Alitalia-Sai: 21 indagati. "600 mila euro per eventi e cene"

ROMA – La Procura di Civitavecchia ha chiuso le indagini sulla gestione della compagnia di bandiera fino al febbraio 2017, notificando il 415 bis agli indagati. A condurre le indagini, il Nucleo di polizia economico finanziaria del comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma.  Le ipotesi di reato, a vario titolo, sono bancarotta fraudolenta aggravata, false comunicazioni sociali e ostacolo alle funzioni di vigilanza.

Sono 21 le persone indagate tra vertici, ex componenti del consiglio di amministrazione, commissari e consulenti che si sono alternati negli anni nell’amministrazione di Alitalia-Sai, in mano a Etihad con il 49% e alla cordata italiana Cai con il 51%.

 L’inchiesta era stata aperta a seguito della sentenza del Tribunale di Civitavecchia emessa nel maggio 2017, con la quale era stata dichiarata l’insolvenza della Alitalia – Società aerea italiana spa e aveva ammesso la procedura di amministrazione straordinaria. Erano state le relazioni dei liquidatori a far nascere sospetti sull’operato dei manager che hanno governato la compagnia di bandiera fino al maggio 2017, quando è stato deciso il commissariamento.

Tra gli indagati nell’inchiesta su Alitalia-Sai, relativa ai tre anni di gestione dal 2014 al febbraio 2017, figurano anche  Jean Pierre Mustier l’attuale amministratore delegato di Unicredit, Antonella Mansi vice presidente di Confindustria  e Paolo Colombo vicepresidente di Banca Intesa Sanpaolo ,  membri dell’allora consiglio di amministrazione, e l’ex commissario di Alitalia Enrico Laghi, attuale  liquidatore di Air Italy,  all’epoca dei fatti consulente e presidente di Midco, la società che deteneva il 51% del capitale di Alitalia Sai e in mano alla cordata italiana.

Nel procedimento oltre ai nomi già noti di Montezemolo, Ball Cramer e Hogan — risulta indagata anche la società Alitalia Sai per responsabilità amministrativa degli enti.




Operazione anti-crimine dei Carabinieri: 38 arrestati, anche ex boss della Magliana

ROMA – Vasta operazione dei Carabinieri del Comando Provinciale di Roma  in corso dalle prime luci dell’alba,  per eseguire un’ordinanza che ha disposto l’arresto di 38 persone, ritenute appartenenti a vario titolo a un’associazione a delinquere con a capo a Salvatore Nicitra, ritenuto uno degli ex “boss” della Banda della Magliana. che si trova attualmente in carcere perché arrestato dagli stessi militari dell’ Arma nel giugno 2018 nell’indagine Hampa, nel corso della quale venne arrestato anche Franco Gambacurta.

la Procura di Roma

L’ operazione attualmente in corso è stata disposta a seguito dell’ ordinanza emessa dal Ggip di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Roma, si estende alle province di Roma, Viterbo, Terni, Padova, Lecce, nonché in Spagna e in Austria. Nicitra secondo  gli investigatori, avrebbe negli anni monopolizzato l’area a Nord della Capitale assumendo il controllo, con modalità mafiose, del settore della distribuzione e gestione delle apparecchiature per il gioco d’azzardo (slot machine, videolottery, giochi e scommesse on line), imposte con carattere di esclusività alle attività commerciali di Roma e provincia.

Le meticolose indagini dei Carabinieri hanno consentito anche di portare alla luce 5 “Cold Case” avvenuti nel quartiere romano di Primavalle alla fine degli anni ’80 ed uno all’interno dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, che per gli inquirenti vedrebbero coinvolto Salvatore Nicitra allo scopo di consolidare il proprio potere criminale nei quartieri romani di Primavalle, Casalotti, Montespaccato, Monte Mario, Cassia ed Aurelio.

Si tratta nello specifico dell’omicidio di Giampiero Caddeo, del duplice omicidio di Paolino Angeli e di Roberto Belardinelli, dell’omicidio di Valentino Belardinelli e del tentato omicidio di Franco Martinelli.

Nell’ambito dell’operazione sono stati sequestrati beni per 15 milioni di euro su decreto emesso dal Tribunale di Roma – Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta della  D.D.A. di Roma, riguardante beni, mobili e immobili, ritenuti utilizzati per la commissione dei reati o comunque acquisiti con proventi illeciti.

 

Nello specifico si tratta di un ingente patrimonio costituito da 10 Immobili, autovetture, motocicli di grossa cilindrata e quote societarie. Il provvedimento che è stato confermato prima dalla Corte di Appello di Roma e successivamente dalla Corte di Cassazione, ha origine da meticolose approfondite indagini economico-patrimoniali svolte dalla Compagnia di Frascati della Guardia di Finanza, coordinate dal locale gruppo, nei confronti di un noto imprenditore condannato più volte per usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria e spaccio di sostanze stupefacenti.

Ai militari non era sfuggita la rilevante sproporzione tra l’elevato tenore di vita dell’uomo e del suo nucleo familiare e gli esigui redditi dichiarati al fisco. Gli approfondimenti hanno consentito di riscontrare la sussistenza dei presupposti per l’applicazione della normativa antimafia, avendo dimostrato che le ricchezze accumulate derivavano dall’investimento dei proventi delle attività illecite perpetrate nel tempo.

Tra i cespiti assicurati al patrimonio dello Stato – disseminati tra Ciampino, Marino e Fondi (Latina) – spicca un’impresa edile nota per aver edificato diversi complessi residenziali nell’hinterland romano ed una lussuosa villa con piscina, con vista sul lago di Castel Gandolfo, alle porte di Roma.

Salvatore Nicitra

“Io sono un boss. Posso mettere le macchinette dove voglio, diceva più volte il boss Salvatore Nicitra intercettato, uno dei 38 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare chiesta dalla procura di Roma. Nicitra dai tempi della Banda Magliana, veniva, definito il “re di Primavalle”  perché quella era la zona che Franco Giuseppucci gli aveva affidato per lo spaccio, pezzo da novanta nella mala romana tanto da aver ricoperto il ruolo di paciere tra i Gambacurta di Montespaccato ed i Senese, anche se era in carcere era in grado ancora oggi di gestire importanti business.

Principalmente slot machines e gioco d’azzardo che negli anni gli avevano consentito di mettere in piedi un patrimonio,  scalfito solo in parte da sequestri e confische.

“Con l’età mi sono addolcito ma io non ero così non pensare; dovevi abbassare la testa quando parlavi con me! Me la comandavo proprio qua da queste parti a Roma Nord, comandavo tutto e tutti mi davano i soldi a me“. Così diceva Salvatore Nicitra in una intercettazione dei Carabinieri riportata nell’ordinanza cautelare. “Io avevo le case da gioco più importanti di Roma e di Italia, con i soldi che guadagnavo neanche il casinò li guadagnava. Avevo le case da gioco con ville e con i camerieri con i guanti bianchi, con i vestiti neri: guadagnavo 100 mila euro a notte. Ora  è finito tutto, ho quasi sessant’anni; ma cosa vuoi fare; certo sono rispettato e dove vado mi rispettano tutti, le porte si aprono e tutto quanto, però non vado cercando niente più“.




Arresti domiciliari per Pietro Genovese responsabile della morte delle due ragazze a Roma

ROMA – E’ stato tratto in arresto Pietro Genovese, il giovane che nei giorni scorsi al volante di un Suv ha investito e ucciso le due sedicenni romane Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann. Al termine di una prima serie di accertamenti svolti della Polizia locale di Roma Capitale e sulla base della relazione trasmessa all’Autorità Giudiziaria, sono stati disposti i suoi arresti domiciliari .

Sono stati i test sull’assunzione di stupefacenti a convincere i pubblici ministeri a chiedere la misura cautelare. Le indagini hanno accertato che in auto con Genovese c’erano anche due amici che sono già stati interrogati dalla Polizia Locale i quali hanno confermato la versione del ragazzo: “Il semaforo era verde, loro sono sbucate all’improvviso“.

Sono stati dunque adottati i provvedimenti attesi nei confronti di Pietro Genovese, iscritto nel registro degli indagati per duplice omicidio stradale e trovato positivo a sostanze stupefacenti, hashish e cocaina, e molto oltre i limiti consentiti per quanto riguarda il tasso alcoolico. La dinamica dell’incidente, ricostruita dagli agenti della Polizia Locale di  Roma Capitale e depositata in procura, non sembra trasparire margini di dubbio. A Genovese era stato concesso un nulla osta temporaneo dal pm Roberto Felici per trascorrere il Natale nella casa di famiglia in Umbria. Adesso sconterà gli arresti domiciliari nella casa a Roma.

“Condotta incautamente spericolata” con queste parole il Gip Bernadette Nicotra del Tribunale di Roma definisce il comportamento delle due ragazze, “nella ricostruzione di un incidente stradale, nella sua dinamica e nella sua eziologia, il giudice di merito deve necessariamente tenere conto delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti – si legge nell’ordinanza – per accertarne le responsabilità, determinare l’efficienza causale di ciascuna eventuale colpa concorrente”.

“Alla luce di quanto accertato in questa prima fase – scrive ancora il giudice – le due ragazze, in ora notturna, in zona scarsamente illuminata e con pioggia in atto” stavano “attraversando la carreggiata, scavalcando il guard rail, nel momento in cui il semaforo era fermo sulla luce rossa per i pedoni”.

Ma questo non attenua la responsabilità di Genovesi al quale  in passato erano stati decurtati punti dalla patente fino alla sospensione. Da qui la misura degli arresti, avendo dimostrato “noncuranza, se non addirittura disprezzo verso i provvedimenti e i moniti dell’autorità amministrativa e di pubblica sicurezza ed è sintomo di una personalità incline alla violazione delle regole” il quale “percorreva una strada all’interno di un agglomerato urbano in un punto caratterizzato dalla presenza di case e locali notturni a velocità elevata e con un tasso di alcol nel sangue superiore al limite consentito” e quindi “pur non avendo voluto cagionare l’incidente” ha violato le regole “di diligenza e prudenza che si richiede a ogni automobilista al fine di scongiurare situazioni di pericolo proprio e altrui“.

La misura cautelare serve secondo il giudice, anche ad evitare che Pietro Genovese si metta nuovamente al volante: “La personalità dell’indagato lascia ragionevolmente presumere che il medesimo non si scoraggi dall’usare comunque l’automobile per il solo fatto dell’avere avuta ritirata la patente di guida. Sicchè allo stato al fine di neutralizzare il pericolo concreto ed attuale di reiterazione di condotte analoghe appare necessario limitare la libertà di movimento di Genovese, il quale sebbene incensurato e di età giovane potrebbe mettersi alla guida di autovetture di amici o conoscenti anche senza patente e porre in essere condotte gravemente colpose in violazione delle norme della circolazione stradale compromettendo così la propria e l’altrui incolumità“.

Dalle indagini e dalle analisi effettuate su Pietro Genovese emerge che il 20enne alla guida dell’auto che ha travolto le due adolescenti, poco prima dello schianto aveva bevuto: il test alcolemico ha riportato un valore dell’1.4, tre volte superiore a quello consentito per mettersi alla guida (0.5), e ancora di più per un neo patentato (0,0),, come nel suo caso, perché il codice della strada non consente assunzione di alcol per chi guida da meno di tre anni.

La notizia è stata resa nota proprio in serata mentre stava svolgendo nella parrocchia del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, in via Flaminia Vecchia, una messa di per Camilla e Gaia, iniziata intorno alle 18 alla presenza dei genitori, degli amici e per tutti coloro che le hanno frequentate ed amate. Ci sono tutti i loro i compagni di classe, della 3 CL, del liceo De Sanctis,  e tante persone della zona. Al centro della navata della chiesa, rivolto verso l’altare, un leggio con sopra le foto vicine delle due ragazze e sotto una candela bianca. Strazio nella chiesa riempita di dolore.

La notizia dell’arresto di Pietro Genovese si è diffuso immediatamente nella chiesa del Preziosissimo Sangue, alla Collina Fleming, quando si è appena conclusa la veglia di preghiera per Gaia e Camilla. La mamma di Gaia, la signora Gabriella Saracino, attorniata dall’affetto di tanta gente, ha come un tremito: “Gli hanno dato i domiciliari? Meritava sicuramente qualcosa di più, ci ha portato via due angeli, comunque è una buona notizia...” e racconta che  in tutti questi giorni la famiglia dell’investitore non si è mai fatta viva con lei: “Ma va bene così — aggiunge con grande dignità — quel ragazzo rimane un disperato”.

Anche il signor Marino Romagnoli il papà di Camilla,  riesce a dire qualcosa mentre sua moglie Cristina, la mamma di Camilla, piange tra le braccia dei familiari: “Non mi cambia niente che l’abbiano arrestato. La verità è che Camilla aveva ancora tanto da darmi e invece adesso siamo ridotti così, non m’importa niente lui, il mio cuore è tutto con Camilla e con Gaia, cosa posso dire? La giustizia va avanti…“.

Le indagini procedono e si attendono altre risposte anche dall’analisi del cellulare di Genovese per verificare se al momento dell’ incidente lo stesse utilizzando per parlare o chattare con qualcuno. All’analisi degli investigatori anche le dichiarazioni dei testimoni e le immagini di tutte le telecamere della zona. Al momento l’unica certezza proviene dalle testimonianze di chi ha assistito all’incidente che confermerebbero che Gaia e Camilla abbiano attraversato corso Francia con il semaforo rosso per i pedoni.

La chiesa del Preziosissimo Sangue dove questa mattina alle 10. 30, verranno celebrati i funerali congiunti di Camilla Romagnoli e Gaia von Freymann, è piena di gente,  ci sono almeno 300 persone. Il coro canta: “Tu sei bellezza, tu sei purezza, misericordia Gesù”. In chiesa ci sono tutti i compagni di classe delle due ragazze, gli studenti della Terza C del liceo linguistico De Sanctis.

