nei successivi incarichi di direzione. “Cominciava a pensarlo fin dalla riunione del mattino, e non si stancava di stargli dietro fino alla fine. Con una caratteristica speciale: non si accontentava mai. E per questo disposto a cambiare le pagine sino all’ultimo”».

Viveva praticamente in redazione. Non la lasciava neanche per la pausa pranzo: gli bastava un gelato per tirare avanti fino a sera, indifferente ai nostri consigli di seguire una dieta più sana.

I giornali sono come le persone, disse una volta a un gruppo di studenti in visita in redazione. Hanno un loro carattere, delle regole, delle abitudini precise. “Solitamente il giornalista giura al proprio giornale amore eterno, come nel matrimonio: fino naturalmente a un eventuale divorzio“. Da Repubblica non avrebbe mai divorziato, indossando con naturalezza l’abito del quotidiano di cui conosceva l’anima. Per arrivare in anticipo sul futuro era disposto a sperimentare tutte le novità, sia che fossero i dispositivi elettronici o le prime prove della Tv digitale.

Al lavoro di macchina andò alternando prima la corrispondenza americana, poi quella cinese, condotte sempre con lo stesso spirito di scoperta. E precedute da uno studio rigoroso. I suoi reportage raccontano i mutamenti sociali e i movimenti che partono dal basso, siano i ragazzi di Occupy Wall Street o la Rivolta degli Ombrelli ad Hong Kong. Articoli mossi da passioni diverse che spaziano dalla politica alla cronaca, dagli spettacoli alla cultura.

La musica era l’altro grande amore di Angelo. Da Bruce Springsteen ai Wilco, dai Temptations a James Brown, non c’era artista che sfuggisse ai suoi interessi – “onnivoro, curioso di tutte le tecnologie applicate al suono“, lo ricorda il suo amico Luca Valtorta. E anche per questo New York divenne presto la sua seconda casa: per un ragazzo cresciuto sulle note del jazz e dell’acid jazz – disposto a tutto pur di correre a Londra per assistere alla reunion dei Velvet Underground di Lou Reed e John Cale – Manhattan rappresentò il palcoscenico da cui non si sarebbe mai separato. Là acquistò anche una casa che mise a disposizione dei colleghi. E non appena aveva tre giorni liberi, faceva la follia di precipitarsi nell’Upper West Side con la sua Anna.

Repubblica era la sua vita anche per Anna, la giovane collega conosciuta al Venerdì e poi sposata. Aveva per lei un amore grande, ma mai cedeva ad affettuosità pubbliche. Era riservato Angelo, umanissimo con quel suo sguardo ironico e complice, ma mai incline a esposizioni sentimentali. E anche quando la malattia incalzava, era difficile raccoglierne un lamento.

Solo Angelo poteva dirigere dal letto di un ospedale Robinson, il settimanale culturale che gli venne affidato da Mario Calabresi. Anche durante le cure continuò a fare titoli e ordinare pezzi. Tutto bene? Tutto bene, Angelo. Ottimo, sempre ottimo. Era un entusiasta vero: non c’era palla che rimanesse nel suo campo, pronto a restituirtela indietro con doppia piroetta. Nessuno tra noi lo ricorda mai angosciato o di cattivo umore. Delle cose coglieva sempre il lato positivo. E quando protestavamo per i suoi titoli un po’ azzardati, a ricalco delle canzonette, assumeva quella sua espressione divertita e mite a cui si perdonava tutto.

Una volta tornato al giornale, fu felice che il neodirettore Carlo Verdelli gli affidasse nuove responsabilità da vicedirettore. Per l’8 marzo ci fece trovare le mimose sul tavolo: era la prima volta che le regalava, c’erano tante cose da festeggiare, non solo le donne. Solo qualche settimana fa era contento di coprire il turno di un intero week end in redazione: non gli capitava da tempo, di stare da solo al timone di Repubblica. E finalmente ritrovava l’adrenalina del quotidiano, fino a notte avanzata, per le elezioni in Basilicata. Ce l’aveva fatta. E se ne poteva tornare a casa tranquillo, sapendo di aver fatto la sua buona battaglia. È morto da vivo, Angelo.

