CAMORRA, ‘NDRANGHETA & PETROLIO. ARRESTATA ANNA BETZ: “ERA A CAPO DELL’IMPRESA CRIMINALE”

CAMORRA, ‘NDRANGHETA & PETROLIO. ARRESTATA ANNA BETZ: “ERA A CAPO DELL’IMPRESA CRIMINALE”

L’operazione coordinata da quattro diverse procure Antimafia ha portato anche al sequestro di circa 1 miliardo di euro. ALL’INTERNO IL VIDEO DELL’OPERAZIONE. L’accusa a carico della Bettozzi è di essere a capo del sodalizio criminale. La donna si occupava praticamente di tutto. Stringeva accordi con i “clan” di camorra dei Moccia, Formicola e dei Casalesi e progettava modifiche societarie per “tenere indenni da indagini i componenti del sodalizio” .

di REDAZIONE CRONACHE

Anna Bettozzi, in arte Anna Bettz allorquando venne fermata nel maggio 2019, dalla Fiamme Gialle a bordo della sua Rolls Royce con autista mentre cercava di varcare il confine di Ventimiglia, per recarsi insieme all’ attore Gabriel Garko (all’anagrafe Dario Oliviero, non indagato nell’ inchiesta) al Festival del Cinema di Cannes, avrebbe dovuto capire che i finanzieri non l’ avevano fermata casualmente. In quell’occasione, mentre i finanzieri le trovarono 300.000 euro in contanti nascosti in un paio di stivali a coscia alta, e svolgevano i primi accertamenti, sono state registrate le telefonate tra la Bettozzi e l’avvocato Apolio, che le consigliava di mettere le chiavi di alcune cassette di sicurezza in tasca all’autista. Uno stratagemma inutile, perché le cassette furono aperte all’hotel Gallia di Milano, dove la Bettozzi disponeva in maniera permanente di una suite, e trovate altre banconote per 1 milione e 400.000 euro.

In un’intercettazione del febbraio 2019 vi fu lo scontro di Garko con la Bettozzi a proposito del compenso da 250 mila euro per girare lo spot della società petrolifera. “Scusa noi abbiamo stabilito 250: 50 te li ho già dati e rimangono 200. Cento in nero e cento fatturato. Sul contratto va messo solo il fatturato (…) Adesso, la settimana prossima firmiamo il contratto e ti do una parte, alla fine dei lavori e basta“, diceva al telefono la Bettozzi. “Il cash prima del contratto“, replicava l’attore che dunque sarebbe stato pagato in nero.

La vedova ereditiera del petroliere romano Sergio Di Cesare non poteva immaginare che la Finanza era alle sue calcagne da un bel po’, cioè da quando la Procura di Ancona aveva intercettato la sua voce in alcune conversazioni in relazione ad un’indagine sull’omesso versamento delle accise e sulla commercializzazione di carburante di contrabbando. Da quell’evento è partita l’inchiesta che ieri mattina ha portato i comandi provinciali della Guardia di Finanza di RomaNapoliReggio Calabria e Catanzaro a notificare 71 ordinanze di custodia cautelare.

L’operazione coordinata da quattro diverse procure Antimafia ha portato anche al sequestro di circa 1 miliardo di euro, guidata dalla pm Ida Teresi, e dal procuratore capo Giovanni Melillo della Procura di Napoli , e dal procuratore Michele Prestipino della procura di Roma. Sul campo impegnati oltre mille militari dei rispettivi Nuclei PEF e dello SCICO della Guardia di Finanza, nonché su Catanzaro dei ROS dei Carabinieri. Mentre sul fronte camorristico risulta la centralità del clan Moccia nel controllo delle frodi negli oli minerali oggetto delle misure cautelati, sul versante della ‘ndrangheta i clan coinvolti sono Piromalli, Cataldo, Labate, Pelle ed Italiano nel reggino, e Bonavota di S. Onofrio, gruppo di San Gregorio, Anello di Filadelfia e Piscopisani a Catanzaro.