Benedetta e Isabella, le amiche del cuore di Gaia e Camilla, appena  sanno dell’arresto di Genovese, scoppiano a piangere. Un pianto mista di rabbia e consolazione. Sono arrivate in chiesa dopo aver finito di preparare i due cartelloni, con le foto e le firme di tutta la classe, che questa mattina verranno sistemati accanto alle bare per poi lasciarli in ricordo ai genitori delle due amiche di scuola. “La tua risata che riempiva la stanza ora ci rimbomba nel cuore“, dice la dedica per Gaia. Quella per Camilla così recita: “E voglio ricordarti come’eri, pensare che ancora sorridi”.

Il viceparroco don Marco Zaccaretti  durante la veglia invoca la Madonna: “Anche tu Maria perdesti un figlio sulla Croce, ora intervieni, porta subito Gaia e Camilla in Paradiso, le loro mamme sono sconvolte, la loro fede sta vacillando. Aiutale, Maria, a ritrovare il dono della fede”.

Questa mattina alle 10,30, nella stessa chiesa del Preziosissimo Sangue al Fleming, saranno celebrati i funerali delle due ragazze. Gaia Von Freymann è nipote dell’avvocato tarantino  Massimo Saracino, figlia di sua sorella Gabriella che vive da tempo a Roma, a cui il CORRIERE DEL GIORNO rinnova le proprie sentite condoglianze.

Le due famiglie hanno chiesto rispetto per il funerale: vogliono stringersi nel proprio dolore in chiesa senza telecamere ed Autorità. Le due ragazze  saranno sepolte nel cimitero romano di Prima Porta.




Roma, investite a Corso Francia: si indaga sulla dinamica. Il conducente rischia l'arresto

ROMA – Ha ragione chi scrive che “A Natale bisognerebbe raccontare solo storie belle“. Ma purtroppo non è così. Venti minuti dopo la mezzanotte di sabato, ai vigili urbani è arrivata una chiamata generica che è purtroppo una costante: “Incidente a Corso di Francia“.

Corso Francia è la strada che attraversa Roma Nord. Parte dalla rampa di accesso dai Parioli allo  Stadio Flaminio e finisce dove c’è il distributore dell’ ENI che il camerata Massimo Carminati, detto “er cecato”, aveva fatto diventare un suo ufficio. Ai lati due colline della “Roma bene” : Vigna Clara ed il Fleming.

Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann avevano entrambe soltanto 16 anni, avevano mangiato la classica pizza del sabato sera con i fidanzatini ed i compagni di scuola, preso un gelato a Ponte Milvio, “regno” della movida di Roma Nord sempre affollata di ragazzi giovanissimi che ieri avevano appena iniziato le loro vacanze di Natale.  Arrivata la mezzanotte di sabato notte il fatidico rientro a casa al quartiere Fleming, a poche centinaia di metri, sotto la pioggia , tenendosi mano nella mano, perché si sta facendo troppo tardi.

Probabile erano un po’ in ritardo: ma, alla loro età, tutti siamo rientrati a casa in ritardo. Ma Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann,16 anni, compagne di banco al liceo linguistico “De Sanctis”, purtroppo non sono mai rientrate, venendo travolte e uccise dal Suv Renault Koleos guidato da Pietro Genovese, il ventenne figlio del regista Paolo che aveva bevuto e fatto uso di droga, la cui quantità è ancora da verificare dall’esito delle analisi..

Pietro Genovese è indagato per omicidio stradale ma la sua posizione è complicata e potrebbe aggravarsi, rischiando l’arresto e fino a 12 o 18 anni di carcere, poichè le vittime lasciate sull’asfalto sono due. Portato in ospedale per gli accertamenti di rito, infatti, il conducente del Suv Renault è risultato positivo ai test di alcol e droga, ma sarà il pm Roberto Felici. a decidere la misura cautelare non appena avrà sul suo tavolo – probabilmente oggi stesso – i risultati di ulteriori esami contenenti i parametri, la tipologia e il livello di sostanze rinvenute. Il figlio di Paolo Genovese, assistito dall’ avv. Gianluca Tognozzi, ha anche una precedente segnalazione per uso di stupefacenti quando era ancora minorenne.

Gli agenti della Polizia Locale del II Gruppo Parioli incaricati del servizio di incidentistica stradale sono impegnati a ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente mortale con non poche difficoltà. Sul posto infatti non ci sono telecamere utili, ma gli agenti hanno raccolto numerose testimonianze, alcune delle quali  discordanti. Un sedicenne che era alla guida di una mini-car ha raccontato di avere visto le due amiche attraversare di corsa, tenendosi per mano, sulle strisce pedonali di Corso Francia all’altezza di via Flaminia, verso il Fleming, con il rosso per i pedoni.

La strada ha due carreggiate di tre corsie ciascuna divise da un piccolo marciapiede spartitraffico. Il testimone avrebbe visto un’auto riuscire a fermarsi sulla corsia centrale al passaggio delle ragazze, ma il Suv Renault Koleos che arrivava alla sua sinistra, a velocità sostenuta, non avrebbe fatto in tempo a vederle, travolgendole e facendole volare a molti metri di distanza: il corpo di Gaia è stato ritrovato quasi sotto il ponte della tangenziale, quello di Camilla accanto a un guard-rail.

I vigili urbani stanno verificando che le ragazze non stessero cercando di attraversare la strada passando sotto la rampa dell’Olimpica, scavalcando proprio il guard-rail, in mezzo alla carreggiata e non sulle strisce. “Erano al centro della strada, Gaia si è girata verso Camilla e poi è arrivata quella macchina, una frenata fortissima“, ha dichiarato un altro testimone. Secondo altri testimoni Genovese potrebbe essere arrivato da via Flaminia ed essersi immesso su Corso Francia trovandosi di fronte le ragazzine.

Più di una persona ha visto volare in aria i corpi per diversi metri. Quando sono arrivati i vigili , Genovese, era sul luogo dell’incidente “bianco come un lenzuolo, in lacrime e sotto choc” . La macchina e il cellulare del ragazzo sono stati sequestrati . Gli inquirenti vogliano capire se fosse anche al telefono).

I corpi delle ragazze riversi sull’asfalto erano irriconoscibili, e l’autopsia svolta oggi ha stabilito che Gaia e Camilla sono morte per lo sfondamento della scatola cranica causato dall’impatto con l’auto guidata da Pietro Genovese. Sul corpo sono state trovate altre fratture ma nessun segno di trascinamento circostanza che induce a supporre che le due ragazze non sarebbero state colpite da altre auto, e sono morte sul colpo a causa del forte impatto con il Suv .

Il pm Roberto Felici Procura di Roma titolare del fascicolo in cui è indagato per omicidio stradale Pietro Genovese che era al volante dell’auto ha affidato l’incarico per effettuare l’autopsia sui corpi di Camilla e Gaia. I risultati degli accertamenti tossicologici svolti sul giovane di 20 anni indagato per omicidio stradale duplice per la morte di Gaia e Camilla, hanno rilevato un tasso alcolemico pari a 1,4 grammi per litro (per la normativa vigente è consentito mettersi alla guida con un tasso di alcolemia di massimo 0,5 g/litro) e la non negatività ad alcune sostanze stupefacenti che ne conferma l’assunzione.

Cristina, la madre di Camilla, la sera del tragico incidente non vedendola rientrare a casa è corsa in strada verso Corso Francia, dove l’altra figlia le aveva detto che c’era stato un incidente ed ha scoperto da sola che sua figlia era stata travolta ed uccisa. I genitori di Camilla sono stati accolti in un ristorante vicino dove sono rimasti fino alle 5,30. La mamma ripeteva di continuo: “Doveva investire me e non mia figlia. Avevamo tanti progetti ancora. Non ci credo, non è possibile“.

Voglio giustizia, non vendetta. E’ quanto ha riferito la mamma di Camilla, una delle due ragazze investite a Roma, al suo legale, l’avvocato Cesare Piraino. “Il padre, la madre e la sorella di Camilla sono distrutti per quanto accaduto – spiega il penalista -. Una famiglia unita, colpita in modo tragico da questa vicenda. Attendiamo i risultati dell’esame autoptico, verrà svolto un esame esterno delle salme, per accertare la dinamica di quanto accaduto“.

Gaia e la mamma Gabriella

Gabriella, la mamma di Gaia,  è rimasta sotto choc,  immobile per ore dentro l’auto, dalla quale “non riusciva nemmeno a scendere“. nonostante qualche anno fa un altro terribile incidente costrinse Edward il padre di Gaia, sulla sedia a rotelle. Tutti ricordano nonostante tutto ciò come una ragazza “solare e sempre pronta a sorridere”. “Adesso non ho ragioni per andare avanti, Gaia era la mia forza dopo l’incidente che avevo subito“. Questo lo sfogo del padre di Gaia, parlando con il suo legale, l’avvocato Giovanni Maria Giaquinto.

“Lanciamo un appello a tutti: chiunque abbia ritrovato il cellulare di mia figlia Gaia lo consegni alle forze dell’ordine“. A dirlo la mamma di Gaia Von Freymann, che si è recata sul luogo dell’incidente a Corso Francia dove due notti fa la figlia e l’amica Camilla Romagnoli sono morte investite. “E’ un iphone 8 rosso, con la cover rossa – ha aggiunto – purtroppo Gaia quella sera non aveva con se’ la borsa, ma aveva tutto in tasca. Chiunque abbia ritrovato effetti personali delle ragazze per favore li riconsegni“.

“Il dolore per Gaia e Camilla e per i loro genitori è insopportabile. Siamo una famiglia distrutta, è una tragedia immensa che ci porteremo dentro per sempre“, ha detto il regista Paolo Genovese.  Decine di ragazzi per tutta la giornata di ieri ed oggi hanno lasciato fiori sul luogo dell’incidente. La scuola ha pubblicato sul sito un messaggio di cordoglio. La sindaca Virginia Raggi in un tweet ha espresso “profondo dolore per la tragica morte delle due ragazze, Roma si stringe alle loro famiglie, inaccettabile morire così, aspettiamo che si faccia chiarezza ma guidare in modo responsabile è un dovere“.

 




Positivo ai test il responsabile della morte delle due ragazze 16nni investite e uccise a Roma

ROMA – Avevano appena 16 anni, Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann, le due ragazze morte dopo essere state investite la scorsa notte a Corso Francia, a due passi da Ponte Milvio, cuore della movida romana, luogo di ritrovo usuale dei giovani il sabato sera.

Gaia Von Freymann

Alla guida dell’auto che le ha investite il figlio del regista Paolo GenovesePietro, un ragazzo di 20 anni. Secondo quanto si apprende, entrambe le ragazze abitavano in zona, nel quartiere Fleming; Gaia è figlia di un ufficiale di complemento dei Carabinieri in congedo da 32 anni e della tarantina, Gabriella Saracino che vive e lavora a Roma.

Il giovane Pietro Genovese dopo l’incidente si è subito fermato per prestare soccorso, è stato poi trasportato all’ Ospedale Umberto I in stato di choc ed è stato sottoposto a test di alcol e droga ai quali sarebbe risultato positivo. Lo rendono noto fonti della Polizia Locale di Roma Capitale. Solo ulteriori esami, i cui esiti arriveranno nei prossimi giorni, potranno stabilire i parametri ed il livello di sostanze rinvenute.

Sequestrata l’auto del ragazzo e anche il cellulare: verranno effettuati accertamenti per stabilire se al momento dell’impatto stesse utilizzando il telefono. La polizia locale sta ascoltando in queste ore diversi testimoni per cercare di ricostruire con esattezza la dinamica dell’investimento. Al vaglio anche le immagini delle telecamere di zona. Nel procedimento, coordinato dal procuratore aggiunto Nunzia D’Elia della Procura di Roma, si procede per omicidio stradale. “Il dolore per Gaia e Camilla e per i loro genitori è insopportabile. Siamo una famiglia distrutta è una tragedia immensa che ci porteremo dentro per sempre” è la dichiarazione all’ANSA del regista Paolo Genovese.

Il Suv guidato da Pietro Genovese che ha travolto e ucciso le due ragazze a corso Francia

Di sicuro si sa che le due ragazze Gaia e Camilla stavano attraversando Corso Francia e le strade erano bagnate per la pioggia che è scesa copiosa sulla città. “I corpi delle due ragazze erano distanti qualche metro tra loro e lontani dalle strisce“, racconta un residente. “Dalle prime informazioni erano dirette verso Collina Fleming – aggiunge – probabilmente volevano scavalcare il guardrail”.  I sanitari del 118, una volta arrivati sul luogo dell’impatto, non hanno potuto far altro che constatare la morte delle due ragazze.

 Il riconoscimento di Gaia è stato effettuato dal papà, arrivato sul posto su una sedia a rotelle a causa proprio di un incidente stradale. Sulla dinamica dell’incidente sono ancora in corso accertamenti della Polizia Locale che sta ascoltando alcuni testimoni

 

Ho assistito all’incidente. E’ una scena che non dimenticherò mai“. A dirlo un ragazzo che è ritornato sul luogo dell’incidente. “Erano al centro della strada, Gaia si è girata verso Camilla e poi è arrivata quella macchina – ricorda – c’è stata la frenata fortissima e l’impatto che le ha sbalzate; l’auto è andata avanti. Poi sono arrivate altre macchine, penso che almeno tre le abbiano colpite“. Al momento sembrerebbe tuttavia che ci sia il coinvolgimento di un unico veicolo, guidato da Pietro Genovese.