 

La Direzione, redazione, tutti i collaboratori del CORRIERE DEL GIORNO , ed i soci della Fondazione Corriere del Giorno si uniscono nel dolore della famiglia Aquaro, a cui vanno le nostre sincere condoglianze, piangendo la scomparsa prematura di Angelo. Orgogliosi di lui, e di averlo avuto come “collega”, ed apprezzato la sua esemplare carriera. Non lo dimenticheremo mai.




Palazzo Chigi, poliziotto a processo: cambiava le presenze nel software

ROMA –  È iniziato ieri il processo a Carlo Maiuri romano 49enne,  assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso l’ Ispettorato responsabile della sicurezza della Presidenza del Consiglio, nei confronti del quale pende la duplice accusa di “truffa” e “accesso a sistema informatico“. Al poliziotto difeso dagli avvocati Vittorio Palamenghi e Pasquale Pittella, la procura di Roma ha contestato dieci episodi, spalmati fra il 2015 al 2017, in cui secondo l’accusa si sarebbe servito della sua qualifica per assentarsi indebitamente dall’ufficio.

nella foto Palazzo Chigi




La bimba lanciata dal terzo piano a Taranto è finalmente fuori pericolo

ROMA – La piccola bambina  tarantina di 6 anni che lo scorso 7 ottobre 2018 venne lanciata dal padre dal balcone al terzo piano di uno stabile del quartiere Paolo VI di Taranto , qualche ora dopo aver provato a tagliare la gola al figlio, il tutto per reazione ad un litigio telefonico avuto con la moglie con la quale l’uomo aveva in corso una separazione.

La situazione sanitaria apparve subito molto grave.  Il volo ed atterraggio al suolo dal terzo piano avevano causato un trauma cranico commotivo, un trauma facciale e gravi lesioni al torace e all’addome. Dopo un intervento eseguito in urgenza, ad opera del dottor Giovanni Bellanova, e ulteriori interventi eseguiti nei giorni successivi, resisi necessari per la risoluzione delle lesioni toraco-addominali e la stabilizzazione dell’emodinamica, e nonostante il lavoro incessante dei medici e del personale sanitario dell’ Ospedale S.S. Annunziata di Taranto, le speranze di sopravvivenza sembravano comunque molto basse.

Successivamente ai primi 10 giorni di incessanti cure , la bambina che versava in stato di coma profondo, venne trasferita in eliambulanza presso il Reparto di terapia intensiva pediatrica del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, centro di eccellenza diretto dal professor Giorgio Conti .

La bambina tarantina accolta dall’amore di tutto il personale sanitario romano e dall’ eccezionale professionalità dello staff medico diretto dal prof. Conti , dopo diversi interventi chirurgici effettuati nei quattro mesi di ricovero sinora intercorsi è finalmente uscita dal coma, adesso sta molto meglio e sta tornando giorno dopo giorno alla normalità grazie alle cure professionali ed amorevoli dei sanitari romani, che hanno curato tutte le lesioni che avevano danneggiato il suo esile corpo.

 

 

 

 




Tangentopoli romana a 5 Stelle. Anche l' assessore allo Sport Daniele Frongia indagato per corruzione

Froggia, la Raggi e De Vito quando contestavano il sindaco Ignazio Marino

ROMA – Continua il terremoto del Movimento Cinque Stelle in Campidoglio. Dopo l’arresto del presidente del Consiglio comunale grillino Marcello De Vito, anche l’assessore Daniele Frongia, un “fedelissimo” della sindaca Raggi, risulta indagato con lo stesso capo d’imputazione, cioè “corruzione” nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma.  Frongia, che ha ricoperto anche la carica di vicesindaco di Roma, prima dell’indagine che nel 2016 aveva travolto Raffaele Marra e per la quale aveva deciso di fare un passo indietro, è indagato nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere l’ex presidente di Acea Luca Lanzalone ed il noto imprenditore romano Luca Parnasi.  è stato anche vicesindaco .