Si tratta del capo indiscusso dell’organizzazione, della persona più di tutti ‘esperta’ della materia anche grazie a quanto imparato dal marito Sergio Di Cesare”.Nulla si muove senza il suo assenso – riporta l’ordinanza del Gip Tamara De Amicis che ha disposto il carcere per la Bettozziè lei che intavola il rapporto con Alberto Coppola e, tramite lui, con tutto il gruppo napoletano dal quale riceve cospicui finanziamenti per la propria attività illecita, remunerando adeguatamente gli investimenti fatti da costoro”. Per l’indagata “sembra persino superfluo formulare considerazioni ulteriori rispetto a tutto quanto emerso nel corso dell’indagine” sottolinea il giudice. Le indagini hanno dimostrato che la Bettozzidispone di ingentissime provviste di denaro liquido, nascosto nei luoghi più disparati”. “Dalle indagini sono emerse le cassette di sicurezza di un hotel milanese (dove è stato già effettuato un sequestro) – continua la Gip nell’ ordinanza – la propria abitazione e quella di vari parenti (in una conversazione Filippo Bettozzi, parlando con lei, afferma – parlando dell’allocazione del denaro – di aver “sistemato” la nonna e tale zia Tonia). Si tratta di luoghi ‘sicuri’, posto che – come emerge da un’altra conversazione – la Bettozzi è particolarmente attenta alla collocazione del denaro. In più l’indagata vanta una fitta rete di soggetti pronti ad aiutarla nell’occultamento di tali ingenti risorse“.

Anna Bettozzi in arte Ana Betz

L’indagine coinvolge 71 persone  ha portato al sequestro della Made Petrol Italia. L’accusa a carico della Bettozzi è di essere a capo del sodalizio criminale. La donna si occupava praticamente di tutto. Stringeva accordi attraverso Alberto Coppola e Felice d’Agostino, entrambi attualmente detenuti in carcere, per la commercializzazione di ingenti quantità di prodotto energetico, favorendo i “clan” di camorra dei Moccia, Formicola e dei Casalesi evadendo il pagamento dell’Iva, e “costituiva società cartiere da utilizzare per le frodi Iva, assieme a Virginia Di Cesare, Filippo Maria Bettozzi decideva quali società dovessero caricare prodotto energico dai depositi di Made“. Anna Bettozzi secondo quanto riportato nell’ ordinanza del Gip Tamara De Amicis, progettava modifiche societarie per “tenere indenni da indagini i componenti del sodalizio” .

Anna Bettozzi, procuratrice speciale e amministratrice della Maxpetroli Italia, e sua figlia Virginia Di Cesare, secondo le accuse avrebbero promosso “un’associazione a delinquere” mafiosa finalizzata a  frodare il fisco, dimenticando di versare iva e accise, riciclando il denaro, corrompendo e rivelando segreti d’ufficio. Tutto ciò servendosi anche del “denaro proveniente da associazioni criminali organizzate anche di stampo camorristico”, usando i soldi del clan Moccia, offerti da Antonio Moccia a suo cugino Alberto Coppola, e da lui girati ad Ana Bettz per “risanare la situazione finanziaria della Maxpetroli Italia consentendo alla donna di riavviare redditiziamente l’attività del deposito capitolino”.

Secondo gli inquirenti anche Virginia Di Cesare figlia della Bettozzi,”cura la gestione del denaro contante che rappresenta esclusivo profitto di reati”, come emerge dalle intercettazioni in cui racconta di aver acquistato con 90.000 euro un’auto alla sorella , o “di aver prelevato dalla cassaforte del compagno D’Agostino, evidentemente presso la loro abitazione, otto milioni di euro in contanti, che deve mettere al sicuro”. In altre conversazioni dove si parla di banconote ci sono quelle in cui Anna Bettozzi riferirebbe di aver fatto contare i soldi delle “mazzette” al figlio Roberto e quelle in cui lei ed il figlio conteggiano altro denaro; in quell’occasione la cantante avrebbe anche comunicato “la somma prelevata per il pagamento in nero in favore dell’attore Gabriel Garko“.