Emma Genovese, sorella di Pietro, il ragazzo che ha ucciso Gaia e Camilla a Corso Francia a Roma scrive su Instragram . “Vorrei dire una cosa, non lo dico perché è mio fratello ma lo direi per chiunque, tutta la gente che sta dando la colpa a lui dovrebbe vergognarsi” aggiungendo  “Sono davvero distrutta per quelle due povere ragazze che hanno perso la vita ieri notte”. Concludendo :”Non accusate se non sapete come sono andate le cose“. Gli accertamenti dicono però il contrario e forse la signora Genovese  avrebbe fatto bene a tacere, ed adesso dovrebbe chiedere scusa.

“Doveva investire me. Non è giusto”. E’ quanto avrebbe ripetuto tra le lacrime la mamma di una delle ragazze morte, arrivando sul luogo dell’incidente. A riferire queste parole un testimone che aggiunge: “I genitori erano sconvolti. Gaia e Camilla erano delle mie compagne di classe. Frequentiamo il liceo classico De Santis. Quando stamattina ho saputo mi sono precipitato qui. E’ una tragedia enorme“, dice un amico delle due ragazze morte. “Ieri  era la prima serata di vacanza vera. Gaia faceva sport, giocava a pallavolo, erano due bravissime ragazze, erano molto amiche. Ieri tornavano a casa dopo aver passato la serata in giro. Qui a Corso Francia corrono tutti e spesso passano con il semaforo rosso“.

Camilla Romagnoli, una delle due sedicenni travolte ed uccise da un Suv in corso Francia a Roma

Avevamo fatto tanti progetti con Camilla. Non è giusto. Non doveva andare così“. Sono state queste le parole della mamma di Camilla Romagnoli dette a chi ha avuto modo di incontrarla dopo l’incidente. Ad andare sul posto nella notte il papà e la sorella di Camilla come anche i genitori di Gaia, che era la loro figlia unica.

“Poco dopo la mezzanotte abbiamo sentito un grande frastuono e come me sono usciti anche alcuni clienti dal locale. Pensavamo ad un tamponamento, poi abbiamo visto le due ragazze per terra. La polizia è arrivata dopo pochi minuti, poi è sopraggiunta l’ambulanza ma non c’è stato nulla da fare. Anche un paramedico con lo scooter che passava per caso si è fermato per dare una mano. Sulle dinamiche non possiamo dire nulla, non ho visto. Quella è una strada larga, dritta, dove di notte tutti corrono e che per questo puo’ diventare pericolosa. Bisognerebbe fare qualcosa per obbligare la gente a mantenere una velocità adeguata“, commenta il manager di un ristorante a ridosso di Corso Francia, a pochi metri dal luogo dell’incidente.

Corso Francia,  luogo dell’incidente dove hanno perso la vota le due ragazze sedicenni a Roma

Il  2018 si è chiuso con un bilancio tragico di 143 morti a Roma, di cui oltre un terzo (57 vittime) sono proprio pedoni. Non va meglio nel 2019: solo nei primi 11 mesi dell’anno, e solo nell’area urbana della città (escluso Gra e zone oltre il Gra) gli incidenti sono stati 27.000, con 111 vittime e 12.568 ferit”.

“L’elevato numero di incidenti stradali a Roma è determinato da un lato dall’assenza di controlli da parte delle forze dell’ordine, che porta gli automobilisti a trasgredire in modo sistematico le regole, certi di non incorrente in sanzioni, dall’altro dal peggioramento delle condizioni dell’asfalto e dalla segnaletica inadeguata, come le strisce pedonali invisibili in molte zone della città . Per tale motivo chiediamo alla Procura di estendere le indagini sulla tragedia di Ponte Milvio, verificando eventuali responsabilità per concorso dell’amministrazione comunale e accertando quanti e quali controlli stradali siano stati eseguiti dalle forze dell’ordine ieri nella zona teatro dell’incidente” commenta una nota del Codacons.

A Gabriella e Massimo Saracino le più sincere condoglianze di tutti noi del CORRIERE DEL GIORNO.




Appalti & Tangenti : 20 arresti a Roma tra dipendenti pubblici e imprenditori

ROMA. Nell’operazione “Alter ego” vede impegnati oltre 100 finanzieri del Nucleo speciale anticorruzione della Guardia di Finanza di Roma sono state scoperte tangenti pagate persino sotto forma di tartufi, smartphone, lavori idraulici a domicilio, assunzioni di parenti in un centro commerciale sono le tangenti pagate per ottenere l’appalto dei cantieri per la ristrutturazione del Tribunale di Roma. Per aggiudicarsi la gara con assegnazione privata nonostante i bandi pubblici, si ricorreva ingiustamente alla pratica dell’urgenza. Venti le misure di custodia cautelare: 4 le persone finite in carcere, 10 ai domiciliari, 6 all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Il gip Anna Maria Gavoni nella sua ordinanza cautelare non esita a definire la situazione come una “comune corruzione” di otto funzionari pubblici in servizio presso il Provveditorato Interregionale delle opere pubbliche del ministero delle Infrastrutture, il Provveditorato dell’Amministrazione penitenziaria, l’Ater, l’Istituto centrale di formazione per il personale della giustizia minorile e l’Ufficio per i servizi tecnico-gestionali del Ministero dell’Interno. Dodici gli imprenditori “specializzati”  a corrompere offrendo in cambio di telefonini, tartufi, ed agevolazioni nell’acquisito di appartamenti a prezzi vantaggiosi.

Al posto della solita “mazzetta” in contanti che comunque non è mancata, questa volta è comparso questa volta persino l’”appoggio” ad un funzionario che ambiva alla nomina a direttore generale presso il Ministero delle Infrastrutture,  o la disponibilità a sbloccare una pratica e ad agevolare il trasferimento di un dirigente pubblico presso un altro ente. Il Nucleo Anticorruzione della Guardia di Finanza ha scoperto i traffici illeciti per incassare 103 mila euro per la ristrutturazione del camminamento che collega le celle dei detenuti alle aule di udienza del Tribunale di Roma, e 394 mila euro per mettere a posto gli impianti di climatizzazione ed in regola  quelli antincendio presso gli uffici della Corte d’Appello.

Tangenti persino per ottenere lavori per 115 mila euro collegati alla ristrutturazione dei servizi igienici, con eliminazione delle infiltrazioni d’acqua, oltre alla compartimentazione della sala Ced e alla messa a norma della centrale termica del Ministero della Giustizia, del Casellario giudiziario. Persino , un imprenditore  Franco De Angeli, che era stato arrestato in passato , risultato essere la il “perno” centrale dell’indagine,  era arrivato al punto di falsificare la sua data di nascita pur di non essere individuato nel casellario giudiziario.

Per il gip Gavoni, come si legge nelle 70 pagine dell’ordinanza, è “assoluta la naturalezza con cui gli indagati hanno piegato la funzione pubblica a una sorta di “cosa privata”“. L’operazione, denominata “Alter ego” è condotta dalla Guardia di Finanza che sta notificando le ordinanze cautelari agli accusati a vario titolo di corruzione, turbativa d’asta e falso nell’aggiudicazione di appalti pubblici. Il blitz è stato effettuato anche mediante anche decine di perquisizioni in uffici della pubblica amministrazione, società e abitazioni private a Roma, Napoli e Frosinone.




Un'americano intercettato, confessa sull'omicidio del carabiniere Cerciello Rega : "I Carabinieri mostrarono il tesserino"

ROMA – È stato un colloquio intercettato in carcere a fare luce sull’uccisione del carabiniere  Mario Cerciello Rega, ed a chiarire che l’accoltellamento non sia stata la reazione a un’aggressione compiuta da due sconosciuti in piena notta, né tanto meno una risposta dettata da legittima difesa. “I saw two cops” che tradotto significa “Ho visto due sbirri. Ci hanno fatto vedere velocemente i distintivi” è stata l’ammissione intercettata. Quindi i due americani   Finnegan Lee Elder, 18 anni, e Gabriel Natale Hjorth, 19 anni, attualmente carcere per l’omicidio di Mario Cerciello Rega, erano ben consapevoli che i due uomini aggrediti brutalmente, la notte dello scorso 26 luglio nel quartiere Prati di Roma, fossero dei carabinieri.

A confessarlo è lo stesso Finnegan in una conversazione intercettata in carcere  dagli investigatori, e contenuta nell’informativa finale redatta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma. Quanto ascoltato e trascritto è stata la chiave di volta che ha convinto i magistrati, il procuratore in carica Michele Prestipino, l’aggiunto Nunzia D’Elia ed il sostituto Maria Sabina Calabretta ed ha consentito loro di ipotizzare la piena assoluta volontarietà a carico dei due statunitensi, ed  a chiedere il giudizio immediato nei loro confronti, saltando quindi l’udienza preliminare. Il reato contestato è pesante: “Concorso in omicidio volontario“.

La conversazione captata dai Carabinieri è dello scorso 2 agosto, cioè pochi giorni dopo lo stato di fermo e l’adozione della custodia cautelare in carcere. Un colloquio avvenuto tra Elder, suo padre e Craig Michael Peters, avvocato penalista americano, entrato nel carcere di Regina Coeli soltanto in qualità di “amico di famiglia”, non essendo stato nominato legale di fiducia, motivo per cui è stato possibile  inserire l’intercettazione  tra quelle utilizzabili. È stato proprio il legale americano a chiedere informazioni su quanto avvenuto. Elder così esordisce nel suo racconto-confessione: “Ho visto due sbirri di cui uno più basso, erano rivolti nella direzione opposta. Sono venuti dietro a noi, alle nostre spalle. E la macchina militare era qui. Mi sono girato e li ho visti ad una distanza di tre piedi (cioè un metro circa n.d.r.). La persona che mi ha attaccato era basso, più massiccio. Mi picchiava, mi trascinava e così ho estratto il mio coltello e l’ho colpito due volte alla gamba. Poi mi ha stretto il collo e io ho cercato di scansarlo”.

Quello che è successo quella notte è cosa nota. Undici coltellate sferrate colpiscono  trafiggono il povero carabiniere Cerciello Rega, fino ad ucciderlo. Il suo collega, Andrea Varriale, impegnato in una collutazione corpo a corpo con l’altro ragazzo, Natale Hjorth, non riesce ad arrivare in tempo in suo soccorso. Interrogato dai magistrati Varriale dichiara di aver mostrato il distintivo prima dell’intervento . Circostanza questa  che viene confermata anche Elder in carcere: “Ci hanno fatto vedere velocemente i distintivi”, dice  all’ avvocato a Peters, il quale gli ricorda di attenersi alla sua dichiarazione e di ripassarla punto per punto. La linea che il difensore vorrebbe seguire è semplice, e viene così spiegata: “Due ragazzi che vengono attaccati e assaliti da due uomini, questi agenti di polizia, ragazzetti che si devono difendere contro gli adulti”.

Il carabiniere Andrea Varriale in servizio con il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso la notte del 26 luglio con 11 coltellate da Finningan Lee Elder ha presentato nel frattempo in Procura  a Roma una denuncia per lesioni contro Gabriel Natale Hjorth . La denuncia è collegato alle ferite riportate da Varriale, assistito dall’avvocato Francesca Coppi, nella colluttazione avvenuta prima del ferimento mortale di Rega. Le lesioni, giudicate guaribili in dieci giorni, sarebbero state causate da Hjorth durante la colluttazione.

In merito alla tentata estorsione nei confronti di Sergio Brugiatelli, l’intermediario” che li aveva portati dal pusher a Trastevere ed al quale avevano rubato lo zainetto, dopo che l’acquisto di cocaina era fallito per l’arrivo dei militari, Elder è molto chiaro: “Il motivo per cui ho preso lo zaino è perché mi aveva mentito. Si è preso i soldi pensando di farla franca“.

Resta ancora aperto invece il filone connesso alla diffusione e alla pubblicazione della foto di Natale Hjorth bendato, subito dopo il fermo, all’interno della caserma dei Carabinieri di via In Selci.




Il Tar accoglie il ricorso: bloccata la revoca della protezione al Capitano Ultimo. Cosa aspetta il prefetto Pazzanese (UCIS) a dimettersi ?

ROMA –  Il Tar del Lazio ha sospeso in via cautelare il provvedimento con cui il Ministero dell’Interno il 3 settembre 2018 aveva annullato la protezione per il colonnello Sergio De Caprio, noto a tutti come ”Capitano Ultimo” , l’ufficiale dei Carabinieri che stanò ed arrestò Totò Riina. I giudici hanno accolto il ricorso presentato dall’ avvocato Galletti, difensore di De Caprio. “Ringrazio l’avvocato e il Tar del Lazio, che evidentemente ritengono la mafia ancora un pericolo per i cittadini e la vita e la sicurezza del capitano Ultimo preziosa e in pericolo a differenza del prefetto Alberto Pazzanese direttore dell’ Ucis e del generale dei Carabinieri Giovanni Nistri ha commentato lo stesso De Caprio, che qualche giorno fa a Cosenza, in una delle occasioni pubbliche che lo hanno visto comparire sempre con il volto seminascosto dal passamontagna, si era appellato proprio ai cittadini.

“Ancora una volta il Tar di Roma accoglie le nostre ragioni, addirittura in sede d’urgenza – commenta Antonino Galletti, che è presidente dell’ Ordine degli Avvocati di Romaulteriore testimonianza del fatto che il colonnello De Caprio tuttora vive in una condizione di pericolo concreto ed attuale. Non ci risulta che la mafia sia stata ancora sconfitta e chi si è battuto a lungo contro di essa sacrificando la propria libertà e mettendo a rischio la vita ha diritto di essere tutelato dallo Stato“.

Nel ricorso il legale del colonnello De Caprio  aveva sottolineato che “un’attenta istruttoria avrebbe condotto a ravvisare numerosi indicatori di rischio per l’incolumità di De Caprio e della sua famiglia, nonché un grave ed attuale pericolo di ritorsioni, laddove era onere dell’amministrazione fornire prove oggettive sull’assenza dei pericoli per il ricorrente, tali da legittimare l’adottato provvedimento”. Nel testo dell’istanza si legge anche: “L’amministrazione avrebbe dovuto motivare in maniera più esaustiva e approfondita le presunte circostanze anche fattuali che renderebbero non più concreto l’obiettivo di assicurare, in favore di De Caprio, la misura di protezione. Dopo i suoi brillanti successi contro le organizzazioni criminali e il lungo impegnato nella lotta contro la mafia, il rischio per l’incolumità e sicurezza si devono presumere per definizione”.