Puntualmente Frongia da buon esponente grillino difeso dagli avvocati Alessandro Mancori ed Emiliano Fasulo del Foro di Roma si è sottratto alle domande dei cronisti affidandosi ad una nota: “Con il rispetto dovuto alla magistratura inquirente, avendo la certezza di non aver mai compiuto alcun reato e appurato che non ho mai ricevuto alcun avviso di garanzia, confido nell’imminente archiviazione del procedimento risalente al 2017“, ha commentato con una nota.

La donna che Frongia voleva far assumere a Parnasi è una collaboratrice del Campidoglio . Il costruttore chiese all’assessore  che avendo la delega allo Sport, si occupava dello stadio della Roma,  se avesse qualcuno da presentargli per farlo lavorare in una delle sue società e Frongia immediatamente gli propose questa dipendente del Comune. L’assessore Frongia ha sempre negato di “aver chiesto alcun favore ma di essersi limitato a presentare quella persona perché mi era stato chiesto”.

A seguito di una dovuta serie di accertamenti la Procura di Roma ha però deciso di iscriverlo nel registro degli indagati per corruzione. Una mossa che certamente mette ancora più in difficoltà la Giunta guidata da Virginia Raggi considerato che Frongia è ritenuto il più “fedelissimo” della sindaca.

Nel frattempo questa mattina, il presidente del consiglio comunale a 5 stelle, Marcello De Vito è comparso  davanti al gip della Capitale, Maria Paola Tomaselli per l’interrogatorio di garanzia e convalida del suo arresto, ma come facilmente prevedibile si è avvalso della facoltà di non rispondere. A renderlo noto è stato il suo nuovo legale, Angelo Di Lorenzo che  è subentrato all’avvocato Franco Merlino il quale ha rinunciato all’incarico. Di Lorenzo ha aggiunto  che “De Vito chiederà di essere ascoltato nei prossimi giorni per chiarire la sua posizione“.

Prima di De Vito sempre nello stesso carcere di Regina Coeli , è stato sentito l’avvocato Camillo Mezzacapo. “Non ho percepito nessuna tangente, ma solo compensi per attività professionali, curavo transazioni e attività che si svolgono di norma nella pubblica amministrazione” ha dichiarato al gip, secondo quanto riferito dal suo difensore, l’ Avv. Francesco Petrelli, dopo l’interrogatorio di garanzia . Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Camillo Mezzacapoha chiarito che la ‘Mdl srl’ non è una società “cassaforte” e non è in alcun modo riconducibile a De Vito“.

 




Arrestato per corruzione Marcello De Vito (M5S), presidente del consiglio comunale di Roma "a disposizione dei costruttori Parnasi, Toti e Statuto"

ROMA –  Chissà se i portavoce del M5S adesso avranno ancora il coraggio di autoproclamarsi “paladini” dell’ onestà dopo l’arresto effettuato all’alba di  Marcello De Vito, 45 anni, presidente dell’assemblea capitolina, con l’accusa di corruzione. Insieme a lui è finito in carcere, con la stessa accusa, anche l’avvocato Camillo Mezzacapo, vicino al M5S ritenuto complice di De Vito nell’attività corruttiva.  Il Gip Maria Paola Tomaselli  del Tribunale di Roma nell’ ordinanza accusa De Vito di aver preso soldi e alte utilità anche dal gruppo Toti e dal gruppo Statuto sempre per favorire alcuni progetti a Roma.  La Gip nella sua ordinanza  parla di un “quadro desolante”: “Sia il privato che il pubblico ufficiale si ritengono centrali percependo quanto altro da sé come meramente strumentale alla realizzazione dei propri interessi e del proprio profitto il cui conseguimento essi perseguono nella piena consapevolezza della illiceità dei loro comportamenti“.

 

I due arrestati De Vito e Mazzacapo si spartivano le tangenti pagate sotto forma di consulenze fittizie e fatture false, convinti di essere in una perfetta “congiuntura astrale” (da cui ha preso nome l’operazione) per la presenza del M5S sia nel governo della Capitale che in quello del Paese. In mattinata si stanno eseguendo anche perquisizioni al Campidoglio. Nell’inchiesta sulla realizzazione del nuovo stadio della Roma è coinvolto anche Paolo Ferrara capogruppo (autosospesosi) in Campidoglio del Movimento Cinque Stelle.