La donna un tempo vicina di casa di Silvio Berlusconi a Porto Rotondo , aveva iniziato la sua carriera nel settore immobiliare. Poi è entrata nel mondo dello spettacolo e sposato il petroliere Sergio Di Cesare, con cui nel 1999 venne sequestrata in una villa romana. I rapinatori rubarono 100 milioni di lire prima di scomparire nel nulla. Ereditata l’ azienda petrolifera del marito, aveva ha cercato di far lievitare i profitti della società, e per farlo però sarebbe entrata in contatto con il clan dei Casalesi, attraverso la famiglie Moccia ed i Formicola. Dopo soli 3 anni il giro d’affari della Maxipetroli è cresciuto esponenzialmente, aumentando il fatturato di ben 45 volte superiore.

La Bettozzi trovandosi a gestire una società in grave crisi finanziaria, grazie alla conoscenza di Coppola era riuscita a ottenere forti iniezioni di liquidità da parte di vari clan di camorra, tra cui quelli dei Moccia e dei Casalesi, che le avevano consentito di risollevare le sorti dell’impresa, aumentando in modo esponenziale il volume d’affari, passato in tre anni da 9 milioni di euro a 370 milioni di euro , come ricostruito dal III° Gruppo Tutela Entrate della
Guardia di Finanza di Roma su delega della D.D.A. capitolina, anche grazie alla trasmissione da parte della Procura di Napoli delle proprie risultanze investigative.

In un’intercettazione del 4 marzo 2019 gli investigatori della Guardia di Finanza hanno intercettato la stessa Anna Bettozzi vedova Di Cesare, in arte Ana Bettz, fornire a sua sorella Piera Bettozzi (estranea all’indagine) una sorta di confessione: “A Piè, io dietro c’ho la camorra! Tu dove caz… vai… Te stanno a pijà per il culo… Cioè questi stanno… Lo sai quanto c’ha in giro Felice (…) di me… Ti sto dicendo… Ho capito! Sai quanto… No! E io controllo che sia borderline, quasi regolare… io! Sai quanto c’ha in giro! Quindici milioni al giorno, quell’altro cinque milioni, io altri cinque e insieme c’abbiamo 15 e 10, 25/30 milioni al giorno! Tu dove cazzo vai? (…) La gestione non ti può dare… Sei responsabile sempre te… Tu la legge, ti danno l’associazione…“. La donna secondo gli inquirenti stava cercando di dissuadere la sorella dall’idea di aprire un deposito di carburanti, “prospettandole la pericolosità dell’attività da lei svolta, per la quale ‘ha dietro la camorra’, che comporta il serio rischio di essere imputati per associazione per delinquere”.

Nell’indagine condotta dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma, coordinata dal procuratore Michele Prestipino e dall’aggiunto Ilaria Calò, sono stati arrestati anche Virginia Di Cesare  27 anni, figlia di Anna Bettozzi, mandata ai domiciliari perché “madre di un bambino in tenera età”, il compagno di Virginia, Felice D’Agostino, il figlio della Bettozzi  Roberto Strina, 40 anni, il nipote Filippo Maria Bettozzi, e l’avvocato Ilario D’Apolito, legale della società e della Bettozzi, posto anche lui ai domiciliari. Una presunta associazione a delinquere ben organizzata a conduzione praticamente familiare, che disponeva di “ingentissime provviste di denaro liquido“.

Nell’indagine emerge il ruolo di Alberto Coppola che era riuscito al rilancio della Maxpetroli mediante un’iniezione di liquidità nel momento del bisogno, grazie agli investimenti del denaro della Camorra. Sono numerosi i colloqui telefonici intercettati tra Coppola e la Bettozzi. I rapporti fra i due erano spesso molto tesi: “Alberto io non sono abituata così! Perdonami. Perdonami io ho soci che si chiamano Tronchetti Provera e Silvio Berlusconi“, diceva la donna ignorando di essere intercettata.