“Le risultanze della Commissione Centrale Consultiva per l’adozione delle misure di sicurezza personale del febbraio 2019, sia il verbale della riunione del 23.7.2019″ hanno “incredibilmente ignorato (infatti, non v’è traccia nell’istruttoria procedimentale e nella motivazione del provvedimento finale) le relazioni ultime dell’attività investigativa svolta dalla DIA circa l’attuale livello di pericolosità dell’associazione mafiosa denominata ‘Cosa Nostra’ anche in relazione alla possibilità concreta che alcuni esponenti dell’organizzazione criminale operanti nel territorio capitolino possano colpire uomini dello Stato (come il De Caprio) che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia“, viene rilevato nel ricorso.

“Con i provvedimenti impugnati, infatti, l’Amministrazione omette colpevolmente di considerare il valore e l’importanza nella cultura criminale di Cosa Nostra di perseguire e annientare i simboli dello Stato che hanno cercato di affermare giustizia e legalità in Sicilia”. La decisione di revocare il dispositivo di protezione finora goduto da De Caprionon tiene conto delle minacce pubbliche che alcuni boss di Cosa Nostra del calibro di Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino e altri esponenti, tutti sottoposti a regime di detenzione particolarmente restrittivo, hanno proferito nei confronti dell’ufficiale e che potrebbe essere il segnale per i sodali dell’organizzazione di colpire il ricorrente, come si suol dire in gergo mafioso, per finalità di vendetta”.

Nel ricorso si ricorda poi che,come più volte pubblicamente dichiarato dalle Autorità pubbliche palermitane, alcuni dei boss di Cosa Nostra potrebbero lasciare a breve le strutture penitenziarie a seguito dello sconto integrale della pena e ciò aumenta l’allarme per l’incolumità e la sicurezza personale del De Caprio” . In relazione poi “all’evento incendiario verificatosi nel marzo 2019 in una zona frequentata quotidianamente dal De Caprio, ricondotto sbrigativamente e senza approfondimenti ad un attentato contro la società pubblica Eni spa, è “doveroso rappresentare” che nel settembre 2018 ‘l’Espresso’ha rilevato come il colonnello De Caprio, durante la sua permanenza all’Aise, ha svolto un ruolo di primo piano nelle vicende che hanno riguardato l’approvvigionamento delle risorse energetiche in Libia da parte dell’Eni, oggetto della campagna di attentati incendiari rivendicati dagli anarchici“.

La “frettolosa riconduzione degli atti incendiari di autovetture del marzo 2019 nelle vicinanze della abitazione del ricorrente, alla sola matrice anarco-insurrezionalista ed in particolare ad una campagna anarchica contro la politica governativa italiana a tutela degli interessi dell’Eni in Libia”, rappresenta quindi “un pericolo concreto ed attuale alla incolumità dell’Ufficiale”. Nel ricorso si ricorda che “l’art. 8 del D.M. del 28 maggio 2003, impone l’opportunità di un immediato e più attento riesame della situazione, se è vero che, ai sensi dello stesso art. 8, il livello 4 di protezione, afferente al rischio meno elevato, ricorre in tutte le situazioni in cui elementi informativi attendibili abbiano consentito di acclarare un pericolo non ancora determinato ed attuale e non possa escludersi il compimento di azioni criminose nei confronti della persona da tutelare; compimento che, per quanto sopra sommariamente esposto e per quanto già acclarato in sede processuale nel precedente giudizio, non può logicamente escludersi per definizione nel caso di specie“.

Sull’incendio di diverse autovetture di fronte al condominio in cui vive De Caprio e nei pressi della casa famiglia promossa da ‘Ultimo‘ a Roma con finalità assistenziali, “non risulta essere stata operata una nuova approfondita valutazione, ad opera delle competenti autorità, rispetto alla situazione di potenziale pericolo alla quale potrebbe essere ancora esposto l’interessato“. “E’ stato già dedotto – prosegue il ricorso – come, anche l’interpretazione fornita dall’Amministrazione all’evento incendiario del 29.3.2019, ricondotto ad atto di matrice anarco-insurrezionalista posto in essere contro la società Eni spa, espone il ricorrente ad un pericolo attuale e concreto, stante il ruolo svolto dal De Caprio nell’operazione di acquisizione di risorse energetiche in Libia da parte della società pubblica. Esattamente, dunque, il contrario di quanto sostenuto dall’Amministrazione secondo la quale sarebbe venuto meno il profilo di rischio per avere l’Amministrazione addirittura ignorato l’attività svolta dall’ufficiale all’epoca in servizio all’Aise.

L’istruttoria dell’ UCIS, concludeva il ricorso dell’ Avv. Galletti  “è stata compiuta in maniera approssimativa e superficiale, né è convincente e credibile” la tesi secondo la quale “‘si tratterebbe di ‘azioni criminose chiaramente poste in essere contro l’Eni’, posto che se davvero il movimento anarco-insurrezionalista avesse voluto portare avanti azioni dimostrative contro la società pubblica non si sarebbe limitata ad azioni criminose contro una autovettura a noleggio parcheggiata nella lontana periferia romana”. De Caprioha documentato due episodi che ben lungi dall’essere risalenti, giova ribadire, si sono peraltro verificati addirittura in prossimità delle udienze di discussione della tutela cautelare e del c.d. merito della controversia“.

La revoca della scorta, disposta dal Viminale aveva suscitato polemiche nel mondo politico, a partire dallo stesso Capitano Ultimo che su Twitter aveva commentato: “I peggiori sono sempre quelli che rimangono alla finestra a guardare come andrà a finire. Sempre tutti uniti contro la #mafia di #Riina e #Bagarella. No #omertà“, definendo la decisione #mobbing di Stato. Per poi tornare a postare poche ore prima della revoca: “Senza scorta come piace a voi“.

Tra le prime voci contro la revoca si era alzata quella di Rita Dalla Chiesa che su Facebook scriveva: “La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?“. Negli ultimi giorni la petizione lanciata su Change.org da volontari perché venisse riassegnata la protezione al colonnello De Caprio ha superato le 89 mila firme. Ed abbiamo firmato anche noi ! Fatelo anche voi .

#iostoconcapitanoultimo




Omicidio Luca Sacchi, nello zaino della ragazza c'erano oltre 2mila euro. Arrestati i due responsabili

ROMA – “Volevo spaventarlo. Non volevo ucciderlo“. Si è giustificato con queste parole Valerio Del Grosso parlando con l’amico e con la fidanzata  mentre cercava di nascondersi. Si nascondeva, dopo avere premuto il grilletto della pistola P38 che ha ucciso Luca Sacchi con un colpo secco sparato alla nuca che ha trapassato il cranio del venticinquenne. Del Grosso lo ha confessato qualche ora più tardi anche agli agenti che lo hanno arrestato, mentre li accompagnava nei luoghi dove ha nascosto le prove dell’omicidio.

L’arma del delitto non è ancora stata rinvenuta ma nel provvedimento di fermo del pm si legge che lo stesso Del Grosso ha indicato ai poliziottiil “luogo impervio” dove è stata gettata la pistola. È stata invece rintracciata la mazza da baseball probabilmente utilizzata dai due aggressori nelle prime fasi della rapina per malmenare Anastasiya Kylemnyk, la fidanzata di origini ucraine (è in Italia dal 2003) di Luca Sacchi, che era stata buttata in un campo ai margini del Gra, sulla Fiumicino-Roma nei pressi della Centrale del Latte, dove è stato rinvenuto anche il tamburo della pistola che ha sparato.

E’ stato ritrovato anche lo zainetto di Anastasia Kylemnyk che conteneva oltre duemila euro divisi in mazzette da 20 e 50. Davanti al pm Nadia Plastina, però, sceglierà di avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma oggi in sede di convalida del fermo che lo ha spedito a Regina Coeli potrebbe raccontare perché la follia omicida lo abbia spinto a sparare. Intanto, cosa sia successo la sera del 23 ottobre lo hanno raccontato i testimoni ascoltati da Polizia e Carabinieri, che hanno condotto congiuntamente le indagini, con una ricostruzione dei fatti contenuta nel fermo a carico di Del Grosso e del suo complice Paolo Pirino.

Il testimone, una sorta di “mediatore” di Del Grosso, ha raccontato anche come, nelle fasi precedenti il delitto, si sia recato al parco della Caffarella con altre due persone “alle 21:30 del 23 ottobre incontrandone una terza, già a lui nota, al quale si presentava come inviato di Valerio“. Doveva verificare, per conto di Del Grosso “se persone in zona Tuscolana avessero il denaro per acquistare come convenuto merce”.

Dalle testimonianze è emerso che i due pusher avevano una “rete”, almeno tre emissari, ed erano organizzati ed emerge la possibilità che fossero stati “contattati” per l’acquisto di droga. Secondo la Procura emerge che i fermati avevano complici che potevano consentire loro una fuga. Motivo per cui è stato convalidato l’arresto.

La svolta alle indagini che ha portato al fermo dei due delinquenti, è arrivata grazie alla signora Giovanna Proietti madre di Del Grosso, che si è presentata in un commissariato della Capitale nella tarda serata di ieri in commissariato, accompagnata dal marito e dall’altro figlio maggiore Andrea Del Grosso per comunicare i suoi sospetti e denunciare suo figlio Valerio dicendo:  “Temo che mio figlio abbia fatto qualcosa, forse è coinvolto nell’omicidio di Luca Sacchi. Meglio saperlo in carcere che nelle mani di spacciatori, delinquenti e criminali“.

Tutto succede nel primo pomeriggio di giovedì Valerio la notte prima non era rientrato, ma sapevo che l’indomani era andato a lavorare nella pasticceria dove fa l’aiuto cuoco da circa sette mesi e che è proprio di fronte casa. Ero tranquilla. Poi però lo chiamavo al telefono e non rispondeva“. Quando il figlio Andrea racconta alla madre cosa ha appreso dagli amici del fratello, la donna spalanca gli occhi: “Mi ha detto che Valerio aveva sparato a una persona e che quella persona è Luca Sacchi“. Il figlio maggiore Andrea è accanto a lei in commissariato e conferma tutto. Raccontando questa storia: nel pomeriggio un amico di Valerio, Cristian Bertoli, lo chiama chiedendogli di vedersi perché gli doveva dire una cosa urgente. Quando i due si incontrano, Bertoli confida ad Andrea che Valerio aveva sparato a una persona e che lo aveva saputo da un altro amico loro, Manuel Incani.  che rintracciato ed ascoltato dagli investogatori, ha confermato la versione aggiungendo di averlo confidato, inoltre, a un altro amico, Valerio Rispoli. “È troppo“, dice la mamma  “lo abbiamo aiutato tante volte e anche adesso lo stiamo facendo perché questa è la cosa più giusta“.

Successivamente è stata la fidanzata di Del Grosso a indicare ai Carabinieri il residence dove  si era rifugiato il compagno, come contenuto dal provvedimento di fermo del pm, che riporta mun chiaro riferimento alle sue dichiarazioni. “Valerio mi ha detto che era con Paolo Pirino e che non voleva uccidere. Dopo l’omicidio mi ha chiesto: ‘Stai con me in hotel?’. Sono stati i suoi amici a dirmi: ma sai cos’ha combinato?“. La ragazza spiega che durante la notte c’è stato anche un violento diverbio tra i due. E subito dopo Del Grosso le ha detto che “era successo un casino” aggiungendo a verbale “Mi riferiva che aveva sparato in testa a una persona non specificandone le motivazioni…tutti gli amici me compresa, consigliavamo a Valerio di andarsi a costituire“.

Nel cuore della notte quindi la “caccia all’uomo” ha subito una forte intensa accelerazione. Come hanno riferito il capo della Squadra Mobile di Roma, Luigi Silipo, ed il colonnello Mario Conio, comandante del Reparto Operativo dei Carabinieri di Roma, Del Grosso è stato rintracciato in un residence in zona Tor Cervara, mentre Pirino si era rifugiato sul terrazzo di una palazzina in zona Torpignattara nello stabile dell’ abitazione della fidanzata. L’auto con cui erano fuggiti – una Smart bianca a quattro posti – è stata sequestrata. I due hanno precedenti: Valerio Del Grosso per botte alla ex compagna, Paolo Pirino invece per droga. La Smart bianca con cui si  erano dati alla fuga, è stata posta sotto sequestro.

La traduzione in carcere di Valerio del Grosso

L’ indagine: le cause dell’omicidio

Secondo la ricostruzione degli investigatori, Luca Sacchi e la sua fidanzata Anastasiya Kylemnyk volevano acquistare della droga, probabilmente dell’hashish. Dovevano incontrare i pusher, poi le cose sono degenerate. Del Grosso e Pirino volevano impossessarsi del denaro senza consegnare alcuna droga, e si sarebbero presentati armati di pistola e mazza da baseball con l’intento di sottrarre lo zaino ad Anastasia. Quando però hanno colpito la ragazza con la mazza da baseball, il fidanzato, Luca ha reagito riuscendo a mettere a terra Paolo Pirino uno degli aggressori. A quel punto, l’altro, cioè Del Grosso, ha preso la pistola P38 sparando da distanza ravvicinata il colpo mortale alla nuca a Sacchi .

Luca Sacchi  è stato trasportato  in condizioni gravissime all’ospedale San Giovanni e sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Che però a causa delle condizioni conseguenti al proiettile che ha trapassato la testa , il suo decesso è avvenuto intorno alle 13 di giovedì. I genitori hanno autorizzato l’espianto degli organi. La fidanzata della vittima è stata visitata in ospedale per le contusioni riportate nell’aggressione.