I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Via dei Selci a Roma hanno perquisito l’ appartamento di  Marcello De Vito. l’ esponente grillino secondo le accuse  delle pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli coordinate dal procuratore aggiunto Paolo Ielo della Procura di Roma avrebbe incassato direttamente o indirettamente delle elargizioni, dal costruttore romano Luca ParnasiDe Vito, ed in cambio, avrebbe favorito  all’interno dell’amministrazione grillina guidata dalla Sindaca di Roma Virginia Raggi , di favorire il progetto collegato alla costruzione dello stadio di calcio della Roma.

Marcello De Vito

Al centro dello scandalo la costruzione del nuovo stadio della Roma società sportiva che è estranea alla vicenda. L’inchiesta della Procura di Roma aveva già portato lo scorso giugno all’arresto di nove persone tra cui l’imprenditore Luca Parnasi e dell’avvocato Luca Lanzalone, presidente di Acea anch’egli legato al Movimento Cinque Stelle. Le indagini riguardano inoltre la costruzione di un albergo vicino all’ex stazione ferroviaria di Roma Trastevere e la riqualificazione dell’area degli ex Mercati generali di Roma Ostiense.

La gip Tomaselli nell’ordinanza con cui ha disposto il carcere prosegue : “Marcello De Vito ha messo a disposizione la sua pubblica funzione di presidente del Consiglio comunale di Roma Capitale per assecondare, violando i principi di imparzialità e correttezza cui deve uniformarsi l’azione amministrativa, interessi di natura privatistica facenti capo al gruppo Parnasi. Ed aggiunge: “Emerge in sostanza come il sistematico mercimonio della funzione pubblica da parte dei De Vito avvenga secondo uno scema precostituito. L’imprenditore Luca Parnasi, al fine di acquisire il favore di Marcello De Vito, che guidava in qualità di presidente del Consiglio Comunale di Roma Capitale i lavori dell’Assemblea Capitolina riguardanti il progetto per la realizzazione del Nuovo Stadio della Roma, si è determinato, in adesione ad una specifica richiesta di De Vito, a promettere e poi ad affidare diverse remunerative consulenze all’avvocato Mezzacapo il quale ha operato quale espressione dello stesso De Vito».

Le indagini oltre ai due arrestati tradotti in carcere, vedono altre due persone ai domiciliari l’architetto Fortunato Pititto, legato al gruppo imprenditoriale della famiglia Statuto, e Gianluca Bardelli ed una misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriale nei confronti di due imprenditori. Per la prima tranche sono andate a processo 18 persone. I reati contestati a seconda delle posizioni, sono associazione a delinquere, finanziamento illecito ai partiti, corruzione e traffico di influenze illecite.

“Spartiamoci i soldi”; “No aspettiamo che finisci il mandato”

De Vito e Mezzacapo avevano costituito una società-cassaforte,   la Mdl srl che custodiva i proventi degli illeciti. In una intercettazione De Vito proponeva di spartirsi il denaro mentre l’ avvocato Mezzacapo suggeriva di aspettare: “Va beh ma distribuiamoli questi” dice De Vito. E Mezzacapo gli risponde: “Ma adesso non mi far toccare niente lasciali lì a fine man…quando finisci il mandato  se vuoi ci mettiamo altro sopra se vuoi…”

“. “Questa congiunzione astrale tra ….tipo l’allineamento della cometa di Halley …hai capito cioè…è difficile secondo me che si verifichi …noi Marce’ dobbiamo sfruttarla sta cosa, secondo me guarda ci rimangono due anni“. Così parlava a De Vito mentre veniva intercettato il 4 febbraio scorso l’avvocato Mezzacapo parlava. Parole che secondo il gip di Roma si riferisce allo sfruttare “il ruolo pubblico di De Vito per fini privatistici e ottener lauti guadagni”.

 

 

L’ operazione “Congiunzione astrale” fa luce su una serie di operazioni corruttive realizzate da imprenditori attraverso l’intermediazione dell’avvocato di Marcello De Vito ed un uomo d’affari, che fungono da raccordo con il presidente dell’Assemblea comunale capitolina al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari.