A conferma dell’importanza attribuita al nuovo canale “legale” di investimento, se ne occupa personalmente un esponente di vertice del clan, Antonio Moccia attraverso contatti, ampiamente intercettati, con l’imprenditore di settore Alberto Coppola, coi commercialisti Claudio Abbondandolo e Maria Luisa Di Blasio e col faccendiere Gabriele Coppeta. Coppola utilizzava nelle proprie relazioni commerciali la sua parentela con il camorrista Antonio Moccia , presentandosi all’occorrenza come suo cugino; e lo stesso Moccia qualificava il Coppola pubblicamente come suo “cugino”.

Il rapporto tra la Bettozzi e Coppola nacque nel 2017, tramite un social network” cioè Facebook, su cui la Bettozzi è molto attiva. Coppolaè inserito nel settore della vendita di carburanti e dispone agevolmente di società da utilizzare per le frodi. La Bettozzi, che ben conosce i meccanismi fraudolenti già contestati al marito dal quale ha ereditato l’azienda, non è affatto una sprovveduta nel coltivare un rapporto apparentemente stravagante“. Sarebbe stato Coppola ad introdurre la Bettozzi nel “giro” campano, dove alcune società presentavano finte dichiarazioni di intento d’acquisto, attraverso fatturazioni fittizie. Decine di società che avevano sede in un garage, come emerso dalle indagini, gestite di fatto da personaggi di facciata che si confondevano al telefono anche sul nome delle società che avrebbero dovuto rappresentare.

A complicare le indagini agevolate in un primo momento da alcune intercettazioni esplicite e la scoperta di società palesemente fittizie, sono stati alcuni uomini delle forze dell’ordine e dell’agenzia delle dogane che avrebbero rivelato segreti d’ufficio aiutando gli indagati. La Bettozzi che aveva affidato in passato la gestione della sua immagine a Lele Mora, amava trascorrere la vita tra feste nella Capitale e nella villa di Punta Lada a Porto Rotondo, e comparsate in televisione al “Maurizio Costanzo Show” , “Domenica in” e “Quelli che il calcio“, di cui ancora resta traccia su YouTube, pur essendo abituata ad essere seguita dai paparazzi, non aveva capito, che a pedinarla, c’ erano anche le fiamme gialle dell’ antimafia ed antiterrorismo che le contestano anche l’aggravante mafiosa. 

Le indagini delle Fiamme Gialle hanno scovato ed accertato omessi versamenti di oltre 172 milioni di iva”, più di 12 milioni di accise, 78 mila euro di Ires, per un totale di oltre 185.622 milioni euro. Gli ingenti profitti di denaro sporco incassati dalla Maxpetroli devono essere puliti e gli indagati per farlo utilizzano diversi metodi. Acquistano macchine di lusso, immobili, un mare di denaro nascosto in cassette di sicurezza bancarie.

Il denaro sarebbe poi stato reinvestito in attività commerciali, investimenti immobiliari e sponsorizzazioni come quella versata all’attore Gabriel Garko, per “l’attività di promozione pubblicitaria del marchio della società Maxpetroli” quando nel marzo 2019 gli vennero versate 250 mila euro, di cui 150 mila in contanti.

Ana Bettz, si vantava con i suoi interlocutori, amici e parenti compresi, di avere imparato come gestire gli affari: “Io ho creato un impero tu ti fidi di me, io ho creato un impero nel mio piccolo, rispetto a Berlusconi nessuno..” diceVA in un’altra telefonata intercettata. E vantaVA anche le sue amicizie. La donna sempre al telefono nel marzo 2018 diceva:Io oggi non ho risposto quattro volte a Berlusconi, l’ultima chiamata da Arcore perché mi chiamava con il privato, io non ho risposto in quanto sono incazzata con lui”

Oggi sono state sequestrate circa 100 società, beni di lusso e conti correnti in Ungheria, Bulgaria, Grecia, Malta, Inghilterra e Croazia e su richiesta della Procura di Roma sono stati messi i sigilli a tutti gli impianti della Maxipetroli, un sequestro da 180 milioni di euro che va ad aggiungersi ad altri 180 milioni già nelle mani della Guardia di Finanza.