La fidanzata di Luca: “La droga non c’entra”

Nel racconto fatto dalla fidanzata della vittima respinge decisamente le accuse.  “La droga? Non c’entra niente. Luca era lì per guardare il fratellino piccolo che si trovava nel pub – ha dichiarato Anastasiya Kylemnyk ai microfoni del Tg1. “Luca non ha mai incontrato gli spacciatori – ha detto -, non ho visto e sentito nulla. Ho sentito solo la voce di un ragazzo romano e giovane. Mi ha detto ‘dammi sto zaino‘. E Luca mi ha protetto come ha sempre fatto: l’ha messo a terra e forse per questo si sono spaventati“.

L’avvocato di Del Grosso: “Mio assistito pronto a parlare“. Ma non parla…

Gli investigatori e i magistrati sostengono di avere indizi molto evidenti a carico dei due fermati e sperano che collaborino per chiudere quella che definiscono “un’indagine lampo”: “Il mio assistito – ha dichiarato l’avvocato Alessandro Marcucci, difensore di Valerio Del Grosso – , si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma intende chiarire, appena possibile, la sua posizione. È molto provato da una tragedia che colpisce più persone, in primis quella di Luca Sacchi. Non riusciamo a immaginare il dolore che stanno provando. Ho avuto modo di parlare con lui per pochi minuti questa notte – spiega il difensore -. Questa è una tragedia che colpisce anche la famiglia di Valerio composta da persone oneste. Anche il mio cliente, da quanto so, non ha precedenti penali gravi. Lavorava come pasticciere. Questa vicenda rappresenta un fulmine a ciel sereno“. Evidentemente picchiare la sua compagna che ha messo al mondo un bambino di appena 6 mesi, per questo avvocato non è grave…

I precedenti di Del Grosso provengono dalle botte che aveva dato all’ex compagna, dalla quale ha avuto un figlio, e che lo ha denunciato per percosse dopo una lite, per la quale i sanitari del pronto soccorso,  l’avevano refertata con 40 giorni di prognosi.

Valerio Del Grosso da ieri è rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, insieme a Paolo Pirino. Pur avvalendosi della facoltà di non rispondere negli uffici della Squadra Mobile di Roma di fronte a Polizia e Carabinieri, ha condotto gli agenti che lo hanno rintracciato ed arrestato ,  in quattro posti diversi tra cui quello dove si era disfatto dello zainetto rubato ad Anastasia Kylemnyk e nel luogo dove aveva gettato il tamburo della pistola che ha ucciso Sacchi e la mazza utilizzata per colpire la fidanzata.

Il capo della polizia, Gabrielli: “Non è storia di poveri ragazzi scippati”

La ricostruzione degli investigatori è stata confermata indirettamente dal prefetto Franco Gabrielli, il capo della polizia: “Gli accertamenti che l’autorità giudiziaria disvelerà quando riterrà opportuno non ci raccontano la storia di due poveri ragazzi scippati. Lo dico tenendo sempre ben presente, non vorrei essere equivocato su questo, che stiamo parlando della morte di un ragazzo di 24 anni. Parliamo di una vicenda gravissima  – ha sottolineato Gabrielli –  È morto un ragazzo di 24 anni. Questo dovrebbe imporre ad ognuno di noi un atteggiamento di grande riflessione e rispetto. Sono soddisfatto  della risposta delle forze di polizia, – ha proseguito – che hanno agito in maniera sinergica, senza gelosie. E non posso non notare, con un certo sollievo  che questa vicenda, sotto il profilo dell’accertamento della verità, ha visto coinvolta la stessa famiglia di uno degli autori dell’efferato gesto” ha concluso il capo della Polizia di Stato.

l’albergo Cervara Hotel Park dove si era rifugiato Valerio Del Grosso

La ragazza di Valerio agli agenti: “Lo trovate nella camera 103”

Conosco Valerio Del Grosso da moltissimi anni, l’amicizia negli ultimi tre giorni si è trasformata in una relazione. Nella giornata del 23 novembre Valerio mi ha messaggiato chiedendomi di voler uscire insieme per una passeggiata. Alle 23.15 circa ho ricevuto uno squillo da parte sua che mi avvisava che era arrivato sotto la mia abitazione. Appena scesa ho visto Valerio che scendeva dall’autovettura Smart di colore bianca condotta e di proprietà di un nostro comune conoscente di nome Paolo Pirino, che abita nella zona di Casalmonastero. Una volta salutato Paolo, Valerio mi chiedeva se potevamo utilizzare per uscire la mia autovettura Fiat 500 come difatti facevamo. Durante l’uscita insieme Valerio per diverse volte mi faceva fermare con la vettura per scendere a parlare con diversi nostri conoscenti. Non ho mai capito il contenuto dei loro dialoghi ma mi sono insospettita pensando comunque che fosse accaduto qualcosa di importante. Dopo ripetute richieste di spiegazioni, Valerio mi ha riferito che mentre era in compagnia di Paolo Pirino lo stesso aveva dato una bastonata ad una persona, non specificandomi il motivo e il soggetto vittima. Intorno alle ore 3.00 circa chiedevo a Valerio di essere accompagnata a casa, ma lo stesso mi chiedeva di andare a passare fa notte con lui in un Hotel perché era meglio non tornarci. Difatti subito dopo provavamo a prendere una stanza all’hotel Urban sito in Via di Rebibbia. Questo tentativo non andava a buon fine vista l’indisponibilità di una stanza, quindi ne prendevamo una all’Hotel Domus Urbis di Via della Bufalotta. Durante la nottata a seguito delle continue discussioni, Valerio aggiungeva a quanto mi aveva riferito in precedenza, che era successo un casino e che lui nella circostanza aveva esagerato nel comportarsi. Alle ore 7.30 circa abbiamo lasciato l’hotel perché Valerio doveva andare a lavorare. Alle 12.00 circa dopo ripetute chiamate che lo stesso mi faceva e alle quelli io non ho mai risposto, lo stesso si portava sotto la mia abitazione. Nella circostanza notavo che Valerio era vestito con abiti che utilizza per la sua attività di pasticcere, mentre ricordo che nella serata passata indossava una tuta del tipo da ginnastica marca Fila di colore bianco con delle strisce di colore verde e lilla, con scarpe di colore bianco dello stesso marchio. Valerio mi chiedeva se potevamo mangiare insieme, infatti ci siamo recati in zona Trastevere in un ristorante di un suo conoscente dove abbiamo mangiato fino alle 16.30 circa. Successivamente siamo tornati in zona Casal Monastero e ci siamo divisi. Alle 20.30 circa ci siamo nuovamente incontrati insieme anche ai nostri amici Manuel, Cristian ed un altro ragazzo di cui non conosco il nome. Mentre eravamo intenti a parlare tra di noi, Manuel mi ha chiesto se ero a conoscenza di cosa fosse successo e cosa avesse combinato Valerio. Alla mia risposta negativa, Manuel mi raccontava dell’accaduto suggerendomi anche di andare a vedere su internet gli articoli sull’accaduto. Subito dopo chiedevo spiegazioni a Valerio. Lo stesso mi riferiva che aveva sparato in testa ad una persona non specificandone le motivazioni. Capivo a questo punto i particolari comportamenti che aveva avuto nelle ore precedenti. Tutti gli amici me compresa a questo punto consigliavamo a Valerio di andarsi a costituire. Lo stesso mi pregava di accompagnarlo in un albergo per restare con lui a fargli compagnia. Mi rifiutavo a tale richiesta e mi limitavo ad accompagnarlo al Cervara Hotel Park sito in via di Tor Cervara, dove precedentemente, su indicazione dello stesso, prenotavo a mio nome e con un mio documento, una stanza. La stanza assegnata è risultata la numero 103. Subito dopo alle ore 23.00 circa, mi allontanavo dalla struttura alberghiera e mi recavo da una mia amica di nome Magdy. In seguito, dopo che mi sono allontanata da quest’ultimo indirizzo venivo controllata da una pattuglia della Polizia di Stato, nel corso del quale dopo aver raccontato sommariamente gli ultimi passaggi in precedenza descritti, davo loro indicazioni dell’albero dove potevano rintracciare Valeria”
DOMANDA: Lei è a conoscenza che la sera dell’omicidio Valerio Del Grosso fosse in compagnia di Pirino Paolo?
RISPOSTA: Si, perché Valerio mi ha raccontato l’accaduto dicendomi che nel contesto era in compagnia di Pirino Paolo.
DOMANDA: Valerio le ha specificato le motivazioni per le quali ha sparato?
RISPOSTA: No, mi ha solamente detto che il suo intento era quello di spaventare e non di uccidere.

(notizia in aggiornamento)

 

 

 




Guardia di Finanza: arrestata a Roma spacciatrice di cocaina titolare di "reddito di cittadinanza"

ROMA – Arrestata dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma una quarantaseienne romana che aveva adibito il circolo ricreativo che gestiva a “centrale” di spaccio di cocaina. Le Fiamme Gialle  hanno sventato l’immissione sul mercato di 155 dosi di stupefacente già pronto all’uso. Il continuo via vai di avventori nel circolo ubicato nel quartiere tiburtino della Capitale ha attirato l’attenzione dei finanzieri del 3° Nucleo Operativo Metropolitano di Roma che hanno effettuato una perquisizione dei locali, all’interno dei quali sono stati scoperte 155 dosi, già confezionate, per un totale di 38 grammi di cocaina.

All’esterno del circolo era stato installato un sofisticato sistema di videosorveglianza predisposto per poter monitorare costantemente l’ambiente esterno e fronteggiare eventuali irruzioni delle forze di polizia. Oltre alla droga, sono sequestrati scatole di amminoacidi per il taglio, un bilancino di precisione, un tirapugni, un telefono cellulare e denaro contante presumibilmente provento dello spaccio.

 

Il Giudice ha appurato che l’arrestata era titolare persino del “reddito di cittadinanza, motivo per cui durante il giudizio con rito  “direttissimo” tenutosi davanti al Tribunale di Roma, la disposto la sospensione della provvidenza, oltre alla condanna per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Denunciato all’Autorità Giudiziaria anche un collaboratore della donna, che la coadiuvava nella cessione delle dosi ai clienti.  L’operazione rientra nel dispositivo di contrasto ai traffici illeciti e di tutela della salute dei cittadini predisposto dal Comando Provinciale di Roma.




Processo Mafia Capitale. Sentenza definitiva: "non era mafia", carcere per 9 persone

ROMA – Dopo la sentenza della sesta sezione penale  della Suprema Corte di Cassazione sull’inchiesta “Mondo di Mezzo” ribattezzata giornalisticamente “Mafia Capitale ”  è  stato eseguito nella notte di ieri un ordine di esecuzione per la carcerazione emesso dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma per 9 persone, dai militari dei Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Roma. A finire in carcere l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti, per Claudio Turella l’ex dirigente del Comune di Roma Capitale che si occupava della cura del verde, e per Sandro Coltellacci, Franco Figurelli, Guido Magrini, Mario Schina, Andrea Tassone e Giordano Tredicine.

Mondo di mezzo quindi non è Mafia Capitale. come ha deciso la Corte di Cassazione che, ribaltando il verdetto della Corte d’Appello, ha stabilito che l’organizzazione a delinquere capeggiata dall’ex Nar Carminati e dall’ex “ras” delle cooperative romane  Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un “associazione a delinquere semplice“. Quindi di conseguenza, la pena inflitta in secondo grado andrà ricalcolata.

Salvatore Buzzi e Massimo Carminati

Per alcune delle persone arrestate è stata applicata la legge ‘Spazzacorrotti’, approvata il 31 gennaio scorso e che introduce “misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”. Legge sulla quale pende al momento un ricorso davanti alla Corte Costituzionale.

“Ci aspettiamo che venga immediatamente revocato il 41bis, ovvero il regime di carcere duro, se ciò non dovesse accadere siamo pronti a fare istanza“. E’ quanto ha dichiarato l’avvocato Cesare Placanica, difensore dell’ex Nar Massimo Carminati, a seguito della decisione della Corte di Cassazione che ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa. “In queste ore – aggiunge il penalista – stiamo valutando anche di presentare una istanza di scarcerazione nell’attesa che la Corte d’Appello di Roma ridetermini la pena

A questo punto dovrà essere celebrato un nuovo processo in Corte d’appello, dinnanzi ad una sezione diversa da quella che precedentemente aveva ipotizzato l’aggravante del reato di “associazione mafiosa” sostenendo l’esistenza di una ‘piovra’ sulla Capitale. La  Cassazione ha dovuto valutare la posizione di 32 imputati,  17 dei quali erano stati condannati lo scorso anno dalla Corte d’Appello di Roma, a vario titolo per mafia, cioè per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa ed, anche per alcuni di “concorso esterno”. Oltre a Carminati e a Buzzi che erano stati condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi ed a 18 anni e 4 mesi, anche  l’ ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio, Luca Gramazio, (8 anni e 8 mesi), e  l’ ex amministratore delegato dell’Ama  Franco Panzironi a 8 anni e 4 mesi. Nei loro confronti si dovrà celebrare un nuovo processo.  La Corte Cassazione ha assolto Salvatore Buzzi da due delle accuse contestategli, e cioè “turbativa d’asta e corruzione“, così come è  caduta l ‘accusa per Carminati di intestazione fittizia di beni.

La Cassazione in conseguenza della stabilita riqualificazione del reato in “associazione a delinquere semplice“,  ha quindi annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia. L’ipotesi accusatoria processuale condotta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova mafia”, con estensioni ed articolazioni nel mondo degli appalti della Capitale. Una organizzazione criminale “collaudata”  che secondo i magistrati della Procura della Capitale aveva le tipiche caratteristiche del 416bis e cioè , “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, come avevano scritto nella loro sentenza di condanna i giudici della Corte d’appello. Impostazione condivisa anche dalla Procura generale della Cassazione che ha chiesto la sostanziale conferma della sentenza d’appello.