Il presidente del consiglio comunale di Roma nella “mappa” comunale del M5S , nel 2016 è stato il consigliere del M5S più votato a Roma ricevendo 6 mila 541 preferenze. Si era anche candidato alle “Comunarie” per correre da sindaco ma venne silurato dagli stessi alleati del Movimento perché sospettato di aver trafficato su una licenza edilizia, accusa che poi si rivelò essere falsa. Era considerato un “lombardiano”, in quanto molto vicino a Roberta Lombardi, primo capogruppo grillina alla Camera ed ora a capo della flotta grillina nel consiglio regionale del Lazio, della quale fa parte anche Francesca De Vito, sorella di Marcello. Da quando era scoppiata l’inchiesta dello stadio, Marcello De Vito. era molto preoccupato, come raccontano oggi i consiglieri pentastellati, ed era scomparso dalla scena politica, limitandosi a dirigere il lavoro dell’Aula del Consiglio comunale capitolino. Venerdì scorso l’ultima uscita di gala per la prima al teatro dell’ opera di Orfeo ed Euridice, ieri la visita a Rebibbia ai padri separati. Oggi l’arresto.

Le foto che testimoniano gli incontri tra il gruppo Parnasi e i politici coinvolti nell’inchiesta sullo stadio della Roma

 

Corruzione M5S Stadio Roma Calcio

Paolo Ferrara

In questa immagine si riconosce il capogruppo (autosospesosi) in Campidoglio del Movimento Cinque Stelle, Paolo Ferrara.

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Una foto che testimonia l'incontro tra Luca Parnasi e Adriano Palozzi vice presidente del Consiglio regionale di Forza Italia

I pranzi politici del gruppo Parnasi:

Uno dei pranzi politici del gruppo Parnasi: tra i partecipanti si riconosce Paolo Ferarra.

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L' 'ex pm di Trani Savasta attualmente in carcere si dimette dalla magistratura. Indagato anche il pm Scimè

LECCE –  Antonio Savasta ex pm del Tribunale di Trani , successivamente trasferito a Roma come giudice, arrestato per corruzione il 14 gennaio scorso dalla magistratura salentina assieme al collega ex gip tranese Michele Nardi, passato  il pubblico ministero presso la procura di Roma, ha depositato ieri domanda di dimissioni dalla magistratura.

La richiesta di dimissioni dovrà essere ora valutata dal Consiglio Superiore della Magistratura, che a questo punto non potrà che accoglierla e deliberarla. Savasta e Nardi, al momento dell’arresto, erano in servizio al Tribunale di Roma. il primo come giudice, ed il secondo come sostituto procuratore della repubblica.

Nell’indagine coordinata dal procuratore di Lecce, Leonardo Leone De Castris, e condotta dal pm Roberta Licci sarebbe indagato anche un altro pm tranese, Luigi Scimè, attualmente in servizio a Salerno.  Il suo nome è stato stato iscritto nel registro degli indagati conseguentemente alle dichiarazioni rese da una testimone, Marianna Capogna, che è stata a lungo compagna del pregiudicato Tommaso Nuzzi, il quale era in rapporti d’affari con l’imprenditore Flavio D’Introno, il grande “accusatore” di Savasta e Nardi.
La posizione di Scimè appare marginale rispetto a Nardi e Savasta,  e non sarebbero stati ancora raccolti indizi di colpevolezza a suo carico .
I due magistrati  Nardi e Savasta  assieme all’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro,  attualmente detenuti,  sono stati arrestati lo scorso 15 gennaio e tradotti  in carcere , con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e falso commessi tra il 2014 e il 2018.



La Guardia di Finanza arresta il Direttore generale dell' Ente nazionale per la ricerca in agricoltura

ROMA – A seguito delle indagini, dirette dal dr. Stefano Fava sostituto procuratore della repubblica di Roma e condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, che hanno consentito di accertare gravi irregolarità nella gestione del CREA  , questa mattina militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno eseguito l’ordinanza con la quale la dr.ssa Anna Maria Gavoni Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale capitolino ha disposto misure cautelari nei confronti di 5 funzionari del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria, nonché il sequestro preventivo di circa 8 milioni di euro, per fatti di falso, abuso d’ufficio e peculato.