Per capire la caratura del sodalizio è importante la riunione del gennaio 2019, a Vibo Valentia, a cui partecipa tra gli altri un rappresentante dell’azienda di idrocarburi Kmg, la KazMunaiGaz del Kazakistan, due broker arrestati adesso a Milano, Luigi Mancuso dell’omonima famiglia e altri personaggi in odor di mafia. Il tema dell’incontro è molto chiaro: fare arrivare il petrolio in Calabria. A tavola si discute addirittura di creare una boa capace di far attraccare le petroliere, facendo arrivare il petrolio evitando di passare dal porto di Gioia Tauro, una zona sotto il controllo di altre famiglie mafiose non coinvolte nell’affare.

Per il procuratore di Napoli, Giovanni Melilloancora una volta è stata dimostrata l’insufficienza del concetto di infiltrazione criminale per spiegare la presenza delle associazioni mafiose nel mercato, attraverso una costellazione di aziende che offrono una capacità di garantire servizi illegali come quello messo in atto con società cartiere intestate a prestanome che offrono false fatturazioni, che consentono straordinari profitti” . “L’attività di indagine ha dimostrato come si sviluppa il rapporto tra imprenditori e organizzazioni mafiose“. da detto, nel corso di una conferenza stampa online, il procuratore di Roma  Michele Prestipino. “Questa – ha aggiunto – è stata un’indagine davvero insolita e particolare che ha messo insieme l’intelligenze investigative di quattro uffici giudiziari. La parte romana dell’inchiesta è molto intrecciata con quella della procura di Napoli e ha riguardato l’operatività di un gruppo radicato da anni nella Capitale, che storicamente ha fatto registrare la propria presenza in regime di monopolio dei prodotti petroliferi. Seguendo le vicende di questo gruppo è emersa la presenza di personaggi legati a importanti gruppi di Camorra che hanno fatto da tramite tra questo gruppo imprenditoriale e gruppi di riferimento mafiosi che hanno autorizzato questo rapporto per finanziare il gruppo imprenditoriale traendo vantaggi e profitti”.

il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri

“Come dicono le intercettazioni ‘il petrolio sta fruttando più della droga’”, afferma il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Lo sa bene Antonio Moccia, personaggio di spicco del più antico e potente sodalizio camorristico operante tra Napoli e Roma, che si è occupato in prima persona per mettere le mani sull’affare. “Dove ci sono i soldi le mafie intervengono. Dalla Turchia a Malta vengono proiettati gli interessi degli indagati”, aggiunge Giovanni Bombardieri, capo della procura di Reggio Calabria. Il colonnello Gavino Putzu, comandante del Nucleo PEF della Guardia di Finanza di Roma, ricorda come il petrolio “sospetto”  finiva nelle “pompe bianche” falsando il mercato. L’astuzia dell’organizzazione è dimostrata dal trucco escogitato per trasportare il gasolio per autotrazione spacciandolo come gasolio agricolo, quindi sottoposto ad accise differenti. I camion, rivelano le indagini, erano dotati di leve e pulsanti che facevano esplodere un colorante in grado di cambiare il colore del gasolio per camuffarlo.

Riassumendo, quindi, Antonio Moccia, Alberto Coppola e Anna Bettozzi risultano gravemente indiziati di aver stretto un accordo societario di fatto per la commissione di illeciti di cui hanno beneficiato praticamente tutti i soggetti coinvolti; il rapporto con Alberto Coppola è stato fondamentale per la Bettozzi in quanto l’uomo era subentrato nell’azienda in un momento di evidenti difficoltà economiche e gestionali dovute anche ai problemi di salute del marito Sergio Di Cesare. La Bettozzi, infatti, è risultata donna scaltra e molto ben inserita negli ambienti del potere imprenditoriale (e non solo) capitolino, ma tuttavia non all’altezza di sostituire da sola il coniuge, petroliere di collaudata esperienza: il patto con Coppola e Moccia, ha apportato agli affari comuni la competenza “specialistica” del Coppola e soprattutto le provviste finanziare e il sostegno del potere mafioso del Moccia, le une e l’altro non soltanto ben accetti ma anche ambiti e “ricercati” dal mondo affaristico romano.

Riepilogo dei reati contestati e dei provvedimenti eseguiti

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