 “Non era un’associazione mafiosa? E quindi che era, un’associazione di volontariato?“, ha commentato sarcastico il leader della Lega Matteo Salvini, mentre per il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra (M5s), “le sentenze si rispettano, ma le perplessità, i dubbi, le ambiguità restano”. Matteo Orfini, ex presidente ed ex commissario del Pd di Roma, mette in guardia dal rischio di una “autoassoluzione della città, perché la mafia a Roma c’è”.

Le difese e gli amici degli imputati chiaramente esultano. “Buzzi aveva ammesso alcune delle contestazioni. A Roma c’era un sistema marcio e corrotto e la sentenza di primo grado l’ha riconosciuto. La procura ha provato a sostenere la mafia. La Cassazione ha detto quello che avevamo sostenuto fin dall’inizio”, ha dichiarato l’avvocato Alessandro Diddi. “La Suprema Corte ha ritenuto la sentenza di appello giuridicamente insostenibile“, ha aggiunto  il difensore di Carminati l’ avvocato Cesare Placanica, mentre Giosuè Naso, il suo ex storico avvocato, ed attuale difensore di altri due imputati, attacca: “Ma vi pare possibile che la mafia sia stata riconosciuta a Roma in questi ultimi 7 anni, cioè da quando c’era Pignatone, e prima nessuno se ne era mai accorto? A Roma non c’è la mafia, ma una cultura mafiosa, che è una cosa completamente diversa“.

Per l’ avvocato Valerio Spigarelli, difensore di Luca Gramazio,siamo di fronte alla sconfessione delle procura di Roma. Il processo era un esperimento giudiziario, un esperimento fallito“, affermazioni queste a cui ha replicato il Procuratore Generale della repubblica di Roma, Giovanni Salvi: “Non trovo giustificate le esultanze di qualcuno visto che la Suprema Corte ha riconosciuto l’esistenza di associazioni, nei termini affermati dalla sentenza di primo grado, che aveva irrogato pene non modeste: due associazioni a delinquere che erano state capaci di infiltrare in profondità la macchina amministrativa e politica di Roma“.




ll millantatore Panzironi sarà processato: “Non è un dottore”.

ROMA – Dopo le sanzioni dell’ Autorità Antitrust e dell’ Agcom, arriva anche l’intervento della magistratura. Adriano Panzironi,  pubblicista sospeso dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio, nei confronti dello  spregiudicato lucroso business sulle diete e ed i consigli per l’elisir di lunga vita che ha impiantato. Il suo rinvio a giudizio è basato sul fondamento che Panzironi non ha i requisiti per prescrivere diete o cure salvifiche. “Non è un dottore, né un dietologo” non è specializzato in scienze dell’alimentazione e pertanto i suggerimenti inerenti i suoi integratori configurarono un reato: esercizio abusivo della professione medica. è la sintesi con cui il pm Francesco Marinaro della Procura di Roma lo ha mandato a processo dinnanzi al Tribunale Penale, che si svolgerà a marzo 2020.

A processo sempre nella veste d’imputato, andrà anche suo fratello Roberto Panzironi , insieme al quale è socio nell’azienda “Life 120 Italy“, che produce gli integratori, sponsorizzati e venduti nel programma televisivo “Il cercasalute”  condotto da Adriano Panzironi e trasmesso a pagamento su una ventina di emittenti locali in tutta Italia del digitale terrestre, presso le quali compra spazi televisivi autogestiti, ed ha persino aperto sul digitale terrestre un canale “Life120“. A finire sotto inchiesta la titolarità dei Panzironi a commerciarli.

A presentare l’esposto contro Panzironi, nella primavera del 2018, è  stato l’ Ordine del Medici di Roma, il più grande d’Europa, che conta 45mila iscritti. Da tempo dichiarò   il 14 giugno 2018  Antonio Magi,  presidente dell’Ordine romano al quotidiano Il Tirreno – “molti esposti sono arrivati da medici e non solo e l’Ordine è obbligato, in quanto organo sussidiario dello Stato a intervenire. E ha dovuto segnalare la vicenda alla Procura in quanto negli esposti ricevuti si mette in evidenza che nelle trasmissioni si danno terapie, si consiglia di prendere integratori”.

Inoltre  ricorda oggi Magi nell’esposto si evidenzia che non si può suggerire un regime alimentare senza conoscere una persona, senza averla visitata, senza conoscerne le patologie, senza aver preso visione delle sue analisi. Si possono consigliare alimenti che non sono compatibili con le sue condizioni di salute. Per fortuna abbiamo trovato un giudice che ha accolto la nostra tesi”.  E che ha deciso il rinvio a giudizio per Adriano Panzironi (come anticipato dalla cronaca di Roma de La Repubblica) e anche per suo fratello gemello Roberto.

Adriano Panzironi promette grazie al suo regime alimentare a base di proteine e integratori che produce vende assieme al fratello di far vivere fino a 120 anni e di guarire da ogni malattia, persino dal cancro al diabete, dalle mestruazioni abbondanti al glaucoma, adesso rischia una condanna fino a 3 anni di carcere.

Osteggiato giustamente dalla comunità scientifica, ed addirittura da alcuni parlamentari, è stato duramente sanzionato da Agcom e Antitrust, che ha sanzionato Life 120 Italia e Welcome Time Elevator, oltre all’emittente televisiva Teleuniverso e al pubblicista delle diete Adriano Panzironi, “per aver reiterato due pratiche commerciali scorrette già vietate e sanzionate con il provvedimento dello scorso 13 settembre 2018″. Le due multe ammontano rispettivamente a 40.000  e 250.000 euro ,  L’ultima sanzione emanata è dello scorso settembre 2019.

Life 120 Italia, spiegava l’Antitrust in una nota, ha continuato a diffondere, all’interno delle puntate della trasmissione Il CercaSalute” andate in onda nel periodo gennaio-giugno 2019, due versioni dello spot pubblicitario relativo al prodotto Orac Spice “che contenevano ancora riferimenti a non dimostrati effetti terapeutici delle sostanze contenute nel suddetto integratore”.  Nello spot in esame venivano, infatti, suggeriti veri e propri effetti preventivi e terapeutici in capo ai componenti dell’integratore Orac Spice “che, per definizione, – prosegue l’Autorità – può invece avere soltanto l’effetto di ottimizzare le funzioni fisiologiche che sono già nei limiti della normalità. Per la reiterazione di tale pratica, alla società Life 120 Italia è stata irrogata una sanzione di 250.000 euro

Panzironi nel docufilm da egli stesso finanziato, sostiene le sue “scoperte” che pone alla base delle sue teorie, contro le quali si è schierato duramente il luminare della dieta anti-cancro Franco Berrino, anch’egli pronto ad intraprendere un’azione legale. “Immagini rubate, avvieremo un’azione legale” ha scritto in un post su Facebook il noto medico ed epidemiologo,  precisando inoltre come le “immagini del dottor Berrino, riprese nel film documentario “L’uomo che volle vivere per 120 anni” del signor Adriano Panzironi siano state utilizzate senza alcuna autorizzazione“. Il luminare dell’alimentazione anti-cancro con la sua associazione “La Grande Via” non ha alcuna esitazione e sta per intraprendere un’azione legale in merito, dissociandosi “completamente dai messaggi, affermazioni, metodi promossi e diffusi dal signor Panzironi“.

“Non si può suggerire un regime alimentare senza conoscere una persona, senza averla visitata, senza conoscerne le patologie, senza aver preso visione delle sue analisi. Si possono consigliare alimenti che non sono compatibili con le sue condizioni di salute. Per fortuna abbiamo trovato un giudice che ha accolto la nostra tesi”, spiega Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma.

I fatti contestati dalla procura di Roma risalgono al 2018 e nel frattempo i suoi programmi tv (delle autentiche televendite che di giornalistico o medico-scientifico non hanno alcunchè) continuano. Incredibilmente pochi giorni fa il contestatissimo divulgatore-millantatore ha persino presentato, alla Casa del Cinema di Roma, a Villa Borghese, il cortometraggio “L’uomo che volle vivere 120 anni” con il quale attraverso il racconto del regista, millanta i “miracolosi” effetti dello stile di vita che da anni propone con i suoi libri e prodotti alimentari.

Al rinvio a giudizio si è arrivati anche grazie ai Carabinieri del NAS che hanno visionato ore e ore della trasmissione Life120. La conferma che si erano attivati i NAS  ed avevano acquisito registrazioni delle trasmissioni de Il Cercasalute, arrivarono anche dall’ex sottosegretario alla salute Maurizio Fugatti la scorsa estate, che rispondendo in aula alla Camera  ad un’interrogazione su “Life120 e i rischi di questo stile di vita”, presentata dal deputato Giovanni Donzelli , annunciò: “Il ministero si è attivato il 30 aprile con i Nas chiedendo di verificare se i contenuti delle informazioni propagandate nelle trasmissioni di Panzironi invadano gli ambiti di competenza riservate alle professioni sanitarie e di verificare di quali titoli di studio Adriano Panzironi sia in possesso”.

Adesso finalmente è arrivata decisione della Procura della capitale che vuole fare luce sulla sua posizione. Adriano Panzironi dovrà spiegare dinnanzi al giudice,  a quale titolo diffonde consigli medici e nutrizionali sull’emittente televisiva Teleuniverso e durante le convention in palazzetti dello sport stracolmi . Panzironi aveva denunciato a suo tempo (come fa con tutti quelli che denunciano il suo operato) anche il nostro giornale, ma sul banco degli imputati ci andrà lui, ed attraverso i nostri legali lo denunceremo per calunnia. A noi questo impostore ricorda tanto Vanna Marchi e sua figlia….




Tre ergastoli al clan Spada di Ostia. Per la Corte d'Assise è un'associazione mafiosa

ROMA – Sono state necessarie oltre nove ore di Camera di consiglio ai giudici della Corte d’Assise di Roma per condividere e confermare i capi d’accusa, e quindi applicare il  416bis agli oltre 20 imputati a processo per associazione a delinquere di stampo mafioso e videocollegati dalle rispettive carceri. L’inchiesta era partita dopo gli oltre 30 arresti del 25 gennaio 2018 con cui le forze dell’ordine hanno eseguito l’ordinanza per gli omicidi del 2011 di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini, a seguito dei quali è partita l’ascesa degli Spada sul litorale di Ostia alle porte della Capitale. La sentenza di primo grado riconosce che il “clan Spada“, la potente famiglia sinti del litorale romano, è un'”associazione mafiosa“.

Carmine Spada

Ilaria Calò e Mario Palazzi i due pm della Procura di Roma che hanno istruito il processo , avevano chiesto nel corso della requisitoria  condanne per 208anni più tre ergastoli per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti degli imputati che avevano scelto il rito ordinario nel maxi processo del clan. Sono state accolte le pene più alte, e cioè l’ergastolo,  erano state richieste nei confronti del “boss” Carmine Spada, detto Romoletto, il fratello Roberto Spada, che era già stato condannato a sei anni per la testata che nel novembre del 2018  sferrata al giornalista Daniele Piervincenzi a cui fratturò  il setto nasale  , ed il nipote Ottavio Spada, detto Marco .

I 24 imputati a processo rispondevano delle accuse a vario titolo di reati come l’associazione di stampo mafioso, l’omicidio, l’estorsione, l’usura,  oltre ad altri crimini contro la persona,  la detenzione e porto di armi e di esplosivi, incendio e danneggiamento aggravati, al traffico di stupefacenti, l’attribuzione fittizia di beni e l’acquisizione, in modo diretto e indiretto, della gestione e il controllo di attività economiche, e appalti legati a stabilimenti balneari, sale giochi e negozi. 17 degli imputati sono stati condannati mentre  sono stati assolti con formula piena Armando Spada, Enrico Spada, Roberto Spada detto “Zibba”, Francesco De Silvio, Samy Serour, Stefano De Dominicis e Roberto Sassi.

Oltre ai tre Spadi condannati all’ergastolo, è stato condannato a 16 anni di reclusione Ottavio Spada, detto “Maciste“, a 9 anni Nando De Silvio, detto “Focanera” e a 10 anni il cubano Ruben Alvez del Puerto, anche lui coinvolto nell’aggressione al giornalista Piervincenzi che lavorava al programma “Nemo” di RAIDUE.  “Sono indignato, è una follia vera”, è stato il commento a caldo dell’avvocato Mario Girardi, difensore di Carmine Spada, che ha aggiunto: “Questa decisione è una vergogna, non condivisibile in alcun suo aspetto“.




Arrestato a Fiumicino il "dottor Wagner", boss dei narcos e socio del Chapo

ROMA –  Il “dottor Wagner“, al secolo Ramon Cristobal Santoyo, ingegnere di 43 anni, è stato arrestato all’aeroporto di Roma Fiumicino. Narcotrafficante, riciclatore di denaro sporco, ingegnere civile e alto ufficiale del crimine, un vero e proprio “manager della cocaina”, è considerato uno dei grandi registi del trasferimento della “polvere bianca” dal Messico agli Usa per conto del cartello di Sinaloa la più famosa multinazionale dello spaccio con sede a Culiacan .

L’ arresto di Archi Guzmán Loera, noto anche con lo pseudonimo di El Chapo

La Dea, Drug Enforcement Administration l’ agenzia federale americana che si occupa del contrasto agli stupefacenti, gli era alle costole. Avevano spiccato un mandato d’arresto internazionale dal 2016, ma del “dottor Wagner” si era persa ogni traccia. Fino ai giorni scorsi quando è stato bloccato a Fiumicino, poco prima di mettere piede su un aereo per Città del Messico, che doveva fare scalo a Parigi.