Il direttore generale  Ida Marandola  nella scelta dell’immobile da adibire a nuova sede dell’Ente, in primo luogo ha attestato falsamente un numero di dipendenti superiore a quello reale, in modo da ottenere una dichiarazione di indisponibilità di edifici demaniali con le caratteristiche richieste e, di conseguenza, procedere in piena autonomia nel mercato immobiliare privato.

Il procedimento amministrativo che ne è scaturito, inoltre, è stato caratterizzato da diverse violazioni della normativa di settore, come nel caso dell’affidamento dei servizi di trasloco e facchinaggio, avvenuto frazionando artificiosamente i contratti allo scopo di non superare le soglie oltre le quali è previsto il ricorso a una gara ad evidenza pubblica e orientare, così, la scelta dell’effettivo esecutore.

 

Maggiori oneri a carico delle finanze pubbliche sono derivati anche dalla mancata riduzione del 15%  , imposta della legge sulla “spending review”, del canone di locazione di due immobili, che avrebbe consentito un risparmio di circa 700.000 euro. Sono, infine, emersi abusi nella procedura di “stabilizzazione” di alcuni lavoratori precari e nel pagamento di prestazioni professionali sulla base di incarichi di collaborazione affidati a due persone che, in realtà, non hanno svolto alcuna attività lavorativa.

Nel dettaglio, il G.I.P. ha disposto la custodia agli arresti domiciliari per Ida Marandola  (classe 1967) e per un ulteriore funzionario, attualmente in ferie all’estero; l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti di Ginevra Albano (classe1960), dirigente dell’ufficio gare e contratti, di Luigi Amorese (classe 1972), dipendente dell’ufficio gare e contratti, e di Speranza De Chiara (classe 1958), dirigente dell’ufficio bilancio, tutti dipendenti del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’ Analisi dell’ Economia Agraria.

Il provvedimento di sequestro ha per oggetto le somme indebitamente corrisposte a 2 società locatrici degli immobili e ai 2 soggetti che hanno fittiziamente collaborato con il CREA.




Carmine Esposito è il nuovo questore di Roma. Succede a Guido Marino che va in pensione

Carmine Esposito

ROMA Come preannunciato il Consiglio dei ministri ha nominato come nuovo questore di Roma il dottor Carmine Esposito fino ad oggi questore di Bari, che sostituirà l’attuale questore Guido Marino, che va in pensione.

Il nuovo questore di Roma,  Carmine Esposito 62 anni, è nato a Napoli, dove si laurea in Giurisprudenza e in Scienze delle Pubbliche amministrazioni. Dal 1988 è in servizio alla Squadra Mobile di Napoli e, successivamente, al Centro Interprovinciale Criminalpol del capoluogo campano, dove rimane fino al 1994. E’ proprio in questi anni che riesce a mettere a segno una serie di arresti importanti: da Rosetta Cutolo, superlatitante e sorella del noto boss della camorra Raffaele Cutolo, al luogotenente dei cutoliani Sergio Marinelli, preso in Venezuela. In carcere finiscono anche numerosi affiliati al “clan” La Torre e il capo clan Augusto La Torre, tra i più potenti della provincia di Caserta. Proprio per questa operazione a gennaio del 1991, Esposito viene promosso per merito straordinario alla qualifica di vice questore aggiunto.

Dall’ottobre del 2000 viene trasferito in questura a Salerno con l’incarico di capo di gabinetto. Promosso Primo dirigente dal 10 gennaio 2001, nel febbraio dell’anno successivo assume le funzione di capo di gabinetto della questura di Palermo e, dall’agosto 2004, anche l’incarico di funzionario addetto alla sicurezza. Nel 2005, dopo l’istituzione della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia, Esposito viene incaricato di curare le attività connesse all’ufficio Affari Generali. Nell’aprile del 2008, gli vengono conferite le funzioni di direttore reggente del Servizio Affari Generali della Direzione Centrale per gli Affari generali della Polizia di Stato.