Un uomo d’affari, ben lontano dall’immagine del torvo esponente della mafia messicana ricoperto di tatuaggi. Un signore distinto, uno stile irreprensibile. Un criminale in giacca e cravatta. Tuttavia oltre la facciata, rappresentata dai vestiti firmati, si cela un esponente di spicco della malavita. Il cartello di Sinaloa, da tre anni decapitato del suo leader Joaquín Archi Guzmán Loera, noto anche con lo pseudonimo di El Chapo, incassa un duro colpo con l’arresto del dottor Wagner. Santoyo adesso potrebbe raggiungere presto El Chapo in un carcere di massima sicurezza negli Stati Uniti.

Gli Usa infatti ne hanno chiesto l’estradizione e chiedono che venga trasferito in California per essere processato davanti ai giudici dell’United States District Court for the Southern District of California. Su di lui pendono accuse di traffico e riciclaggio che potrebbero costargli l’ergastolo. Dopo un parere della corte d’Appello, a Roma, spetterà al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, dare la definitiva autorizzazione e nel caso concedere l’estradizione richiesta.

Il difensore italiano del narcos in doppio petto,  l’avvocato Alessandro Sforza, si è ben guardato dal commentare l’arresto. Ma per delineare le gesta criminali  dell’ingegnere 43enne è sufficiente scorrere le pagine dell’ordinanza di convalida del fermo firmata dal magistrato Maria Luisa Paolicelli.

Santoyo coordinava il trasferimento di cocaina, eroina e metanfetamine dal Messico agli Stati Uniti per il cartello di Sinaloa, . Sul mercato Usa riversava anche farmaci. Il dottor Wagner, dopo aver contribuito a inondare di droga la più redditizia piazza di spaccio globale, si preoccupava di fare rientrare i soldi a Sinaloa. Uno dei suoi uomini  era stato fermato  il 12 luglio del 2015 al checkpoint tra lo stato messicano di Sonora e la California mentre trasportava con sè più di undici milioni di dollari. Un errore che sarebbe costato diversi problemi al dottor Wagner di fronte ai datori di lavoro del cartello, a cui aveva promesso il passaggio sicuro del denaro sporco.

Il “dottor” Wagner, era spregiudicato al tal punto da aver cercato di corrompere in passato, fonti e testimoni riservati della Dea con la vendita, al ribasso, di polvere bianca. Nell’ordinanza di convalida si legge  che “Avrebbe offerto 100 chili di cocaina al testimone e 5 alla fonte», . Una mossa sfrontata degna di un “businessman” della droga. La detenzione negli Usa rappresenta per i narcos messicani la peggiore delle dannazioni. Lo sa bene il capo del dottor Wagner, El Chapo, due volte evaso dalle patrie galere è adesso confinato in una prigione di massima sicurezza in Colorado,

La moglie glamour (ex reginetta di bellezza) Emma Aispuro Coronel recentemente è stata in vacanza in Italia. Emma ha condiviso un’immagine su Instagram sabato scattata su una gondola vicino al Ponte di Rialto sul Canal Grande a Venezia.

Ha anche pubblicato uno scatto del caffè Starbucks e una fetta di torta sul suo account con la didascalia: “Quale dieta?”. Il suo viaggio in Europa arriva meno di due settimane dopo che un giudice federale a Brooklyn ha condannato suo marito El Chapo, 62 anni, all’ergastolo. Subito  dopo è stato trasferito in una prigione di supermax in Colorado, che un ex guardiano ha descritto come “peggio della morte”.

A questo punto il dottor Wagner-Santoyo spera di rimanere in Italia nel carcere di Regina Coeli, incubo dei criminali italiani, ma in realtà una sorte di “paradiso” per un ufficiale del cartello di Sinaloa.




La Corte dei Conti archivia indagine sui voli di Stato di Matteo Salvini: "Uso illegittimo ma senza danno erariale"

ROMA – La Corte dei Conti sezione del Lazio ha disposto l’archiviazione del procedimento a carico dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sul presunto uso indebito di 35 viaggi in aereo a bordo di velivoli a disposizione della Polizia di Stato e del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Quindi nessun danno erariale per lo Stato, ma bensì un uso “illegittimo” dei velivoli che merita una verifica da parte della procura ordinaria. Anche Salvini, a margine di un’iniziativa a Spello (Perugia), ha commentato la notizia dell’archiviazione:  “Ha risposto anche la Polizia di Stato. E’ tutto regolare“.

E’ stato questo il ragionamento applicato dai giudici della Corte dei conti nella loro decisione. Il fascicolo è stato quindi inoltrato alla procura di Roma per quanto di sua eventuale competenza, che dovrà adesso verificare la sussistenza di eventuali reati di natura penale. I magistrati dovrebbero valutare se nella condotta di Salvini vi siano stati eventuali reati penali, come ad esempio il peculato d’uso o l’abuso d’ufficio, ma allo stato attuale la Procura non ha ancora formalmente avviato una indagine.

Nel documento di due pagine la Corte dei Conti citando la normativa vigente evidenzia che prevede come i voli di Stato debbano “essere limitati al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Presidente della Corte costituzionale, salvo eccezioni che devono essere specificatamente autorizzate“. Nel caso della Polizia di Stato e dei Vigili del fuoco, i giudici ritengono che  “i velivoli sono stati acquistati per finalità prettamente operative e non per il trasporto di autorità, neanche per agevolare lo svolgimento della loro attività istituzionale“.

Alla luce di questa situazione i giudici ritengonoillegittima la scelta di consentire l’uso dei menzionati velivoli per la finalità di trasporto aereo del Ministro e del personale al seguito“, ma “considerato che i costi sostenuti per tale finalità non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l’Amministrazione dell’interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea da parte del Ministro e di tutto il personale trasportato, al suo seguitonon si puòdimostrare la sussistenza, nella fattispecie, di un danno erariale“.

I giudici contabili della Corte dei Conti del Lazio avevano avviato nei mesi scorsi  un fascicolo esplorativo per verificare se vi fosse stato uno spreco di risorse pubbliche legato ad un uso improprio degli aerei da parte dell’ex ministro. Come si legge nel dispositivo, per la magistratura contabile “non sono emersi dall’istruttoria elementi sufficienti per sostenere in giudizio una contestazione di responsabilità amministrativa” . A suo tempo, alla notizia dell’apertura del fascicolo, il M5s aveva chiesto chiarimenti al leader leghista, che aveva replicato: “Nessun abuso, nessuna irregolarità, nessun volo di Stato o della polizia per fare comizi ma sempre per impegni istituzionali”.

Il Viminale, sede del Ministero dell’ Interno

Polizia di Stato: “Tutto regolare“. Dopo l’archiviazione, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’ Interno, diretto dal Prefetto Franco Gabrielli ha fatto sapere che “si attiverà nelle sedi competenti per riaffermare la assoluta legittimità dell’uso dei velivoli della Polizia da parte del ministro nelle circostanze oggetto del pronunciamento della Magistratura contabile. Ciò per ribadire la correttezza dei comportamenti tenuti e al fine di evitare equivoche interpretazioni per il futuro“.

 

 




Ostia: la Dda chiede tre ergastoli e 208 anni di condanna per mafia agli Spada

ROMA – Ventiquattro richieste di condanne della Procura di Roma nel maxiprocesso in corso nell’aula bunker di Rebibbia davanti alla Corte d’Assise tra cui tre ergastoli nei confronti di altrettanti appartenenti al “clan Spada“, gruppo attivo a Ostia, sul litorale romano. 208 anni più tre ergastoli per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti dei 24 imputati che hanno scelto il rito ordinario nel maxi processo. Questa la condanna richiesta dai pubblici ministeri Ilaria Calò e Mario Palazzi al termine di una requisitoria durata quattro giorni.

Pene più alte richieste per il boss Carmine Spada detto “Romoletto” ritenuto uno dei capi del clan, il fratello Roberto Spada, già condannato per la vicenda della testata al collega Daniele Piervincenzi un giornalista della Rai  a cui nel novembre del 2018  fracassò il setto nasale , e il nipote Ottavio Spada, detto Marco: per loro tre sono stati chiesti gli ergastoli.

Giornate intense nell’aula bunker di Rebibbia si sono ripercorsi racconti e fatti da pelle d’oca costellati da minacce e angherie, di eliminazione fisica dei vertici dell’organizzazione rivale il 22 novembre del 2011, come l’omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. Attentati progettati insieme al clan Fasciani, attentati subiti dal boss Carmine Spada e non denunciati come avviene di consueto nella criminalità organizzata.

Il procedimento è legato agli arresti avvenuti il 25 gennaio del 2018 in cui la Procura contesta il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra i reati contestati, a seconda delle posizione, anche l’omicidio, estorsione e usura. L’accusa ha chiesto una condanna a 16 anni di carcere per Ottavio Spada, detto “Maciste“, a 11 per Nando De Silvio, detto “Focanera” e a 8 anni per Roberto Spada, detto “Zibba” (omonimo dell’altro per il quale è stato invece chiesto l’ergastolo) mentre per Rubern Alvez del Puerto, coinvolto nella vicenda dell’aggressione al giornalista, è stata richiesta una condanna a 10 anni.

Un fermo immagine del video girato dalla troupe del programma “Nemo Nessuno Escluso”

Fondamentali sono state le dichiarazioni “attendibili” dei 5 collaboratori di giustizia, Michael Cardoni e la moglie Tamara Ianni, Paul Dociu, Antonio Gibilisco e Sebastiano Cassia i quali hanno spiegato la scala gerarchica del clan Spada e nel dettaglio il ruolo ricoperto da tutti gli imputati,  ha detto il pm Ilaria Calò, nella ricostruzione dell’organigramma del clan Spada. “Sono tanti e sono persone che non si fermano davanti a niente, ti ammazzano senza pietà. Sono criminali di livello, spietati” riferisce la pm alla Corte soffermandosi sulle parole della Ianni , ricordando anche in aula che nell’ottobre del 2018 prima che Tamara Ianni e il marito Michael Cardonivenissero qui in aula a rendere le loro dichiarazione in questo processo, è stato piazzato un ordigno esplosivo sul balcone di casa dei genitori della Ianni in via delle Azzorre a Ostia“.

Oltre la rete di attività commerciali “conquistate come in un Risiko, ha aggiunto il pubblico ministero Mario Palazzi, tutte intestate a dei prestanomi per cercare di nascondere il patrimonio della famiglia.Per la pubblica accusa che si tratti di una organizzazione a delinquere di stampo mafioso non vi sono dubbi. Per questo hanno chiesto una condanna esemplare per ciascuno dei componenti della famiglia sinti e per i loro sodali.

Alcune delle donne del clan Spada hanno insultato in aula la nostra collega Federica Angeli, la cronista della redazione romana del quotidiano La Repubblica costretta anche lei come il nostro Direttore a vivere sotto scorta per le sue inchieste su mafie, malaffare e sulle troppe connivenze e i complici silenzi. Oltre ad essere solidali con Federica Angeli e con Giulio Vasaturo, il legale che rappresenta la parte civile, il nostro giornale ritiene fondamentale ed indispensabile che anche questa fase del processo abbia la massima visibilità possibile e che venga data voce alle tante associazioni che ogni giorno in tutt’ Italia anche a Ostia, si battono per la legalità e per la sicurezza del territorio, e denunciano il malaffare e la criminalità organizzata.

Questo l’elenco delle richieste delle condanne

Spada Carmine – ergastolo

Spada Ottavio detto Marco – ergastolo

Roberto Spada,  – ergastolo

Ottavio Spada, –  16 anni

Vittorio Spada : 10 anni

Armando Spada : 8 anni

Enrico Spada, detto “Macistino”: 10 anni

Roberto Spada, detto “Zibba”8 anni

Silvano Spada : 12 anni

Francesco De Silvio – 11 anni

Alessandro Rossi – 16 anni

Saber Maglioli – 9 anni

Ramy Serour – 13 anni

Samy Serour : 8 anni

Stefano De Dominicis – 8 anni

Roberto Pergola, detto “Il negro”

Fabrizio Rutilo – 15 anni

Roberto Sassi – 8 anni e 6 mesi

Claudio Fiore : 12 anni
Mauro Carfagna : 11 anni
Mauro Caramia : 2 anni
Nando De Silvio : 11 anni
Ruben Nelson Alvez Del Puerto : 10 anni

 




Caserta, un medico lega il suo cane alla macchina e lo trascina: denunciato !

ROMA – Un  medico di 51 anni residente a Minturno (Latina) non voleva far salire il proprio cane sulla macchina appena lavata, e così ha pensato (male) di legare il guinzaglio alla vettura trascinando l’animale sull’asfalto. L’uomo è stato fermato e denunciato dai Carabinieri a Villa Literno, nel Casertano, mentre procedeva a velocità sostenuta in Via Vittorio Emanuele, con il cane attaccato all’auto e trascinato.

Chiunque si trovasse in quel momento in via Vittorio Emanuele di Villa Literno ha potuto assistere alla scena terribile: l’auto procedeva a velocità sostenuta, trascinandosi dietro il povero animale, costretto a subire quella tortura ingiustificata, impotente. Come si legge sui media locali, la cagnolina ha provato a fatica a non perdere contatto dall’auto, rischiando la vita.

Ai Carabinieri della stazione locale l’uomo, ha cercato di giustificarsi sostenendo di non aver fatto salire il cane perché il figlio 18enne, che era in auto, ne aveva timore. Il medico 51enne  ha riferito anche che l’auto era stata da poco lavata e quindi il cane, salendo a bordo, l’avrebbe sporcata. Il cane, un meticcio di 10 anni, ha riportato ferite ad una zampa,  non letali e, dopo le cure veterinarie, è stato affidato a un canile, e si spera che ora troverà una nuova casa, in cui essere coccolato come meriterebbe e  dove verrà trattato sicuramente meglio . La vera “bestia” lasciatecelo dire non è lui.

Se l’accusa di maltrattamento di animali verrà confermata, come noi auspichiamo, il medico rischia una condanna da 3 a 18 mesi di detenzione o una multa da cinquemila a 30mila euro.




Inchiesta della Procura di Roma sulla foto "rubata"in caserma

ROMA – Il  Comando generale dei Carabinieri dopo aver appreso che, durante la giornata di indagini e di interrogatori, qualche carabiniere faceva circolare su whatspp delle foto  che non avrebbero mai dovuto essere scattate e sopratutto fatte circolare, ha aperto un’inchiesta interna con l’intento di fare chiarezza al più presto. Un particolare una delle foto circolanti fra i Carabinieri di Roma che ritrae Christian Gabriel Natale Hjorth, il giovane statunitense arrestato per concorso in omicidio, furto e tentata estorsione, mentre viene sottoposto a interrogatorio.

Nella fotografia che è stata scattata da un’angolazione particolare interna della caserma dei Carabinieri, l’indagato ha intorno dei militari ed è fermo in attesa che qualcuno gli faccia delle domande. Lo si vede con le mani legate dietro la schiena ed una benda che gli copre gli occhi. Una foto che ha mandato letteralmente in bestia i vertici dell’Arma, che hanno immediatamente avviato l’indagine per accertare da chi fosse partito l’ordine di bendare l’indagato americano.

Gli accertamenti hanno avuto chiaramente le primi riposte, perché si è accertato da chi sia partita la decisione, anche se ancora non è stato scoperto chi sia stato a diffondere l’immagine. Al Comando Generale dell’ Arma di viale Romania, vogliono arrivare sino in fondo ed hanno inviato un rapporto sulla vicenda al procuratore aggiunto Michele Prestipino (attuale Procuratore capo di Roma facente funzione) il quale ha aperto un fascicolo di inchiesta.

 

Il militare che ha preso la decisione di bendare l’indagato si è cosi giustificato con i suoi vertici “Abbiamo deciso di mettere la benda perché sui monitor che c’erano nella stanza, scorrevano delle immagini e dei dati importanti per altre inchieste, e l’indagato non doveva vederle. Le manette e le mani dietro la schiena, invece, le abbiamo dovute mettere perché temevamo che potesse darsi alla fuga“.

Una vicenda questa che non finisce qui  perché durante la giornata che è seguita all’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, qualche altro carabiniere ha mal pensato di generare confusione ed ha fatto circolare delle fotosegnaletiche di quattro presunti spacciatori, tre marocchini e un algerino che erano entrati e subito dopo usciti dalle indagini,  in quanto almeno fino a questo momento non avevano nulla a che vedere con l’omicidio, immagini che sono stati diffusi anche su un profilo social di Facebook di un carabiniere e  di un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower. A lato una delle schede segnaletiche apparse sul web (l’immagine originale non conteneva censura n.d.r.)

Anche il Comando Generale della Guardia di Finanza ha confermato al CORRIERE DEL GIORNO  di aver avviato immediatamente i dovuti “urgenti approfondimenti sulla vicenda” e che eventuali responsabilità saranno poi trasmesse e rese note all’Autorità Giudiziaria competente.

Com’è nata la “fake news”

Fin dalla mattinata di venerdì si inizia a parlare di “caccia a due nordafricani”, per via di un titolo infelice del quotidiano Il Messaggero – successivamente modificato senza però alcuna traccia di rettifica all’interno dell’articolo – che è stata immediatamente rilanciato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che nel suo post su Facebook auspica “lavori forzati” per gli autori del delitto. In un articolo successivo il Messaggero fornirà un identikit più preciso dei ricercati, descrivendo uno dei due come “alto 1.80 e con le meches”.

La pagina di “Puntato” è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, “fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali”, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio.

La notizia viene riportata da molti organi d’informazione, da Repubblica a SkyTg 24, ma all’ora di pranzo non arriva ancora alcuna conferma ufficiale. Alle 12.47, la svolta. La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, “tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine”, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una “fake news, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web.

Nel giro di pochissimo tempo, su Twitter spuntano le schede segnaletiche dei quattro presunti sospetti, documenti questi “riservati” e non oscurati – teoricamente nelle mani dell’Arma dei Carabinieri – che riportano nome, cognome, fotografia e persino informazioni relative a domicilio e genitori degli uomini. Uno degli utenti che per primo ha postato le immagini – per poi cancellarle – ha rivelato di averle trovate su Portale Difesa, un aggregatore di notizie sulle forze armate dotato di forum e gruppo chiuso su Facebook.

A dare la definitiva visibilità alla “fake news” ci ha però pensato una pagina Facebook chiamata “Soli non siamo nulla. UNITI Saremo TUTTO”, (attualmente oscurata e non raggiungibile) che ha ripubblicato la foto messa in giro da Puntato, accompagnandola con la didascalia “Ora lasciateli a noi colleghi ed al popolo, faremo noi giustizia”. Prima di essere cancellato, il post è rimasto online per sei ore, ottenendo quasi 5mila condivisioni. Unico amministratore della pagina – come tiene a rivendicare nella sezione informazioni del suo profilo – è V. G., da 27 anni agente della Guardia di Finanza e con un breve passato in politica, da candidato di una lista civica in lizza per le comunali di Monte Romano, in provincia di Viterbo. La sua pagina Facebook è costellata di riferimenti espliciti alla destra estrema e al fascismo, tra i quali spiccano una bandiera di Casapound accompagnata dallo slogan #NoIusSolidiverse immagini di Benito Mussolini.

Dal Comando generale di viale Romania non vogliono dare spazio ad equivoci e polemiche ed hanno diffuso ieri un comunicato: “Il Comando Generale dell’Arma prende fermamente le distanze dallo scatto e dalla divulgazione di foto di persone ristrette per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il Comando Provinciale di Roma sta svolgendo con la massima tempestività accertamenti diretti a individuare i responsabili“.

Una vera e propria controinformazione che ha fatto pensare che qualcuno remasse contro l’inchiesta, considerata in particolar modo il momento particolare che l’Arma dei Carabinieri sta passando in queste ore, a seguito dell’omicidio improvviso di un giovane carabiniere, servitore dello Stato. Adesso qualcuno per timore di conseguenze penali e disciplinari sostiene che, in realtà, le foto sono circolate solo per far capire quello che stava succedendo, mentre in realtà hanno soltanto rischiato di danneggiare gli accertamenti e probabilmente ci saranno delle pesanti conseguenze su chi le ha diffuse. Come è giusto che accada.

Nel frattempo l’ Arma dei Carabinieri ha reso noto attraverso il proprio Ufficio per l’Assistenza ed il Benessere del Personale  ai propri Comandi, Compagnie e Stazioni, come informare tutti i cittadini che chiedono di poter manifestare la propria solidarietà alla moglie del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. 




Operazione Lux della Polizia Postale: identificati ed indagati a Roma 9 dipendenti infedeli di ACEA spa

ROMA – Nell’ambito di una lunga e articolata attività di indagine condotta dagli investigatori della  Polizia Postale e delle Comunicazioni, in forza al  CNAIPIC il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche , è stata data esecuzione, con l’ausilio di personale del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma, alle perquisizioni locali e personali eseguite nei confronti di 9 persone, che, in concorso tra loro, avevano messo i piedi una complessa ed articolata attività criminale.

Al vertice del sistema 2 dipendenti infedeli di ACEA spa, oltre ad alcuni tecnici della municipalizzata ed elettricisti specializzati. Contestati agli indagati, a vario titolo, i reati di corruzione e frode.

Nel corso delle attività, svolte grazie alla collaborazione di ACEA e l’importante apporto della Protezione Aziendale e dei tecnici verificatori dell’azienda capitolina, è stato dato seguito inoltre a 10 provvedimenti di sequestro, con i quali sono stati assicurati altrettanti contatori manomessi dal sodalizio criminale, nell’ambito dei servizi offerti ai “clienti”, nella quasi totalità dei casi esercizi commerciali (bar, ristoranti, supermercati) i cui titolari sono stati denunciati per corruzione e frode.

I provvedimenti, emessi dalla Procura della Repubblica di Roma, che ha coordinato la complessa attività investigativa, sono stati eseguiti all’interno delle abitazioni ove gli autori del reato risiedono, nei luoghi ove questi prestano le loro opere professionali e nei siti ove sono stati manomessi i contatori.

Come riscontrato dagli investigatori diversi indagati a loro volta fruivano dei sistemi alterati, lucrando, in danno della società energetica municipalizzata della Capitale, fino al 75 % dell’effettivo consumo ovvero, addirittura, fruendo di allacci totalmente abusivi alla rete di distribuzione elettrica. Oltre ai contatori oggetto di provvedimento di sequestro, sono stati repertati decine di rilevatori in uso agli indagati già manomessi o pronti per la manomissione. Sequestrati ai tecnici del sodalizio punzonatrici provento di furto o con matricole abrase, utilizzate al momento dell’ alterazione dei contatori.




Caso Cucchi a processo il Gen. Casarsa ed altri sette carabinieri per depistaggio

ROMA – Otto militari dell’Arma dei Carabinieri, tra cui alti ufficiali, imputati nell’ambito dell’inchiesta sui presunti depistaggi relativi alle cause della morte di Stefano Cucchi sono stati rinviati a  processo  . Si apre adesso il quarto processo che vede sul banco degli imputati la catena di comando dei Carabinieri che secondo la pubblica accusa avrebbe prodotto dei “falsi” per depistare e confondere le indagini della Procura di Roma. La prima udienza è fissata per il 12 novembre.

Gen. Alessandro Casarsa

Tra militari coinvolti, ci sono alti ufficiali come il generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del Gruppo Roma e il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale. Gli otto sono indagati a vario titolo per falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento: il colonnello Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo Carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, dove Stefano Cucchi venne trasportato dopo il pestaggio subito, Francesco Di Sano, che era in servizio in caserma a Tor Sapienza  quando arrivò il geometra,  ed il carabiniere Luca De Cianni.

Scrive il pm:Casarsa, rapportandosi con Soligo, sia direttamente sia per il tramite di Cavallo, chiedeva che il contenuto della prima annotazione (redatta da Di Sano secondo cui Cucchi lamentava dolori al costato e che non poteva camminare, ndr) fosse modificato nella parte relativa alle condizioni di salute di Cucchi“. Cavallo rapportandosi direttamente sia con Casarsa che con Soligo chiedeva a quest’ultimo che il contenuto di quella prima annotazione fosse modificato”.

Secondo Musarò, il maggiore Soligo,  “veicolando una disposizione proveniente dal Gruppo Roma ordinava a Di Sano, anche per il tramite di Colombo Labriola, di redigere una seconda annotazione di servizio, con data falsa del 26 ottobre 2009 nella quale si attestava falsamente che ‘Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura fredda/umida che per la rigidita’ della tavola del letto ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata per la sua accentuata magrezza omettendo ogni riferimento alle difficoltà di deambulare accusate da Cucchi“.

I carabinieri indagati rispondono di falso anche in merito alla annotazione di servizio, sempre del 26 ottobre del 2009 che venne redatta dal carabiniere scelto Gianluca Colicchio (che non è indagato n.d.r.) , “indotto a sottoscrivere il giorno dopo una nota in cui falsamente attribuiva allo stesso Cucchi ‘uno stato di malessere generale, verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza’, omettendo ogni riferimento ai dolori al capo e ai tremori manifestati dall’arrestato“. Tutto ciò “con l’aggravante di volere procurare l’impunità dei carabinieri della Stazione Appia responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso“.

Gli ufficiali dell’ Arma Sabatino e Testarmata, che avevano ricevuto la delega dalla Procura di Roma ad acquisire nuove carte nell’ambito dell’indagine bis, ebbero modo di rendersi conto (nel novembre del 2015) della falsita’ di queste annotazioni del 2009 ma evitarono di segnalare la cosa all’autorita’ giudiziaria, favorendo cosi’ gli autori degli stessi falsi. Testarmata poi, una volta scoperto che era stato alterato il registro di fotosegnalamento dell’epoca con il nome di Cucchisbianchettato‘, non solo non acquisi’ il documento originale, come gli era stato ripetutamente detto da due colleghi, ma neppure riporto’ la circostanza nella relazione di servizio.

Tra gli otto militari dell’Arma rinviati a giudizio figura De Cianni che in una nota di polizia giudiziaria accuso’ Casamassima, pur sapendolo innocente, di aver fatto dichiarazioni gradite alla famiglia Cucchi a fronte di una fantasiosa promessa di soldi da parte di Ilaria, sorella di Stefano. Casamassima, che per aver collaborato con la magistratura e aver dato un impulso significativo alle nuove indagini ha subito pressioni e ritorsioni, compreso un trasferimento ad altro incarico e relativo demansionamento, gli avrebbe riferito che Cucchi la sera dell’arresto tento’ gesti di autolesionismo e che fu solo schiaffeggiato, non certo pestato. Dichiarazioni false che De Cianni ha confermato anche in un interrogatorio fatto alla squadra mobile.

Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi: “Momento storico grazie a Casamassima”

“Possiamo dire che la decisione del Gup rappresenta un momento storico e significativo per noi. Tutto è cominciato per merito di Riccardo Casamassima (il carabiniere supertestimone che ha fatto riaprire l’inchiesta, ndr)”.  è stato il primo commento, a caldo, di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, appreso il rinvio a giudizio di otto militari dell’Arma per la vicenda legata ai depistaggi. “Dieci anni fa, mentre ci battevamo in processi sbagliati – ha aggiunto Ilaria non immaginavamo neanche quello che stava avvenendo alle nostre spalle e sulla nostra pelle. Oggi poi abbiamo assistito a uno scaricabarile con il generale Casarsa che ha raccontato che le cause della morte di Stefano gli furono dettate dal generale Tomasone“. E non a caso il generale Tomasone non è stato rinviato a giudizio, e quindi prosciolto dalle ipotesi accusatorie.