Dal marzo 2009, il capo della Polizia lo nomina capo ufficio di staff del vice direttore generale della Pubblica Sicurezza – Direttore Centrale della Polizia Criminale, con l’incarico di fornire diretta collaborazione al vice capo della Polizia nelle attività di verifica dell’efficacia delle misure di contrasto messe in atto dalle forze di Polizia, sotto il profilo sia preventivo che repressivo. Nel maggio del 2010 consegue la promozione al grado di dirigente Superiore della Polizia e viene chiamato a guidare prima la questura di Trapani e poi, dall’agosto 2014, la questura di Brescia.

Al dottor Esposito il benvenuto nella Capitale, ed al dottor Marino che ha sempre prestato la massima attenzione e collaborazione all’operato dei giornalisti  i migliori auguri per il godimento di una meritata raggiunta pensione dalla Direzione e redazione del nostro quotidiano




Gianni Alemanno condannato a sei anni per corruzione e finanziamento illecito per l'inchiesta "Mafia Capitale"

ROMA – L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato condannato in primo grado a 6 anni reclusione –  un anno in più rispetto alla richiesta della Procura –  per i reati di “corruzione” e “finanziamento illecito”, nel processo stralcio di Mafia Capitale. L’accusa mossa dal pm Luca Tescaroli della Procura di Roma, nei confronti dell’ ex-ministro ed ex-sindaco di Roma Capitale,  è quella di aver percepito da Salvatore Buzzi e da soggetti che agivano in suo accordo ,  soldi in contanti ed erogazioni alla Fondazione Nuova Italia, da lui presieduta, per un ammontare totale di lui 298mila e 500 euro.

Carminati e Buzzi

Per la precisione 228mila euro di erogazioni indirette alla fondazione, e 70mila euro diretti in contanti in varie tranche. A disporre la condanna i giudici della seconda sezione collegiale del tribunale romano, che hanno disposto la confisca di 298mila euro. Alemanno, quindi, sarebbe stato corrotto per il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio. Secondo i magistrati capitolini  Buzzi, che agiva in concorso con l’ ex-terrorista “nero”Massimo Carminati, avrebbe pagato fior di quattrini per far nominare dei dirigenti apicali in Ama, per poter pilotare l’appalto per l’organico indetto dalla stessa municipalizzata a favore delle cooperative controllate dal  Buzzi  e per far sbloccare i suoi crediti  vantati con la pubblica amministrazione, la stessa Ama e l’ Ente Eur spa.

Gianni Alemanno

I giudici della II sezione penale del Tribunale di Roma hanno quindi condannato  Alemanno alla confisca di 298.500 euro e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Alemanno, inoltre, è stato interdetto dal poter stipulare contratti con la pubblica amministrazione per due anni. Fissata anche una provvisionale di 50mila euro sia per Ama che per il Comune di Roma. Disposto anche il risarcimento dei danni per 10mila euro nei confronti delle parti civili CittadinanzAttiva, Assoconsum e Confconsumatori federazione regionale Lazio.

Durante l’udienza dell’8 febbraio scorso, il pm Tescaroli aveva chiesto una condanna a 5 anni. Le accuse erano pesantissime. Alemanno, secondo i magistrati, era: “L’uomo politico di riferimento dell’organizzazione Mafia Capitale all’interno dell’amministrazione comunale, soprattutto, in ragione del suo ruolo apicale di sindaco, nel periodo 29 aprile 2008 – 12 giugno 2013 (e successivamente di consigliere di minoranza in seno al Pdl)“.

Così si difende l’ex primo cittadino Gianni Alemanno: “Sono innocente non c’è una vera prova certa contro di me. Mafia capitale ha creato dei danni anche a me. Leggeremo le motivazioni per capire come si è arrivati a questa condanna. C’era un clima negativo. Ho avuto l’impressione che ci fosse la volontà di andare oltre anche a quanto chiesto dal pm. Non solo l’uomo di riferimento di mafia capitale, visto che sono stato prosciolto dall’accusa di associazione mafiosa”

Alemanno si professa innocente e annuncia il ricorso in appello: “Una sentenza sbagliata. Ricorreremo sicuramente in appello dopo aver letto le motivazioni. Io sono innocente l’ho detto sempre e lo ribadirò davanti ai giudici di secondo grado“.